Digitized by thè Internet Archive in 2018 with funding from Getty Research Institute https://archive.org/details/ausoniarivistade34soci AVSONIA^ RIVISTA • DELLA • SOCIETÀ • ITALIANA DI • ARCHEOLOGIA • E • STORIA • DELL’ARTE • ANNO III • MCMVIII- ANTIQVAE • ET • ARTIS ROMA TIPOGRAFIA dell’unione EDITRICE VIA FEDERICO CESI, 45 1909 La Società Italiana d’ Archeologia e Storia dell’Arte fon¬ data in Roma il f gennaio igo6 si propone di favorire gli studi archeologici e storico-artistici e di secondare l’opera esplicata dai pubblici poteri nel rinvenimento, nella tutela e nel! illustrazione dei monumenti che riguardaìto l’arte e la storia del nostro paese. Ptibblica tina rivista Atisonia „ la quale ha per iscopo non solo di portare un contributo alle discipline archeologiche e sto¬ rico-artistiche con articoli originali, ma anche di diffondere il loro amore in mezzo a tutte le persone colte con larghi notiziari e bol¬ lettini bibliografici che tengano al corrente dei progressi della scienza. Il contributo sociale è di lire 20 annue per i soci ordinari, joo per i soci perpetui e goo per i soci benemeriti. Ptiò divenire socio, con diritto a ricevere la Rivista e a par¬ tecipare ad ogni altra manifestazione dell' attività sociale, chiunque voglia, purché invii la sua adesione, raccomandata da due soci, al segretario Prof. LUCIO MARIANI VIA PIERLUIGI DA PALESTRINA, 55 - ROMA al quale debbono essere pure spedite le comunicazioni scientifiche, e quanto riguarda la Rivista. Per gli affari amministrativi occorre invece rivolgersi al Prof. ANGELO COLINI VIA DEL COLLEGIO ROMANO, 26 - ROMA. AVSONIA- RIVISTA • DELLA • SOCIETÀ • ITALIANA DI • ARCHEOLOGIA • E • STORIA • DELL’ARTE • ROMA TIPOGRAFIA DELL’UNIONE EDITRICE VIA FEDERICO CESI, 45 1909 Gli autori sono personalmente responsabili degli articoli da loro firmati. SOMMARIO ATTI DELLA SOCIETÀ . p. I t Bonaventura Chigi Zondadari . . » III ARTICOLI: G. E. Rizzo - Antinoo Silvano - Stele scolpita da Antoniano d’Afrodisia (ta¬ vola I) . » 3 Duncan Mackenzie - Le Tombe dei Giganti nelle loro relazioni coi Nura¬ ghi della Sardegna . » i8 t E. Brizio - Una fibula romana con iscrizione . » 49 L. Correrà - Iscrizione napoletana . » 55 M. Jatta - Anfora del Museo provin¬ ciale di Bari . . » 57 G. Patroni - Una favola perduta rap¬ presentata su una stela funebre (tav. II) » yr R. Pettazzoni - Una rappresentazione romana dei Kabiri di Samotracia . . » 79 W. Amei.ung - Saggio sull’arte del iv se¬ colo av. Cristo (tav. III-V) .... » 91 Q. Quagliati - Rilievi votivi arcaici in terracotta di Lokroi Epizephyrioi . . » 136 G. Coltrerà - La base marmorea di Villa Patrizi (tav. VI- Vili) .... » 235 L. Pernier - Il disco di Phaestos con caratteri pittografici (tav. IX-XIII) . » 255 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO: R. Paribeni - Preistoria italica . . . c. i A. Della Seta - Scultura greca . . » i8 G. Coltrerà - Scultura ellenistica e ro¬ mana . » 30 G. Coltrerà - Pittura ellenistica e ro¬ mana . » 53 P. Ducati - Ceramica greca .... » 57 G. Cardinali - Epigrafia greca. . . » 74 L. Cantarelli - Storia e antichità ro¬ mane . » 112 L. Cantarelli - Epigrafia romana . » 120 L. Morpurgo - Miti e religioni. . . » 126 RECENSIONI: Reinach a. J. - L’Égypte préhistorique. Paris, Geuthner, 1908 (P. Paribeni). » 133 Helbig Wolfgang - Zur Geschichteder basta donatica in Abhandl. der k. Ge- sellsch. der Wissenschaften zu Gottin- gen X n. 3 (R. Paribeni) .... » 134 W. Deonna - Les Apollons archaiques. Genève, Georg, 1909 . » 136 W. Amelung - Die Sculpturen des Va- ticanischen Museums, voi. IL Berlino, Reimer, 1908. Testo e atl. (L. Ma¬ riani) . » 139 P. D’Achiardi- Sebastiano del Piombo. Roma, Casa editrice de «L’Arte», MGMVIII. In- 16°, pp. VII-360. Illu¬ strazioni 73 (L. Venturi) .... » 147 Lettera del Prof. Gaetano De Sanctis » 152 Lettera del P. h'RANCESco Ehrle . . » 155 NOTIZIE: L’Archeologia nel III Congresso della Società Italiana per il progresso delle scienze (B. Nogara) . » 157 Onoranze a Luigi Pigorini .... » 171 Errata corrige. SOCIETÀ ITALIANA DI ARCHEOLOGIA E STORIA DELI/ARTE Presidente Prof. DOMENICO COMPARETl’I, Senatore del Regno. idee Presidenti Prof. Rodolfo Lanciani - Prof. Liugi Pigorini - Prof. Giulio De Petra - Prof. Paolo Orsi. Consiglieri Conini. A. AI’OLLO^M - Prof. Giulio Belocii - Senat. L. Rodio - Prof. G. De .Sanctis - Conte Prof. D. Gnoli - Prof. F. Halbherr - Prof. E. Loevvv - Prof. G. Monticolo - Prof. B. Nogara - Conini. Corrado Ricci - Prof. G. E. Rizzo - Prof. A. Venturi. Segretario Prof. Lucio Mariani. ì^ice Segretarii Prof. R. Parireni - Prof. P. D’Aciiiardi. A in min istmi or e Prof. G. Angelo Colini. Revisori de’ conti Dott. PI. Ghislanzoni - Prof. P. .Seccia-Cortf.s — Cav. A. Vochieri. Comitato di redazione L. Mariani - I'. IIermanin - L. Cantarelli - A. Della Seta - G. Cultrera. ATTI DELLA SOCIETÀ, Il Consiglio direttivo ebbe a discutere più volte, nelle adunanze tenute nel primo semestre 1908, delle gravi questioni relative alla conservazione degli antichi dipinti sollevate nell'assemblea generale del 22 dicembre 1907 dai soci dott. Orbaan e prof. Mariani. Si trattò a lungo degli affreschi del camposanto di Pisa che, purtroppo, vanno soggetti a grave deperimento, e si approvarono le conclusioni che sul problema della loro conservazione presentò in una sua relazione il segretario prof. L. Mariani. Sulla questione in generale si deliberò di richiamare l’interessamento e lo studio di altre società affini, d’istituti artistici e archeologici e di persone competenti, e a tal uopo il vicepresidente prof. Lanciani dettò la seguente relazione : « Egregio Collega^ « Uno dei problemi, dei quali la nostra Società ha fatto oggetto di studio, è quello che riguarda la conser¬ vazione delle pitture murali, che di frequente tornano in luce da ricerche eseguite fra le vestigia di monumenti antichi o medievali. « Alcune recenti dispiacevoli esperienze, le quali hanno condotto, sia alla perdita, sia al deterioramento di insigni pitture, mostrano o quanto grande sia la nostra impreparazione nell’affrontare tali problemi, o quanto difficile sia la loro retta soluzione. « Dobbiamo anche riconoscere che la varietà stessa delle circostanze di luogo, di profondità, di aereazione, di luce, di esposizione verso diversa plaga di cielo, della qualità e consistenza degli intonachi, della natura della superficie da essi coperta, ecc., rende impossibile di suggerire una regola generale. « Si può in ogni caso stabilire una prima distinzione tra pitture parietarie sopra terra, come quelle di Santa Maria Antiqua, della casa paterna di Tiberio, di talune cappelle e chiese ruinose, e pitture di luoghi sotterranei e chiusi, come quelle delle catacombe, degli ipogei etruschi, dei sepolcri di via Latina, dei cripto- portici della Domus Aurea, ecc. « Questa seconda classe trovasi anche esposta ai danni prodotti da stolti sistemi d’illuminazione, che variano da luogo a luogo, secondo il capriccio dei custodi, o di chi è responsabile del loro operare. « Noi ricordiamo come, per l’incertezza appunto di una linea razionale di condotta, gli abbaini del cripto- portico della Casa d’oro sieno stati periodicamente otturati, o aperti, secondo che si cambiava pensiero circa l’azione o favorevole o contraria dell’umidità. Ricordiamo pure come le porte delle grotte etrusche sieno state alternatamente sostituite da cancelli di ferro, quando chi di ragione ha pensato che il giuoco libero dell’aria e della luce avrebbe contribuito al mantenimento dei dipinti meglio della oscurità e della umidità o viceversa. « Per ciò che concerne gli affreschi sopra terra, noi ricordiamo come la scoperta di quelli del cosidetto Auditorio Mecenaziano all’Esquilino desse luogo a molti e vari esperimenti, e all’intervento di persone del mestiere chiamate da varie parti d’Italia. E ricordiamo come quei dipinti sieno andati pure irremissibilmente perduti. « Noi indichiamo alla vostra attenzione anche il caso speciale delle superficie dipinte a cinabro, che anne¬ riscono completamente al contatto dell’aria. « Non può negarsi che il partito migliore per salvare queste opere d’arte, sempre interessanti, talvolta preziose, sia quello di distaccarle dalla parete, e trasferirle su tela, o sopra un’armatura di legno. a Ciò è stato fatto con perfetto successo per gli affreschi della Farnesina, ora nel Museo nazionale delle Terme, e per quelli di molte fabbriche colpite di distruzione per opera del piano regolatore della città. « Il pensiero che la nostra Società manifesta su questo complesso di fatti, può essere riassunto nel modo che segue : « I. Nel caso di affreschi esistenti, scoperti o da scoprirsi in luoghi sotterranei e privi o quasi privi di luce, ed esposti aU'umidità (catacombe, cripte sepolcrali, sotterranei di chiese, ecc ), sembra miglior partito quello di mantenerli e conservarli in identiche condizioni. « II. Nel caso di affreschi sopra terra, nei quali predomini il fondo a cinabro, proteggere questo dalla luce, coprendo il vano con tetto e munendo le finestre con vetri rossi. « III. Nel caso di affreschi promiscui, come quelli che furono trovati in Santa Maria Antiqua, distaccarli ilalla parete, trasferirli su tela, e ricollocarli a posto, lasciando tra la parete e il telaio una intercapedine di pochi centimetri. « IV. Nel caso di affreschi sopra terra, che sono rimasti da tempo esposti all'azione dell’aria e della luce o della pioggia, proteggerli con lastre di cristallo fissate alla distanza di tre o quattro centimetri. « i,)ueste sono le considerazioni che abbiamo creduto utile esporvi sopra argomento di cosi grave interesse per l'arte e per l'archeologia. E rivolgiamo a voi calda preghiera, perchè vogliate farne, alla vostra volta, sog¬ getto di studio, e renderci manifesto il vostro giudizio. « 11 voto collegiale delle principali associazioni archeologiche ed artistiche del Regno, indicando metodi di conservazione razionali e sperimentati, toglierebbe il pericolo di rimedi empirici che furono spesso cagione di danni irreparabili. « Per il Consiglio direttivo « della Società Italiana di Archeologia e Storia dell' Arte «Rodolfo I..*vnciani, relatore v. La Rivista della nostra Società continua ad essere accolta con plauso nel mondo degli studiosi; recensioni molto onorevoli ne sono apparse in Pagine libere, Fanfiilla della Domenica, Cultura, Reviie critiqiie, Chronique des Arte, Zentralblatt der Baurerivaltnng, Deutsche Literaturzeitung, Berliner Philologische ÌVochenschrift, Vos- sisc/ie Zeitung, Papere of thè British School at Rome, ecc. La pubblicazione, che a tutti appare cosi decorosa e onorevole, assorbe pur troppo quasi per intero le rendite annuali della .Società, a tal segno che non è stato ancora possibile aprire ai soci una sede decorosa e mettere a loro disposizione i libri che la .Società possiede. Così pure solo in scarsa misura è stato possibile attuare quella che è pur parte essenziale del programma della nostra Società: il secondare cioè l'opera esplicata dai pubblici poteri nel rinvenimento, nella conservazione e neH’illustrazione dei monumenti che riguardano l’arte e la storia del nostro paese. Per iniziativa dei soci prof. Venturi e Hermanin, la Società fece eseguire dei saggi nella cappella del Mar¬ tirologio nella basilica di San Paolo fuori le mura in Roma per verificare, se sotto l’intonaco bianco si trovas¬ sero, come si supponeva, resti di affreschi attribuibili a Benozzo Gozzoli. L’esito delle ricerche fu purtroppo negativo. La Società si adoperò vivamente, perchè il Ministero venisse nella deliberazione di acquistare la collezione di antichità prenestine già ornamento insigne della biblioteca Barberini, venduta poi a un antiquario fiorentino. L’acquisto è ora felicemente compiuto, e la .Società sente il dovere di ringraziare, oltre che il ministro, il direttore generale delle antichità e belle arti e le autorità che per dovere d’ufficio maggiormente si occuparono della cosa, anche i propri soci che prestarono spontaneamente con ogni alacrità e sacrificio del loro tempo, opera saggia ed energica a favore della cosa, e cioè specialmente gli onorevoli Roberto Galli e Nello Toscanelli. Nella primavera furono fatte delle gite sociali a Palestrina con la guida del vicepresidente prof. Rodolfo Lanciani, e a Cori con la guida dei professori Gustavo (jiovannoni, Federico Hermanin e Lucio Mariani. Inoltre il socio colonnello Mariano Borgatti illustrò con una splendida conferenza stfl luogo Castel Sant’An¬ gelo, l’insigne monumento, alla cui conservazione egli ha dedicato tanto nobili fatiche. La nostra Società ha perduto in quest’anno il socio perpetuo e già vicepresidente onore¬ vole senatore Bonaventura Chigi Zondadari, morto in Siena il 19 novembre 1908. L’on. Chigi Zondadari era nato a Firenze nel 1840; deputato di Montalcino e poi di Siena dal 1876, fu nominato nel 1892 senatore del regno. Assiduo e operoso nella vita pubblica, fu nella privata nobile esempio di patrizio italiano, solerte e intelligente nel sovrintendere alle sue aziende agricole, colto, illuminato, saggiamente liberale verso le arti e le scienze. Il sen¬ timento d’arte che ebbe squisito e ardente, lo animò sia alla tutela e alla difesa dei monumenti della sua Siena, sia alla formazione di mirabili raccolte archeologiche ed artistiche nei suoi palazzi di Siena, di Roma, di San Quirico. L’amore per la campagna, e le vedute larghe che egli aveva in fatto di agricoltura lo indussero a favorire con raro mecenatismo gli studi di fisica, di meteorologia e di mineralogia. Tanto varie e tanto nobili attività gli meritarono la stima generale, e provocarono al momento della sua morte unanimi manifestazioni del più vivo cordoglio, alle quali si associa la nostra Ausonia. IV ELENCO DEI SOCI. SOCI l'ERrF.TUI. I. Caetani principe Leone, Roma. 1. Castellani conini. Augusto, Roma. 3. Coniparetti prof, senat. Domenico, Firenze. 4. fonas Alfredo, Francoforte sul Meno. 5. Danna baronessa Fanny, Praga. 6. I.attes prof. Elia, Alila no. 7. Municipio di Milano. 8. Municipio di Roma, 9. Paganini ing. Roberto, Roma. 10. Pallavicini principe (liulio, Roma. SOCI ORDINARI. 1. Alfonsi Alfonso, Este. 2. Ambrosetti prof. Juan, Buenos .lyres. 3. Amelung prof. Walther, Roma. 4. Antonelli avv. Mercurio, Montefiascone. 5. Apolloni conim. Adolfo, Roma. 6. Associazione Archeologica Romana, Roma. 7. Aurigenima dott. Salvatore, Roma. 8 Avignone di San Teodoro avv. I loinenico, Roma. g. Uacchelli Riccardo, Bologna. 1 9. Racci dott. l’eleo, Firenze. 11. Bacile di Castiglione barone Filippo, Spongano [Lecce). 12. Bacile di Castiglione ing. (Gennaro, Bari. 13. Bagatti-Valsecchi nob. Fausto, Milano. 14. Paglioni prof. Silvestro, Roma. 15. Baldi avv. Rodolfo, Roma. 1 6. Balladoro conte Arrigo, Verona. 17. Ballerini dott. Francesco, Como. iS. Balzani conte prof. Ugo, Roma. 19. Baragiola prof. Emilio, Riva San Vitale [Canton 7'icino]. 20. Bariola dott. Giulio, Modena. 21. Barsanti cav. Alessandro, Cairo. 22 Bartoli dott. Alfonso, Roma. 23. Barzelletti prof, senat. Giacomo, Roma, 24. Basile ardi. prof. Ernesto, Palermo. 25. Beloch prof. Giulio, Roma. 26. Benedetti prof. 1). Enrico, Roma. 27. Bensa prof, senat. Paolo Emilio, Genova. 28. Biancale dott. Michele, Tivoli. 29. Bianchi-Cagliesi dott. 1 •. Vincenzo, Roma. 30. Biblioteca del Nuovo Circolo, Roma 31. Biblioteca Municipale, Emilia. 32. Blaserna on. senat. Pietro, Roma, 33. Boccardi marchesa Anna, Roma. 34. Podio on. senat. Luigi, Roma. 35. Boella dott. D. Ferruccio, Alba. 36. Boffi prof. Angelo, Alar tara. 37 Bonarelli conte dott. Guido, Gubbio. 38. Bonci-Casuccini nob. dott. Emilio, Chiusi. 39. Boncompagni principe mons. Ugo, Roma. 40. Boni ardi. comm. Giacomo, Roma. 41. Bordonaro di Chiaromonte on. senat. Gabriele, Pa¬ lermo. 42. Borgatti col. Mariano, Roma. 43. Boselli on. Paolo, Roma. 44. Bragg miss II. B., Roma. 45. Bragg miss S. B., Roma. 46. Breccia prof. Evaristo, Alessandria d'Egitto. 47. Bruuelli-Bonetti conte Antonio, Padova. 48. Bulwer miss Agnese, Roma. 40. Bulwer miss I torà, Roma. 50. Caetani-Lovatelli donna Ersilia, Roma. 51. Gagnola GvAAo. Alilano. 52. Calonghi prof. Eerruccio, Genova. 53. Calvia prof. Giuseppre, ALores (Sassari). 54. Campanini prof. Naborre, Reggio Emilia. 55. Campi nob. Luigi, Cles ( Trentino). 56. Campjori march. Matteo, Alodena. 57. Cannizzaro ing. arch. Mariano, Roma. 58. Cantalamessa prof. Giulio, Roma. 58. Cantarelli prof. Luigi, Roma. 60. Capaldo on. dep. Luigi, Sant' Angelo dei Lombardi 61. Cappelli march. Alfonso, Aquila. 62. Cardinali prof. Giuseppe, Genova. 63. Garetti prof. Giulio, Alitano. V 64. Castelfranco prof. Pompeo, Milano. 65. Cavagna-Sangiuliani conte comm. Antonio. 66. Cavallari-Cantalamessa dott. Giulia, Torino. 67. Cerruti on. senat. Valentino, Ro?na. 68. Corvetto prof. Luigi Augusto, Genova. 69. Cesano dott. Lorenzina, Roma. 70. Chigi principe Mario, Roma. 71. Ciaccio dott. Lisetta, Roma. 72. Cian prof. Vittorio, Pisa. 73. Ciccaglione prof. Federico, Calania. 74. Cocchi prof. Igino, Firenze. 75. Coletti dott. Luigi, Treviso. 76. Colini prof. Giuseppe Angelo, Roma. 77. Columba prof. Gaetano Mario, Paler?no. 78. Cora prof. Guido, Roma. 79. Correrà prof. Luigi, Napoli. 80. Cottafavi on. dep. Vittorio, Alodena. 81. Croce Benedetto, Napoli. 82. Cugia di Sant’Orsola march. Diego, Roma. 83. Cultrera dott. Giuseppe, Roma. 84. Curtopassi contessa Camilla, Roma. 85. D’Achiardi dott. Pietro, Roma. 86. Dal Borgo dott. Pio Paolo, Pisa 87. Dalla Vedova on. sen. Giuseppe, Roma. 88. D’Ancona dott. Paolo, Firenze. 89. Danesi cav. Cesare, Roma. 90. Da Ponte dott. Pietro, Brescia. 91. De Amicis prof. Vincenzo, Alfedena {Aquila). 92. De Bernardi Antonio, Nuoro. 93. De Filippi dott. Filippo, Roma. 94. Dei ing. Giunio, Roma. 95. Della Seta dott. Alessandro, Roma. 96. Della Torre dott. Ruggero, Cividale del Friuli. 97. Delogu prof. Pietro, Catania. 98. De Mandato cav. Arcangelo, Costantinopoli. 99. De Marchi prof. Attilio, Milano. 100. De Nicola dott. Giacomo, Roma. 101. De Petra prof. Giulio, Napoli. 102. De Ruggiero prof. Ettore, Roma. 103. De Ruggiero prof. Roberto, Cagliari. 104. De Sanctis avv. Eiiippo, Roma. 105. De Sanctis prof. Gaetano, Torino. 106. Di Casamichela prof. Giovanni, Lucca. 107. Di P'abio prof. D. Adelchi, Roma 108. Di Lullo prof. Antonio, Isernia. 109. Di San Martino cohte Enrico, Roma. no. Di Scalea principe senat P'rancesco, Palermo. 111. Ducati dott. Pericle, Bologna. 11 2. Eusebio prof. Federico, Genova. 11 3. Fago dott. Vincenzo, Cairo. 114. Felissent conte Giangiacjmo, Treviso. 11 5. Ferrari prof Ettore, Ro?na. 11 6. Ferraris contessa Angiolina, Roma. 11 7. Festa prof Nicola, Roma. 118. Filangieri di Candida conte dott. Antonio, Na¬ poli. 1 1 9. Fiocca arch. Lorenzo, Perugia. 120. Fogazzaro on. senat. Antonio, Vicenza. 121. Fonteanive avv. Rodolfo, Roma. 122. Fracassetti prof Francesco, Bologna. 123. P’raccaroli prof Giuseppe, Torino. 124. Franchi de’ Cavalieri dott. Pio, Roma. 125. Fraschetti dott. Attilio, Tivoli. 126. Frati prof Carlo, Venezia. 127. Frova dott. Arturo, Milano. 128. Gallavresi dott. Giuseppe, Milano. 129. Galli prof D. Ignazio, Velletri. 130. Galli on. dep. Roberto, Roma. 13 1. Gallina prof Francesco, Napoli. 132. Gallo Boleslao, Roma. 133. Gamurrini prof. Gian Francesco, Arezzo 134. Ganga prof Pietro, Nuoro [Sassari). 135. Garlanda prof Federico, Roma. 136. Gattini conte Nicola, Matera. 137. Gentiloni-Silveri conte Aristide, Tolentino. 138. Gerini col. G. B , Cisano sul N'eva. 139. Gerola dott. Giuseppe, Verona. 140. Gervasio dott. Michele, Bari. 141. Ghirardini prof Gherardo, Bologna. 142. Ghislanzoni dott. Ettore, Roma. 143. Giorgi prof. Ignazio, Roma. 144. Giovagnoli on. dep. Raffaello, Roma. 145. Giuffrida-Ruggeri prof. Vincenzo, Napoli. 146. Giussani ing. Antonio, Como. 147. Giusti Domenico, Roma. 148. Gnoli conte prof Domenico, Roma. 149. Grampini Ottavio, Roma 150. Greppi conte Emanuele, Milano. 15 1. Grossi-Gondi prof l'elice, Roma. 152. Guidi prof Ignazio, Roma. 153. Plalbherr prof Federico, Roma. 154. Helbig prof Wolfgang, Roma. 155. Hermanin prof Federico, Roma. 156. Hiilsen prof Christian, Roma. 157 Jatta on. dep. Antonio, Ruvo di Puglia. 158. Jatta dott. Michele, Ruvo di Puglia. 159. Jerace prof P’rancesco, Napoli. t6o. Joppelli prof. Gaetano, Aapoli. 16 1. Raro prof Georg, Atene. 162 Lanciani prof Rodolfo, Roma. 163. Lecca-Ducagini cav. Giulio, Roma. 164. Locatelli cav. Giacomo, Fontanella .Mantovana. 165. Loddo dott Romualdo, Cagliari. 166. Loevvy prof Emanuele, Roma. 167. Lupacchioli avv. Scipione, Roma. 168. Lupatelli prof. Angelo, Perugia. VI 169. Lusignani prof, l-uigi, Parma. 1 70. .Macchioro doti. Vittorio, Pavia. 171. Magni dott. Antonio, Milano. 172. Malaguzzi- Valeri conte dott. Francesco, Milano. 173. Malvezzi conte dott. Aldobrandino, Bologna. 174. Mancini prof. Ernesto, Roma. 175. Marchi dott. Antonio, Roma. 176. Mariani prof. Lucio, Pisa. 177. Marietti dott. Antonio, Milano. 178. Mariotti on. senat. tiiovanui, Parma. 179. Martinori ing Edoardo, Roma. iSo. Marcasi avv. Vittorio, iVaf’oli. 18 1. Mauceri dott. Enrico, Siracusa. 182. Mauceri ing. Luigi, Roma. 183. Mazzoni Pieiro, Firenze. 184. Mele avv. Augusto, iVapoli. 1S5. Mercati mons. Giovanni, Roma. 186. Milanese prof- ( iiovanni, ’lrcviso. 187. Milani prof. Luigi Adriano, Firenze. 188. Minto dott. Antonio, Dolo (ì'enezia). 189. .Monteverde on. senat. tdulio, Roma. 190. Monticelo prof. (Iiovanni, Roma. 19 [. Montrésor on. prof. Luigi Massimiliano, Roma. 192. Montuori avv. Raffaele, Napoli. 193. Moore miss Lucia, Roma. 194. .Moris magg. Mario, Roma. igS. Morpurgo dott. l.ucia, Roma. 196. Morpurgo Renato, Alessandria d'Egitto, 197. Mosso on. senat. .\ngelo, Torino. 198. Miiller Carlo, Intìa (Novara). 199. .Municipio di Frascati. 200. Municipio di Marino. 201. Municipio di Napoli. 202. Municipio di Venezia. 203. Munoz dott. Antonio, Roma. 204. Museo archeologico, Ancona. 205. Museo civico Correr, ì'enezia. 206. .Museo nazionale romano. 207. Museo preistorico-etnografico e Kiicheriano, Roma. 20S, Naggiar Carlo, Alessandria d' Egitto. 209. NanJini ing. (ireste, ì'clletri. 210. Negrioli dott. Augusto, Pologna. 21 1. Nogara prof. Bartolomeo. Roma. 212. Norsa bey, Alessandria d'Egitto. 213. ( (ngaro arch. prof. Massimiliano, Venezia. 214. ( Irbaan dott. J., Roma. 215. Origoni Luigi, Milano. 216. Orsi prof. Paolo, Siracusa. 217. (Jstini cav. Alessandro, Roma. 218. (Jzzola dott. Leandro, Roma. 2ig. Pace Biagio, Palermo. 220. Paolozzi conte Claudio, Roma. 221. Paribeni dott. Roberto, Roma. 222. Pascal prof. Carlo, Catania. 223. Ihisquali dott. Cnorgio, Roma. 224. Pasquinangeli avv. Giocondo, Roma. 225. Patroni prof. Giovanni, Pavia. 226. Peccliiai Pio, Roma. 227. Pedace prof. Andrea, Reggio di Calabria. 228. Pedroli prof. Uberto, Bologna. 229. Pellati dott. F'ranz, Roma. 230. Pellegrini prof. (Museppe, Padova. 231. Perali Pericle, Roma. 232. Perazzi signorina Lina, Roma. 233. Pernier dott. Luigi, Firenze. 234. l’estalozza dott. Uberto, Milano. 235. Petitti di Roreto conte generale Alfonso, Alba. 236. Pettazzoni dott. Raffaele, Bologna. 237. Pigorini pirof. Luigi, Roma. 238. Poggi avv. ( laetano, Genova. 239. Poggi comm. Vittorio, Savona. 240. Pompili on. dep. ( luido, Roma. 241. Fontani dott. Costantino, Roma. 242. Popert signorina Carlotia, Roma 24j. Pranzetti comm. Carlo, Roma. 244. Pressi dott. Eloisa, Roma. 245. Pribram prof. Alfred, Praga. 246. Prosdocimi prof. Alessandro, Este. 247. Pugliesi-Marino prof. Salvatore, Catania. 248. Puschi prof. Alberto, Trieste. 249. Putortì prof. Nicola, Roma. 250. (Quagliati prof. (,)uintino, Taranto. 251. Retrosi prof. Emilio, Roma. 252. Ricci prof. comm. Corrado, Roma. 253. Ricci prof. .Serafino, Plilano. 254. Ridola on. dep. Domenico, dilaterà. 255. Rivoira comm. Gian Teresio, Roma. 256. Rizzo prof. Giulio Emanuele, Torino. 257. Rosadi on. dep. Giovanni, Firenze. 25S Rossello pjrof. Adolfo, Genova. 259. Rossi prof. Pietro, Siena. 260. Rossi avv. Pasquale, Roma. 261. Sacelli prof. Pericle, Cremona. 262. Salinas prof. Antonino, Palermo. 263. .Santamaria Pietro, Ronia. 264. Savignoni prof. Luigi, Roma. 265. .Savini cav. Francesco, Teramo. 266. .Scano ing. Dionigi, Cagliari. 267. .Scaravelli Annibaie, Ro?na. 268. Scarzello (Jreste, Genova. 269. Schiaparelli prof. Celestino, Roma. 270. Schiaparelli pirof. Ernesto, Torino. 271. Schulz prof. Joseph, Praga. 272. Scialoia on. senat. Vittorio, Roma. 273. Scipioni prof. Scipione, Ascoli Piceno. 274. Scotti cav. Luigi, Piacenza. VII 275. Scrinzi prof. Angelo, Venezia, 276. Seccia-Cortes prof. Pasquale, Marino (Roma). 277. Seletti avv. Emilio, Milano. 278. Serafini prof. Camillo, Roma. 279. Sergi prof. Giuseppe, Roma. 280. Sim miss S., Roma. 281. Soragria march. Antonio, Milano. 282. Sordini prof. Giuseppe, Spoleto. 583. Spadolini prof. Ernesto, Ancona, 284. Spalletti-Rasponi contessa Gabriella, Roma. 285. Spano doti. Giuseppe, Pompei. 286. Spighi arch. prof. Cesare, Firenze. 287. Spinelli barone Marcello, Napoli. 288. Staderini prof Giovanni, Roma. 289. Stampini prof Ettore, Torino. 290. Stara-Tedde dott. Giorgio, Roma. 291. Stettiner comm. Pietro, Roma. Sticotti prof Piero, Trieste. 293. Supino prof Igino Benvenuto, Bologna. 294. Tambroni avv. Ugo, Roma. 295. Taramelli prof Antonio, Cagliari, 296. Tarasi Michele, Roma. 297. Taverna conte Paolo, Roma. 298. Tedeschi prof Enrico, Padova. 299. Terzaghi dott. Nicola, Firenze. 300. Tiranti prof. Vittorio, Firenze. 301. Tirelli avv. Adelchi, Roma. 302. Toesca dott. Pietro, Torino. 303. Tognola cav. Paolo, Roma. 304. Tommasini on. senat. Oreste, Roma. 305. Tonnini prof Silvio, Bologna. 306. Toscanelli on. dep. Nello, Po}itedera. 307. Trasatti Raffaele, Roma. 308. Traverso ing. Giovanni Battista, Alba. 309. Tropea prof Giacomo, Padova. 310. Turchi prof D. Nicola, Roma. 31 1. Vanacore dott. Francesca, Castellammare di Stahia 312. Vasari cav. Alessandro, Roma. 313. Venturi prof. Adolfo, Roma. 314. Venturi dott. Lionello, Roma. 315. Viale comm. Clemente, Roma. 316. Vigoni on. senat. Pippo, Milano. 317. Vitelli prof Girolamo, Firenze. 318. Vochieri cav. Andrea, Frascarolo (Pavia). 319. Zanardi col. Roberto, Bologna. 320. Zanca arch. prof Antonio Palermo. 321. Zannoni arch. prof Antonio, Bologna. 322. Zippel prof. Giuseppe, Roma. 323. Zocco-Rosa prof. Antonio, Catania. 324. Zottoli dott. Giampietro, Salerno. ARTICOLI Ausonia - Anno III. AN TINOO-SILVANO. STELE SCOLPITA DA ANTONIANO D’AFRODISIA {*). (Tav. Ij. Silvano fama est veteres sacrasse Pelasgos, arvorum pecorisqtie deo, lucumque diemque, qui primi fines aliquando habuere Latinos. Vero. Aen. Vili, v. 600 ss. Dagli ultimi pendii de Monti Albani degradanti verso il mezzogiorno, si stende quella parte della Campagna, compresa fra la Via Appia, ad oriente, e un’altra via antica ■ — di cui affiora qua e là il selciato, fra le grame erbe e gli arbusti — che ricongiungeva Lanuvium ad Antium. Lungo questa linea è il latifondo Torre del Padiglione, a cui dà nome la disadorna torre feudale, che imperava fosca sulla distesa dei campi quasi deserti. Intorno alitano le memorie degli Dei indigeti dei Volsci, dai superstiziosi san¬ tuari di luno Sospita, della Fortuna Gemina, della Mater Matuta ; e 1 nomi nuovi della Campagna, pieni di leggende e di pensoso per quelle solitudini, fan si che rapida i giorni tristi in cui passò, per le (*) Il ritardo nella pubblicazione di questo mio arti¬ colo, già scritto da alcuni mesi, è dovuto a ragioni personali, ch’io spero apprezzabili, considerando l’uf¬ ficio che tenevo, quando avvenne la scoperta dell'opera d’arte; scoperta che fu regolarmente denunziata proprio a me, come Direttore del Museo Nazionale Romano, e della quale informai subito la Direzione Generale per le Antichità e Belle Arti. (Lettera del 28 dicembre 1907, n. 495. A norma dell’art. 376 del regolamento 17 lu¬ glio 1904, la denunzia della scoperta fortuita degli og¬ getti d’antichità deve essere fatta al Sovrintendente, che non era ancora nominato). La mia relazione uffi¬ ciale poi, vide la luce nelle Notizie degli Scavi, fase. II, febbraio 1908, p. 48 e segg. Ma intorno al rilievo di Antinoo cominciarono assai presto a ronzare sensali e seccatori ; sì che non fu dif¬ ficile ad alcuni zelanti informatori di dare dell’opera d’arte premature notizie, della qual cosa io ho creduto opportuno lamentarmi pubblicamente. G, E. R. paure, nel silenzio evocatore di chi vaghi l’anima senta, quasi, e riveda nell’imagine vie ampie, per i campi colti, per le ville La pubblicazione quasi contemporanea del rilievo di Antoniano, fatta dal nostro eh. collaboratore prof. G. E. Rizzo negli estratti di Ausonia, divulgati fino dal mese di agosto, e dal prof P. Gauckler nei C. R. de l'Acad. des II. e BB. LL., 1908, p. 338-347, ha dato luogo ad una controversia d’indole delicata sul diritto di prece¬ denza Oltre a ciò che è detto nella nota qui accanto, sta il fatto che l’incarico di illustrare il rilievo era stato affi¬ dato dall’Istituto di Fondi Rustici al Rizzo (v. T. Poggi, Relazione intorno all’anno agrario igoò-goq [Istituto di Fondi Rustici], p. 181) sino dalla prima ispezione fatta dal medesimo sul luogo del trovamento, il io gen¬ naio 1908. E se tale pubblicazione ha dovuto proro¬ garsi sino al mese in cui fu divulgato l’estratto, la Re¬ dazione ha il dovere di riconoscere che il ritardo è dovuto a circostanze eccezionali, tra le quali non ul¬ time le difficoltà tipografiche sorte per la stampa del presente volume. D’altra parte il presidente dell’Istituto dei Fondi Rustici ha dichiarato che, dopo trascorso pa¬ recchio tempo dalla data della scoperta, altre persone hanno avuto la facoltà di dar notizia del rilievo; della quale misura, però, nè la Redazione, nè il Rizzo sono stati informati, (AA d. R.). 4 — eleganti e quiete, la distruzione: e i boschi, già sacri, arsero, e le acque male el)bero, sulle terre sfortunate, imperio di squallore e di morte. Tacque, per secoli, la feconda opera degli uomini: le rovine e l’oblio copersero perfino la fede nella vita lieta, nella prosperosa fertilità di quei campi. Ora che l’industria e le congiunte forze del denaro han sottratto Torre del Padi¬ glione all’ignavia secolare dei .Signori, si tenta, con lenti principi ma sicuri, di fecon¬ dare di nuovo le già deserte terre, ridonandole al rumore del lavoro e della vita : ed auspicio lieto per quest’opera di civiltà iniziata dall’Istituto dei Fondi Rustici, è la scoperta della quale qui parlo; auspicio di ricchezza, a cui l’arte dà un’impronta antica, quasi pagana. Un breve tratto della vasta tenuta era stato scelto per impiantarvi un vigneto: e proprio all’inizio dei lavori per dissodare il terreno, risorse, nei primi giorni del dicembre passato, la marmorea imagine di Antinoo vendemmiatore, apparizione della feconda vita che questi campi allietava nei secoli passati. Se l’evento, quasi poetico, della scoperta prepara l'anima nostra ad ammirare l’opera d’arte, questa non ha poi bisogno di parole di lode, poiché bella di per se stessa. Sarà piuttosto nostro, forse non difficile e certamente gn l.^issimo compito, spiegarne il soggetto ed asse¬ gnarle il posto che le spetta nella storia dell’arte, ricercandone criticamente le fonti della concezione e delle forme e il magistero dello stile e della tecnica. Giaceva, dunque, il rilievo a circa un metro di profondità dal piano di cam¬ pagna, in mezzo agli ultimi e veramente miserandi avanzi di una villa romana, ' con la faccia scolpita verso la terra che, madre sempre pia, lo aveva celato nel suo seno e protetto chi sa per quanti secoli: ed a ciò se ne deve la conservazione quasi perfetta. Ma per la villa abbandonata, nell’ora della rovina, eran divampate ‘ 'trascrivo dalla citata mia relazione nelle degli scavi (anno 1908, fase. II) alcuni cenni descrit¬ tivi delle rovine e di qualche frammento antico: «La parte del terreno, scelta dall'on. prof. 'l'ito Poggi, di¬ rettore dell'Istituto di Fondi Rustici, per rimpianto di un vigneto, presentava un lieve innalzamento dal piano di campagna; e iniziati i lavori, non tardarono ad ap¬ parire tracce di antiche fabbriche, tatuando visitai il luogo, potei esaminare avanzi di impiantito con rozzi mosaici a bianco e nero, rocchi di piccole colonne e capitelli di peperino di sagoma tuscanico-romana, mat¬ toni (non potei trovare esemplari con bollo) e fram¬ menti di lastre di marmo per rivestimento di pareti e per pavimenti. « Potei inoltre vedere due pezzi di Jistulae aquariae, di medio modulo, una col bollo: HERMES FECI't, e l’altra col bollo male impresso e molto corroso. « Non era possibile seguire le tracce dei muri o avere un’ idea qualsiasi della ])ianta del fabbricato, per¬ chè l’opera del lavoro agricolo non mirava a questo fine. Del resto, più che rovine considerevoli, potevan vedersi lievi tracce di antiche fabbriche di età impe¬ riale romana, probabilmente avanzi ultimi di una pic¬ cola villa, da secoli completamente devastata e spogliata. « Qua e là, sul terreno, altri avanzi fu dato racco¬ gliere, compreso un frammento di iscrizione sepolcrale su lastra di marmo » (pubblicato nelle citate A'olizie). Ringrazio il mio onorevole amico comm. Emilio Ma- raini, che primo mi diede privata notizia della scoperta; e ringrazio pure gli altri componenti la Direzione del¬ l’Istituto dei Fondi Rustici per le ccrtesie usatemi. Ma assai più grato io vorrei e dovrei dichiararmi, se co- desti onorevoli signori non cedessero a troppo rigidi criterii amministrativi, resistendo alla cupidigia di esal¬ tati collezionisti più o meno americani, avidi sempre di spogliare l’Italia de’ suoi tesori d’arte, 5 — le fiamme, che arsero intorno alla marmorea imagine pensosa, custode dei campi, p ne oscurarono e calcinarono quasi tutta la superficie: onde questo può dirsi quasi runico danno sofferto dall’opera d’arte, danno certamente non lieve, come quello che ne compromette la durata tielFavvenire, e nuoce non poco aH’effetto della bellezza. ' È scolpito il rilievo in un marmo di grana fine e spessa con piccoli cristalli lucenti, ch’io giudico — non senza qualche riserva — marmo lunense, difficile pre¬ sentandosi, per le condizioni delle quali ho parlato, la disamina del materiale, ed essendo pure questa disamina, nel caso nostro, per quanto dopo dirò, di singolare importanza. È alto m. 1.43, largo alla base m, 0.63. e all’estremità superiore m, 0.69; spesso, nella media, m. o.ii. In forma di stele, chiusa intorno- da cornice composta di un semplice piano e di una gola, ha nella parte inferiore un « aggetto » che serve di base alla figura. Il lavoro della faccia posteriore è lasciato grezzo di martellina; e il piano esterno dei lati, anch’esso non rifinito e lascialo di scalpello, ha tre intaccature su ciascuna parte: onde è lecito dedurre che il rilievo dovesse essere incastrato e fermato da grappe di ferro, lungo i lati lunghi. Ma questo facile accertamento non ci dà un’ idea precisa sulla destinazione del rilievo, resa ancor meno comprensibile " notevole rastremazione che esso presenta dall’alto al basso, e che raggiunge, anche nel campo interno, la differenza di circa sette centimetri. L’unica congettura possibile, è che il rilievo fosse incluso (dentro un’edicola?) fra due -pilastri ra.stremati in senso inverso cioè, dal basso alfalto; ma la rastremazione dei pilastri avrebbe dovuto essere così accentuata, che la congettura diventa, per questo, meno probabile; salvo che non si voglia ammet¬ tere per i pilastri -una forma insolita ed eccezionale. Esso non è scolpito in un sol pezzo-; forse perchè, progredita già l’opera, il marmo presentò qualche mancanza nella parte superiore, che convenne scolpire separatamente e ricongiungere con ben dissimulato artificio. La linea della sutura va dall’altezza del grappolo d’uva, che si vede a sinistra, fino alla testa delia figura e fino al peduncolo dell’altro grappolo e alla cornice. Questo pezzo fu ricongiunto con abile opera di tassello nelle due superficie accostate, mercè due pernii di bronzo in forma di doppia ascia, che sono, anche oggi, serviti a tener fermo il pezzo che s’era distaccato. Convenne allo scultore, per il disgraziato incidente occorsogli nel¬ l’opera, scolpire la parte superiore della testa in un tassello da ricongiungere, il quale è andato perduto. E mancano inoltre l’ultima falange del mignolo della mano destra e del pollice della sinistra; e l’oggetto, anch’esso lavorato a parte, che Antinoo teneva nella mano sinistra abbassata, oggetto che sapremo qual fosse. In tutto il resto la conservazione è ottima, se ne togli le parti che maggiormente ebbero a soffrire per l’azione del fuoco. * La fotografia su lastra ortocromatica attenua di molto questo difetto. 6 Il rilievo rappresenta Antinoo, volto verso la sua destra, vestito di una breve tunica esomide, con corte maniche, la quale lascia libero tutto il braccio destro? nuda la spalla e parte del torace; e, cinta alla vita, ricade con morbidissime pieghe, formando un ricco kolpos. La testa chiomata e coronata di un serto di pino, è lievemente reclinata sulla destra; e lo sguardo pensoso è rivolto verso il punto a cui tende l’azione della figura. Dietro la cornice del rilievo spunta un tralcio di vite, che si svolge accanto e sopra la testa di Antinoo; il quale accosta la mano armata di una ben costrutta roncola, per recidere il tralcio, da cui pendono, fra pampini e viticci, due grappoli d’uva. Nella sinistra abbassata, con le dita lievemente inarcate, si vede ancora, scol¬ pita sul fondo del rilievo, Testremità di un ramo, che penetra nel pugno semiaperto, dentro il quale andava ad innestarsi (lavorato a parte, come il tassello dimostra) un ramoscello, certamente di pino, attributo costante della figura, nel modo in cui lo scultore l’aveva concepita, e che sarà presto da noi dichiarato. Dal lato destro, a metà nascosto dalla cornice del rilievo, sta un cane, che sol¬ levando il muso arguto, reclinate indietro le lunghe orecchie sottili, par che partecipi all’azione che il suo signore sta per compiere. E accanto alla figura, dall’altro lato, vedesi un’ara con alto basamento, e su di essa i dolci frutti dell’autunno e una grossa pigna. Ed anche l’ara si suppone che continui dalla parte sinistra ; onde è da osser¬ vare che la cornice non serve tanto per adornare la rappresentanza figurata, ^quanto per circoscrivere il bel quadro in armonica elegantissima compostezza di linea, nascondendo una parte degli accessori: dell’ara, cioè, del cane e del tralcio. La faccia anteriore dell’ara fu scelta daU'autore come la parte più adatta per incidervi il suo nome, in nitide lettere, dai contorni precisi e sicuri: I La figura, che è disegnata quasi di profilo nella metà inferiore del corpo, si svolge quasi al pieno prospetto nel torace e nel braccio destro; e torna di profilo nella testa, della quale è appena espressa, salendo di scorcio dal piano del rilievo, una 7 piccola parte della fronte e dell’occhio destro. Lo schema è quello policleteo del Doriforo, ma con inverso movimento delle braccia: la figura pianta sulla gamba destra, mentre la sinistra, ripiegata e tirata indietro, poggia sulla base soltanto per l’estremità delle dita. Or accanto a questa gamba in movimento sta il braccio fermo e disteso, come accanto alla gamba destra in riposo sta il braccio in movimento: azione c h i as t i c a che non può sfuggire, per un giusto apprezzamento stilistico di questo assai notevole rilievo. Insigne per morbidezza di modellato, per pluralità di piani degradanti, per finezza di tocco, è il nudo della figura; nella quale ci sarebbe appena da rimprove¬ rare il polso troppo largo e quadrato della mano destra. Nè minore è l’arte del panneggio, nel ben dissimulato studio delle pieghe semplici, ne’ bei piani larghi, nell’accuratezza quasi eccessiva, per cui l’artista volle inciso persino il doppio contorno delle cuciture negli orli, con studio scrupoloso del vero. E tutta la super¬ ficie della scultura, sia nel nudo che nel panneggio, non ha quella fredda leviga¬ tezza, che nuoce all’effetto di alcune sculture dell’età adrianea; ma è lasciata di raspa sottile, specie nella esomide, in relazione, direi quasi, di colore e di tatto con le parti nude. La testa, bellissima, ha tutte le impronte generali del « tipo » di Antinoo. La fronte, quasi per intero velata dai folti riccioli ricadenti, con lieve distacco dalla linea del naso, robusto insieme e delicato di contorni (e nel nostro rilievo in¬ tatto!); le labbra tumide e carnose con la profonda insenatura del breve mento che scende alle linee sinuose del collo; l’occhio assai incavato verso l’angolo interno ed ombreggiato dalle folte lunghe sopracciglia plasticamente espresse; e la fiorente ricchezza della chioma inanellata: tutti questi caratteri noi siamo avvezzi a vederli nelle numerose riproduzioni di Antinoo. Ma, sia detto in principio, il nostro scultore pare che tenda ad un’imagine più raffinata e più sentimentale della malinconica e sensuale bellezza del giovinetto bitinio. Nè questo rilievo è di quelle opere d’arte nelle quali le parti secondarie e gli accessori possano, talvolta, esser trascurati. Qui tutto ha avuto dallo scultore diligentis¬ simo la stessa cura : il cane è un modello di finitezza, nei passaggi delle forme asciutte, ombreggiate da lieve pelo; nei denti che si intravedono pel ghigno caratteristico della bestia contenta e quasi sorridente ; nelle zampe nervose dalle robuste unghie. I pampini radi del pieghevole tralcio (della cui corteccia sono e.spresse sino le vena¬ ture), scolpiti con morbida freschezza, sembrano leggermente adagiati, l’uno accanto all’altro, sulla superficie del rilievo : e tanto essi che il tralcio ed i grappoli si svol¬ gono in piano, con evidente ritorno alla schematica semplicità di un’arte più antica, lontana dalla tecnica « illusionistica » con cui sono scolpiti i rami e le foglie nei rilievi ellenistici o augustei. !(! Hi * j\Ia se deH’esame dell’opera d’arte in sè e ne’ snoi caratteri esterni, passiamo al concetto al quale essa è informata, noi troveremo maggior compiacimento, perchè nuovo è, per noi, il pensiero che ha guidato l’artista; e nuova è, pur nella serie assai varia e numerosa delle rappresentazioni plastiche di Antinoo, codesta nostra imagine del giovine bitinio con tutti gli attributi di Silvano. Nessun dubbio, infatti, che l’ara accanto ed il cane, la roncola e l’azione istessa che il Nume con essa sta per compiere, e il serto di pino che gli ricinge il capo, e il ramoscello ch’egli tenea nella mano sinistra, nessun dubbio che tutti cjuesti attributi siano propri di quella divinità italica, che era concepita come Genio tute¬ lare dei boschi, dei campi colti e delle greggi. Nell’arte romana, .Silvano era per lo più rappresentato ignudo o con pelle ca¬ prina disposta a mo’ di clamide e con calzari ; barbato era il tipo della faccia. L’ara e il cane non mancano mai in queste rappresentanze figurate, ' e ciascuno dei pre¬ detti attributi della rustica divinità ha un valore simbolico, sul quale non credo qui necessario d’insistere. * Ora se la concezione artistica dell’ Antinoo è essenzialmente dionisiaca (Antinoo Braschi, ecc.), e se egli è anche effigiato sotto le sembianze di Hermes, di Apollo, di Ganimede, di Adone, ^ non mancano però rappresentanze con gli attributi di divi¬ nità italiche e romane, come Ì^eiiitiìinus. Affine, anzi, per il concetto svolto nella figura del nostro rilievo, è la statua di « Antinoo-Vertumnus », nota per due esemplari restaurati, ma di tipo accertato, e con gli attributi sicuri, '' cioè col caratteristico seno dell’abito riboccante di fiori e d' frutti, sorretto dalle due mani abbassate. jMa nel rilievo di Torre del Padiglione, più che un adattamento della figura ad una divinità romana, abbiamo una vera e propria « contaminatio » di due concetti : ' Cfr. princii>almente .-hinali dell' htitiito, lS66, p. 210 ss.; Bulle//. Cnmun., 1S74, P- 183 ss., lav. ig. Notissimo termine di confronto è il mosaico del Museo lateranense; Bennuorf tt. .Sciioene, n. 551; IIelbig, F'ùhrer I”, n. 719. Cfr. A?iiiali dell' Isti/u/o, 1864, p. 174 ss., tav. d’agg. LM, 4. " Cfr. le osservazioni di 1’. K. Visconti, nel citato scritto del Biill. Comnn. La pigna sull'ara e il serto di pino convengono a Silvano; e un ramo di pino o un giovine cipresso ( • Et teneram ab radice ferens, Sil¬ vane, cupressum » Vergie., Georg., I, 20) teneva egli nella sinistra; e nella destra la roncola o il falcetto per i lavori agricoli (« Inutiles falce ramos amputans | feliciores inserii» IIorat., Epod., X, iii. Il nostro Antinoo-Silvano non pota, nè innesta le viti, ma ven¬ demmia. Cfr. anche Vergil., Ecl., X, 24, s. ì Cfr. la esauriente e soverchiamente statistica enu¬ merazione dei « tipi » di Antinoo, nel noto libro del 1 >lETR[CHSON, An/inoos. — Eitie kunslarc/uiol, Uu/ers., Christiania, 1 884. Posteriormente al libro del Ltietrichson, sono sfate scoperte altre statue di Antinoo, fra le quali primeggia quella di Itelfi. Mi riferisco alla statua trovata presso Ostia, ora nel Museo lateranense, Benndorf ti. Schoene, n. 79; IIelbig, Eu/irer B, n. 653. La testa è moderna, ma le forme del corpo, specialmente del torace caratteri¬ stico, sono indiscutibilmente di Antinoo. Il restauro è poi reso sicuro dal confronto con l’altra statua della Collezione .Smith-Barry, Cl.>\RAC, 946, 2430; Dietrich- SON, op. cit., n. tot, fig. 33. 9 greco l’uno, Knimoo-Dionysos (prima concezione del « tipo » artistico) ; romano l’altro, Silvanus. Ed è veramente felice questa « contaminatio », che sa conservare intatti i caratteri della greca dionisiaca bellezza di Antinoo, nella trasformazione simbolica per cui egli diventa l’italico Genio custode dei campi e delle ville: ond’è che nella tipologia dell’ Antinoo come opera d’arte, questo fatto è nuovo. ‘ * sH * Or se da un canto abbiamo, nel nostro rilievo, una scultura di età certa, poste¬ riore, sicuramente di pochissimi anni, alla morte di Antinoo (130 d. Cr.), dall’altro essa è firmata da uno scultore finora ignorato, ma pertinente ad un ciclo di artisti, deter¬ minato dalla patria comune, Afrodisia nella Caria. Fra le non poche firme di codesti scultori, apparse su statue e su frammenti,^ quella di Antonianos è nuova ; come nuovo, o quasi, è il nome, che ha impronta romana, e che non è certo quello ori¬ ginario dell’artista.^ Sugli altri scultori di Afrodisia che noi conosciamo, Antoniano occuperà, d’ora innanzi, un posto segnalato. Tecnici a lui non inferiori ci si mostrano Aristeas e Papias ne’ due Centauri capitolini, rifacimenti di tipi già costituiti nell’arte elleni¬ stica. Buon sentimento di stile ci svela Koblanos, ^ nella testa, che credo anch’io lar¬ gamente mironiana, del giovine Pugile di Sorrento. Ma Antoniano eccelle, oltre che per fine magistero di tecnica, per sentimento delle forme classiche, alle quali rimane singolarmente fedele, come un buon umanista, che miri al rinascimento di un’arte più antica e più pura. ' Mi nasce soltanto il dubbio se non possa essere stato un Antinoo-Silvano la statua del Louvre (Clarac, 266, 2431; Dietkichson, op. cit., p. 226 ss. n. 87 e fig. 23), spiegata dal Dietrichson come Antinoo-Ari- staios. Si noti, però, che la mano destra e l’avam¬ braccio sinistro sono restaurati. La statua è vestita di breve tunica, e ricorda, nell’insieme, la figura del no¬ stro rilievo. Riferendosi al culto di Aristeo in Arcadia e alle pitture viste da Pausania (Vili, 9, 7 e 8) a Man- tinea, con la rappresentanza di Antinoo, il Dietrichson pensò che la statua del Louvre rappresentasse Antinoo- Aristeo. Se da un canto è vero che la concezione mi¬ tica di Aristeo, come protettore dei boschi, dei campi, delle messi, delle viti, delle api, ecc., non è molto diversa da quella dell’italico Silvano, dall’altro, però, non credo giustificata la congettura del Dietrichson, essendo troppo indeterminate e vaghe le parole di Pausania. ^ Cfr. l.OEWY, Inschrift. griech. Bildhauer, n. 364 ss,; Bull. Coni., 1886, p. 235, 297, 316SS. È noto che scul¬ ture degli artisti di Afrodisia sono state ritrovate in di¬ verse e lontane regioni dell’ Impero romano, da Creta, a Siracusa, a Sorrento, a Roma. Ma questo fatto non può darci nessun decisivo indizio sul centro o sui centri di attività della loro scuola, la quale si svolge tra la fine del primo e la prima metà del secondo secolo d. Cr. 5 11 nome 'Avrornàvo; ricorre soltanto su di una mo¬ neta, citata dal Pai k-Benseleu, Griech. Eigennainen , [ad voc.]. Piacerebbe supporre rapporti giuridici di familia con gli Antonini, ammettendo che il nome Antonianos fosse, per eufonia, sincopato da Antoni- nianos. È noto che alcuni altri scultori di Afrodisia hanno il prenome Flavios. 't Helbig, Bìihrer, I^, 525, S26 le la bibliografia ivi citata). S Nell’intricata questione sulla strana firma di questo scultore, apprezzo le dotte considerazioni del Sogliano, in Atti della R. Accad. di Napoli, 1889, p. 35 ss., ma non so decidermi a credere che Aphrodisieus sia il nome dell’artisla. Per lo stile della testa, cfr. Kalk- MANN, Die Proportion. des Gesichts (LlIDs Winckel- mannsprogr , 1893) p. 68 ss. Ausonia - Anno 111. 2 IO — E le sue fonti d’ispirazione sono da ricercare nella scultura attica della fine del V e del principio del iv secolo, e precisamente nei rilievi sepolcrali, da cui è derivata, oltre che la forma della stele, la figura di Antinoo, sia per il ritmo del movimento, sia per lo stile e per la tecnica. E lo stesso cane, che qui ha un signi¬ ficato diverso, sembra formalmente derivato da cpielle stele sepolcrali attiche, nelle quali è rappresentato un efebo, un palestrita, stante, come il nostro Antinoo, sopra un solo piede, col capo leg'germente abbassato, sereno e composto nel movimento, e col cane accanto alle gambe: motivo tradizionale, che troviamo già nella scultura funeraria arcaica, con significato forse simbolico.' Però, se la figura di Antinoo ha non poche attinenze con la scultura delle stele (e per questo ricollegamento con un’arte più antica Antoniano non opera diversa- mente che il suo conterraneo, autore del Pugile di Sorrento), l’insieme della compo¬ sizione ha qualche altra fonte di derivazione artistica, (xià per quanto sopra ho os¬ servato sull’importanza della cornice nel nostro rilievo, si comprende che questo è stato concepito come un quadro, di cui la cornice ha circoscritto gli elementi principali, tagliando fuori una parte di quegli accessori, che formano il fondo della rappresentanza figurata. ( )r è notissimo che cjuesto è un carattere assai spiccato in una classe di rilievi, i cj;uali, più per convenzione e per comodo che per convin¬ zione intima, si continuano a chiamare ellenistici.^ I.e molteplici relazioni di essi col rilievo nell’arte romana sono state, a più riprese, notate; ’ e quantunque io non debba qui rifare la non facile questione sulla loro provenienza artistica e sulla loro cronologia, sembrami opportuno osservare che nell’opera di Antoniano sopravvive qualche elemento formale comune con questi rilievi, accanto alla prevalente ispirazione attica. ( )ra il nome istcsso dello scultore, il soggetto da lui rappresentato, il carattere romano derivante da quella contanìinatio di cui sopra ho parlato, il luogo della scoperta, e la cpialità del marmo lunense, non ci consentono il dubbio che Anto¬ niano non lavorasse a Roma. Questo fatto desidero mettere in evidenza, memore di una speciosa opinione del Dietrichson (p. 130 dell’op. cit.) ; il quale, dalla sem¬ plice osservazione che tutte le sculture riproducenti Antinoo sono lavorate in diverse qualità di marmo sempre greco, e che cjuasi tutti i busti sono incavati nella parte posteriore per renderli leggeri nel trasporto, conchiude che la provenienza di tutte ’ .Senza alcuna intenzione di indicare tutti i confronti possibili, cito qui, come tipica per il caso nostro, la stele di .Steplianos, trovata a Tanagra nel 1904 (Museo Nazionale di Atene, n. 257S). E soverchio ricordare la stele di Al.xenor del Museo di Atene e la stele Borgiana del Museo di Napoli, per l'accenno che ho fatto al « motivo artistico » del cane nell’arte arcaica. ^ Basterà citare, come primi e più famosi della serie, i rilievi Grimani, ora a Vienna: Schreiber, Die Brun- nenreliefs Grimani, tav. teli (= Schreiber, Hcllaiist. Reliefbihi., tav. II e I, ecc.). 5 Wickmoff-Strong, Roman Art, p. 35. queste opere è la Grecia, dove sarebbe stato creato, non solo, ma costantemente riprodotto il tipo di Antinoo, i cui numerosi esemplari sarebbero stati poi importati in Italia. Ognun vede come la scoperta del rilievo di Torre del Padiglione renda vana questa congettura, già di per se stessa infondata. Antoniano, che firma l’opera sua, da lui creata, lavorava a Roma, come molti de’ suoi conterranei, secondo ogni più probabile indizio. ' Checché sia di ciò, più interessante a me sembra il fatto che noi possediamo oramai una scultura rappresentante Antinoo (ed una scultura che nella serie nume¬ rosissima occupa un posto cospicuo), firmata dall’autore, il quale non è certamente un copista. Sarebbe davvero audace affermare che la creazione del « tipo » di An¬ tinoo si debba cercare nel ciclo degli scultori di Afrodisia ; ma la singolarità, vorrei quasi dire l’originalità, e l’indiscutìbile bellezza del nostro rilievo tentano il nostro pensiero, e lo inducono ad una congettura, la quale, se non è possibile che raggiunga i limiti della prova, è per lo meno, o come io spero, lecita e desiderabile. Recentemente, in un primo e buon libro d’ insieme sulla scultura romana. Eugenia Strong, ^ ha sottilmente esaminato la creazione del tipo dell’Antinoo, esaltandolo, forse, fin troppo, come il più potente e maestoso [?] dei grandi tipi classici offerti al mondo dall’antichità, creazione originale dovuta al genio dello scultore, vittoria dell’originalità del pensiero suil’eclettismo della forma. Le forme sono quelle dell’arte greca; e già aveva osservato A. Furtwàngler, ^ che la testa dell’Antinoo di Mondragone, ora nel Louvre, è inspirata alla bellezza ideale della « Athena Lemnia ». Altri caratteri, nell’inclinazione della testa, nella ricca chioma, nel molle corpo efebico, derivano, come è notissimo, dai tipi di Dio- nysos creati dall’arte prassitelica e svolti nell’età ellenistica. Ma queste forme, sapien¬ temente adoperate, servono a rappresentare una concezione spirituale diversa e nuova; e in ciò appunto consiste l’originalità del tipo artistico di Antinoo, e fino a questo limite io posso accettare le conclusioni della intellettuale, fervida ammiratrice dell’arte nostra. Era naturale che nella scuola di Afrodisia durassero le tradizioni e la dottrina dell’arte classica; e nessuna meraviglia che da questo ciclo d’artisti lavoranti a Roma nell’età adrianea fosse uscito l’Antinoo-Silvano di Antoniano, e forse altre sculture di soggetto affine, rimaste anonime, ma che col nostro rilievo presentano non poche simiglianze stilistiche. Poiché, anche nel « tipo » stabilmente costituito di An- ‘ Le basi firmate da scultori di Afrodisia, trovate ’ Strong, Romaji Sculpture from Augustus to Con- tutte insieme in via delle Sette Sale, provengono assai stantine (London, 1907), p. 249 ss. probabilmente da un’officina. Cfr. il luogo citato del ^ Furi’waengler, Meisterwerke d. griech. Piasi., Bullett. Comun. del 1886. p. 31 tinoo, che sembra a prima vista identico nelle sue numerose ripetizioni, è possibile scorgere differenze notevoli ed impronte personali dell’artista. Fig. I — Rilievo di Aiitiiioo, nella Villa Albani. (Fotografia Anderson). Il confronto, che primo s’affaccia alla memoria, è quello del nostro rilievo con l’altro, muco hnora, di Villa Albani (fig. i ). ' Anche questo doveva rappresentare la * Cfr. IIeliug, F'ùhrcr , II’, n. Si8 (e la bibliografia ivi citata). Dalle statistiche pubblicate dal Itietrichson, appare che l’unico rilievo di arte classica rappre¬ sentante Antinoo era quello di Villa Alliani, non poten¬ dosi tener conto, per i fini del nostro studio, dei tre rilievi di stile « egittizzante », scolpiti sull'obelisco Bar¬ berini al Pincio. figura intera, di maggiori proporzioni che nel nostro, con gli attributi di un qualche « Genio » delle stagioni o dei campi. Fig. 2 — l'arte superiore del rilievo di Antiiioo, scolpito da Antoniano (Fotografia Faraglia). Diversa, però, a me sembra l’esecuzione della scultura, ' quantunque l’apprez¬ zamento stilistico del rilievo Albani sia reso difficile dal dubbio, per me fondato, che esso sia stato rilavorato da mano moderna: dal che deriva quell’aspetto di fredda levigatezza, che può rendere, forse, antipatica questa famosissima e lodatissima opera ‘ E noto che la corona di fiori che l’Antinoo Al- sicuro, oltre che dalla mussa della mano, dalla j)arte bani tiene nella mano sinistra è di restauro, reso però del nastro rimasta sul fondo antico del rilievo. 14 d’arte. Non fidandomi delle fotografie, io volli di recente, e più volte, rivedere l’ori¬ ginale, mentre mi durava ancor fresca l’impressione del rilievo di Torre del Padi¬ glione. Le due sculture mi sembrano diverse non solo nell’esecuzione, ma anche nei tratti e neU’atteggiamento del volto. IfiAntinoo Albani è di forme più molli e tondeggianti ; l’espressione del viso è meno malinconica, ha in sè minor pensiero, chela fine testa scolpita da Antoniano, dalle guance quasi sottili, dalla bocca voluttuosa, dallo sguardo sentimentale e triste. E molti di questi tratti io li ritrovo nella magnifica testa pensosa, quasi velata di mistero, deH’Antinoo Praschi : uguale finezza di lineamenti, identica espressione nella bocca e negli occhi (fig. 3). La ideale trasfigurazione del bellissimo giovine bitinio nel mistico Dionysos è come l’impronta di una serie di cjueste sculture (Antinoo Mondragone, A. Bruschi, testa di A. nota soltanto dal calco di Strassburg, A. di 4'orre del Padiglione, ecc.), contrapposta ad una serie che ci presenta il ritratto poco o nulla « idealizzato ». Il confronto migliore si può fare nella magnifica Rotonda dei ùlusei A^aticani, osser¬ vando la testa dell’Antinoo Braschi, accanto al busto colossale di Antinoo (Helbig V , n. 307), che è fra’ più caratteristici modelli della seconda serie, che potremmo chia¬ mare realistica. Or l’Antinoo Braschi, proveniente dalla Afilla di Adriano a Preneste, e il rilievo Albani, trovato nella Afilla tiburtiua dello stesso imperatore, sono certamente opere di maestri che lavoravano per la famiglia imperiale; e il rilievo di Torre del Padi¬ glione è opera di un maestro, il cui stesso nome si ricollega alla medesima fami¬ glia degli Antonini. Nè voglio procedere oltre per cpiesta via pericolosa ; pago che io abbia, forse, fatto nascere la curiosità di più fondate ricerche, per le quali, però, ci occorrerebbe maggior numero di documenti. Anche il luogo della scoperta aggiunge nuova importanza al monumento: ci dà, quasi, la ragione della sua presenza nei dintorni del territorio lanuvino. Chè a Lanuvium, insigne nell’otà degli Antonini come patria di Antonino Pio, era già costi¬ tuito, fin dal 133 d. Cr. (tre soli anni dopo la misteriosa scomparsa di Antinoo nelle accpie del Nilo), il Collegio funeratizio dei « cultores Dianae et Antinoi », come noi sappiamo dalla iscrizione con gli statuti di cjuel Collegio, trovata nelle rovine di La¬ nuvium,' e nella quale è anche ricordato un teviphnìi Autiiioi a Lanuvio. Non è, duncpie, soltanto un caso, se dal territorio lanuvino risorge la marmorea imagine del misterioso giovinetto bitinio, diventato genio e custode delle vigne, che ' Cfr. Mommsf.n, De collegiis et sodaliciis Romanor., stato fondato tre anni prima. Oltre il tempio di An- p. 98 ss.; Orelli-IIenzen, n. 60S6; Dessau, In- tinoo, vi è anche rammentato il dics natalis A?!tinoi, script, latinae selectae, II, 2, n. 7212. L’iscriidone ha che cadeva nel V kal. Decemhr. la data consolare del 136 av. Or., ma il Collegium era 15 — allora allietavano e speriamo tornino ad allietare la Campagna, che nasconde ancora nella sua non tentata solitudine chi sa quanta parte della vita antica! Fig' 3 — Testa dell’Antinoo Braschi. (Fotografia Anderson). Ed in fine, un ultimo quesito : ci aiuta questo rilievo, per farci meglio com¬ prendere l’intimo significato della concezione religiosa ed artistica del tipo di Antinoo? Certamente, come fu ripetuto, l’Antinoo è rultima creazione plastica dell’an- tichità: con essa è chiusa per sempre la numerosa serie dei grandi « tipi ideali », nei quali l’arte classica aveva impresso il suo pensiero potente e la divina bellezza della lìnea. i6 Ora qual’è il pensiero informatore dell’opera d’arte che noi esaminiamo? Che cosa, quale idea o quale ideale vollero rappresentare codesti scultori di Antinoo? Si è pensato che nel tramonto prossimo ed inevitabile degli Dei della Natura, il bellissimo giovinetto bitinio, circondato dal favore dell’imperatore, scomparso miste¬ riosamente nelle onde del Nilo, dovesse apparire quasi nuova, ultima incarnazione degli Dei giovani e belli: di Dionysos, di Apollo, di Hermes... Ond’è che in An¬ tinoo si concentrano tutte le forme del culto del Paganesimo declinante, come ci attestano le numerosissime rappresentanze figurate, che non possono avere per unico motivo la dominante volontà o il fanatismo dei Cesari. La morte precoce è creduta novella assunzione all’Olimpo; ed è sembrata a qual¬ cuno come un riflesso proiettato dal Cristianesimo nascente sul Paganesimo che sta per morire. In relazione col rapido corso della vita del giovinetto e con la sua scom¬ parsa velata di mistero, l’arte diede all’ideale ritratto un’espressione di malinconia, un’ombra di pathos sentimentale. Anzi io credo che principale, intima nota della testa di Antinoo, sia la fusione di questa mistica malinconia con la sensualità umana ed erotica. La testa abbassata, la fronte tutta ombreggiata dai riccioli fiorenti, lo sguardo profondo, come perduto in un dubbio indefinito, sotto le folte lunghe sopracciglia; eie labbra tumide, i de¬ licati passaggi sinuosi in tutta la linea tlella bocca sensuale, le molli curve carnose del collo quasi femmineo: — c’è, in questa figura, l’inspirazione formale dall’arte greca, ma c’è un pensiero diverso, maturato nei secoli d’intellettuale esperienza, che prepararono l’arte romana. ‘ h'orsc la creazione del tipo artistico rapidamente diffuso contribuì a far nascere o ad aggiung'er fede alle malignazioni dei primi Padri della Chiesa, i cui vaghi accenni diffamatori diedero origino alla leggenda di Antinoo; ‘ e forse la cieca fede in questa sola leggenda c il pregiudizio sulla mancanza di originalità dell’arte romana hanno lasciato freddi molti critici dinanzi alle sculture rappresentanti Antinoo. Ma certa¬ mente in quest’ultima creazione dell’arte antica si riflette una parte notevole di quello spirito agitato e scettico e di quella decadente cultura intellettuale degli uomini stanchi e raffinati dell’ Impero, pronti a rinunziare alla vita, per la brama insodisfatta di comprenderla e di goderla. K nessuna scultura può darci l’imagine di questa età e di quest’arte, meglio che il rilievo coiitaiìiiiiato di Torre del Padiglione. AH’ultimo rigoglio della vita antica è prossimo il torbido tramonto di ogni serena idealità; e come il prisco rito dionisiaco serve a prestar sue impronte di eterna giovinezza e di mistero al giovi- ^ Cfr. la disamina fatta dal 1 tlETRlCIlSON, nell’opera citata, p. 33 ss.; e Strong, op. cit., p. 251. Cfr. S'iRONi'., op. cit., p. 240. 17 netto bitinio, così l’arte ricorre alla « concezione » e alle stesse formule tecniche dei secoli passati, per ritrarne le sembianze. E dal vecchio tronco di queste idee domi¬ nanti germogliano le rinnovellate imagini degli Dei locali. Invano: — chè gli Dei sono vecchi e stanchi! Ed anche Antinoo-Silvano, custode delle vigne fiorenti, là dove ora tace la distesa verde e letale delle erbe palustri, piega la fronte mesta : ultima moritura apparizione di bellezza divina, che della vita sa la voluttà breve, e ne sente insieme tutto il dolore. Roma, nel gennaio del 1908. G. E, Rizzo. Ausonia - Anno III. - T 8 - \Al l'OMHB DEI GIGANTI NELLE LORO RELAZIONI COI NURAGHI DELLA SARDEGNA. Visitai la Sardegna la prima volta nell’estate 1906 sotto gli auspici del Carnegif Trust per le Università di Scozia, accompagnato da Mr. l'homas Ashby, Direttore della Scuola Britannica a Roma. Feci una seconda visita all’ isola nell’autunno 1907 per conto questa volta della Scuola Britannica e fui nuovamente parte del tempo in compagnia del suo Diretto’-e. Chiunque si reca in Sardegna con un interesse archeologico in vista può star sicuro di rimanere molto obbligato alle autorità locali nel campo archeologico pel¬ le prove molteplici del loro cortese e benigno aiuto. Questo obbligo debbo qui confessare, che a me corre verso il Professor Antonio faramelli, il geniale Direttore del Museo di Cagliari e verso l’Ispettore g'enerale delle antichità Cav. Filippo Nissardi, il valoroso conoscitore dell’antica Sardegna e la più grande autorità vivente per cjuanto riguarda i Nuraghi e monumenti annessi. .S’ io non m’indugio a rammentare per filo e per segno le molte altre gentilezze di cui fummo l’oggetto in un’isola che gode giustamente da antica data la reputa¬ zione di ospitaliera, gli è che son troppi i nomi. In essa i semplici pastori delle montagne gareggiano con quelli dei greggi spirituali. Senza dubbio nei villaggi fuori mano tali atti di omerica ospitalità per lo straniero che viene da lontani paesi, scaturiscono da una immutabile costanza nei costumi che hanno la loro sorgente profonda in tradizioni le quali' risalgono a tempi immemorabili. E la dignitosa cortesia del buon tempo antico che riscontrai nei capi di villaggio, mi trasportava d’un tratto ai tempi in cui i Nuraghi erano i castelli dei villaggi e la Sardegna una terra di re. Veramente i Sardi sono altrettanto tenaci conservatori delle fondamentali antichissime loro virtù, quanto della loro foggia di vestire e delle esteriori manifestazioni della loro vita intima quotidiana. Tali possano essi conser¬ varsi a lungo ! Degli aiuti che vennero largamente alle nostre varie spedizioni dalla patria nostra, io debbo rammentare avanti e sopra gli altri quelli dei Fondi Carnegie per le LTniversità di Scozia. Ed io qui esprimo i miei sinceri ringraziamenti per l’ illu¬ minata liberalità onde mi sono stati forniti i mezzi di queste ricerche archeologiche 19 — in Sardegna e in altre regioni del Mediterraneo. Ringrazio quindi S. E. Sir Edwin Egerton, ambasciatore a Roma di S. M. Britannica, che non venne mai meno coir aiuto e 1’ assistenza sua verso Mr. Ashby e verso di me in Sardegna e per me anche in Corsica. L’on. T. A. Brassey e Lady Idina Brassey insieme alla So¬ cietà di Pertusola sono stati generosissimi del pari, non solo appoggiando effetti¬ vamente l’opera nostra in Sardegna, ma o.spitandoci anche cordialmente a Iglesias e in altre parti dell’ isola. Quando io giunsi in Sardegna il caldo della morente estate si faceva sentire ancora nel piano. Salii quindi le montagne dell’ interno intorno al Gennargentu, e scelsi come centro di escursioni il villaggio di Sorgono. Questo villaggio giace appartato in una valle alpestre fra poggi boscosi sul fianco occidentale del Gennargentu, a un’altezza di sopra 2000 piedi sul livello del mare. Terre coltivate e prati naturali coprono le sinuosità della graziosa valle ; e il romantico panorama in distanza di una campagna a prati e a vigne verso l’aprico mezzogiorno forma un gentile idilliaco contrasto colle fosche e selvagge foreste soprastanti. A Sorgono ebbi la fortuna d’ imbattermi per puro caso nella migliore e più intelligente guida del luogo. Si chiamava Antonio Mura, pastore e cacciatore da antica data, espertissimo del paese. Visitammo insieme gran numero di Tombe dei Giganti e di Nuraghi. Il Nuraghe di Lo e la Tomba dei Giganti di Santu Luisu. La nostra prima visita fu al Nuraghe di Lo che si vede nella fig. i. Questo Nuraghe occupa una posizione dominante in vetta a una roccia di granito eminente su un terreno alto già anch’esso sopra il circostante paese, fra querele e alberi da sughero, circa tre miglia a sud-ovest di Sorgono. Il Nuraghe in se stesso è di semplice fattura, e, tolta la selvaggia maestosa posizione, non presenta nessuna caratteristica degna di nota, fatta eccezione per la sua apertura che guarda ad occidente invece che a mezzogiorno, come più comu¬ nemente avviene. Non aveva scala nel corridoio d’ingresso o altrove, e questo indica, che il Nuraghe era senza piani superiori. La finestra, che si vede nella figura, si trova dal lato orientale, e guarda la vaile di Sorgono. Poi fui condotto a vedere una molto rovinata Tomba dei Giganti su un rialzo spianato di terreno a prato, cinque minuti circa a piedi in direzione sud del Nu¬ raghe di Lo. La tomba, che all’apparenza si sarebbe detta saccheggiata più d’una volta_per asportarne i tesori nel corso dei secoli, si trovava talmente in cattivo stato, che non 20 se ne sarebbe potuto fare nè un disegno nè una fotografia da servire a qualcosa ; e tutto ciò che si vedeva era che la cella probabilmente doveva essere stata orien¬ tata da nord a sud coll’ ingresso a sud. Mentre io guardava i miseri avanzi della tomba, fui molto colpito dalla sua vicinanza col Nuraghe che avevamo visitato subito prima, e dal fatto che si trovava Fig. I. Nuraghe di Lo. del tutto m vista di questo. Apparteneva la tomba al Nuraghe? Io lasciai il Nuraghe di r.o e la tomba rovinata di Santu Luisu, pensando se altri casi simili non potessero offrire una risposta alla questione. I.A Tomb.v del (tiganti di Fontana Morta E ir. Nuraghe di Cai.ameika. Fummo in tempo lo stesso giorno a visitare la tomba dei (xiganti di Fontana Morta. Di essa offre un prospetto la fig. 2. Fa tomba è situata sopra un terreno eminente, nella località dello stesso nome, distante circa un quarto d’ora a destra della strada maestra fra Sorgono e il Santuario di S. Mauro, circa mezz’ora più presso a Sorgono che alla chiesa. Vi sono campi con boscaglie di piante da sughero e altri alberi qua e là e vigneti che si estendono fino alla strada. La tomba guarda a sud-est. La figura mostra parte del semicerchio anteriore della tomba. Consiste d’ima fila rotonda di pietroni piantati per dritto in terra ai fianchi d’ uno centrale, con piccola apertura rettangolare che fa da porta alla tomba. Una veduta dell’interno della cella, presa di dietro, guardando a est, è nella fig. 3. Essa ha la forma di un lungo rettangolo costruito a strati di pietre murate a secco. Ouella che si vede nella figura è la parete interna del muro a destra della cella. Nei Fig. 3. Tomba dei Giganti a Fontana Morta (veduta interna). due strati più bassi i blocchi, come appare dalla figura, hanno le loro facce verticali; i superiori sono strombati dal basso in alto. In questo modo i due muri laterali della cella vengono gradualmente avvicinandosi in alto pel ben noto antichissimo principio del finto arco. I due muri, prima che s’incontrino affatto, sono ricoperti con un tetto di lastre poste trasversalmente ad essi. Queste lastre mancano tutte nel nostro caso, tolte probabilmente dai ricercatori di tesori. T.a tomba quindi divenne un ottima cava per tutte le costruzioni dei dintorni. La cella stessa e più specialmente il rimanente muro ha molto sofferto per questa causa. Del muro di fondo solamente un blocco è ora visibile al suo posto. Questo muro ha sempre la faccia interna ver¬ ticale. Nel^ caso presente è in muratura a secco di pietre, ma molto spesso consiste di un gran lastrone piantato dritto in terra. 11 pavimento della tomba è rozzamente lastricato. La restante struttura del monumento si capirà meglio guardando il disegno della fig. 4.' La cella col suo muro costruito accurata¬ mente in pietra, come s’è detto, e la sua strom¬ batura al mezzo è già d’un tipo più recente. 11 tipo più antico della cella ha i muri composti di pietroni piantati per dritto nel terreno, come quelli delle tombe sul genere dei dolmen, da cui in realtà le tombe dei Giganti direttamente derivano. Fig. 4. Tomba dei Giganti a Fontana Morta. Donde viene quindi la nuova foggia di costruzione con mura a secco o di pietra? Precisamente dai Nuraghi. Infatti le celle di parecchie tombe tlei (riganti che hanno mura siffatte e restano ben conservate, con i lastroni di copertura al posto, non disso¬ migliano dal corridoio d’ingresso e dagli altri passaggi dei Nuraghi, e vennero fon¬ damentalmente costruiti nella stessa maniera. Un ulteriore tratto caratteristico delle tombe dei Giganti è il muro di cinta. Esso abbraccia l’intera cella e la parte esterna del semicerchio frontale dentro di essa. Corre parallelamente al semicerchio frontale e ai muri laterali della cella e si piega, curvandosi all’ indietro, a guisa del cavo d’un abside. E d’ordinario costruito come il semicerchio frontale con lastroni dritti. (Questa curiosa struttura dev’essere riguardata come un muro d’appoggio per il cumulo di terra che originariamente copriva l’intera tomba. Ifd ora come fu che queste tombe ricevettero il nome popolare di 1 ombe dei (riganti? ' Tutte queste figure sono state gentilmente disegnate in scala jiei' me da Mr. I'. G. Newton su schizzi tracciati alla peggio da me sul luogo. 23 L’esempio che abbiamo dinanzi, spiega d’un tratto la genesi dell’idea. La cre¬ denza che queste fossero le tombe dei Giganti senza dubbio nacque pel fatto della gran lunghezza della cella. Del resto se rammentiamo che il monumento avanti a noi è relativamente di poca grandezza, e che le celle di alcune fra queste tombe sono alle volte lunghe ben quindici e diciotto metri, avremo un’idea della mera¬ vigliosa altezza dei giganti, che furono i più remoti antenati dei Sardi. La vera spiegazione tuttavia è che questi monumenti sono tombe di famiglia. I cadaveri, cominciando dalla parte più interna della cella, venivano posti non nel senso della lunghezza, ma trasversalmente accovacciati nella tradizionale posizione ereditata dal¬ l’antichissimo rito funebre dei dolmen. Questo stesso fatto di tombe costruite per molti corpi è per sè una delle ragioni in favore dell’opinione, che le Tombe dei Giganti siano in realtà tombe di famiglia degli abitanti dei Nuraghi. La Tomba di Fontana Morta, in via di fatto, è solamente a pochi minuti di cammino dal Nuraghe di Calameira. Quest’ultimo occupa un largo rialzo su un ter¬ reno eminente a destra della' strada maestra di San Mauro. Il Nuraghe in sè stesso non ha un interesse speciale. E d’un tipo semplice, cogli avanzi di un muro di cinta, che si piega a cerchio a nord. Rimangono conservate solo le parti più basse della stanza a pian terreno. La Tomba dei Giganti di Ispiluncas e il Nuraghe di Massonibroccos. Visitammo poi la Tomba dei Giganti di Ispiluncas. D’essa una veduta di pro¬ spetto è offerta dalla fig. 5. La tomba è situata su un leggero rialzo nella località dello stesso nome, in un territorio montagnoso a boschi e prati, circa tre chilo¬ metri a sud di Sorgono e a destra della strada da Sorgono a San Mauro. Circa 150 metri a est si trova il Nuraghe di Massonibroccos. La tomba per eccezione alla regola guarda a est, vale a dire nella direzione del Nuraghe. Uno schizzo delia pianta dei suoi avanzi si può vedere nella fig. 6. La cella della tomba si compone di mal tagliati blocchi di granito murati a secco. Di essa i due primi strati di pietre sono visibili in parte, e questi hanno le loro facce interne strombate se¬ condo il principio del finto arco. Una o due altre file di pietre verticali sottostanti ad essi restano nascoste sotto la superficie. Il lastrone frontale e tutti i lastroni di co¬ pertura sono stati asportati. Anche alcune pietre del muro di cinta sono scomparse. E stato già detto, che il Nuraghe di Massonibroccos dista solo 150 metri verso est dalla tomba. La mutua relazione dei due monumenti è quindi molto evidente. La fig. 7 offre una veduta del Nuraghe dalla parte d’oriente. L’edificio è molto rovinato, di che la colpa va senza dubbio in parte attribuita a una specie d’argine d’un campo contiguo sul fianco occidentale. Il solo corridoio d’ingresso è quanto — 24 — oggi si può ancora vedere, e la porta che conduce in esso, appare nella figura, e guarda i prati a ovest dove si trova la tomba. Fig. 5. Tomba dei Giganti ad ispiluncas. Nulla del resto potrebbe formare più della tomba in quel romantico paesaggio presentavano intervalli di facile approccio tere di fortezza deiredificio. deciso contrasto colla gentile solitiuline a prato che il fiero e dominante aspetto della posizione del Nuraghe colla massa di blocchi granitici di terribil vista. Il contrasto è significativo. Il Nuraghe sul suo colossale monte di massi di gra¬ nito si trova proprio aH’ultimo lembo d’un bosco di querce che sul lato est scende con forte pendìo sulla valle di Sorgono e sulla strada di San Mauro. Domina quindi su una vasta estensione di paese a oriente e a mezzogiorno. La scelta della sua posizione in vista dei vantaggi stra¬ tegici che ne derivano, colpisce a prima vista. L’arte ha aiutato in alcuni punti la natura, come all’entrata, dove le roccie , in modo da rendere evidente il carat- — 2,5 • — Per tutti questi rispetti il Nuraghe offre il più grande contrasto possibile con quelli che appaiono essere stati i criteri direttivi nel caso della scelta della posi¬ zione per la tomba dei Giganti, di cui abbiamo parlato. Davvero che questo con¬ trasto è di così decisiva natura da valere da sè solo come il più forte argomento contro quella strana ipotesi, che i Nuraghi essi stessi siano monumenti sepolcrali. D’altra parte il posto scelto per le Tombe dei Giganti è cosi frequentemente dentro il raggio d’azione del Nuraghe, che noi dobbiamo attribuire una capitale importanza Fig. 7. Nuraghe di Massonibroccos. a questa osservazione. E all’opposto le speciali considerazioni strategiche, a cui si poneva mente con non minore costanza nella scelta della posizione pei Nuraghi, sono precisamente quelle che mancano, quando si tratta di veri sepolcri, com’è il caso delle Tombe dei Giganti. Per queste si bada quasi sempre a trovare una giacitura di terreno legger¬ mente rilevato, per premunirsi contro il pericolo dell’acqua e dell’umidità, ma non mai per loro s’ha l’occhio a quei vantaggiosi punti di così grande importanza pei Nuraghi. Il Nuraghe solo deve avere una posizione dominante rispetto alla tomba: la tomba è sempre interamente visibile dal Nuraghe che le fa riscontro. Le altre considerazioni sono in gran parte di carattere estetico. Il sepolcro di famiglia deve essere veduto dal luogo dove essa risiede, tuttavia non troppo vicino, per conservarsi a sufficienza appartato ; poiché il desiderio di solitudine fa Ausonia - Anno III. 4 - 26 - sembrar conveniente, che il monumento sepolcrale sia nello stesso tempo lontano dal resto del mondo. TI delicato carattere di solitudine delle posizioni così scelte dà un senso di pen¬ soso abbandono che sta nel più forte contrasto possibile coll’impressione, che si riceve costantemente, guardando al Nuraghe che gli fa riscontro, dei vantaggi stra¬ tegici che si sono cercati. La conseguenza che scaturisce da questo contrasto si è, che i Nuraghi non sono tombe, bensì abitazioni fortificate. I rapporti fra le due specie di monumenti cotne pure la loro vicinanza e il trovarsi a vista Timo dall’altro, rende chiaro il fatto, che le Tombe dei (xiganti sono i sepolcri di famiglia degli abitanti del Nuraghe. La To.mba dei (Giganti e il Nuraghe di Noedda. I.e mie esplorazioni nei dintorni di .Sorgono terminarono con una visita al Nuraghe e alla Tomba dei (riganti di Noedda. J.a fig. 8 mostra gli avanzi dei due monumenti nella loro reciproca relazione. T^a tomba si vede nel primo piano, e nello Fig. 8. Tomba dei Giganti e Nuraghe di Noedda. sfondo il Nuraghe, nel disegno a sinistra. 1 monumenti si trovano nella località di Noedda, nel territorio di .Samugheo a circa tre ore da Sorgono, in direzione sud-est. La vallata sottostante a campi e a vigne si estende fino ai colli prativi, formando un altipiano che poco ha più del carattere boschivo proprio alla selva sopra .Sor¬ gono. Il Nuraghe si eleva su un poggio coltivato a campi e a vigne, che gli fanno corona, precisamente a nord della tomba, e solo 40 metri distante da essa. I.a grande vicinanza dei due monumenti è quindi di carattere ben decisivo, come appare chiaramente nella figura. Il Nuraghe è di fattura molto semplice. Tuttavia presenta una nota non comune, poiché ha la scala alla camera supeiiore a destra 27 ^'0 De iiD del corridoio d’entrata invece che a sinistra, e al contrario lo stanzino di guardia a sinistra dell’ingresso invece che a destra. Il grande Nuraghe di Santa Barbara presso Macomer offre un migliore esempio di questa anormale disposizione. L’ intera camera superiore e il tetto a tholos dell’inferiore sono caduti. La scala è rimasta chiusa dai rottami. Dall’esterno si possono contare undici file di pietre. Il Nuraghe guarda a sud-sud-est. La tomba è situata su un terreno leggermente rialzato al basso dello stesso poggio su cui sorge il Nuraghe. La superficie piega gradualmente a est, sud ed ovest. Alcuni cespugli si trovano sparsi qua e là nei campi. La fig. g dà uno schizzo di pianta degli avanzi, quali si presentano. Come vedesi dal disegno, la tomba è molto rovinata e al pari di molti altri simili monu¬ menti porta i segni della minuta ri¬ cerca di tesori fattavi. Le lastre e i blocchi appartenenti alla tomba giac¬ ciono qua e là tutt’attorno, e la sola parte del monumento che resta ancora ben conservata, è il muro a destra della cella con le corrispondenti parti del muro di cinta. Il semicerchio fron¬ tale è quasi del tutto scomparso. La costruzione, per quanto se ne può giu¬ dicare, era interamente di lastroni posti per dritto, e questo è vero per la cella come pure pel muro di cinta e per il semicerchio frontale. La cella della tomba era di circa 6 metri di lunghezza e 1,05 di larghezza. Il materiale di costruzione è il granito delle cave locali. La tomba come il Nuraghe guarda a sud-sud-est. La scoperta di così chiaro esempio della stretta relazione fra la Tomba dei Giganti e il Nuraghe coronò degnamente le esplora¬ zioni da me intraprese nel territorio di Sorgono. Questa mutua relazione del Nuraghe e della Tomba era in questo caso tanto stretta da non potersi porre più in dubbio. L’isolamento in cui i due monumenti si trovavano l’uno rispetto all’altro era ugual¬ mente notevole. Non esisteva nessun altro Nuraghe e nessun’altra Tomba dei Giganti all’intorno. Il fatto che il sepolcro di famiglia sta sempre a vista del Nuraghe, già s’è notato, è un fatto di capitale importanza. Nel caso di Noedda la tomba è talmente in vista del Nuraghe, che appare subito sotto la sua guardia immediata. Questa stretta relazione tra il Nuraghe e la Tomba dei Giganti appare tanto più chiara- 0 fl tiiimuiU METRI Fig. 9. Tomba dei Giganti a Noedda. 28 — mente ed è tanto più importante in quanto i due monumenti sono completamente isolati. Non esistono altre abitazioni nè altri sepolcri visibili attorno. E vero, che potrebbero gli uni e gli altri o i loro avanzi, sia essere scomparsi interamente nel corso dei secoli, sia rimanere nascosti, ùla se essi sono scomparsi, gli è perchè dovevano presentare caratteri più labili e meno monumentali dei Nuraghi e delle Tombe dei Giganti. Al loro carattere monumentale debbono appunto molto spesso i Nuraghi e le Tombe dei Gig'anti d’esser sopravvissuti agli attacchi del tempo. E se in così gran numero di casi sono restati gli uni accanto alle altre, mentre ogni altra cosa all’intorno è scomparsa, anche questo mostra .‘^empre meglio la loro reciproca relazione. La lOMBA DEI txKiAN'n DI CaMI’OSORIGE E li. NURAGHE DI ULEI. Il i8 ottobre fui raggiunto a ùlandas per ferrovia a Lanusei. Le nostre comuni dello stesso ordine di quelle ch’io aveva f da Mr. Ashby, e insieme procedemmo ricerche nel territorio di Lanusei furono ntecedentemente fatte a Sorgono. Le con- Fig. IO. La Valle del Rio Pelau. 29 — clusioni a cui giungemmo, furono sempre della stessa natura, e convergevano sempre più chiaramente a confermare le intrinseche relazioni fra i Nuraghi e le Tombe dei Giganti. A Lanusei per la cortesia del sindaco avemmo a nostra disposizione la guardia comunale Francesco Vacca, della cui intelligenza e grande conoscenza del paese non ci potremmo mai lodare abbastanza. In sua compagnia visitammo dapprima Fìg. II. Nuraghe di Ubei. il piano della valle del Rio Pelau a sud di Lanusei, e quindi l’alto paesaggio a prati e a boschi a nord e ad est di Lanusei verso il Gennargentu. La fig. IO fa vedere il panorama della valle del Rio Pelau, guardando a sud- ovest. La valle dista circa due ore e mezzo da Lanusei verso mezzogiorno. Il terreno è molto rotto da fosse e burroni fino all’entrata nella valle, dove si trovano sui fianchi vigneti in gran quantità: la valle anche è ricca e fertile. Scesi al fondo della valle visitammo il Nuraghe di Ulei. Una veduta di esso da nord-ovest offre la fig. 1 1 . Il Nuraghe è situato su un colle sporgente vestito d’alto bosco 30 — ^cr), ceduo, proprio sopra la riva sinistra del torrente. E d’un tipo semplice, e non pre¬ senta nulla di notevole. Per la sua posizione dominante la valle, sta a guardia del torrente, dopo ch’esso ha ricevuto le acque del corso d’acqua di Ulei a occidente. Quest’ultimo si getta nel Rio Pelau proprio avanti il Nuraghe. Noi attraversammo il Rio Ulei in direzione ovest-nord-ovest, e su per un terreno prativo che va dolcemente sa¬ lendo, giungemmo alla Tomba dei Giganti di Camposorige. Un disegno degli avanzi della tomba, guardando da tramontana, è dato dalla tìg'. 12. T.a tomba si trova a circa 150 metri a occidente del piccolo corso d’ acqua e pie¬ namente in vista del Nuraghe di Ulei. La tìg. 13 offre la pianta della tomba. I muri della cella sono formati di pietroni per dritto. ]\Ia- Fig. 13. Tomba dei (Giganti a Campororige. terialc di COStrUzioiie e il granito loCalc. — 31 La Tomba dei Giganti di J.udueika. Noi stavamo per ritenere senz’altro, che la Tomba dei Giganti di Camposorige appartenesse al vicino Nuraghe di Ulei, quando un pastore di là ci parlò d’una 'n seconda Tomba dei Giganti a Ludueira più vicina dell’altra al Nuraghe, e quasi allo stesso livello di essa, rispetto a lei nella direzione di sud-ovest. Può vedersene nella fig. 14 la pianta. La tomba di poco più piccola della prima è molto rovinata. La forma della cella, che è al solito di lastre in piedi, si trova molto ben conservata, ma del muro di cinta nulla più rimane, all’in- \ fuori di due lastroni del semicerchio frontale. \ I materiali di costruzione sembra siano stati V-'-"'’ adibiti pel murello di un campo contiguo che corre lungo il lato sud. Questa tomba per la sua immediata vicinanza col Nuraghe di Ulei può sicuramente attribuirglisi, mentre il sepolcro di Camposorige può darsi benissimo, che sia una costru¬ zione posteriore appartenente alla stessa famiglia. Fig 74. Tomba dei Giganti a Lndueira. Il Nuraghe di Praidis. Quindi risalimmo la valle lungo il torrente per circa un miglio, fin dove ci venne additato il Nuraghe di Praidis. Questo Nuraghe occupa una posizione dominante su una roccia superba di massi di granito sulla riva destra del Rio Pelau, che quivi volge bruscamente a nord prima di piegarsi di nuovo a est attorno alla roccia. Sul lato occi¬ dentale del Nuraghe v’è un tratto del torrente non difficile a guadare, e senza dubbio il fine principale del Nuraghe era quello di guardarne il passaggio. La fig. 15 mostra il Fig. 15. Nuraghe di Praidis. 32 — Nuraghe col passo guadabile visto dal lato occidentale. Il Nuraghe stesso, che non è di semplice struttura, contenendo tre camere a pian terreno con parecchi passaggi fra loro, lo si vede molto fortificato, dovunque la roccia offre il più piccolo accesso, l'utto l’insieme risponde alla sua posizione, e il piano è fatto in modo da adattarsi alla giacitura dei massi, sacrificando la regolarità esteriore, per ottenere maggiore saldezza. La mole irregolare dell’edificio, mezzo nascosto com’è fra la lussuriosa vegetazione di un bosco ceduo e di basse piante, fa l’impressione d’un castello medievale. Il Nuraghe di (tENnacili E i.A Tomilv dei Giganti di Campo Selenes. Il risultato della nostra gita nella valle del Rio Pelau fu, che trovammo il caldo negli ano-usti bassipiani attorno a Lanusei ancora soffocante nella seconda metà di ottobre. Inoltre la nostra esperienza fin qui ci aveva insegnato, che gli antichi monu¬ menti sono più facilmente meglio conservati nelle remote regioni a prato e a bosco, Mg. i6. Nuragiie di Gennacili. — 33 — che nelle terre coltivate dei piani e delle valli. Quindi noi avemmo due giiustifica- zioni per rimuovere il nostro campo di operazione sui monti a nord e a ovest di Lanusei verso il Gennargentu. Il primo Nuraghe da noi visitato in quest’alta regione fu quello di Gennacili. D’esso una veduta dal lato nord-est offre la fig. i6. Il Nuraghe si trova proprio al lembo d’un bosco di elei, su una enorme roccia di granito tagliata a picco da ogni lato, tranne che a sud-est. Questa posizione fu evidentemente scelta sia per la sua naturale sicurezza, sia perchè domina am¬ piamente a oriente e a mezzogiorno. DeH’edificio principale, oltreché gli avanzi della stanza centrale molto rovinata, noi potemmo identificare almeno due ali di fortificazioni sui lati sud e est. Di più, dalla stessa parte ci sarebbe riuscito di rintracciare gli avanzi d’un muro di cinta, che girava attorno in direzione sud e sud- ovest con una curva larga tanto da com¬ prendere dentro quello che noi ritenemmo essere il villaggio del Nuraghe. Muovendo in direzione nord-est, ve¬ nimmo in pochi minuti in uno spazio piano, aperto dentro il bosco, coperto come da un pavimento di selci. In un leggero rialzo al limite occidentale di esso sta la Tomba dei Giganti di Campo Selenes. I-a tomba giace completamente isolata, come appunto il Nuraghe, e la sua vicinanza con quello fa a prima vista pensare che la tomba, anche in questo caso, sia il sepolcro di famiglia degli abitanti del Nuraghe. Nulla, del resto, avrebbe potuto presentare maggior contrasto alla fortezza minacciante dall’irto gra¬ nito,” di questo prato appartato con il suo carattere di malinconica tranquillità. Uno schizzo di pianta della tomba è dato dalla fig. 17. Qui una particolarità della cella è che i lastroni in piedi dei due muri laterali hanno un’ inclinazione l’uno verso l’altro, come se accennassero a un finto arco. Il Nuraghe e la Tomba dei Giganti di Su Chiai. Il Nuraghe di Su Chiai, che poi visitammo, si trova, nella località dello stesso nome, su un poggio a forma di cono tronco, con blocchi di granito sulla riva destra del Rio Marrargiu, circa 5 chilometri a ovest del borgo di Villagrande. Alberi di querce s’ergono qua e là, e sulla ripa sono sparsi gruppi di ontani. Il poggio scende piuttosto rapidamente a sud-ovest e a ovest, più dolcemente dalle altre parti. Fig. 17. Nuraghe di Gennacili. Ausonia ~ Anno III. 5 — 34 — Il Nuraghe visto g'uarclando a sud-ovest è dato dalla tìg. i8. Si scorge molto chiaramente la maniera in cui la cella del centro è costruita sopra i massi in modo da farli far parte della sua struttura. A sinistra, verso l’albero nella figura, si vede un bastione sporg'ente difendere nn punto debole di sua natura. La formidabile posizione col suo dominio sul torrente e il carattere di fortifi¬ cazione dell’edificio appaiono così a prima vista. Il tratto più caratteristico della l'ig. iS. Nuraglie i-ii Su Chiai. posizione di Su Chiai del resto è che qui abbiamo un Nuraghe che sta a guardare il villaggio posto dalla parte d’oriente. In questa direzione tutto il terreno è co¬ perto di materiali da costruzione non tutti derivati dal Nuraghe stesso, e nella confusa massa di rottami noi potemmo distinguere parecchie abitazioni di questo villaggio. Una delle più grandi e meglio conservate di esse si vede molto bene nella fig. 19. Si trova alla sinistra del disegno, dove la nostra guida appare seduta sul muro dell’abitazione. Lungo questa abitazione sul lato nord re n’è un’altra più piccola e meno ben conservata. — 35 La massa delle pietre appartenenti a questa abitazione occupa il centro del disegno di fronte al Nuraghe principale. La fig. 20 offre uno schizzo della pianta di tutto questo distretto. ‘ Qui il Nuraghe coi suoi bastioni e con le sue opere este¬ riori appare a sinistra col villaggio a fianco, che occupa tutto il rimanente spazio a oriente. Noi lo trovammo tutto chiuso da un muro di circonvallazione che a occidente Fig. 19. Abitazione presso il Nuraghe di Su Chini. chiudeva lo stesso Nuraghe, riunendosi ad esso nel punto dove la roccia cade più a picco. Venimmo poi condotti a vedere la 'Fomba dei Giganti di Campo Su Chiai. La tomba giace su un piccolo rialzo in uno spiazzo nel bosco con querce e altri alberi attorno. Dista circa m. 200 a nord dal Nuraghe omonimo ora descritto. Uno schizzo della pianta della tomba è dato dalla fig. 21. T.a costruzione nel l’insieme è ben conservata, ma il lastrone frontale, i lastroni di copertura e alcune piccole parti del semicerchio frontale e del muro di cinta sono scomparsi. Della cella si possono vedere due strati della costruzione in pietre a strombo. Il semicerchio frontale anche mostra due filari di pietre murate a secco poste con le facce verticali, invece del più antico e comune sistema di struttura a lastroni in piedi. ^ Un tratto che occorre qualche volta anche altrove è quello della stratifi- ‘ Questo non è altro che uno schizzo lineare dise- ^ La rozza stratificazione di pietre si osserva anche gnato per me in scala da Mr. F. G. Newton. nel muro di cinta. — 3^ cazione di rozza struttura in pietra che corre per tutta la lunghezza fra il muro della cella e il muro di cinta. Questa peculiarità della costruzione appare chiaramente él 4- i'aii nella fig. 22 che mostra la tomba vista dall’ingresso guardando a nord. L’inte¬ riore struttura in pietra, di cui parliamo, fu adottata a fine di aumentare la stabi¬ lità del muro a secco preso nella sua massa e di diminuire la pressione laterale della riem¬ pitura di rottami e di terra che copriva il mo¬ numento, cpiando era in piedi. La fig. 23 mostra gli avanzi della tomba guardando a sud col Nuraghe di .Su Chiai sulla sua altura nello sfondo. Questo disegno illustra molto bene il contrasto su cui ho insi¬ stito fra la diversità della positura scelta pel Nuraghe e quella scelta per 1’ ultima tlimora dei trapassati. L’ima è fiera e dominante, l’altra appartata e spira pace. Nello stesso tempo la figura fa spiccare la vicinanza della abitazione e della tomba, che a sua volta dipende dall’in¬ tima relazione dell’una con l’altra. - , Uiuiuuj _ T ’-i T -fMrfP' P'ig. 21. Tomba dei Giganti a Campo Su Cliiai. Mi sono già riportato al caso del Nuraghe e della Tomba dei (riganti di Noedda come un esempio di accoppiamento, nel quale non potrebbe esistere dubbio di sorta Fig. 22. Tomba dei Giganti a Campo Su Chiai. Fig. 23 — Tomba dei Giganti a Campo Su Chiai. 38 - che la tomba appartiene al Nuraghe. A Noedcla infatti i due monumenti sono cosi completamente isolati da non trovarsi nessun’altra costruzione visibile tutt’all’ intorno. Del resto, nel caso del Nuraghe di Su Chiai abbiamo presente un altro fatto che, a meno che non apparisse per nuovi scavi, non si potrebbe osservare a Noedda. Questo nuovo fatto è il villaggio del Nuraghe. Resta ora a vedere come la popo¬ lazione del villaggio seppellisse i suoi morti. Li seppelliva anch’essa nelle Tombe dei Giganti? In altre parole, corrispondentemente alle case del villaggio o della città, si trovano mai Tombe dei Giganti a gruppi in guisa da formare un vero cemeterio? La risposta è decisamente negativa: non esiste nulla di somigliante a una necropoli di Tombe dei Gig'anti in nessuna parte in Sardegna. Possiamo solo concludere, che la popolazione del villaggio dava ai suoi morti qualche altra sepoltura che non era però quella delle Tombe dei Giganti. D’altra parte le Tombe dei Giganti, che oc¬ corrono quasi sempre isolate, dobbiamo sempre più attribuirle al Nuraghe che si trova loro vicino, anch’esso isolato. La città NukaCtICa di Sekucci E LA Tomba dei G[danti di Isarus. Sulla fine di ottobre il tempo cominciò a guastarsi sulla montagna, quindi noi ponemmo fine alle nostre esplorazioni nelle parti alte di Sardegna a causa della stagione, e scendemmo a Iglesias. Q)ui l’on. T. A. e laidy Idina Brassey ci aiutarono in tutti i modi, non solo offrendoci ospitalità nella loro casa, ma provvedendoci altresì i mezzi di trasporto, autor.iobile e vetture, nelle diverse parti del territorio di Iglesias. Le autorità delle miniere italiane a Iglesias non si mostrarono meno cortesi e gentili : per non fare altri nomi, ricorderò solo il cav. Sanfilippo, ingegnere delle miniere e ispettore delle antichità d’ Iglesias, che pose la sua grande conoscenza del paese a nostra disposizione con una liberalità veramente disinteressata. Con lui noi visitammo la località di Serucci, presso Gonnesa, per vedere certi avanzi preistorici che egli vi aveva scoperti dieci anni prima, e che non erano altro che una vera e propria città nuragica. Accedemmo al posto dal lato nord-est attra¬ verso una campagna brulla, dolcemente ascendente con alcune terre a prato. Dinanzi a noi sorgeva una caratteristica massa che noi intendemmo dover essere la reliquia d’un Nuraghe. I.a fig. 24 dà l’aspetto generale della regione per cui passammo con la massa del Nuraghe nello sfondo. Dall’alto di essa si scorgono le rovine della città, come appaiono nella fig. 25, allargandosi a ovest su grande spazio di un terreno che scende verso tramontana, ed è fiancheggiato dalla rasa campagna a sud. Oltre la città, a occidente si stende una bassa collina allungata nella direzione da nord a sud, col nome locale di Isarus. Quivi il cav. Sanfìlippo ci disse, che egli contava Fig. 24. La regione di Serucci. di trovare la necropoli della città e noi, venutivi dopo, trovammo difatti sulla vetta del poggio una Tomba dei Giganti che stava, senza dubbio, in relazione col Nuraghe. Fig. 25, Le rovine delia città nella regione di Serucci. 40 — Tutta quella importante zona di monumenti deve evidentemente riguardarsi come legata da vincoli col mare vicino ; infatti a poca distanza verso nord-ovest si trova la non spregevole baia di Porto Paglia. Poi visitammo la città stessa più dettagliamente. A prima vista non sembrava che una confusione di blocchi di trachite coperti da un rigoglio di fitti lentischi e di altre piante. .Subito però incominciammo a distinguere i perimetri di abitazioni cir¬ colari che erano tanto vicine le ime alle altre, che i muri delle abitazioni contigue qua e là si toccavano.' I.a meglio conservata di queste abitazioni si vede nella fig. 26 presa dal lato sud-est. Essa trovasi in una posizione importante all’orlo della città verso mezzogiorno, a circa metà strada fra il Nuraghe e l'estremità occidentale della città. (Come hanno dimostrato le ulteriori ricerche del cav. Sanfilippo, l’uscio di queste abitazioni, come in questo caso, guarda costantemente a sud, cosicché il quartiere ‘ Dalle ulteriori ricerche del cav. Sanfilippo, mentre perimetri si congiungevano in qualche parte assieme, tracciava la pianta del posto, risultò che alcuni dei formando come stanze di una casa. — 41 meridionale di queste città, quasi in vicinanza immediata del Nuraghe, dev’essere stata la piu desiderabile posizione per residenza). La porta della nostra casa rimane intatta con l’architrave ancora a posto. ‘ Si possono ancora rintracciare da cinque a otto filari di pietre, i quali, visti dall’interno come nella fig. 27, mostrano una curva, così esternamente come internamente, all’ indentro verso la sommità. Questa curva indica, che le abitazioni finivano in alto a tholos, secondo il principio del finto arco fatte come i Nuraghi stessi. Del resto le mura in basso hanno solamente uno spessore di circa m. 1,70. Si tratta d’uno spessore molto comune, e corrispondentemente ad esso non si trova mai traccia di scala neH’interno del muro, il che è invece un tratto caratteristico ‘ La larghezza aH’esterno della porta superficialmente sopra la soglia era m. 1.26 e andava crescendo all’in¬ terno fino a raggiungere circa m. 1.50. Al di fuori la larghezza sotto l’architrave era di m. 1.20. La porta aveva un’altezza di m. 1.35 da terra. La sua altezza totale fu poi calcolata dal cav. Sanfilippo in ni. 2, io. Egli anche trovò, che la larghezza della soglia dalla parte esterna era di m. 1.40, dall’interna m. 1.60. Il diametro interno del Nuraghe dal Sanfilippo è dato di m. 6.70. Ausonia - Anno III. 6 42 del Nuraghe in Sardegna. Perciò s’è generalmente ritenuto che le abitazioni attorno al Nuraghe non fossero che pianterreni di case senza piani superiori. Oltrepassando la città verso occidente si arriva a un basso prato di carattere paludoso attraversato da una specie di strada a guisa di aggere in j^ietre coperta d’erbacce. Essa potrebbe essere l’avanzo d’una via che salisse al colle Isarus, della sressa epoca che la città preistorica. Onesto passaggio visto guardando a oriente l ig. 28, Passaggio presso la città tlel Nuraghe dì Serucci. dal colle stesso appare nella tìg. 28. Nello sfondo si scorge la città del Nuraghe colla mole del castello poco oltre a destra. Presso la vetta del basso poggio, ma a fianco della città e bene in vista del Nuraghe giace la Tomba dei Giganti di Isarus nascosta fra un monte di lentischi e di altre piante. La sua orientazione è da nord a sud colla fronte un poco a sud-est. T.a fig. 29 mostra la pianta della tomba che è ben conservata, pur mancando il lastrone in cui s’apriva la porta, il lastrone di fondo e tutti i lastroni di copertura. La cella della tomba è di m. 9,70 in lunghezza e m. 1,10 in larghezza. I.a struttura della cella è in pietre disuguali tagliate, murate a secco in rozzi strati. Il materiale usato è la pietra trachitica porosa di un rosso grigio proprio del luogo, con cui fu costruita 43 T- !»/ ' r . anche la città. L’isolamento della Tomba dei Giganti sulla sua altura era completo. Non si scorgeva tutt’ all’ intorno nessuna indicazione che accennasse a una molte¬ plicità di tombe sul tipo di quelle dei Giganti in corrispondenza colle abitazioni della città. Quindi la sola conclusione ragionevole era che la popolazione della città sep¬ pelliva diversamente e più semplicemente, e che la Tomba dei Giganti apparteneva agli abitanti del Nuraghe. All’ isolamento della singola Tomba dei Giganti su un rialzo, mentre potrebbe bene celarsi sotto le erbe un cemeterio con sepolcri d’altro genere, corrispondeva l’unicità del Nu¬ raghe che guardava la città. La relazione dell’uno coU’altra sembra quindi innegabile. Per simile relazione noi ci siamo già ripor¬ tati al caso di un Nuraghe dominante su un con¬ tiguo villaggio, che aveva nelle sue vicinanze un’isolata Tomba dei Giganti senza nessun altro sepolcro della stessa specie visibile, che potesse ritenersi appartenente alla popolazione del vil¬ laggio. Questo accadeva a Su Chiai nel territorio di Lanusei. La conclusione in questo caso era, che l’isolata Tomba dei Giganti poteva appartenere solo al Nuraghe, mentre la popo¬ lazione del borgo seppelliva in qualche altra maniera meno monumentale, maniera che non era quella della Tomba dei Giganti. Questo curioso fenomeno si ripete a Serucci su più larga scala. Qui di nuovo abbiamo il singolo Nuraghe con la singola Tomba dei Giganti corrispondente ad esso, e qui di nuovo abbiamo il villaggio o la città dei Nuraghe che deve avere avuto una corrispondente necropoli che gli faceva riscontro. Di questa non si vedeva traccia sopra terra; ora monumenti sepol¬ crali sul tipo delle Tombe dei Giganti sono di im così spiccato carattere e tanto cospicui colle loro parti sopra terra, da essere assai poco verisimile, che non ne rimanesse più nessuna traccia, se avessero originariamente corrisposto per numero alle abitazioni nella città. La miglior conclusione possibile anche in questo caso è, che la popolazione della città seppelliva in qualche altra forma sotterra, e che così il cemeterio corrispondente a questa città deve ancora scoprirsi. Considerando la gran¬ dezza e l’apparente prosperità di questa città, tale scoperta sarebbe della più alta importanza per illuminarci sulla civiltà della Sardegna all’epoca dei Nuraghi. ' Ed Fig. 29. Tomba dei Giganti ad Isarus. ^ Non yogliaino davvero qui dire, che nulla di que- degna. Così, per esempio, lo scavo regolare del ceme- sta specie ancora non sia stato messo in luce in Sar- terio a camere sepolcrali di Anghelu Ruju ha dato Fig. 30. Tomba dei Giganti ad Imbertiglie. 45 effettivamente e probabile, che la necropoli si trovi dove il cav. vSanfilippo sup pone : sul colle non alto a occidente della città, dove fu scoperta la Tomba dei Gi¬ ganti stessa. La Tomba dei Giganti E IL Nuraghe di Imbertighe presso Borrore. La domenica 3 novembre io mi separai da Mr. Ashby a Iglesias, e partii per Porto Torres coll’intenzione di fare la traversata in Corsica per una missione archeo¬ logica ch’io m’ero assunta sotto gli auspicii dei Carnegie Trust per le Università di Scozia. A causa d’una tempesta però il battello che fa il tragitto fra l’Algeria e la Corsica passò oltre verso Ajaccio senza toccare Porto Torres, quindi io fui costretto a rimanere una settimana di più in Sardegna. _ 10 mi giovai di questa inaspettata opportunità per visitare alcune Tombe dei Giganti attorno a Borrore. Posi il mio quartiere a Abbasanta. 11 mio fine principale, visitando questa parte della Sardegna era quello di vedere la ben nota Tomba dei Giganti a Imbertighe. Il prospetto di essa è dato dalla fig. 30, e questa è fatta di su una fotografia di P. Mackey che m’ha gentilmente concesso di ri¬ produrla. Il P. Mackey ha visitato tutta la Sardegna ; la sua ricca collezione di fotografie ^ non manca di nulla. D k? Ù ^ La tomba fu molto rovinata, e quasi tutto q - (/ ciò che ora rimane è il semicerchio frontale e ''-'-'i}, il gran lastrone in cui s’apre la porta, e che imbertighe. si vede nella figura. Nella realtà questo gran lastrone visto di dietro è un tratto caratteristico nel panorama tutto piano a sinistra di chi va da Borrore a Abbasanta. Uno schizzo della pianta della tomba l’offre la fig. 31. La tomba guarda a est. Il materiale di costruzione è la locale pietra vulcanica rosso-grigia di natura tufacea. Il Nuraghe di Imbertighe s’erge su un leggero rialzo rotondeggiante a soli due minuti a piedi dalla tomba verso oriente. risultati importantissimi, ma in questo caso c’è l’evidente di paletnologia ilaliayta, 1905, p. 176; Rendiconti del svantaggio, che la necropoli in questione rimane senza R. Istituto Lombardo, Serie II, Voi. XXXIX, 1906, il corrispondente villaggio o città. Per questa necro- pp. 456-460. pjli, V. Notizie degli scavi, 1904, p. 300; Bollettino — 46 — La Tomba dei (tIGanti e ir. Nuhagjie di San Gavino. La tìg'Lira 32 rappresenta la Tomba dei Giganti di San Gavino. E stata ritratta da una fotografia di cui io sono anche debitore al P. Mackey. La tomba rimane Fig. 32. Tomba dei Giganti a San Gavino. a sinistra della strada da Borrore a Dualche molto vicino alla chiesa campestre di San Gavino. Il gran masso frontale della tomba spicca a distanza per molte miglia / 47 — attorno. Rassomiglia moltissimo a quello della tomba più nota di Imbertighe. Uno schizzo della pianta della tomba è dato dalla fig. 33. L’imponente lastrone frontale è ancora intatto, ma quasi tutto il restante materiale del monumento è stato t 33- Tomba dei Giganti a San Gavino. tolto per giovarsene nella costruzione delle dighe circostanti. La tomba guarda a oriente. Il Nuraghe di San Gavino è a soli pochi minuti a piedi al di là della strada verso sud. E d’un tipo semplice coll’ingresso volto a sud-est. Ad esso senza dubbio appartiene la Tomba dei Giganti. Conclusione. Venendo ora a concludere, il risultato delle nostre osservazioni, fondato sopra un gran numero di casi è, che le così dette Tombe dei Giganti sono sepolcri di famiglia per gli abitanti dei Nuraghi. Ciò noi riteniamo che possa dedursi dalla co¬ stante relazione in cui quelle due specie di monumenti si trovano gli uni rispetto agli altri. La Tomba dei Giganti sta sempre vicina al Nuraghe, è sempre visibile da questo, e giace d’ordinario in un posto tranquillo, appartato, che contrasta decisa¬ mente colla positura dominante scelta per 1’ ubicazione del Nuraghe. Inoltre le Tombe dei Giganti come i Nuraghi guardano quasi sempre a mezzogiorno. Questa orientazione a sud è dovuta alla posizione dei Nuraghi. L’influenza dei Nuraghi sulle Tombe dei Giganti appare anche in un altro modo. Noi vedemmo, che la costru- - 48 - zìone originale di quelle tombe era a pietroni piantati per il dritto in terra sul tipo dei dolmen, da cui le Tombe dei Giganti derivano. Sotto l’ influenza dei Nuraghi la struttura di pietre disugualmente tagliate e murate a secco come pure il finto arco appaiono accanto alle costruzioni sul tipo dei dolmeìi a lastroni verticali, senza però far mai completamente sparire queste ultime. Questa influenza mostra, che le Tombe dei Giganti sono contemporanee ai Nuraghi. La dipendenza deH’una dall’altra specie di monumenti vien fuori anche per un altro verso. Così, per esempio, il Pinza mostra come alcuni oggetti in bronzo e alcuni vasi da lui illustrati nei Moii. Ani. Line., Voi. XI, pp. 267-70, trovati nelle Tombe dei Giganti siano identici per carattere ad altri oggetti appartenenti alla stessa categoria trovati dentro e presso i Nuraghi. Un’ importante scoperta fatta dal Nis- sardi e dal Taramelli ha un valore grande sotto lo stesso punto di vista. In un pozzo nel cortile del Nuraghe di Lugheras si trovò una pregevolissima serie di vasi, gran numero dei quali sono dello stesso tipo di quelli citati dal Pinza. 11 trovarsi questi vasi in un pozzo appartenente al Nuraghe indica subito, che questi monumenti sono non già tombe ma abitazioni umane. La scoperta della stessa specie di vasi nelle Tombe dei Giganti prova che questi erano contemporanei e legati da relazioni ai Nuraghi. Nuovamente qui la conclusione inevitabile sembra essere che le tombe appartenevano alle persone che abitavano i Nuraghi. Il Pinza non ne trae questa conclusione. Per lui i Nuraghi sono essi stessi monumenti sepolcrali : ma noi abbiamo serie difficoltà ad accettare la sua conclusione. In primo luogo il Pinza ci dà qui una duplice serie di sepolcri con carattere monumentale: i Nuraghi ed oltre ad essi le Tombe dei Giganti. Però non ci dice affatto come accade, che queste due specie di monumenti sepolcrali si trovino gli uni accanto agli altri. Di più il Pinza tace interamente circa la questione delle abitazioni occupate dalle popolazioni dei Nuraghi, supposte tombe, durante la loro vita. Erano queste abitazioni sullo stesso genere dei Nuraghi? D’altra parte in quale specie di abitazioni gli abitanti delle Tombe dei Giganti passarono la loro vita? Erano le abitazioni in tutt’e due i casi diverse o uguali? Quello che probabilmente avvenne in realtà è questo. La teoria in questione, senza accorgersene, ha duplicato i suoi sepolcri in modo che lascia i sepolti nell’una o nell’altra foggia senza corri¬ spondenti abitazioni. .Se invece noi consideriamo le Tombe dei Giganti da sè sole come i luoghi di sepoltura degli abitanti dei Nuraghi, sparisce ogni difficoltà d’un colpo, e ritroviamo le smarrite abitazioni. Roma, febbraio, 1908. Duncan Mackenzie. 49 — UNA FIBULA ROMANA CON ISCRIZIONF:. Il eh. prof. Emilio Costa della R. Università di Bologna fece eseguire parecchi anni addietro un saggio di scavo in un fondo situato presso un suo podere nel Par¬ mense alla superficie del quale apparivano spesso, durante i lavori agricoli, avanzi di antiche abitazioni. Com’egli gentilmente mi comunica « il fondo chiamasi Petrignauo nel Comune di Cortile San Martino, provincia di Parma, ed appartiene alla Congregazione di Carità di San Filippo. E adiacente ad uno dei numerosi cardini tuttora esistenti dell’antica divisione colonica di Parma, al nord della città, e precisamente a quello che serve oggidì di strada denominata della Burla. Il punto ove fu fatto lo scavo dista dalla strada un centinaio di metri ». Lo scavo venne approfondito fino a m. 1.20 ed il prof. Costa rinvenne « molte macerie di un piccolo edifizio rustico con residui d’ incendio, e sotto le macerie alcuni utensili rustici (una scure ed una falce messoria, coltelli, ecc.), frammenti di anfore e di patere di grezza fattura, frammenti di fiale pure di vetro grezzo, una trentina di monete in bronzo comunissime di Antonino Pio ed un denaro di Gor¬ diano Pio ». Il prof. Costa mi diede inoltre gentilmente ad esaminare altri pezzi fra cui tre chiavette di ferro, frammenti di vaso di vetro color verdognolo ornato alla super¬ ficie di grandi baccellature, la metà di un calicetto di terra bruna con labbro in fuori, un frammento di coppa oppure di coperchio di terra rossiccia con larga costa orizzontale presso il labbro, oggetti tutti propri dell’età romana. Il più interessante però di tali oggetti è una fibula di bronzo a laminetta pie¬ gata ad arco semicircolare con spillo a cerniera (fig. i). Questa è sormontata da una fascetta sulla quale leggesi una iscrizione AVCISSA già nota per altri esemplari rinvenuti in diverse località, assai distanti fra loro. Nel 1896 il prof. Holshausen diede l’elenco di tutte le fibule allora note che portavano tale iscrizione ' indicandone i luoghi ove si rinvennero oppure esistono. Credo utile far conoscere tale elenco aggiungendovi poscia gli altri esemplari I ’ Holshausen, Verhandl. d. Berliner Gesellschaft f. Antìir., 1897, P- 286. Ausonia - Anno III. 7 — 50 — consimili rinvenuti dopo il i8g6. Fino a queU’anno tali fibule ascendevano al numero di undici ed erano : 1° Marzabotto, pubblicata dal Gozzadini (fig. 2);' 2° Museo di Si. Germaiu eii Lave S 3° Museo di Treviri, rinvenuta presso la città romana di Treviri (Augusta rrevirorum) ; ^ 4° Museo di Storia naturale a J^ie/nìa, proviene dalla città romana di Siscia nella Pannonia;"* 5° In possesso del sig. Fliedner ad Alscv, proviene dalla provincia dell’Assia renana, rinvenuta probabilmente presso Alzey;' Fig. 2. Fibula di Marzabotto. Museo di Berlino per l’ istruzione per forma a quella del sig. Fliedner ; ^ 7° INIuseo di Berlino per l’istruzione strato romano delle mine di Troja ; ’ 8° Antiquarium di Berlino, pubblicata ' Gozzadini, Di un'antica necropoli a Marzabotto nel Bolognese, 1865, tav. 17, n. 17, p. 3i. ^ IIoLSUAOSEN, op. cu., p. 287. ■’ W'estdcutschc Zeitsclu'ift f 'i'ir Geschichte iind A'unst, 'l'iier, 18S4, p. 186. * Corpus Inscripl. Latin., voi. Ili, supplement. nu- del popolo, trovata nel Caucaso; è identica del popolo, rinvenuta ad Hissarlick nello a dal Friederichs Kleinere Knnst n. 263;® mero 12031, 18. 5 IIOLSHAUSEN, op. cit., p. 286. 6 I loI.SIIAUSEN, op. cit., p. 2S8. "• IIOLSIIAUShN, op. cit., p. 2SS; I lòKl'FEI.li, Troia nnd Ilion, igo2, voi. I, p. 414, lìg. 437. 8 Corpus Inscription. Latin., voi. XV, n. 7096 a 2. 51 9® Altra simile pure nell’ Antiquarium di Berlino nella quale l’ iscrizione pre¬ senta la prima vocale A senza il tratto orizzontale; ' io° Olimpia, rinvenuta ivi e pubblicata dal Furtwàngler voi. IV, p. 183, nota i);^ 11° Museo di Napoli (C. I. L., voi. X, n. 8072, 22)} In questi ultimi anni si sono aggiunti altri sei esemplari di cui tre citati nel- V Insirumcntum del C. I. L., voi. XI, p. 1209, n. 67192 e rinvenuti od esistenti: 12° A Castel d' Asso presso Viterbo, già in possesso dell’ispettore Bazzi- chelli ; 13° A Firenze, di provenienza sconosciuta;'* 14° In Arezzo. Gli altri tre esemplari sono ricordati nel C. I. L., voi. XI, n. 7096 come rin¬ venuti ; 1 5° presso Roma nella via Nomentana ; ^ 16° nel Tevere in Roma, conservata nel Museo nazionale delle Terme; 17° in Roma, in possesso del barone Meester de Rovenstim. A tutti questi si aggiunge ora l’esemplare rinvenuto 18° presso Parma e posseduto dal prof. Emilio Costa. Infine il medesimo nome Aucissa è forse anche da leggere sopra 19° un frammento di fibula pubblicata dal prof. Bulle nel Bullettino di Ar¬ cheologia e Storia Dalmata, igoi, p. 141, e sulla quale egli lesse IVSSIMI. Di tutte queste fibule quella di Marzabotto fu la prima ad essere pubblicata. II Gozzadini diede il disegno della forma a tav. 17, n. 17 della sua prima rela¬ zione sulle antichità di Marzabotto, aggiungendovi pure l’iscrizione ch’egli era in¬ certo se dovesse leggersi lAVCSSAI. Il Conestabile al contrario F interpretava per AVQSSA “• lezione riportata anche dal Montelius [La civilisation primitive en Italie, p. 18, n. 184). Amendue poi quei dotti la giudicarono etrusca. Il primo a ritenere romana dell’età di Augusto tanto la fibula quanto Fiscrizione fu il TiscMer, che attribuiva al commercio italico romano tutti gli esemplari di questa forma ti'ovati fuori d’ Italia. ^ Parecchi dotti poi: Hubner, Friederichs, Riese, Furtwàngler, Schumacher, Ols- hausen, indipendentemente l’uno dall’altro avevano ritenuto Fiscrizione per romana leggendovi AVGISSA oppure AVCISSA; il qual nome, che senza dubbio è quello ’ Holshausen, op. cit., p. 288, nota i' solita. * Holshausen, op. cit, p. 288, nota i. 5 Corpus Inscript. Latin., voi. XV, n. 7096, a i; Holshausen, op. cit, p. 287. Bull. ddVIstit., 1831, p, 42. + Garrucci, Sylloge Inscript. Lat., n. 2272, il quale 6 Tischler in Meyer, Gurina, Dresda, 1885, p. 29- la dice: Fibula aenea in Etruriae regione reperiti 3o; Holshausen, loc. cit., p. 287. del fabbricante, fu per la prima volta giudicato celtico- dall’ Hùbner. Esso difatti ricorre anche sopra altri oggetti, fra cui un vaso di terracotta trovato in Gallia. ' Che la fibula sia del tempo romano risulta già dalla considerazdone che alcuni degli esemplari, rinvenuti fuori d’Italia, provengono o da città di origine romana, Treviri Sciscia, oppure, come quello d’ 1 lissarlick, da strati romani. .Se non si può dare troppa importanza al fatto che parecchie se ne sono trovate pure in Koma, mi sembra al contrario una circostanza quasi decisiva per stabilire l’età, che la fibula 'parmense di Petrignano, posseduta dal prof. Costa, fu raccolta iu mezzo a ruderi, rottami e monete romane del secondo secolo dell’impero. E ciò ben s’ac¬ corda con il fatto che il tipo di tale fibula nou può essere preromano perchè appar¬ tiene all’ultimo periodo detto generalmente La Teìie, al tempo cioè della trasforma¬ zione dello spillo a molla in (piello a cerniera. Difatti dei vari esemplari della fibula aiicissa, dei quali conosco la forma, sol¬ tanto quello dell’Assia renana, ritiene tuttavia qualche cosa del più antico tipo Ce? Tene, essendovi la testa, da cui si diparte lo spillo, a.ncora trattata a spirale. Onesta però è già difesa da un cartoccio, il quale, in seguito, per naturale evolu¬ zione, riunendosi con la spirale costituirà la eerniera quale si osserva negli esem¬ plari di Marzabotto, di Petrignano e d’ I lissarlick, e che è propria delle fibule romane di un tempo più tardo. Da tali considerazioni viene confermata anzitutto l’osservazione già fatta dal- rOlshausen, che le fibule con il nome ^Inc/fsa non sono ricavate tutte da una me¬ desima forma. Questo già si poteva stabilire per la differente maniera con cui negli esemplari fino allora noti era scritto il nome Aneissa che in alcuni presenta i due A privi dei tratti orizzontali quali osservausi in altri, ad esempio quelli del Caucaso e di Marzabotto, mentre in una delle fibule di Berlino fra V ed il C avvi un punto che manca negli altri esemplari. Vi si ag'giunge ancora il fatto che non tutte le fibule aucissa hanno le stesse dimensioni ^ e che quella dell’Assia renana ha la testa trattata ancora a spirale. L’ultima particolarità è prova non dubbia che l’esemplare renano è il più antico per età, fra quelli finora conosciuti od almeno di quelli di cui conosco la forma ; ciò che costituirebbe un altro argomento per credere che l’officina donde uscirono le varie fibule di Aucissa, debba cercarsi fuori dell’Italia, probabilmente nella Gallia, forse a l'reviri, donde si sparsero e penetrarono in Germania, in Italia, nella Pan- nonia, in Grecia (Olimpia), nell’Asia Minore (Troja) e nel Caucaso. ' Corpus Inscript. Latiti., voi. XIII, parte terza, nu¬ mero 219, ove si ricordano jntre fibule in bronzo della ( jallia con lo .stesso nome. ^ iduella del Caucaso per esempio, come riferisce lo Ilolshausen, ha l’arco della fibula più stretto che non quello dell'Assia renana, e l’esemplare di Troja è assai più piccolo che non quello di Marzabotto e di l’etrignano. 53 Abbiamo quindi un’idea della rapidità con cui gli articoli industriali all’epoca romana si diffondevano nelle regioni anche più lontane; diffusione senza dubbio dovuta al commercio, ma alla quale possono pure aver potentemente contribuito gli eserciti romani per le continue loro dislocazioni da un’estremità all’altra del- r impero. La varietà poi di forme e più di particolari nelle fibule di Aucissa ci obbliga ad ammettere una certa durata di tempo in cui esse continuarono a fabbricarsi dalla medesima officina. All’esemplare di Marzabotto il Tischler assegnava l’età di Augusto : ma forse tale data è troppo antica. Io sono d’avviso che la fibula a cerniera abbia cominciato ad usarsi in tempo più tardo, nella seconda metà del primo secolo dopo Cristo e che fino a quel tempo anche in Italia, almeno in quella superiore, ed al di là delle Alpi abbia continuato l’uso della fibula a spirale. Ecco i fatti su cui si fonda questa mia opinione. Anzitutto la fibula di Petri- guano fu trovata con una trentina di monete nessuna delle quali era più antica di Antonino Pio. Oltre a ciò nell’anno 1891 feci estesi scavi a Claterna, città romana fra Imola e Bologna, ' e fra una ventina di fibule raccolte tre appena erano a cerniera, tutte le altre presentavano la testa a spirale e spettavano al tipo che si direbbe ultimo periodo La Tene, ^ e Claterna fondata prima della guerra sociale durò fino a tutto il IV secolo dopo Cristo ’ dal che si deduce la tarda età in fino a cui venne usata la fibula tipo La Tene. Osservazioni analoghe si debbono fare riguardo le fibule rinvenute nel sepol¬ creto di Ornavasso. Sopra 12 1 fibule del sepolcreto a. Persona, il quale durò fino all’anno 81 d. C., se ne trovarono con la cerniera soltanto 1 1 di bronzo e 2 di ferro ; tutte le altre erano a molla ossia a spirale: il che costituisce un’altra prova dell’età relativa- »wnente tarda in cui nel corredo ornamentale s’introduce la fibula a cerniera, età che, ripeto, credo si possa fissare nella seconda metà del primo secolo dopo Cristo. ’ Notizie, degli scavi, 1892, p. 143. ^ Quattro delle fibule tipo La Tene di Claterna sono identiche a tre altre rinvenute in tombe del sepolcreto di Idria presso Baca in Gorizia e pubblicate dal eh. I. SzoMBATY nel suo lavoro su quel sepolcreto, Das Grabfeld zu Idria bei Baca, figg. 123, 130 A, 202. È assai degno di nota che anche in questo sepolcreto di Gorizia rarissime, otto in tutto, sono le fibule a cer¬ niera, tutte le altre sono a doppia spirale. Per que.sta ragione mi pare che l’età in fino a cui ha durato quel sepolcreto, che sarebbe l’epoca di Augusto quale gli viene assegnata dall’autore, dovrebbe essere abbassata almeno alla fine oppure alla seconda metà del primo secolo dopo Cristo. 5 Bormann, Corpus Inscript. Latinariim, voi XI, p 128. ^ Bianchetti, I sepolcreti d' Ornavasso, in Atti della Società di Archeologia e Belle Arti per la prov. di Torino, voi. VI. 54 Nè all’asseg'nazione di tale data può presentare alcun ostacolo l’esemplare di Alarzabotto, stazione la eguale è fin qui conosciuta come risalente all’epoca etnisca (v secolo av. Cristo) e durata fino al tempo in cui i Galli furono espulsi dal terri¬ torio felsineo (196 av. Cristo). Già il Tischler avea detto ch’essa non avea nulla di comune con le antichità etnische: ma ora si può aggiungere che non ha nulla a che fare con Alarzabotto. Essa non è il risultato di scavi regolari fatti in quella stazione, ma già esisteva in quel Aluseo prima dell’anno 1865, quando il G-ozzadini pubblicò il suo primo volume sulle antichità in esso conservate. Ora è degno di nota quanto lo stesso (ìrozzadini scrive a p. 2 della sua opera, sopra l’origine e la forma¬ zione di quel Museo. « Dal 1831 in poi (cioè da quando il podere diventò proprietà del conte Giu¬ seppe Aria) tutte le anticaglie che a caso e specialmente nei lavori agrarii o di abbellimento della villa vennero in luce, tutte gelosamente furono da lui conservate e custodite ». A questa età adunque dovranno essere riportate anche tutte le fibule a cer¬ niera insignite col nome del fabbricante Ai/cissa. Senonchè il conte Giuseppe Aria ciò faceva non soltanto per gli oggetti antichi che si venivano raccogliendo nel suo podere di Alisano (Alarzabotto) ove estende- vansi l’abitato ed il sepolcreto etrusco, ma anche per quelli casualmente trovati negli altri suoi poderi che avea a Panico, Canovella, A^enola ed altrove. Da Canovella provengono le numerose fibule tipo Villanova conservate in quel Aluseo. ‘ A Venda esisteva una stazione romana perchè ivi nel 1883 si rinvenne la sta- tuina in piombo di tipo policletcc da me pubblicata negli e Memorie della De piitazioned Oltre ciò nel Aluseo di Alarzabotto erano pure rimasti taluni oggetti piceni di Numana acquistati dal conte Pompeo Aria, che fece poi trasportare nel suo palazzo a Bologna. Di quegli oggetti, che il Gozzadini avea ritenuti e pubbli¬ cati come etruschi, ho trattato recentemente altrove. ’ Tutti questi fatti dimostrano che la fibula col nome Aucissa, quantunque con¬ servata nel Aluseo di Alarzabotto, proviene da un’altra località, molto probabilmente da V^enola, in ogni caso da un podere del conte Aria ove dovea esistere una sta¬ zione romana. t E. Brizio. ' . Itti e Meniorie della R. Depulaz. di storia patria ^ Atti c Aleni, della R. Dep. di St. P. per le prov. per le prov. di Ro/na^^na, 1880, ]i. 2ig. di Romagna, i883, p. 829 con una tavola. 5 Notizie degli Scavi, 1903, p. 86 e 87. 55 ISCRIZIONE NAPOLETANA. Le epigrafi, che ricordano la istituzione napoletana delle fratrie, sono poco nume¬ rose, e son tutte raccolte nel Corpus inscriptiomnii graecarum, riprodotte poi dal Kaibel nelle Inscriptiones gr. Italiae Siciliae, etc.' e quella di Publhis Sìtfenas nel Wilmanns Exempla, n. 664. A queste, debbonsi aggiungere, il frammento pubblicato dal eh. prof. De Petra nella Napoli greco-roììiana del Capasse (p. 181): . . . PRIMO _ . . . DEMARC _ fr. ETARCHO . . . . . . L • ITEMQ . . . S • QVI . VIXIT . . . ... M • VI • CLVVI?^.t et 6-LVVIA • SEVEra .... \ì\COì)iparabili l’altro, edito dal prof. Sogliano, nelle Notizie degli scavi a. 1900, p. 269, nel quale è ricordata la fratria degli Euboici : CELA IMITABILI DEMARCHIO PLVRIMIS AETIAM ■ AT • Q ■ TNSIGNIBVS MERITI^ PRAECLAROI FRETORES EVBOIS VERE DIGNISSIMO e questo che ora pubblico, e che è stato finora inedito. ' I. ’ApicfTatO! C. I. Gr. 578, I. N. 3245 K. 759. — 2. ’ApTsu.icrtoi C. I. Gr. 5798 K. 744. — 3. Eùy.viXsiòai C. I. Gr. 580S, 5787, K. 715, 748. — 4. E’j'ioafiòai C. I. Gr. 5818 K. p. 191. — 5. OswTàSai C. I. Gr. 5784 K. 723. — 6. Kp7iTÌvòat? K. 743. — 7. Ku- u.aioi C. I. Gr. 5788, K. 721. — 8. Ot-jw-iatot C. I. Gr. 5797, K. 421. — 9. Ilay/tXeò'at C. I. Gr. 5789, K. 741. — IO. senza il nome della fratria) C. 1. Gr. 5802 b, 5869, K. p. 714. Da poco, è venuto a mia conoscenza, avendolo trascritto, alcuni mesi or sono, in un negozio di antichità, ma suppongo che, già da tempo, sia venuto alla luce, e che sia stato ritrovato, nei lavori pel risanamento edilizio della nostra città, e poscia abban¬ donato, in qualche deposito di marmi ed altri rottami. La. lapide, quasi certamente, tu adoperata come materiale da costruzione, ma per la sua spessezza, ha dovuto appartenere ad una qualche base di monumento. Malauguratamente, è rotta, e ci resta quindi ignoto il nome della persona, che si volle onorare; e sconosciuto del pari ci è quello della fratria, alla quale fu ascritta. Ma le due parole, che in essa chiaramente si leggono: 'I>p-;^Topa? e ( tj. Paris, Le Ro7ìian de Renart, in Journ. des savants, 1894 e 1895. Ringrazio ramico e collega Egidio Gorra, professore di letterature neo¬ latine nella R. Università di Pavia, dell’aiuto datomi per le ricerche in questo campo. Ausonia - Anno III. IO 74 sodio del Roman de Reìiart, e in genere di tutti gli episodi in cui la volpe ha da fare con volatili. Un cane e un gallo viaggiano in compagnia; sorpresi dalla notte, il gallo salta su di un albero per dormire, e il cane si corica in una cavità del tronco, presso le radici. A una certa ora il gallo canta secondo il suo costume ; la volpe l’ode, e, accorsa, lo prega di scendere, desiderosa di abbracciare un animale dotato di sì bella voce. « Sveglia prima il portinaio » risponde il gallo « che dorme appiè’ dell’albero, e quand’egli t’avrà aperto io scenderò ». T.a volpe chiama il cane, e questo le salta addosso ad un tratto e la sbrana. jMa questa favola non corrisjaonde pienamente agli episodi francesi, nè alle varie versioni scritte ed orali che il Sudre cita a raffronto. Il cane unico, compagno di viaggio del gallo, è caratteristico della favola di Esopo. Altrove è costantemente sparito, e sostituito da una muta di cani e da uomini che danno la caccia alla volpe, chiamati o arrivando aH’improvviso ; forse, come suppone il Sudre, per influenza degli altri racconti in cui la volpe è in gioco e che finiscono nella stessa maniera. (Ira l’importanza della rappresentazione figurata di Cremona sta in ciò, che anch’essa è più vicina agli episodi francesi ed agli altri, in cui gallo e volpe stanno soli a fronte, anziché alla favola esopica ove il gallo forma società col cane. Giacché non si può ammettere, per cpianto si calcolino alte le zampe della volpe, che l’og¬ getto sul quale è salito il gallo fosse un albero, e un tal albero da avere nel tronco una cavità entro la quale stia accovacciato un cane (anche a prescindere da tutte le difficoltà di esecuzione d’una simile rappresentanza) ; neppure vi sarebbe spazio per una chioma e un tronco per quanto bassi, con un cane accovacciato semplice- mente appiè’ dell’albero. E oltre a tutto questo le parole degli animali rappresen¬ tati escludono l’intervento di un terzo : il gallo se la sbriga da sé, semplicemente rifiutando di seguire gl’inviti lusinghieri della volpe. Tale motivo più scmjilice ricorre in altra favola d’Es0230 (Halm, i6; cfr. \tb e Gabrio, Schneidewin, 121) ove però si tratta di galline o di una gallina e del gatto. Il gatto offre i suoi servigi alla gallina ammalata, la quale risponde senz’altro che il miglior servizio è ch’esso se ne vada subito. Analoga è la favola 1 7 di Ba- brio (Schneidewin), ove un gallo riconosce subito un gatto che s’era messo in ag¬ guato. I due ultimi versi (quinto e sesto) : « y.iy oéU. .v’jIG/.ouc •/■Tr, • fVòfUjvra;- Cco'mrj- ziyiy ail.oàpo'j. » ricordano il 7W7'7 te della stela di Cremona. Se non che nè in questa l’animale è un gatto, nè la situazione è la stessa, poiché esso non si è appeso ad un pinolo fingendo d’essere un sacco. Del gatto le rappresentanze figurate antiche sono estremamente rare, non essendo esso ancora in età classica bene e generalmente addomesti- — 75 — cato; per quel che concerne le forme, nel rilievo, il muso non dovrebbe cosi allungarsi, mostrando di continuare oltre la rottura, l’orecchio dovrebbe esser più corto, la coda probabilmente tornare in su ad arco nel campo vuoto ; inoltre nella favolistica antica non c’è nessun appiglio a credere che qui possa trattarsi di un gatto, mentre tutta la favolistica medievale sta ad attestare che in suolo latino l’avversaria del gallo è la volpe. Il saluto inscritto evidentemente accenna alla tat¬ tica delle lusinghe, propria della volpe, mentre se il gatto domanda alla gallina ammalata come sta, ciò fa per una ragione determinata, quella di offrire i suoi ser¬ vigi. La risposta del gallo qui non si può riferire, come la sua esclamazione in Babrio, a un riconoscimento esteriore e formale, ma ad una consapevolezza intima e concernente l’indole morale del salutante, che anche per ciò non può esser altro dalla volpe. È soltanto possibile, io credo, che esistesse anche per la volpe una favola così semplice come pel gatto, in cui cioè tutto si riducesse al fatto che il volatile in pericolo di finir male riconosceva a tempo il suo nemico ; ovvero che questa ridu¬ zione sia avvenuta in terreno latino. Nel primo caso si sarebbe perduto un testo greco, archetipo della favola esopica che contiene l’aggiunta, del cane, oltre ad un testo latino ricavato dal greco e fonte a sua volta dei racconti medievali ; nel secondo caso bisogna far risalire alla latinità classica l’eliminazione del cane socio, giacché non può cader dubbio che la stela di Cremona e la sua compagna appar¬ tengano all’epoca imperiale ancor fiorente, io direi anzi, per la paleografia e per l’arte, al primo secolo d. C. Ma in un caso e nell’altro resterebbe spiegato come la favolistica medievale e il Roman de Renart siano indipendenti dalla favola eso¬ pica, e risalgano invece ad una fonte latina (primaria o secondaria non importa) che non conosce la società del cane e del gallo, e pone questo a tu per tu con la volpe. Ecco ora come suona la più antica eco medievale di questa favola nel Rovmlus Mariae Gallicae : De Gallo et Vidpe. Gallus in sterquilinio conversahatnr ; qnem ÌRtlpes intnens accessit, et ante illuni residens in haec verha prorupit : « Numqnam vidi volucrem libi siviileni in decoro, nec cui plus laudis dehetur prò vocis dulcedine, patre tuo tantum excepto. Qui cuin altius cantare voluit, oculos clatidere consuevit ». Gallus igitur, amator lazidis, sicut Vulpes docuit, lumina clausit, et alta voce cantare coepit. Protinus Vzitpes, in eum irruens, cantum in tristitiam vertit, raptumque cantorem ad nemus deferens prope- ravit. Aderant forte pastores in campo, qui Vulpem profugam canibus et clamoribus insequebantur . Tunc Gallus ait Vulpi: « Dicite quod vester sim et quod nichil ad eos spectet rapina ista ». Vulpe igitur incipiente lo qui, Gallus, elapsus ab ore ipsius — 76 auxilio peniiarìim vwx in arbore sununa refiigiuvi invenit. Ttinc V7ilpes ait : « Vae sibi qui loquihir, ciiiìi nielins deheret tacere ». C^d Galbis de sublimi respondit : « Ide sibi qid clatidit ocìilos, cum potius eos deheret aperire ». ' Di questa forma più semplice le altre versioni sono rifacimenti e ampliamenti, fino a quella del poema del Glichezare ed alla più lunga del Roman de Renart. Ma anche nella forma più semplice, non sembra che tutti i tratti della favola me¬ dievale siano originari; in particolare tutta la seconda parte, che rende necessaria una nuova invenzione d’una astuzia del gallo, perchè egli n’esca salvo, sembra una appiccicatura posteriore, derivata forse dalla favola della volpe e del corvo, e manca affatto alla favola esopica. D’altra parte il gallo non poteva finir male in questa favola, e ciò è testimoniato dallo sforzo di salvarlo, nonostante l’aggiunta, ed è conforme al carattere generale delle avventure tra volpe ed uccelli, mentre l’esito della favola esopica ed ora anche la lapide di Cremona, ove il gallo respinge la volpe, si oppongono all’ipotesi che originariamente esso soccombesse. La favola latina che lo scultore della stela ebbe in mente doveva dunque con probabilità contenere solo la prima parte di quella del Romolo di IMaria di Francia, e finiva col rifiutarsi del gallo ad accettare la proposta della volpe. Che una proposta insi¬ diosa vi fosse è certo, e il lapicida vi ha accennato in sintesi, incidendo il saluto della volpe, come a cosa che fosse nota al riguardante. Anzi, vista la costanza del motivo nelle favole medievali, vista la presenza del motivo del canto anche nella favola esopica, si può dire che al canto del gallo doveva appunto riferirsi la pro¬ posta della volpe. Dopo aver dimostrato che il gallo della stela non può immagi¬ narsi sopra un albero (esso è di poco più alto della volpe ; forse è salito su una cesta sdruscita o un vaso rotto, gettato nel cumulo delle immondizie ; anche questo tratto è nella favola del Romulus) ritengo inutile insistere nell’argomentare contro la ipotesi che la preghiera rivoltagli dalla volpe sia quella di scendere: ben può credersi invece che sia quella, costantemente accettata dalla favola latino-romanza, di cantare ad occhi chiusi. In tal modo, credo, sulla base della rappresentanza figurata può ricostruirsi la favola perduta. La nostra favola non è sola a trovarsi scolpita su una stela funebre, senza dubbio pel suo significato morale. Notissima è la stela sepolcrale marmorea di Villa Dianella, pubblicata da Bormann e Benndorf, ^ ma rettamente interpretata da L. Savignoni ^ * Hervieux op. c., voi. II, p. 533 ; cfr. p. 726, 747 ; SuDRE, op. cit., p. 282. ^ yatireshefte des ósterr. Arth. Inst., V, p. i e segg. Anche questa stela è degli ottimi tempi imperiali, poco posteriori a Fedro. 5 Ibid. VII, p. 72 e segg. Vedi pure Mancint, Rappres. figurate della favola della volpe e della cicogna, in Rendiconti della R. Accad. di Archeol. Lettere e B. A. di Napoli, 1904, p. 243 segg. I casi, ivi accennati, di svolgimento indipendente della favola sul suolo italico, o di modificazioni in esso avvenute, potrebbero con¬ fermare l'ipotesi che appunto alla latinità si debba la riduzione della favola del cane e del gali ^ con l’elimi¬ nazione del primo. 77 ove la favola della volpe e della cicogna ricorre nei suoi due momenti culminanti quale simbolo del contrastato banchetto della vita, quale equivalente allegorico della sentenza quod ht es, ego fui; qitod ego siivi tu eris, non rara nelle epigrafi sepol¬ crali. Anche nella pietra tombale di Cremona c’è un simbolismo, una allegoria, un significato morale, e si presenta ovvio (senza ricordare tutte le prerogative del gallo presso gli antichi) il concetto della vigilanza, di cui il gallo è simbolo ; non però da intendersi nel senso cristiano d’una vigilanza spirituale contro le tentazioni dia¬ boliche (ciò è affatto escluso dall’età e dal carattere del monumento); ma anzi in quel senso tanto diffuso nell’età ellenistico-romana, che tende a stabilire una conti¬ nuità e non una antitesi tra questa vita e l’altra ; che permette di godersi questa serenamente, evitando i mali, e di prepararsi prudentemente a continuare a godere negli elisi, anche col prendere la precauzione che aveva presa il committente della nostra stela, di costruirsi un buon sepolcro mentre era ancor vivo. E anche qui, come nella stela di Villa Dianella, le aspirazioni elisiache sono simboleggiate dal vaso bacchico (ànfora con manichi da cantharos) che campeggia nel fastigio. Non è, forse, un mero caso che in entrambi questi monumenti la favola appli¬ cata al sepolcro rappresenti la volpe sconfitta da un volatile. Verrebbe in mente che ruccello è anche in genere simbolo dell’anima, come sta a dimostrare tra l’altro rappresentanza della sirena, der Seelenvogel, secondo è d’uopo ora consentire al Weicker; e che anche la volpe possa rappresentare una insidia speciale e deter¬ minata, per esempio le lusinghe terrene, il credersi savi e astuti, cose che cadono nel nulla su la soglia del di là. Ma forse in tal modo si attribuirebbero a queste rappresentanze pagane idee già troppo conformi a quelle cristiane della tentazione diabolica, delle lusinghe del mondo e della carne, cui si contrappone la vera pru¬ denza puramente spirituale. Forse la volpe deve restare in queste rappresentanze come elemento meno determinato e privo di un valore simbolico specifico, in pe¬ nombra. Quello che risalta nella stela di Cremona è il trionfo del gallo, e ciò fa pensare che, nonostante l’apparente equilibrio della composizione, anche lo scultore della stela di Villa Dianella abbia avuto piuttosto in mira il trionfo della cicogna. Se pure applicasse ai concetti funebri una favola ben nota, il monumento cre¬ monese che abbiamo illustrato prenderebbe sempre un posto eminente nella serie di quelli che costituiscono i capisaldi del simbolismo funebre romano. Ma nello stato presente della tradizione letteraria, dato il salto che c’è tra la favola esopica del cane e del gallo e quelle latino-romanze della volpe e del gallo, dato il silenzio e l’evidente lacuna della latinità classica, la nostra stela acquista per la storia let¬ teraria un valore incomparabilmente maggiore di quello archeologico. Per esso l’umile e mutila pietra sepolcrale di Cremona, dopo la notte di un oblio secolare, può tornare alia luce come rappresentante di un testo perduto. Ben più che rap- — 78 - presentarlo, con le parole inscritte presso le fig'ure degli animali essa viene addi¬ rittura a costituirlo, e si alTerma antenata venerabile di tutto un ciclo di favole latino-romanze, fons fontiìim di una rama del Roìitan de Reiiart. (f. Patroni. NOTA AGGIUNTA. Benché non abbia diretta attinenza col nostro tema merita di essere ricordata una favola medievale recen¬ temente edita da A. Oldrini i^L’ ultimo favolisti! medie¬ vale : Frate Fono Stoppani da Como e le sue Fabulae misticac dcclaratae , in Studi medievali di Novali e kenier, voi. 11, fase. 2, anno 1906, p. 210). Il favo¬ lista era un eremitano; l’opera sua, già finita nel 1360, è contenuta in un manoscritto cartaceo della Biblioteca governativa di Cremona. Gli exempla va^ahuuda , che rOldrini pubblica dopo l'esame delle altre favole di Bono, recano al n. XLvni ed ultimo una favola inti¬ tolata; Vulpes veuieus de Roma ferì pacis optima uova. 11 contenuto è il seguente; una volpe torna da Roma in abito da pellegrino ed offre pace alla cornacchia, chiedendole un bacio. La cornacchia acconsente, a condizione che la volpe chiuda gli occhi. La volpe acconsente a sua volta. La cornacchia allora prende un ramoscello nel rostro e con esso tocca la volpe, che acchiappa il ramoscello, mentre la cornacchia le sfugge e si lamenta con lunghe esclamazioni e consi¬ derazioni. Queste non ricordano per nulla il novi te laconico ed efficace della lapide cremonese; nè potreb¬ bero, poiché qui si tratta di un giudizio a posteriori. E più interessante il trasporto del motivo degli occhi chiusi dal volatile alla volpe; esso conferma la proba¬ bilità da noi messa innanzi del trasporto dal corvo alla volpe di quell’altro motivo dell’ inconsiderato aprir la bocca, e quindi il carattere di ampliamento che ha la seconda parte della favola della volpe e del gallo nel Romulus Marine Gallicae. Le osservazioni poi del Novati, ibid. voi. 1, fase. 4. 1905, p. 465 e segg., sul simbolismo del gallo nella poesia medievale, non concernono la favolistica. G. V. 79 — UNA RAPPRESENTAZIONE ROMANA DEI KABIRI DI SAMOTRACIA. Il monumento che è oggetto del mio studio (v. figura annessa) fa parte di un gruppo di marmi del Museo Lateranense (sala X), costituito dalle reliquie deco¬ rative di una costruzione romana nota col nome di tomba degli Haterii. 1 Kabii'i di Samotracia. (Rilievo romano del Museo Lateranense). Tra le scolture di questo gruppo la nostra è forse quella che meno è stata studiata. Essa non si raccomanda certo per pregi di forma. Nè quello che vi è con¬ tenuto, ossia rappresentato, parve avere un valore intrinseco tale da fermar l’at¬ tenzione. Quattro figure di proporzioni alquanto più grandi del naturale — tre conser¬ vate integralmente, quella a sinistra mancante della testa — spiccano dal petto in Bibliografia : Monumenti dell’ Istituto^ V, 7 ; H. Brunn, Annali 1849 (-^ monumenti degli Atej'ii 363-410), 405 sg. [ICleine Schriften I, 99-101); Lexikon del Roscher, II, 1372 (L. Bloch); Benndorf-Schone, des Lateranischen Museitms n. 359, p. 236 sgg; OVER- BECK, Kunstmythologìe, II, 513, 695 sg. ; Atlas, XIV 15; Mui.i.er-Wieseler, Ant. Denhnr, t. XVIII, 4, p. 219 seg. (Wernicke); Helbig, Filhrer D n. 696, p. 467. AUS =: Archàologische Untersucliungen auf Samo- thrake; AM = Athenische Mittheilungen; BCII Bul- letin de correspondance hellénique ; ARW Arehiv fitr Rei igionsioissejisch aft. — 8o — su in alto rilievo da una specie di mensola risultante dall’incontro ad angolo retto del piano di sostegno col piano di fondo. Questi quattro busti si presentano a prima vista come imagini di personaggi divini. Della figura frammentaria a sinistra è con¬ servato quanto basta per caratterizzarla indubbiamente come Mercurio : il caduceo. T. 'altra figura maschile, reggente lo scettro con la sinistra, potè solo lasciar incerti fra Giove e Plutone. Nei due busti femminili con velo e diadema i più convengono nel riconoscere Cerere (a destra) e Proserpina (a sinistra), oltre e meglio, forse, che pei rispettivi attrihiiH (una face ardente e un fascio di spighe a Cerere, un seno di frutti e una ghirlanda di fiori a Proserpina), per la differenza di età quale risulta dalla rappresentazione. Il P)runn interpretò la più giovane come una delle Ore\ ' ma in dipendenza da una erronea ^ interpretazione di tutto il monumento, sul quale egli credette ve dere traccia di una quinta figura, nella mano reggente il mazzo di spighe posata sulla spalla del dio barbato. Questa mano appartiene in realtà alla prima figura a destra. E le figure sono ben quattro. Quel che in loro sorprende è l’assenza di un vin¬ colo di azione comune, la mancanza assoluta di praxis nelle figure tra di loro, come anche individualmente. Fu osservato che il dio barbato appare piuttosto rivolto verso la dea a destra che verso la dea a sinistra; e l’osservazione richiamò al Ileydemann ’ il rilievo eleusino di f.akrateides, ove IIao'jtwv, anzi che alla (-)zi (Kore), si volge a Demeter. Ma un rapporto fra la nostra rappresentazione e il mito eleusino — nel qual contesto (Hermes-) ùlercurio figurerebbe come quegli che riconduce Proserpina dall’ Inferno — è insussistente. ^ Nemmeno mi sembra, che si debba interpretare sia il fatto osservato dal 1 leydemann sia il motivo del porre una mano sulla spalla della figura vicina ® come l’espressione plastico-allegorica di un rapporto di parentela piu intimo che legherebbe non le persone divine ma persone umane di una medesima famiglia, di cui i nostri busti sarebbero come imagini esaltate, apoteosi anzi che eroiz- zazioni, secondo l’analogia delle sculture funerarie sui sarcofagi.’ Secondo me, le posizioni, gli atteggiamenti e del dio barbato e delle altre figure non hanno nessun valore espressivo, dramaiico : hanno un valore puramente nega¬ tivo in ordine ad una esegesi della rappresentazione. ’ L. cit., seguito da Fm. Hraun, Rnincn iiud Mu- st-t'n Roms ( 1854), p. 744. lÌENNDORF-SciluNE, ( )VERBECK I.a spiegazione del Brunn, senza la quinta figura, è tuttavia mantenuta dal Wernickk, 1. cit. ^ Marmorkopf Riccardi (/jVj Hallischcs ÌVinckel- mannsprogr. iSSS) p. 7, n. 1 8. IIeberdey, P'estschr. f. O. Benndorf, p. ili sg. SvoRONns, internat. d'Arrh. At’iOT/.fw., IV', 1901, p 487 sg. (bibliografia); Phii.ios, AM, XXX, igo5, P- ’Ss sgg. 5 Cfr. liENNDORF ScHoNE, p, 237. 6 (Questo motivo ritorna - invertito - nei due busti di coniugi romani (così detti « Torcia e Catone») del Vaticano, Brunn-Bruckmann, Denhn., n. 267. Ma è poi usuale come segno d’intimità. 7 IIelwg; cfr. Benndorf-Schone. — 8t A ragione l^Overbeck accentuò il carattere sacrale della nostra rappresenta¬ zione come riproducente un complesso divino cultuale (una Ktdtusverhindung). Ma quale fosse questo complesso, quale il culto rispettivo, non vide. Certo, in questo ordine di idee riesce inadeguata l’espressione generica del Helbig : « quattro divinità infernali », tra le quali Mercurio figurerebbe come psychopompos. Demeter-Cerere è una divinità degli inferi. Sarà dunque da ammettere col Brunn e col Wernicke un’allusione simbolica ai mito di Proserpina, rapita da Phitone e ricondotta da Mercurio, nell’ Ora, cioè nella stagione primaverile? Secondo me, veramente, non al mito, si riferisce la nostra rappresentazione. Non si tratta di una scena tra figure divine, ma di una serie di busti semplicemente giustaposti, riproducente un certo personale divino che era oggetto di un culto ben determinato e localizzato nella sua sede religiosa, e quindi identificabile in maniera precisa e sicura. Quale sia questo culto io intendo di mostrare. Ma prima occorre prevenire una possibile obiezione. Quattro — nè più nè meno — sono le figure sul nostro marmo. Ma questo non è tutto il pezzo antico : è un frammento. Infatti, se a destra esso offre una super¬ ficie tutta liscia, che si rivela indubbiamente come il piano esteriore originario — vale a dire terminale — di questo lato, a sinistra è evidente la rottura. Che cosa ci auto¬ rizza a ritenere che la rappresentazione non continuasse a sinistra comprendendo, non quattro, m,a cinque, sei o più busti? ‘ « Anche a sinistra sulla spalla destra di Mercurio è conservato un pezzo di superficie liscia ». * Ma se anche questo «‘pezzo » appaia dunque pertinente al piano terminale sinistro del nostro marmo, esso è tuttavia troppo poco per esclu¬ dere senz’altro che la rappresentazione continuasse sopra un altro blocco susseguente a sinistra. ^ Osserviamo nel nostro marmo la faccia inferiore del piano di sostegno. Essa presenta in un campo rettangolare un ornato decorativo a rilievo. Da uno schema di forma circolare occupante tutta la larghezza del rettangolo si dipartono, in dire¬ zioni opposte nel senso della lunghezza del medesimo, due fasci vegetali fatti di mazzi di spighe simili a quelle tenute in mano dalla prima figura femminile a destra, dai quali escono parecchie teste di papavero, certo non senza rapporto allusivo a queir altro papavero che si vede tra le frutta portate dalla figura femminile a sinistra, in relazione quindi col carattere dell’ intera rappresentazione. I due fasci si distribui- ^ Cfr. Brunn, p. 405. presentante una parte della Via Sacra potesse far se- * Benndorf-SchòNE, p. 237. guito un altro « forse della stessa lunghezza che conte- 5 Cfr. l’ipotesi espressa dal Brunn, 1. cit, p. 383, nesse la rappresentanza dell’altra metà della Via Sacra», che ai rilievo — pure dalla tomba degli Haterii — ■ rap- + Una testa di papavero di prospetto, stilizzata? 1 1 Ausonia - Anno III. 82 scono e si svolgono secondo un principio assiale mediano, e tutto l’ornato è con¬ dotto su un disegno perfettamente simmetrico, del cpiale l’elemento circolare doveva essere il centro. Quindi il fascio a sinistra si può legittimamente integrare in base a quello di destra, che è completo. E cosi otteniamo la lunghezza esatta del marmo ; e con ciò la dimostrazione che nessun altro busto poteva seguire a sinistra di Mer¬ curio sul medesimo blocco. ]\Ia l’ornato inferiore per essere visibile esige\'a, che il marmo fosse collocato in alto: secondo ogni verosimiglianza, come architrave di una porta, ' sul cui ingresso di)vevano dunque apparire come custodi, quasi numi tutelari, le quattro divinità rap¬ presentate. * La quale destinazione architettonica spiega ancora, credo, come lo scultore, non potendo disporre delle misure a suo talento, anzi che .spazieggiare i busti, abbia do¬ vuto raccostarli per via di parziale sovrapposizione di una hgura alla successiva, cosi da ottenere perfino degli effetti non voluti.’ Dunque non solo era completo in sè il blocco marmoreo, ma anche la rappre¬ sentazione ciual’è in esso contenuta. Ciò posto, io non farò che porre accanto al nostro monumento una testimo¬ nianza letteraria che lo illustra, credo, ad evidenza: .Schol. in A poli. Rhod. Argon. I, giy Keil: [ujoìivra'. ì)z èv -f, -7vo.0pzz.ri toR K'zJjsipo',", w" W'/y.niy- or, ni. v.'jX tz òvovara z.Otwv tov aoLcrf/óv, ’Actspoc ^ \.iw/Àza7. ’A'tó/.ìp'TO". ’Afispo;- y.èv oòv S'7T’.v r, \r,y:f~r,o, XXiw/Àony. fE f, I liO'Tì'póvr;, ’ às o "Au'ir,;’. 6 fii TTpo'7ri.v£g3v'jc rfrapTo;- Kyny.ù/jn ó 'lipu/;? zn~'.'i. co- innozl A'.ovj'jóficjpo::. Non v’ha dubbio: nel nostro altorilievo i quattro Kabiri v-vzÀo'. .òso:'* si sus¬ seguono a partire da destra in questo ordine : ’ Axieros (Ceres) — Axiokersos (Fiuto) — Axiokersa (Froscr[iina) — Kadmilos (Mercurius). ' Hri’nn, p. 409. ^ Come esempio analogo di decoi-azione di una porta, precisamente della porta di un monumento sepolcrale, cito il lilocco marmoreo di Rodi, lìKUNN-RRfCKMANN, Denkiìi., n. 579. gtui pure compaicjno I lades, l’erseplione, Hermes (non Henreter!), ma non come busti giusla- posti, si bene come ligure intere in rilievo facenti parte di un fregio il cui valore religioso è minimo, men¬ tre ha un alto valore rappresentativo in quanto ci trasporta nell’ambiente della vita ultraterrena. ’ 'l'ale destinazione determinò jmre l'adozione del principio tectonico e simmetrico per Tornato della fac¬ cia inferiore. “*■ R. Pi'. i l.e origini dei Kabiri nelle isole del Alar 7'raeio. 'Memorie dell' Accademia dei I.i/icei, 190S, c. IV. 5 ]Jatr> che la successione consacrata nel culto sia precisamente quella conservata dallo scolio, la trasfio- sizione delle due ligure mediane sul rilievo potrebbe essere stata suggerita da un desiderio di alternare i personaggi maschili con i femminili. I )i 1 temeler è — a parte Eleusis — anche al¬ trove più d'una volta attestata Tassociazione nel culto con Persephone e Pluton-1 lades : nelT.Argolide da Paus. II, 18, 3; a Tegea dal rilievo di Atene n. 1422 con figure di Plutone, I teineter, Kore e adoranti ; nelle isole da iscrizioni come quelle di Mykonos Paros .Vtnorgos KCII, \'1I, 1S83, p. 401 sgg. Nella stessa serie entra un’iscrizione di Knidos (Newton Discos'erics, p. 405) la quale presenta — essa sola — aggregato nel culto anche — «3 — H- * Naturalmente questo risultato d’intuizione deve esser discusso e controllato in base a considerazioni d’altra natura. E specialmente di natura storico-religiosa. Sopra tutto va giustificato e legittimato che si possa pensare, in presenza di un monumento romano, a un complesso d’idee cultuali propriamente greche. Comunque si vogliano interpretare le j:;|uattro divinità del nostro rilievo, non v’ha dubbio che deve essere stata una ragione religiosa a determinarne la rappresentazione su una parte qual¬ siasi del monumento sepolcrale degli Haterii : precisamente uno speciale vincolo di devozione che abbia legato un membro della famiglia alle divinità stesse. Posto che esse sono precisamente i Kabiri [xsyxÀot Bzoi di Samotracia, la cosa si viene ancor meglio definendo e deiineando. E noto che i ij.£yaXot. Bsoi di Samotracia furono in Roma identificati ai Penati.' Ma nel caso nostro non è certo da pensare a dei Kabiri-Penati, ai Penati della Gens Hateria rappresentati plasticamente sotto forma dei [xsya.AO!, .àsot di .Samotracia. Quando la religione romana passò dallo stadio aniconico del culto a quello dei si¬ mulacri divini, adottando per questi generalmente concetti e tipi propri dell’arte religiosa greca, il tipo che essa assunse per i suoi Penati fu quello dei Dioscuri. E poiché i Dioscuri erano a quel tempo già identificati ai Kabiri, di qui conseguì l’identificazione dei Penati stessi ai Kabiri, e l’applicazione ai Penati del nome ;xsya}.oi •Ssot. Co.sì secondo quanto ha messo in chiaro il Wissowa. " D’altra parte, però, tra Roma e Samotracia cominciarono ben presto le relazioni religiose dirette, non diverse da quelle che nel lll-il sec. a. Cr. si vennero stabilendo tra l’isola sacra e moltissime città del mondo ellenistico. Abbiamo, in vero, notizia di M. Claudio Marcello il quale inviò statue e quadri presi nel saccheggio di Siracusa (2 1 2) come à_vx5'/ìfx« a Samotracia. ^ E Marrone non crede all’identità dei Penati coi Dioscuri; bensì, ricollegan¬ dosi a traverso Timeo ad una tradizione encoria di Laviniiim, fa dei Penati una cosa sola con le divinità misteriose (aniconiche) che Enea aveva portato in Italia da Troia e Bardano prima a Troia da Samotracia. ^ Di poi la fama e la venera- Ilermes; StóoTpaTOc... Aày.aTot Ivoupa fTXoÙTMvt ’ìI’kiiló.'iw (cfr. Preller, Ardi. Zeit. i86ì, p. 166) 'Epu-S. Ma che cosa ci autorizza, di fronte al nostro monumento, a pen¬ sare, come fa L. Bloch, Lex. del Roscher, II, 1372 (cfr. OvERBECK, lùmstmythol. 1. cit.), all’ aggruppamento Gnidio, anzi che alla celeberrima religione di Samotracia ? ‘ Macrob, III, 4, 7 sgg. ; (^Interpol. Serv, Aen. I, 378); Serv. Aen, III, 12, ecc. ^ Die Ueherliefcrung ììber die r'ómischcu Penaten Hermes, XXII, 1887, p. 29-57; cfr. Religion u. Cultiis der R'ómer, p. 146 sgg. 5 Plutarc., Marc., 30. Dion. Halic. I, 67. 5 Questa origine Samotracia dei Penati Romani sem¬ bra sostenere tuttora il Nissen, Ueber Tempcl-Orienti- rung, Rhein. Miis. XLII, 1887, p. 61, - 84 - zione dei misteri di Samotracia presso i Romani venne crescendo sempre più, ' e culminò nel periodo cesareo ed augusteo, quando i Penati del Popolo e dello Stato romano si identificarono con quelli della Gens lidia, ^ sulla quale parve allora ve¬ nire incremento di lustro e di prestigio da quell’isola che era come l’antenata reli¬ giosa d’ilio ^ e che già aveva irraggiato la sua luce su la devotissima dinastia alessandrina de’ Tolemei. Iniziato ai misteri di Samotracia fu Voconio, il legato di Lucullo ^ nella guerra contro Mitridate. E alla età che comprende la fine della repubblica e il periodo dei primi impe¬ ratori appartengono le più delle iscrizioni ^ registranti dei Romani negli elenchi di v’jcTTa'. (rispettivamente miistae pieis, mystae pii) o di s'pó-TZ'. [epoptaé). ^ Or dunque la ragione religiosa speciale della nostra rappresentazione nel mo¬ numento sepolcrale degli Haterii sarà da cercare in cpiel pio profondo intimo vin¬ colo sacrale che univa gli iniziati alle divinità possenti dei misteri. In altre parole uno degli Haterii, iniziato ai misteri di Samotracia, avrà voluto disporre che nella sua tornila di famiglia, verosimilmente sopra la porta d’ingresso della sua camera sepolcrale stessero le imagini dei quattro jzsyàXot jzoi a testimonio della sua fede e insieme forse a tutela della pace inviolabile della sua ultima dimora. ’ =1= Il punto cui siamo giunti forma il ponte naturale di passaggio ad un altro ordine di idee. Quale l’età del nostro altorilievo ? Il Brunii lo faceva della prima metà del III sec. d. Cr. ; constatata l’aria di famiglia che presentano tutte le sculture provenienti dalla tomba degli Haterii, a tutte egli applicava una datazione che era suggerita da un elemento offerto da una di esse ; e l’elemento gli era fornito da una delle due zwa- ' Cfr. Preller-Roiiert, Grtec/i. A/yt/i., p. 864 ; Kubf.NSohn, DÙ' Mvitcrieìiluìligtiiìney in Eleiisii iind Samotiirnki’, p. 192 sgg. ^ L'n santviario dei Ssoi vicino ad anodi .\phro- dilc AivHià' ad Actiuin, DiON. Hauc., I, 50. “ Cfr. CIL I' p. 167 (nn. 580, 581): Romani aoy,- o,'j<7Tai di Dardanensi a Samotr.acia. + Plutarc., Lue. 13. 5 Cito solo quelle più o meno sicuramente databili: CIP in 713, 7369. 11320, 7370, 717, 12321... ^ Tra questi anche un (iscrizione Ruben- SOHN, MisteyienluìHgt'ùiìier p. 232, IvERN, AM. XVIII, 1893 n. IO, p. 367); ciò che conferma vieppiù la pa¬ rificazione dei servi ai liberi nel culto. Non è forse qui, nella religione dei misteri, un’anticipazione e un preludio al concetto dell’eguaglianza, quale poi fu pro¬ mulgato dal Cristianesimo = ^ Non è senza analogia, panni, questo pensiero con quello che avrebbe indotto un altro dei membri della stessa famiglia, stato ufficiale sotto Tito, a volere « tra le scolture decoranti il suo sepolcro, un rilievo in cui fosse ritratta quella parte di Roma, in cui a preferenza sorgevano i monumenti dei Tlavii, coi quali egli aveva diviso i pericoli della guerra, la vittoria e forse in parte gli onori del trionfo ». Spano, Sul yilievo sepolcyale degli .4teyii rappycsentantc alcuni edipei di Roma (estratto dagli Atti della Reale Accademia di Napoli. XXIV, 1906J, p. 38. - 85 - gines maioruììi sotto edicola, ' precisamente dal busto femminile — senza dubbio una Materia — la cui capigliatura fortemente, per non dire caricatamente, ondulata accennerebbe appunto all’età suddetta. ^ In realtà, allo stato attuale delle nostre cognizioni, questo dato appunto può ac¬ cennare piuttosto ad epoca diversa. Il disporre i capelli a onde in senso longitudinale era di moda nell’età dei Flavii, precisamente la moda delle classi medie ^ e delle giovanette ^ (mentre le donne delle classi più elevate portavano la nota acconciatura alta a ricci inanellati) alla quale età si ricondurebbe il busto della nostra Materia anche per le proporzioni e per la linea esteriore del contorno. * Resta tuttavia che nel monumento degli Materii poterono trovar posto parti non eseguite tutte contemporaneamente ; la possibilità che un primo nucleo struttivo si sia venuto via via ampliando di aggiunte architettoniche e scultorie in diversi momenti rimane sempre ad infirmare qualsiasi datazione conseguita in base ad un solo pezzo. A meno che non accedano altri argomenti a conferma. Il rilievo M = Melbig n.° 692, con rappresentazione di una parte della Sacra Via, porta alcune iscrizioni, i cui caratteri non ammettono una datazione posteriore alla fine del i sec. d. Cr. ^ In base ad argomenti topografici lo Spano ’ ne pose l’età fra la costruzione dell’arco di Tito (81-96) e quella del tempio di Venere e Roma (132 o 135). Si aggiunge un riscontro formale. Posto che l’artista di M abbia voluto ritrarre i vari monumenti quali apparivano prospetticamente allineati a chi guardava da un punto della Sacra Via, risulta evidente la sua inabilità nel rendere adeguatamente gli effetti della lontananza e la sua scarsissima padronanza della pro¬ spettiva. ® Tuttavia, con la sola imperizia non si spiegano tutte le divergenze tra i monumenti quali erano nella realtà e quali li ha resi l’artista di M. ^ Nelle sue ripro- ' Monutn. dell' Istit. V, 7 ; Eug. Strong, Roman Sculpture, t. CXIV. ^ Questa datazione è adottata dal Richter in Her¬ mes, 1885, p. 418, e ripetuta in forma dubitativa in Benndorf-Schone, op. cit. p. 208. 5 Ciò è vero anche se l’appartenenza al medio ceto del marito della nostra Materia, Strong, op. cit.,tav. CXIV, non risulti in modo sicuro dal serpente che gli cinge il busto. Meglio in fatti che come allusivo alla sua professione di medico, il serpente si spiegherebbe come simbolo della eroizzazione del defunto : Melbig, n. 694 sg., p. 466. Eug. Strong, Roman Sculpture, tav. CXV. 5 Op. cit., p. 362-367. 6 Hulsen ap. WiCKHOFF, Roman Art, p. 49. I Op. cit. (v. sopra n. 29). Quivi è pure la mi¬ gliore riproduzione del monumento. 8 Stano, op. cit. p. 20, 28, 37. La mancanza di prospettiva è un carattere proprio delle sculture su l’arco di Tito ìStkong, op. cit. p. I io). Nell’arle del tempo dèi Flavii persegue il Wickiioff, Roìnan Art, p. 46 sgg. l'attuarsi illusionismo come principio nuovo rispetto a tutta la tradizione artistica anteriore, segna¬ colo di nuove vie nell’arte, e lontana anticipazione di quel movimento che appena nell’arte europea contem¬ poranea si verrebbe delincando sotto l’influsso dell’arte dell’Estremo Oriente; e ne dà come esempio tipico il « pilastro delle rose » Wickiioff, op. cit., t, VII, Vili, Strong, Romaìt Sculpture, t. XXXV, il quale proviene anch’esso (Brunn, p. 409 ; Wickhoff, p. 50 nota) dalla tomba degli Materii. 9 Spano, op. cit. p. 22 ecc. — 86 — duzioiii egli si permette delle libertà di ogni genere; un soggetto così realistico come la veduta di una strada egli lo trasfig'ura per via di lavoro f an tastico così da suggerire piuttosto, di ogni singolo edificio, l’impressione, anzi che renderne rimagine fedele. Ora, di (juesto fatto artistico, meritevole invero di essere conside¬ rato in connessione con lo sviluppo complessivo dello sfondo architettonico nel rilievo romano, noi troviamo riscontro in una scultura databile con sicurezzii. La base del lararium nella casa del banchiere L. Caccilius Jucundus a Pompei è ornata di rilievi rappresentanti alcune parti della città' in lialia del terremoto, senza dubbio quello che devastò la città nell’anno 63 d. C. Uno di questi riproduce il tempio di Cfiove in maniera realistica, sì, — tanto che |)otè servire a dare una ricostruzione esatta del tempio stesso — e pur tuttavia arbitraria, in cjuanto le colonne della facciata non rispondono nè per numero nè per stile a quel che sono in realtà. ‘ E c'juesto rilievo fu eseguito indubbiamente fra il 63 e il 79 (.1. C. ’ Kapporti esistono innegabilmente fra le varie sculture della tomba degli 1 laterii : rapporti formali ^ e rapporti reali. E, in ordine a questi ultimi, non solo tra il rilievo ài e il rilievo X — llelbig n. 693 (le aquile decorative, ^ l’ara coperta con una specie di cupohU) ; ma anche i busti femminili del nostro alto rilievo trovano il più per¬ fetto riscontro nel iDusto di donna ' effigiato sul campo del frontone dell’edificio se¬ polcrale in N. * Senza ricordare i busti dei due antenati. Al confronto di cpiesti le nostre quattro divinità risultano artisticamente iiifc- riori, come stilisticamente iliverse. Ma io credo che la natura del rappresentato abbia influito sul modo della rappresentazione: credo che la inferiorità abbia la sua ragione precisamente ncll’esser, cpiesti, ritratti, e cpielli, busti divini ; cpii ciò che im¬ portava era rimagine individuale, la rindividuo scompariva nel gruppo ; neU’un caso ’ tì) il lald nord ilei foro 'l'Iiedenal l'onipci, l'ie /’«/. Ruhen'SOIIN, Die Al ystcì-i eulìeiligt'ùmer in Elen- sis und Sciìnothrake (Einleit.). 5 « Eleusis come figura femminile nelle rappresenta¬ zioni vascolari è sempre la personificazione del luogo mentre il cullo conosce solo un eroe Eleusis ». Rf- hhnsohn, op. cit., p. 32. — 89 — ferto dalla civiltà micenea. * La comparsa dei simulacri divini (Kultbilder), connessa, com’è, intimamente con la trasformazione del santuario in tempio (casa della divi¬ nità), ^ rappresenta un’invasione dell’elemento mitico, diciamo pure mitico-artistico, nell’elemento propriamente religioso. Fu essa il portato di uno sviluppo storico in¬ teriore, o di una nuova corrente etnica? Ci fu evoluzione o rivoluzione? Non sap¬ piamo. In quest’ultimo caso, i misteri rappresenterebbero il persistere della religione del primitivo strato di popolazione ; ’ nel primo caso, il persistere della primitiva religione popolare (Volksreligion). Ad ogni modo: una sopravvivenza di forme religiose anteriori per entro a una fase nuova di civiltà. Si può dunque pensare che, corrispondentemente, sia sopravissuto nei misteri più a lungo l’aniconismo, sino a che la tendenza generale abbia finito col prevalere anche qui: ma assumendo una speciale fisonomia, quasi adattandosi al misticismo cultuale. In realtà, la Demeter su un frontone del « tempio antico » in Samotracia, ^ pur essendo l’espressione exoterica di Axieros, è pur anche una figura mitica, come mitica è l’azione, il contesto drarnaiico in cui essa è ritratta (la ricerca di Per- sephone). ^ Ma nelle quattro teste dei rilievi a cassettone, rispettivamente nei quattro busti dei marmo degli Haterii, ’’ precisamente a) nella assenza di azione tra le figure rappresentate, b) nella limitazione delle figure alla testa o al busto, si riflettono forse i caratteri di un’arte mistica, se così vogliamo chiamarla in rapporto ai misteri con cui fu connessa, alla quale, per esempio, i dovettero fornire uno dei compiti precipui, * un’arte religiosa speciale ben diversa nello spirito^ da quella che ‘ G. Altkretische Kiiltstatten V\\ 1904, 117-156. ^ E da credere aH’origine del « Kultbild » escogitata dal Reichel, Ueber vot'helUìiische G'óttercuUe (Wien, 1897), P- 75 sgg.? 3 Reichel, op. cit. ; Gòrres, IVesert, Urspning U7td Deiitung des Mythos, 'Qromberg, 1901; Harrison, Prolegoniena to tìie study of Greek Religioii, Cambridge 1903. Dieterich Mutter Erde. 5 AUS I tav. 39 sg., p. 43 sg. ; Friederichs- Wolters, Gipsabgusse, n. 1360 sgg., p. 501. ^ La distinzione e la dififerenza tra statuaria fron¬ tale, del riposo, della corporeità, del rapporto con lo spettatore, e statuaria non frontale, del movimento, di origine disegnativa, senza rapporto con io spettatore, (vedi Della Seta, La genesi dello scorcio, p. 79 sg.) si risolve in fondo nella distinzione e nella differenza tra una statuaria religiosa (del culto) e una mitica (del mito). 7 Si confronti anche il busto di Cerere nel rilievo Muller-Wieseler, Ani. Denkm.- t. XVIII, 5. 8 Che tra i òsixvóy.sva fossero le imagini delle di¬ vinità dei misteri appare probabile al PiilLlos, Elusis, p. 41, a me probabilissimo. Il complesso dei simulacri del culto eleusino è tuttora oscuro. 9 II rilievo sepolcrale greco ci presenta, a traverso i vari secoli del suo sviluppo, un graduale spostamento d’interesse delle figure dall’ interno verso l’esterno ; da figure tutte assorte nell’azione che è rappresentata dal rilievo a figure il cui interesse appare piuttosto chia¬ mato verso lo spettatore. E forse il busto sepolcrale ro¬ mano r ultimo estremo grado di tale evoluzione? O non è esso da collegare piuttosto con un’altra serie, con quel filone indigeno italico di cui molte propaggini ancora noi non conosciamo edeguatamente ? In verità le ima- gines majoritììi sembrano aver contenuto in germe lo sviluppo del busto romano. Ora le imagmes mapvum sono originariamente un genere d’arte religiosa. — Si pensi poi anche a\\'er??ia dei Greci. — Analogia col Ausonia - Anno III. 12 QO ^ rappresentava i miti, non solo, ma anche da quella che creava gl’idoli dei pubblici culti ufficiali (Zeus Olimpio, la Parthenos). L’Kubuleus di Prassitcle, non era esso stesso un busto esposto in una edicola?’ I V A !-■ I •' A It I J-: P E1 r A Z /, O N I . busto e con beima trovo in quelle torrecotte cretesi da l’rinià, da (iurnid (Sam Wiur. AM XXV’l, 1901, p. 24.6 sgo-.), da Knossos (CI. Karo ARW VII, 1904, p iji sg.), dove il corpo della figura si termina infe¬ riormente in una base cilindrica. Che siano idoli fem¬ minili non v’ha dubbio. (Quelli ove la figura reca sul braccio uu ser]ieule possono teoricamente rajipresen- tarci lo stadio intermedio tra l'aniconi.'mo e la completa antropomorfizi’.a'/done, ma praticamente saranno la espressione religiosa cultuale della dea dei serpetiti , per¬ sistente accanto ed oltre la sua espressione mitica secondo il noto tipo di Ivnossos. ' l'’l'KT\VAKNGl.EK, Meistenaerke , p. 566, n. 3. 91 SAGGIO SULL’ARTE DEL IV SECOLO AV. CRISTO. (Tav. ni-V). Due sono per noi le vie che possitimo proseguire per cirrivare ad una cogni¬ zione più chiara delle diversità fra i singoli artisti greci — diversità velate al primo sguardo superficiale, ma in verità non meno spiccanti di quelle fra gli artisti del rinascimento e dei tempi moderni — ed in ognuna di queste vie la tradizione scritta ci serve da guida. O essa ci indica i luoghi dove si trovarono delle opere di un tale artista ed allora scavando possiamo tentare la fortuna se il tempo vi abbia rila¬ sciato qualche frammento, o ci indica e raramente ci descrive pure i capolavori più stimati nei tempi romani, ed allora possiamo scrutare fra tutto il materiale sparso per i musei se non vi si trovi l’opera stessa o almeno una copia più o meno fedele. Certo che avremmo potuto ricostruire lo schema dello sviluppo storico dell’arte greca anche senza questo aiuto e c’ è forse qualcuno che maledice alla guida del resto assai imperfetta e capricciosa che pur ci pone tanti problemi la cui risoluzione ferma il nostro cammino tanto spesso da non lasciarci arrivare alla mèta desiata delle ricerche più profonde e non può che dare alla nostra attività l’aspetto dei passi preparatorii. Ma dall’altra parte non possiamo girare questi problemi che — per fortuna o per disgrazia — ci sono e ci dicono imperiosamente: Hic Rhodìis, hic salta; e per uno sguardo più penetrante essi non sono ostacoli perchè ciò che noi cerchiamo di riconoscere non è la forma esteriormente individuale dell’uomo come egli abbia vissuto ai tempi suoi, vuol dire la cronaca aneddotica, interessante per tanti altri rig'uardi, ma la forma intrinseca del suo essere, la forma eterna dell’u^iz che per i nostri sensi una volta in un periodo preciso ha fatto la sua apparizione in terra. Non c’è niente di più simile ad uno spettro, di più morto vorrei dire, che l’arte senza il sigillo di un ingegno personale. Sia pure che dobbiamo ammirarne tutte le qualità artistiche, il mistero dell’effetto irresistibile resta sempre quella po¬ tenza magica o meglio dionisiaca che ci costringe a sconfinare dai limiti della nostra individualità travolti dall’estro di un’altro essere potente come un rivolo che fug¬ gendo dalle sue sponde ristrette e gettando le sue acque dentro ai fiotti di un gran fiume ne segue poi il ritmo delle ondate grandiose. Perciò non lasciamoci fiaccare dalla scabrosità della via e dai molti errori che ci costringono spesso a tornare indietro per ricominciare di nuovo. Anche gli errori riconosciuti tali hanno il loro valore assottigliando i nostri sguardi, ed alla fine del 92 nostro cammino ci saluta oltre il godimento approfondato la rivelazione di uno sguardo più penetrante nella vita vitale del nostro mondo in una delle sue mani¬ festazioni più sublimi. E c’è godimento vero e durevole senza rivelazione? Per nessun’altra epoca dell’arte greca la cooperazione di quei due metodi suac¬ cennati ha portato degli effetti tanto soddisfacenti come per il quarto secolo avanti Cristo. E vero che anche prima degli scavi di Olimpia si conoscevano delle copie di due capolavori di Prassitele, del vSauroktonos e della Cnidia e che col mezzo del paragone stilistico si era già riusciti a riconoscere altre creazioni più o meno sicu¬ ramente prassiteliche, cosicché la fisonomia artistica del maestro si potè delineare nei suoi tratti generali senza sbagliare all’ ingrosso, ma nessuno prima del ritrova¬ mento dell’ Hermes poteva misurare dal lavoro di tutto quelle copie il grado della finezza aristocratica, viva, amabile e pure mai perduta nella vanità delle minutezze, a cui era arrivato il suo scalpello, e quando a Mantinea vennero alla luce tre lastre di un basamento lavorate nello studio prassitelico si potè costatare paragonando i tipi delle muse ivi rappresentate colle numerose statue e statuette di donne vestite e velate elegantemente quanto sia stata efficace l’influenza dell’arte sua in questo campo delle figurazioni più gentili. Delle opere di Scopas nessuna si conobbe prima della scoperta di alcune teste che avevano appartenuto al fastigio del tempio dell’Atena Alea a Tegea ricostruito ed ornato sotto la direzione del maestro di Paros, e fu allora che si potè radunare tutt’un gruppo di creazioni presentando gli stessi tratti caratteristici che danno tanta particolarità a quelle teste. Mentre poi questo sculture non fecero che confermare la delineazione del carattere intrinseco dell’artista desunta fin’allora soltanto dalle notizie della tradizione scritta, in un altro caso il guadagno degli scavi e studi era doppiamente prezioso trattandosi di un artista del quale la tradizione non ci ha con¬ servato che il nome e gii accenni di pochissime opere sue, cioè dcH’ateniese Timo- theos, uno dei compagni di Scopas neU’ornamentazione del grandioso ÌMaussoleum di Alicarnasso. Fu a Epidauros che i (ireci scavando il rinomato santuario di Esculapio tro¬ varono, oltre numerosi frammenti di sculture destinati una volta ad ornare il tempio del dio, una iscrizione assai estesa, cioè un resoconto dei lavori eseguiti e pagati, da che si potè desumere che Timotheos in questo caso aveva assunto una posizione direttiva, simile a quella di Fidia daH’esecuzione del Partenone'. Egli aveva, secondo l’iscrizione, fatto dei bozzetti e lavorato di propria mano gli acroteri di un lato. Si sa che si trovarono gli acroteri di un lato e frammenti delle sculture di due fastigi ' Cavvadias, Potiilks d’ Éjt’JYvojToc] TzoiTi'jy.TO} èc rò ^STìToraTov s'ctpyaauév'/iv, wc cr'jvi'jTaÀ.Srat uÀ'j óVa. ^tr,v£y(of7.5'7.'. riè ri TzrjWy.. Nè può essere un caso che nei rilievi dell’heroon di Gjòlbaschi, altre opere della stessa scuola, si siano riscontrati più di uno dei temi e dei motivi della grande pittura polignotea. Avremo dopo da ricordarci di questo stretto legame fra le due arti. Se noi paragoniamo i frammenti di Epidauros con quelli della balaustrata in¬ torno al pyrgos di Atena Nike, vuoi dire con quell’opera della stessa scuola che fino al ritrovamento di quelli parve la più recente, noi osserviamo facilmente che non c’è quasi nessuna differenza fra le due creazioni in riguardo al grado dello svi¬ luppo se facciamo astrazione da qualche dettaglio più realistico e dalle proporzioni delle figure più tenere e smilze a Epidauros ; e pure sono trascorsi fra le due opere circa quarant’anni. Il fatto è tanto più strano se noi ci ricordiamo della forza vera¬ mente rivoluzionaria con che quella scuola fece la sua apparizione nell’orbita della scuola attica e peloponnesiaca. E però se ne può indovinare, anzi precisare la ragione: quello stile nuovo non era basato su osservazioni sincere della natura, ma era la espressione di una fantasia individuale, vorrei dire il simbolo artistico di una con¬ cezione ideata solamente colla forza della fantasia e mai controllata nè controllabile per mezzo dell’osservazione. Perciò questo stile^j splendido nei suoi principi, era ine¬ vitabilmente condannato a diventare manierato ed a rimanere stazionario e ci volle tutta la grazia e la freschezza greca finché le opere di generazioni più tarde non diventassero insopportabili, come quasi tutte le opere del tardo barocco, e finché si rivelasse all’ ultimo della fila ancora una fibra d’ artista tanto forte e singolare come Timotheos. Le teste trovate a Epidauros ci dicono poco, ma quel poco corrisponde per¬ fettamente con ciò che si può desumere dalle particolarità dei torsi. L’espressione WiNTER, 50, Berliner- Winckelmansprogramm, tav. I. Fig. I. Lato della base di Sorrento colle figure deH'Artemis di riiiiotlieos, deU’Apollo di Scopas e della Leto dei figli di Prassitele. (Fotografia Faraglia). — 95 — patetica ci conferma di« ci tix)viamo nel secolo quarto, nell’epoca di Scopas, ma le singole forme portano ancora visibilmente l’impronta che le aveva dato la scuola fidiaca : conservativismo dunque nell’esterno, innovazione soltanto nel sentimento ; vino nuovo in otri vecchi. Grazie alla scoperta delle sculture di Epi- dauros l’immagine poco distinta di un’opera di Timotheos, cioè dell’Artemis, che l’impera¬ tore Augusto aveva trasmesso nel tempio di Apolline sul Palatino, riprodotta in rilievo su uno dei lati della base di Sorrento, si risvegliò a vita nuova' (fig. i). Pure qui una figura esile, graziosa, vivamente mossa con un vestito leggiero che cuopre le membra sottili come un velo finissimo. Della testa non si riconosce più altro che l’acconciatura semplice e resi¬ stenza di un diadema. La prima opera poi, che potè dichiararsi con sicurezza creazione di Timotheos, porta tutti i tratti caratteristici che abbiamo scorti nei frammenti di Epidauros e li porta tanto spiccatamente che prima del confronto con una delle nereidi o attrae velificantes del tempio di Esculapio ^ la Leda col cigno — si tratta di essa — poteva credersi opera del quinto secolo avanzato fi Nel museo di Boston si trova il frammento di una rap¬ presentanza dello stesso soggetto, ma non copiata dallo stesso originale"’^ (fig. 2). Quel frammento invece riproduce veramente una creazione eseguita alla fine del quinto secolo e pure da un’artista della stessa scuola. Si paragoni la gamba alzata col panneggiamento fino e leggermente svolazzante con un frammento proveniente dalla balaustrata della Nike Apteros ^ (fig. 3) e si noti quel motivo del vestito sciolto che sta scivolando dalla spalla in giù, motivo fuggente, momentaneo che si Fig. 2. Frammento di una statua della Leda col cigno a Boston. (Dal Museiim of fine arts bulletin, V, 25, p. 15). ' Cf. Amelung, Rdfn. Mitteilimgen, 1900, p. 919; sicccome quel lato della base finora non fu pubblicato che secondo ua disegno mediocre, abbiamo creduto di fare cosa grata ai dotti riproducendone una foto¬ grafia eccellente eseguita ultimamente col grazioso per¬ messo del sindaco di Sorrento. ^ Cf. Amelung, R'óììi., Mitteilutzgeìi, 1905, p. 306. 5 WiNTER. Atìien. Mitteiliingen^ 1894, p. 157, ta¬ vola VI; Amelung, Basis aus Ma?itinea, p. 70 seg. Bhiseum affine arts hnlleti?i^ V, 25, p. 15 con figura. 5 Kekule, Die Reliefs an der Balustrade der Athena Nike, tav. VI, U. — gò — capisce bene in rapporto col carattere speciale di tutta quella scuola e che torna pure in una delle Amazzoni di Epidauros'. Quella Leda a Boston era più mossa dell’opera di Timotheos, la figura più sviluppata, il cigno più voluminoso ; ma con tutto ciò non si può dubitarne che ci sia un nesso fra le due rapresentanze, perchè l’idea e le linee generali sono proprio identiche. Se Timotheos non si dimostra perfettamente originale, tanto più traspare la sua finezza e sensitività. Egli ha dimi¬ nuito assai, anzi fin sotto le proporzioni naturali, il volume del cigno diventato cosi una cosa veramente secondaria come un attributo ; l’artista riesce con questo mezzo ardito a concentrare l’attenzione dello spettatore alla figura fem¬ minile meno mossa, alla quale ha dato colle forme più esili e squi¬ site tutta la poesia della bellezza verginale. Bellissima poi rarmonia fra cpiesto corpo puro e la testa coll’espressione del pathos giovanile e della sensualità sbocciante. La posa facilmente poteva avere qualche cosa di declamatorio, di troppo ricercato ; ma Timotheos — consapevolmente o inco- sciamente — ha evitato questo pericolo con molta finezza, inter¬ rompendo il ritmo delle linee e producendo così un’impressione piuttosto acerba. Che differenza dalla soavità prassitelica ! A Epidauros fu scoperta una statuetta della dea Igia^ (fig. 4). Rappresentata da giovanetta, essa pog'gia il piede sinistro sopra uno scoglio dalla cui caverna si distende e si alza il serpente ; la dea s’inchina amorevolmente attenta a dissetare il rettile con una coppa che deve aver tenuta una delle due mani ora perdute. Chi non si ricorda innanzi a questa composizione dell’Apollo Smintheus di JScopas come ce lo raffigurano le monete rappresentato nella stessa posizione e giuocante col sorcio che là esce dalla buca dello scoglio come l’Apollo Sauroktonos di Pras- sitele giuoca colla lucertola? Le tre figure si raggruppano assieme come tre emana¬ zioni dello stesso spirito amabile, della stessa poesia di genere, impronta caratte¬ ristica del quarto secolo. Ora non poteva sfuggire a nessuno che questa Jgia in riguardo allo stile artistico sia una sorella di una delle « aurae » del tempie e della Letla. Dall’altra parte non c’è dubbio che la statuetta ritrovata non sia altro che un ex-voto, una riproduzione in proporzioni piccole di un’opera più grande, come se ne sono trovate tante altre nel santuario di Epidauros ed altrove. Peccato che ci manchi la testa ; sarebbe stato interessantissimo di vedere quale espressione Timo¬ theos — a lui credo di poter attribuire con sicurezza l’originale — abbia dato ad ’ Cavvaimas, Catalogo del Museo centrale di Atene , ^ Defrasse et Lechat, I. c., p. 1S7, con fig.; p. 133, n. 149. Arndt-Ameli'NG, Ei ?!zel-Auf naìunen, rm. 710-71 1. Die Rcliefs a. d. Bai. d, Atìi. Nike, tav. VI u). 97 una testa non pateticamente alzata, ma dolcemente inchinata. Anche in rig'uardo a questa creazione poi è interessante il paragone con quella Leda di Boston. L’Igia ripete ancora la posizione della Tindaride in quel frammento, mentre le forme del corpo e lo stile del panneggiamento lo mettono accanto all’altra Leda. Perciò la nuova figura prende il suo posto fra le due rappresentazioni dello stesso soggetto dimostrandovi lo sviluppo graduale deU’artc di Timotheos da quella della generazione precedente. Quest’era il risultato che si poteva de¬ sumere considerando il carattere generale delle sculture dell’Asklepieion ed in ispecie una delle figure che avevano servito da acro- teri ed erano eseguite forse dalla mano pro¬ pria di Timotheos. Ora rivolgiamo lo sguardo sui resti dei fastigi, il più grande e più com¬ pleto dei quali è la figura di un’Amazzone sui suo destriero. È pure nel museo di Bo¬ ston che si trova un frammento di una rap¬ presentazione tanto simile che nel primo mo¬ mento si può credere di trovarsi davanti ad una copia fedele ' (fig. 5 e 6). L’Amazzone è vestita anch’essa di un chitone corto e finis¬ simo e di endromides ; per sostegno del cavallo serviva la figura di un guerriero caduto per terra dei quale non si è conservato che il braccio sinistro coperto dalla clamide che viene alzata dalla mano a guisa di uno scudo. Naturalmente l’azione dell’Amazzone non po¬ teva esser diretta contro questo nemico ma contro un altro che dobbiamo supporre davanti al cavallo : il frammento dunque faceva parte di un gruppo esteso. Siccome quel braccio sinistro colla clamide non si scorge che guardando il cavallo dal suo fianco sinistro questo pare che sia stato rivolto a sinistra. D’altra parte la conservazione del lavoro è assai migliore sul lato destro. Da questi indizi spunta la probabilità della conclu¬ sione che anche questo frammento provenga da un fastigio. E se provenisse dallo * Museum of Jine arts, Boston, XXVIII. Anmml furono prese quando il frammento si trovò ancora da report, p. 57, n. 5. Le fotografie che noi pubblichiamo un antiquario romano. Ausonia - Anno HI. 13 — 98 — stesso fastigio e fosse stato trafugato da Epidauros a forza di raggiri di antiquari antichi o moderni? Il marmo è qua come là pentelico. T,e proporzioni sono un poco più grandi di quelle del frammento di Atene ; il gruppo avrebbe dunque occupato il centro del fastigio. Insomma l’ipotesi mi pare abbastanza fondata per poter racco¬ mandarne l' esame serio agli archeologi americani che sono in grado di studiare attentamente il frammento di Boston. Sia che ciò si rivolga nell’uno o nell’altro Fig. 5. Frammento di un’Amazzone a l’oston. (Fotografi. I Luchettl). senso, in ogni caso possiamo assicurare che ci è conservato un frammento di una creazione dello stesso studio dal quale uscirono pure le sculture di Epidauros, e — ciò che dà a quel frammento un pregio speciale — una scultura originale perchè mai un copista sarebbe riuscito di riprodurre con tanta finezza c tanta viva¬ cità le pieghe sottili e leggermente ondulate del chitone e la modellatura magi¬ strale del cavallo. Delle opere messe in rapporto coi ritrov.amenti dell’Asklepicion o attribuite direttamente a Timotheos ora non ci rimane che una, ma certo la più originale e simpatica: l’Athena giovane che guarda con una espressione romantica di ardore — 99 — e trasporto verso il cielo, la sede del padre Zeus \ La figura snella, le forme del volto corrispondenti ancora allo stile del v secolo, l’espressione patetica degli occhi, il trattamento del vestito — si paragonino p. e. le infossature profonde e le pieghe sottili che accompagnano il fianco sinistro, specialmente di quel torso della Galleria lapidaria nel Vaticano, colla parte corrispondente della Leda e di alcune delle scul¬ ture di Epidauros — e poi il ritmo tanto singolarmente spezzato nel movimento Fig. 6. Frammento di^un’Amazzone a Boston. (Fotografia Luchetti). della figura e specialmente nel movimento della testa in corrispondenza colla po¬ sizione del corpo, tutto ciò ci ricorda i tratti caratteristici di quelle opere già no¬ minate ; e così pure la predilezione per la età freschissima che ha indotto l’artista a rappresentare la dea della battaglia da fanciulla giovanissima, a cui ben conviene quell’espressione puerile di baldanza e di brama romantica. Finora non si è riu¬ sciti a spiegare il significato di quelle stelle che sull’egide di alcune delle copie * Amelung, Fì'threr d. d. Antiken in FLorenz, Sitzungsberichte der bayei'. Akademie d. JFissensc/i., p. 54; lo stesso, Die Skiilpturen des vaticanischen Mu- 1903, p. 445. seums, I, p. 190, n. 29, tav. 22 ; Furtwangler, I-ig. 7. Statua di Venere a Mantova. (Fotografia Premi). IO I circondano il gorgoneiou ; sia detto ~ soltanto per non lasciarlo inosservato — che la stessa decorazione si trova su delle opere eseguite in Italia, cioè nei disegni di due ciste prenestine e suH’egide di una statuetta di bronzo; da quest’ultima però accanto alle stelle si vede pure la mezzaluna \ Credo dì poter aggiungere a queste figure un’altra il cui originale secondo il parere mio si può ascrivere colla stessa certezza al nostro artista, it una statua acefala che si trova ora al museo di Man¬ tova^ (fig. 7), ma che proviene come la più grande parte di quella collezione da Roma. Giulio Romano l’ha conosciuta e stimata già prima che egli andasse alla corte du¬ cale, perchè l’ha copiata e ripetuta a ro¬ vescio nella decorazione dipinta di una delle pareti nella Sala di Costantino al Va¬ ticano, cioè di quella sulla quale è rappre¬ sentato il battesimo dell’imperatore, e non mi pare superfluo di riprodurre anche que¬ sta pittura (fig. 8), la leggiadria della figura spiccando quasi più in essa che nel marmo lavorato senza eccessiva finezza e rovinato assai dal tempo e dagli uomini h La figura poggiava la mano sinistra sull’anca e la destra abbassata pare che abbia afferrato un lembo del vestito perchè si vede che quella piega a sinistra del ginocchio destro doveva proseguire in qualche modo stac¬ candosi dal corpo. La testa, le braccia e le dita del piede destro erano restaurate: non ne sono rimasti che i perni di ferro o i buchi per essi. Il movimento grazioso la parte superiore e le gambe, la spalla df Fig. 8. Figura dipinta in una delle pareti del'a Sala di Costantino al Vaticano. (Fotografia Alinari). corpo — c’è un contrasto sensibile fra essendo tirata indietro, mentre l’anca ‘ Cista Fìcoron! del Kircherianum, IViener Vor- legeblàtler , 1889, tav. XII; cista Barberim! col ratto di Crisippo e col giudizio di Paride: Mon. de /., VOI, tav. 29-30; Wiener VorlegebL, 1889, tav. Vili (Fot. Alina! i 20231). Siati! cita del Museo Gregoriano: Mus. Gr , T, tav. 43, i ; S. Reinach, Répertoire de la statuaire, lì I, p. 297, n. 2. ^ DiiTSCHKE, Zerstreute Bildwerke in Ohcr-Ilalien, IV, p. 303, n. 677; S. Reinach, Répertoire de la sta¬ tuaire., II I, p. 331, n. 6. ^ Non è vero invece ciò che dice il Diitschke, Giulio Romano aver copiata la figura delineando la composizione della tomba Strozzi a S. Andrea. La ca¬ riatide di che si tratta è piuttosto una copia assai rozza 102 ed il ginocchio destro si avanzano — questo movimento dà alla figura una vaghezza speciale. Ed ora paragoniamo la statura snella con quella delle altre opere suac¬ cennate, la forma della mammella scoperta con quella della « aura», della Nike del tempio (Furtwilngler, 1. c., p. 445, tav. II) e della Leda, il tratteggiamento della veste tralucida con quello delle diverse altre figure ; il modo come le pieghe grosse e curvate si staccano dalla gamba destra si ritrova nell’ « aura » e più spiccata- mente nella Leda ove pure si può osservare il modo analogo di far appoggiare il margine del vestito al piede con una piega a basso rilievo sul dorso di esso ; per il motivo della parte superiore basta ricordare 1’ <.< aura » di Epidauros. Del resto la creazione di questa statua si spiega facilmente neH’andamento dello sviluppo di quella scuola — diciamo così — polignotea, perchè nella composizione generale si sente ancora rinfluenza di quell’opera più rinomata, che dovette essere creata nel¬ l’epoca del primo apogeo della scuola, della cosidetta Venus (Tenetrix. Era cjuesta e la figura di Mantova appariscono al nostro sguardo due altre che ci fanno intra¬ vedere, come la concezione semplice e grandiosa si sia col tempo grado a grado raddolcita: il finissimo torso del IMuseo deUe Terme’ ed una statuetta della Villa Albani il cui originale dovrà la sua creazione alla generazione di Timotheos se non a lui stessoà Così troviamo nella statua di Mantova gli stessi tratti caratteristici che abbiamo constatato già altrove: il nesso evidente coll’arte del periodo passato ed un forte senso per la bellezza graziosa della gioventù femminile. Il ritmo del movimento pare che sia stato in cgiest’opera più continuo, più dolce che nelle altre, ma senza conoscere precisamente l’azione del braccio destro e la posizione della testa non si può giudicarne abbastanza chiaramente. La statua avrà rappresentato la dea Venere; si paragoni la figura similissima sopra un sarcofago con rappre¬ sentanza nuziale a .San Pietroburgob Non abbiamo tentato ancora di usufruire di un mezzo per allargare la nostra conoscenza delle opere di Timotheos, cioè di scrutare fra le sculture del ùlausso- leum, la cui parte meridionale come ci dice Plinio era affidata al nostro artista. di quella bella Venere passata da Modena a Vienna e pubblicata dal l-Cekule nelle Archaeologisch-cpìgraphìscJieìi Mìtteilungcn, III, p. 8 seg. tav. I. Il fatto che la figura porta a Mantova una festa differente da quella attuale pare che dimostri che quest’ultima non possa appartenere al corpo, tbuella che gli diede lo scolare di (liulio Ro¬ mano a chi fu affidata l’esecuzione del progetto è cer¬ tamente pure essa copiata da una antica ; le rassomiglia quella che ora si trova nel Museo Barracco (IIei.iìig, Collezione Barr., tav. XLI). 11 corpo della terza caria¬ tide visto da di dietro pare una creazione libera mo¬ derna, poco ammirabile del resto come tutt’ il miscuglio strano di quella tomba, ma la testa, della quale non si vede altro che l’acconciatura, ci rivela come esistesse allora una testa - copia o originale - di Paionios ora perduta o almeno sconosciuta; si potrebbe credere di vedere la parte posteriore della testa Hertz, alla quale tutto corrisponde, eccetto che la cuffia sia più alta. Si guardi la fotografia Alinari n. 18656. ‘ AMEUiNir, Modenier Cicerone, Rom. I, 458 seg. ^ Arndt-Amei.ung, Ei?tzel-Aiifnahine?i, n. 1106. 3 Kieseritzky, Eremitage, n. 192. 103 Ma appena noi affrontiamo la scabrosa questione del Maussoleum non possiamo che deplorare la scarsezza dei mezzi per farci un’idea delle sculture trovate in quel luogo che parrebbe destinato a offrirci tutte le pietre angolari per la ricostruzione della storia dell’arte attica nel iv secolo. Lasciamo da parte i frammenti dei fregi i cui gessi sono propalati in tutti i musei universitari, ma dei frammenti di scul¬ tura statuaria non sono formati che le statue del « Maussolos » e dell’ « Artemisia » e solo un numero assai limitato ne fu fotografato finora (almeno da fotografi le cui fotografie possono essere acquistate da ognuno). Non possiamo che lagnarci severamente che di quei ritrovamenti preziosissimi non esista ancora una pubblica¬ zione sufficiente ; le indicazioni nei cataloghi del British Museum sono assai incom¬ plete. Si rimprovera ai tedeschi che non abbiano pubblicato ancora le sculture di Pergamo ed ai francesi che la pubblicazione degli scavi di Delphi non progre¬ disca svelta ; ma cosa significano queste mancanze in riguardo al fatto che gl’in¬ glesi dopo cinquantanni non hanno pensato ancora a procurare agli archeologi lontani da Londra un mezzo di studiare questi frammenti fra i quali si trovano dei pezzi eseguiti probabilmente da quattro dei più rinomati maestri del iv secolo e certamente nei loro studi secondo bozzetti della loro mano ? Spero che queste mie parole e questo tentativo fatto coll’aiuto delle fotografie Caldesi nel possesso dell’Istituto archeologico germanico a Roma contribuiranno ad indurre la Direzione del British Museum a levarsi da questo impegno più che urgente. Dall’opera del Newton, A history of discoveries ài Halicarnassos ecc., .si può desumere che al lato meridionale della rovina del Maussoleum furono trovate le sculture seguenti : 1. Due frammenti del fregio colle quadrighe (p. loo). 2. Le parti posteriori di alcuni leoni (p. loo). 3. Torso di una figura vestita colossale (p. loi ; 129 n. i ; 224). 4. Testa giovanile (p. 129 n. 2; 227). 5. Branca di un leone (p. 129 n. 3). 6. Testa barbata di grandezza naturale, coperta da un berretto frigio (p. 1 29, n. 4; 226). 7. Frammento di una testa colossale femminile (p. 129 n. 5; 225). 8. Frammenti della quadriga colossale (p. 129). Di queste sculture fra le fotografie Caldesi ho potuto identificare il n. 3, che ho fatto riprodurre (fig. 9). La figura è femminile ; due cinte stringono il vestito che ne copre la più bassa con uno sgonfio circolare. Il panneggiamento è rappresentato con molta finezza e si attacca sotto quello sgonfio alle due gambe facendole tra- .sparire quasi ignude e formando fra esse un’ammasso di pieghe. Osservando questa particolarità e ricordandoci dei tratti caratteristici che finora abbiamo attribuiti a Timotheos, non possiamo dubitare che pure qui ci sia conservato il frammento di — 104 — un’opera sua propria. Questa conclusione poi viene accertata da un’altra osservazione. A Lowther Castle esiste una statuetta' (fig. io), le cui parti centrali corrispondono Hig. 9. Frammento trovato al lato meridionale del Maussoleum. (Fotografia Caldesi). ' Michaei.is, À/ìcieni marhles, p. 489, n. 3 ; Ca¬ vaceppi, Raccolta di antiche statue, ecc., I 5 ; Ci.arac, 599, 13 IT. La nostra figura fu presa dall’ opera del Cavaceppi. Pare impossibile che il turcasso e l’ arco siano antichi come sostiene il Michaelis. — 105 — tanto da vicino al frammento del Maussoleum che quasi potremmo credere di poterci fare col mezzo di questa statuetta una idea della statua intera a cui appartenne il frammento, e dall’altra parte la statuetta rassomiglia in riguardo allo stile tanto alle opere assegnate al nostro maestro che anch’essa si potrà unire a quel gruppo se pure non si può decidere senza cono¬ scerla meglio se riproducesse una figura eseguita dalla sua mano propria o da un artista che aveva subito la di lui influenza. Delle toste (n. 4, 6 e 7) non posso dire niente perchè non sono nè pubblicate nè fotografate. Per base di tutti gli studi sopra le lastre coll’Amazonomachia serve ancora il lavoro del Brunn^, che riconobbe quat¬ tro diverse mani nel lavoro delle lastre conservate e per il primo tentò di iden¬ tificare questa quaterna con quella degli artisti che la tradizione ci nomina. La ripartizione delle lastre in quattro gruppi proposta dal Brunn pare che sia ora ge¬ neralmente ammessa e pare ammissibile pure a me con una eccezione : le due lastre coerenti, che egli come n. i e 2 ascrive alla serie seconda adducendo per unica ragione il fatto che l’Amazzone a cavallo porta i calzoni, mostrano invece tutte le qualità stilistiche della prima serie : le stesse corporature magre ed alte, la stessa vivacità del movimento, la stessa verità terribile nella rappresentazione del combattimento, e pure quel motivo ripe¬ tuto e quasi sottolineato del chitone delle due Amazzoni a sinistra, che si apre for- ’ Kleine Schriften, II, p. 357 seg. con tavola. Cfr. i II, tav. 16-18, Fig. To. statuetta a Lowther Ca'tle. (Da Cavaceppi, Raccolta di statua, I, 5). disegni pubblicati dal Michaelis nelle Antike Denkmalcr , Ausonia - Anno IH. 4 io6 mando una cavità dalla cui ombra spicca lucente la gamba, trova i suoi riscontri nella prima serie. Questa viene giudicata dal Bruna inferiore alle altre e non si possono negare le diverse irregolarità nelle proporzioni, le disuguaglianze nell’esecuzione e la predilezione dell’artista per i lembi svolazzanti con che egli ha riempito comoda¬ mente lo spazio — tutto ciò dà a questa serie un’impronta più decorativa che monumentale — ; ma dall’altra parte non si debbono nascondere dei pregi innega¬ bili che forse alla nostra generazione stanno più a cuore che a quella del Brunir. Nelle altre serie per il nostro sentimento c'è un po’ troppo di ordinato, di posato cosicché si ha quasi l’ impressione di un ballo eseguito sul palcoscenico', ese¬ guito sì con perfezione, ma non producente mai l’ansia affannata di una battaglia vera, mentre nella prima serie ci spaventa la verità della espressione, la veemenza e la furia dei movimenti, la rappresentazione convincente di un miscuglio senza tregua. Per usare una parola diventata famigliare ai nostri dì : la prima serie ha un carattere illusionistico in confronto colle altre serie dove le figure nelle loro mosse paiono impietrite. Certo che a questa impressione vivacissima contribuiscono anche cpiei lembi svolazzanti che da cpiesto punto di vista non appaiono più desti¬ nati solamente a riempire lo spazio. Quella maniera troppo regolare della terza e quarta serie ha avuto poi una conseguenza nella composizione lineare che certa¬ mente non è di un effetto ammirevole: l’abbondanza delle linee parallele. Nella prima serie invece troviamo pure una avanti all’altra delle figure in simili posizioni, ma l’artista ha saputo evitare dappertutto la noia dei paralleli. TI Brunii poi ha osser¬ vato molto bene quante volte nella prima serie il volto dei combattenti rimanga in parte o perfettamente coperto dal braccio o dallo scudo e come l’artista in con¬ trasto con quelli delle altre serie non abbia cura di dimostrare i corpi delle sue figure interamente spiegati e nettamente contornati, staccati l’ uno dall’altro, e ne ha concluso che questo artista, se non è stato egli stesso pittore, deve aver avuto rapporti intimi con una scuola pittorica. Anche gli altri tratti caratteristici rilevati or ora ria noi non possono che corroborare questa supposizione. Il Brunn attribuì la terza serie a Bryaxis, la quarta a Scopas, lasciando per le due prime sospeso il suo giudizio. Ora invece pare che tutti siano d’accordo nello attribuire la terza serie a Scopas, perchè le lastre che la compongono furono tro¬ vate dal lato orientale della rovina del Maussoleum, cioè da quel lato la cui ese¬ cuzione era affidata al maestro di Paros, e perchè le forme delle teste combinano perfettamente con quelle teste di Tegea che ci hanno insegnato la prima cono¬ scenza dello stile speciale di Scopas ù ' Cf. I.<)\vY, Wcsterììia nìis MonatsJicfti\ 1903.P. S40. (Newton, p. 100) non fn trovato che il frammento di ^ Treu, Athen. Afittciln/igen, iSSi, p. 412 seg. una figura maschile .«ìediita su di un trono (N. p. 99; 22 1 ). Sul lato orientale del Maussoleum. oltre queste lastre In questa serie poi la tendenza di spiegare più che sia possibile i corpi sul fondo del rilievo è più sensibile, le forme sono più rìgide, le mosse più legate ancora che nella quarta serie. Tutto ciò non si spiegherebbe se non pensando al più anziano dei quattro artisti. Poi il lettore si ricordi che ciò che ci meraviglia e ci sconcerta quasi, quando stiamo guardando le figure del gruppo delle Niobidi è proprio quella tendenza deU’artista di spiegare i corpi più che sia possibile, quella mancanza asso¬ luta dei chiasmo lisippeo ; ora io capisco bene che si possa dubitare se l’originale Fig. II. Testa di un auriga; frammento di un fregio de! Maussoleum, (Fotografia Mansell). Fig. T2. Testa di un’Amazzone; frammento di un fregio del Maussoleum. (Fotografia Caldesi). di quel gruppo 'di cui noi non conosciamo che le membra sparse sia stata vera¬ mente opera personale di uno dei due più grandi maestri del quarto secolo, ma dall’altra parte a me non pare ammissibile dubitare che il gruppo si debba attribuire alla sfera dell’ influenza, di Scopas e non di Praxiteles. Nel suo libro sopra la scultura greca {2^ edizione p. 213 s.) il Kekule von Stra- donitz attribuisce la prima serie a Leochares, la seconda a Timotheos. Ora che noi abbiamo affinato il nostro occhio per lo stile individuale di quest’ultimo, dobbiamo confessare che nelle figure della seconda serie si cercano invano delle qualità com¬ binabili con quelle delle opere sopra raggruppate. Invece non si può negare che la testa deU’amìazzone coll’arco (fig. 12) nei tratti decisivi rassomigli alla testa dei- fi Apolline del Belvedere attribuito dal Winter a Leochares " ed alle altre teste ras¬ somiglianti a quella, specialmente alla replica dell’ Apolline a Basilea (Brunn, Kleine ' J-ahrbuch. d. J 1892, p, 164 seg. Scìiriftcn, II, p. 404, llg. 53) ed al profilo di cpiell’Alessandro ]\Iagno, trovato a Magnesia del Sipilo \ e non sarà nn caso che gli stessi tratti si ritrovino nella splen¬ dida testa deH’auriga, frammento del fregio rappresentante la corsa delle quadrighe, trovato secondo il Newton dal lato occidentale della rovina, cioè dal lato di Leo- chares" (fig. ii). Ho profferto io stesso dei dubbi in riguardo alla tesi del Winter parendomi troppo debolmente basata sul solo paragone fra TApolline ed il Gani¬ mede; ora non esito a dichiarare che questi nuovi studi paiono adatti a convalidarla, benché non ancora si possa parlare di certezza ; ritorneremo dopo suH’argomento. D'altro canto in nessuna delle altre serie si trovano delle concordanze tanto spiccate colle opere di 'Fimotheos come nella prima. Se i panneggiamenti non sono resi tanto soffici come nelle amazzoni di Epidauros, è jnire certo che in nessun’altra delle serie sono trattati con tanta nervosità e finezza. Tutti quei lembi svolazzanti jìoi e la maniera come si piegano ci ricordano gli stessi motivi costantemente ripetuti nelle opere di quella scuola « polignotea » ; e con questo nome è ])ronun- ciata già la coerenza della scuola coll’arte della pittura, coerenza che non si sarà limitata ai principi. Anzi ci è conservato pure un affresco pompeiano che pare adatto a darvi una idea netta di una pittura corrispondente alla scultura di Timo- theos: una rappresentazione del piccolo Ercole che strozza i serpenti circondato da Atene, Anfitrione ed Alcmene che salva il piccolo Ificle ; la figura di Atene si può chiamare una copia dipinta dell’Artemis di Timotheos (fig. i) ed il vestito della madre fuggente è trattato perfettamente nello stile della scuola « polignotea » (Sprin- ger-ÌMichaelis, llaiidbncìi^ , p. 253, fig. 462). Del resto, secondo ciò che sappiamo, nessuno degli altri artisti del ÌMaussoleum è stato neanche lontanamente in rapporto qualsiasi con una scuola di pittura. Poi ricordiamoci delle corporature snelle, caratteristiche per lo stile di Timo¬ theos. Quei pochi frammenti che ci sono rimasti dei fastigi di Epidauros ci lasciano intravvedere che pure colà i motivi della composizione erano assai vivaci ; si ri¬ legga specialmente ciò che scrive il h'iirtwangler paragonando la figura di un gio¬ vane morto e disteso per terra, proveniente da uno dei fastigi, col Niobide morto del gruppo a Eirenze b II motivo dell’ inginocchiarsi con una gamba distesa per ’ Kekule, . Zcitung^ 1S78, p, 7 seg., tav. IF. Cf. Amli.ung, Iloiìerner Ci<:eroni\ Uom I, p. 252 seg. e Revtie archcolpgiqid-, 1904, FF, p. 337 seg. F.a statua di AFessandro è puFjldicata dal Tir. FxKINACH nei Mo- ments Piot, 1896, p. iSósegg., lav. XVI-XYFFF e dal WlEGAND ueW Arc/i, Jahihiich , 1899, P- • I- Cfr. SciIRElBER, Das Rihhiis .ìlcxanders d, G/\, p. 84 seg. I.o .Schreiber rileva la somiglianza fra il tipo della testa e quella della Tltemis trovata a Rliamnus, opera di un’artista Chairestratos che visse alla fine del quarto secolo. Ma l’affinità fra le due teste non è che super¬ ficiale, e poi quel Chairestratos evidentemente non era uno dei maestri originali, ma uno che faceva la sua strada seguendo le orme dei suoi predecessori. T.a statua d’.'Messandro — lo chiamo cosi nonostante il grado al¬ tissimo della idealizzazione — deve stare in una certa relazione con quella di Apolline che si trova nel Museo di Berlino [Verzcu'ìmi<: der Skulptiircii, n. 52). ^ Springer-Miciielis, HandbucJfl.-p. 273, fig. 500 a. > Sitzungsbcrichte, ecc. 1903, p. 441. terra (g e io) torna fra i frammenti di Epidauros e la figura io (fig. 13) pare addirittura destinata a spiegarci il motivo di uno di quei frammenti (Defrasse-Lechat, 1. c., p. 70, 8; Cavvadias, 1. c., tav. IX 20 e XI 9) (fig. 14). Fig. 13. Lastra di un fregio del Maussoleum (Fotografia Caldesi). Quel guerriero sotto il cavallo di un’amazzone (9) che cerca di tutelarsi la testa con una clamide avviluppata intorno al braccio (fig. 15) ci ricorda il frammento del gruppo di una amazzone ed un guerriero a Bo¬ ston. II ritmo dei movimenti è quasi sempre per¬ fettamente fluido — fra la costruzione delFAskle- pieion e quella del Maussoleum sono trascorsi incirca venticinque anni — ■ solo in una figura — in quella assai originale di un’amazzone che corre a larghi passi (3) ~™ ed in un gruppo — quello di due amazzoni ed un greco in quella lastra che il Bruno attribuì alla seconda serie — c’è ancora qualche cosa nel movimento che ci ricorda il ritmo spezzato della Leda e della Minerva. Finalmente resta un’ultima osservazione. Fig. 14. Frammento di un fastigio dell’Askepieion di Epidauros. Quella figura originale deii’amazzone corrente ha (Da Cavvadias, Foulles à' Epidauros, I, tav. XI, 9). I IO una sorella, come fu già rintracciato dal Brunir in una lastra del fregio colla rap¬ presentazione della Centauromachia cioè una dorma che fugge disperatamente verso destra; ora questa più ancora deH’Airrazzone ci rammenta il motivo del petto semi¬ nudo nell’ « Aura » e nella Nike di Epidaurus, nella Leda, nella statua di ùlantova e nella statuetta di Lowtlrer Castle. Poi non so se mi sbaglio, irra mi pare che queste Fig. 15. Lablra di un fregio del Maussoleuni. (Futografì.i Caldesi). due figure abbiano molta somiglianza meno irelle singole forme che nell’ insieme dell’apparenza con una baccante su uno dei lati della bella base triangolare del Museo Lateranense Ora la baccante è uno di quei graziosi tipi creati nel quarto secolo e ripetuti innumerevolmente dagli epigoni, ed appartiene ad un gruppo speciale fra la massa di quei tipi, i cui artisti evidentemente lavoravano nell’orbita della stessa scuola il cui capo in quei tempi non fu nessun altro che Timotheos. Dopo tutto ciò io concludo che abbiamo ogni ragione di ascrivere a Timo¬ theos la prima serie dell’Amazonomachia, e così siamo riusciti a far rivivere l’indivi¬ dualità artistica di quel maestro che hnora parve condannato a rimanere un’ombra ■ Michaelis, a. D.. n, tav. 18 II. ^ Iìrunn-Bruckmann, Dcìtkmaler 599 con testo del- I'Hauser. 1 1 1 pallida, ed a riconoscere l’importanza di questa individualità nello sviluppo del¬ l’arte, Ancora una volta vediamo coi nostri occhi quanto sia stata forte la corrente della tradizione nel quarto secolo malgrado tutte le evoluzioni verso un’ ideale più raffinato e psicologicamente più profondo ; finalmente poi mi pare più chiaro di prima che i precursori di Lisippo, che gli preparavano la strada per poter arri¬ vare alla mèta della completa libertà erano dei pittori e quei scultori che si lascia¬ vano tanto influenzare dai progressi della pittura per imitarne gli effetti ed i motivi nei rilievi. Progredendo da questa base riguadagnata così senza perderci mai nell’incerto potremo forse riuscire a raggruppare intorno a queste opere già riunite pure delle altre e di assegnarle, se non all’ingegno personale di Timotheos, bensì all’ambiente della sua scuola. Una delle più monumentali rappresentazioni della dignità femminile è quella della donna vestita semplicemente del peplos. Mentre il sesto secolo aveva fatto sparire addirittura il corpo sotto i piani immobili della stoffa, nel quinto secolo gli artisti avevano trovata la più geniale soluzione dei problema lasciando al vestito la sua qualità pesante e pur facendo indovinare la posizione del corpo e delle gambe coi mezzi più semplici. Ma già verso la fine del secolo il gusto più raffinato aveva indotto per esempio gli artisti delle Cariatidi dell’Erechtheion e di una statua che si trova ora a Venezia a trattare pure il peplos come se fosse di una stoffa leggera, quasi trasparente, un tentativo contro il quale un’opera come l’Eirene del Cefisodoto pare che segni un’opposizione voluta'. L’arte prassitelica poi sapendo rilevare nuovi effetti dallo studio intenso della natura delle diverse stoffe diede pure a queste figure un nuovo fascino spargendo fra tutti i piani tanti piccoli e graziosi motivi da ren¬ dervi perfetta l’ illusione della vita reale Sarebbe strano se quell’altra grande scuola attica dopo i primi tentativi suac¬ cennati non avesse proseguito a sviluppare nel modo suo questo tema tanto più interessante quant’è semplice. Ed in verità credo che ci sia conservata la copia di una tale figura: essa proviene da Roma e si trova oggi a Kopenhagen nella Glyp- tothek Ny-Carlsberg. Noi riproduciamo una fotografia presa a Roma, cioè quando la statua non era ancora restaurata^ (fig. i6). Mi pare che bisognino poche parole per spiegare le mie ragioni. La statura è relativamente snella ; la posizione ci ricorda la statua di Mantova ; tutta la parte delle gambe è trattata secondo la maniera della scuola « polignotea » ; il motivo della piega sopra il dorso del piede destro si ri¬ trova dalla Leda e dalla statua di Mantova. E interessante poi come l’artista abbia ‘ Furtwaengler, Meistenva-ke p. 514 e Griechi- ^ Ny Carhhergs Glyptotheks antike Kunstviirker , sche. Originalstaluen in Venedig., p. 28 seg., tav. IV, 2. tav. XXI, 302. * Furtwaengler, Gr. Or. i. F., p. 32, tav. V. I I 2 Fig. i6. Statua muliebre a Kopenhageii. (Fotografia Luchetti). ' Cf. Arnd i', Colh'ction /Vy Carhherg, p. 99, fig. 53. trattato la parte superiore fa¬ cendo del tutto per far traspa- .^ire anche qua più che sia possibile le forme del petto. Non potremmo dire che l’effetto sia veramente felice ; alla figura mancano troppo la calma e la semplicità inerenti al tema ed indispensabili per una soluzione adeguata. Nomino soltanto di passag¬ gio una statua di Diana che molti anni fa si trovava da un antiquario romano n. 172- 174), una creazione delicata, forse un po’ manierata che ras¬ somiglia per più di un riguardo alle opere attribuite a Timotheos (fig. I 7) e la cosiddetta rinomata Venere colla spada, trovata ad Epidauros (cfr. ultimamente Elasclì nel testo delle E.-A. n. 1361). La più originale di tutte le statue soprannominate è certa¬ mente la Minerva. Ora esistono due altre creazioni che concor¬ dano tanto perfettamente con essa in riguardo al motivo ge¬ nerale che non si può dubitare che ci sia qualche nesso fra di loro : la statua di Asklepios con¬ servata in una copia completa nel Museo del J.ouvre ‘ ed una statua di Venere o di deità ma¬ rina la cui copia migliore appar¬ tiene al IMuseo di Berlino ù ^ Besclireihung der a ut. Skiilptiireii, n. 276. Se dell’Asklepios non fosse conservato che il corpo si dovrebbe credere di trovarsi innanzi ad una creazione del quinto secolo, ma nelle forme della testa sono troppo sensibili gli elementi di uno stile più libero ; perciò potremo ascriverlo sensa sba¬ gliare al principio del quarto secolo e non crederei impossibile che l’artista sia stato uno dei compagni più anziani di Timo- theos. Quella seconda statua nel cata¬ logo delle sculture antiche a Berlino viene giudicata opera ellenistica, ma le forme magre e semplici del corpo, la posizione energica, quasi puerile, i con¬ torni duri, il panneggio semplice indi¬ cano chiaramente una data anteriore, cioè la prima metà del quarto secolo. La posizione, come dissi, è tale quale quella della Minerva, ma il panneggiamento è trattato in uno stile più largo, più mo¬ numentale, si può dire più prassitelico, che vieta di ascrivere l’opera ad un com¬ pagno di Timotheos ; la figura anzi di¬ mostra la di lui influenza anche oltre i limiti della propria scuola'. Nelle teste di Epidauros ed in quella della Leda e della Minerva si riconoscono meglio ancora che nei corpi le forme dell’epoca fidiaca animiate da un’espres¬ sione patetica, testimone di una psiche nuova. Ora un miscuglio eguale di ele¬ menti si riscontra pure in altre opere della stessa epoca che certamente non provengono tutte dallo stesso ambiente, ma le quali sarà lecito di riunire per Fig. 17. Statua di Diana. il momento in un solo gruppo. Solo la prima credo che si possa mettere in relazione più intima col nome di Timotheos, cioè il così detto Giove di Versailles. Il Furtwàngler ^ lo ascrisse a ' Cf. Arndt-Amelung, Einzel-AufnahiìMt, n. 712 (testo dell’ARNDT, che già rivelò la somiglianza fra questo tipo e l’Esculapio del Louvre e contradisse giustamente la data pronunziata nel catalogo di Ber¬ lino; I’Arndt crede la creazione dell’opera in una re lazione troppo vicina con Prassitele; vi mancano ad¬ dirittura l’armonia del ritmo e la flessuosità delle linee, qualità caratteristiche delle opere prassiteliche dalla prima fino aH'ultima). ^ Meisterwerke, p. 142, fig. 29. Ausonia - Anno III, 15 queir ipotetico Prassitcle del quinto secolo e del resto non ha errato a fondo, perchè anch’egli vi trovò immischiato nelle forme dell’epoca fidiaca un sentimento pate¬ tico. Nella capigliatura però e nella barba folta, ma non compatta, non c’ è nessun dettaglio che contraddirebbe alla data più avanzata ed infine tutta cpiella ipotesi di una scuola fidiaca patetica, guidata da quel Prassitele, non ha base che la suppo¬ sizione inverosimile che le due iscrizioni dei Dioscuri di Montecavallo riproducano nna tradizione sicura e che col Prassitele della seconda non sia indicato il rino¬ mato artista del quarto secolo, ma un altro più anziano rimasto d’altronde perfet¬ tamente ignoto. Nei miei studi sopra la base di Sorrento (nota 3) ho accennato alla possibilità che il simulacro di Marte nel suo tempio sul foro di Augusto sia stato o un originale del quarto secolo o la copia di un tale e che si possa allora pensare a qneira/.pÓÀ'..ùov sull’acropoli di Alicarnasso di che secondo Vitruvio si dubitava se fosse opera di Leochares o di Timotheos (II, 8, ii). .Si è detto che il tipo della testa di quel Marte, come si vede dalla copia colossale del Museo Capitolino (Furtwangler, Collection Soiuzéc, p. 63), sia sviluppato da quello del Giove di Otricoli (Helbig, FuJirer\ n. 41 1); a me pare che rassomigli assai più al Giove di Versailles, e con ciò apparirebbe la possibilità che l’originale sia stata un’opera di Timotheos, cioè quel colosso ad Alicarnasso che allora sarebbe da attribuire al nostro maestro. Ma non si arriva che a delle possibilità. Una trasfusione di elementi del quinto e del quarto secolo si osserva pure in un altro tipo ascritto dal Fnrtwangler a c|ucl supposto Prassitele; è una testa gio¬ vanile la cui migliore replica ultimamente illustrata dall’Arndt ' si trova nella Villa Albani. Anzi questo tipo sta in un rapporto certo, ma non ancora ben chiaro, con un altro dell’ Esculapio giovane del quale poco fa il Hadaczek ha pubblicato due re¬ pliche^, e perciò si potrebbe credere di aver trovato un altro mezzo per metterlo in relazione con Timotheos che aveva creato proprio un Esculapio giovane per la città di Troizene (Paus. II, 32, 4), ma per dir la verità nè l’uno nè l’altro dei due tipi, benché stilisticamente siano assai individuali, si lasciano riunire con ra¬ gioni abbastanza fondate colle opere personali del maestro delle figure di Epi- dauros. Eorse ci avviciniamo di più a lui stesso considerando un’altra scultura, una statua di un dio giovane nel palazzo Pitti, opera che colla sua composizione libera si, ma poco ritmica ci ricorda una delle più caratteristiche egualità delle sculture sopra riunite in contrasto al ritmo jierfetto dell’arte prassitelica ù Infine sia nomi- ' 1!runn-I!ruckmann, Deukmalcr 592. Cf. Ame- ^ Amici, uno, Fuhrcr d. d. Ant. in Florenz, p. 138, Berliner pliilol. IVochenschriff, 1907, p. 1252. n. 194. ^ Oesterr. J-ahreshefU , 1908, p. n T seg. nato il Bacco Richelieu colle sue repliche'. La sua testa rassomiglia a quella della Leda, ma le forme gonfie e mollissime del corpo contrastano troppo chiaramente colle forme snelle e magre della eroina e di tutte le altre figure affini cosicché anche questa bellissima creazione non si può ascrivere che alla periferia del cerchio nel cui centro domina Timotheos. * * Mentre noi abbiamo risvegliato così l’apparizione dell’ultima manifestazione di una scuola ampiamente diramata ed influente anche oltre i limiti dell’arabiente fa¬ miliare, ora rivolgiamo gli occhi verso un artista che pare che sia rimasto più so¬ litario, come era pure di provenienza forestiera, ed entrando nell’orbita dell’arte ellenica subì le influenze di tutte le diverse correnti dell’epoca : a Bryaxis Raccogliendo e sviluppando una allusione del mio amico Arndt potetti riuscire a far riapparire dalle nebbie della tradizione letteraria e dalle masse di quella mo¬ numentale r imagine della più originale creazione dell’artista, del Sarapide colossale nel suo splendido santuario ad Alessandria ^ (fig. 20). Dalla rassomiglianza fraterna col rinomato Giove di Otricoli mi parve di poter concludere che pure questo tipo riproduca un’opera di Bryaxis. Altri studi vengono ora a corroborare questa ipotesi. Il Sieveking"'^ ha osservato che in tutte le repliche del Giove si ritrova una par¬ ticolarità: i capelli non sono scolpiti che in parte; il rimanente era formato in stucco come si può dedurre dalla preparazione dei piani di attacco ed in alcuni casi pare che lo stucco abbia pure coperto i capelli e la barba, rimasti solamente abbozzati. Ora questa tecnica e l’uso dello stucco in quella maniera speciale, limitati fra le copie romane a pochi casi — altri ci occuperanno dopo — si ritrovano invece come un’abitudine familiare in certi luoghi ed in un’epoca precisa dell’arte greca : cioè in Egitto nell’epoca ellenistica, vuol dire in quel paese dove Bryaxis iniziò l’era dell’arte ellenistica colla creazione del suo Sarapide ù Si è creduto di poter spiegare questo uso di stucco coll’intenzione di diminuire il peso ed il costo dei colossi di marmo ; ma le sculture trovate in Egitto e stuccate nello stesso modo sono quasi tutte di grandezza minore del vero e poi in altri casi, come per es. da ' Cf. ultimamente Amelhng, Die Skulpturen des vaticanischen Museiims, II, p. 428 seg. n. 258. ^ Il nome di Bryaxis dimostra che egli 0 la sua famiglia venne dalla Caria. A ciò non contraddice il fatto che egli nelle sue iscrizioni si chiami ateniese. Si confronti il caso analogo di Sthennis il cui padre Ilerodoros era immigrato in Atene venendo da Olynthos. Cf. Hwìmo'&.v, Zeitschrift fiir osterr. Gymnasien, 1875, p. 741 seg., e Robert nella Real-Ettcyclopàdie di Pauly-Wissowa, III, i, p. 916 segg. 1 Revue archéologiqite, 1903, II, p. 177 segg., ta¬ vola XIV. ^ Brunn-Bruckmann. Denkmàler , testo del n. 605. S Hauser, Berliner philol. Wochenschrift, 1905, p. 69 segg.; Rubensohn, Achaeol. Anzeiger, 1906, P- 135- quella testa colossale del Museo Capitolino attribuita con ragione a Damophon ’ il modo deiraggiunta è diverso da quello che si osserva nelle repliche del Cxiove e nelle sculture trovate in Egitto. Là c’ è indietro un incavo ed i capelli intorno alla fronte e sopra il capo sono perfettamente eseguiti ; in nessun punto si vedono quei piani con buchi leggermente incisi. In riguardo alle piccole sculture quella tecnica si è spiegata colla mancanza del marmo in Egitto che costrinse gli artisti a mettere in opera anche i più piccoli pezzi sebbene insufficienti e di supplire le parti mancanti collo stucco. Può essere, benché mi pare strano che agli scultori residenti in Egitto non fosse stato possibile di ottenere del marmo in quantità sufficiente. In ogni caso la eguaglianza della tecnica dalle repliche del Giove e dalle sculture « alessandrine » richiede una spie¬ gazione analogia e dimostra che fra i due g'ruppi esiste un nesso speciale. Ma quelle sono copie romane, queste originali greci? Come si spiega che i copisti romani si sono incapricciti a copiare pure una strana tecnica mentre sotto lo strato del colore o dell’oro nessuno poteva mai accorgersi della fatica subita? 1 Io pubblicato ultimamente le copie di una Athena fidiaca " ed anche esse con¬ cordano tutte nell’adoperare una tecnica speciale i cui confronti poi si trovano in diverse opere greche del quinto secolo, cioè deU’epoca nella quale l’originale di queir Athena fu creata. Ed anche là i copisti avrebbero potuto risparmiarsi della fatica, che doveva sparire pure là, sotto lo splendore della doratura. Evidentemente dunque quei copisti come quelli del Giove non si lasciavano guidare da nessun altro criterio, che dal desiderio di ripetere esattamente non solo le forme, ma pure la tecnica deH’originale che avranno studiato attentamente e della quale si poteva be¬ nissimo aver conservato o la tradizione o la pratica. Anche nei nostri tempi una copia di un capolavoro eseguita nella tecnica propria dell’originale viene valutata più pre¬ ziosa di un’altra eseguita in una tecnica qualunque, e vi sono sempre degli artisti coscienziosi che volentieri si prestano a tale desiderio dei mecenati nella viva spe¬ ranza di poter aumentare così la propria padronanza dell’arte. Il Sieveking invece ha voluto spiegare la tecnica delle repliche del Giove con la supposizione che l’originale sia stata opera composta di oro ed avorio. Ma il prin¬ cipio delicato della capigliatura sopra la fronte, quella sfumatura fine non si sarebbe potuta mai eseguire se i capelli fossero stati di un materiale diverso da quello del volto e specialmente di metallo. E poi non si capirebbe affatto perchè i copisti non aves¬ sero formato tutta la parrucca o tutta la barba in stucco, perchè avessero adope¬ rato o piuttosto ricavato fuori una tecnica che non ha nessunissima affinità o so¬ miglianza colla tecnica delle imagini composte di oro e di avorio. Finalmente mi ’ Helbig, F'ùhrer , P, n. 453. ^ Oestcrr. Jahreshefte, 1908, p. 169 segg., tav. V. 117 pare che l’ipotesi del Sieveking avrebbe qualche fondamento sicuro soltanto se quella tecnica nei tempi romani non fosse adoperata che in quei casi nei quali noi potremmo supporre che l’originale dell’opera copiata fosse stata composta di oro e di avorio. Ma ecco che posso pubblicare (tav. Ili) una testa del Museo Capitolino, la cui esecuzione tecnica riconoscibile ancora malgrado il ristauro concorda con quella delle repliche del Giove e che rappresenta un essere eroico, forse Ercole ; possiamo dunque dichiarare con certezza che l’originale non è stato lavorato in quella tecnica pre¬ ziosissima riservata alle imagini dei grandi dei olimpici. Le forme stilistiche del viso concordano tanto colle forme del Giove che io non dubito che l’originale sia stato un’opera dello stesso artista, cioè secondo la mia convinzione di Bryaxis. La testa messa sopra un busto moderno si trova nella camera del pianterreno nel cui centro è esposta la base di Albano coi rilievi rappresentanti i fatti di Ercole. Sic¬ come in quella camera l’ordine delle teste ultimamente è stato perfettamente cam¬ biato, non mi fu possibile di rintracciare la testa nella « Nuova descrizione » del¬ l’anno 1888 o in alcuna delle altre pubblicazioni delle sculture capitoline. L’altezza dell’antico, cioè di quel pezzo che noi abbiamo riprodotto, è di m. 0.385. Il marmo è giallastro e composto di piccoli cristalli. Il busto moderno è di marmo, mentre tutti gli altri restauri sono eseguiti in gesso. Dei capelli è antica solamente una striscia che incorona la fronte : di restauro sono pure la parte posteriore del collo ed alcuni rappezzi del naso, dell’occhio e della tempia destra lungo una rottura oriz¬ zontale che aveva spaccata la testa in due parti. Mentre il lavoro del volto è per¬ fettamente finito gli orecchi e le parti laterali della barba sono solamente abbozzati ed anche l’esecuzione della parte anteriore della barba non è rifinita come dovrebbe essere in confronto col lavoro del volto ; poi si scorge nella barba a destra ed a sinistra un taglio che ha lasciato un piano qua liscio là ondulato. Tutto ciò ci ricorda la tecnica delle copie del Giove, e la supposizione più verosimile sarà quella che i capelli e la nuca siano stati coperti dalla pelle di leone eseguita in stucco e che le mascelle della pelle abbiano nascoste le parti laterali della barba cogli orecchi ; ma dobbiamo supplire pure uno strato fino di stucco o uno strato assai grosso di colore sopra la parte anteriore della barba. Ed ecco (fig. 18) un’altra scultura della quale disgraziatamente non posso indicare nè la provenienza nè il luogo dove si trovi ora. La pubblico secondo una fotografia di mio possesso e spero così di avere qualche notizia precisa. Si è conservata la testa col busto. Eacilmente si riconoscono gli stessi piani tagliati intorno ai capelli ed alla barba ; tutta la parte superiore del collo è lasciata ruvida evidentemente per attaccare i ricci pendenti della barba. Ruvida è pure la spalla sinistra e la parte esterna del petto sinistro per attaccarvi un lembo del panneggio. Perciò e per la mossa vivace della testa non credo che la scultura sia stata destinata a rimanere Fig. i8. Busto di un dio barbato. — iig — un busto ; sarà stata invece inserita in un corpo di altra materia. Nelle forme si riconosce facilmente lo stile dell’artista nostro. Il rappresentato sarà Esculapio, ed in ogni caso è interessante un paragone coll’ Esculapio di Milo e la sua variante ad Atene, Le forme qua sono più grandi, più semplici, ma là più individuali, più piene di vita. Il lavoro della copia pare sommario, ma sentito. E l’originale ? era anch’esso una statua di oro ed avorio ? Ci contraddicono qui le stesse inverosimiglianze come negli altri casi, ed è certo che aumentando il numero delle copie romane eseguite nella tecnica « alessandrina » si riesce a togliere fondamento alle conclusioni che si vollero tirare dalla supposizione che solamente le copie del Giove fossero adat¬ tate in quel modo \ Ma il Sieveking ricercando l’originale del Giove accenna a due opere precise : al Giove Capitolino di Pasiteles e di Apollonios, credendo possibile che uno di questi due artisti abbia derivato il nuovo ideale del re degli dei dalla forma che Bryaxis aveva data al dio degli inferi perchè anch’egli non nega la stretta somi¬ glianza fra le due imagini considerando però la differenza troppo piccola per poter credere che un’ artista come Bryaxis si sia ripetuto tanto spiccatamente. Ma che cosa sappiamo noi della varietà delle creazioni di Bryaxis? Niente. E che cosa sappiamo noi del Giove di Pasiteles o di Apollonios? Niente. Anzi se volessimo basarci sopra ciò che ci indicano le piccole statuette di Giove certamente romane, potremmo concludere benissimo che l’ideale romano del dio capitolino non corri¬ spondeva a quello del Giove di Otricoli. A me pare perciò più saggio di ammet¬ tere per ora che Bryaxis si sia ripetuto, cioè che abbia derivato da una rappresen¬ tazione propria del padre degli dei l’ideale di Sarapide, cosa che in verità farebbe poca meraviglia una volta che in Alessandria egli si trovava innanzi ad un problema addirittura nuovo. Ed è poi vero che la variazione sia tanto superficiale ? più super¬ ficiale della somiglianza fra due creazioni prassiteliche come le teste del Sauroktonos e della Venere di Arles o del Mercurio di Olimpia e quello di Andros? A me pare ^ Nell’anno igo6 fu trovato a Mileto un frammento di testa del tipo otriculense (Wiegand, Arcliaeol, An- zciger, 1906, p. 21). La testa era stata una di quelle sculture che ornavano la porta monumentale del foro meridionale, costruzione dei primi tempi imperiali. De¬ sumo da comunicazioni private, gentilmente concesse dal Wiegand, che gli occhi erano stati inserti e che la barba è tagliata ai due lati, i tagli formando due piani lasciati ruvidi. Nei piani non ci sono nè buchi nè perni. Il rimanente della barba è perfettamente eseguito. Evi¬ dentemente anche là quei pezzi erano formati in stucco, ed anche là non se ne capisce la ragione. 11 Wiegand, parlane! suo resoconto di una « maschera », parola che in riguardo alla nostra questione potrebbe dar origine a una spiegazione che non corrisponda al vero. Non è conservata che la parte inferiore del viso dagli occhi in giù ; indietro e sotto la barba v'è rottura e non si può più indovinare se la parte posteriore del capo ed il collo fossero stati eseguiti in marmo o in stucco. Pare che possiamo supporre una tecnica analoga per quel Giove colossale che si trova ora a S. Pietroburgo I Kieseritzky, Eremitage, n. 152; cf. Overbeck, Kiinst- mythologie, II, p. 119). Quando fu trovata, ne mancava una parte della testa; ora sono restaurate, conre gen¬ tilmente mi comunica il Waldhauer, le parti seguenti: tutta la parte posteriore della testa, tiilti i capelli sul lato sinistro della testa (a destra di chi guarda) un riccio sopra la fronte, i baffi e la parte inferiore della barba. I 20 di no, e non ritengo neanche impossibile che Bryaxis in questo caso in riguardo alla volontà del re che era l’istitutore del nuovo culto e mirava con questa istitu¬ zione religiosa allo scordo politico di unire più strettamente greci ed egiziani in una venerazione unica che avrebbe dovuto inghiottire tutti gli altri culti, — che Bryaxis in c£uesto caso abbia conser¬ vato più che gli era possibile delle forme di un’immagine di Zeus già rinomata. In ogni caso io credo preferibile e più logico di rimanere sul suolo fermo quando non ci sia una ragione stringente d’avventu¬ rarsi sulla terra barcollante delle ipotesi ; specialmente quel metodo di spogliare la serie delle opere adottate finora per ricostruire lo sviluppo del¬ l’arte greca del quinto e del quarto secolo e di ascriverle all’ ambiente molto elastico delle scuole neo-attiche o pa- siteliche senza che vi sia un’in¬ dizio oggettivo, come la trec¬ cia della Giunone Imdovisi, mi ricorda troppo da vicino quel metodo che infestò la filologia cinquant’anni fa e che oramai si può dire sepolto, cioè di cancellare tutti i pas¬ saggi degli antichi scrittori e poeti che non sembrarono concordi allo spirito del¬ l’autore o piuttosto a cjuell’idea che la scienza del tempo se ne era formata, dichia¬ randoli aggiunte inorganiche di epoche posteriori. Ciò che possiamo costatare di oggettivo è dunque la parentela intima fra le teste di Giove e di .Sarapide e l’esecuzione delle repliche del primo in una tecnica usata in Egitto nei tempi ellenistici. Le due osservazioni ci conducono nella stessa direzione ed alla stessa mèta: a Bryaxis. Potrebbe essere che in un frammento colossale di una statua virile seduta a Napoli ci sia conservata la parte inferiore della tigura la cui testa era proprio cjuella del tipo Otricoli. Lo Meemskerk ha dise- gnato il frammento quando si trovava ancora a Roma nella vigna Cesi ed era ancora più completo, cioè riunito col torso e colla testa'. Il disegno è troppo pic¬ colo per poter dire con certezza che quella testa abbia proprio il tipo del Giove di Fig. 20. Statua di Sarapide ad Alessandria, Otricoli, ma essa ne dimostra tutti i tratti caratteristici. Ora il Sieveking, favorevole aH’opinione del Michaelis che il frammento di Napoli sia parte di una copia del Giove Capitolino^, vorrebbe far credere che anche in esso non si possa ricono- ' Jahrbuch d. Instituts, 1898, p. 193, fig. 2. La ri- mente concessa dalla redazione del J-aìirbuch. produzione della fig. i (la nostra fig. 19) ci fu gentil- ^ Codex Escorialensis , p. 137. Ausonia - Anno III. 12 2 scere che una derivazione dall’ immagine del Sarapide di Alessandria. Basta però un confronto delle due sculture (fig. ig e 20) per capire che qui non si può parlare di una eguaglianza « Zug fùr Zug », come pretende il Sieveking, ma solamente di una parentela ben naturale fra due opere dello stesso artista. Che il tipo di quella raf¬ figurazione di Giove sia stato in verità familiare all’arte del quarto secolo, si può desumere da alcune monete della città di Megalopolis {Imhoof-Bliiiìier a. Gardner, A UHììiism. coiìiìn. of Paiis. pi. V, i; liitzig-Blùmner, Paiisanias, TU, p. 224; Mùnztafel, V, 7) coniate — è vero — nei tempi imperiali romani, ma con un’imagine di Giove seduto in trono che con molta probabilità fu dichiarato una riproduzione dello ZsG opera di Senofonte e Cefisodoto, che pare sia stato il figlio di Prassitele (cf. Dorpfeld, Atìicn. MittciL, 1893, p. 218). Il fatto poi che in una statuetta tarda del British Museum' si trovano combinati il corpo del Sarapide, una testa del tipo otriculense e l’aquila oltre lo cerbero dimostra solamente che ancora in tempi tardi uno scultore per tradizione seppe o per sua intuizione si accorse della somiglianza intima fra le due creazioni. Il Sieveking ha pubblicato nel suo lavoro una bella testa del iMuseo di Ales¬ sandria, un’opera originale di un’artista della fine del quarto secolo. Non sarà stato uno dei più grandi maestri, ma la sua scultura rispecchia chiaramente l’effetto del soggiorno di Bryaxis nella capitale dei Tolemei rassomigliando stilisticamente assai al Giove ed al Sarapide, come alcune teste di rilievi sepolcrali ad Atene rispec¬ chiano lo stile di Scopas e le terrecotte di Tanagra quello di Prassitele. Quel lavoro del Sieveking è dedicato alla pubblicazione di una interessantissima testa che si trova in Villa Albani. Nessuno poteva non accorgersi delle strette somi¬ glianze fra essa ed il Giove di Otricoli. Il Sieveking va più oltre e vede nella testa di Villa Albani nient’altro che una copia un po’ variata dello stesso Giove Capito¬ lino pretendendo che fra i due tipi esista una concordanza nei capelli e nella barba «Locke fiir Locke». Non so se la colpa sia degli occhi miei, ma io confesso di vedere sì una grande somiglianza in generale, ma comparando « Locke fùr Locke » non vedo in cjuesti particolari che differenze. Nel volto poi non soltanto l’espressione degli occhi è esagerata nel senso patetico, ma è cambiata pure la forma del naso più curvato, quasi ritirato. Tutta la modellatura è meno accentuata. L’aspetto del Giove si potrebbe comparare con una bella, chiara giornata di tramontana, quello della testa di Villa Albani fà piuttosto l’impressione di una cupa, pesante, piovosa giornata di scirocco. Come spiegare queste discrepanze? Il Brunn l’aveva fatto colla supposizione di una differenza del soggetto, supponendo che la testa Albani rap- ' Smith, Catalogne of sonlplnre, III, ri. i53i. 123 presentasse il tempestoso dio del mare. Ma il Sieveking dice che una tale distin¬ zione fra le rappresentanze dei due Cronidi non si può sostenere, essendo dipeso solamente dalla volontà individuale dell’artista di rappresentare l’uno o l’altro più sereno o più eccitato, e che le diverse raffigurazioni non si distinguevano con cer¬ tezza se non per mezzo degli attributi tipici. Tale argomentazione però in questa generalità regge soltanto per il quinto secolo ; per i secoli seguenti si deve conce¬ dere che delle volte le rappresentazioni di Nettuno siano elevate a tanta grandiosità che noi se avessimo trovate le teste sole le avremmo attribuite forse a Giove, mai però che una rappresentanza del dio supremo — almeno fra le opere veramente artistiche — sia stata tanto menomata di maestà come dovremmo supporre, se la testa Albani raffigurasse veramente Giove. Se poi si comprendesse che un’artista greco in riguardo a qualche culto speciale come quello di Dodona avesse offuscato il temperamento di una creazione già esistente ', come spiegarlo per un copista ro¬ mano che lavorava per un tempo in cui non si conosceva che il culto del Giove Capitolino, uniforme in tutto l’impero? Per tutte queste ragioni debbo contraddire al Sieveking anche in questo punto: la testa Albani, secondo il mio parere, è la copia di una terza opera di Bryaxis e rappresenta Nettuno. Se le differenze che la distinguono dal Giove sono relativa¬ mente piccole, ricordiamoci di aver fatto la stessa osservazione comparando il Giove col Sarapide e riconosceremo semplicemente una qualità dell’artista creatore senza ricorrere a scultori neo-attici o romani. Ma c’è finalmente un’altro mezzo di riconnettere proprio la testa Albani col nome di Bryaxis e con ciò torniamo al Maussoleum. La strana ed assai decorativa ma¬ niera di riprodurre i capelli in forma di matasse lunghe e poco ondulate si ritrova proprio identica in una sola scultura antica : nella statua colossale del cosiddetto Maussolos. Ed ora confrontiamo il petto di detta figura coperto di un chitone tra¬ sparente colla parte corrispondente del Sarapide e rammentiamoci che la statua fu trovata sul lato nord della rovina, cioè sul lato di Bryaxis. La fisonomia del « Maus¬ solos » porta tratti individuali, ma malgrado ciò mi pare che ci siano delle rasso¬ miglianze assai significanti come specialmente la modellatura della fronte con quel triangolo sporgente messo in pizzo sopra la radice del naso^. ‘ OvERBECK, Kimstinythologie , II, p. 23 1 segg. ^ Pare generalmente e con ragione abbandonata l’opinione che le due statue colossali, chiamate an¬ cora Maussolos ed Artemisia, abbiano fatto parte della quadriga sulla sommità della piramide. Il Six (nelle Rom. Mitteilungen, 1899, p. 81 segg.) ha voluto mal¬ grado ciò sostenere la denominazione mediante il con¬ fronto della testa del « Maussolos » con diverse mo¬ nete, confronto che secondo il mio parere non con¬ viene. 124 In nessun altro lato del Maussoleuin si sono trovati tanti frammenti. Ecco la lista: 1. Leone (Newton, p. 102). 2. Frammenti della quadriga colossale (p. 102 s, n. 1, 2; p. 107). 3. Cosiddetta Artemisia (p. 103, n. 3; p. 107). 4. Cosiddetto Maussolos (jd. 104, n. 4; p. 107). 5. lesta colossale femminile (p. 104, n. 5 ; p. 107 ; 224). 6. Testa di Apolline (p. 104, n. 6; p. 107; 225). 7. Parte anteriore di un leone (p. 104, n. 7; p. 107). 8. Testa barbata (p. 104, n. 8; p. 107; 223). g. Torso di un montone (p. 104, n. g; p. 107). 10. Diversi frammenti di figure (p. iii; 224). 11. Pisside con rilievi (p. 113). 12. Piccola testa di amazzone, forse di un rilievo (p. 116). 13. Teste di leoni (p. 116; 117). 14. Diversi piccoli frammenti, specialmente di rilievi «set in panels » (p. 117). 15. fi rammento di una figura maschile colossale (p. 223). 16. LTn elmo (p. 228). Naturalmente alcune di queste sculture rimangono dapprincipio fuori della nostra questione, come specialmente i frammenti della cpiadriga della quale altri pezzi furono trovati al lato opposto. Perciò si crede con ragione che c|uella quadriga sia stata l'opera di Pythis che coronava la piramide della costruzione. Nella lista non si trova quel rinomato frammento di un cavaliere in pantaloni ; ma benché nei nostri libri questo pezzo regolarmente si ascriva a Bryaxis, il Newton dice chiaramente che esso fu trovato sul lato occidentale, cioè sul lato di Leochares, ed il posto del ritrova¬ mento indicato precisamente sulla pianta ' non permette di credere che il fram¬ mento provenga invece da uno degli altri lati e che sia solamente traslocato. Ri¬ mangono dunque in prima linea le tre teste 5, 6, 8. Di queste quella femminile fu trovata tanto vicino al cantone occidentale che si può dubitare se non pro¬ venga invece dal lato di Leochares. Delle due altre la testa barbata ^ concorda nei tratti decisivi visibilmente colle teste finora attribuite a Bryaxis ; si guardino i ca¬ pelli che circondano la fronte ; la disposizione della fronte, benché sia meno estesa e meno fortemente modellata; la forma e la posizione degli occhi, la forma del naso e della bocca, prima di tutto quella affatto individuale del labbro inferiore un po’ spor¬ gente e pendente. Perciò io non dubito che ci sia conservata pure qui una scul- ’ llistory of discoveries at Ifalicarnass, ecc., tav. III. vola XX, i; ARNirr, Sfrena Helhigiana, p. 12 segg., ^ .Smith, Catalogne of sailptnre, 11, n. io54, ta- lìg. 3-4. 125 tura originale se non della mano del maestro, almeno del suo studio. Sulla testa di Apolline invece ‘ non oso di profferire un giudizio preciso ; secondo le osservazioni che posso fare per mezzo delle pubblicazioni, mi pare poco probabile che anch’essa sia veramente da ascrivere all’opera di Bryaxis. Dalle lastre coU’amazzonomachia che ora generalmente vengono attribuite al nostro artista si può desumere poco. Nel modo della composizione e nello spirito grandioso corrispondono a quelle di Scopas, mentre i lembi svolazzanti ci rammen¬ tano la serie di Timotheos ; le figure sono di un taglio più robusto ed imponente che in tutte le altre parti del fregio. Il Giove di Otricoli fu dagli uni dichiarato per un’opera di un’artista dell’am¬ biente prassitelico, gli altri ci vedevano i segni dello stile lisippico ; ed avevano ragione tutti, perchè nei tratti del dio si mischiano gli elementi delle due scuole. Questa fusione è sensibile in tutte quelle teste raggruppate prima, mentre nelle sculture del Maussoleum regna sola l’influenza prassitelica ; ed è naturale, perchè Lisippo ebbe il suo apogeo nella seconda metà del quarto secolo. In un dettaglio solo, cioè nella fattura degli occhi della testa Albani, si palesa pure la conoscenza dello stile caratteristico di Scopas. .Si può indovinarne che Bryaxis da giovanetto sia venuto ad Atene, formando il suo stile proprio sopra il modello di quello prassi¬ telico. Più tardi subì l’influenza di Lisippo che non l’indusse però che a modifi¬ cazioni di alcuni dettagli ; egli rimase « attico » anche nelle sue tarde creazioni. Noi abbiamo riconosciuto in Timotheos l’ultimo membro importante di una scuola potente la cui storia si può ricostruire per la durata di un secolo intero. Nessuno invece condivide più l’opinione di quelli nostri antecessori che credevano il Giove di Otricoli nient’altro che una esagerazione del Giove olimpico di Fidia. Quella creazione ha certamente influenzato l’arte del quarto secolo; troviamo i suoi tratti generali raddolciti nella bellissima testa di Zeus Labraundos a Boston ^ che sta con quello olimpico nello stesso rapporto e nella stessa distanza di tempo in cui trovasi il Mercurio di Prassitele in riguardo all’atleta di Monaco. Ma nell’opera di Bryaxis si rivela un ideale affatto differente, si può dire contrario ; e pare che egli non soltanto in questa creazione abbia dato un’espressione addirittura nuova al nuovo sentimento religioso ed estetico dell’ epoca sua. Pure esiste una statua evidente¬ mente rinomatissima perchè spesso copiata che si palesa come l’opera di un prede¬ cessore senza dubbio studiata da Bryaxis non solamente rispetto al Giove. Parlo di quella statua di Esculapio la cui unica copia conservata colla testa originale si trova a Pietroburgo^ . Il panneggiamento pare un modello più modesto di quello del « Maussolos » e della testa, dice il Furtwàngler con ragione, che essa già contiene 5 Furtwaengler, Meìsterwerke , p. 366 segg. fi¬ gura 50. ’ Smith, 1. c., n. 1058, tav. XX, 2. ^ Brunn-Buckmann, Denkmàler, 572-3. tutti i tratti fondamentali dai quali poi si sviliqjpò l’ immagine del Giove di Otricoli. Il Furtwangler vorrebbe far rimontare la creazione della figura agli ultimi tempi di Mirone a cui egli l’ascrive e, siccome in quell’epoca il culto di Esculapio era ancora poco esteso, egli sostiene in contraddizione colle repliche, i cui attributi sono conservati, l’ ipotesi che l’originale abbia rappresentato Giove. Ma tutte queste asserzioni sono troppo arbitrarie, e specialmente colle opere sicure di Mirone a me pare che non esista alcuna relazione riconoscibile. Credo pure che coglieremo più vicino al segno se supponiamo l’artista della statua esser stato uno di quelli del¬ l’intervallo fra l’epoca fidiaca e quella prassitelica, un contemporaneo di Cefisodoto, creatore dell’Eirene. E di che scuola potrà aver fatto patte? I.a testa è una delle più antiche colla chioma sciolta e folta, che scende allargandosi e coprendo perfet¬ tamente gli orecchi. Sarà un caso che noi troviamo la stessa chioma già in tempi più remoti proprio nel sud dell’Asia minore, vicino alla presunta j^atria di Bryaxis? Si guardino i rilievi delle tombe trovate nella Licia ed oggi nel British Museum, opere del quinto secolo h Se l’artista dell’ Esculapio fosse stato nativo da quelle parti o almeno attivo colà in modo da potere così ispirare l’ing'egno del giovane Bryaxis? Sappiamo troppo poco dello sviluppo artistico in quelle regioni per poter dire di sì o di no. Certo resta però il rapporto riconosciuto fra d’arte di quel maestro ignoto e Bryaxis. Si vede che in quello già era viva una inclinazione che poi nel più giovane si ridestò vittoriosa: la predilezione per gli effetti decorativi nell’ordinamento del panneggio mediante fortissimi contrasti di luce ed ombra che si alternano in masse assai larghe. La stessa tendenza si manifesta anche nella composizione formale delle teste, ed era precisamente essa che lo rese adatto a risolvere il problema della formazione dei colossi meglio di tutti i suoi contempo¬ ranei. Ora ci ricordiamo pure che nella quarta serie deH’Amazzonomachia attribuita a Bryaxis abbiamo osservato il taglio più grande delle figure in confronto colle altre serie e poi l’ impiego decorativo dei lembi svolazzanti, meno nervoso che nella serie di Timotheos. Raccoglieremo ora tutto ciò che si jduò raggruppare intorno alle opere già riu¬ nite. Certamente noi passeremo i limiti dell’opera personale di Bryaxis, ma malgrado ciò anche questa ricerca servirà per far riapparire sempre più chiara la sua fiso- nomia artistica. Soltanto di passaggio nominerò la statua di Giove o Nettuno a Madrid (Einzel-Aufnahmen, 150 1-3), che io, malgrado l’opposizione del Sieveking (1. c. p. 2, nota 8), preferisco ancora di ascrivere a Bryaxis nel primo periodo della sua attività — si paragoni il n. 1503 delle Einzel-Anfnahmen colla riproduzione della testa barbata del Manssoleum nel catalogo del British Museum (tav. XX, i); Smith, Catalogne of scitlpture, li, tav. X-Xll. 127 c’è qualche cosa di prassiteiico, ma non più che in quella testa stessa, — poi la statua di Nettuno nel Museo Lateranense, che credo si debba mettere piuttosto in relazione con Bryaxis nel suo secondo periodo o con uno dei suoi seguaci che con Lisippo, poi la statuetta in bronzo di Ercole nella Villa Albani (Brunn-Bruckmann, Denkmaler 554; cf. Amelung, Berliner philol. Wochenschrift, 1904, p. 904 s.), che si presta benis¬ simo a spiegarci per mezzo del paragone coll’Èrcole affaticato di Lisippo le affinità e le differenze fra i due maestri, ed un frammento che si trova nel Belvedere del Museo Vaticano la parte inferiore di una statua maschile che dev’esser stata quasi una replica del « Maussolos » Nel testo del mio catalogo ho accennato alla possibilità che si dovesse riconoscere Leochares per l’artista del gruppo di queste e di altre sculture simili, non avendo ancora tirato le conclusioni necessarie dalla tra¬ dizione degli scavi intorno alle rovine del Maussoleum. I motivi del panneggiamento tanto caratteristici del « Maussolos » e di quel frammento si ritrovano tali quali in una bellissima creazione del iv secolo, in quella statua di Esculapio della quale noi siamo tanto felici di possedere la testa originale, mentre la composizione della figura intera non ci è conosciuta che per mezzo di statuette votive che la riproducono, come quella statuetta d’Igia, opera di Timo- theos ù Ora non vi può essere dubbio che noi ci troviamo qui innanzi ad un’altra personalità più fine e sensitiva di Bryaxis, e se non possiamo per ora nominarla, pure possiamo attribuirle, come credo, due altre opere che ci rivelano una fibra di straordinaria potenza artistica : una testa ideale giovanile, trovata ad Atene e la Demeter di Cnidos. vSe si paragonano le forme dei due visi dell’Esculapio e del giovane, non si può disconoscere la stretta somiglianza, si potrebbe dire l’egua¬ glianza lasciati da parte i segni dell’età nella forma delle guance e la barba. Si paragonino specialmente le forme della fronte e degli occhi e quelli della bocca; anche nel trattamento dei ricci — più di quelli sopra la fronte ed intorno alla nuca — si riconosce la stessa maniera. Passiamo alla Demeter ed osserviamo anche qua gli occhi e le forme della bocca confrontandoli con quelli delle due altre teste. Certamente gli occhi sono qua più approfondati, ma non è che una differenza graduale colla quale l’artista è riuscito a dare allo sguardo quella malin¬ conia bramosa, l’espressione della madre isolata, ed è pure vero che il mento della ' Amelung, Dìe Skidptureti des vatìc. Museums, II, p. 21, n. 4. ^ Il Perdrizet ha pubblicato nel Bulletlin de corr. bell,, 1899, p. 592 segg. pi. IV-V una serie di rilievi votivi provenienti da una città littorale della Misia, sculture degli ultimi tempi ellenistici dedicate a diverse divinità fra le quali primeggia Zsò; uiptcTo; rappresen¬ tato in piedi, vestito di chitone ed himation, reggendo lo scettro colla destra alzata. I motivi del vestito e pure la chioma folta della testa rassomigliano tanto da vicino al « Maussolos » da far sospettare che la statua ripro¬ dotta evidentemente sui rilievi sia stata pure un’opera di Bryaxis o di uno dei suoi compagni di lavoro. 5 WoLTERS, Athen. Mitteilungen , 1892, p. i segg., tav. II-IV. + Klein, Ephimeris arch., 1900, p. i segg., tav. i. dea è più forte, più energico di quello del tenero giovane e che i capelli intorno alla fronte sono trattati in un modo affatto originale, che non permette nessun paragone con quelli delle due altre sculture ; ma si guardino le due treccie che scendono giù lungo le spalle e se ne paragonino le estremità coi ricci del giovane per trovarvi lo stesso stile. Per tutto ciò credo che queste tre opere formino un gruppo coerente, al quale si può annettere con una certa distanza una bellissima testa femminile del Louvre (Klein, Praxiteles, fig. 68 ; S. Reinach, Tétes antiques, tav. 166-167), 6 che siano tutte e tre creazioni di un artista che con una di esse dimostra non esser rimasto estraneo aH’ambiente di Bryaxis ; questo contatto però non può esser stato che superficiale, perchè dei due esso è assai superiore in ri¬ guardo alla poesia intrinseca ed alla finezza psicologica delle sue opere. Il merito spe¬ ciale di Bryaxis — ciò si comprende meglio ancora dopo questo confronto — deve essere consistito nella grandiosità della concezione generale e delle forme monumen¬ tali sì, ma più ricche di effetti decorativi che di finezze plastiche. 11 Klein ha attribuito la testa giovanile a Leochares asserendo una parentela stretta fra essa e quella del Ganimede ed accettando nello stesso momento l’ipotesi del Winter che nell’ Apolline del Belvedere riconosce un capolavoro di Leochares '. Debbo confessare però che la somiglianza fra la testa di Atene e quella del Gani¬ mede mi pare assai superficiale; poi credo addirittura impossibile che la testa di Atene e l’Apolline abbiano origine identica Si deve scegliere senz’altro fra le due opere. Il nostro sguardo si rivolge di nuovo verso il àlaussoleum, cercando se non si trovi là una soluzione del problema. Ecco la lista dei frammenti scavati sul lato occidentale della rovina, cioè su quello eseguito da Leochares : 1. Cavaliere in pantaloni (Newton, p. go ; gg ; 218). 2. Parte inferiore di una figura maschile con un chitone stretto da una cinta e le gambe incrociate (p. 223). 3. Auriga del fregio colla corsa dello quadrighe (p. gg). 4. Frammenti di leoni (p. gg). Poi possiamo aggiungervi con un segno interrogativo la bella testa femminile (tav. IV I ) che secondo l’indicazione della pianta fu trovata sul lato nord, ma tanto vicino all’angolo occidentale che si può dubitare se non appartenga al lato di Leochares, tanto più che in verità non esiste nessun rapporto stilistico fra essa e le opere nelle ciuali abbiamo potuto riconoscere 1’ arte personale di Bryaxis. Invece non credo di errare se riscontro nel viso di questa testa dei tratti caratteristici deU’Apolline del Belvedere o piuttosto di quello di Basilea (tav. IV 2): l’occhio aperto ed espres- ‘ Klein, G)'ìerhische AHnsfgesckichfe,\l,-p. ^16 segg. nione del Klein, cioè che pure l'Eubuleus sia opera ^ Non lo ritengo necessario di confutare l’altra opi- dello stesso maestro. sivo collo sguardo ardente, la forma bislunga dell’insieme colla fronte spaziosa ed alta, coi grandi piani delle guancie e col mento largo e forte; si osservi pure la mossa del collo e la posizione del capo sopra di esso. Ricordiamo ora che abbiamo già riconosciuti i lineamenti dell’ Apolline nella testa dell’ auriga (fig. 1 1) e di una delle amazzoni su una delle lastre coll’amazzonomachia (fig. 12) che in conseguenza delle nostre attribuzioni agli altri artisti ri¬ mase disponibile per Loechares. Certa¬ mente anche così non si arriva ad una conclusione elevata sopra ogni dubbio, ma si deve confessare senz’in¬ dugio che da queste ricerche l’ipotesi del Winter risulta assai consolidata. Aggiungo un’altra osservazione. Il Klein credette che la testa di Atene trovata sull’Acropoli possa aver ap¬ partenuto ad una figura di quel mo¬ numento famigliare che Leochares eresse colà lavorando assieme con Sthennis, ipotesi poco probabile per la semplice ragione che la testa è stata copiata, cosa che certamente non sarebbe successa alla figura di un pri¬ vato specialmente dopo che dall’ori¬ ginale la testa fosse stata levata e buttata via per far posto ad un ritratto romano come suppone il Klein. Credo invece che abbiamo un altro mezzo per farci un’idea di quei gruppi fami¬ liari, cioè nei frontispizi di quei grandi sarcofagi di epoca tarda intorno ai quali ora si è accesa la controversia « Orient oder Rom ». Lo Strzygowski ha accennato giustamente che tutti i tipi che si ritro¬ vano ai lati di quei sarcofagi provengono dal iv secolo e se noi guardiamo tra i frammenti esistenti nella collezione Cook ultimamente pubblicati dallo Strzygowski ’ le figure maschili, si riconosce quasi in tutti come prototipo TApolline del Belvedere (fig. 21). Naturalmente questa ipotesi non si può riconoscere giusta, se non si ammette pure r altra, che le singole figure, di che quei gruppi si componevano, non erano ’ Joìu-nal of liell. stndies, 1907, p. 99 segg., tavole V-XII. Fig. 21. Frammento di un sarcofago a Richmond. (Dal Journal of hell, studies, 1907, tav. V). Ausonia - Anno III. 17 ritratti, o che erano almeno cjnasi perfettamente idealizzate. Se poi certamente non ci saranno mancati i giovanetti colla sola clamide ; altre figure maschili dovevano essere vestite come le donne, di chitone e di himation o del solo hiniation. Ora fra i tipi di statue vestite in cpiel modo si distin¬ guono due gruppi diffe¬ renti: all'uno fanno capo il Sofocle e l’Eschine, all’altro il cosiddetto Se¬ sto di Cheronea nella sala della biga al Vaticano (Melbig, Fiiìireì'^, n. 342) ed una bellissima statua acefala del Museo di Na¬ poli 1 motivi di questo secondo gruppo si tro¬ vano spesso sui piccoli rilievi sepolcrali dei tempi ellenistici (p. e. Berlin, ]"erzcicìniis d. ani. Sktil- ptiircrì, n. 769 seg.), fatto che ci fa supporre l’ori¬ gine e la propalazione di questi tipi esser avvenute in Asia Minore e nelle isole vicino alla costa; dall’altra parte gli stessi motivinoli si trovano mai sui rilievi sepolcrali attici o dei paesi d’intorno. Essi rassomigliano nel carattere generale e pure nei dettagli assai a quelli del « iMaussolos » e delle sculture affini e noi non sbaglieremo perciò supponendo in questo secondo gruppo una traccia deH’influenza di Bryaxis. Il primo gruppo invece pare che sia adatto a darci una idea delle figure in genere che fa¬ cevano parte dei gruppi come quello di Leochares e Sthennis. Se si può desumere un giudizio sopra la maniera come Leochares abbia trattato il panneggiamento dalle Pie 22. Rilievo sepolcrale a Atene. (Fotografici Alinari). S. Reinacii, Rcpertoire de la siat., TI, 2, p. 627, 2 ; Journal flf ludi, stndies, VII, p. 126 seg., fig. 4, Si quest’ultiir.o =: S. IvEINArii, 1. c., p. 681, 7). ‘ Arnut-Amelung, Einzel-.lìifnah/nen, n. 766 con aggiunta deU’IIermann nel testo della IV serie, p. 66; cfr. Cl.ARAC, 844, 2125; Olympia, III, tav. 66, 2=: due sculture trovate sul suo lato del Maussoleum (i e 2), si deve concludere che egli non si lasciò influenzare dallo stile largo e decorativo di Bryaxis. Fig. 23. Frammento statuario trovato sul lato occidentale del Maussoleum. (Fotografìa Caldesi). C’è poi fra i grandi rilievi sepolcrali uno (fig. 22) che rispecchia come mi pare le particolarità dell’artista che creò l’Apolline del Belvedere e la Diana di Ver- 132 sailles “ ; ò uno dei più belli, trovato a Rhamnus c rappresenta un gruppo di un uomo barbato e di una donna, che una volta si stringevano le mani ora perdute; l’uomo appoggiato ad un bastone, che era dipinto, e colle gambe incrociate guarda con un dolore profondo e silenzioso la donna che si rivolge prima di andarsene per sempre e pare che voglia col suo dolce sorriso consolare ancora neU’ultimo momento c[uello che rimane isolato. E una delle scene più fini, più poetiche, più sentite che si ritrovino in quei rilievi. Se la g'uardiamo in riguardo alle forme ci saltano agli occhi le proporzioni straordinariamente esili delle figure alte, che ci ricordano cjuelle dei due fratelli divini, e la testa della donna poi rammenta da vicino la testa della Diana. Finalmente non saprei indicare nessun altro pezzo di scultura che rassomigli tanto al frammento n. 2 della lista leocharea (fig. 23) quanto la parte corrispondente della figura maschile sul rilievo nostro. E conosciuto generalmente come in altri di quei monumenti si riscontri rinfluenza dell’arte scopadea; non c’è dunque da meravigliarsi se troviamo qui le traccie di un artista che certamente era di un’importanza tutta particolare accanto ai due grandi astri del iv secolo e che noi per ora chiamiamo ipo¬ teticamente Leochares. Credo di far cosa utile se pubblico qui una testa, che come mi pare porta evi¬ dentemente tutti i segni dello stile di quell’artista, benché sia lavorata assai super¬ ficialmente (tav. V). La testa si trova in una delle sale del palazzo de’ Conservatori a Roma, messa sopra un busto moderno coll’ iscrizione Kasvi'o'j Non c’è niente di restauro, e la superficie pare pulita con acidi, ma non sopralavo¬ rata. Il marmo è giallastro e composto di grossi cristalli; la testa misura 0,32 m. di altezza. Il rappresentato sarà anche qui Apolline. Un’altra testa dello stesso stile troppo raddolcito dal copista e rappresentante un giovanetto divino, è nel possesso del conte Stroganoff a Roma e sarà pubblicata daH’Arndt nelle Einzel-Aufiiaìnneìi. Non può essere un caso che si trovino fra le sculture da attribuire a quell’artista sempre di nuovo delle rappresentazioni di giovani divini, sempre nuove emanazioni dello stesso idealismo romantico * CoN/.E, Die atlischen GrahrcHe/s , n. 1084, ta¬ vola CC.X.KI. ^ Poco probabile mi pare il tentativo del Sieve- king di attribuire allo ste.sso maestro il tipo della Ve¬ nere Capitolina [ Mime he ne r yahrbuch, 1908, p. 9), benché egli possa appoggiarsi a due autorità come il Furtwangler ed il 1 lauser. La bella copia della testa, nuova gemma della (ìliptoteca di Monaco, pubblicata dal Sieveking, è prassitelica nell’insieme e nei dettagli. Vi cerchiamo invano la forma bislunga del viso, tanto caratteristica per l’Apolline del belvedere e tutte le sculture., affini, coi grandi piani delle guancie ed il mento necessariamente forte per servire da base so¬ lida alla costruzione alta del capo. Gli occhi con tutte le parti che li contornano sono formati e posti in un modo diverso. Si potrebbe cercarne una spiegazione nel soggetto differente. Ma ecco un’altra ragione per il mio dubbio. K veramente credibile che un artista come quello dell’ Apolline, un’anima ardente di roman¬ ticismo e come tutti i romantici proclive all’espres¬ sione declamatoria, non abbia trovato altra forma per il suo ideale della bellezza femminile che la composi¬ zione assai modesta della Venere Capitolina, il cui me¬ rito artistico consiste unicamente nella modellatura for- 133 Accettato ora che quest’artista sia Leochares, si può tirare una semplice con¬ seguenza : allora il maestro della testa di Atene, dell’Esculajjio di Milo e della De- meter di Cnidos non può esser stato Leochares; e pure anche quello era senza dubbio un artista attico. Nelle forme degli occhi aveva appreso qualche elemento da Scopas, ma nell’espressione dell’insieme era rimasto più amabile del maestro di Paros, più prassitelico. Per i motivi generali del panneggiamento e la posizione caratteristica dei piedi si può mettere accanto al « Maussolos » ed all’Esculapio di Milo un altro gruppo bipartito di opere che ci rappresenta ancora due altre individualità artistiche : la Venere di Capua coll’Hypnos e la Venere Pourtalès da un lato e l’ Apolline di Ci¬ rene con quello di Tralles (e l’Ermafrodito di Pergamon) dall’altro lato. Ho trattato di queste figure ampiamente in un altro luogo e posso riferirmi dunque a ciò che ho scritto colà solamente ora credo di dover separare più nettamente le due suddivisioni e di poter aggiungerne alla seconda un’opera ultimamente assai di¬ scussa: l’Ancella di Porto d’Anzio^. Le forme costruttive del suo volto si ritrovano nei due Apollini, e se noi osserviamo attentamente l’andamento del margine infe¬ riore del vestito dell’ ancella e dell’Apolline di Cirene, ci sorprenderà pure là più di una somiglianza nei motivi caratteristici. Nella mia pubblicazione della statua di Anzio ho indicato la parentela stretta fra essa e l’Eros arciere e l’indicazione fu ripetuta dal Furtwàngler. Ora c’è da ricordarsi che pure per la Venere di Capua in riguardo almeno ai motivi del corpo non si può trovare un altro confronto tanto convincente quanto quello coll’Eros arciere. Con ciò mi pare che sia dimostrato non essere sbagliato il nostro nuovo giudizio sull’ancella di Anzio. L’indicazione dell’artista o dell’ambiente artistico che diede vita a queste crea¬ zioni dipende dalla questione dell’Eros arciere, ed è già decisa per quelli che lo credono l’Eros thespico di Lisippo. Ma io confesso di trovarmi qua davanti ad una difficoltà del tutto analoga a quella che mi vieta di riconoscere che la Venere di Medici riproduca un originale di Lisippo ù In tutti e due i casi il corpo non con¬ traddirebbe, anzi favorirebbe questa supposizione, ma le due teste non hanno niente di comune nè fra loro nè colle poche teste certamente lisippee; l’una rappresenta una continuazione ed esagerazione delle tendenze prassiteliche, l’altra combina nelle forme del viso con quel gruppo da noi testé stabilito e nel trattamento dei capelli male? Anche la nuova replica c’interessa per la fi¬ nezza della fattura e 1’ amabilità veramente femminile dell'espressione, ma non contiene nessun momento di una concezione speciale o nuova, che ricorderebbe da lontano quella dell’Apolline o di una delle altre crea¬ zioni affini. ' Brunn-Bruckmann, Denlandler, 593. ^ Dopo lo scritto del Furtwaengler pubblicato nel M'ùnchner Jahrbuch, 1897, p. l segg. dove si tro¬ vano menzionati tutti i lavori anteriori, fu stampata an¬ cora una conferenza del Loewy nella rivista Emporium, agosto 1907, p. I segg. 5 Cf. Die Skulptwen des vatic. Museums, II, p. 714. 134 in modo speciale coll’ Ancella di Anzio. Questa dal Furtwangler fu identificata colla figura di uno scolaro di Lisippo, cioè coir’liTT'A’JO'Az di Phanes. ]\Ia ammesso pure che il gesto della destra sia veramente quello di mettere dell’incenso nel piccolo braciere, l’unico legame solido con che il Furtwangler potè collegare la statua col nome di l^isippo fu quella relazione coll’Eros che anche lui riconobbe lisippeo. A me pare invece che i due Apollini di Cirene e di Tralles, l’Eros e l’ancella si avvicinino più delle altre sculture suaccennate alle opere di Bryaxis in una parti¬ colarità : nella posizione degli occhi cogli angoli interni assai incavati e nella forma delle ciglia e dei dintorni degli occhi; poi si osservi la formazione singolare delle trecce nell’ancella e si ricordino le matasse assai simili del Nettuno Albani e del « Maussolos ». Certanìente queste affinità di tratti isolati non bastano lontanamente per attribuire anche queste sculture a Bryaxis, ma esse c’indicano la direzione che dobbiamo dare ai nostri studi nella ricerca dell’ambiente artistico da dove pro¬ venne un’opera tanto rinomata come quell’ Apolline di Cirene ed un’opera di una bellezza tanto splendida come l’Ancella di Anzio. Poi queste osservazioni ci dimo¬ strano il continuo incrociarsi delle influenze fra i diversi studi artistici del IV secolo, e dall’altra parte ci ammoniscono chiaramente di non lasciarci indurre ad attribuire due opere allo stesso maestro basandoci soltanto sopra la concordanza dei motivi h Abbiamo trovato accanto a Bryaxis prima un artista pieno di poesia, quello cioè dell’Esculapio di Milo e delle altre sculture affini. Il merito delle opere ultimamente raggruppate sta esclusivamente nella composizione formale come ho già rilevato pubblicando il busto della Venere Caetani, e questo giudizio non si cangia neanche innanzi alla più ammirevole e più ammirata fra esso, all’Ancella di Anzio. Quello che ci diede il diritto di aggruppare anche tutte queste opere nell’orbita della nostra ricerca era prima di tutto una qualità comune ad esse ed all’arte di P>ryaxis, cioè l’adoperamento e la disposizione del panneggio nel senso decorativo, c pare che Bryaxis sia stato in questo punto quello che desse il primo o almeno il più forte impulso. I panneggiamenti del « ùlaussolos » e dell’ « Artemisia » sono ricchissimi di effetti prodotti dai forti contrasti fra le largo masse di luce cd ombra. Questo stile pare che sparisca nel secolo lir per riapparire dopo in una manifesta- ‘ TI I..oewy, j). es., ha osservato giustamente che il modo di stilizzare le trecce come si vede nella statua di Anzio, torna assai simile nella Ivore di Vienna (1 c., p. 15). Ma oltre questo dettaglio secondo la mia opi¬ nione non esiste alcun legame stilistico fra le due figure, e per quanto il motivo del panneggiamento della Kore sia prassitelico, essa pure non è prassitelica come ci dimostrano le forme del viso, (lui poi non è il luogo di combattere l’opinione del Loewy, che dichiara pure l'ancella di Anzio prassitelica; debbo confessare che la sua deduzione e la comparazione delle sue illustra¬ zioni mi hanno poco convinto. Per la stilizzazione delle trecce sarebbe pure da paragonare quel cosidetto « Ri¬ tratto d’istrione » proveniente dal tempio d’Èrcole a Tivoli ed ora nel Museo Nazionale Romano delle Terme p. 49, n. 144), scultura assai interessante che meriterebbe uno studio speciale. 135 — zione di splendore esaltato, cioè nelle sculture ellenistiche del il secolo e special- mente nei rilievi dei due grandi altari a Pergamon ed a Magnesia (Watzinger, Adagnesia a. Maeander, tav. VI). Non vorrei chiudere questo lavoro senza accennare ad un effetto assai poste¬ riore dell’arte di Bryaxis. La figura di un arcangelo sopra un diptychon di avorio nel British Museum ' pare scolpita secondo il modello di una statua del iv secolo e rassomiglia in più di un motivo al « Maussolos ». Ora lo Strzygowski suppone l’origine di questo diptychon e del trono di San Massimiano a Ravenna, nei cui rilievi si ritrovano dei motivi assai simili, a Antiochia. Non voglio tacere però un dettaglio che pare che dia più valore a quella opinione che vorrebbe riconoscere nel detto trono un lavoro eseguito ad Alessandria. Nelle scene che rappresentano i fatti di Giuseppe in Egitto, questo porta sul capo un « modius » come Sarapide ; l’artista con questo segno professa quella tradizione popolare che ci ha conservato Ruffino scrivendo (li, 23): « Quidam in honorem nostri Joseph formatum perhi- bent simulacrum (Sarapidis) ob dimensionem frumenti, qua famis tempore subvenit Aegyptiis ». Ma siano queste sculture in avorio eseguite ad Alessandria o ad Antio¬ chia, in ogni caso provengono da luoghi dove Bryaxis ha lavorato, e ciò ci spiega il fatto che dei motivi delle opere sue tornano ancora sopra questi monumenti che segnano il limite fra il mondo antico e quello nuovo. W. Amelung. ‘ Strzygowski, 1. c., p. 117, fig. 13; lo stesso nella Byza?2tinische Zeìtsclirift, 1908, p. 277. RILIEVI VOTIVI ARCAICI IN TERRACOTTA DI LOKROI KPIZKPMYRIOJ. Neirautunno del igo6 una famiglia di quei pochi che alle falde dell’aspra e rude Sila meridionale vivono dispersi solitariamente intorno ai rari tuguri dell’ab¬ bandonata e pur fertile vigorosa terra, dove l’antica Locri Epizefiria eternò sua fama, ebbe ventura propizia di rovistare in un ripostiglio di scarico, nel quale erano stati messi gli aiiatìicmata sovrabbondanti di (jualche luogo di culto. Il sito del rinvenimento è in quel di (ferace fra il vallone deU’Abbadessa e le mura della fortezza di Lokroi Epizcphyrioi, anzi sotto la torre rotonda della fortezza, in contrada Mannella. Io ho visitato il posto cortesemente accompagnatovi dal cav. Domenico Candida di (ferace Marina ed ho veduto ancora parte degli oggetti votivi di scarico, stretti ed imprigionati nella intercapedine di due muraglioni, dove tenacemente li serrava la terra di penetrazione e di colmatura. Il ripostiglio era già devastato e disfatto dal frettoloso, imperito lavoro di frugamento avido, imponderato, inconsulto ; tanto che per risparmio di fatica o per mancanza di braccia gli oggetti ad uno ad uno eransi vivamente contrastati alla terra conservatrice e, più che tolti, strappati a forza per metà, per un terzo, a frammento a frammento, e poi sconvolti e confusi in rottami ! E tutto intorno allo sterro tumidtuoso un miserevole tritume di terre¬ cotte in coroplastica, di vasi figurati ed anche pezzetti di bronzo e di vetri smaltati. E so la preziosa suppellettile archeologica di tale singoiar deposito si è per gran parte insieme raccolta e così sottratta alla facile, rapida dispersione dell’ infe¬ stante commercio antiquario, è opera meritoria del cav. Candida. Con assidua e lunga cura egli era già riuscito a formare una ragguardevole collezione di antichità locresi,’ oggi interamente acquistata, auspice Corrado Ricci, dalla Direzione Generale per le Antichità e le Belle Arti, con atto onorevolissimo d’amor patrio e di prudenza per la conservazione del nostro patrimonio storico ed artistico. Io ho fortunatamente condotto le trattative per il cospicuo acciuisto in contrasto con insistenti offerte venute dall’estero, ed ho finito col trovare nel signor Candida ogni più cortese faci- ' A^ot. d. scavi, 1902, p. 42. Atti d. congr. ini. di se. si. (Roma, 1903), Voi. V, pp. 202-203. 137 litazione, perchè la sua raccolta avesse degno collocamento e custodia perenne nel museo nazionale di Taranto, come S. E. il Ministro della Pubblica Istruzione, l’ono¬ revole Luigi Rava, ha decretato nell’ottobre del 1907. Tra i diversi gruppi di antichità che la compongono, importantissimi per rarità e per valore artistico ed archeologico sono gli anatìiemata del deposito di scarico di contrada Mannella, al quale più sopra ho accennato. Di tali ex-twto mi appresto a rendere rapido e sommario conto in questa pub¬ blicazione, perchè il prezioso materiale sia subito divulgato nell’interesse degli studiosi, intendendo soltanto di prestare come mio contributo alla storia dell’arte il faticoso lavoro compiuto per bene esaminare tutti i numerosi frammenti, onde ordinarli secondo le loro rappresentazioni, e queste, come e per quanto mi fu possibile, ri¬ comporre e interpretare. Sono tavolette di terracotta con uno o due fori di sospensione : hanno forma quadrata e più comunemente rettangplare con lati dai 20 ai 30 centimetri circa : il loro spessore varia in media da 5 a io millimetri. Portano scene in rilievo ottenute a stampo per mezzo di matrici, e la superfice così impressa della piastrina è coperta da una spalmatura di latte di calce, l’ impiego della quale, oltre a chiudere perfet¬ tamente i pori dell’argilla in quel modo che si praticava sui vasi ionici, servì come mordente per applicarvi la policromia artificiale, perchè i colori apposti sul bianco di calce meglio vi aderiscono e più risaltano con vigore. Nella policromia sono fondamentali il rosso o carico o roseo, e il celeste vivo; ma taluni particolari appariscono di un verde cupo, risultante forse dal celeste su rosso, e pochissimi in giallo; spesso invece si lascia nel bianco riservato qualche parte o qualche accessorio. Così generalmente le carni delle figure virili sono coperte di rosso, quelle delle figure muliebri restano in bianco : il fondo del quadretto è per lo più in celeste. Si notano soltanto rari e sobrii esempi di decorazione a pennello e cioè con tecnica diversa, non che scarsissimi ritocchi a graffito in pochi particolari. La policromia che fa meglio discernere la sovrapposizione delle vesti, aggiunge un senso di vita alle scene e dà un tono di gaiezza al rilievo, pur non contrastando con la se¬ verità e la rigidezza dello stile; anzi corregge l’aspetto melanconico e serio delle figure. I.a materia, di argilla sabbiosa, abbastanza depurata e contenente mica, fu esposta ad una cottura non molto forte, che le ha dato un tono chiaro pallido, raramente tendente al rosso, e non è sempre penetrata nell’ interno, il quale si presenta talvolta cenerognolo o scuro alla frattura. E siffatta creta pallida, non molto cotta e ricca di pagliuole di mica, è la medesima delle figurine fittili ieratiche arcaiche ed in genere della coroplastica di Locri. Qui si presenta spontaneo il quesito, se i pinakes, di cui trattiamo, sieno pro¬ duzione locale o importazione dell’Egeo. Ausonia - Anno III. 8 Io, dichiaro subito e liberamente, credo si facessero in officine di Locri, massime in considerazione della qualità della terra sabbiosa e abbondante di mica, terra che si trova per tutta la zona locrese, e che non è neppure dissimile da quella di molti dei vasi volgari del luogo. Si potrebbe invece ritenere che le matrici, con cui si stampavano le tavolette, e delle quali non si è trovata ancora traccia, venissero da officine ioniche delfioriente mediterraneo, che come Mileto forse a traverso la me¬ diazione degli intrepidi navigatori corinzi, come Efeso e Focea, e come le isole di Chios, di Samos, di Xaxos hanno divulgato i loro prodotti artistici nella Grecia con¬ tinentale e nella Grecia italiota. D’altronde gli stessi Focesi che, per la fondazione della monarchia persiana di Ciro, furono costretti ad abbandonare la costa ionica dell’Asia IMinore non tollerando la servitù che con l’assedio di F'ocea nel 542 loro imponeva il medo 1 larpagos, si affidarono al mare emigrando e, andati a Cimo e combattuto nelle acque di Sardeg'ua, ripararono nel 539 a Reggio, dove gli ioni calcidesi li accolsero in amicizia, e così verso il 537 poterono fondare Velia. ' E non solo colonie l’invasione medica provocò nella Grecia continentale e in Italia, ma quegli avvenimenti politici della seconda metà del vi secolo determinarono una vera corrente d’artisti e d’arte ionica fra di noi. E senza dubbio l’opera di rilievo nei nostri pinakes votivi è schiettamente di stile e scuola ionica, opera fatta con tutte le delicatezze e le finezze di esecuzione, con instancabile e minuziosa cura nei particolari e nel panneggàamento, con raffinata eleganza nel disegno delle figure e con sveltezza nelle azioni : il tutto reso armo¬ nicamente vigoroso e brillante dalla gaiezza dei colori. I personaggi sono modellati con forza e forme robuste, e nell’ insieme della composizione nulla è trascurato del¬ l’ambiente, ove si rivela e si afferma lo squisito gusto degli accessori, sui quali sfoggiano tutti gli elementi e tutto lo spirito della decorazione ionica. Gli stessi mobili di arredamento delle scene hanno lo schietto tipo e il carattere puro della speciale e divulgatissima industria milesia. A.lcune poche scene sono ancora di stile arcaico ; ma il maggior numero di esse appartiene all’arcaismo raffinato c progredito e parecchie allo stile rigido severo non mai abbandonando la tradizione dell’arte ionica, per modo che tutte insieme abbraccino il grande periodo d’arte intorno al cinquecento, estendendosi dallo scorcio del VI secolo a non oltre il 470-460 avanti Cristo. Scene e rappresentazioni dei rilievi. r.e scene che vi sono figurate, traducono col linguaggio dell’arte le idee che gli antichi avevano della vita d’oltretomba e si svolgono strettamente intorno alle Pais, Storia (/. Sicilia c il. iMagna Gr., Voi. I, pp. 303-306. 139 mistiche credenze sull HcideSj il recesso gigantesco della terra, dove, cjuando l'uomo lascia la luce d Helios, Hermes Kyllenios yjovw? ne conduce l’anima immortale, e dove la esistenza ultramondana rappresenta ciò che il defunto faceva comunemente in vita, così che per i morti continuassero neH’Averno le terrene vicissitudini. Colà i giusti, coronati, passano il tempo in una eterna ebbrezza asri 5£(7)v e la vita per loro è felice. Sono i concetti che si deducono dalie reliquie dei poemi orfici sui premi nel- l’Hades, poemi che si diffusero neH’Italia meridionale, dove le scuole pitagoriche erano fiorenti negli ultimi decenni del vi secolo e nei primi del v. Tali poemi de¬ scrivevano il viaggio delfianima all’ Hades e lo stato di essa tra gli Inferi, insegnando che chi avesse seguito le dottrine dei misteri, si sarebbe purificato ed avreb’oe ottenuto la beatitudine eterna.' Ne rinvigorisce il culto dei morti eroicizzati e quello delle divinità chthonie che alla vita futura presiedono, culto che dà materia ai soggetti dei nostri ex-voto, sui quali noveriamo la visita alla porta di una tomba, le offerte ai defunti, la rap¬ presentazione delle divinità dell’ Hades, il ratto simboleggiante la morte e la partenza per l’Averno, l’abbigliamento funebre, le quiete occupazioni del gyneceo e tutto il governo della casa, che perdura fra l’eterna beatitudine degli Inferi. E un materiale prezioso, nel quale ha gran parte il simbolismo ellenico consono con le idee che rappresenta, materiale che per il contenuto va messo in relazione coi monumenti ove i morti sono eroicizzati e idealizzati, e colle rappresentazioni vascolari dell’Italia meridionale, che si riferiscono alle scene elisiache e al culto dei morti. ‘ E come Persephone regna con Pluton nell’ Hades zai to’A Tvjc yrjcr yuyo'J!; èTCLTpoTC£'j£i zat iTropéyò^ to'c tou iravrò? zzi d^uy?]'; y£Tafìifìwo-i toT; Trzp’ szuTtóv zzi v£zpol<;,^ così quella dea prende il sopravvento sullo stesso suo divino sposo ; e a lei i doni, i sacrifizi per renderla propizia, a lei le invocazioni perchè introduca il defunto con benevolenza nelle felici dimore dell’ Hades, il regno dei beati. Ce lo dicono le celebri iaminette auree del iv secolo, trovate a Thurioi e a Petelia, e interpretate dal Comparetti, le quali contengono l’ invocazione dell’anima del morto alla divinità infernale per essere ammessa nel regno dei beati. Dice l’anima ; « io sono venuta via da un cerchio di dolori e di patimenti e con piedi veloci ho raggiunto la desiderata corona e mi sono ricoverata sotto il seno di Persephone ». ^ Olivieri, Contributo alla stor. d. cult. gr. nella Pellegrini, Cat. dei vasi aiit. dipinti delle coll. Palagi M. Gr. e nella Sic. (in Arch. st. per la Sic. Orient., ed universitaria. Anno I), p. 19 e seg. 5 Framm. orfico 210. ^ Patroni, La cer. ant. dell'It. inerid., p. 1S3 e ss.; — 140 — E Pcrsephoiie la chiama felice e beata e le dice : « tu sarai un dio invece di un mortale ». Oppure le laminette ammoniscono l’anima che, lasciata la luce del sole, con la morte non ha patito danno, e sarà dio anzi che miserevole uomo. « Addio, atldio ! o tu, che prendi la buona via verso i prati sacri e i boschi di Persephone ».' Fig. I Naturalmente la vita d’oltretomba s’aggira intorno al dominio, alla volontà e alla benevolenza della grande dea, di Persephone-Kore, il cui mito alita e traspare fra i soggetti dei nostri rilievi. Allo studio dei quali conviene ora dar opera rapida e succinta. ' I-KNORMANT, La Gr.-Grece, Voi. l, :i p. 322 e ss. e in nota. - < »Livn':Ri, op. cit., p. 40 e ss. Vìsita alla tomba. La scena si ricostituisce soltanto dallo studio dei frammenti diversi, i quali, per altro, non integrano nessuna delle tavolette a noi pervenute molto manchevoli (figg. I e 2). Il soggetto è semplice : una ragazza di profilo verso destra sta presso la porta di un sepolcro monumentale in atto di fare un’ offerta. La visita alla tomba è un soggetto molto comune, che si ripete sulle lekythoi attiche e sui vasi pugliesi in generale. I. Taluni avanzi di arcaici, che possono attribuirsi allo scorcio del vi secolo, sembra rappresentassero una donzella sacrificante ad una tomba. Fig. 2. 142 Il nostro personaggio muliebre ci è dato quasi interamente dall’avanzo in quattro pezzi, riprodotto nella tìg. i : la fanciulla, alta 17 cin. e di rilievo abbastanza spiccato, veste tunica ed himation di costume ionico ; sotto la stoffa che strettamente aderisce alla persona, si delinea tutta la forma corporea nelle rigide curve del contorno ; così che le pieghe della tunica si raccolgono dinanzi e cadono in fascio verticalmente fra le gambe, mentre dal braccio sinistro piegato a gomito piomba giù il drappo del mantello con la regolarità convenzionale delle pieghe e coi risvolti ondulati e simmetrici degli orli, ha ca])igliatura, legata intorno al di sopra de la fronte da una benda a nastro, scende dietro le spalle nel costume arcaico. È notevole la forma del capo a cranio allungato e schiacciato, ancora del tipo arcaico. Naturalmente i tratti del volto portano la espressione e i caratteri dell’arcaismo: fronte poco ampia; sopracciglia accentuate che s’incurvano a grande arco; occhi a mandorla e un po’ obliqui, eseguiti di prospetto; zigomi sporgenti, narici fortemente espresse, labbra tumide, mento stretto e rivolto alquanto in su. Nella mano destra la donzella reca un oggetto, l’offerta, forse un pane. i\ltri cinque frammenti ripetono sempre ruguale personaggio: uno manca sol¬ tanto della parte superiore, dalle spalle in su (v. fig. i a destra in basso) ; due offrono solo la parte interiore delle gambe ; un quarto dà la figura dall’anca in giù con la variante dell’avanzo di una benda sacrificale, meglio caratterizzando la giovane per una figura sacrificante (v. fig. i a destra in alto); il quinto frammento esibisce solo la mano con l’offerta, e parte della tomba (v. fig. 2 a sinistra in alto). Onesta è raffigurata nell’ordine ionico con cornice di astragali e mensole a voluta ; ne è base un alto scaglione ed ha la porta chiusa con due imposte, for¬ temente consolidate entrambe da tre fascio a borchie e bulloni, e provviste nello specchio superiore l’una di serratura, l’altra di maniglia (v. fig. 2). he tavolette avevano il fondo coperto di rosso vivo; il resto della coloritura è scomparso, meno qualche residuo di bianco sulla donzella e sulla tomba. Culto dei morti eroicizzati. Ilo già accennato ai caratteristici monumenti dell’arte vascolare nell’Italia me¬ ridionale, che son vasi sepolcrali simbolici sui quali si svolge ampiamente nelle rappresentazioni, a traverso le teorie dei misteri, il misticismo ellenico intorno ai concetti che i greci avevano della vita futura e dello stato delle anime dopo la morte, con scene funebri ideali relative alla persona defunta che è figurata come era in vita tra le abituali sue occupazioni domestiche. Il culto alla tomba, ìicrooii , si associa al culto per i morti stessi, che sono concepiti come esseri viventi, ma idealizzati quali hcroes e così adorati : per modo 143 che le offerte che si solevano prestare alla tomba o in essa includere erano dai superstiti idealmente portate ai defunti eroicizzati. Queste rappresentazioni simboliche danno soggetto alle tavolette fittili votive di Locri, dove le scene sono generalmente composte di due parti : i defunti che siedono sul trono e dinanzi a loro gli offerenti, gli ado¬ ranti che si avvicinano re¬ cando i doni e le offerte. II. Un avanzo di tavo¬ letta in quattro pezzi, ese¬ guito con mirabile finezza (fig. 3), contiene la rappre¬ sentazione di una edicola nello stile ionico, coronata di ovoli e munita di men¬ sole a voluta: la porta, su fondo rosso, è decorata di elegantissime rosette. Den¬ tro l’edicola una ragazza di profilo verso sinistra reca nella mano e sull’avambrac¬ cio sinistro un ricco cofano di tipo ionico, con piedi ad artigli e con ornamenti di borchie e rosette. La figura ° Flg. 3. di donzella coi capelli divisi su la fronte e chiusi nel saccos e con vaghi orecchini a rosette, è trattata nell’arte dei primordi del v secolo ; la stoffa dell’abito appare tempestata di punti in rilievo, e cioè dei così detti pÓG-rpu^^ot ; la stoffa medesima è abbottonata a larga manica lungo il braccio fino al gomito. Dimensioni del frammento: largh. mass. cm. 14; mass. alt. cm. 16. Tracce di policromia in rosso e in celeste su spalmatura di latte di calce. Si potrebbe qui pensare che sia appunto rappresentato un sepolcro a camera, un heroon, dove la donzella offra alla defunta, che doveva star seduta di fronte, la cassetta degli oggetti per l’abbigliamento funebre. III. Così il bel frammento ricomposto da quattro pezzi e riprodotto a fig. 4 potrebbe rappresentare una morta eroicizzata, che tenga in mano un cofanetto e un kalathos, oggetti della vita muliebre, ricevuti da una offerente. 144 Il rilievo esprime una giovine donna dalla lunga chioma disciolta per le spalle, vestita di himation rosso e di chitone bianco a pieghe nel costume ionico, e seduta sopra una sedia con spalliera che nei lati termina superiormente in testa d’uccello. Fig. 4- Fondo della tavoletta colorato in celeste ; capelli rossi e carni bianche ; cassetta e kalafì/os pure in bianco. Dimensioni del frammento: alt. mass. cm. io; mass, largh. cm. t2.’ IV. Con la rappresentazione del tipo li si collega nel soggetto simbolico un frammento, in otto pezzi, che restituisce la parte superiore media d’una tavoletta vmtiva coi due fori per la sospensione e con tracce di color rosso (fig. 5). A sinistra, cassetta di oggetti per abbigliamento, con decorazioni a meandro semplice, linee ondulate sciolte e rosette. A destra, gallo sopra la mano di una figura, della quale resta soltanto l’avambraccio destro. Dimensioni : cm. loVjX io Va' Il cofanetto doveva essere portato da una figura di offerente ad un personaggio cntacììtlìoiiio, caratterizzato dal simbolo del gallo sacro. ' I li un’altra rappresentazione identica rimane soltanto la piccola parte col kalathos, coi piedi del cofanetto e con un po’ di panneggiamento della donna seduta. 145 V. La fig-. 6 fa vedere un buon frammento di cm. d’alt, e 13 di largii., il quale ha scarse tracce di color rosso. Un altro pezzo, con avanzi di "policromia in celeste, rosso e bianco, ripete la stessa sedia pieghevole, un f^lcpoo?, con due cu¬ scini e l’estrema parte della donna che vi sta seduta appoggiando i piedi sopra un alto sga¬ bello a tre gradini. Non possiamo determinare se qui sia signi¬ ficata una divinità in trono, anzi che una morta eroicizzata nel simbolo della sposa o signora seduta. La foggia del ììmpoq si confronta nelle opere dell’arte ionica con quella di un simile seggio, su cui è assisa la figura di Agamen¬ none nel bassorilievo arcaico in marmo, tro¬ vato a Samotracia e conservato nel Louvre.’ VI. Un avanzo, il cui rilievo è tratto da eccellente matrice di accurato stile arcaico, raffigura la parte inferiore di una coppia di personaggi che stanno su di un ricco sedile policromo di tipo milesio (fig. 7): l’uomo siede alla sinistra della donna. Si contano altri avanzi frammentari di simile soggetto, il quale pare riferirsi al culto dei morti e rappresentare due sposi, l’eroe e l’eroina; considerando altresì come in qualche esempio sia espressa sotto il seggio la figura di un’ arpia-sirena, ibrida concezione ionico-orientale di un essere in parte donna, in parte uccello, simbolo del genio funebre. VII. Così il frammento in due pezzi, dato a fig. 8, esibisce la parte superiore di una di codeste coppie sedute in trono, dove l’uomo sta alla destra della donna ; quegli ha la phiale in mano per la liba¬ zione ; questa è diademata, col capo posteriormente coperto alla maniera di ma¬ trona, e nei_j_medesimo atto di trarre con la mano innanzi al volto il velo, come ' Perrot, //isi. de l’art, Voi. Vili, 348, fig. 152. Fig. 6. Ausonia - Anno III 19 sulla nota stele tuneraria del museo di vSparta.' Dimensioni massime, cm. i8 d’al¬ tezza, 8 Vj eli larghezza."^ Vili. Un altro frammento in due pezzi, largo cm. 6, alto ii, recala parte su¬ periore di una coppia di figure idealizzate sotto forme giovanili nello stile rigido con spiccata impronta d’arcaismo (fig. g). La donna è in veste ionica con l’himation, ha i capelli cinti di benda e scendenti giù per la nuca, e porta orecchini a sfera: la mano sin. chiusa a pugno e la destra aperta con braccio piegato a gomito. A la sua sin. è un giovane col capo laureato e inclinato in espressione di tristezza. Fig. 7- Troppo poco ci è rimasto delle due figure, tanto da essere difficile determinarne il significato : sembrerebbero piuttosto due adoranti ; ma nessun altro avanzo ci suffraga per ricostituire anche parzialmente la rappresentazione, a cui le dette figure si riferiscono, futtavia per analogia coi tipi VI e VII possono rappresentare i defunti : la donna in atto di meraviglia (mano aperta) per veder comparire i superstiti. IX. ( dltre le rappresentazioni degli sposi defunti c’ è anche quella del solo defunto seduto col suo lungo bastone ('Tx.riTrrpov), come si trova sulle facce orientale, setten¬ trionale e meridionale della tomba delle Arpie di Xanthos.^ Ce lo mostra un fram- ' Perrot, f/is/. de Vari, Voi. Vili, pp. 132, 134, lìg- 74- ^ Un frammentino ripete le identiche due teste con residui meglio conservati della colorazione in rosso su fondo celeste, l^n altro piccolo frammento esibisce la testa virile e un poco del velo portato dalla donna sul capo, ma è tratto evidentemente da una matrice di mano diversa. > Perrot, Ilist. de ì'arf. Voi. \'1II, figo-, 146 148. 147 mento in due pezzi, che costituisce parte del lato sin. di un lasciando vedere il tronco di un personaggio scettrato, seduto di profilo a dr. in seggio che non ha schienale : il mantello, che scende dall’omero sinistro, copre la figura dalle anche in giù (avanzi di color rosso): la faccia del sedile è decorata a pennello con rombi in rosso sulla spalmatura di bianco (fig. io). Fig. 9. X. Rappresentazioni franiinentarie di iioniini nel tipo virile dell’ arcaismo pro¬ gredito. Facevan parte di altrettanti ex-voto ■. le figure sono tutte barbate, col man¬ tello che da l’omero sinistro lascia per intero ignudo il petto : a) personaggio di cui resta la barba con tutta la nuca fino al braccio destro, intorno al quale si ravvolge il mantello : è di profilo a destra : la struttura del corpo è trattata in maniera molto evoluta e di spiccato realismo a robusti muscoli e forme pingui con espressione esagerata del capezzolo : tracce di celeste sul fondo, rosso marrone nella barba e ne’ capelli, rosso roseo sulla carne : il pezzo appartenne al lato sin. di un pìnax (v. in fig. 1 1); h) parte superiore di figura virile, volta di profilo a destra : l’himation dalla spalla sin. cade dietro la schiena, lasciando scoperto tutto il braccio destro, che è piegato ad angolo retto, reggendo su l’avambraccio un cofanetto (v. in fig. 1 1): è un - 148 - offerente e di fronte doveva stargli la persona defunta a cui porgere la cassetta ; cfr. i tipi II e IV (figg. 3 e 5j; c) frammento simile al precedente, colorato in celeste nel fondo, in rosso roseo nelle carni e in bianco nel cofanetto (fig. 12); dì testa virile di profilo a dr. con barba colorata in celeste e carni in rosso roseo : faceva parte del lato sin. di un piiiax (v. in fig. 1 1 ). XI. Come sui vasi funebri dipinti gli uomini d’arme sono rappresentati in arnese di guerra o conducono pel morso un cavallo, nello stesso modo sono figurati sugli ex-voto locresi i gtier- rirri definiti. l.afig. 13 riproduce l’avanzo di un guerriero che tiene il braccio dr. sollevato col gallo sulla mano, attributo e simbolo infernale: porta chi- tonisco, corazza, clamide, elmo e scudo; gli stava vicino un giovinetto: residui di policromia in celeste e rosso. Fig. li¬ ba fig. 14 presenta un altro simile pezzo con quasi l’intero scudo e parte delle coscie colorate in rosso. 149 XIJ. Una testa di fanciullo simile per lo stile a quella della fig. 13 si vede sopra un altro resto di pinax, riprodotto a fig. 15 e ricomposto da cinque pezzi con ‘ Perrot, op. cit., vili, pp. 370 ss., figg. 168, 169. ^ Iòide 643 ss., tav. XIV. — Collignon, Gesch. d. griech. Plastik, Voi. I, p. 382, fig. 1S4. Un terzo frammento contiene l’orlo inferiore dello scudo a triplice giro di pun¬ teggiatura in rilievo, e le coscie fino ai ginocchi. Un quarto la parte superiore del- l’elmo ; un quinto e un sesto gli scudi rotondi ; un settimo lo scudo di ugual foggia, ma con la cerva per sTuiG-ziiaa. Basta guardare la scena di combattimento davanti a Troia nel bassorilievo del fregio orientale del Tesoro di Cnido' per riconoscervi esattamente il tipo e lo stile dei guerrieri che ci porgono le nostre tavolette, e non solo nel loro armamento, ma nella vigorosa trattazione della muscolatura e particolarmente nella medesima espressione forte ed esagerata delle ginocchia (terzo frammento, non riprodotto). La testa del giovinetto nella fig. 1 3 ricorda in¬ vece la bella testa colorata in marmo pario del giovane del- TAcropoli di Atene, ^ che segna la fine dell’arcaismo pro¬ gredito nei principi del v secolo. Ed è altresì da osser¬ vare che la fisonomia del guerriero è eseguita con un po’ più di libertà che nel giovinetto, nel quale sembrano meglio mantenuti il carattere e la tradizione di un’arte che si trasformava rinnovandosi. Fig. 14. altezza massima di cm. 1^72 X "Ji Uirghezza:vi è rappresentata una donna iti costume dorico con Thimation, la quale tiene sollevato il braccio dr. ed accompagna un fanciullo che la pre¬ cede col braccio sin. coperto sotto Thima- tion, portando un in¬ censiere [tìiyìniaterioìi') nella destra. Ifa tavoletta, di la¬ voro commerciale affret¬ tato, è poco modellata. XIll. Guerriero col SILO cavallo. Fig. i6. Pi- iiax ricomposto da se¬ dici pezzi, largo cm. 28, alto 22, con fondo in celeste su bianco, cor¬ nice superiore ad ovoli alternamente coloriti di celeste e di rosso su latte di calce, e semplice lista plastica inferiore coperta di rosso. Il soggetto è singo¬ lare e non si ripete in altri frammenti. Un guerriero precede a piedi verso dr. il suo cavallo, volgendo il capo indietro di tutto profilo Fis. 15 per guardarlo. Il qua¬ drupede cammina al passo ed è interamente riservato nel latte di calce : ha corpo smilzo come piaceva di fare ai greci, e la coda ne è trattata nel convenzionalismo arcaico. Il viandante è colorato in rosso, meno l’occhio che è bianco a semplice ovale di prospetto in rilievo: la gamba sin. innanzi, il braccio dr. lungo il fianco a pugno chiuso come per reggere la briglia onde trarsi dietro il destriero, briglia che doveva essere espressa a color rosso. Tiene una lunga asta bianca sulla spalla sinistra, porta in capo un elmo conico, probabilmente di cuoio, riservato in bianco, con la falda an terìormente tesa in giù a visiera e rialzata dietro, con paragnatidi e paranuca; sotto una spece di corazza esce il lembo a pieghe di un chitonisco bianco, e sopra indossa la clamide in rosso col lembo superiore rovesciato in fuori e allacciato su l’omero destro in modo da averne protetto il petto. Rilievo spiccato; stile ancora arcaico del principio del v secolo. É il guerriero eroicizzato, che torna vittorioso da la guerra. Fig. i6. XIV. Hate x-sXriTtTtov. Due pezzi recano ciascuno la gamba sinistra di un efebo a cavallo : del quadrupede rimane soltanto poco, e d’uno si vede sotto il collo il pettorale adorno nel mezzo con una bulla a rosette. E il xaT? quale si conosce dai frammenti statuari del museo dell'Acropoli di Atene, del tempo dell’ar¬ caismo progredito,' frammenti dove il corpo e la criniera dei cavalli sono trattati come nel destriero della tavoletta precedente. ^ Cfr. anche 1. c., fig. i8i ; e Pkrrot, op. cit., Voi. Vili, figg. 326-327. COLLIGNON, op. cit., I, p. 378, fig. 180. — Inc¬ oili torse noi abbiamo l’idealizzazione dei defunti sotto forma di giovani efebi, come sulle stele sepolcrali attiche vediamo gli efebi montare i loro cavalli. Ma troppo poco ci è rimasto di tal genere di rappresentazioni sui nostri cx-voto, per poter dare fondamento a ciualsiasi ipotesi. La morte La partenza per l’Hades. Nei tipi IV c XI (figg- 5013) abl)iamo veduto il simbolo del g'allo che sarà frequente sui nostri a/intheniata r[uale offerta al defunto o attributo funerario, (dià si vede in mano di uno degli adoranti od offerenti nel bassorilievo della stele se¬ polcrale di Chrysapha, ora al museo di Ilerlino;' nè è estraneo all’arte ionica, pe¬ rocché lo offre il fanciullo alf-zofo: rappresentato sul fregio orientale della tomba delle Arpie conservata nel museo britannico.' Tali rappresentazioni, piene di spiri¬ tualità e di cpiietc, sono certo informate al medesimo ordine di idee artistico-morali che hanno presieduto alla composizione dei nostri rilievi dedicati al culto dei defunti. Del resto noteremo nei numerosi nostri frammenti troppa diversità di tipi, a cui il gallo è attribuito, per poter pensare esclusivamente a divinità catachthonie ; mentre ciuesta medesima pluralità di tipi più imluce a confermarci nella opinione, che il gallo debba anche intendersi come simbolo del culto funerario alla moltitudine dei defunti. E ne è evidente prova la stele attica ili Antiphanes del museo nazionale di Atene, sulhi cpiale è graffito a contorni dipinti il gallo’ che presiede alla tomba, e che della tomba stessa è simbolo. Noi troviamo comunemente il gallo raffig'nrato sulle ceramiche corinzie c italo- corinzie, dove si vede anche affrontato con la sfinge, altro simbolo funerario ; così galli affrontati tra sfingi retrospicenti sono sull’anfora attica della collezione Palagi di Bologna ; un fregio di galli è pure nell’anfora di Nicosthenes della medesima raccolta ' e tale rappresentazione si ripete frequente sulle kylikes attico-arcaiche dei piccoli maestri, le quali ci provengono dai corredi sepolcrali delle tombe. ÌMa più significante di tutte pel nostro caso è la scena dipinta sull’anfora ionica di stile affet¬ tato, appartenente alla collezione Palagi, dove una figura virile in colloquio erotico con un giovine [T eì'onu'nos) tiene nella dr. un grosso gallo appoggiato contro il petto. ^ Onesto animale sacro alle divinità della luce e a ([nelle della salute (fVscle- pios), facilita l’entrata alla porta dell’Averno e il viaggio a traverso le tenebre nel- l’Hades.^ Tale simbolica concezione è illustrata dal giovane ignudo che tiene un ' COLLIGNON, op, cit., I, pp. 244-46, fig. II). I9I, 197. - Perrot, op. cit., Vili, pp. 334, 340, fìg. 146. 5 Pkli.ecrini, Cai. cit,, 11. 189. > I/ndem, p. 659 e fig. 339. 6 ( Ikiìppe, Gì'iech. Myth. //. h’elìyionsgesch., p. 1321, Pellegrini, Cai. dei vasi di Bolagna, nn. 34, nota 2. 1.53 — gallo con ciascuna delle mani, mentre due cagne tentano di assaltarlo : lo si vede sul frammento di un sarcofago di Clazomene nel British Museitin. ‘ Le due cagne sono i demoni che impediscono il passaggio del defunto nel suo cammino verso Val di là; ma i galli col loro schiamazzo svegliano la luce e spaventano i demoni. Due altri grandi galli ornamentali stanno a destra e a sinistra del gruppo, certa¬ mente come apotropaia. Così noi troviamo il gallo simbolicamente in mano alla defunta nelle scene di morte sugli ex-7'oto di Locri. Fig. 17. La morte è considerata per eufemismo come cosa quasi divina, e le donne vi si apprestano adorne come per andare a nozze con Hades, il quale fa rapire la defunta da un suo servo, un fìzivcov, un Tlianatos, che la afferra e la porta via vio¬ lentemente sul carro fatale trascinato all’ Hades da immortali cavalli alati e guidato talvolta da Hermes psychopompos chthonios. Per modo che la morte sia simboleg¬ giata con una scena di ratto che rappresenta la partenza per 1’ Hades. XV. 'bpavj!; 'iuyo-o'airò; / jovw?. — L’ Hermes psychopompos, con ali ai talloni, in chitonisco e clamide, il quale precede e conduce un cocchio tirato da due pegasi, appare frammentariamente sopra un resto di pinax in quattro pezzi, che ne costi¬ tuiscono la parte inferiore sinistra (fig. 17). Alt. cm. is’/a X 21 di larghezza. * Loeschcke, Aus der Unterwelt, I )orpat, iS88. Cfr. 'DvxifilS, J otirnal of helleìiic stndies, IV118S31, p. 20. Ausonia - hviTiO III. 20 154 — • lei ratto. La tavoletta votiva porta il foro di sospensione in alto, ed ha tracce di coloriinento in rosso: è alta cm. 20 ed ha una massima larghezza di cm. 27. Stile improntato ancora aU’arcaismo. In queste due tabu la e votivae riconosciamo senza dubbio la rappresentazione di 1 lermes che conduce e guida la defunta all’ Averno, funzione del divin messaggero accompagnante i morti aH’Hades, che ci è già narrata nell’esordio del canto XXIV dell’Odissea, luogo considerato fino dall’antichità come una interpolazione orfica nel poema omerico. 11 soggetto è integrato da un altro piìiax frammentario in quindici pezzi (fig. 18), dove del divino conduttore rimane soltanto un gomito e un po’ di panneggiamento davanti alle teste dei due cavalli alati. Nel cocchio è stata portata sulle braccia da un giovane una donna in chitone con apoptygiua, la quale tiene un gallo sulla dr. e protende il braccio sinistro a mano aperta per indicare lo spavento e la drammaticità 155 Scene di ratto. XVI. Un pinax di cm. 22 7^ in alt. e 29 V2 in 'larghezza, provvisto d'una coppia di fori per sospensione, con tracce di color celeste nel fondo, rotto in dieci pezzi e frammentario inferiormente a dr., ha lo stesso soggetto di ratto, trattato nel me- Fig. 19. desimo stile deH’arcaismo progredito (fig. 19). Le ali aperte e alzate degli ardenti cavalli lasciano ancora vedere gli avanzi di un colorimento in verde cupo. E assente in questo rilievo la figura dell’ Hermes. Il cocchio colorato in rosso; e sul cocchio la identica scena. Un giovane con l’himation cadente aldi sotto del petto e i lembi gettati dietro le spalle, ha presa la donna, e guardandola in viso col capo di profilo a sin., la stringe avvinta a sè, e la regge' col braccio dr. dietro la schiena, tenendola afferrata con la mano dr. alla spalla e con la sin. sotto le ginocchia. Il g'allo che è in inano della donzella, ha coloritura di verde scuro; reliquie di rosso sui due personaggi. L’arte ionica nel fregio meridionale del tesoro di Cnido ci dà il ratto delle Leucippidi per opera dei Tyndaridi.' (ìenericamente qui è una scena di rapimento, una zp-ay/,, spesso ripetuta sulle fnbiilac vofivar di Locri con identità nell’agg'ruppamento delle due figure. Vi ha sempre il giovane che, sollevata sulle braccia la donzella, la rapisce e porta via sopra un cocchio tirato verso sin. rapidamente da cavalli alati, sul qual cocchio egli ha già messo, alla maniera arcaica, il piede dr., mentre tiene il sin. appoggiato sulla punta in terra neU’attitudine di salire. La donna ha sempre il gallo nella destra, meno che in un solo frammento, dove essa tiene in mano un pomo. Al contrasto e al movimento psicologico dei due personaggi corrisponde con indovinato motivo artistico il contrasto e il movimento delle pieghe negli abiti, le quali tuttavia nel loro insieine mantengono quanto più è possibile una simmetrica armonia. J.a Principal differenza tra le diverse tavolette di tal genere consiste nel vario trattamento dei cavalli, fantasticamente espressi con le ali dei pegasi, concezione famigliare dell’arte ionica, come appare sul fregio del lato occidentale del tesoro di Cnido, dove il carro su cui monta Athena è tirato da cavalli alati, il cui impeto Hermes frena stando loro di fronte '. ‘ l’KKUOT, //isf. ih- l’alt, PII. 36i)-70. ^ l’F.RRor, 111), rii., \’lll, tìg. 1Ó4 e p. 361). Ras¬ segno qui in nota suinmarianiente gli avanzi degli aliri rilievi che contengono franinienti di scene del tipo xvi ; a) Metà superiore di piuax in cinque pezzi, largo CUI. e provvisto del foro di sospensione: del rilievo rimangono i due [lersonaggi dalla ciniola in su, e la parte anteriore alta dei cavalli, franiuientata nelle ali: mass. alt. cm. ly'/j- ’l facce di celeste nel fondo e di rosso nelle figure. Costantemente la ligura fem minile ha il volto di profilo a dr,. contrapposto al viso del giovane, b) Resto in (.luattro jiezzi del lato dr. di un pinax con il gi'uppo del ratto, parte del carro e una coda dei cavalli : mancano la testa del giovane e la fronte della donna: mass. alt. cm. 15, largii, mass, cm. ii’/j- '1 framuienlo in quattro pezzi col gruppo dei due personaggi, mancando la spalla dr della donna, i piedi di essa e il piede sin. deH'uomo: rosso sulle carni, latte di calce sulla stoffa, tracce di rosso e di celeste sul fondo. I )im. mass,, cm. t'tt alt. e 12'/^ in largii.: rimangono anche i fori di sospensione, di cui uno per metà, d) Rramm, in due pezzi coi due jiersonaggi, meno la teista e il piede dr. del giovane, e meno la parte superiore della donna; mass. alt. cm. I4‘/2) largh. mass. cm. 7’/2- '’) l'ramm. in due pez;d. alto cm. I 6, largo 5 '/21 ■"'beante la parte inferiore del gruppo col braccio e mano sin. (color rosso) del rapitore e un avanzo di ruota, f] Rramm. con la parte inf. del gruppo e un avanzo di ruota: tracce di rosso. g) Figura del giovine da la vita in su, con parte del viso e il braccio proteso della donna. //) Framm. su cui resta il giovine dal petto in su (carni colorate in rosso, himatioii in bianco) e parte del braccio della donna (latte di calce), i) Avambraccio e mano sin. della donna con la parte sup. sin. del giovine. /') Testa del g. e braccio sin. della d. (reliquie di rosso), k) Bu¬ sto del g. mancante della parte sup. del capo (rosso sulle carni 1. l\ Metà sin. del busto del g. m\ Retto del g. e testa del gallo che teneva in mano la donzella. n) Spalla con parte del br. sin. del g. (carne in rosso, liiination in bianco), a) Testa e spalle della fig. mu¬ liebre. p} Testa della fig. mul. (viso bianco, capelli in rosso). I/) Tronco di ambedue le figure (residui di rosso). ;-) Tronco della fig. femm , petto e br. della maschile, r) Tronco della fig. femm. recante in m. il gallo. /) Id. in due pezzi : restano anche la m. sin. e il ginocchio del g. a) Tronco della fig. femm. col gallo in mano: nel framm. resta anche la punta delle •57 XVII. Una variante di codesta rappresentazione è offerta dall’aggiunta del kalathos rovesciato tra le zampe dei pegasi, dal quale cadono gli oggetti in esso contenuti. Tale specie di canestro, comunemente usato nel gyiieceo per deporvi la lana che le fanciulle filavano, serviva anche per mettervi fiori e frutta, e trovasi di frequente sui monumenti dell’arte antica presso Persephone e le compagne che la circondavano, quando ne avvenne il rapimento, mentre essa coglieva fiori.' Nelle nostre scene di zotìzyvó il kalathos rovesciato, oltre ad essere forse il sim¬ bolo del gyneceo, del luogo da cui la donna fu tolta con violenza, indica ancor più efficacemente la confusione e la rapidità del ratto, riuscendo cosi un mezzo ar¬ tistico per esprimere più significatamente il tumultuoso e improvviso movimento dell’azione. Un frammento di piìiax in cinque pezzi che si ricongiungono, presenta appunto tale variante: esso contiene i due pegasi al galoppo, mancanti delle teste; del coc¬ chio rimane il timone e parte della ruota ; della figura muliebre la schiena (dove si veggono le dita della mano dell’uomo che tiene stretta la giovane) e un po’ dei capelli raccolti dietro l’occipite. Il kalathos, ornato artisticamente, porta nel mezzo una fascia con greca. Dimensioni massime del frammento: altezza cm. 22 '/j. lar¬ ghezza 18 '/a- Un altro frammento di pinax in cinque pezzi, con reliquie di color celeste nel fondo, ha i pegasi, de’ quali mancano le cervici, le teste e lo sviluppo delle ali ; ed ha parte del cocchio colorato in rosso con avanzo della gamba dr. del rapitore e con parte del tronco muliebre : sotto i pegasi è il kalathos. Lo stesso kalathos, sempre rovesciato, è ripetuto, tra zampe equine, in parecchi rottami di pinakes. XVIII. C’è altresì da notare un frammento, in cinque pezzi, del lato inferiore di una tavoletta, la quale aveva la stessa rappresentazione di ratto; se non che dinanzi al carro è espressa convenzionalmente una sola coda dei cavalli, e di questi si vede l’estrema parte posteriore ; e nel carro è eccezionalmente omesso il timone : sopra il carro rimane la gamba dr. del rapitore e un lembo di veste della donna: ali dei cavalli, v) Parte dr. sup. della fig. mul. e punta delle ali dei cavalli, w) Testa della donzella (viso bianco, capelli in rosso) e punta delle ali dei cavalli (tracce di celeste nel fondo), x] 'l'està della donz. e punta delle ali dei cavalli, y) Parte posteriore della fig. mul. dal capo alla spalla dr., e punta dell’ala dei pegasi. z) Braccio dell’u. che afferra la donz. sotto le ginocchia (color rosso), a) Ginocchio dr del g. con parte del panneggio muliebre (rosso su fondo celeste), ib Lembo di chitone e piedi in rosso della d. y) Lembo di chit. e piede s. della d. 6) Lembo di chit. in rosso (fondo celeste) e frammento di cerchio di ruota, c) Piede sin. dell'u. (color rosso), piedi (latte di calce) e lembo di veste della d., e gran parte della ruota del cocchio. 3) Piede s. dell'u., piedi e lembo del chit. delia d., avanzo di cerchio della ruota (rosso sul rilievo, tracce di celeste sul fondo), ri) Framm. in duepezzi; lembo di veste muliebre, ruota, cocchio ( rosso) e punta di coda equina. ^ Uaremberg et Saglio, Dictionnaire des Antiq. grec. et rom., V. Calathus, - 158 mass. alt. cm. i i ; mass, largii, i i '/j- T.a coda equina è trattata in modo conven¬ zionale come sugli altri pinakes, essendo i crini significati a righe parallelamente ondulate. Due altri pezzi simili fra di loro, ciascuno col carro colorato in rosso, mancante della parte inferiore della ruota e provvisto del timone, portano espressa soltanto una coda di cavallo, diversamente eseguita a rilievo spiccato, fusolata in fondo e coi crini a groppi ravvolti : in uno dei due pezzi si vede anche il piede destro della e figura muliebre, il cjuale, invece che penzolare dietro la ruota come nelle altre numerose tavolette, è portato un po’ più indietro, e si scorge tra i raggi e il cer¬ chio della ruota stessa. Tale diversa posizione del piede della donna adduce una lieve variante nella rappresentazione del rapimento, variante ripetuta sopra un terzo frammento che reca una parte di ruota del carro e lo stesso piede dr. col lembo di veste della donna, come pure sopra un pezzetto ancor più piccolo con resto del cerchio della ruota, i piedi e il lembo della veste della donna. XIX. Xella moltitudine dei rottami noto qui un pezzo del lato sin. di una tavo¬ letta che rappresentava parimenti una scena di ratto, la quale nel tipo della com¬ posizione si rannoda con tal gruppo di zp-zva:, se non che la scena è rivolta da sin. a dr. ed ha una qualche variante nei particolari. Deiruomo che porta su le braccia la giovane, rimane tutto il torace col braccio dr. e il collo (avanzi di color roseo): la clamide gli svolazza dietro la schiena ed è tem¬ pestata di punti in rilievo ((iócr-p’jyo!,). I>a donzella, di cui poco resta, non ha il solito gallo: tiene invece sollevato nella sin. un lembo àeW apopfvgma -, e la sua dr. che si vede dietro le spalle del rapitore, è semiaperta col polpastrello dell’indice avvi¬ cinato a quello del pollice, mo’-ivo vezzoso deH’arcaismo affettato. litimensioni mass. cm. g in 7 ’/j in larghezza. Per rermeneutica del simbolismo di cpiesto nostro soggetto ci suffraga^nei due primi esemplari del tipo XV (figg. 17 e 18) la presenza di Ermete psicopompo e negli altri l’elemento ajttributivo del gallo in mano alla donna. tdrmai nel presente studio si vede che il simbolo del gallo, non che a Perse- phone, alluda a tutto il regno misterioso dell’IIades e in generale ai defunti, così come ad essi possono riferirsi, quali offerte, anche gli oggetti medesimi che si attri¬ buiscono alle divinità dominatrici deU’Averno e i frutti che sono simboli della terra vegetale, feconda, nella quale il regno delle ombre e delle tenebre è rav¬ volto, simboli che nello spirito dei misteri eleusini indicano i rapporti fra questa e l’altra vita. Per me tuttavia la nostra scena di ratto è pur inspirata al mito di Hades e Kore nel suo mistico simbolismo che possa aver relazione con l’esistenza e il destino dell’uomo dopo la morte ; per cui il ratto di Persephone rappresenterebbe mistica- — 159 — mente rimagine stessa della morte, il passaggio dalla luce alle tenebre, dalla vita alla immortalità, dalia terra alle regioni sotterranee. Così io sono per credere che la fanciulla rapita sul cocchio fuggente per fanta¬ stici cavalli sulla via dell’Hades, rassembri idealmente la morta nel trapasso violento da questa a l’altra vita, la morta il cui simbolo parrebbe essere appunto il gallo sacro all’Hades nel già accennato concetto ch’esso faciliti l’entrata alla porta deU’Inferno e ne protegga il viaggio a traverso l’oscurità. Il giovine è altresì una figura simbolica, un messaggero di Hades-Pluton, un Thanatos che per il Zeus Chthonios compie il rapimento. E l’atto medesimo di spavento significato dalla mano sinistra della donna indicherebbe il dolore e il terrore della fatale dipartita, lo sgomento momentaneo della morte, rappresentata simbolicamente come la partenza per l’Averno ; mentre invece nel tipo XIX avremmo la significazione di uno stato modificato dell’animo della defunta, la quale, passato il primo momento del terrore della morte e del dolore del distacco, si rassegna e, tranquilla, si lascia condurre in quella beatitudine del- Timmortalità che i misteri eleusini e gli insegnamenti orfico-pitagorici promettevano ai defunti. XX. Un secondo gruppo di frammenti a rilievo più spiccato restituisce altri ex-voto con scena di ratto, ma di composizione diversa, la quale parmi venga meglio a corroborare il concetto da me qui sopra espresso per la ermeneutica del simbo¬ lismo di codeste rappresentazioni. Fig. 20. Avanzo in sette pezzi dell’intera parte superiore di una tavoletta, larga cm. 33 per un’altezza massima di cm. 14 '/j- Una giovine donna, in attitudine serena e tranquilla, tenendo graziosamente con la sinistra il lembo della stoffa che indossa sopra il phitone, sta in cocchio velo¬ cemente tirato da una pariglia di immortali destrieri alati, cui regge energicamente a braccia tese il giovine auriga con la clamide buttata su le spalle e cinto il capo di benda dalla fronte all’occipite : il tutto di profilo verso sinistra. Dietro restano una mano destra alzata in atto di agitazione e tre teste di figure muliebri, delle quali le prime due contrapposte e l’ultima di profilo a sinistra. Qualche residuo di celeste sul fondo, di verde scuro sulle ali dei cavalli e di rosso sulle figure. Nel mezzo, in alto, la solita coppia dei fori di sospensione. Stile severo. I capelli del giovine auriga sono trattati nella maniera del periodo di transi¬ zione : ancora abbastanza lunghi, aderiscono superiormente al capo e, legati intorno al di sopra della fronte, sono poi ravviati in ciocche libere e distese, bipartite dinanzi e cadenti presso la nuca. Per fortuna noi possiamo ricostruire tutta la scena, perchè altri frammenti ci danno la parte destra di due pinakes che contengono la medesima rappresen¬ tazione. Entrambi, Tuno in sette pezzi (fìg. 21), l’altro in dieci (lig. 22), recano dietro il carro nn grup])i) di tre figure femminili. La prima, di profilo verso dr., col chi¬ tone a kolpos e un panno di lana sopra il capo (la madre della rapita) tiene il braccio dr. quasi abbandonato lungo la persona in segno di sconforto con la mano semiaperta, e voltasi di gran passo con angosciosa fretta verso una donzella che a lei è di fronte, le porge la sinistra. La fanciulla è per prenderle pietosamente la mano con la sinistra, portando la dr. sul cuore in significato di doglianza, sentiménto che quasi le traspare dalla espressione del volto : essa indossa il chitone dorico con l'isr. ’n. kolpos ed (ipopfvgì/ia, o presenta il corpo quasi di prospetto, mentre la gamba sini¬ stra, delineata di fianco e a ginocchio piegato, fa capire che la fanciulla stessa fuggiva spaventata, ma, gravando il corpo sulla gamba destra, si volge e si sofferma al grido di dolore della disperata madre. Dietro di questa seconda figura un'altra fanciulla appoggiando la mano sin. sulla spalla di lei, solleva il capo e guarda il cocchio che frigge lontano e che invola la sorella o la compagna, la quale pur dianzi era con loro: essa porta il chitone a lungo rimbocco e protende il braccio destro verso la scena del rapimento, alzando la mano e gridando come per trattenere lo slancio della corsa e per chiamare indietro la rapita. 11 quadretto così pel contrasto dei sentimenti come per la rapida successione dei movimenti, in cui sono simultaneamente raffigurati i personaggi, prende nella drammatica composizione efficace vivacità. T.a prima di codeste due tavolette frammentarie ha tracce di celeste, rosso e latte di calce e misura cm. 16 di mass, larghezza e 2 i Vj di altezza; la seconda non — i6i — ha che scarsissimi indizi di policromia e misura cm. i8 di mass, largh. e 20 '/j altezza massima/ Fig. 21. Allo stesso genere di rappresentazione si riferisce un avanzo di pinax che dagli altri si differenzia per sottigliezza di spessore e pel rilievo che poco risalta dal ’ Frammenti diversi del medesimo soggetto e ap- media superiore di una tavoletta con la punta delle partenenti a pinakes simili: a) due pezzi della parte ali e un po’ di coda dei pegasi, le braccia del giovine A ?/som'a - Anno III. 21 fondo, quantunque di lavoro fine ed accurato: vi si vedono: le due code dei cavalli; il carro, meno la parte inferiore della ruota (color rosso) ; la donna sul carro, man¬ cante della testa ; le braccia e la gamba dr. dell’auriga (tracce di rosso). Altri frammenti portano la medesima scena stampata con matrici di stile som¬ mario e differiscono anche per la cjualità della terra che è poco consistente e alla auriga e la parte sup. della fanciulla rapita: tracce di ro>so e foro di sospensione: largii, cni. i i '/2" 'miss, lo'/ji ^’) testa della giovane rapita, frammentaria sotto il naso: dinanzi, metà del foro di sospensione; r) fram¬ mentino con le braccia deH’auriga e la mano della fanciulla, che regge la stoffli dell'abito; d ) gamba s. tlell'auriga e mano s. col panneggiamento della donna velata; e) coscia sin. dell'auriga (colore rosso) e mano sin. con un po' del |janneggiamento della d. velata; /’) avanzo in due pezzi: contiene la gamba s. dell'aur. dall'anca al ginocchio, la pai te media delle prime due figure muliebri dietro il carro e un resto del panneg¬ giamento della terza donzella: tracce di rosso e di latte di calce: la figura efebica deH'auriga è sempre rap- superfice si sfiora/ È notevole, di tale stile sommario e di siffatto im])ast(j sfioran- tesi, un pezzo il quale ci dà l’esempio del kalathos portato nella mano sin. dalla donna sul carro: il pezzo reca la coppia dei fori di sospensione, la punta dell’ala e parte di coda dei cavalli, le braccia dell’auriga e l’avambraccio sin. della giovane col kalaihos sulla mano. La composizione di questo secondo gruppo di scene, nelle quali il personaggio principale, una donzella, parte su di un cocchio a cavalli alati, desta molto inte¬ resse sia per l’arte di cui è specchio, sia per la ermeneutica del soggetto. L’arte qui appare libera e sciolta, anzi ardimentosa e feconda: c’è una maniera evoluta, vigorosa e brillante nel trattare le singole figure ; c’è originalità d’inven¬ zione nel comporre insieme la scena ; c’è l’effetto dei contrasti nelle pose e nelle azioni, che dà vita, agilità e varietà al quadro; c’è soprattutto la espressione del¬ l’animo nei personaggi, animo che traspare e nel volto e nella posa stessa delle figure. Permane tuttavia, specialmente nello stile, la reminiscenza e l’abitudine del¬ l’antico, la tradizione dell’arcaismo : così in questi ex-voto l’occhio è trattato perfet¬ tamente a mandorla in rilievo ; ma le labbra si dischiudono quasi a parlare, ed il gesto si libera ad esprimere lo stato dell’animo, il In tanto sforzo di novità si manifesta pur qualche inesperienza, si trova qualche cosa di non riuscito : così la mano che si agita sopra il capo dell’auriga appartiene all’ultima figura, alia ragazza cioè che si appoggia con la sin. sulla spalla della compagna e solleva il viso con mossa artisticamente efficace per guardare il gruppo fuggente del cocchio, e grida dalla bocca dischiusa e allunga il braccio per implorare o per imprecare con la mano ; e qui nell’artefice la ragione delle proporzioni cede alle necessità dello spazio presentata, nella maniera consueta, col solo piede dr. sul cocchio e il sin. ancora fermo con la punta delle dita a terra ; framm. in due pezzi della estrema parte dr. di un pinax\ mass, largh. cm. mass. 15; vi sono compresi il piede s. dell’aur., la fig. mul. velata daH’altezza delle mani a tutto il piede sin., un lembo apoptygma della donzella che le è vicina, nonché la parte inferiore di questa e dell’ultima don¬ zella; scarse reliquie di colorimento in rosso; lì) pezzo dell’eslremità dr. di un pinax con la gamba s, del- l'aur. e la parte inf. del gruppo muliebre; i) piccolo framm. col piede s. del giovane, col piede dr. della fig. di mezzo nel gruppo muliebre e con la gamba dr. della d. velala; j] framm. col petto della d. velata; /’) altro, in cui restano la mano s. della d. che sta immediatamente dietro il cocchio, e il tronco della se¬ conda fig. de! gruppo; /) minuscolo framm del canto dr. inf. di un pinax di simil genere; ni) teste della prima e della seconda figura, appartenenti al gruppo muliebre; n) teste delle due ultime figure di detto gruppo; i capelli son coloriti in rosso, i visi in bianco, il fondo è in celeste; 0) idem; manca il viso della fig. di mezzo, la quale porta sempre i capelli scendenti in breve treccia dietro la nuca ; p) testa dell’ultima fig. del gruppo ; q) idem. ‘ Tali frammenti sono; a) pezzo con la parte sup. della fanciulla che sta in cocchio, la testa dell’aur. e un po’ del capo della d. velata; in questo framm. non appare la mano dell’ultima donzella; />) avanzo con foro di sospensione,' estrema punta dell’ala dei peg. e parte sup. della donz, sul carro; c) framm, simile al preced., con due fori di sospensione; d) framm. col carro mancante della parte anteriore della ruota, con la fanciulla sul carro fino all’altezza della vita, col giovine auriga dal braccio sin. in giù e con la parte inferiore delle tre donne dietro il carro ; e) framm. con la parte sup. delle due ultime donzelle; _/) framm. simile, mancante delle teste. - 104 — ed ai bisogni dell’azione, ed il braccio diventa troppo lungo e sproporzionato. Ma l’artefice medesimo si è quasi interamente liberato da ogni convenzionalismo, e im¬ prime nella sua opera il proprio pensiero, ci mette studio e dà alla composizione uno schietto carattere di originalità. 11 personaggio principale, dritto e fermo sul cocchio, non pare che si turbi nè della dipartita che non avrà ritorno, e non del dolore nè del lamento delle com- l^agne: la giovine donna non guarda indietro, ma tiene con la mano in atto di grazia un lembo dell’abito e va serena e tranquilla al suo destino, rassegnata e con¬ tenta ; essa è la defunta idealizzata, l’ombra che sotto forma ancora corporea parte per l’Hades; è la morta che, per dirla con (binerò, rende a Pluton la sua anima èuyTiV ’A'.ìi'. z.^v’jroTnoAi'j ».* Il giovane, il /ìy.iy.or^ infernale, il servo di Hades, da la bocca semiaperta par che meglio inciti gli immortali destrieri nella inevitabile corsa che strappa per sempre alla madre, alle sorelle la congiunta diletta. Non vi sono attributi; nulla è in questa scena di eroico nè di divino: è una chiara, semplice rappresentazione simbolica e mistica che si riferisce a la morte. Sul carro la defunta, spoglia di ogni affetto terreno, si lascia portare velocemente da un Thanatos nella beatitudine deH’immortalità : lo sconforto, il cordoglio, le la¬ mentazioni sono cose umane che agitano la madre e le sorelle o le compagne della defunta, ciò che è espresso nel gruppo delle tre donne, gruppo che precisamente rappresenta la famiglia che assiste in pianto e in dolore alla partenza della morta per l’Averno. Relativamente aH’attitudine della giovane defunta di trarre innanzi con la mano il lembo della stoffa che indossa, potrebbe pensarsi ad un modo convenzionale di rappresentare i morti quasi che fossero per coprirsi la faccia, come appare sulle stele sepolcrali della Laconia, secondo il concetto simbolistico per cui l’arte etrusca raffigura il morto, ossia l’ombra del morto, ravvolta dalla testa ai piedi nel len¬ zuolo funebre e cavalcante con la guida di Cìiaroìi sulla via per le regioni sot¬ terranee (juanto poi aU’auriga, nel quale vediamo simbolicamente un servo di Hades, un Thanatos, ci sovviene il luog'o omerico ’ dove Zeus si rivolge ad Apollo, perchè ordini ad I lypnos e a Thanatos di portar via velocemente il corpo di Sar- pedonte ucciso. [Rimangono parecchi avanzi della parte anteriore di pinakes, i quali portano frammentariamente soltanto il rilievo dei due cavalli alati, tutti di profilo verso si- 5 IL, XVI, vv. 671-73. ’ IL, XVI, 625. ^ Martha, L' Art etiusqite, pj). 178-79, fiy. 144. nistra, e si riferiscono a rappresentazioni di scene come quelle dei due gruppi qui sopra descritti. Di tali avanzi i più ragguardevoli sono : a) frammento in quattro pezzi con foro di sospensione: manca la seconda metà dei corpi equini: dimensioni massime cm. in largh. e 15 in altezza; ò) frammento in tre pezzi : manca la parte posteriore dei corpi equini : di- mens. mass. cm. 13 in largh. e ly'/z altezza; c) frammento in due pezzi : mancano le zampe anteriori e il terzo posteriore dei corpi equini: tracce di policromia: dimens. mass. cm. 12 in largh. e 13 in altezza ; d) bel frammento policromo in due pezzi : mancano le teste, la punta delle ali, le gambe e le code: il corpo è trattato con plastica vigorosa, le ali sono co¬ lorate in rosso e verde cupo: largh. mass. cm. e) framménto con le cervici e le ali dei pegasi : porta in alto una coppia di fori per sospensione: mass, largh. cm. 13, mass. alt. cm. lo'/j; /) frammento con la sommità delle teste, le criniere e parte delle ali : poli¬ cromia in bianco e rosso su fondo celeste: largh. mass. cm. g) frammento con le bocche, colli, petto e gambe anteriori dei pegasi: al¬ tezza cm. g, largh. 8 ; h) simile frammento in due pezzi, con avanzo anche del knlathos rovesciato sotto i cavalli: alt. cm. lo'/j. largh. '• Nell’arte puramente greca gli animali alati generalmente riferisconsi a peros- naggi eroici o divini. Così Pindaro ^ attribuisce all’omerico Pelops agi¬ tatore di cavalli, prediletto e protetto di Poseidon, il carro d’oro con destrieri alati che il dio del mare gli mandò in dono, onde vincere nella corsa Oinomaos e guadagnare in isposa la bella ed amata figlia Hippodameia ^ ; ed Euripide ^ fa tornare Pelops con la sposa a traverso il mare dall’Elide nella Lidia portato da cavalli alati fi Così il carro coi pegasi è attribuito ad Apollo nell’hydria di Capua del British Museum, sulla quale il dio perseguita una donzella fra le compagne Non mancano tuttavia rappresentazioni indeterminate e generiche, come sul vaso pubblicato dal Tischbein con donna su carro tirato da due pegasi, e delfino ‘ Altri frammenti del genere sono; 3 avanzi con¬ tenenti ciascuno il petto, il principio dell’ala e parte del corpo dei cavalli; 2 con petto e gambe anteriori; 3 con la parte posteriore del corpo equino; 12 con ambo le teste dei cavalli; 9 con resti d’ali di pegasi ; e numerosi frammenti con avanzi di zampe e di partt del corpo dei pegasi, nonché di ruote del carro ^ 01. I, Il 5. 3 Roscher, Lex. d. Mytk., I, col. 1S71. + Orest., 989 e ss. 5 Denlan. d. klciss. Alt., p. 1204; Roscher, Lcx., II, cob 3316. S Reinach, Rép. des vases peints, I. p. 185. sotto i cavalli alati indicatite il mare Ma siffatti ilM'idismi di forma, sotto l’in- tìuenza orientale, sorsero comuni nello stile ionico anche in concezioni artistiche generiche, così come sotto il medesimo influsso ionico-orientale la fantasia degli etruschi mostra per gli animali alati una particolare preferenza XXI. Un terzo gruppo di pinakes disgraziatamente troppo frammentari, ma interessantissimi per vigoria, drammaticità e realismo di espressione, si rannoda nel soggetto e nel tipo delle figure, come nel risalto del rilievo, più spiccatamente col secondo gruppìo di, scene d’^ipTTzy/,. Tali resti rappresentano l’istante in cui il giovine, con la gamba sin. tesa in dietro e la gamba dr. piegata e puntata avanti, si è slanciato contro la fanciulla, la stringe violentemente col braccio sin. attorno alla vita, la serra col destro dietro la schiena ed afferrandola sotto il pietto la solleva per portarla via, probabilmente sul carro che tlovevui esser lì presso allestito. Egli coi capelli cinti da benda e il volt(') di profilo verso sin., ha la clamide di lana abbottonata dinanzi al collo e ca¬ dente in grosso e gonfie pieghe lungo la schiena, col lembo rovesciato e svolaz¬ zante per la rapidità del movimento della persona, di cui rimane scoperto, fuorché la schiena, tutto il corpio, che nella energica struttura muscolare manifesta lo sforzo a cui è sottoposto. La giovine, col corpm quasi di prospetto, è vestita della tunica manicata di lino, trattata a |)ieghe minute e leggermente ondulate, la quale lascia trasparire la sottostante forma corporea: la testa, come nei rilievi precedenti, è di profilo verso dr., ed i capelli, bipartiti sulla fronte, sono chiusi nel saccos e anno¬ dati dietro la nuca: il braccio sin., da cui scende l’himation di lana, è disteso verso dr. a mano aperta con gesto di spavento. Tutti i frammenti di tale gruppo, nello stile dell’arcaismo progredito ed evo¬ luto, costituiscono la estremità destra di altrettanti ex-voto e sono qui sotto re¬ gistrati : a) figura del giovine, troncata sotto le coscie, e della giovane mancante della testa, del braccio dr. e delle estremità al disotto delle ginocchia: alt. mass. cm. 14, largh. mass. cm. io (fig. 23 a dr.); h) busto e testa della giovane; testa, spalla sin. e braccio del giovine: avanzi di color rosso: alt. mass. cm. S'/j- largii, mass. cm. q’/j (fig- 23 asili.); c) testa della giovane e capelli del giovine: tracce di rosso; d) busto della giovane e testa del giovine (volto colorato in rosso); e) busto della giovane e parte superiore del giovane con la faccia asportata ; /) frammento in tre pezzi, mancando le teste e le estremità inferiori dei ' 'riScnuriN, Voi. Ili, tav. 3; Kiìinacu, Rcp. des guidati da un auriga in Dcnh?n. d. hi. Alt., p. 508 e vnsfs peints. II, p. 309. fig. 550 a p. 510; e in Moti. dcU’IiiA., VI, lav. XLVI; ^ Vedi il rilievo d’avorio con tiro a due pegasi Cfr. MARri-lA, L’art etr., p 304 e fig. 206. — 167 — due personaggi; residui di color celeste nel fondo e colorimento in rosso sulla figura maschile e sulla clamide: alt. mass. cm. 13, largh. mass. cm. lo'/j; £■) resto della figura femminile da sotto il petto alle ginocchia, e del torace della figura maschile; l'ÌR. ^3. /i) resto con clamide, torace e natiche del giovine: alt. mass. cm. ii, lar ghezza mass. cm. 8 ; z) resto del giovine dalla spalla fin sotto le natiche (color rosso) : tracce di color celeste sulla clamide: alt. mass. cm. g’/j. largh. mass. cm. s'/z! /') frammentino coll’avambraccio e la mano sin. della donna: residuo di ce¬ leste sul fondo, e tracce di rosso sulla manica del chitone e sull’himation ; /f) altro piccolo frammentino col polso e la mano sin. della donna. XXII. Sono notevoli tre frammenti, simili fra di loro per esecuzione e per soggetto, i quali appartengono ad un qìiarto gnzppo di piiinkes con azioni di rapi¬ mento sopra una quadriga. i68 Il primo, in due pezzi, forma l’estremità inferiore sinistra di una tavoletta e vi si vedono tre code liscie di cavalli e assottigliate verso le punte, parte del carro con tutta la ruota e, dietro, la gamba dr., a tallone sollevato, del rapitore: al di sopra del ginocchio appare una punta della clamide in mezzo a due piedi che debbonsi attribuire alla donna portata via sulle braccia dell’uomo ; mass, larghezza cm. 1372’ cm. g. La gamba (tracce di rosso) porta espresse con accen¬ tuato realismo le fibre muscolari tese per lo sforzo compiuto dal personaggio : qualche residuo di celeste nel fondo. Il secondo frammento ha la parte anteriore del carro, su cui appare il ginocchio sin. del rapitore e si profila un lembo di schiena della donna: dinanzi al carro re¬ stano tre code di cavalli. Celeste sul fondo, rosso sul rilievo. Mentre nei due menzionati frammenti la scena è rivolta verso destra, nel terzo procede invece verso sinistra : cjuesto av;mzo, rotto in due pezzi, forma il lato inferiore destro di una tavoletta e contiene parte della clamide svolazzante e la g'amba sin. del rapitore (residui di rosso), toccante ancora il suolo con la punta del piede. Mass, largii, cm. 8, alt. mass. cm. 13,2. Il Rapimento di Kore. XXI li. Se non è da ammettersi che nei precedenti gruppi di scene di si possa vedere una rappresentazione del ratto di Persephonedvore perpetrato da 1 lades-Pluton, quantunque io abbia accennato che le scene stesse sembrino ispirate al mito di Kore ; non è ciò da escludersi per la interpretazione di un quinto gruppo di tahulac votivac frammentarie con soggetto di rapimento su ricca, suntuosa qua¬ driga lanciata al galoppo verso destra. La leggenda del rapimento di Kore era cantata dai poeti orfici nell’Italia me¬ ridionale: Afrodite aveva fatto colpire da Eros il Zeus /.y.Ta/^óv.oc. e questi s’inna¬ morò di Kore, la quale è nascosta da la madre Demeter presso l’Oceano, donde Pluton la rapisce e la porta aU’IIades e ne divide con lei il regno b Nelle nostre tavolette la figura virile, di profilo a dr., sta interamente sopra il cocchio, un po’ piegata sulle gambe e tiene la donna ancora avvinta col braccio sin. dietro le spalle, afferrandola sotto la mammella; mentre con la dr., a braccio teso in avanti, regge le quadruplici redini degli alati destrieri. Il rapitore porta la clamide allacciata sulla spalla dr. e svolazzante indietro ; ha lunga barba e gote sporgenti : i capelli, distesi con regolarità sopra la calotta cra- ' Olivieri, op. cit., p. 58 e ss. nica, sono trattati a righe irradianti dal cocuzzolo e li cinge una tenia, da cui spuntano dinanzi due ordini di riccioli espressi convenzionalmente a globetti, i quali circondano e adornano la fronte ; mentre la massa dei capelli presso la nuca è raccolta e ripiegata in alto, poi di nuovo passata in parte sotto la benda, indi Fig-, 74. annodata e lasciata ricadere in ciuffo sciolto ; la quale acconciatura piena di accu¬ rata ricercatezza era in costume al tempo delle guerre mediche, e si trova frequen¬ temente sui vasi di stile antico del v secolo. Codesto tipo virile può facilmente riferirsi ad Hades-Pluton famoso reggitor di cavalli. Ausonia - hnrìo IH. 22 La figura femminile che sarebbe Kore, in lungo chitone con apoptygma e senza maniche, presenta il corpo di prospetto e la testa di profilo a sinistra, tenendo ambo le braccia aperte e in alto, in segno di terrore per il non desiderato ma¬ trimonio. Adorna appunto come sposa che si appresta a nozze, porta gli orecchini ed in testa una ricca stephane ornata di rosette, che cinge i cajoelli aderenti al capo, ravvolti simmetricamente sulla fronte, con la massa che scende dietro la nuca e tre lunghe ciocche (777.0 wrifSìc) a dritta e a sinistra, le quali cadono nella maniera f’ig- 25- arcaica giù presso le orecchie a globetti mollemente sopra il seno. Gli occhi per¬ fettamente a mandorla, gli zigomi accentuati, l’espressione rigida, le labbra grosse mantengono vivi i caratteri deU’arcaismo di stile raffinato, che s’imprime anche nella simmetrica ricercatezza del panneggiamento e neH’estrema cura d’ogni par¬ ticolare. Il personaggio virile mostra in gran parte al nudo le sue forme vigorose, ed i fastosi cavalli con ali finemente e artisticamente eseguite portano un elegante nastro intorno al corpo e sono imbrigliati con adorni fornimenti. La bella, nobile quadriga è ben degna d’esser condotta da un dio potente ; e tutto il mirabile grup])0 nella sua ardita e svelta composizione, nella ostentata e pomposa ricchezza di ogni particolare, nella fastosa dignità dei personaggi dà affi¬ damento per credere qui ad una vera e propria rappresentazione della Róp-/;; y.ony.jr,. La scena ora descritta si ricostruisce dai qui indicati frammenti: a) resto in sei pezzi della parte sinistra di un ex-voto, col gruppo del ratto sul cocchio e la metà posteriore dei quattro cavalli : tracce di celeste nel fondo, di Fig. 26. latte di calce e color roseo sui personaggi, di rosso sul carro e di latte di calce sui cavalli; e riquadratura a margini coloriti in roseo: dimensioni massime del frammento cm. 21 in alt. e in largh. (fig. 24); b) parte inferiore frammentaria di una tavoletta, in quattro pezzi, col carro (gambe dell’uomo, lembo del chitone e piedi della donna) e fi corpo, le gambe e un po’ d’ali dei cavalli : tracce di color roseo nel margine della riquadratura : al¬ tezza mass. cm. j largh. mass. cm. 23 (fig. 25); f) frammento superiore di tavoletta, recante i due fori di sospensione, il capo e il braccio sin. della donna, le estreme penne dei cavalli alati; mass. alt. cm. 5'/^, mass, largii, cm. i 2 ; d) parte centrale di pinax, in quattro pezzi, col braccio sin. della donna e il corpo, le ali, le teste dei quattro cavalli: massime dimensioni cm. 16 in alt. e iS'/^ in largii, (fig. 26); c) frammento con la metà anteriore dei (juattro cavalli, meno gran parte delle ali, due teste e le zampe : in questo pezzo i destrieri non hanno il solito nastro intorno al corpo, ma portano invece ricchi e larghi pettorali: alt. cm. io, lar¬ ghezza cm. g'/j Tutti i piìiakes di codesto quinto gruppo hanno la scena in rilievo incorni¬ ciata da un filetto plastico con larg'o margine, e sono g'cneralmente più sottili e più fini degli altri. Rapprcseìitazioìii diverse sul cocchio. XXIV. J^a parte superiore di un pinax munito di foro per la sospensione lascia vedere soltanto il collo di un cavallo con la testa fino all’occhio, e l’avambraccio dr. disteso in alto a mano e dita aperte di una figura femminile : mass, largii, cm. 17, alt. mass. io. XXV. In un altro frammento restano due code di cavallo e la parte media di una figura femminile che stava sopra il cocchio, tenendo sulla mano sinistra ed appoggiato al petto un colanetto. Questo ha piedi di fiera e nella base una fascia con fregio di greca semplice, la quale è riempita negli spazi liberi con quattro di¬ schetti ai canti ed uno più gv andò nel mezzo: sul lato della cassettina è una fila di rosette. La donna veste il chitone ionico di lino e indossa Thimation, i cui lembi a svolti sono tempestati di tiócTTp'j/o'.. ' Altri avanzi di pinakes dtl tipo XXIII: f) framni. cun la fig. virile dall’occipite alla coscia (reliquie di color roseo sull'addomej e parte della donna dalla gota alle coscie : alt. mass. cm. mass, largh. 12; g\ avanzo esibente la sola clamide della fig. virile ; alt. mass. cm. 8, mass, largh. cm. 6,3 ; lì] piccolo framm. con la gamba deU'u. colorata in roseo, parte del carro e del chitone muliebre, coda di cavalli; /) frammentino con estremo lembo della clamide, coscia dell’u., resti del carro e del chitone muliebre ; /) angolo inf. sin. di puia.\ con cocchio, code e una zampa dei cavalli, e sopra il cocchio il solito gruppo troncato aH’altczza delle coscie: alt. mass. cm. largii, mass. 12'P; /') framm. con la metà anteriore del cocchio e le gambe posteriori de' cavalli; /) pezzo col canto inferiore sin. di altro pinax, nel quale rimane frammentariamente il carro; ni) minuscolo residuo con parte inf. di ruota e piedi della donna ; ;/) pezzetto di pinax con la mano sin. della d. e resto di penne dei destrieri alati; foro per sospensione nel margine: residui di colorimento roseo; o) resto in due pezzi con la metà posteriore dei cavalli: alt. cm. 12, largh. 8; p) piccolo residuo con le zampe posteriori dei cavalli; ip] framm. in due pezzi : vi è il corpo con parte delle ali e del collo dei cavalli: mass, lungh. cm. 13; /■] avanzo con parte del collo (redini) e delle ali dei cavalli; s) framm. in due pezzi con la parte anteriore dei quattro cavalli, meno le gambe, le punte estreme delle ali e una testa: mass. alt. cm. 9, largii. 8. '73 XXVI. In un terzo frammento, il quale costituisce il canto inferiore dr. di una tavoletta, è la solita ruota a quattro raggi con un resto del carro e su questo la parte inferiore del chitone e dell’himation di una figura muliebre. XXVII. In un quarto frammento, rotto in due pezzi e costituente il lato infe¬ riore sinistro di un ex-voto per la mass, largh. di cm. 21 e l’alt, mass di cm. 12 '/j- si vedono le zampe e la metà posteriore di due cavalli, più la ruota del carro e subito dietro di questa l’avanzo di una gamba d’uomo ; sopra il cocchio, scortato dall’ uomo, era probabilmente una donna. Nel corpo dei cavalli sono segnate anatomicamente le costole. In un quinto frammento resta la parte po¬ steriore della ruota e la gamba dell’uomo colo¬ rita di rosso. In un sesto frammento che può riferirsi ad una simile scena e costituisce l’angolo inferiore di una tavoletta, stanno le sole gambe dell’uomo colorite di ro.sso su spalmatura di latte di calce, quella dinanzi a piè fermo e quella indietro col tallone sollevato in atto di cammi¬ nare per seguire il cocchio. In tutti i sei frammenti le scene son volte a sinistra. XXVIII. E interessantissimo e mirabile per rilievo forte e vibrato, d’effetto scultorio, il frammento dato a fig. 27: ha dimensioni di cm. ii X ir, e rappresenta un giovane sopra il suo cocchio con la clamide allacciata dinanzi al collo e buttata dietro le spalle, protendendo il braccio dr. per reggere i destrieri. Spiccato realismo nel trattamento muscolare e anatomico del corpo umano; esecuzione vigorosa; stile severo del tempo verso la metà del v secolo, non ostante il convenzionalismo con cui è ancora espressa la coda equina. Tracce di rosso su latte di calce. Le divinità dell’Hades. Hades e Persefhone. XXIX. Fin dal 1847 negli Annali dell' Institnto a tav. F fu pubblicato un ri¬ lievo in terracotta della stessa Locri, il quale non altro è se non un esemplare dei nostri ex-voto. Sul trono stanno sedute una figura di donna e una di uomo : quella tiene nelle mani il gallo e un fascio di tre spighe di grano ; questa con lunga e copiosa barba, capelli cinti di corona d’alloro, tiene nella sin. un mazzolino di fiori Fig. 27. 174 di narcisso ; sono interpretate per i loro attributi come le due divinità dominatrici deir Averno, 1 lades-Pluton e Persephone. ‘ Della stessa rappresentazione abbiamo raccolto in mezzo ai nostri frammenti la parte superiore destra (in tre pezzi) di una tavoletta, munita dei due fori di sospen- Fig. 28. » sione ; essa contiene soltanto le tre spighe e i rami dei fiori di narcissc : il che dimo¬ stra come mancasse nel quadretto la presenza di qualsiasi offerente o adorante (fig. 28). Abbiamo dunque un cx-voto dedicato ad Ilades e a Persephone. Ci sono piccoli simili frammenti d’altre tavolette con avanzo delle spighe e dei rami di narcisso, attributi delle due divinità infernali. Un frammento in due pezzi restituisce invece la parte inferiore delle due figure sedute: quella di Ilades, in himation, sta a destra e porta nella mano dr. \xx\di phiale baccellata, mentre con la sin. stringe il gambo del ramo di narcisso; quella di Per¬ sephone, in himation e chitone a lungo kolpos, tiene la dr. a pugno chiuso per ' Roscher, Lexikon, Voi. I, col. 1796 e fig. a coll. 1797-98; Daremhero et SaGI.IO, Dict. des antiq., V. Proserpina. p; 697, fig. 5817. 175 — stringere il gambo del fascio di spighe, e l’avambraccio sin. piegato in alto per reggere il gallo a lei sacro. Un piccolo pezzetto esibisce le mani di Hades con la phiale e i narcissi. Due altri piccoli avanzi danno entrambi il petto della figura di Persephone col gambo delie spighe nella dr. e l’avambraccio sin. piegato in alto; sugli stessi fram¬ menti si vede anche la mano sin. della figura di Hades, che tiene il gambo del ramo di narcisso : residui di policromia. C’è un frammento con mano, phiale, coscie e parte delle gambe del dio. Un ultimo frammento dà solo le due figure dalle ginocchia a poco sopra il m alleolo. Hades, Persephone e Dionysos. XXX. Molto interessante è un gruppo di pinakes, di cui si ricostruisce inte¬ ramente la scena (figg. 29, 30 e 31). Fig. 29. 176 Il seggio, di tipo ionico, ha piedi con zampe di fiera e schienale che termina ripiegando in fuori a testa d’uccello. I due personaggi seduti hanno entrambi nella dr. la pillale, lavorata a sbalzo, mentre nella sin. l’uomo tiene un pomo, forse una Fi". .-^0. melagrana, e la donna un gallo (figg. 29 e 30). Di fronte a loro una figura virile in piedi, vestita di tunica talare a larghe maniche, e ravvolta ne l’himation, tenendo il pugno sin. chiuso, regge con la dr. il kanfìiaros a forma di calice metallico, com¬ piuto a graffito nel giro delle anse (fig. 31). E notevole che la tunica di questo lyy __ terzo personaggio sia adorna nel tratto inferiore di una fascia rossa tirata a pennello. Le tre figure sono eseguite nello stile arcaico del principio del v secolo : gli uomini con la barba in celeste e le carni in rosso, la donna col volto e le carni in bianco ; tutti hanno i capelli in rosso : anche il gallo è colorito di rosso : il kaniharos, le phialai in celeste. Codesti ex-voto misuravano 25 cm. di altezza e 22 di larghezza: in basso una semplice lista plastica, larga non più di un centimetro e mezzo, e coperta di celeste su latte di calce, costituiva il piano della scena: in alto il foro di sospen¬ sione, e grappoli d’uva sciolti o a festone, colorati in celeste. I tre personaggi ci sono desi¬ gnati con chiarezza pei loro carat¬ teristici attributi. II gallo è sacro a Persephone, quale dea infernale, come si è visto nei pinakes del tipo precedente, come altresì apparirà spesso sui no¬ stri anatheviata, e come il Gruppe ed altri ritengono ; ' la melagrana è attributo di Pluton e il kantharos di Dionysos : gli stessi festoni di grappoli d’ uva aggiungono alla scena uno schietto elemento bac¬ chico. Così che debbansi interpre¬ tare le tre figure dei nostri ex-voto come rappresentazioni delle tre di¬ vinità chthonie e infernali per eccellenza: Hades e Kore sul trono regale, quali dominatori sotterranei, e dinanzi a loro in piedi Dionysos : la scena è una conver¬ sazione sacra delle tre divinità chthonie. * Gruppe, Griech. Mytìi. u. Religionsgescìi., p. 675, nota 8. Fig 31- A7iso?im - Anno III. - 178 É noto come, dopo le riforme religiose di Epimenide, Dionysos prenda grande predominio nel culto di Eleusis e sia intimamente associato con Demeter e Kore: nell’Italia inferiore egli è il dio dei misteri orfico-dionisiaci, è il Dionysos Zavps’jc dei cretesi, lo Zeus dei morti, che gli orfici trasformano in dio mistico, il quale nella poesia religiosa e nelle credenze comuni si sostituisce a Pluton come re dei- fi inferno e come sposo infernale di Persephone. Fig. 32. La figura di Dionysos sulle nostre tavolette ci richiama al tipo del Dionysos ionico espresso nel bronzetto arcaico dell’Acropoli tra il gruppo sormontante il noto tripode, chiaramente illustrato dal Savignoni. ' Il pezzo che pubblico a fig. 32, di stile d’arcaismo progredito, pezzo che appar¬ tiene a codesto medesimo genere di tavolette votive, meglio d’ogni altro forse ci dà il tipo del dio pogonifes, col suo kantharos e con gli elementi vegetali a lui sacri qual dio deiidrites. Questa scena di sacra conversazione fra Pluton, Persephone e Dionysos nel- fi Hades, è molte volte ripetuta sui nostri ex-voto. Dei maggiori frammenti uno ragguardevole e ricongiunto da due pezzi, reca la metà superiore del lato sinistro della tavoletta fittile con la figura di Pluton, di cui il man- ' Monum. dei Lincei, Voi. VII, Tav. IX, n. i, p. 277 e segg. ; cfr. in Pkrrot, op. cil. Vili, p. 676 e 345 ^ P- 675. 179 tello copre il solo braccio sin. e passando dietro la schiena ravvolge la persona dalle anche in giù; Kore porta i capelli in cuffia rossa, e colorato in rosso ne è l’himation messo sopra il chitone, e questo è foggiato a lungo kolpos con grande rimbocco. Un altro buon frammento dà la parte superiore di Dionysos che sta di fronte alla coppia in trono dei dominatori dell’ Hades : l’himation è pure coperto di color rosso ; i lunghi capelli a l’arcaica sono cinti da larga benda che, passando al di sopra della fronte, gira da dietro la nuca intorno all’occipite per legarne la massa quivi raccolta, da cui esce libera una ciocca svolazzante giù pel collo, mentre da sotto la benda scendono presso le orecchie fino sul petto le Un fram¬ mento simile, dal gomito sin. a tutto il collo con la punta della barba, ha di note¬ vole che l’himation reca tracce di coloratura in giallo.' Hadcs-Pluioìi, Perseplione-Kore ed Hermes. XXXI. La fig. 33 fa conoscere una rappresentazione di gran lunga interes¬ sante : riproduce una tavoletta votiva frammentaria, di stile arcaico e di squisita finissima fattura. Dimensioni massime: alt. cm. 20; largii. 21 '/^. La scena è nell’ Hades, di cui a sinistra appare la porta, serrata da una im¬ posta che si rafforza con tre fascie orizzontali, fissate per mezzo di borchie e adorne di tre bulle ; e ciascuna di queste bulle ha la decorazione in rilievo d’una rosellina composta con giro di cinque punti intorno a un punto centrico. 11 disco che si vede nello specchio superiore dell’imposta starebbe a raffigurare la serratura, ed è ornato intorno col solito motivo di fiori di loto alternati con palmette ioniche su stelo a volute. Dentro l’ Hades un trono coi bracciali finienti a palraetta; e sul trono siede la coppia degli sposi divini che regnano nella regione delle ombre. A dr. sta la figura di Persephone con fermo e nobile atteggiamento, in tunica ionica di delicatissime pieghe e in mantello portato sulla testa a guisa del -/.pA^ìyvov: essa tiene nella destra una phiale metallica baccellata, e dal gomito sin. si vede il principio dell’avambraccio piegato in alto. La figura di Pluton in chitone ed himation tiene il kantharos nella destra. Di fronte alla coppia regale sta dritto Hermes nel suo solito costume del chi- tonisco e della clamide e con le ali ai piedi : il dio porta in braccio l’ariete e lo offre alle due divinità maggiori. ' Della medesima rappresentazione rimangono anche: à) avanzo del festone di grappoli d’uva con le teste della coppia seduta ; b') parte superiore della coppia seduta, priva delle teste; c) testa del personaggio vi¬ rile seduto ; d) testa e spalle di simile personaggio ; e) personaggio simile, da tutto il torace fino alla gola ; P braccio dr. e torace di figura simile ; g, lì) avanzi del seggio ; ì) residuo di panneggiamento della figura muliebre seduta e di quella virile in piedi; /) fram¬ mento col tronco dalle ginocchia al braccio sin. della figura virile in piedi. Sopra un frammento d’ima uguale tavoletta si vede la parte posteriore del¬ l’ariete col tronco di Ermete. f-'g. 3C Un altro avanzo in tre pezzi dà il coronamento dell’edicola che rappresenta l’ilades, con la cornice a fregio, terminante sui lati in mensola ionica a voluta: vi si vede anche la parte superiore del capo della dea seduta. ' In tutte le concezioni dei soggetti nelle nostre tavolette rappresentati, soffia lo spirito informatore della filosofia e delle credenze ultramondane dei Misteri-, cosi noi qui vediamo propriamente l’ Hermes sacrificante il montone,^ l’ Hermes ' Altri frammenti di ugual soggetto sono: a) due pezzi che si ricongiungono, con trono, parte inferiore della donna seduta e mano con kantharos dell’uomo; t) resto col trono e con la parte inferiore dei perso¬ naggi seduti (tracce di policromia in celeste, rosso e Irianco) ; c) avanzo del trono; tt) avanzo della porla; i) torso di Ermete con parte del montone. ^ (iRUPPE, op, cit., p. 1336. eschileo, la divinità infernale, divinità minore che si trova associata con le divinità imperanti nell’ Averno, quali Hades e Persephone, a cui presta adorazione e servigi. Hermes ed altra figura adoranti. XXXII. Non manca tra i nostri ex-voto la rappresentazione pastorale del dio kriophoros, la quale nell’arte greca già appare intorno al tempo delle guerre mediche. Fig. 34- Un frammento, in due pezzi, della parte sin. di un pinax (alt. cm. 14; largh. cm. 12 '/a) ci raffigura il dio alipede, ancora barbato alla maniera arcaica, proce¬ dendo verso dr. in chitonisco e clamide, portante il montone stìì toìv (óy.oìy, sulle i82 spalle, come la statua di Calamis, ‘ come il moscophoros dell’Acropoli di Atene ^ e i sileni kriopìioroiP Nel nostro rilievo Hermes è preceduto da una figura di donna, dinanzi cui rimane parte di uno sgabello sul quale si vede un piede umano (fig. 34). Questo piede può accennare alla figura mancante di Persephone-Kore, seduta in trono, alla quale starebbero dinanzi come adoranti l’ Ermete kriophoros e la figura muliebre. Hermes. XXXIII. Po stesso tipo di kriophoros, ma imberbe, nello stile ionico già evo¬ luto, è rappresentato in un pezzo di pinax (lato superiore destro: alt. mm. 67; Fig. 35- largh. mm. 97): rimangono il corpo del montone, e il petto, la testa, colorati in rosso, iron che il petasos della figura virile (fig. 35). Un frammento simile conserva il vigoroso corpo, colorato in rosso, del krio¬ phoros, meno la testa, il braccio dr. e gli arti inferiori; dal braccio sin. pende un lembo della clamide: del montone rimane soltanto la parte posteriore. Alt. cm. io; largh. cm. 8 (fig. 36). Qui la figura umana è già presentata di tre quarti, segno di stile molto evoluto. 5 Gaz. ardì., 1878, tav. VI; Mus. etnisc., tav. LXV, figg. I e 2. ‘ Pausanias, IX, 22, i. ^ CoLLiGNON, Sculpt. gr., Voi. I, fig. 102. XXXIV. Un resto in tre pezzi (fig. 37) con testa efebica di profilo a dr., colo¬ rata in rosso, petasos abbandonato dietro la nuca, clamide raccolta sulle spalle e cadente da ambo i lati dinanzi al petto, ci esibisce la parte superiore di Hermes che Fig. 36. sostiene il montone sv rat? àyx,àXai;, sugli avambracci, come nella coppa di Sosias del primo terzo del v sec., trovata a Videi ed esistente nel museo di Berlino. * In un pezzo della parte superiore di un’altra tavoletta rimane la testa del mon¬ tone di profilo a sin., e la calotta del capo, di profilo a dr., del kriophoros. * Rayet et CoLLiGNON, Hist. de la Cér. grec., p. 185 e fig. 74. XXXV. Tre frammenti che ricompongono Testremità di un phiax, rappresen¬ tano inv'ece il tipo di Hermes famigliare ai ceroplasti del v secolo, in piedi, posando la mano sinistra su la testa di un ariete che gli cammina di fianco. La figura del dio, sotto specie di sacrificante, procede in chitonisco e clamide verso sin. e manca Fig- 37- del capo, del braccio c piede destro: del montone mancimo le gambe anteriori (fig. 38). Alt. cm. ló'/j; largh. mass. cm. 9.' Tale composizione ricorda la terracotta di stile severo, proveniente da Tanagra e conservata nel museo di Berlino, nella quale è plasmato Ermete in piedi, che posa la mano sul capo di un montone collocato dietro di lui. ^ ' Altri frammenti del tipo; uno di cm. 8 X S. con tracce di celeste vivo nel fondo, reca le gambe di Ermete in rosso e il montone, del quale manca la testa e che ha avanzi di color celeste scuro sul corpo; un secondo di cm. 13 in alt. per 5 in largii, (estremo lato dr. di una tavoletta! reca l.i metà posteriore del montone e il profilo posteriore di Ermete dal tallone all'anca; un terzo dà il tronco di Ermete di profilo a sin. con l’avambraccio sin. e la mano sopra la testa dell’ariete; un quarto frammento d.à la mano di Ermete e la testa dell’ariete. ^ koscill''.R, Lexikoìi dei' A/ìd/i., I, cf)l. 243T. - i85 - XXXVI. Il tipo ionico di Hermes imberbe, in sembianze giovanili e nello stile severo, si trova su bellissimi frammenti di quattro tavolette, col largo fetasos alato, coi capelli espressi a piccoli globetti, col vestito a pieghe minute e ondulate, e Fig. 38. coperto delia clamide che, allacciata sotto il collo, scende dietro la schiena : il per¬ sonaggio è rappresentato come divinità chthonia col gallo simbolico sulla palma della destra, l’animale che facilita T ingresso delie anime all’Ade. ' " Gruppe, op. cit., p. 1321, nota 2. Ausonia - Anno III. 24 i8ò Tali frammenti sono: (?) metà superiore destra (in due pezzi) di pinax con foro di sospensione, riprodotta a tìg, 39: alt. cm. 12; largh. mass. cm. 13 '/j ; lì) due pezzi che si ricongiungono, contenenti la testa di Hermes e la mano col gallo mancante del capo ; c) pezzo con la testa di Hermes e la coda del gallo; d) parte posteriore del petasos alato e della testa di Hermes. 11 fondo delle tavolette conserva tracce di color celeste, le parti scoperte del corpo sono colorate in rosso, le falde e le ali dei petasi non che i galli in verde. Fig- 39- Nel frammento di tipo XY abbiamo già veduto Hermes psicopompo condu¬ cente ranima all’Ade, e qui noi lo troviamo essenzialmente raffigurato come /S'óvioc pel noto simbolismo del gallo, che al divin messaggero dà il significato di divinità intermediaria fra i morti e l’Ade, onde le anime sieno accolte ne la vita eterna. Probabilmente la figura del dio era associata ad altra rappresentazione di divinità maggiore, quale potrebbe essere Persephone, o Hades e Persephone insieme, in quel i87 - r^iodo che si è visto Ermete stesso adorante e sacrificante presso i dominatori della reggia sotterranea, con cui è intimamente collegato. Hermes yBóv.or è il compagno Fig. 40. di Pluton nell’ Inferno e ne è il Tupoo-TroXo; nella K-ópr,;; àp^ayr/ ; e l’inno orfico 28 lo celebra siccome Signore dei morti, con la invocazione « z.oipav£ .vv/itwv ». XXXVII. Un altro avanzo di pinax in due pezzi (lato superiore destro) reca un Hermes da l’inguine in su, anch’esso imberbe, giovanile e vigoroso, con la clamide di cui un lembo è raccolto sul braccio sin., lasciando scoperte le spalle e tutto il corpo, che è colorato in rosso: ha le ali in verde nel capo e porta il caduceo lungo il braccio sinistro (fig. 40). Dimensioni massime: alt. cm. 12; largii, cm. 8. Aplirodite cd Hermes. XXXVIII. In un superbo pinax votivo policromo, rotto in sei pezzi, di forma quadrata con lato di cm. 23, e munito di un foro di so.siiensione superiormente nel mezzo (fig. 41) è rappresentato un carro tirato a volo da due geni, de’ quali uno maschile ignudo, recante in mano la colomba, l’altro muliebre in lunga tunica te¬ nendo \' alabasfron. Sul carro sta una nobile figura di donna col corpo di prospetto in chitone dorico, coi capelli che scendono sull’omero, coll’avambraccio dr. disteso di fianco a pugno chiuso nella maniera arcaica, sostenendo con la sin. in attitudine di grazia il pcplos all’altezza dell’anca, e volgendo il capo di profilo a destra. Dietro di lei è nel cocchio una figura virile barbata in calzari e petasos alati, con clamide corta che dalla spalla sin. scende dietro la schiena ed è raccolta su l’avambraccio dr., lasciando scoperto il corpo : codesto personaggio è espresso interamente di profilo a sin. nel motivo, comune a l’arcaismo, di chi ha già posto il piede dr. sul carro ed è per salirvi. La tavoletta di terracotta era stata spalmata di latte di calce, su cui risaltavano il celeste vivo del fondo e il rosso brillante nelle figure e nel cocchio, colori dei quali sono rimaste le tracce : le alette del petasos e le ali dei geni son colorate di verde cupo, mentre lo stesso colore, che copriva le alette dei piedi e la barba nella figura virile, è sparito. 11 rilievo che nella originaria freschezza possedeva armonia e forza di colori, ha severità serena di linee, composizione sobria e ad un tempo piena di movimento, ed impone un mistico e quieto sentimento di arte nella soffice dolcezza dei geni librati al volo in contrasto con la grazia ancor rigida, ma ben modellata della donna e con la energia del divino conduttore. Nello stile si sente come una tradizione ionica, che meglio appare sulla figura di Aphrodite, la quale è più arcaica dei due geni e del- r Hermes. L’ Hermes che ci è qui raffigurato, quantunque sia ancora barbato come prece¬ dentemente al V secolo, si presenta già nel suo aspetto modificato dall’ influsso del¬ l’arte ionica, con la persona non coperta dalla clamide, con ali al petasos e ai calzari, e questi senza la consueta appendice stilizzata a risvolto anteriore : è il tipo dell’araldo degli dei, che a traverso la nuova concezione dei poeti assume a poco a poco forme giovanili sulle pitture vascolari a figure rosse di stile severo e di buono stile: egli non ha nè il nè la py.[iìio;. Assiste semplicemente e scorta rispettosamente una divinità che è salita sul proprio carro, in quel modo che nelle pitture de’ vasi appare con Zeus, con Dionysos e Arianna, con ApoUon, con Poseidon, con Demeter, con Athena. Il cocchio trascinato dai due geni alati ricorda la rappresentazione di Aphrodite sull’anfora lucana, dove la dea è figurata in un carro tirato di Himeros e da Pothos ’ Fig. 41. e l’altra pittura vascolare con la stessa dea al cui timone sono aggiogati due geni volanti/ Nell’arte antica de’ greci è tutto un ciclo di tali geni alati, maschili e femminili, a cui appartengono gli ’'IipojT£; e le Nlvcai e che sono, a dire d’Euripide,^ le TCvoxi ’A testa identica a quella della figura precedente. Fig. 56, a sinistra : lato destro di un pinax, in due pezzi. Persephone rappre¬ sentata come matrona, in piedi con tazza metallica a baccellatura nella sinistra, e il solito gallo sulla m. dr. alzata: sopra il chitone indossa l’ himation con portato sul capo, quale divina sposa di Hades-Pluton ; ha' orecchini a rosetta e stephane ornata di rosette. Altezza cm. 20. Medesimo stile d’arcaismo raffinato. 2o8 Fig. 56, a destra. Parte inferiore di Kore in chitone ed himation : tracce di color rosso. Il gallo simbolico è collocato davanti ai piedi della dea. Il frammento, alto cm. 13, formava l’estremo angolo inferiore destro di im pinax. Per quanto riguarda il chitone di questa figura, e così frequentemente usato sui rilievi fittili di Locri, è da notare il lungo rimbocco della stoffa che ne forma il yJA-oc nella maniera che ci è conosciuta per le statue votive di tipo femminile dell’Acropoli.' Lo stato delle anime nell’Hades. Dopo la morte, come i tristi che hanno consumata la vita operando con ingiu¬ stizia, empietà e violenza sono sotterra in espiazione puniti nel Tartaro tenebroso, così i buoni godono il premio delle loro giuste e pie azioni nell’ Elisio, dove si di¬ stende il solstizio e Persephcne regina ha rO-ip-z-rov .Srpóvov, dove la vita non è turbata, ma serena, tranquilla, senza lacrime, felice e bella. Tale, sotto l’influsso dei misteri eleusini e dei poemi orfici, è la concezione mistica dell’altra vita, nel modo che l’inno omerico a Demetra canta «chi non ha veduto i misteri non godrà sotterra»^ e le Baccanti di Euripide proclamano « felice è soltanto colui che conosce le "XErai 5ewv ».’ Onde in relazione al culto dei morti l’arte plastica e la pittura vascolare in¬ spirano i loro soggetti a mistiche scene elisiache, dove le anime appariscono vivere una vita che non le affatica, ma le fa godere serenamente e quietamente il meritato compenso, sotto la continua luce solare e presso le divinità che laggiù nell’Elisio hanno onore. E, come sui vasi funebri dell’ Italia meridionale, questa vita sotterranea dei buoni, simile a la lor vita terrena, ci è rappresentata con gli stessi elementi mistici sui nostri cx-voto. Seme di ahhigliaviento fnuchre. XLVIII. I.a figura 57 fa vedere uno de’ migliori e dei più artistici pinakes di Locri: è frammentario, in cinque pezzi ed ha la largezza di cm. 22 ed una massima altezza di cm. 18: coppia di fori in alto per la sospensione. Vi ha una semplice, purissima scena di abbigliamento funebre : una giovine donna, la defunta eroicizzata, in chitone ionico a corte maniche sta nel sepolcro come nella sua casa e si acconcia con la mano dr. la ricca, morbida, bella, fluente chioma, mirandosi allo specchio che tiene nella sinistra: di fronte una donzella in ' Cfr. I’ERRf)T, Ifist. de /'art, Vili, pp. 577-So e figg- 290, 291. ^ vv. 4S0-4S2. ^ V. 72. sejjg. — 2og — chitone con kolpos le porge V alahastron dei profumi e rappresenta la offerente che fa l’offerta alla defunta stessa. La solida correttezza del disegno manifesta mirabilmente con la delicata e ben finita cura delle pieghe nel panneggiamento e con la maniera minuta di trattare i Fig- 57- capelli la severa grandiosità dell’arte durante il primo terzo del v secolo, tra il 490 e il 480 a. Cristo. La tomba nella forma della casa, di stile ionico, è provvista di finestra. XLIX. Altri avanzi di pinakes accennano alla medesima rappresentazione della casa, ma con la sola figura principale verso dr. e nello stesso atteggiamento di pettinarsi. Sono i seguenti; d) avanzo in due pezzi: testa della donna con orecchino a cerchio : rimangono anche il polso e la mano che ravvia la capigliatura, e parte dello specchio; Ausonia - Anno III 27 2 10 h) pezzetto con avanzo superiore della testa muliebre, polso e mano che ravvia i capelli, orecchino a cerchio (tracce di color rosso) ; c) frammentino col braccio sin. e la mano che stringe il manico dello specchio dinanzi alla finestra, della quale si vede anche una mensoletta a voluta; d) frammentino con la mano sin. dinanzi alla finestra (mensola a voluta); la mano stringe pel manico lo specchio, che qui è perfettamente espresso di profilo, e non di prospetto come per convenzionalismo è sulle altre tavolette ; e) frammento in tre pezzi del lato destro di un pinax finemente eseguito: contiene parte del fregio, la mensola a voluta e Tornato verticale a greca della casa; parte della finestra con mensoletta a voluta, e il gomito del braccio sin. con la manica del chitone e il panneggiamento fin sotto alle ginocchia, appartenenti alla figura muliebre, la quale stava seduta verso destra: sotto la finestra corre un altro fregio a meandro: tracce di policromia in rosso e verde cupo; alt. mass. cm. 17; mass, largii, cm. ii. If. Fig. 58, a sinistra. Frammento con donna che s’adorna il capo specchiandosi; è la parte superiore sinistra di un pinax. La donna appare fin presso al ginocchio. Fig. 58 2 I I seduta verso dr., con chitone ionico a manica allacciata lunyo il braccio c a pieghe stilizzate: essa tiene lo specchio nella sin. e con la dr. si aggiusta al di sopra della fronte la stephane ornata di rosette : i capelli le scendono sopra le spalle alla moda del V secolo e porta orecchini a rosette. Dimensioni cm. 13X9- LI. Fig. 58, a destra. Avanzo in quattro pezzi della parte superiore destra di una tavoletta votiva. Della figura muliebre rimane il tratto anteriore dal naso alla vita: indossa un chitone senza maniche, ha lo specchio nella sin. e porta la dr. a l’altezza della fronte per adornarsi il capo. Sul grembo si vede la parte superiore di un gallo, attributo infernale che conforta l’ interpretazione del soggetto per l’ab¬ bigliamento funebre di una defunta. Queste scene di toletta prestano un soggetto artistico comunissimo ai pittori dei vasi funebri, e traducono nell’arte le volgari credenze intorno alla esistenza futura. Era occupazione prediletta delle donne nella dimora d’oltretomba l’abbigliamento personale, giacché tutta la vita spirituale della donna consisteva nella sua severa bellezza. Così i parenti, i congiunti, gli amici pietosi corredavano gli stessi sepolcri della suppellettile necessaria alle più raffinate cure e ai mi¬ gliori adornamenti del corpo; e quei medesimi oggetti che si mettevano ritualmente dentro le tombe, dovevano servire alle anime per gli umani bisogni dell’altra vita. con doni. Lll. Nell’angolo superiore destro di una tavoletta è rimasta la rappresentazione di una gio¬ vine donna fin pre.sso al go¬ mito, rivolta a sinistra (fig. 59): i capelli, bipartiti sulla fronte e cadenti sopra le spalle, sono cinti di stephane adorna con perle incastonate ; gli orecchini han foggia di cerchielli ed una finissima collana di perline, eseguita con estrema cura, pende da un esile filo intorno al collo : chitone ionico con manica allacciata lungo il braccio. Di stile un po’ rigido, ha ancora evidenti segni della tradizione 2 I 2 arcaica per gli zigomi troppo pronunciati. La ragazza porta nella sin. la cassettina degli oggetti di toilette, e nella dr. lo specchio, doni ch’essa reca per altra donna che le stava di fronte. Contrapposto alla giovine offerente si vede un gallo di profilo a destra, ma non si capisce bene, per le condizioni del frammento, se il gallo, invece che reale, sia artificiale e cioè riprodotto come plastico e messo sopra un sostegno. Alt. mass, cm. 12, mass, largii, io '/a- La scena è incorniciata da un sottile filetto in rilievo. Un frammento simile, ma con margine liscio, reca la medesima figura, dello stesso stile : non ha la collana ed è più manchevole, essendo tagliata sotto le dita della mano che presenta lo specchio. Mass. alt. cm. g, largii, mass g '/j- Tipi di ancelle. LUI. L’avanzo in due pezzi della parte superiore sinistra à&VC ex-voto pubbli¬ cato a fig. 6o, reca un personaggio muliebre col corpo di prospetto e il capo di Fig. 6o. profilo a destra. La donna porta i capelli divisi sulla fronte, ravviati e raccolti dietro l’occipite con legamento di un nastro a tre giri. L’occhio è eseguito in semplice - 213 — rilievo a mandorla e l’espressione del viso ha caratteri di transizione allo stile se¬ vero. Il personaggio sostiene con le mani all’altezza degli omeri la stoffa quadran¬ golare di un mantello piegato per metà, e ripiegato nel tratto superiore, in modo da sembrare che ravvolga il drappo per custodirlo o lo spieghi e stia per conse¬ gnarlo ad altra persona che era forse nella parte mancante del pi- ìiax. Mass, altezza cm. 13, largh. mass. 1 2 Yj- Un altro frammento in due pezzi, il quale si riferisce ad una tavoletta di ugual soggetto, compie la figura precedente, dandone la parte inferiore, col pesante chitone dorico a poche e grosse pieghe, col piede destro quasi di prospetto e col sin. di profilo a dr., come se la persona fosse in atto di muo¬ versi verso destra: alt. cm. 12^ largh. 7 7, (fig. 61). Del lato sinistro di altri simili pinakes restano quattro avanzi ; il primo col braccio dr. e parte della stoffa che la figura regge nelle mani ; il secondo con l’estre¬ mità della stoffa e un po’ del corpo femminile ; il terzo e il quarto cia¬ scuno colla parte inferiore della donna. LIV. Del medesimo stile e della medesima fattura, anzi, si può dire con piena certezza, della stessa mano è la giovine donna riprodotta a fig. 62 ed appartenente al lato destro di un ex-voto. Fanno confrontare in modo esatto questa figura muliebre col tipo delle altre ora esaminate (figg. 60 e 61) le stesse dimensioni, l’uguale trattamento nelle pieghe del chitone, l’occhio identicamente eseguito di prospetto in semplice rilievo a man¬ dorla, la simiglianza nell’acconciatura e nel legamento dei capelli, non che nel profilo del volto, una stessa maniera di esprimere con forza le narici, le labbra, il seno. Anche gli orli che inquadrano la tavoletta sono simili nelle figg. 60 e 62 : non solo, ma sul rovescio di entrambi i frammenti si vedono nella stessa guisa le im- pronte dei polpastrelli delle dita sulla creta molle per premerla nella forma, onde ricavarne bene la stampa del soggetto. Si potrebbe cosi rite¬ nere che i due frammenti apparte n e s s e r o ad uno stesso piiiax, o almeno si può supporre che le due donzelle insieme facciano parte della scena di tal ge¬ nere di cx-voto : forse la se¬ conda giovane è un’altra ancella, e nel mezzo do¬ vrebbe trovarsi la figura principale. In ogni modo la ra¬ gazza di questo tipo LIV", espressa con rilievo spic¬ cato e con sicura perizia, è pur sempre notevole per lo studio del costume che porta. Sopra il chitone indossa una spece di mantellina, la quale pare cucita meno che nel¬ l’apertura laterale che fa passare il braccio sin. e la¬ scia scoperto il petto già chiuso nel chitone. E una sopravveste, un epiblcma, che cade con lungo lembo a coda di rondine nella maniera convenzionale dei lembi del mantello delle Korai di Atene. Di una figura identica e uscita dalla stessa forma un altro frammento dà soltanto la parte inferiore. Fig. 62. 215 Fig 63 accudisce alle faccende domestiche nel gyneceo, aprendo il coperchio (nòiy.o'.) di una cassa (■/U^cotó;) per riporvi un pezzo di stoffa, un peplos, diligentemente piegato. Tale è il contenuto di un ex-voto in undici pezzi con coppia di fori per sospen¬ sione, alto cm. 26 e largo 21 Yz (fig- 63): della graziosa tavoletta manca solamente Sce?ia di gyneceo LV. La defunta in sembianze di donzella, vestita del peplos con apoptygvia, i capelli calati a ciocche sulla fronte, chiusi e annodati sul capo nel z.òx.p’j'&v.Àoc ionico. l’estremità superiore laterale destra. Qui la defunta è rappresentata nella semplice e quieta serenità delle sue intime occupazioni domestiche, a cui nella vita terrena era adusata. Dietro la giovane sta un mobile a sedile, ornato di una colonnina ionica. Alle pareti della stanza sono appesi in alto a sin. un kalathos (che è capovolto), uno specchio e la lekythos, i quali oggetti son propri a determi¬ nare il gyneceo, sia il cesto ove la giovine donna poneva la lana per filare, sieno lo specchio e il vaso dei profumi per rabbigliamento personale: a dr. è parimenti appeso un kantharos. La /.[[jwró; è decorata di meandro nelle intelaiature e nelle gambe, finienti queste a zampe con artigli ; e porta sulla faccia una zona con due me- tope e un triglifo. T.e metope hanno ciascuna una scena or¬ namentale in rilievo con due personaggi di tipo arcaico ; a sin. è un episodio della Gigan- tomachia e cioè Athena atter¬ rante un Gigante^ a dr. un giovane che afferra per il polso (é-: zap-èi) una donna e la perseguita. Questa seconda scena si trova ripetuta sopra un diverso frammento di tavoletta, come soggetto decorativo nello specchio inferiore di un altro mobile a cassettone, che nella parte superiore è costruito in foggia architettonica coi due soliti finestrini e le mensolette ioniche (fig. 64). Il fondo del nostro interessante piiiax ha tracce di celeste, la figura femminile di rosso, la di verde cupo : gli oggetti appesi alla parete sono in bianco. Stile ionico d’arcaismo progredito, raffinato, elegante. Un altro pinax frammentario e in sei pezzi ripete la identica rappresentazione : manca tutta la parte inferiore dalle metope della /a[i(o-óc; in giù ; mancano pure l’angolo superiore sinistro e l’estremo lato destro : rimangono il bocchino della lekythos, il kantharos (meno il piede) e la figura muliebre fino alle ginocchia, essen- Fig. 64. - 2 17 - (ione perciuto il viso e la mano sin. per scrostamento della superfice: della manca parte del coperchio, e al di sopra del noto fregio di essa è il comune ornato ionico di quattro palmette in piedi, chiuse nello stelo a spirale e alternate con fiori di loto stilizzati. Alt. mass, e mass, largh. del frammento cm. 19 '/z- Choros di donzelle che fortano offerie ad tina figura imdiebre seduta. LVI. Codesta scena si ricostruisce da molti rottami di parecchie tavolette simili (figg. 65-69). Sopra un semplice seggio quadrangolare a pareti liscie e colorate in rosso sta rivolta a destra una giovine donna che veste un lungo chitone con orlo in fondo a stoffa ripiegata, con apo- ptygma e kolpos: ha i capelli divisi sulla fronte e ravvolti in un panno purpureo, che è legato a cuffia die¬ tro l’occipite e cinto intorno da una benda: essa tiene fra le mani una ghirlanda che pare di stoffa, come si vede sul bassorilievo di Thasos." Tre fanciulle procedono verso di lei in choros tenendosi per le mani : vestono tutte il medesimo costume dorico e tutte sono nella stessa guisa pettinate e con la cuffia chiusa e cinta di stephane model¬ lata a diadema. L’ultima figura di destra e quella di mezzo si guardano in volto, mentre per simmetria l’altra donzella guarda la donna seduta : le tre fanciulle sono rappresentate col seno di prospetto a forme pro¬ nunziate : le gambe aperte a gran passo nella maniera arcaica, lasciano raccogliere in mezzo e cadere pesantemente a fascio le pieghe dell’abito, esprimendosi così anche la rapidità del cammino. ' Perrot, Hist. de l'art, Vili, fig. 154 a p. 352. Ausonia - Anno III 28 2i8 Nei quattro personaggi le robuste forme corporee traspariscono da sotto le tuniche. I corpi sono un po’ tozzi e nel profilo dei volti è ancora l’impronta del¬ l’arcaismo cogli occhi di prospetto e a mandorla in rilievo. La prima donzella, di fronte alla donna seduta, porge a questa il kalatìws e l’ultima reca X alahaslroii. Policromia in rosso e bianco su fondo celeste. Anche questa scena si può genericamente interpretare per una offerta di doni alla defunta, nessun elemento specifico autorizzando a ritenere come divinità la donna seduta. Di tali ex-voto, abbastanza numerosi, ci rimangono i seguenti avanzi : a) frammento in due pezzi con la parte superiore della donna seduta; si ve¬ dono anche il braccio dr. col kalatìws, il lembo deXX apoptygma e il profilo del viso della fanciulla che le sta di fronte (fig. 65); h) frammento simile in due pezzi con la parte superiore della donna seduta, fino alle ginocchia e meno la testa; vi è anche il tronco della fanciulla che le sta di fronte ; Fig. 68. 2 20 c) frammento in tre pezzi col petto, le braccia, la ghirlanda, il seggio e la parte inferiore della donna seduta; più il tronco da sotto il seno alle ginocchia della donzella che le sta di fronte (fig. 66); Fig. 69. d) altro frammento in tre pezzi con la figura seduta, meno la testa, l’avam¬ braccio sin. e la ghirlanda: della fanciulla che le sta di fronte rimane il corpo dalla cintola in giù (fig. 67): 22 I e) frammento in quattro pezzi col choros delle tre donzelle : della prima manca il capo e tutta la parte destra; della seconda manca la testa soltanto, mentre del¬ l’ultima rimangono le gambe e i piedi (fig. 68) ; /) frammento in tre pezzi col gruppo delle donzelle, di cui l’ultima intera¬ mente, quella di mezzo con la testa, il petto, il braccio sin. e il profilo dell’abito fino al piede sinistro ; della prima rimane il solo braccio sinistro : altezza del pinax cm. 2 1 7^ (fig. 69); g) frammento in tre pezzi con tutta la figura della donzella che reca Vala- bastron, meno la testa e il piede destro.' L’albero dell’Hades. Il ripostiglio degli anatheììiata di Locri ci rivela una feconda, inesauribile ric¬ chezza di soggetti intorno alla mistica e filosofica concezione che gli antichi ebbero della vita ultramondana nell’ Averno e delle divinità che agli Inferi presiedevano. Gli artisti minori che al misterioso pensiero metafisico della cultura spirituale e religiosa ionica davano forma sensibile e rappresentativa nelle loro modeste officine industriali, trovarono forza più efficace in quegli elementi stessi e in quello stesso studio della vita terrena che il popolo sognava, sperava e credeva seguitasse perenne, dopo la ineluttabile morte, nel regno sotterraneo. Così che il più spiccato e il più evidente carattere stilistico dei nostri ex-voto sieno uno sc’nietto realismo e un ve¬ rismo semplice, temperati dalla correttezza delle forme, dei mezzi e della tradizione artistica. Da tutte le composizioni scaturisce il sentimento della verità reale e vissuta, sentimento meglio espresso e rinvigorito colla policromia artificiale, che ravviva le scene, correggendo la fredda crudezza monotona della materia, e dà al fondo di esse la luce brillante del cielo. E un’arte spontanea, fresca, ingenua, semplice che come chiara fonte montanina zampilla purissima da l’anima del popolo, anima forte che sempre rinverdisce e si rinnova come quella che rappresenta la verità più candida, senza artifizi e senza preoc¬ cupazioni, la realtà più pura senza ricercatezze, senza disarmonie e sproporzioni fra gli ideali che inspirano i soggetti e i mezzi che loro danno forma. Per modo che le superstizioni volgari e le pub’oliche credenze sieno tradotte in una espressione ’ Sono frammenti minori dello stesso tipo : lì) dorso della donna seduta ; ì] gomito e lembi Aelìì apoptygrna di simile figura; j) estremo lembo posteriore della tunica, parte delle gambe e del piede sinistro di figura simile; k) testa, probabilmente appartenente alla don¬ zella che porge il kalathos\ l) avambraccio e inano col kalathos-, ni) braccio col fondo del kalathos', n) pan¬ neggiamento, appartenente al tratto inferiore delle prime due donzelle ; o) parte inferiore del panneggia¬ mento della donzella di mezzo con avanzo del piede sinistro ; p) piede sin. della donzella di mezzo e piede dr. den’ultima; q) volto deH’ultima donzella. facile e naturale, e le idee trascendentali ritornino nella loro manifestazione mate¬ riale alla vita umana d’ogni giorno. Ji se la grande arte, l’arte nobile ed aristocratica, si mantiene più rigida con¬ servatrice degli austeri ideali religiosi e civili nei soggetti da essa trattati, e rimane più tenacemente fedele e vincolata ai canoni delle scuole ; l’arte minore, che nel Fig. 70. popolo e per il popolo sorge si rafforza e fiorisce, corre più libera e più fertile, più ardita e più innovatrice, e prende nutrimento e arricchisce dall’arte infinita che è nella natura. Cosi tra il realismo e il verismo, a cui è temperatamente improntata la esecuzione dei rilievi di Locri, spunta come forza nuova dell’arte il naturalismo. LYII. Mirabile, singolarissima per il soggetto è una tavoletta che si è potuta frammentariamente ricomporre da otto pezzi (fig. 70); misura cm. 25 di altezza ed 223 era poco più larga. Stampata a rilievo molto basso, rappre¬ senta nel mezzo un bellissimo albero di grosso fusto, che si apre in lunghi ed esili rami, i quali in cima si biforcano. E un lavoro così fine che pare uno stucco. A sinistra una donna in chitone ed himation sta in piedi e facendo grembo colla falda dell’abito portata innanzi per la mano sinistra, alza la destra in atto di coglier frutti: ai piedi della figura è un ele¬ gante kalathos dove porre il raccolto. A destra siede un’al¬ tra donna in chitone a kolpos e con l’hiniation rosso a pó. fig. tì. 'TTpuj^oi, che le ravvolge la parte media del corpo. Codesta scena piena di natura¬ lismo e di grazia è ripetuta sopra'°’due pezzi che si ricongiungono, nei quali restano il kalathos e la parte inferiore della donna seduta. Un frammento, uscito dalla stessa forma, contiene il fu¬ sto dell’albero, la mano sin. e un tratto del panneggia¬ mento che copre le gambe della donna seduta. Un altro avanzo dà il solo seggio con la punta dell’hi- mation. La figura principale seduta pare tenga qualche cosa tra le mani, che non si vede bene sui frammenti rimastici, forse un serto ritoccato a graffito. — 224 — Abbiamo qui insieme con un’ancella la morta idealizzata nell’Elisio sotterraneo: essa è nel soggiorno delle anime pure, essa è felice e beata nel giardino fra i sacri prati e i boschi di Persephone, dove spirano aure oceanine e crescono fiori d’oro, dove è eternamente il sole, ombreggiato da l’albero dell’incenso, luogo nel quale i Fig- 73- giusti si divertono con giuochi e con esercizi, e s’intrattengono passando il loro tempo in uno stato di piacere. EVITI. Nella fig. 71 si vede un frammento di rappresentazione simile alla pre¬ cedente, ma di diversa fattura e con naturalismo più accentuato : l’albero porta le foglie e insieme i frutti, e di questi la donzella sta per spiccarne uno, avendone già colmo il grembo. Così la fig. 72 riproduce un bell’avanzo d’albero d’ugual genere con fusto, rami, foglie e frutti ; sembra un melograno, l’albero sacro a Pluton : fu per aver mangiato il chicco di melagrana nell’PIades che Persephone non potè più ritornare per sempre presso la gran madre Demeter, dovendo per decreto di Zeus passare una parte dell’anno con lo sposo infernale. 225 LIX. Pare che appartenga a un terzo tipo del medesimo soggetto la giovine donna riprodotta a fig. 73 e di cui rimane la parte superiore con una pila hisoria nella mano sin. e frutta che sembrano pere o pigne nella falda della veste. Porta il costume dorico con apoptygma ed abbottonato sopra la spalla destra: ha orec- Fig. 74. chini a rosetta e il y.£z.p'j^a};o; ionico in testa. Il frammento è congiunto da due pezzi. Un altro frammento, pure in due pezzi, restituisce la parte inferiore di una figura simile con costume eseguito nello stesso modo a : ai piedi della donna sta parzialmente il kalathos ricolmo di frutta d’’ugual natura (fig. 74). Questo tipo di donzella si confronta con quello che abbiamo esaminato neW ex¬ voto di tipo XLIII a fig. 48.' Il sentimento d’imitazione della vita naturale si manifesta ancora più spinto su due frammenti interessantissimi di rilievi qui pubblicati (figg. 75, 76). ’ Noto qui incidentalmente un pezzo, di rilievo innanzi il lembo con la mano : appartiene al lato si¬ piatto, che presenta la parte media di una figura fem- nistro di una tavoletta, minile, la quale fa grembo dell’ himation tirandone Ausonia - Anno III. 29 — 22Ò f ig- 75- Arche con vasi e ceste. l.XIl. Buon numero di rottami appartiene a piccoli pinakes, dove è soltanto rappresen¬ tata nnarca e cioè una spece di armadio fatto come un tavolo a cassetto (Àzpvy.;, Il LX. 11 primo, ricomposto da tre pezzi, rappresenta l’alta ramitìcazione di un albero con foglie e frutti, sul quale stanno due g'alli e una gallina: sono gli animali del cortile della casa, quasi che nei rilievi di Locri si possa rintracciare tutto il mcìiage della vita domestica con (juel naturalismo che sarà molto più tardi il carattere brillante e vivo deU’arte ellenistica. LXI. Il secondo, assai più interessante, ci fa vedere una giovinetta che s’è arrampicata ad un ramo d’albero, il quale cede e si piega al peso; essa tenta di prendere cautamente un in¬ setto che se ne sta, sopra un ramo vicino, a beccare una foglia: l’insetto pare una locusta. Fig. 76. — 227 mobile si apriva alzandone il coperchio, che a sua volta, quando rimaneva chiuso, ser¬ viva come piano del tavolo. Ne usavano le donne nel gyneceo per custodirvi dentro gli abiti e posarvi sopra i recipienti ne¬ cessari a la toletta e i cesti di lavoro. La fig. 77 ne ritrae un esemplare frammentario e ri¬ composto da quattro pezzi : misura 19 cm. in altezza e 15 in larghezza. Come tutti gli altri esso è costruito in foggia architettonica con mensolette ioniche in alto lateralmente, e semplice fregio di cerchietti nella costa del Tròica o coper¬ chio ; sulla faccia del cassetto sono simulate come motivo or¬ namentale due finestrine di tipo ionico, e le gambe qua¬ drangolari finiscono, come di consueto, con piedi a zampa di fiera. Sopra il mobile sono collocate nel mezzo due ceste di vimini, l’una sovrapposta a l’altra: di qua e di là delle ceste una coppia di vasi, e cioè un ala- bastron e un orciuolo a sinistra, una lekythos e un altro alabastron a destra (v. framm. a fig. 78). La presenza del gallo sotto il mobile, attributo infernale e attributo di Persephone, fa credere che questo gruppo di ex-voto stia a figurare una sim¬ bolica e pietosa offerta degli oggetti necessari per rabbigliamento sia di una defunta o sia pure della divinità chthonia muliebre, al culto della quale i nostri rilievi alludono. Tempietti. I.XIII. Abbiamo anche qualche raro avanzo della rappresentazione di tempietti, nei quali sono associati elementi architettonici Fig. 78. 228 Fig- 79- d’ordine dorico e ionico. Nella tìg. 79 è dato il frammento superiore medio di una piccola tavoletta con avanzo di àÉTwu.a d’edificio, recante parto del T'ji^.Tuavov col ysfcov inclinato di destra, decorato da palmette ioniche incluse nel duplice stelo ed alternate con fiori di loto sti¬ lizzati : nel fastigio è fissato un tipo arcaico. Altezza cm. 57o, larghezza 772- Tracce di policromia. 11 frammento in due pezzi, dato a fig. 80, ed appartenente al lato superiore sinistro di un piiiax, ripete la parte sinistra di un simile tempietto col yìl'jov, il ■/.'jvztvjv, l’angolo del frontone con perle ed astragali, il fregio dorico a triglifi e metope, i dentelli nell’architrave; Vabaciis, il capitello c il principio del fusto scannellato di una colonna ionica. Altezza cm. IO, largh. 6, E da notare la stranezza dei dentelli posti nell’architrave invece che sotto il yò'rrov, stranezza dovuta certamente alla inesperienza dell’artefice. Finalmente un più cospicuo avanzo, ri- congiunto da quattro pezzi e pubblicato con la fig. 81, rappresenta la parte supe¬ riore di un edificio col frontone avente nel mezzo del timpano un triglifo tra due co¬ lombe affrontate: alla estremità destra è l’accenno di un à/.pfor/ipvjv a palmetta. .Se¬ guono il fregio dorico con triglifi e metope, e all’estrema destra Vahaciis e il capitello ionico. Coppia di fori di sospensione nel mezzo in alto : policromia in rosso e ce¬ leste. Mass. alt. cm. -j' p. larghezza mass. 12. Anche qui è da osservare come il triglifo messo nel mezzo del timpano non sia che una bizzarria, senza significato, dell’artefice. Fig. 80. 22g Ho così compiuto^ come mi è stato possibile, l’esame dei rilievi frammentari di Locri e la laboriosa lunga fatica di cercarne e ricomporne i soggetti dalla molti¬ tudine confusa dei numerosissimi pezzi. Dei quali tuttavia non pochi restano senza che insieme ricostruiscano figure di scene sufficientemente significanti. Ma questi Fig. 8i. stessi frammenti dispersi non sono meno interessanti e meno belli, come appare dai tre esempi di cui riproduco la fotografia nella fig. 82 : rappresentano una giovine donna in trono, un giovine lyricine di tipo efebico' e una suonatrice di doppia tibia. * * Questa rassegna dei rilievi fittili di Locri ci fa indubbiamente credere che esistesse presso il ripostiglio un luogo ragguardevole di culto, al quale traesse con fervore e con numerose offerte la moltitudine. Nè soltanto pinakes portavano i fedeli al tempio, ma, come risulta dalle sco¬ perte fatte nello stesso deposito, imagini sacre in coroplastica; oggetti di terracotta, come sfingi, galli, frutta, sfere, phialai\ piccoli bronzi, dei quali uno (che è andato disperso) effigiava la sfinge ; vasetti di vetro smaltato e ceramiche corinzie, italo- ’ Sopra un altro piccolo frammento con parte della stessa rappresentazione del lyricme si vede a dr. la testa di un gallo. — 230 -- corinzie, arcaiche a figure nere e di stile rigido a figure rosse, lekythoi funerarie, un insieme insomma di varia suppellettile che dal vii secolo si estende fin verso la metà del v sec. a. Cristo, e collegandosi col simbolismo mistico-religioso-funebre lidie tavolette formava la stipe votiva. l'ig. S2, Ma qui io mi sono occupato dei soli rilievi, mosso dalla necessità di far presto conoscere e mettere senza indugio a disposizione degli studiosi il copioso mate¬ riale di tal mirabile e preziosissimo genere d'anaiìicniata, genere che costituisce anche una novità del più alto interesse archeologico. E tuttavia da notarsi che, oltre ai due frammenti già da lungo tempo pub¬ blicati negli Annali dell' Insfitnto, si trovano altri avanzi degli stessi pinakes a r.ondra e ad Heidelberg, ma sono rimasti ancora inediti e provengono tutti da Locri. 231 E nuova messe farà l’illustre Paolo Orsi cogli odierni scavi ch’egli pratica intorno al ripostiglio e in quella ricchissima zona archeologica. A lui è affidato il compito di illuminarci coi risultati dello scavo sulla natura del culto a cui si rife¬ riscono gli anathemata, di scrutare negli intimi misteri di quella religione antica, di trovare il tempio stesso, dove le nostre tavolette erano appese e brillavano dei loro vivi e forti colori, stimolando nei pietosi la fede mistica delle loro credenze. Noi non possiamo esattamente determinare qual culto si nasconda nel significato dei nostri ex-voto : solo sentiamo che in essi aleggia tutta una filosofia misteriosa, tutta una mistica superstizione sul destino umano oltre la tomba; forse noi pos¬ siamo arguire che l’anima dei molteplici artisti, dalle cui officine uscivano i singo¬ lari quadretti sacri, che l’anima stessa dei fedeli, i quali li acquistavano e li por¬ tavano in offerta al tempio, fosse imbevuta delle idee sulla vita futura e sul regno dei morti, quali erano rappresentate nei misteri eleusini, nelle dottrine orfiche e in altre credenze del genere. A quanto sembra si può tuttavia pensare con buon fondamento che le singolari tavolette votive provengano da un tempio di Hades e Kora, o di Kora solamente, anche considerando che in contrada Mannella, ove fu trovata la .stipe votiva, è indicata sulla carta archeologica di Locri la Necropoli, nelle vicinanze della quale può supporsi sia esistito un santuario dedicato agli Inferi, al mondo sotterraneo, all’Hades e alle sue divinità, fra cui principalissima Persephone-Kora. Tra gli esseri divini noveriamo sui nostri rilievi le rappresentazioni di Hades- Pluton e Persephone-Kora, dominatori dell’ Averno ; di Dionysos chthonios, Hermes, Eros e Aphrodite, forse di Demeter: Il culto a Persephone è chiaramente attestato, e pare sia anche raffigurato il rapimento di lei per opera di Pluton. Dubbia ri¬ mane la interpretazione della scena con la cista mystica (tipo XLI). Le altre rappresentazioni per la maggior parte sembra si riferiscano agli Inferi, alla partenza per l’Hades (scene di ratto), alla lor vita elisiaca e al loro culto. Così parrebbe che nel regno della Oscurità proceda la giovine donna che riproduco a fig. 83, da un avanzo di tavoletta in tre pezzi: essa rischiara le tenebre degli antri sotterranei a traverso la grande via cava dell’Hades con la fiaccola che porta nella destra. Nell’angolo superiore sinistro del pinax cammina di gran passo una piccola figura di donna che, nella solita maniera a noi nota, trae innanzi al volto l’hima- tion come per coprirsi: è forse l’sSc-Aov, l’anima di una defunta? Ma la scena non è compiuta: la tavoletta frammentaria accenna di avere un’altra lunetta simmetricamente nell’angolo superiore destro, dove forse si ripeteva la stessa o un’altra rappresentazione simbolica; così che il soggetto di questo ex¬ voto non si può interpretare con sicurezza. Così fra le ipotesi sarebbe forse ancor — 232 lecito affacciare quella che s’abbia qui a vedere nella figura con la fiaccola Hekate, la quale scenda messaggera di Zeus nell’llades a ricercare Persephone e ad an¬ nunziare a Pluton il decreto di Zeus che Persephone sarebbe rimasta parte del¬ l’anno con la madre e parte con Pluton. Fig. 83. T')el resto rermcneutica dei nostri anathemata rimane involuta in molte diffi¬ coltà e presenta spesso problemi diversi che col tempo per nuovi rinvenimenti, per nuove scoperte e per nuovi dati sussidiari si sapranno risolvere. E pur sempre e soprattutto notevole la caratteristica importanza che assume nelle diverse rappresentazioni il gallo, come attributo infernale e attributo di Per¬ sephone; non mancano anzi tavolette che effigiano da solo codesto animale, il cui simbolismo si perpetuerà nel gallo vigilante del cristianesimo. Tutto il ricco e singoiar materiale insomma che abbiamo potuto raccogliere e conservare nel museo di Taranto, offre già intanto di per se stesso campo a più larghe conoscenze del simbolismo ellenico, della plastica fittile antica e delle in-r fluenze degli artisti ionici neU’Italia meridionale. Così che il felice e fortunato acquisto 233 — che si è potuto concludere per le collezioni antiquarie dello Stato, torni ad onore della Direzione Generale per le Antichità e le Belle Arti e del Ministro della Pubblica Istruzione, che senza indugi e con illuminata premura hanno approvato la spesa necessaria. Fig. 84. Si può dire che la produzione dei pinakes che noi possediamo, rappresenti uno svolgimento di stile d’un cinquantennio, dallo scorcio del vi secolo fin quasi verso la metà del v sec. a. Cr., e segni un periodo d’arte di transizione dalle ri¬ gide forme arcaiche alle forme evolute e più libere dell’arte che si rinnova. Ed è speciale carattere stilistico dei nostri rilievi vedere appunto quasi sopra ogni sin¬ golo esemplare la persistenza dell’arcaismo in un tempo già alquanto avanzato, anzi il contrasto fra la tradizione della maniera ionico-arcaica e la tendenza continua a Ausonia - Anno III. 30 234 perfezionare le forme verso l’ideale di una libera spigliatezza, di un realismo sobrio, forte, vigoroso, di un sentimento fresco e spontaneo del bello fisico e del vero. Ai tratti rigidi, schematici dell’arcaismo e al suo convenzionalismo si va asso¬ ciando e sostituendo la morbidezza delle linee e la evidenza delle fattezze corporee, vivifica,te dal trattamento energico, realistico delle masse muscolari: la espressione dei volti acquista a poco a poco con la correttezza del disegno una serenità severa ed estetica: il naturale movimento o la quieta posa delle figure sono mirabilmente corroborati ed espressi dalle pieghe degli abiti, nella esecuzione delle quali sono impiegati e fusi insieme il più armonico equilibrio, la più minuziosa cura e la più vaga eleganza, tanto da ottenerne effetti di vera bellezza, di naturalezza sicura, di spigliatezza ormai agile ed esperta nel disegno. La composizione delle scene, ricca per la fertile imaginazione ionica, dà ai diversi quadri un senso schietto di vita, animando quasi di sentimento umano i personaggi nei contrasti o nella tranquillità delle loro azioni, sentimento che tal¬ volta è spinto fino alla chiara espressione del "xSoc. E tutte codeste piccole opere di autori industriosi, modesti e sconosciuti, che dopo ventiquattro secoli destano la nostra ammirazione, ci rivelano una attività laboriosa, instancabile, ricca, paziente nei particolari delle vesti, delle acconciature e degli abbigliamenti personali, non che delle suppellettili e degli arredi di casa, per cui riescono oltre ogni modo interessantissimi ed istruttivi. Ogni più piccolo frammento colpisce di vaghezza : per convincersene basta gettare lo sguardo sulla fig. 84 che riproduce alcune testine, dalle quali spira una maestria sicura di arte, dove Tanima umana riposa nei godimenti della bellezza. E quest’arte valorosa che dagli effetti della policromia artificiale trae miglior forza e più gaia apparenza, e che alle opere delle arti maggiori si inspira nelle forme e nei soggetti, è condotta, si svolge e procede come la pittura vascolare nella quale trova perfetto parallelismo. O. Quagliati. — 235 — LA BASE MARMOREA DI VILLA PATRIZI (Tav. VI-VllI). Dalla scomparsa della bella e pittoresca villa romana che, all’angolo tra via No- mentana e il viale del Policlinico, sta per cedere il posto al grande palazzo per la Direzione generale delle ferrovie, ancora una volta è confermata la verità dell’adagio che i mali non vengon tutti per nuocere. Con ciò non voglio dire che le scoperte archeologiche fatte nel sottosuolo della Villa Patrizi valgano a compensarne la di¬ struzione ; ma poiché di scongiurar questa non fu possibile, non possiamo negare che gli scavi abbiano giovato a farci conoscere la topografia di un bel tratto del¬ l’antico suburbio, ' non che a fornire un modesto ma sempre utile contributo all’ar- ricchimento delle nostre collezioni antiquarie.^ Fra gli oggetti trovati, quel singolare frammento di scultura (tav. VI-VIII), ora al Museo delle Terme, di cui a suo tempo parecchio si parlò anche dalla stampa quoti¬ diana, e del quale un breve ragguaglio, accompagnato da due piccoli clichés, è apparso poi nelle Notizie degli scavi, ^ per due ragioni merita di esser ripubblicato e illustrato più ampiamente : anzitutto, perchè, non ostante che il monumento ci sia pervenuto in condizioni davvero miserevoli, tanto da non potersi considerare che una parte mi¬ nima di quel che dovesse essere l’ insieme dell’opera, pur tuttavia rimane sempre uno degli esempi più notevoli e interessanti dell’arte decorativa romana ; in secondo luogo perchè unitamente al pezzo principale furono rinvenuti una quantità di fram¬ menti e frantumi, che, grazie alla nota valentìa del restauratore Dardano Bernar¬ dini, in parte è stato possibile ricomporre insieme e in taluni casi anche riattaccare a quello. Il fatto, pertanto, che il marmo in qualche punto apparisce arrossato e affumicato dal fuoco, e in altri punti calcinato addirittura, è prova certa che la rovina del monumento risale alla stessa antichità; ma date le condizioni della scoperta, avvenuta, a quanto sembra, quasi inaspettatamente e quando non si erano ' Vanno tributate le più calde lodi alTUffìcio Costru¬ zioni delle ferrovie, per aver pensato a compilare una pianta accuratissima di tutta la zona sterrata; e poiché è intenzione deli’ Ufficio stesso di pubblicarla, non posso non esprimere l'augurio che la detta pubblicazione sia fatta al più presto, e corredata del maggior numero possi¬ bile di notizie circa i punti precisi dei singoli trovamenti. ^ Per i principali trovamenti, cfr. degli scavi, 1908, pp. 105, 130 e seg., 267 e seg., 273 e seg., 325. 5 Vaglieri, Nat. degli scavi, 1908, p. 130, fig. 203. A tal uopo è stato inevitabile ricorrere qua e là a dei lievissimi e insignificanti supplementi in gesso. — 236 — ancor prese le necessarie misure precauzionali, è fuor di dubbio che per lo meno una quantità notevole di piccole schegge — che pur sarebbero state preziose per la parziale ricomposizione — sia andata irreparabilmente perduta tra il materiale di scarico. Nel frammento rimastoci, abbiamo l’avanzo di una base, in marmo lunense (che in alcuni tratti presenta delle trasparenze alabastrine), di forma apparentemente circolare, costituita da un tamburo, a cui si sovrappone, o piuttosto sovrapponevasi, una massa conica, dalla quale poi si sviluppava un tronco. Di questa massa conica, Fig. I. Frammenti della base Patrizi. oltre alla parte ancora attaccata al tamburo, si conserva uno scheggione informe del tutto logoro ; mentre con altre grosse schegge, un po’ meglio conservate, si è potuto mettere insieme una parte del tronco stesso (fig. i). Internamente, quasi nel centro, era incavato un largo buco circolare che misura circa mm. 60 di diametro. Ammesso, come sembra verisimile, che la conformazione circolare continuasse da tutte le parti, si può dire che della sola base ci manca, ora, più della metà. In¬ tanto è a notarsi che verso destra sporge in fuori circa la metà anteriore di un avancorpo rettangolare. Tralasciando, per il momento, di occuparci degli elementi ornamentali di questa come delle altre parti del monumento, per fermarci alla sua struttura fondamentale, è probabile che il detto avancorpo ne presupponga un altro dal lato opposto. Il disegno che cpù riproduco (fig. 2), eseguito dal sig. Azelio Berretti, serve a darci in ischema un’idea approssimativa di quel che presumibilmente pos¬ siamo immaginare che fosse la configurazione periferica della base; ma devo avvertire che, nel caso che la nostra ricostruzione risponda al vero, bisogna ammettere che. — 237 dal punto di vista tettonico, il lavoro non fosse in nessun modo un modello di pre¬ cisione. Infatti, il tamburo che, con ogni probabilità, deve essere stato concepito come perfettamente rotondo, viceversa avrà dovuto presentare una forma legger¬ mente ellittica, con la differenza di un paio di centimetri fra i due diametri mas¬ simo e minimo ; differenza, del resto, trascurabile rispetto allo sviluppo complessivo della periferia. Inoltre, la collocazione dell’avancorpo di sinistra, quale si osserva nel disegno, benché assai verisimile, è tuttavia più presuntiva e ipotetica di quanto non ri¬ sulti esattamente determinata dagli elementi che ci fornisce il compagno superstite, oltre¬ modo irregolare. (Per esempio, i due lati che formano lo spigolo anteriore, non si incon¬ trano come dovrebbero, ad angolo retto, ma ad angolo ottuso). E che questa irregolarità non sia intenzionale, ma fortuita, non può ri¬ tenersi una supposizione arbitraria, quando si pensi alle altre inesattezze che si possono con¬ statare altrove ; ' ma con tutto ciò, anche per altri motivi, i dubbi circa la forma originaria, non vengono in nessun modo eliminati. Nello stesso disegno sono indicate le misure dei due diametri (rispettivamente m. o,8i e m. 0,83); allo stato attuale la lunghezza massima è di m. 0,83; la larghezza di m. 0,54; l’altezza di m. 0,48. La fascia del tamburo (tav. VI), che misura in complesso circa m. 0,14 di altezza, è sagomata inferiormente a listello aggettante, al disopra del quale si svolge un ricco fregio formato da una serie di nicchiette presso a poco della stessa altezza, ma non sempre ugualmente larghe e non del tutto equidistanti l’una dall’altra. ^ Esse sono come separate tra di loro per mezzo di pilastrini, corti, larghi e di lieve sporgenza, ma muniti ciascuno di due forti prominenze, inferiore e superiore, quasi di base e capitello. Lungo i detti pilastri sporgono a grande rilievo altrettante figure di delfini, di schiena e con le teste in giù, appuntate sulle basi, e le code in alto spal¬ mate a ventaglio sotto le sporgenze superiori, le quali cosi acquistano l’aspetto di tante mensolette. ^ Soltanto tra la seconda e la terza nicchietta — da sinistra — il motivo Fig. 2, Probabile forma della base Patrizi in pianta. ' La periferia dell’orlo superiore del tamburo non sempre coincide, come dovrebbe, con quella dell’orlo inferiore ; la linea A B nel disegno, indica in proiezione, la rientranza dell’orlo superiore appunto rispetto all’altro presso l’avancorpo. * La larghezza delle nicchiette varia da un massimo di mm. 75 a un minimo di mm. 65; la distanza da un massimo di mm. 58 a un minimo di mm. 50. ^ Come motivo analogo, si confronti il trapezoforo trovato negli scavi del Ginnasio di Pergamo (H. IIepding, Die Arbeiten zìi Perganioit 1904-1905, in Atlieii. Mitteil. XXXII, 1907, p. 400, fig. 12). del delfino si conserva quasi al completo ; altrove le parti sporgenti di questa orna¬ mentazione sono più o meno danneggiate. Di nicchiette conservate complessivamente se ne contano otto, comprendendovi l’unica rimasta a destra, a notevole distanza dalle altre, al di là dell’avancorpo (tav. VII). In esse sono scolpite piccole figure di Nereidi, alternate : o a mezzo busto, emergenti di prospetto dalle onde agitate del mare, in atto di spremersi con le mani le chiome inzuppate d’acqua; o complete, sedute sul dorso di ippocampi. Le figure degli ippocampi sono sempre disposte simmetrica¬ mente rispetto a quelle delle Nereidi isolate; di guisa che, volta a volta, ciascuna di queste viene a trovarsi o fra una coppia convergente o fra una coppia divergente. Anche l’atteggiamento delle figurine sedute è costantemente subordinato allo stesso principio di simmetria. Il lavoro non era stato eseguito in un sol blocco di marmo; oltre al fatto che molti dei pezzetti che vedremo qui appresso si presentano tassellati e con tracce dei perni di ferro, anche nel piano di posa del blocco principale si nota un forte dislivello con taglio a gradino verticale ben tre centimetri profondo ; ' di maniera che il tamburo, tranne che dalla parte anteriore, doveva apparire sezionato orizzontalmente insieme all’avancorpo di destra. L’avancorpo è adorno della figura di un grifo, sdoppiata in modo che, facendo capo con la sua protome allo spigolo anteriore, essa si presenta distribuita per metà lungo i due lati. Dalla parte opposta la sporgenza è rotta; ma supponendo che il centro sia determinato dal costolone della grande foglia ad essa sovrapposta, si può approssimativamente calcolare che la sua lunghezza fosse di circa 27 o 28 centimetri. Un’altra figura di grifo secondo ogni verisimiglianza avrà dovuto trovarsi, disposta in modo analogo, a tergo della prima. ^ La massa conica che sormonta il tamburo è rivestita di larghe foglie, anzi è formata tutta come da un nascimento rovesciato, mentre l’aspetto pure di nasci¬ mento, più piccolo, ma collocato regolarmente, mostra il su menzionato avanzo del tronco, limitato superiormente, tutto intorno al piano orizzontale di frattura, da una corona di foglie leggermente riboccate. In questo le foglie hanno troppo sofferto ; in quello si vede come prevalga 1’ acanto ; ma dall’interno sporgono in fuori più lunghe, al disopra dell’orlo superiore del tamburo, ampie, grosse e polpose foglie palustri (tav. Vili). Su questo rivestimento del fogliame sono sparse qua e là piccole figure di putti (Amorini) e di vari animali, rese di tutto tondo; ma disgraziatamente, nelle condizioni attuali della scultura, sono mal conservate e di talune riman¬ gono appena le tracce. Cominciando da sinistra, si osserva per prima una piccola tartaruga ; e poi un puttino, inginocchiato e chinato in avanti, in atto di alferrare ' La linea CI ) nel disegno (fig. 2) indica la dire- e che invece il pilastrino a sinistra della nicchietta zione della tassellatura. isolata, che sembra sia quello che seguiva immediata- ^ Da notarsi che sull’ultimo pilastrino a destra, presso mente dopo l'avancorpo, è intero ed ha la figura del l’avancorpo, non c’è il delfino per mancanza di spazio, delfino 239 — la coda di una lucertola/ Appresso, al di sopra della quarta nicchia, segue un tratto più danneggiato del consueto, ove, oltre alle fratture naturali, si notano delle scalpel¬ lature che farebbero pensare a un lavoro di antico restauro. Poco più oltre, in cor¬ rispondenza della quinta e della sesta nicchietta, giace la parte inferiore — poco più delle gambette — di un altro puttino, seduto, rivolto in avanti verso l’orlo della base ; alla sua sinistra si osserva la coda forse pure di una lucertola, e davanti a lui una lumaca. In corrispondenza della settima nicchia, poco più dell’ impronta di un granchio; e sopra l’angolo formato dall’avancorpo, una rana. Sul detto avan¬ corpo, disposta nel centro della foglia dianzi nominata, si erge la parte inferiore di una figura virile che esamineremo meglio in seguito ; ma immediatamente appresso si ritorna allo stesso genere di motivi ; anzi è a notarsi che da quest’altra parte, mentre la corrispondente zona del tamburo è assai più danneggiata del solito, vi¬ ceversa è in migliori condizioni quella della massa conica, specialmente perchè vi si è potuto riattaccare un frammento di considerevole grossezza e in eccellente stato di conservazione (tav. VII). In questo punto dunque, e al di sopra dell’ultima nicchietta rimasta, come prima figura e più vicina all’orlo, si incontra una lumaca ; e più a destra, la impronta (con tre delle zampette perfettamente conservate) di una lucertola. Più in¬ dietro ancora un puttino, quasi sdraiato di fianco e appoggiato al pendìo retrostante, in atto di allungare un braccio sul dorso di una serpe che sbuca per metà tra le foglie di acanto; (gli mancano gran parte del braccio destro e le ali, i cui avanzi sulle spalle sono riconoscibilissimi); mentre più in su, e nella stessa direzione, vedesi strisciare pacificamente una terza grossa chiocciola. Naturalmente, anche il resto della base, ora mancante, doveva contenere tutt’in giro altre figure consimili; e con ogni probabilità qualche cosa di analogo doveva trovarsi qua e là anche in altre parti dell’ opera, e certo con delle varianti nella scelta della fauna, come si desume dalla presenza, tra i frammenti sparsi, di certe specie animali che nel blocco principale non trovano riscontro. Infatti, oltre a due lumache, del genere e presso a poco della grossezza di quelle già viste, a un se¬ condo granchio e a una lucertola, si notano : tre schegge, comprendenti ciascuna un frammento di foglia con sopra una specie di grosso moscone o cicala che sia; una piccola scheggiolina con un formicene ; un’altra scheggia con un insetto che sembra una zecca ; e ancora un frammento di foglia, che, dal di sotto, presso l’orlo che tende ad accartocciarsi, porta una certa cosa informe che sembra l’avanzo pure di un insetto ; e non so se al regno animale debba altresì ascriversi quello di una ’ Al puttino mancano il braccio sinistro e gran puttino. parte delle spalle, che sembra fossero alate ; la lucer- ^ Le tracce di questo secondo granchio si osser- tola è priva della testa e di un grosso tassello della vano nello scheggione informe, su menzionato, perti- coda, della quale la punta è rimasta nelle mani del nente alla massa conica. 240 figura con segmenti a raggiera che lo stesso frammento porta dalla parte supe¬ riore (fig. 3). Tra i frammenti, soltanto la punta di un’ala può riferirsi alla figura di uno degli altri grifoni adornanti gli avancorpi ; ma figure analoghe, di maggiori o minori dimensioni, devono aver decorato altre parti del monumento, come risulta da rottami Fig. 3. Frammenti di sculture trovate insieme alla base Patrizi. scolpiti, ove talvolta esse appariscono associate a motivi vegetali di varia specie : la protome, infatti, di un grifo è rappresentata come sbocciante fuori dal centro di un rosone ; un’altra, di minori dimensioni, apparisce come circondata da volute ; e una terza, più piccola ancora, è attaccata a un tronco cilindrico, di lavoro abbozzato, per essere inserita in una determinata incavatura (fig. 4). Si è detto che sopra l’avancorpo di destra si erge la parte inferiore di una figura virile. Essa comprende le gambe con le anche al di sotto dei glutei, ed è alta allo stato attuale m. 0,32. Di una snellezza straordinaria e in atteggiamento rigido con le gambe 241 un tassello delle due gambe, e un segmento del torso con svolazzo di panneggio otte¬ nuto da sette pezzi riattaccati (fig. 5). Quest’altra figura apparisce diversamente abbi¬ gliata dalla precedente. Aderente al suo fianco sinistro, insieme allo svolazzo del pan¬ neggio, sta l’avanzo di un girale. Ben tosto ci sapremo render ragione di questo par¬ ticolare ; ma intanto è bene avvertire che, se di essa è probabile la collocazione, assai problematica è quella di una terza, di cui rimane . il torso, rotto in tre pezzi, ora ricongiunti, e che d’ altro canto mostra, quasi, le stesse dimensioni e senza dubbio la stessa maniera di lavorazione (fig. 6). Indossava una specie di tunica, cinta ai fianchi per mezzo di una cordicella e ricca di piegoline che ora, dalla parte anteriore specialmente, sono del tutto scheggiate e appianate ; le braccia mancano. serrate, si solleva sulle punte dei piedi ; indossa, a quanto pare un mantello che, affibbiato sull’omero destro, le scendeva davanti al petto, e dietro le spalle fin sotto ai polpacci. Ha nude le gambe, ma i piedi chiusi in un paio di eleganti calzari dalle suole sottili e flessibili, ornati tutt’ intorno da un fregio a spirale ricorrente e stretti con nastri annodati a farfalla. I^a collocazione presso a poco sul centro del corpo avanzato e la rigidezza dell’atteggiamento fanno pensare senz’altro a una figura che servisse da telamone. In questo caso, evidentemente, un’altra simile dobbiamo sup¬ porne come pendant dall’altra parte, sull’avancorpo corrispondente; ed è molto at¬ tendibile che a questa seconda figura appartengano un frammento, comprendente Fig. 4. Frammenti di sculture trovati insieme alla base Patrizi. Ausonia - Anno III 31 242 ma dal ritmo delle spalle e dalla linea delle fratture, si desume come il sinistro, per quanto non aderente al fianco, fosse per lo meno fino al gomito alquanto abbas¬ sato, mentre il destro doveva esser levato in alto. Ripeto, la collocazione di questa terza figura, è molto problematica ; * e non so se pure a queste tre o a qualche altra ancora appartengano alcuni frammenti : di una testa, di alcune braccia, di una pic¬ cola mano e anche di panneggio (fig. 7)."“ INIa passiamo a un gruppo di non meno in¬ certa destinazione. Tra le solite schegge, sono stati rinvenuti due piccoli busti virili, ignudi, quasi del tutto simili; di uno si è trovata anche la testa, l’altro è rimasto acefalo (fig. 8). ^ Dalla capigliatura lunga e sconvolta del primo, e dalle foglie a squame che in tutti e due si stendono al di sopra del petto e dell’addome e sulle braccia, si riconoscono per due Tritoni, rappresentati in atteggiamento molto movimentato e a ritmo contrapposto. Sempre considerato che la qualità del marmo e lo stile del lavoro corrispondono a quelli degli altri pezzi, e che i bustini in parola non sono accidental¬ mente spezzati, ma appositamente tassellati alla vita, e presentano, l’uno, l’avanzo di un pernio, l’altro, il buco relativo, è evidente ^ Del primo non rimane che una scheggia informe, che misura 85 mm. di lunghezza e nella quale si os¬ servano delle ciocche di capelli, e sotto ai capelli una strisciolina della faccia e, sopra, due gambi, accop¬ piati, di ramoscelli con alcune bacche e qualche foglia non che un buon svolazzo di orlo; ed ecco l’elenco degli altri : a) frammento di braccio nudo della re¬ gione del gomito; 6) frammento della parte superiore di un braccio nudo ; r) tassello di braccio nudo ; if) fram¬ mento di avambraccio nudo; e) frammento di avam¬ braccio con aderente la pala di un remo;/") frammento di braccio 'panneggiato; g) frammento di braccio; /i) frammento di una piccola mano sinistra ; /) fram¬ mento pertinente all’omero destro di una statuetta pan¬ neggiata. 5 II primo è alto m. 0,11; il secondo m. 0,085. ’ Se la presenza della oUava nicchietta, oltre l’avan¬ corpo di destra,” in continuazione della fascia circolare del tamburo non rendesse quasi indubbio che anche dalla parte opposta la base avesse la stessa conforma¬ zione che si osserva dalla anteriore, si potrebbe for¬ mulare r ipotesi che da quella parte avesse diverso aspetto; che cioè tutta l’opera fosse condotta subordi¬ natamente a una sola veduta e che perciò dall’altra parte fosse possibile supporre altre figure telamoniche, non sapremmo come disposte ; tanto più in quanto che è fuor di dubbio che una veduta principale, cioè più curata nella lavorazione, ci fosse, e che corrispondesse appunto alla parte a noi conservata. E non si può, poi, escludere l’ ipotesi che abbiamo da fare con l’unico (o quasi l’unico) rima.suglio di un’altra base consimile, che sia andata del tutto distrutta o perduta. Fig. 5. Frammenti di statuetta trovati insieme con la base Patrizi. 243 come essi pure appartenessero alla stessa opera e consistessero nelle sole protomi inserite come finimento di una qualche ornamentazione. Aggiungansi due piccoli torsi, che, per altro, nè per il soggetto nè per le proporzioni hanno alcun che in comune coi precedenti, e vanno qui ricordati solo per completare la serie delle figu¬ rine umane di cui non è possibile accertare la destinazione precisa; le parti conservate di ciascuno quasi si corrispondono, ma sono di dimensioni differenti ; ' entrambe le figurine portano il braccio sinistro ripiegato al petto, sorreggendo con le mani degli oggetti irriconoscibili; sono entrambe nude, ma non si distingue se la maggiore abbia qualche lembo di panneggio al disotto della vita dalla parte del fianco destro, mentre è certo che la più piccola porta delie sottili funicelle attorno alle braccia. Non so se altri quattro frammentini si debbano comprendere, o no, in quest’ultima serie. ^ E ora veniamo a quella che è forse la parte più singolare e più caratteristica del monu¬ mento : ho detto, accennando al frammento di girale attaccato al fianco di uno dei torsi visti più sopra, che ci saremmo resi ragione di que¬ sto particolare ; infatti, accanto alla figura in piedi sull’avancorpo della base, dalla parte in- , Fig. 6. Torso di statuetta . . trovato insieme alla base Patrizi. terna si osservano due fiori contrapposti e tenuti insieme da una voluta che li stringe come in un nodo. La voluta è rotta e non sappiamo come continuasse ; ma ci rimangono parecchi altri frammenti che, se non bastano per tentare una ricostruzione, tuttavia ci permettono di farci un’ idea del genere di ornamentazione che riempiva gli spazi tra le due figure telamoniche e la massa conica e il tronco della base (fig. g). Si tratta cioè di un vero lavoro a traforo, a decorazione floreale, con girali spiraliformi terminanti generalmente con fiori. Poiché il lavoro è eseguito dalle due parti, così i fiori, per esser visibili sì dall’una che dall’altra, sono sempre doppi, come i due dianzi osservati. Tra i girali stavano sparsi in gran numero vari uccellini, graziosamente e svariatamente disposti. Se ne conservano cinque, due dei quali rappresentati in atto di insidiare ciascuno ' Il maggiore è alto 6o mm. ; i! più piccolo 50. ^ Essi consistono in due avambracci con le mani ; in un braccio senza mano e in un piccolo omero sini¬ stro con la parte superiore del braccio. 244 — una farfalla, posata o più in basso o di fianco, ùla poiché, per quanto eseguiti da entrambe le parti, quella anteriore fu maggiormente curata, così si osserva che anche le figure degli uccellini, generalmente, dallùm dei lati sono più rifinite che dall’altro. Sembrano dei passeracei, epperò si può dire che siano riprodotti presso a poco alla grandezza naturale. ]\Ia insieme a questi frammenti, sulla cui destinazione non cade ombra di dubbio, se ne son trovati degli altri che formano un piccolo gruppo a sé (fig. io): si tratta comunque di un lavoro molto affine, egualmente eseguito a traforo, ma che presenta delle differenze essenziali ; e cioè : proporzioni molto più piccole ; motivi ornamentali — si noti l'avanzo di una palmetta — diversi ; lavorazione soltanto da una sola faccia. Ora, che anche quest’altra ornamentazione appartenesse alla stessa opera, è più che probabile, sempre in base, più che alla identità del marmo e al fatto che i suddetti frammenti furono trovati insieme al resto, alla affinità stilistica. Ma evidentemente doveva esser collocata in tutt’altro posto e in modo da esser veduta da un sol lato. Ecco, in complesso, le parti più notevoli e più caratteristiche del monumento. Di una quantità di altre piccole schegge — veri e propri frantumi — non vale la pena di tener conto. E ora una prima questione. Che cos’era? Si è pensato a un candelabro e ho sentito anche fare l’ ipotesi di una fontana. L’ idea della fontana sarebbe suggerita dalla presenza delle Nereidi tra le onde marine e degli ippocampi, daU’ornamenta- zione a figure di delfini e soprattutto da quella parte della fauna propria di luoghi — 245 — acquitrinosi o umidicci; granchi, ranocchi, lumache. Che si trattasse di una fon¬ tana con acqua zampillante, è da escludersi in modo assoluto : non solo manca ogni indizio di conduttura (il grosso buco perpendicolare del centro non attraversa la base fino al fondo, ma si arresta a una ventina di centimetri dal piano di posa) ; ma non è supponibile che l’acqua — se mai a contatto dell’acqua il nostro marmo Fig. 8. Frammenti di sculture trovati insieme alla base Patrizi. si fosse trovato — non avrebbe lasciato le sue caratteristiche tracce visibili; invece la freschezza e il candore della superficie nelle parti ben conservate è tale da non ammettere dubbi. Con questo, per altro, non è confermata l’ ipotesi del candelabro, come non è possibile accertare qualunque altra se ne avanzi ; giacché, per via di congetture, con lo stesso grado di verisimiglianza si potrebbe pensare a molte cose : per esempio, sempre escludendo l’ idea della fontana zampillante, si potrebbe pen¬ sare a una forma decorativa di vasca con bacino superiore, oppure a un grande vaso marmoreo, il cui piede fosse fiancheggiato dalle figure telamoniche ; oppure a una specie di trapezoforo, sorreggente una tavola di marmo o di altro materiale Fig. 9. Frainnieiiti di sculture trovati insieme alla base Patrizi (Fotografia Faraglia), — 247 — nobile, il cui orlo inferiore — chi sa? — fosse adorno di quel fregio a traforo, di cui ci son pervenuti i pochi frammenti più sopra ricordati, disposti a guisa di frangia. Ma poiché, come si vede, qui siamo nel mero campo delle ricostruzioni a fantasia, che non possono avere alcun valore, il meglio è non insistervi. Quello, in ogni modo, che possiamo ammettere con una certa sicurezza è che la nostra base non poggiasse direttamente a terra, ma che stesse alla sua volta sopra una specie di plinto, forse abbastanza elevato, di maniera che le ricche e delicate sculture fossero, oltre che poste bene in evidenza, anche e soprattutto preservate dai facili danneggiamenti. Non conosco altre opere che si possano mettere a riscontro diretto con questa. Pertanto, come in tante altre produzioni dell’arte decorativa, qui pure osserviamo il concorso di motivi essenzialmente architettonici e di motivi prettamente orna¬ mentali tratti dal mondo animale e vegetale. Il tamburo con la sua fascia suddivisa in tanti reparti come in altrettanti quadretti distinti l’uno dall’altro dai brevi e larghi 248 pilastrini, non tanto ricorda il sistema dei triglifi e delle metope, quanto — in vista appunto della conformazione circolare — cpiel certo genere di edifizi di forma ro¬ tonda, che specialmente nel mondo romano ebbe ampia e svariata applicazione. Forse m’inganno, ma non posso tacere che il monumento, in particolar modo, che mi torna in mente innanzi alla base Patrizi è il Tropaemn di Adamklissi, del quale essa, sebbene in proporzioni ridottissime, ricorda la forma circolare, il fregio a ri¬ quadri e in certo qual modo anche la massa conica sovrapposta. ’ ]\Ia la base Patrizi presenta anche due sporgenze laterali, sormontate ciascuna da una figura telamo- nica, cioè i due avancorpi corrispondenti senza dubbio a conforme struttura del¬ l’opera dalla sua parte superiore. Il concetto è anche qui essenzialmente architet¬ tonico, come quello in genere delle cariatidi ; se non che si discerne come esso, con ogni probabilità, sia passato attraverso la trafila di altre arti, forse anche della pittura decorativa; anzi, se consideriamo la esagerata sveltezza delle figure telamo- niche non possiamo non ricordarci delle stesse bizzarrie che Vitruvio dejfiorava nella pittura murale. ^ Quanto al genere della decorazione floreale resa a traforo, compresa comples- si\\amente fra due figure umane rappresentate di tutto tondo, essa per un momento potrebbe richiamarci alla mente, per esempio, i ricchi acroteri sui fastigi del tempio di Aphaia in Figina, fiancheggiati ciascuno da due statuette di korai (fig. ii);’ e conseguentemente farci supporre che un simil genere di decorazione architettonica, perpetuata e sviluppata attraverso i tempi, avesse potuto suggerire in epoche poste¬ riori l’idea di un’analoga applicazione anche in opere puramente decorative; ma quelli di Egina sono esempi troppo lontani e, per quanto ci è dato di sapere, nel loro genere troppo isolati: l’acroterio di Sunio, nel IMuseo Nazionale di Atene, e quello di Apol¬ lonia (Fipiro) al Louvre^ non sono lavorati a giorno, ma a rilievo;^ mentre fra le decorazioni ovvie nelle stele attiche si incontrano, sì, dei fogliami e dei girali resi quasi di tutto tondo ; ma, comunque, cpiesti fogliami e questi girali sono sempre lavorati da una sola faccia.^ Visto che le analogie strettissime ci mancano, prescindiamo per un momento dalla particolarità del lavoro a traforo e consideriamo la decorazione della base Pa- ‘ I )URM, Handbiich der Architektiii- , II, 2 [Bankiinst dei- Etr. Bank, der Rbni., 2“ ed.),pag. 734 seg. Iig. 805. ’ De arckit. VII, 5. 5 Fur'I WAENGLER, Acgina, tav. 48-55; cfr. pp. 279- 295 (Fiechter) ; Furtwaengler, Die Aegineten der Glyptothek Kónig Liuhvigs /, tav. XII. Fiechter, pre.sso Furtwaengler, Aegina, p. 293, fig. 248. ' FiI'Xhter, op. cit., p. 294, fig. 249. é II Fiechter (op. cit., p. 294), come esempi di lavori a giorno ricorda gli avanzi di palmette trovati presso il tempio di Locri (Petersen, Tempel in Lokri, in Rom. Mitteil. V, 1890, pag. 201 1 e quelli di girali rinvenuti presso il tempio di Giunone ad Agrigento (Koldewey- Puchstein, Die griech. Tempel in Unteritalien und Si- cilicn, pag. 1 70). A. IIrueckNER, Ortiament und Form der attischen Grabstehìi, Strassburg, 1886, tav. I; Gonze, Die alt. Grabreliefs , passim. — 249 — trizi nello schema del suo insieme, che è tutto un sistema di girali ramificantesi in un piano, racchiuso fra due figure telamoniche laterali. Già per se stessa, la deco¬ razione a girali resi in rilievo è delle più comuni che si conoscano ; ' ma per por¬ tare un esempio calzante il più che possibile al caso nostro, ricordo i due trape- zofori Del Drago, illustrati dall’ Uggeri : la decorazione consiste in un nascimento di foglie da cui si diparte, simmetricamente disposto, un simile sistema di girali terminanti a fiorami ; tra i girali stanno degli uccelli e qualche lu¬ certola ; il tutto è compreso fra le figure tela¬ moniche di due Sileni (fig. 1 2). Il concetto infor¬ matore, in fondo, è lo stesso di quello a cui è inspirata la conformazione delia nostra base : infatti, immaginiamo che lo sfondo fra i girali fosse soppresso e la stessa decorazione invece che a rilievo fosse eseguita a traforo, e allora avremmo un’opera affine a quella della base Patrizi; immaginiamo la decorazione della base Patrizi eseguita a doppio rilievo, e avremmo un’opera che ricorderebbe la decorazione di un trapezeforo lastriforme o di alcun che di simile. Per altro, anche prescindendo dagli acro- teri di Egina, l’idea dei girali traforati non è nuova : qualche lekythos funeraria attica in marmo ce ne dà già l’esempio ; ’ e dal fatto poi che nella maggior parte dei casi l’ornamentazione a volute, a fogliame e a figure dei manichi in queste lekythoi non è eseguita a traforo, bensì a rilievo, con gli inter¬ stizi pieni, si ha una riprova luminosa di quanto si è osservato a proposito dei trapezofori Del Drago in confronto con la base Patrizi. Non ci può esser dubbio, che — dovunque si abbia a cercare l’origine prima dei motivi — questo genere di lavorazione a traforo dipenda direttamente dai lavori in metallo ; osservazione questa che va estesa a quelle delle lekythoi attiche, di cui ho parlato, che mostrano delle indiscutibili analogie ; si vegga il bell’esemplare, che qui ' SuH’ornamentazione a girali nell’età ellenistica e romana, cfr. A. Riegl, Stilfragen. Gru7idlegiingen zu einer Geschichte dei' Orname?itik, Berlin, 1893, pa¬ gina 233 segg. ^ Trapezofori del ìnar eluse Del Drago ^ Roma, 1831, tav. I-IV. ' 5 A. Gonze, Die alt. Grabreliep's , III, 2, tavola CCCLXVIII. 4 Gonze, op. cit., Ili, 2, tav. GGGLXV, GGGLXVII- LXXV. Notevoli ancora gli esempi in cui le stesse lekythoi sono rappresentate a rilievo ; Gonze, op. cit , III, I, tav GGLXXXIII-LXXXVI, GCLXXXVIII-XG. Ausonia - Anno III. ■ — 250 — si riproduce (fìg. 13), esistente nel Museo Nazionale di Atene.' Ma l’esempio di gran lunga più cospicuo, non soltanto per l’affinità della decorazione, ma pure e principal¬ mente perchè si tratta di un lavoro in metallo vero e proprio, è quello del tripode in bronzo con le Sfingi isiache del Museo Nazionale di Napoli (fig. 14).^ Fig. 12. Trapezoforo. Da liggerì, Tì apezofori el Marchese del Drago, tav. II. Per quanto poi singolare sia l’ insieme dell’opera, altrettanto evidente è la de¬ rivazione dei diversi elementi che la compongono. Non ho bisogno di insistere an- ' Al doti. Aurigemma, che me n’ha inviato la foto¬ grafia, esprimo i più vivi ringraziamenti. Un altro molto somigliante è riprodotto in Collignon-Baumgarten, Gesch. lìer griech. Plastìk, li, pag. 399 seg., fig. 191. ^ PiRANESi, op. cit., I, tav. 44; Mvu-Kelsey, Pompeii,, ils life and art, pag. 396, fig. 191. Cfr. Per¬ nice, Der Dreifnss « aus dcm Tsistempel » in Pompei, in J'ahrbncli dcs Inst., XXIII, 1908, pag. 107 e segg. Accanto al tripode da ricordarsi i due rami in bronzo a doppia voluta trovati insieme a\\’ Efebo di Pompei, che sembra fossero adattati alle sue mani (A Sogliano, Monuni. ant. dei Lincei, X, 1900, pag. O45 e segg., lìg. 2 e 5 ; O. Benndorf, Jaìireshefle des oest. arch. Lnsf., IV, 1901, pag. 175 e seg., fig. 188 e 189). Vo¬ lendo poi degli esempi di lavori in metallo, che crono¬ logicamente più si avvicinino agli acroteri di Egina, si possono ricordare alcuni pezzi di ornamentazione di og¬ getti in bronzo rinvenuti in Olimpia (Furtwaengler, Olympia, IV, die Bromcn, tav. XLIII, n. 765, 768, 769, 771-73; tav. L, n. 826, 827, 840; tav. LIV, n. 899; tav. I-V, n. 925); e le ornamentazioni di alcuni tripodi in bronzo di tipo greco-orientale (L. Savignoni, Di un bronzetto arcaico dell’ Acropoli di Atene, ecc., in Monnnu ant, dei Lincei, VII, 1897, pag. 290 e segg., figg. 2 [cfr. 2SJ, 3, 251. l Fig. 13. Lekythos in marmo del Museo Nazionale di Atene. (Fotografia Rhomaidis), 252 cora sul motivo dei girali ; e quanto al resto, le figure telamoniche con il loro atteggiamento rigido, a gambe serrate, sebbene in sè di stile libero, ricordano tuttavia quelle arcaizzanti che si incontrano adottate per lo stesso scopo;' e gli Amorini scherzanti con le lucertole o con le serpi, sia dal punto di vista del concetto sia da cpiello formale, si rivelano come una vera discendenza delle analoghe creazioni anteriori particolarmente dell’età ellenistica/ Le Nereidi sugli ippocampi, pur con la par¬ ticolarità di essere parzialmente panneggiate, ci richiamano a quelle tante figure consimili che conosciamo anche dalla statuaria, ma che assai più abbondantemente si incontrano in lavori a rilievo, come sarcofagi e fregi. ^ Lo stesso si dica dei Tritoni, dai corpi mu¬ scolosi e dairatteggiamento movimentato ; mentre quelle altre Nereidi, emergenti a mezzo busto tra le onde marine, derivano evidentemente dal tipo pittorico dell’Afro- ilite Anadiomène. . . . tnadidos siccat digitis Veiius uda capillos Et modo inateniis tecta videtur aquis Ovidio cantava, ^ certo avendo fissa nella mente l’immagine della dea quale era stata Fig. 14. Tripode in bronzo del Museo di Napoli. concepita dalla fantasia di Apelle, ^ e che Da Mau-Kelsey, Pouipt'ii, i(s lifc and art, tìg. 191, chi sa quante copie e riduzioni in pittura e in plastica avevano già resa popolare.’ E certamente un effetto di questa popo- ' .Si guardino ad esempio le ligure analoglie nelle pitture murali della Farnesina, al Museo delle Terme. ^ Cfr. i miei Saggi siiH'arte elle)iistica e greco-ro- mh/ia, 1, pag. 74 segg. ’ Saggi, I, pag. 142 segg. Saggi, I, pag. 147 segg. 5 Trist. II, 527 e seg. Ma che del resto la stessa immagine fosse ovvia anche nella concezione delle Ne¬ reidi, si desume dai versi di Catullo (LXIV, 16-18): Ilio, atque hand alia, viderunt luce marinas Mortales oculis nudato carpare Nymphas Nutricum temis exta?ites e gnrgite cono. Cfr. G. Pkrrot, Unc statuette de la Cyrcnaiqne et r Aphrodite Anadvoincne d’.lpelle, in Monum. Fiat, XIII, igo6, pag, 128. 6 Giusta la congettura, molto fondata, di O. Benn- DORF (Bemerkungen zur griechischcti Kunstgcschichte, in Ath. Aditteil., 1, 1876, pag. 45 segg. Cfr. A. Furt- WAENGI.ER. Aphrodite Diadii/ncne und Anadyomene , in jMo?iatsberichte ìther Kunst-anssenschapt und Idunsthandel herausgegehen von IIUGO IIelbing, I, 1901, pag. 177 segg. citato dal Perrot, scritto cit., pag, 117, segg.). 7 Delle riduzioni in plastica abbiamo la prova nelle numerose statuette dello stesso tipo che ci son perve- 253 larita e stata la trasformazione della stessa immagine in un grazioso motivo dell’arte ornamentale. Ma ciò che poi di notevole apparisce, insieme alia ingegnosa distribuzione di tanto esuberante ricchezza e varietà di motivi, è la singolare esecuzione del lavoro, non eccessivamente curata là dove dimensioni maggiori non esigevano una scrupolosa raffinatezza, oltremodo minuziosa invece fin nei minuscoli particolari, quando la naturale piccolezza degli oggetti ha richiesto uno speciale trattamento. Si può dire, per questo, che la finitezza della esecuzione è inversamente proporzionale alle di¬ mensioni delle singole parti : piuttosto andante nelle figure telamoniche, dal pan¬ neggio rigido e angoloso ; curata abbastanza nella musculatura rispettivamente dei Tritoni agili e robusti e dei paffuti Amorini ; mirante più all’effetto pittorico e quasi illusionistico delle forme che alla verità plastica nella modellatura delle Nereidi e degli ippocampi, in alto rilievo, anzi quasi di tutto tondo ; insuperabile per natura¬ lismo nella rappresentazione dei piccoli esseri tratti dalla fauna reale, quali gli uccel¬ letti, le lucertole e la serpe, le lumache e la tartaruga, la rana, le cicale, la zecca, le farfalle, la formica. Ma tutto ciò, bene inteso, in riguardo alle parti figurate del monumento ; giacché le belle foglie di acanto in ispecial modo, tra i motivi floreali, sebbene ampie e grandiose, sono trattate con una finezza e una delicatezza straor¬ dinaria. Un’ultima questione è quella riguardante l’epoca a cui la base Patrizi deve ascriversi. A precisarne esattamente la data non c’è molto da sperare che possano concorrere elementi esteriori, come, ad esempio, le iscrizioni dei tubi aquari in piombo e i bolli dei mattoni, rinvenuti negli sterri medesimi e anche prima, ’ op¬ pure le monete, ^ non soltanto per la ragione che la zona degli scavi è troppo vasta perchè non sia da escludere a priori che tutti gli avanzi di antiche costru¬ zioni e di vari manufatti e gli oggetti sparsi stiano in istrette relazioni tra di loro, ma ancora perchè questi oggetti notoriamente appartengono a epoche diverse. Perciò il maggiore assegnamento non possiamo farlo che sul criterio stilistico. A prima vista sorprende la grande affinità che corre specialmente tra il fogliame di essa (le foglie di acanto) e quello Ara Pacis Aagiistae ; se non che l’insieme della fauna, più ricca e più svariata, con la presenza di specie che nel monumento augusteo non si riscontrano, trova maggiori analogie in opere più recenti. Sotto questo rispetto, si può dire che il nostro marmo .si accosta un po’ più alla base del nute ; anzi il Furtwaengler credeva che simile ridu¬ zione fosse avvenuta la prima volta poco appresso la creazione dell’originale in pittura (scritto citato in Monatsberichte ; cfr. Perrot, scritto cit., p. 120). ' Per alcune fistole aquarie, trovate in precedenza nella V. patrizi, veggasi R. Lanciani, Silloge epigrafica aquario, n. 369 e Bull, della Cornai, ardi, commi., 1886, p. 102 seg., n. 1148, 1 149, 1 1 56 ; C. I. L. XV, n. 7382. ^ Da ricordarsi il tesoretto comprendente un gran numero di monete d’argento. lyNot. d. scavi 1908 pag. 173 e seg.). 254 Toro Farnese, — in quanto questa sembra sia stata elaborata nella Copia dell’età antoniniana, ‘ — che non aWAra Pacis\ mentre poi un indizio per un più sicuro orientamento è probabile che si debba riconoscere in alcuni dei piccoli avanzi stac¬ cati, piuttosto che nel pezzo principale, e precisamente in quelli ove si osserva il motivo della protome di un grifo sbucante fuori dal centro di un fiore o avvinto nel nodo di una voluta ; motivo che indurrebbe a ricollegare la base Patrizi con opere del genere, per esempio, del lastrone del Foro Romano (presso la Basilica Emilia), decorato a rilievo con nascimento di acanto c girali terminanti a protomi di mostri, ^ oppure del ricco pilastro esistente nella cripta di San Pietro. ^ La Strong attribuisce queste sculture all’età dei Flavi ; e per conto mio, fino a prova contraria, ritengo tale data sufficientemente attendibile. Roma, dicemlire 1908. (tiu.seppe Cultrera. ' l'R. Sruiixii'/.KA, Dei' fayncsiscìw Stia’ miti die Diìkegniphc des .Ipollonios und 'J'nuriskos, in Zeli¬ si krif/ fiir hildcndì KìDist, XIV, 1903, p. 170 -segg. Cfr. W. IvLfUN, Gesch. dcr griech. Kiinst, III, p. 216 L* segg. Ilo già manifestato altrove [Saggi stili' arie elle¬ nistica c greco-/ oniana, I, p. 178, nota 3) la mia avver¬ sione ad accogliere il concetto dello Studnic/.KA, secondo il quale non solo nel Toro Farnese bisognerebbe rico¬ noscere una copia romana (probabilità questa, rispetto alla quale devo dire che ora nutro meno dubbi di prima), ma nient’altro che un radicale rifacimento del¬ l'opera dei due artisti di Tralles, tali e tante essendo le parti del grrqjpo attuale che egli attribuisce all'o¬ pera del copista; per altro aggiungevo che una simile ipotesi in parte non mancherebbe di un serio fonda¬ mento qualora venisse confermala l'opinione di E IIkr- KUNRA'riI [Rine Statuengruppe der A/itoni/ie/izeit, in Athen. Mitteil. XXX, 1905, p. 245 e segg.), che un certo tipo di figura muliebre, panneggiata, riprodotto, anche CiaW Antiope del To/o d^'ar/tese, non possa rife¬ rirsi a un'epoca anteriore agli Antonini. Ma ecco che ora è il caso di segnalare, tra le sculture del Mau¬ soleo di Alicarnasso, un torso muliebre, riprodotto nello studio deH’AMEl.UNG che si pubblica in questo stesso volume (p. 104, fig. 9), torso che l’autore giustamente riconnette con la statuetta di Lowther Castle (p. 105, fig. IO) e che, quanto al panneggio, concorda perfet¬ tamente con quello delle ligure raccolte dall’IlERKEN- RATll. Uopo ciò, cade l'ipotesi di costui che il pan¬ neggio in questione non sia anteriore all’epoca degli Antonini. ^ E. STRoNtt, Roma/t seiilpture, tav. XXXVI, pag. 126 seg. ’ Strux'g, op. cil., tav. XXXVMI, p. 127. Cfr. ìì'iener Tori., IV, io; lÌRUNN, /Oleine Sehrìftcn, I, p. 64 e segg., lig 22-24. ^ A questo riguardo, cfr. S l'UDNICZRA, presso SxRuNG, op. cit., p. 127 (nota). 255 — IL DISCO DI PHAESTOS CON CARATTERI PITTOGRAFICI. (Tav. IX-XIII). I. — Luogo e circostanze del trovamento. Con la campagna del 1903 i confini del palazzo di Phaestos si credettero deli¬ neati nelle linee fondamentali. ' A nord-est il quartiere privato si vedeva terminare colla parete settentrionale del vano 88 e col muro ad esso normale che fiancheggia ad est il corridoio 87 ^ (tav. IX, i, A). L’angolo esterno, limitato da tali muri, era occupatq da rocce calcaree, ^ sopraelevate in modo che i muri suddetti si appoggiano ad esse, ma digradanti con ripido pendìo verso nord. In tutto il rimanente tratto dell’acropoli, da queste rocce fino all’orlo settentrionale e orientale, si stendeva invece un’ampia lingua di terra di riporto (m. 50 X 9 circa) sotto la quale, fin dall’inizio dell’esplorazione di Phaestos, sospettammo che potessero celarsi antiche costruzioni. I primi pozzi di saggio aperti colà nel 1900- 1901 incontrarono avanzi di antiche mura d’epoca non bene precisabile, ma, per la suppellettile ad esse unita, riferibili ad epoca ellenistica.'^ Un saggio più ampio si praticò nel 1903, quasi nel mezzo della suddetta zona di terreno, ed ivi, essendo molto maggiore la profondità, si scoprirono costruzioni ben più antiche (un pilastro quadrangolare e una base di colonna in calcare, un pavimento a lastroni di gesso), unitamente a vasi dipinti interi e fram¬ mentari appartenenti per la maggior parte alla fine del medio periodo minoico.^ Queste costruzioni minoiche per la sopraelevazione rocciosa alla quale poggiano, sono separate dal palazzo così nettamente, che non era possibile di crederle parte di esso ; potevano tutt’al più rappresentare un annesso del palazzo o un fabbricato attiguo, come quelli che esistevano sulla china meridionale, ma soverchiate com’erano dai sovrapposti edifici posteriori, non ci parvero importanti a tal segno che il loro scavo si dovesse far precedere alla completa e minuta esplorazione delle interne parti del palazzo. Invogliavano tuttavia ad una ricerca più estesa il bel lastricato in ' Cfr. Monume?2ti antichi della R. Accad. dei Lincei., 1905, XIV, c. 323 e segg., e pianta alla tav. XXVII. ^ Mon. Ant., XIV, c. 379, fig. 27, e tav. XXVII. 5 Queste rocce sono in parte friabili, di color rosso nell’ interno, ed anche oggi forniscono' un’ottima matta da costruzione che si chiama astraki. ^ Uno di tali saggi, vicino al luogo dove fu trovato il disco scritto, vedesi indicato con la lettera 6' alla tav. X, I. 5 Mon. Ant., XIV, c. 322 e segg., fig. 5. gesso, il pilastro e la colonna, indizi chiari dell’importanza dell’edificio cui apj^ar- tenevano, e più volte avevan fermato la mia attenzione alcune grosse lastre di ar¬ gilla semicotta, specie di mattoni posti per ritto a breve distanza gli uni dagli altri, che si vedevano affiorare un poco ad oriente dell’angolo nord-est del vano 86 (tav. IX, I, C). Pertanto nel corrente anno, allorché compiuta quasi interamente la esplorazione, lo studio, e il rilievo della dimora principesca, ci volgemmo a chiarirne meglio i confini e ad esaminarne gli annessi immediati sulla stessa spianata del¬ l’acropoli, una delle prime cure fu rivolta appunto ai ruderi sopra ricordati della regione nord-est. Ricercando il proseguimento del lastricato in gesso, ad est del pilastro qua¬ drangolare in calcare, scoprimmo nel pavimento una bacinella quadrata, donde si diparte un piccolo canale che potrebbe indicare la fronte di un portico. Contem¬ poraneamente uno scavo nel luogo dove apparivano le lastre o mattoni di terra¬ cotta ci fece vedere che questi costituivano le pareti divisorie e il rivestimento interno di una serie di cinque piccolissimi vani rettangolari, allineati da ovest ad est e compresi entro una cerchia di muro a blocchi di calcare squadrati e connessi in modo irregolare (tav. X, i, nn. 1-5; e pianta alla fig'. i). La destinazione di siffatti vani assai singolari, specie di fossette intonacate con fine stucco di calce, profonde quale più quale meno, ci restava oscura soprattutto per la mancanza di suppellettile associata, ma ad est della quinta fossetta vedevasi che doveva esisterne un’altra meglio conservata e dallo scav(ì di questa si poteva sperare qualche schiarimento. Così, nonostante ravvicinarsi della stagione malarica, si decise di scavare fino al vergine tutto il tratto dalle fossette al pilastro e alla base di colonna con relativo lastricato in gesso, rimettendo alla successiva campagna l’esplorazione della rimanente zona di terreno, fino all’angolo nord-est dell’acropoli. Solo dopo tali ricerche sarà possi¬ bile completare la pianta definitiva dell’acropoli festia, che del resto il sig. Enrico Stefani ha già rilevato con la più scrupolosa precisione. L’area esplorata nel igo8 nella regione nord-est dell’acropoli festia, misura m. 24 da est a ovest, sopra una larghezza massima di m. 8; ivi gli strati archeo¬ logici dalla tarda epoca ellenistica fino ad oggi rimanevano indisturbati. Muri ed oggetti ellenistici cominciarono ad apparire a pochissima profondità. Tra i muri fondati su strati archeologici più antichi, ben se ne distingue uno che corre da ovest ad est, non sopra una linea continua, ma con sporgenze e rientranze simili a quelle dei muri esterni degli edifici minoici (tav. X, i, £ e pianta fig. i). A differenza degli irregolarissimi muri minoici secondarii, cpiesto si compone di blocchi di calcare a fronte squadrata, uniti a secco in file orizzontali, con rincalzo di piccole pietre negli interstizi più larghi. Più o meno normali si dipartono dalle sue facce, verso nord e verso sud, altri 'muri della medesima epoca e tutti passano Fig. I. Pianta della località dove fu trovato il disco. E. Muro ellenistico; 1-7. Fossette; 8. Vano e 4: punto dove sì trovò il disco; + punto dove si trovò la tavoletta. Ausonia - Anno ili 33 sopra, in differente direzione, a muri minoici. Le suj^pellettili concomitanti delle costruzioni ellenistiche sono dello stesso genere di quelle trovate nei saggi del igoo-iQOi ; ’ consistono in embrici, tegole e grandi vasi non dipinti di argilla ros¬ siccia grossolana, frammenti di pithoi con decorazioni stampate, frammenti di un vaso a corpo scanalato e d’una Jiydria ellenistica, tazze e lucerne di terracotta finis¬ sima verniciate dentro e fuori in nero lucente a riflessi metallici, fusaiole sferiche e cilindriche, pendaruole biconiche, ecc. Le costruzioni di epoca minoica si ritrovano da ambedue le parti del lungo muro ellenistico est-ovest ; consistono in grossi muri i quali, fondati sulla china rocciosa, scendono da sud a nord, paralleli e a breve distanza fra loro, formando con altri muri ad essi normali, un complesso di piccoli vani rettangolari (tav. IX, 2). 11 livello dei pavimenti, a seconda dell’ inclinazione della roccia, è più basso nei vani a nord che in cpielli a sud. Il muro del loro prospetto settentrionale, in cui sono praticati gl’ingressi, corre da ovest ad est, sul proseguimento del muro che cinge a nord le’ fossette rivestite di lastre d’argilla. Di queste ne abbiamo scoperte altre due sulla stessa linea delle cinque già note (tav. X, 2, nn. 6-7 ; e pianta fig. i); sono, come le rimanenti, divise fra loro per mezzo di un lastrone di argilla, spesso cm. 18-20, hanno le pareti formate da lastroni simili e così alle pareti come sul pavfimento conservano tracce d’un intonaco di calce bianca finissima. Le dimensioni variano da m. i X i-5o circa per la più grande (n. i), a m. 0.78 X i-SO per la più piccola (n. 7) e la profondità (che non si può esattamente calcolare perchè delle fossette resta solo il fondo), di poco variava dall’una all’altra (profondità attuale della fossetta 7 cm. 60 circa). Il solido muro che già si vide cingere tutt’ intorno le fossette 1-5, sporgenti verso ovest dal nuovo edificio rimesso in luce, circonda e racchiude anche le fos¬ sette 6 e 7, collegandosi, a sud di esse, con due altri muri robusti i quali se ne dipartono normalmente e corrono paralleli fra loro fino a raggiungere il fianco roc¬ cioso deH’acropoli. Resta così in mezzo ad essi, contiguo alle fossette 6-7, un angusto vano rettangolare, di m. 2.80 (da nord a sud) X i-iS- privo affatto di porte, cpfindi accessibile solo dall’alto (tav. X, 2 e pianta fig. i, n. 8). I lastroni di terracotta impiegati nella costruzione delle fossette, per la qualità della loro argilla, per le dimensioni e per l’uso che ne vien fatto, ricordano i mat¬ toni fittili trovati nei vani del palazzo primitivo di Phaestos vicini alla scalinata teatrale,^ ed ancor più le lastre di argilla adoperate, con intonacatura di calce, per ’ P'ra i trovamenti del lyoo ricordiamo, come im- siccia completamente verniciati in nero brillante. Cfr. portanti per la cronologia, una statuetta fittile di Ile- Rcndic. R, Aci. Lìncei, IX, p. 636. racles in riposo e numerosi vasi fini di terracotta ros- ^ Mon. Ani., XIV, c. 407 e seg. 259 davanzali di parapetti nelle scale 71, 76 ‘ e come parete divisoria fra i vani 80, 84.^ I muri che cingono le fossette e tutti gli altri ugualmente orientati e connessi con loro in modo da formare un edificio unico, mostrano un tipo di costruzione che sta in mezzo fra quello del primo e quello del secondo palazzo: per l’intima struttura a sassi rozzi di media grandezza, uniti irregolarmente con terra, somigliano piut¬ tosto ai muri secondarii interni del palazzo posteriore ; e invece per la intonacatura di calce fina adoperata non solo per le pareti, ma anche pei sedili che corrono intorno ad esse e pei pavimenti, trovano più esatto riscontro nei vani del palazzo primitivo ad est degli ortostati e del propileo di sud-ovest.’ Al palazzo primitivo ci richiamano anche due altre particolarità: cioè l’assenza, già in quello notata,”^ delle caratteristiche basi per stipiti di porta a parallelepipedi di gesso dentati, e il fatto che una lastra di calcare raccolta nel nuovo scavo, reca inciso rozzamente a grandi proporzioni lo stesso segno che marca i blocchi di fondazione deU’antichissimo muro limitante a nord la scalinata teatrale,^ e che più sicuramente d’ogni altro può attri¬ buirsi all’epoca del palazzo primitivo di Phaestos. Ma per la determinazione cronologica dello strato in cui giacciono le fossette e le connesse mine, non meno delle caratteristiche strutturali hanno valore i dati cui ci forniscono i trovamenti mobili, specie i vasi fittili dipinti, dei quali le prin¬ cipali classi, con le relative epoche, si sono ormai potute stabilire con sufficiente sicurezza.^ Oggetti di metallo mancano finora assolutamente nello strato di cui ci' occu¬ piamo. Ad eccezione de’ frammenti di due coppe in pietra (grigia per l’una, verde¬ serpentino per l’altra) a forma di calotta sferica con filetto alla base,^ tutta la rima¬ nente suppellettile consiste in prodotti ceramici, i quali si possono classificare come appresso. I. Frammenti di vasi in argilla piuttosto fina, rossiccia, coperti di vernice rossa o bruna, e sovradipinti all’esterno con ornamenti in bianco crema di carattere geo¬ metrico (triangoli formati da linee oblique e fra loro parallele ; losanghe riempite di reticolato, ecc., fig. 2). Si sono trovati nell’ infimo strato di riempimento tra il fianco occidentale delle fossette e un muro scoperto quest’anno sul limite nord-est Mon. Aìit., XIV, c. 427. ' IHd., c. 336. 6 A. J. Evans, Essai de classification dcs époqiics de la civilisaiioit minoome. D. Mackenzie, The pottery pf Knossos in yotinial of Hellenic Sludies, XXIII pp. 157-205 e XXVI, pp. 243-267. Pernier, Mon. Ani., XIV, c. 446 e segg. 7 Vasi in pietra di questa forma si sono più volte trovati fra la suppellettile del palazzo primitivo di Phaestos. Cfr. Mon. Ani., XIV, c. 479, fig. 86. ' Mon. Ani., XIV, c. 398 e seg. ; c. 373, n. i e c- 374- ^ Mon. Ani., XIV, c. 387. Una parete divisoria fatta con plinthoi o mattoni di terra semicotta trovasi pure nell’importante casa di H. Triada, in cui si con¬ servava un deposito di tavolette coperte di scrittura lineare del tipo più antico (classe A). Vedi Halbherr, Rendic. R. Accad. dei Lincei., XIV (1905), p. 388. 1 Mon. Ani., XIV, c. 405 e segg. Rend. R. Acc. Lincei XVI, p. 285 e segg. 200 del palazzo primitivo. Tale strato può essere anteriore alla costruzione delle fos¬ sette ; gli avanzi ceramici suddetti appartengono alla fine del primitivo o al prin¬ cipio del medio periodo minoico. ' II. Ceramica corrispondente a quella trovata sui pavimenti del primitivo palazzo di Phaestos,' cioè; a) frammenti di vasi di terracotta rossiccia più o meno depu¬ rata, a superfice liscia o ruvida, coperta di vernice nera brillante con vari orna¬ menti sovradipinti, per lo più solo in bianco-crema, talora anche in arancio e rosso in stile di Kamares. Non mancano esemplari con rilievi alla barbottina. Tra le forme si riconosce cjuella tipica (pel periodo medio minoico II) del vaso a tronco di cono rovescio con due anse impostate verticalmente suH’omero e becco a finestrettad ò) Vasi più ordinari con decorazioni a vernice bruna sul fondo del colore della ter¬ racotta. Predominante fra questi è il tipo a corpo e bocca ovali con due anse scen¬ denti dal labbro suH’omero.'^ Un esemplare di tal forma, essendo dipinto a fasce orizzontali e spirali ricorrenti in bianco su fondo rosso bruno (fig. 3), ci mostra come il genere decorativo in bianco su fondo scuro si alterni con l’altro contem¬ poraneo a ornamenti bruni su fondo chiaro. Altra forma ci è rappresentata da un elegante boccale in cui si vedono fasce orizzontali e spirali ricorrenti brune sul ' Cfr. Jouinal of Sttidics, XXVJ, tav. VII, i e IX, 4. ^ iMoìi. XIV, c. 446 e segg. I RIoh. Ant., VI, tav. IX, 8-8“; voi. XII, c. iii, fig. 43; IIoGARTH e Welcii, Primitive painted pottery in Crete, in Jonr/ial of Hell. St., XXI, p. 88, fig. 14. ■I Evans, A'nosses 1901, in Animai of thè British Sehool at Athens, VII, p. 11, fig. 4, p. 47, fig. 14; 1903 in B.S.A., IX, p. 48, fig. 25; p. 50, fig. 26/. Rcndic. R. Ace. Lincei XVI, fig io a. 201 fondo naturale del vaso (fìg. 4). c) Frammenti di pitìioi dipinti alla maniera di quelli dei magazzini del palazzo primitivo di Phaestos." d) Frammenti d’impasto gros¬ solano, con superficie levigata a stralucido in rosso o marrone. Materia e tecnica usata per lucerne, tavole da libazioni, ecc. é) Vasi ordinari non dipinti, fra cui pentole tripodate, piccoli boc¬ cali e scodelle, piattelli a piede alto (tav. IX, 2). Ili, Finalmente in alcuni vani, a differenti profondità, si sono trovati pure alcuni fram¬ menti di tazze dipinte in stile miceneo e di pitJioi con rilievi simili a quelli del palazzo posteriore di Phaestos, ma poiché ad essi erano associati così frammenti più antichi (medio-minoici), come più recenti (ellenistici), dobbiamo credere che in quei luoghi siano avvenute infiltrazioni dagli strati superiori, dei quali il tardo minoico non ha per vero lasciato altre tracce all’ infuori dei pochi frammenti suddetti. Un trovamento di eccezionale importanza è stato fatto la sera del 3 luglio igo8. Nel piccolo vano rettangolare che si stende ,, ^ Fig. 3. Vaso dipinto, /j. dal muro meridionale delle fos¬ sette 6, 7 fino alla roccia di astraci (tav. X, 2 e fig. i, n. 8), presso l’angolo nord ovest e a circa m. 0.55 sopra il fondo roccioso di esso, in mezzo a terra scura commista a cenere, carboni e fram¬ menti ceramici, si è rinvenuto un disco di terracotta avente am¬ bedue le facce coperte di segni pittografici (tavv. XI-XIII). Pochi centimetri più a sud- est, nel vano stesso, quasi alla medesima pro¬ fondità giaceva un frammento di tavoletta fittile recante segni della scrittura minoica lineare (fig. io). Il disco poggiava al suolo di costa, non verticalmente ma alquanto inclinato verso nord, mostrando al disopra la faccia che reca nel centro una ro¬ setta. Lo strato di terra su cui trovavasi il disco, sebbene co- Fig. 4. Vaso dipinto, Vs- prisse inuguagUanze del fondo roccioso del vano e pietre spor¬ genti dalla sua parete ovest, tuttavia non sembrava corrispondere ad un vero e proprio pavimento, perchè la terra non era neppure battuta e conteneva, tanto Afon. Ani., XIV, c. 451 e segg. 202 al livello del disco quanto sotto, avanzi ceramici dello stesso genere e della stessa epoca. In ogni modo, data la posizione in cui trovavasi, apparisce chiaro che il disco non restava ni situ, ma piuttosto là dove era caduto da un’impalcatura superiore, probabilmente insieme alla tavoletta. Importa di ricordare lo strano caso per cui uno de’ nostri saggi del i goo mise allo scoperto il vano 8, risparmiando solo quel piccolo tratto in cui si celavano i due documenti epigrafici. Per tal ragione prin¬ cipalmente si spiega come dagli scarsi fram¬ menti di vasi fittili che accompagnavano il disco non si possa ricomporre alcun esemplare intiero. Tuttavia l’importanza del trovamento è tale che pure la classificazione dei più mi¬ nuti frammenti assume uno speciale interesse. I. In grande predominanza sono i frammenti della fine del medio periodo minoico, e tra essi i più caratteristici appartengono a vasi della forma indicata alla fig. 5,' fatti cioè a tronco di cono rovescio, con piccolo becco a fine¬ stretta sporgente dall’orlo superiore, con due robuste anse orizzontali ai lati e un’altra verticale, opposta al beccuccio. Si rico¬ noscono dai differenti orli i resti di almeno tre esemplari di tal forma. Sono tutti di argilla assai grossolana impastata con grani silicei, abbastanza ben cotta, a pareti spesse e superfice ruvida. Di un esemplare si conservano, oltre a molti pezzi minori, tre frammenti dell’orlo a sezione rettangolare (alto mm. 43 ; spesso mm. 25), avente nell’interno un diametro di circa 48 cm. Becco con finestretta nell’orlo. Il vaso all’esterno ha una ingubbiatura giallognola che ben si distingue dal color rossiccio della terracotta ; sembra fatto a mano. Un altro esemplare, certo modellato al tornio, senza ingubbiatura esterna, ha l’orlo pure a sezione rettangolare, alto mm. 30, spesso mm. 17. Di un terzo esemplare dipinto resta un pezzo dell’orlo con la piccola ansa verticale posteriore (fig. 6 a). Il labbro è alto mm. 38, spesso mm. 25. Reca dipinti, su fondo nero, una fascia rosso-vinato sotto l’orlo e tre linee bianche orizzontali; trattini bianchi obliqui sull’ansa e sull’orlo. Al vaso stesso o ad altro simile appar¬ tiene poi un bel frammento (fig. 6 b) dipinto in bianco su fondo nero con fasce oriz- Fig. 5. Forma tipica di vasi della fine del periodo medio-minoico. ' Il vaso di cui si dà la forma alla lìg. 5 proviene dallo scavo del palazzo primitivo di l’iiaeslos. Altri esemplari assai belli dello stesso tipo, dipinti con or¬ namenti policromi su fondo nero, furono trovati nei vani all’angolo sud-ovest del muro a ortoslati. — 203 zontali sotto l’orlo, con trattini verticali sulle anse e cerchi agli attacchi di queste, con grandi spirali ricorrenti sul corpo. Tra i materiali dell’epoca suddetta si distinguono poi; a) numerosi frammenti di argilla non troppo depurata, a superflue ruvida, dipinta a fondo nero e più di a b Fig. 6. Frammenti di vasi dipinti trovati insieme col disco. rado rosso con ornamenti in bianco. Qualche ansa appartiene a vasi del tipo ripro¬ dotto alla flg. 3. Sporadici sono i frammenti del Kamares fino, a decorazione bianca su nero ; b) una ventina di frammenti di tipo Kamares rustico a ornati in color rosso-bruno sul fondo giallognolo della terracotta (fig. 7 a b). Di mezzo a pochi pez- a b c Fig. 7. Frammenti di vasi dipinti trovati insieme col disco. zetti, dipinti a fondo chiaro ma più fini, se ne distingue uno decorato con un ciuffo di foglie bianche (fig. 7 ; c) frammenti di pitìioi con sgocciolature di tinta rossa e bruna (fig. 8). II. Un pezzo di tazzetta a cono tronco rovescio, di argilla assai fina, dipinta con larga fascia intorno all’orio e con fasce concentriche più sottili in nero sul - 204 — fondo rossiccio della terracotta, mi sembra di carattere miceneo specialmente per la buona qualità della vernice resistente e lucida (fig. g). III. Certo provengono dagli strati superficiali un’ansa di terracotta giallognola con fascia bruna appartenente a una hydria ellenistica, e il fondo d’un vaso dipinto internamente a vernice rosso-corallina lucente come quella dei vasi aretini. Oltre al vasellame dipinto si trovarono col disco: molti frammenti di argilla assai impura di color marrone, mal cotta come in generale è quella delle pentole tripodate ; molti altri ancora di terracotta rossiccia di fattura più o meno rozza, di epoca non ben precisabile (alcuni appartenenti alle comuni tazzette minoiche a cono tronco rovescio): una scheggia di ossidiana; poche ossa di animali bovini, di cui alcune bruciate, e un dente di ruminante giovane, forse vitello. l'ipo di costruzioni e genere di suppellettili concordano fra loro nel designarci lo strato in cui furono trovati il disco e la tavoletta come contemporaneo dell’ul Fig. 9. P'ranimenlo di tazzelta dipinta. timo periodo di esistenza del primitivo palazzo festio e dell’epoca in cui s’iniziava la grande ricostruzione della reggia di Knossos. Il vasellame associato ai due docu¬ menti scritti, vasellame in cui la policromia è già quasi scomparsa, corrisponde per¬ fettamente a quello che giaceva sui pavimenti, sui banchi, nei ripostigli del primo palazzo di Phaestos, al momento della sua catastrofe,' e a quello trovato nei vani più antichi del rinnovato palazzo cnossio, per esempio nelle cassette sotterranee del magazzino 4 ^ e nel tesoro della dea dai serpenti.^ Le analogie di disposizione e di forma che le fossette di Phaestos presentano coi ripostigli sotterranei di Knossos e di Ilaghia Triada,'^ ci guidano a immaginare l’aspetto e l’uso originario di quelle. Dalle parti che se ne conservano 'risulta chiaro che le fossette di Phaestos non avevano aperture nè laterali nè inferiori. Il loro ’ ]Mon. .!nt.^ XIV, c. 446 e segg. ’ Evans, Knossos, 1903, in B. S. A,, IX, p. 49, ^ Evans, Knossos, 1901. in />. X. A., VII, p. 46, figg. 25, 26. Ilg. 14. Cfr. A’nossos, 1904, in B. S. A., X, p. 6, + Pariiìeni, Rendic. K. Acc. dei Lincei, XII (igoS), P- 323- — 205 muro perimetrale e gl’ interni tramezzi evidentemente s’innalzavano a maggior al¬ tezza ; le lastre di argilla per cui una fossetta è divisa dall’altra, non essendo di per sè atte a sostenere alcun peso, certo terminavano in alto con travicelli orizzon¬ tali applicati sopra, in modo da poggiare con le estremità sopra i solidi muri lunghi perimetrali, e i travicelli alla lor volta potevano sostenere la copertura mobile, ossia i coperchi delle fossette. Un’impalcatura, credo non molto alta rispetto al piano roccioso, doveva coprire altresì il vano 8, e per questa, accessibile da sud e dai vani contigui ad est, si poteva passare nel recinto delle fossette aprentisi in alto. Che le fossette abbiano mai servito per deposito d’acqua o d’altro liquido, non si può nemmeno pensare, data la mancanza di canali per l’immissione e lo smal¬ timento e data altresì la insufficiente impermeabilità delle pareti in argilla dissec¬ cata e stucco fino. Le fossette dunque dovevano essere ripostigli come le v.y.niXk7.ic, di Knossos e propriamente come quelle dei magazzini occidentali, del lungo corri¬ doio adiacente, e del santuario della dea dai serpenti.' Il vano 8 poi, dove fu tro¬ vato il disco e la tavoletta, presenta una stretta, e forse non casuale, somiglianza colla stanza del tesoro (ove erano i talenti di bronzo) nel palazzetto di Haghia Triada ^ e col vano della reggia cnossia in cui si conservava il più ricco deposito di tavolette scritte con caratteri geroglifici.^ Merita molta attenzione il fatto che tutti i piccoli vani sopra ricordati dei tre ' palazzi minoici sono, non soltanto simili fra loro per la struttura, ma forse anche contemporanei,'^ cioè della fine del medio periodo minoico {Middle Mmoan III del signor Evans) e mi sembra apparisca evidente che pure le fossette di Phaestos e il vano dove fu trovato il disco, servirono come ripostigli o depositi di oggetti impor¬ tanti e preziosi. L’edificio dell’angolo nord-est dell’acropoli, col quale tali ripostigli sono in in¬ tima connessione, è attiguo al palazzo così della prima come della seconda epoca e, per quanto ne rimanga nettamente separato a causa della interposta prominenza rocciosa, tuttavia costituisce del medesimo come un annesso o una dipendenza. La sua fronte è ugualmente orientata e forma il prolungamento verso est del prospetto settentrionale del quartiere privato del secondo palazzo, il quale ivi, siccome di¬ cemmo, ha mantenuto ed incorporato gli avanzi del palazzo più antico.^ Forse dobbiamo riconoscere nel nuovo edificio scoperto gli archivi della reggia ‘ Cfr. pianta generale di Knossos e B. S. A., IX (I903)> figg- 15, i6, 19, 25. “ Cfr. pianta provvisoria in Memorie del R. Istituto Lombardo, voi. XXI, tav. I, fig. i (n. li). 5 Cfr. pianta generale di Knossos e B. S. A.^ VI (1900), p. 25 e 59. 4 II vano di Knossos dove si trovò il deposito di tavolette geroglifiche ha tutta l’apparenza di un sotto¬ scala costruito nel primo rifacimento del grande palazzo e chiuso alla fine del periodo medio-minoico III. 5 Mon. Ant., XIV, c. 373 nota i e c. 429. Ausonia - Anno III. 34 266 — festia. Costruiti verso il principio dell’epoca medio-minoica, in luogo dove già si era esteso l’abitato dell’epoca più antica,’ dovettero restare in uso (siccome ne fanno fede varii cambiamenti e restauri) durante tutta quell’epoca e furono coinvolti nella catastrofe che distrusse il primo palazzo. Al punto in cui son rimasti gli scavi, non si può dire se l’edificio fu restaurato e riutilizzato all’epoca del palazzo posteriore ; pare però che le costruzioni tardo- minoiche ivi non si siano compenetrate con le più antiche, ma invece sovrapposte al pari di quelle ellenistiche innanzi descritte.^ IL — La tavoletta fittile con caratteri lineari. La tavoletta scritta che si rinvenne nel vano 8 è mancante da uno dei lati (fig. io). Se, come pare, fosse stata rettangolare, più lunga che larga, correndo la scrittura parallela ai lati lunghi come nell’altra tavoletta di Phaestos già nota,^ ne manche¬ rebbe non meno della metà. Misura mm. 34 per l’attuale lunghezza, mm. 45 in larghezza e mm. 6-g di spessore. Fu impastata con argilla non troppo depurata, di color bruno, e quando l’argilla era fresca, vennero ritagliati i suoi margini con una lama, la quale sul margine inferiore intaccò lo spessore soltanto per circa due terzi. Pel rimanente terzo la costa, anziché piana e liscia, è sporgente e irregolare di guisa che apparisce come la tavoletta si finisse di staccare a mano da una lastra d’argilla, donde forse si ottennero più tavolette. Conservandosi ancora morbido l’impasto, i segni vennero tracciati con una punta dura sopra ambedue le facce della nostra tavoletta, la quale poi fu sottoposta ad una cottura abbastanza intensa, penetrante nell’interno in modo uniforme. Le due facce, annerite dai carboni coi quali si trovarono a contatto, forse anche intaccate dal fuoco che sembra aver divampato nell’edificio di recente scoperto, sono ruvide, in qualche punto corrose, in qualche altro scheggiate così che l’aspetto di alcuni segni ci si mostra alterato. La rottura dall’alto in basso scende obliqua, seguendo le incisioni di tre segni posti quasi in colonna. I segni sono finemente incisi con tratto sicuro e la scrittura sopra ambedue le facce va da sinistra a destra, come di regola sulle tavolette a caratteri lineari, sia di Knossos, sia di H. Triada. ^ Difatti sulla faccia B) del nuovo documento festio, i segni dì entrambe le linee cominciano a egual distanza dal margine sinistro, mentre ’ Il ricordo di questo ci è conservato dagli avanzi I Pernier, Alon. Ant., Xll, tav. Vili, 2. Halbherr, ceramici a decorazione geometrica sopra ricordati. Vedi Mo?i. XIII, c. 26, fig. il. p. 259, fig. 2. Evans, Knossos, 1900, in B. S. A., VI, p. 59. * Vedi p 256 e segg. 5 Halbherr, Mon. A/it., XIII, c. 22, — 267 — sulla faccia A) le due prime linee s’arrestano a differente distanza dal margine destro e uno spazio anche maggiore resta vuoto fra il margine stesso e l’ultimo segno della terza linea, di cui si conserva solo un’asta orizzontale vicino alla linea di frattura. E ben noto come il sig. Evans, studiando i numerosi documenti scritti di Knossos ai confronto con quelli trovati a Phaestos e ad Haghia Triada, a Gournià, a Palai- kastro, abbia potuto riconoscere nella scrittura minoica lineare due differenti classi (classe A e classe B),^ le quali si distinguono fra loro per la forma stessa dei do¬ cumenti, pel sistema di numerazione e per l’aspetto di certi tipici caratteri. La scrittura della classe A ebbe larga diffusione nell’isola, trovandosene le tracce nel territorio festio, a Knossos, nell’antro di Dikte, a Gournià, a Palaikastro e sembra Fig. IO. Tavoletta fittile con caratteri lineari, Vi¬ di origine più antica perchè i documenti di essa provengono da strati più primi¬ tivi ; l’altra rimane per ora circoscritta a Knossos, dove è la scrittura comune del palazzo posteriore, rappresentata da migliaia di esemplari. Sebbene tra le due classi vi siano vari elementi in comune, tuttavia non apparisce che l’ima (B) rappresenti uno stadio successivo di sviluppo dell’altra (A), ma piuttosto vien fatto di pensare a due sistemi paralleli. La nuova tavoletta da noi trovata, al confronto con gli altri saggi di scrittura lineare fornitici da Phaestos ^ e da Haghia Triada, ^ apparisce subito non dissimile, ma formante gruppo con essi, quindi riferibile alia classe A. La sua forma, sebbene non sia la più comunemente adottata pei testi della medesima classe, tuttavia corri- ’ Evans, 1903, in .5. 5. IX, p. 5iesegg. 5 Mon. A/it., XIII, c. 21 e segg., ta.v. IV -, Memorie * Mon. Ani., XII, c. 87 e segg., tav. Vili, 2; XIII, del R. Ist. Lombardo^ XXI, p. 247, tav. VI, fig. 14; c. 26, fig. li; XIV, c. 481 e segg.; Evans, Cretan Rendic. R. Aec. Lìncei^ XIV, p. 390, fig. b. Pictographs, in Journal of Hell. Si., p. 283, fig. io. t — 268 — sponde a quella dell’unica altra tavoletta di Phaestos, ' e la sua particolarità di essere scritta da ambo i lati si riscontra appunto sulle tavolette di una casa privata di Haghia Triada ' e su quella trovata a Knossos in uno dei ripostigli sacri del tempio della dea dai serpenti. ^ Quanto al sistema numerale, essa nulla ci dice perchè non con¬ tiene alcun segno che decisamente possa intendersi come numero, ma tutti i suoi caratteri, ad eccezione solo di qualche linea di a*spetto indeterminato, trovano ripe¬ tuti riscontri nei segni degli altri documenti scritti del territorio festio, mentre sol¬ tanto un paio di quelli o pochi più si vedono ricorrere sulle tavolette cnossie della classe B, pubblicate dal sig. Evans. Le rispondenze fra la scrittura della nuova tavoletta festia e quella degli altri documenti dello stesso territorio e della stessa classe sono rese evidenti dalle ta¬ belle che pubblichiamo alla fig. ii; e rispondenze simili hanno tanto più valore, in quanto il confronto deve per ora limitarsi ad un numero molto esiguo di testi. 11 n. I ha l’apparenza d’un segno composto e la sua forma scempia potrebbe essere quella che si riscontra ad LIaghia Triada senza l’asta verticale a sinistra. Nei nn. 2 e 7 non cambia l’essenza del segno, variando il numero degli apici. Assai dubbio è il riscontro che abbiamo trovato al segno 4. Se, come sembra nella seconda linea della faccia A), esso va unito con l’asta verticale a sinistra, il ravvicinamento diventa più ammissibile. 11 n. 6, largamente esemplificato a Phaestos e ad Haghia Triada, comparisce pure fra i pochi segni della tavoletta lineare (classe A) di Knossos.’ 11 segno 8 ad Haghia Triada presenta qualche varietà nella forma dell’apice; anche quando gli apici sono tre o la prima asta verticale si prolunga al disopra dell’asta orizzontale, o quando un’altra asta orizzontale è sottoscritta il segno si mantiene essenzialmente lo stesso. I segni 9 e IO trovatisi a Haghia Triada così semplici come combinati fra loro col sistema della sigla che si è riscontrato più volte a Phaestos ^ e ad Haghia Triada. ’ II segno 1 1 già dall’ Halbherr venne messo a riscontro coU’auy egiziano. Il segno 12 mi pare apparisca due volte ad Haghia Triada in composizione con un circolo. Tra tutti i segni suddetti, i nn. 6 e io sono, fino ad ora, i soli che si ripe- ‘ AJaj/. Ant., XII, tav. Vili, 2 e XIII, c. 26, fig. il. ^ Memorie del R. Ist. Lomb., XXI, p. 247. 5 Iv/tossos, 1903, in B. S. A., IX, p. 51. 1 Cfr. B. S. A., VI, tav. I, a p. 18, tav. II, a p. 56; p. 58, fig. 12; VII, p. IO, fig, 3; Vili, p. 67, fig. 33 e p. 108, fig. 66; IX, p. 128, fig. 84; X, p. 58, fig. 21. Corolla Numismatica, O.'cford 1906, p. 853, fig. 8 e p. 361, fig. 14. 5 Evans, ICnossos, 1903, in B. S. A., IX, p. 52, fig. 2 7(7. 6 A/ou. Ani., XII, c. 93-94, fig. 27 ; XIV, c. 436, fig' 47- 7 Alon. Ani., XIII, c. 56, fig. 45, 4. A B 0 Tr la dà 8 "-me ìL Ili h fi à 0 9 ‘T (C 1 T 10 1 1 T f + 11 ? f 12 T Fìg. II. I segni della nuova tavoletta di Phaestos messi a riscontro con quelli delle tavolette di H. Triada e di Knossos (classe ^). - 2']0 - tano con una certa frequenza nella scrittura lineare B, e in epoca più avanzata. A Knossos, per esempio, veggonsi scritti con inchiostro nell’ interno d’una tazza di apparenza piuttosto primitiva ' appartenente al periodo iniziale del palazzo po¬ steriore. Nel secondo palazzo di Phaestos il segno io servi per contraddistinguere alcuni pezzi decorativi di pseudoporcellana destinati a comporre un rivestimento embricato ' e per marcare alcuni blocchi da costruzione. ^ Il segno 6 fu impiegato più largamente a quest’ultimo uso; oltreché su blocchi erratici, trovasi inciso roz¬ zamente a grandi proporzioni (alla maniera dei segni più antichi) sopra i due blocchi costituenti la fiancata d’uno dei magazzini che sono parte integrante nel piano ori¬ ginario del secondo palazzo festio. ^ Se ciò signihca che il segno era in voga mentre si costruiva tal palazzo, il pitlios di tipo tardo minoico, su cui pure vedesi inciso, attesta che continuava ad esser usato in epoca relativamente tarda. Abbiamo detto innanzi che lo strato archeologico in cui la tavoletta fu tro¬ vata insieme al disco, appartiene quasi per intiero alla fine del medio periodo mi¬ noico. *’ Ma ciò non basta per determinare esattamente l’epoca del documento. Poiché la tavoletta non é estranea allo strato in cui giaceva, non rappresenta cioè un oggetto sporadico ivi infiltratosi da sovrapposti strati meno antichi (al pari dei rarissimi cocci dipinti in stile miceneo o dei più numerosi frammenti di vasi ellenistici), ma sta in logica associazione coi materiali concomitanti, l’epoca dello strato ci dà un sicuro terviimis ante qìieìn per datare l’iscrizione. V’ha di più. Come i vasi trovati nelle fossette e nell’adiacente ripostiglio dell’archivio festio tro¬ vano perfetto riscontro nei vasi provenienti dai vani più antichi del secondo palazzo di Knossos, così la nuova iscrizione lineare di Phaestos forma gruppo insieme con la tavoletta cnossia del tesoro della dea dai serpenti, e con le tavolette di Haghia Triada. Di queste alcune giacevano in una ricca abitazione privata dove si conserva¬ vano pure vasi dipinti allo stile di Kamares, ^ e altre si rinvennero nel piccolo pa¬ lazzo insieme a cretule impresse che, per carattere, stile e soggetti rappresentati, corrispondono alle impressioni di sigilli del ripostiglio del santuario cnossio,® quindi tutte appartengono, siccome già riconobbe l’ Evans, «ad una epoca corrispondente idl’ultima parte del primo periodo del palazzo posteriore di Knossos».’ Per tanto ‘ Evans, k'nossos, 1902, in B. S. Vili, p. 108. Cfr. anche B. S. A., X, p. 58, fig. 21 a, b; e fig. 22. ^ BRm. Ant.^ XII, c. 93-94, fig. 28. I Mon. Ani., XII, c. 89, fig. 24, 4. Ibid., fig. 24, 7. 5 &I0ÌI. Ant., XIV, c. 441, fig. 51. 6 Vedi p. 264. ■ IIalbherr, Memorie del R. Ist. Lomb., XXI, p. 247. ^ La rispondenza è perfetta in alcuni esemplari, per es. in una erettila esibente pugilista o guerriero dinnanzi a colonna (II. Triada, AIoii, Ant., XIII, fig 41 a c. 45 ; Knossos, B. S. A., IX, fig. 85 a p.56) e in un’altra esibente uomo o dio ritto accanto a un leone (II. Triada, A/on. Ant., XIII, fig. 40 a c. 44; Knossos, B. S. IX, fig. 38 a p. 59), 9 B. S. A., IX, p. 53-54. — 271 — ritengo che pure la nuova tavoletta di Phaestos risalga all’epoca suddetta, cioè alla fine del periodo medio minoico (fine del A4iddle Minami III secondo l’ Evans). Siccome poi l’edificio donde proviene la tavoletta costituiva un annesso del palazzo primitivo di Phaestos e ne subi la sorte medesima, il nuovo documento di cui ci occupiamo reca una conferma alla conclusione cui giungemmo studiando la ceramica e l’architettura degli edifici di Phaestos, " alla conclusione che il ripristi- namento del palazzo festio è di un certo tempo posteriore alla grande ricostruzione della reggia di Knossos, in quanto l’ultima epoca del palazzo primitivo di Phaestos corrisponde alla prima epoca del secondo palazzo di Knossos. III. — Il disco fittile con caratteri pittografici. Il disco fittile (tavv. XI-XIII), trovato nel vano 8 insieme alla tavoletta scritta in caratteri lineari, ha forma non geometricamente perfetta : la linea periferica presenta leggere ondulazioni cosicché i diametri variano da 158 a 165 mm. ; varia anche lo spessore fra 16 e 2 i mm. e le superfici non sono del tutto piane, presentando la faccia A un ingrossamento abbastanza pronunciato lungo quasi tutta la periferia, e la faccia B un impercettibile rigonfiamento al centro. Apparisce dunque che il disco non deriva da una matrice, dalla quale avrebbe avuto forma più regolare, bensì fu ot¬ tenuto a mano per la compressione sopra un piano di una palla di creta ancor fresca. Si spiega così perchè il circolo non è perfetto, perchè la faccia B è meno piana dell’opposta, perchè questa ha l’orlo ingrossato. L’ ingrossamento si produsse in quei punti in cui si voile moderare la soverchia espansione della creta compri¬ mendola dalla periferia verso il centro. Anche alcune sottilissime spaccature che per la compressione della creta umida si produssero specialmente sullo spessore del disco, indicano che questo fu modellato a mano libera. Si adoperò per farlo un’ottima argilla, depuratissima, di grana così fine come quella delle tazze minoiche dette a guscio d’uovo, e la cottura in un fornello ad alta temperatura, riuscì perfetta dando, in superficie, alla creta la levigatezza della maio¬ lica e un bel colore grigio-giallognolo, tendente in qualche punto al rossiccio. Le vampe dell’incendio che distrusse gli archivi e i carboni con cui il disco rimase per tanti secoli a contatto, ne hanno un poco annerito le facce. Ma la conservazione di questo singolare monumento è quasi perfetta ; poche scheggiature presso l’orlo, dovute a urti di fianco, intaccano appena alcuni segni, e solo una scrostatura nell’interno della zona periferica della faccia A ha comple- * Afp». Ant., XIV, c. 461 — ^7- — tamente asportato un segno, non riconoscibile neppure dalle tracce del contorno. Alcune sottili crinature credo derivino dall’intensità della cottura originaria o dalla forza del hioco che, distrug'gendo il vano dove conservavasi il disco, lo fece cadere là dove noi Tabbiaino trovato. * ^ 'V' Ambedue le facce del disco sono coperte di linee graffite e di piccole figure impresse a stampa quando l’argilla era ancor fresca. Le linee sono graffite a mano libera con una punta dura, sottile, la quale approfondendo, ha lasciato un solco triangolare. E questo il sistema col quale sono incisi i segni di tutti i documenti epigrafici sinora forniti dai palazzi e dalle case minoiche. Prima su ciascun lato fu tracciata una linea che si avvolge a spirale, e poi nella zona compresa fra i giri della spirale si cominciarono a imprimere le figure, separandone i varii gruppi per mezzo di linee tracciate da un giro all’altro nel senso di raggi. La linea spirale ha dunque servito per regolare la disposizione spiraliforme dei segni, così come su molte delle tavolette di Knossos linee orizzontali dovettero guidare la mano dello scriba. ‘ Ito detto che la linea si avvolge non già che si svolge a .spirale, e con ciò intendo di ammettere che la spirale non vada dal centro verso la periferia, ma in senso contrario ; io credo cioè che la spirale, sopra ambedue le facce, muova dalla estremità superiore di quel segno periferico che si presenta come un’asta verticale sulla quale sono segnati cinque puntini equidistanti fra loro, e prosegua, avvolgen¬ dosi, in senso sinistrogrado. Infatti, cominciando la spirale ad una voluta distanza dalla periferia è facile otte¬ nere che r intero giro più ampio della spirale si mantenga quasi concentrico alla periferia del disco. La brusca e angolosa distorsione della curva là dove sta per toc¬ care il suo punto di origine formando un circolo, e la conseguente deformazione di tutto il resto della spirale, derivano dall’essere stata anzitutto delimitata la zona peri¬ ferica. Invece sopra un disco cominciando una spirale dal centro, naturalmente accade che la curva si mantenga per quanto è possibile concentrica e vada man mano ac¬ costandosi alla periferia fino a sparire su di essa. Inoltre, osservando bene la linea spirale, si vedono divergere da essa, pure da destra verso sinistra, delle sottili graf¬ fiature. Queste rappresentano deviazioni della punta che corre verso il centro da destra, non già riprese di una linea girante in senso contrario verso la periferia. Infine anche la disposizione di alcuni piccoli rialzi della creta sollevata nel solco Evans, A’wssos, 1900, in />’. S. A., VI, tav. I a p. 18 e tav. Il a p. 56. 273 — daU’avanzarsi della punta, mi sembra indicare che la spirale si avvolge dalla pe¬ riferia al centro. Il segno che trovasi al punto di origine delle spirali non è impresso a stampa come tutte le piccole figure, ma consiste invece in una linea graffita verticalmente, sulla quale la stessa punta dura ha incavato dei puntini in modo da conferirle quasi, sulla faccia A, l’aspetto di un bastone nodoso. Ma è ben chiaro che questo non è un geroglifico come gli altri impressi, bensì un segno convenzionale, avente una speciale funzione. Sono poi graffiti con la punta Mura alcuni trattini che si dipartono obliqua¬ mente all’ ingiù dalla base di varie figure. Questi trattini non rappresentano graffi casuali, ma certo rispondono pure a un determinato ufficio nella significazione del testo. . * * * Basta il semplice ricordo delle pittografie cretesi, dei geroglifici egiziani, caldei ed hetei, per farci pensare che le piccole figure onde il disco è ricoperto, siano gli elementi di una scrittura pittografica o geroglifica che dir si voglia. Mentre la spirale graffita va da destra a sinistra, la serie delle figure impresse sopra ambedue le facce sembra svolgersi in senso contrario, cioè verso la periferia, muovendo dal punto in cui la spirale termina. Tale direzione della scrittura viene indicata dal verso nel quale sono volte le figure riferentisi ad esseri animati ; ' la donna ritta, l’uomo che corre e quello che cammina si veggono sempre di profilo a destra, e in questo stesso verso stanno il più delle volte la testa umana con o senza elmetto piumato, l’uccello volante o in posa, la testa di cane. Alcune anomalie non mancano, ma si possono tutte spiegare senza che per esse debba dubitarsi dell’andamento destrogrado della scrittura; la barca, il pesce, la valle tra le montagne, ruccelio in posa, la testa di ariete — credo per semplice economia di spazio — sono sempre rappresentati in posizione verticale anziché nel verso in cui si muovono le figure umane; una volta l’uccello volante si trova capo¬ volto (faccia A) e questo può essere accaduto per una svista dello scriba, ma al¬ lorché ripetutamente troviamo la testa di cane volta in basso o capovolta (sopra ambedue le facce), la pelle di animale del pari al rovescio (faccia A) e soprattutto la testa umana con penne chinata all’ ingiù (faccia A), allora non si tratta forse di una svista, ma piuttosto si deve credere che quei dati segni, quando sono stam- ‘ Nella scrittura lineare cretese della classe B, che verso destra. Ctr. Burrows, The dhcoveries in CreU^ si legge da sinistra a destra, le figure sono pure volte ,p. 147 e seg. Ausonia. - Anno IH. 35 pati in posizione diversa dalla normale, acquistino uno speciale significato, come ad esempio nella scrittura epigrafica latina alcune lettere volte al contrario 3^ — per una convenzione paleografica — esprimono una determinazione speciale, cioè il femminile dei nomi di cui le stesse lettere, scritte in senso normale, indicano il maschile corrispondente F (filius), P (puer), C (Caius).' La spirale figurata termina quasi al medesimo punto della periferia sopra am¬ bedue le facce, al punto in cui la spirale a linea graffila comincia e dove trovasi la linea verticale con puntini pure graffiti. Coi puntini pare si sia voluta distinguere tale linea da tutte le altre verticali che separano fra loro i varii gruppi di segni, e io credo che quel segno del tutto speciale pel modo com’ è eseguito e pel posto dov’ è collocato, stia ad indicare il punto in cui termina non un solo gruppo di segni, ma l’ iscrizione dell’ intera faccia. Il trovarsi adottata per la scrittura del disco la direzione da sinistra a destra, mentre sopra lo stesso oggetto le spirali graffite vanno in direzione contraria, non deve far meraviglia se si pensi che i due movimenti, da destra a sinistra e da sini¬ stra a destra, combinati insieme, riflettono l’andamento della scrittura bustrofedica che trovasi adottato nel paese degli Hetei e in Creta stessa sui più antichi saggi di pittografia ‘ e fors’anche di scrittura lineare. ’ La presenza del segno della fine sopra ambedue le facce del disco c’induce poi a ritenere che fra il testo d’una faccia e quello dell’altra non vi sia una tal continuità assoluta come nel contenuto di due consecutive pagine d’un libro ; il disco sembra piuttosto offrirci, se non due testi distinti, per lo meno due distinti capitoli del medesimo testo. A quest’ultima conclusione si potrebbe giungere anche se, nel determinare il verso della scrittura del disco, volessimo tener conto della norma che vige nella scrittura geroglifica egiziana ed hetea, della norma cioè che l’iscrizione si deve leggere da destra a sinistra quando le figure di esseri animati sono volte verso destra e vi¬ ceversa. In tal caso, meno probabile, le iscrizioni del disco comincerebbero ambedue dalla periferia come le spirali graffite, ma sarebbero distinte Luna dall’altra per avere ambedue un segno indicante il principio. ‘ Per restare nel campo della pittografia si può ri¬ cordare che sulle stele funebri dei capi Indiani del- r.'tmerica del Nord la figura di animale usata come emblema del personaggio è posta al rovescio per in¬ dicare la morte. Cfr. Lenormant, IJist. anc. de l' Orient (9'* ed.j, I, p. 408. ^ Evans, Cretan Pictographs, in Journal of Helì. Stndies, XIV, p. 301 ; A'nossos, 1900, in B. S. A.^ VI, p. 61. 5 Pernier, iVon. Ani., XII, c. 97 e IIalbherr, Alon. Ani., XIII, c. 28-29. — 275 * * L’ idea che il disco scritto derivi da una matrice a due pezzi, recanti ciascuno il testo di una faccia, in rilievo, non è neppure ammissibile, solo che siasi notata la forma del tutto irregolare e la fattura dell’oggetto, le ineguaglianze delle sue superfici. Ma altrettanto inverosimile apparisce l’ ipotesi che, plasmato a mano libera il disco d’argilla — siccome dicemmo — ne siano state impresse l’una dopo l’altra o contemporaneamente le facce con altri due dischi aventi le figure in rilievo. Nel¬ l’uno e nell’altro caso il disco, per la parte figurata, non offrirebbe una composi¬ zione originale, di prima mano, bensì una riproduzione ; cioè di fronte ai supposti dischi dalle figure in rilievo sarebbe qualcosa come una copia rispetto alla compo¬ sizione tipografica o, in fotografia, una positiva rispetto alla negativa, di cui potreb¬ bero esistere più copie. Ma, a parte la irregolare forma del disco, varie altre considerazioni ci vietano d’ammettere le ipotesi suddette. 1. Le spirali e le altre linee graffite non possono derivare da una matrice. Po¬ trebbero essere state eseguite dopo la stampa delle spirali figurate, ma in tal caso mancherebbe loro la principale ragion d’essere. 2. Mentre le varie figure si ripetono diverse volte perfettamente identiche, veg- gonsi però dove più dove meno profondamente impresse, e talora di una figura non tutte le parti sono calcate lo stesso, come dovrebbero essere se ciascuna faccia de¬ rivasse di un getto da un’unica matrice. 3. In alcuni punti le figure impresse oltrepassano o toccano, deformandola, la spirale graffita — indizio certo che questa fu eseguita in precedenza ; — altrove nella giustapposizione delle figure si riscontrano delle incertezze che mal si spieghereb¬ bero in una copia e che invece sogliono verificarsi quando, producendo con pun¬ zoni delle impronte successive, non si possono calcolare esattamente gl’ intervalli fra le une e le altre. 4. Se il disco d’argilla umida fosse stato impressionato con forme aventi le figure in rilievo, difficilmente la zona periferica delle figure sarebbe riuscita quasi concentrica alla periferia del disco, e piuttosto sarebbe accaduto quello che di so¬ vente si riscontra nelle antiche monete battute, sulle quali l’impronta del conio tocca od oltrepassa in qualche punto l’orlo del pezzo. 5. Del resto a contraddire le ipotesi sopra accennate basta già la semplice os¬ servazione che per esse si dovrebbe supporre l’uso di forme con figure in rilievo, mentre le forme non son tali, se non in quanto recano in incavo le figurazioni, le quali riescono a rilievo sulle copie che se ne traggono. 276 Si può dire che, nell’ industria ceramica d’ogni epoca e d’ogni paese, le iscri¬ zioni, gli ornamenti e le figure derivate da matrici sono di regola in rilievo. Questo osservasi ad esempio in Egitto pei bolli dei mattoni di argilla, a Creta stessa per le rappresentanze delle cretule impresse con sigilli, per gli ornamenti geometrici o figurati ottenuti a stampa sui pithoi minoici o greco-arcaici, pei mascheroncini o per le altre figure applicate sui vasi ellenistici imitanti i vasi metallici, pei bolli delle anfore e di altri vasi. Invece hanno intagli incavati le forme corrispondenti, siano pietre incise-sigilli o castoni d’anelli d’oro, siano semplici matrici di pietra ordinaria o di terracotta. INIatrici di terracotta per stampare rilievi fittili trovansi largamente usate in Creta e altrove. A Knossos, da uno strato dell’epoca del primo palazzo (epoca medio-mi¬ noica II) proviene una matrice fittile, in cui l’ Evans vorrebbe riconoscere la con¬ traffazione dell’ intaglio d’un castone di anello d’oro. ' Altre matrici fittili d’età mi¬ noica si sono trovate negli scavi americani di Gournià ; fittili sembrano essere state le forme per stampare sui vasi greco-arcaici le decorazioni in rilievo comunemente usate a Creta invece delle pitture; fittili altresì le forme delle lastrette con protomi o intiere figure in rilievo d’epoca arcaica o classica trovate in tanta copia nei se¬ dimenti ellenici di Axòs, Goulàs, Prinià ^ e Praesos. ’ A Phaestos, nello strato più superficiale entro l’area del palazzo, trovammo una forma in argilla assai depurata, recante ad incavo una bella e delicata figura di Artemis seduta, in veste da cacciatrice, di squisita arte ellenistica. ^ Dovette ser¬ vire a stampare rilievi del genere preferito per la decorazione dei vasi coperti di vernice nera lucente (sec. ill-l a. C.). E ben noto come in questa medesima epoca tanto in Grecia, con le cosiddette coppe di Megara, quanto più specialmente in Italia fiorisse l’ industria dei vasi fit¬ tili stampati con decorazioni a rilievo, imitanti i vasi di metallo sbalzati. Erano celebri le fabbriche etrusco-campane, come quelle di Cales per le coppe ombelicate nero-lucenti, di Vohinii per i vasi argentati e dorati, e sovrattutto quelle di Ar- retitiììi per le finissime ceramiche verniciate in rosso corallino, delle quali si sono ritrovate pure le matrici fittili a centinaia. Nel museo della pia fraternità di Santa Maria di Arezzo, che ne possiede la raccolta più ricca, si conserva un disco fittile del diametro di mm. 167, spesso mm. 1 1 all’orlo e 2 1 circa nel centro, recante sul rovescio due soli cerchi impressi, concentrici alla periferia, e sulla faccia anteriore tanti piccoli dischi radiati e poche altre figure impresse con punzoni (fig. 12). Questo disco proviene dall’officina di ‘ Rnossos, 1901. in B. S. A., VTI, p. 19 e seg. ’ Cfr. Malbiierr \n American Journal of archaeol., ^ Cfr. Pernier in Boll, d' Arte del Min. P. /., V, 1901, p. 384 e segg., tavv. X-XII. ]I, 1908, pp. 448 e 452. Mon. Ani..! XII, c. 21 e seg. 277 Marco Perennio (a Santa Maria in Gradi); che sia una matrice, come le molte altre dello stesso museo, non v’ha alcun dubbio.' Esso ha un aspetto esteriore così corri¬ spondente a quello del disco di Phaestos, che ci vien fatto di domandarci se Fig. 12. Disco fittile di Arezzo, S circa. quest’ultimo — ben lungi dall’essere una copia stampata ■ — non possa al contrario considerarsi come una forma o matrice. ’ Il prof. Gamurrini, per cortesia del quale mi fu pensa che ii disco d’ Arezzo potesse servire per stam- dato di studiare e fotografare questo notevole oggetto, pare dischi di carattere sacro. — 278 — * * Sia o no il disco di Phaestos una matrice, in ogni modo le sue spirali figurate rappresentano una composizione diretta ed originale. Però importa notare che le singole figure non furono intagliate con uno stru¬ mento qualsiasi, bensì impresse l’ima dopo l’altra quando l’argilla era umida, con appositi punzoni. L’uso dei punzoni ci è indicato specialmente dal fatto che ogni segno, trovandosi ripetuto due o più volte, apparisce sempre cosi perfettamente identico, come soltanto può essere una impressione rispetto ad un’altra derivante dal medesimo tipo. 11 signor Stefani, che ha ben esaminato i segni ad uno ad uno per ritrarne tutte le varietà, conviene neH’ammettere che ciascuna varietà sia stata ripetuta sem¬ pre col medesimo punzone. In altri termini, sembra che i punzoni adoperati pel disco fossero tanti quante sono le varietà dei segni. Di eguale materia potevano essere i punzoni ? Se si osservano le figure inca¬ vate, o meglio i rilievi che ne derivano e che ci dànno il proprio aspetto dei pun¬ zoni, si è indotti a credere che fossero di una materia non troppo preziosa o dif¬ ficile a lavorarsi — che non sarebbe stata pratica, trattandosi di dover fare un numero tanto considerevole d’ intagli — di una materia però ben resistente e com¬ patta che si prestasse ad un taglio deciso e netto. Escluderei quindi i metalli (come il bronzo) e le pietre dure (diaspro, corniola, ecc.) per un verso, le pietre tenere, come la steatite, per l’altro e vorrei piuttosto pen¬ sare ad una qualche specie di legno duro e resistente o meglio ancora all’avorio. Antichi punzoni in legno provengono ad esempio dall’Egitto, ma ancor più nume¬ rosi sono quelli di avorio o d’osso venuti in luce a Creta, dagli strati della primi¬ tiva e media età minoica. Sono i sigilli in avorio che in generale recano i più fini intagli, donde si ottengono immagini a contorni quanto mai sicuri e netti. ‘ In che rapporto sta l’uso di questi antichissimi punzoni rispetto a quello dei veri caratteri mobili, rispetto all’invenzione di Gutenberg? Il prof A. Elter, del¬ l’Università di Bonn, che si è occupato in modo speciale della storia dell’inven¬ zione della stampa nei suoi rapporti con le tradizioni antiche, giustamente mi fa osservare che tra i punzoni come quelli del disco di Phaestos e i caratteri mobili ' Cfr. per esempio i sigilli delle tombe a tìiolos di abilità che possedevano gli artisti cretesi nel trattare -Ilaghia 'l'riada [Meni. R. Ist. Lomb., XXI, p. 250, l’avorio offrono un’altra testimonianza le meravigliose tavv. X, XI, figg. 25, 26) e quelli inediti del museo figurine dei giostratori di Knossos. {B. S. A., Vili, di Candia, trovati dal prof. Xanthoudidis a Koumasa tav. II, III), e a Kalathianà. Della lunga esperienza e della grande — 279 — corrono delle differenze essenziali, così per la propria natura degli uni e degli altri, come per gli effetti che dal rispettivo uso derivano. Anzitutto, se non in ogni caso certo nella maggior parte dei casi, i punzoni del disco recano segni che non hanno valore alfabetico e che quindi non corrispon¬ dono a lettere staccate, ma invece sono immagini con valore figurativo o simbo¬ lico, indicanti sia un essere od una cosa, sia anche un’ idea. E poi i punzoni del disco non furono messi insieme e combinati fra loro, come si pratica nella moderna tipografia, in modo da formare una composizione negativa per trarne direttamente un certo numero di copie uguali, bensì furono adoperati l’ uno dopo l’ altro per ottenere, con delle impressioni successive, un solo ed unico testo. Dunque a chi in¬ ventò e mise in opera i punzoni del disco era estranea l’idea delle lettere staccate e della loro composizione, l’ idea cioè che rappresenta la novità nell’ invenzione di Gutenberg. I punzoni del disco sono serviti a facilitare il modo di ripetere più volte nella creta la medesima figura e « il loro uso, ben osserva il prof. Elter, porta un acce¬ leramento nell’eseguire immagini, non già nello scrivere facendo un certo numero di copie identiche del medesimo testo ». Perciò sono, d’accordo col prof. Elter nel- l’ammettere che i punzoni del disco, per la loro natura e per l’uso che ne viene fatto, debbano essere avvicinati, più che ai caratteri mobili, agli altri antichi pun¬ zoni di frequente usati per stampare ripetutamente segni e figure decorative. Non può però non far meraviglia il vedere quale larga applicazione, in epoca così remota, avesse l’uso dei punzoni. In generale gli antichi punzoni o servivano isolatamente o per un determinato oggetto se ne adoperavano due, tre e pochi più soltanto a stampare varie volte di seguito i medesimi motivi, ottenendo delle zone ornamentali o figurate ; pel disco invece occorsero in una sola volta ben quaran¬ tacinque punzoni, con una sorprendente varietà di tipi ; e tanto più deve meravi¬ gliarci il fatto che i punzoni di Phaestos non recano semplici decorazioni, ma segni di una scrittura, sia pure in parte ideografica, e servono pur essi a scrivere più rapi¬ damente che non sarebbe possibile se dovesse eseguirsi a mano ogni singolo segno. É certo che da un uso cosiffatto dei punzoni all’idea dei caratteri mobili, il passo non è grande ; gli elementi primi della invenzione tipografica erano trovati, restava a trovare il miglior modo di servirsene. II disco, se pure fosse una matrice da cui si potessero stampare più copie, non per questo ci richiamerebbe maggiormente all’idea della moderna tipografia, perchè le copie non deriverebbero direttamente dai diversi tipi composti insieme, ma sareb¬ bero tratte da una forma unica; quindi non si avrebbe niente di nuovo rispetto all’uso, già nella remota antichità praticato, di stampare rilievi da matrici aventi incavi di carattere decorativo od epigrafico come sono ad esempio i cilindretti assiro- 28o babilonesi, betel e ciprioti, gli scarabei egiziani, le pietre incise di Creta e delle isole egee e tutti gli altri generi di stampiglie usate per rilievi od iscrizioni fittili. '!« * ^ Veniamo ora alla classificazione e identificazione dei segni, ai quali cercheremo riscontri negli altri principali sistemi di antica scrittura figurativa, cioè nel sistema pittografico cretese e in quelli geroglifici dell’Egitto della Caldea e del paese degli Hetei. I segni sono in complesso 241, di cui 123 sulla faccia A, tutti identificabili ad eccezione di uno (della zona periferica) scomparso a causa d’ una scrostatura della terracotta, e 1 1 8 sulla faccia B, dove la conservazione dei segni è anche migliore. Tra i 241 segni si distinguono 45 varietà o tipi diversi, i quali si ripetono cia¬ scuno un numero più o meno grande di volte, ma sempre perfettamente identici, in quanto per ogni tipo si adoperò, siccome abbiamo detto, un solo punzone. I vari tipi possono esser divisi in classi a seconda della loro forma esteriore. I. — Figura umana e sue parti. I. Si ripete sei volte sulla faccia A, cinque sulla faccia B ; due volte controsegnato con linea graffita che si diparte obliquamente da una gamba. Rappresenta di profilo un uomo che corre col braccio sinistro alzato; il suo vestito consiste in una semplice fascia stretta alla vita e co¬ prente i fianchi ((^w[za) secondo la foggia minoica che si riscontra ad esempio nelle figurine virili di Petsofà, nei personaggi del corteo scolpito sul vaso in steatite di Haghia Triada e nel coppiere di Knossos dipinto in affresco. ' 2. Una sola volta sulla faccia A. Figura virile di profilo, nell’ aspetto simile alla precedente, ma affatto nuda. Procede lentamente con ambedue le braccia portate indietro e coi polsi congiunti forzatamente sul dorso come se fossero legati. Sembra rap¬ presentare un prigioniero. Simili mosse non naturali delle braccia hanno spesso i prigionieri su ' monumenti egiziani. ‘ Cfr. Mackenzie, Cretan palaces and thè Aegean civilisation, in B. S. A., XTI, p. 233 e segg. 3- Una volta sola sulla faccia B con linea graffila che si diparte obli¬ quamente dal piede destro. Figura di un uomo volto di fianco, che si avanza lentamente con le gambe un poco piegate e le braccia penzoloni. Nudo o coperto soltanto da una corta camicia che arriva sino ai fianchi, nelle forme del corpo mi pare che mostri segni di debolezza organica e forse accenna appunto all’idea di inferio- riorità o debolezza. 4. Due volte sulla faccia A e due sulla faccia B. Figura di donna col busto di faccia e nel resto di profil^. Il suo braccio destro cade lungo il fianco, il sinistro è ripiegato sul seno nella mossa che spesso si riscontra in figurine muliebri cretesi d’epoca minoica e po¬ steriore. I capelli sono prolissi ; il vestito sembra fatto in modo da la¬ sciare scoperto il petto ed è guarnito con un ampio svolazzo del genere di quelli che nei monumenti minoici spesso si vedono ornare la veste muliebre. ' 5. Due volte sulla faccia A. Testa virile di profilo. I capelli come nelle intere figurine d’uomini (nn. 1-3) non sono indicati; il cranio è tondeggiante. Due cerchi, chiara¬ mente indicati sulla guancia, potrebbero rappresentare un accenno di ta¬ tuaggio o di colorimento del viso. ^ 6. Quattordici volte sulla faccia A e cinque sulla faccia B. Trovasi sempre in fine di gruppo, seguito dalla linea divi¬ soria. Sulla faccia A in dodici casi è preceduto dal disco (n. 37); in due da una serie di altri sei se¬ gni (fig. 15^) e in tre casi da una serie di altri tre segni (fig. 17) che si ripetono identici e nello stesso ordine, formando gruppi eguali. Figure diverse lo precedono sulla faccia B, ma così da questo come dall’opposto lato, l’iscrizione termina appunto con una simile testa preceduta dal disco. E una testa virile di profilo, alquanto diversa nell’ aspetto dalla precedente ; la fronte è più sfuggevole e il capo apparisce più allungato, forse anche a causa dell’elmetto piumato che lo ricopre. ^ L’ elmetto Fig. 13. Filisteo scolpito sul tempio di Medinet-Habu. ’ Cfr. per es. le statuette in porcellana della dea dai serpenti di Knossos in B. S. A., IX, p. yS e segg., figg. 54-57; la figura muliebre di un affresco di Ha- ghia Triada in Alon. Ani,, XIII, tav. X, e una statuetta in bronzo pure di Haghia Triada in Mosso, Escursioni 7^el Meditiì-raneo^ ecc., fig. 26. ^ Sull’uso di colorirsi il viso nell’epoca minoico-mi- cenea non v’ha dubbio.. Secondo il prof. Halbherr, il quale volle additarmi pure altri notevoli riscontri, varie figurine fittili di Phaestos e di Haghia Triada dimo¬ strano chiaramente quest’uso e alcune steatiti incise possono essere pintaderas piuttosto che sigilli. Molto importante in proposito è la testa in stucco dipinto di Micene pubblicata dallo Tsuntas, in ’E^r.p.siì; 1902, c. 7 e seg., tav. I. Cfr. Wolters, ’EXa- tpouTocTs;, in Hermes, XXXVIII (1903), p. 265 e segg. 5 Per questo non credo che si possano vedere nella testa i caratteri della dolicocefalia la quale caratterizza Ausonia - Anno III. 36 2^2 sembra costituito da una calotta di cuoio o di panno sulla quale è applicato una specie di diadema di penne. Questo segno si presenta del tutto nuovo nel campo della scrittura figurata, non avendo alcun riscontro nè fra le pittografie cretesi, nè fra i geroglifici egiziani e neppure fra quelli hetei,' i quali raffigurano la testa umana o con ricca capigliatura a parrucca ^ o con una specie di berretta rialzata sul davanti ^ o con la mitra conica che caratterizza le divinità maschili sui rilievi rupestri di Bo- ghazkoi. ^ Invece una sorprendente somiglianza con le teste piumate del disco di Phaestos, offrono le teste dei Piilcsatìia o Filistei i quali, vinti e fatti prigionieri dal Faraone Ramses III (verso il 1200 a. C.) si veggono scolpiti sulle pareti del tempio di Medinet-Habu (fig. 13).^ Nelle ime e nelle altre quasi identica è la foggia dell’elmo e persino sembrano simili i tratti fisionomici. Ma le figure dei Filistei di Medinet-FIabu non ci obbligano proprio a credere che di Filistei siano pure le teste con elmo piumato del nostro disco. Sopra un bassorilievo caldeo di Tello si vede la testa di un personaggio (il re ?) con bonetto ornato di penne. ^ Il costume delle penne sul capo non era dunque esclusivo dei Filistei ; lo praticavano i Licii, forse anche i Tìuiirsìia'^ (Tirseni?), le genti della Libia, ^ gli arcieri della Nubia,^ ma ciò che più importa, non era neppure estraneo alla Creta minoica e ai paesi d’influenza minoica e micenea. Il sig. Evans a Knossos ha scoperto e ricomposto i frammenti di un rilievo in stucco dipinto, rappresentante un personaggio minoico, forse proprio un principe, che ritto in maestosa attitudine, impugna un’asta ed ha il petto ornato con una collana a fiori di giglio e la testa con penne.'” Elmetti crestati pare all’Evans di veder rappresentati sopra placchette in porcellana trovate pure a Knossos.” Il sig'. Hall ricorda inoltre che la stessa acconciatura del capo mostrano un personaggio armato di ascia sopra un intaglio in avorio di Enkomi (Cipro) e i guerrieri dipinti sopra un vaso geometrico di Micene. L’ornare il capo di penne sembra perciò una usanza già anticamente molto diffusa per tempo e per luogo, praticata pure nella Creta minoica e nulla vieta di credere che la testa con la razza cretese. Cfr. Mackicnzie, in B. S. XII, p. 230 e segg.; Sergi, Kuropa 11908), p 603 e segg. ' Per i geroglifici hetei mi riferisco sempre a L. Mksserschmidt, Corpus iuscriptiotium Hettitiiandu , in Mitteiluugtu der Borderasiafischru Gesellsc/uift, 1900, 4, .S ; 1902, 3; 1906, 5. (Questa ed altre delle opere i]ui citate ho potuto avere a mia disposizione per cor¬ tese liberalità del senatore Comparetti. ^ Cfr. per es. C. I. //., II (Habylon), I. i; IV. A. (Ilamath), I. i. ^ Cfr. per es. C, /. //., XI (Jerabis), I. 2, 4. Cfr. per es. C.. /. //., .XI fjerahis), 1. 3 e, pei rilievi di Boghazkbi, XXVII, A. B E. 5 (1. Maspisro, Histoire ancienne des peuples de r Orìent classique, II, pp. 462, 463, 469, 669 e 701. 6 Perru'I'-Ciui'IEZ, Histoire de l'art^ II, p. 591, fig. 285. Cfr. ivi anche la fig. 23S a p. 521. 7 W’. M. MUi ler, Asien und Europa^ p. 362 e 380. 8 E. Meyer, Geschichte des alten Aegyptens, p. 306. 9 MuI.i.er, op. cit., p. 7. E esposto nel museo di Candia e non ancora puli- blicato. “ B. S. A., Vili, p. 19. li. 11. Hall, Keftiu and thè peoples of thè sea, in B. S. A., Vili, p. 785. elmetto piumato del disco di Phaestos sia proprio quella di un cretese ed anzi ci offra uno dei più antichi esempi di tale acconciatura del capo. E poiché in Creta gli altri esempi son rari vien fatto di pensare che le penne sulla testa fossero un distintivo del principe. La somiglianza fra le teste dei Filistei, rappresentati a Me- dinet-Habu, e quelle molto più antiche del disco di Phaestos si spiega senza diffi¬ coltà, se si ammette la tradizione antica, validamente sostenuta dall’ Hall, ‘ la quale è concorde nel far derivare i Filistei da Creta. Il disco adunque, con l’impor¬ tante segno di cui ci occupiamo, sembra offrirci il lontano prototipo cretese del Fili¬ steo che conosciamo dai monumenti egiziani, e la nuova scoperta reca forse un altro accenno a quella corrente di civiltà eretico-micenea che passa attraverso la Palestina non solo dalla fine del secolo xvi al secolo Xll a C.,"" ma forse fino dall’epoca anche più antica alla quale appartiene il disco. 7. Una volta sulla faccia A, e quattro sulla faccia B, dove in tre casi è accompagnato da una linea che si diparte obliquamente dal basso. Rappresenta il pugno stretto,^ difeso da una specie di ceshis il quale, lasciando libere le dita, come il cestus classico, è fermato da una cinghia che passa attraverso la palma e si avvolge intorno al polso. E forse un simbolo di forza e ci richiama al pugilato che, a giudicare dai monumenti di Knossos''^ e di Haghia Triada,^ era uno degli esercizi preferiti nell’educazione minoica. Il cestus vi apparisce generalmente usato. II. — Animali e parti di essi. 8. Due volte sulla faccia A e una sull’opposta. Uccello in posa di profilo. Quest’uccello per la specie cui appartiene è diverso da quello simile che si trova spesso sulle iscrizioni hetee sembra un piccione o una colomba, animale che ricorre fra le pit¬ tografie cretesi ^ e che ha una parte molto notevole nelle rappresen¬ tanze figurate della religione minoica e micenea.* ‘ Hall, loc. cit., p. 182 e segg. ^ R. Weii.l, Le vase de Phaestos, in Revue archéo- logtque, 1904, I, p. 52 e segg.; P. H. ViNCENT, Ca¬ naan, p. 459, seg. e note. 5 Cfr. un simile geroglifico heteo in C. /. H., IX, A (Jerabis) 1. 2. '*■ Cfr. per es. Evans, in B. S. À., VII, p. 95, fig. 31 e IX, p. 57, fig. 35. 5 Vedi il famoso rhyton di Haghia Triada in Halb- HERR, Meni, R. Ist. Lomb., XXI, tav. II, fig. 3 e Mosso, Escursioni, ecc. figg. 89, 90, 149. a ^ C. I. H., IX (Jerabis), A, 1. 4, D, 1. 2 ; X (Je¬ rabis), 1. 3; XI (Jerabis), 1. 5; XII (Jerabis) 4, 1. i; XXXII (Bulgarmaden), 1. 2; XXXIX, l (Karabel); XLI, i; XLIH, 6. 7 Evans, Cretan Pictographs in Joiirn. of H eli. Stud., XIV, p. 310, n. 45. 8 Evans, B. S. A., Vili, p. 28 e segg., fig. 14; p. 98 e segg., fig. 56. — 284 — g. Cinque volte sulla faccia A, in un caso capovolto, sempre prece¬ duto dal corno di bue (n. 15), e tre volte formante con altri tre segni un gruppo che si ripete identico (fig. 17). Falco che vola ad ali tese, col corpo visto dal disopra e la testa di profilo. Un soggetto simile è rappresentato in un’ ametista di Knossos,' sopra cretule impresse di llaghia Triada,^ ecc. Nella scrittura lineare cretese della classe A trovasi molto spesso il segno dell’uccello volante^ IO. Due volte sulla faccia A e quattro sull’opposta. Pesce, probabilmente tonno, visto di profilo. Il pesce natante, come simbolo geroglifico, si trova pure in Egitto e in Caldea. Ri¬ corre già sopra una pietra incisa cretese di tipo assai primitivo e, insieme ad altre pittografie, sopra una cretula impressa, proveniente da costruzioni di Knossos del¬ l’epoca del primo palazzo.^ Il tonno poi comparisce non di rado su gemme cretesi di tarda epoca minoica,^ e tanto su queste come sul disco di Phaestos, è eseguito in una maniera che ci ricorda la franchezza e il naturalismo con cui gli artisti cretesi dipingevano e modellavano i pesci.’ 11. Una volta sulla faccia A e due sulla faccia B dove trovasi preceduto dalla barca e dalla colonna (nn. 25, 27). Insetto con due ali e due mandibole o antenne, visto dal disopra. Qualche insetto, come il ragno, figura tra le pittografie cretesi e si ritrova su pietre incise protoegizie e libiche, ^ ma qui abbiamo da fare piuttosto con una mosca o una farfalla notturna. 12. Tre volte sulla faccia A e otto sopra l’opposta. Sulla faccia A nella combinazione con la mosca, che si ritrova in B, è ripetuto due volte di seguito. In otto casi sta alla fine del gruppo, in due preceduto dal segno delle onde (n. 24), in tre stampato al rovescio. Testa di cane, di profilo. Sembra un mastino o un cane lupo. Teste di animali, per l’animale intero, sono assai frequenti sui geroglifici egiziani ed hetei. Ma ap- ' Evans, Cretan Pictographs in Journ. of Hell. Stnd., XIV, p. 281, fig. 8. - Cfr. per *es. l\Ion. Ani., XIII, c. 30, fig. 18. 5 Per Knossos, ffr. B. S. A., IX, p. 52, fig. 27-(z; per llaghia Triada, I\Ion. An/., XIII, cc. 23, 26, figg. 6 e io; c. 49, n. 15 e Reiidic. R. Acc. Lincei, XIV, p. 39O1 fig. ò. ^ Evans, Cretan Pictographs in J-oin-n. of Hell. Stnd,, XIV, p. 339, fig. 59 c. I B. S. A,, Vili, p. 107, fig. 64. ^ Cretan Pictographs in fonrn. of Hell. Stnd., XIV, p. 308, n. 33. 7 Ricordo ad es. Palfiresco coi pesci che ornava la corte del megaron privato di Knossos <,B. S. A., Vili, p. 58 e seg.), l’affresco dei pesci di Phylakopi d’arte indubbiamente cretese (Bosanquet, in Joiirn. of Hell. Stnd., suppl. IV, tav. Ili), i pesci in oro e in porcel¬ lana di Knossos (/>. S. A., Vili, p. 81, fig. 45; IX, p. 68 e segg., figg. 46, 47)- 8 Evans, Fnrther discoveries of Cretan and Aegean Script, in 'Joitrn. of Hell. Stnd., XVII, p. 339, n. 85. Un ragno è pure rappresentato sopra un ciondolo in oro di Haghia Triada. Cfr. Paribeni, in Hon.Ant., XIV, c- 737. fig- 36- - 285 punto la testa del cane-lupo si trova ripetuta due volte sopra una cretula impressa del deposito del tempio di Knossos." É quella del cane-lupo una razza che esi¬ steva in Creta fin dai tempi più antichi ^ e che oggi pure è molto rappresen tata nell’isola. 13. Una sola volta sulla faccia A. Testa di ariete o di mufflone, vista di profilo. Molto comunemente usata nella scrittura hetea, ’ presenta in generale un aspetto alquanto diverso sulle pietre incise cretesi, ^ ma trova un riscontro quasi perfetto nella testa di una capra (Amaltea secondo l’Evans) stampata in rilievo sopra una cretula del deposito del tempio di Knossos. ^ 1 4. Due volte sulla faccia A stampato al rovescio e preceduto dall’ uomo che corre (n. i) col quale forma gruppo a sè. Zampa di animale bovino vista di profilo. Tra i geroglifici egiziani si ritrova identica.^ 15. Cinque volte sulla faccia A ed una sull’opposta. Sulla faccia A in tre casi è distinto con una linea grafifita obliquamente rispetto alla base e forma gruppo insieme con altri tre segni che pure si ripetono identici nello stesso ordine (fig. 17). Corno di bue. Segno usato nella scrittura geroglifica egiziana con valore di determinativo a significare attacco, opposizione. Non figura tra le pitto¬ grafie cretesi. 16. Dieci volte sulla faccia A e cinque sull’opposta. Sulla faccia A in due casi trovasi ripetuto due volte di seguito e forma gruppo con cinque segni che si ripetono identici, nello stesso ordine (fig. i5<^). Dalla sua somiglianza col segno egizio della pelle di pantera possiamo credere che questo segno rappresenti pure una pelle di animale distesa e vista dalla parte opposta al pelo. L’Evans inclina a riconoscere pelli di animali, di profilo, nelle impressioni di una cretula trovata in un magazzino vicino alla strada minoica che conduce al palazzo. ^ Il famoso sarcofago dipinto di Haghia Triada ci fa vedere che le pelli di animali erano largamente usate in Creta anche per farne delle vesti, specialmente rituali. * * Evans, in B. S. A., IX, p. 56, fig. 32. * Cfr. O. Keller, Hunderassen im Altertuni, in yalireshefte des osierr. archàol. Institutes in Wien, Vili (1905), p. 248. 5 C. /. H., II (Babylon), 1. 3, 5; VI (Hamath), 1. i; X (Jerabis), 1. 7; XI (Jerabis),.!. 2, 3, 4; XII, 5, XIV, 7, XV, A (Jerabis) ; XXXV (Kolitoluyaila), I. 2. 3; XLVII (Malatia). Evans, Cretan Pìctographs in Journ. of Hell. St., XIV, p. 309, n. 35. 5 Evans, in B. S. A., IX, p.’ 88, fig. 60. é Cfr. ad es. Peprot-chipiez, Hist. de l’art, I, p. 667, fig- 455- 7 B. S. A., X, p. 57, fig. 20. 8 Paribeni, Mon. Ani., XIX, c. 18 e segg., figg. 4 e 5 e tavv. I, IL 286 III. Vegetali e loro derivati. L \"j. Ire volte sulla taccia A. ed altrettante sull’opposta. In cinque casi tro- vasi preceduto dall’uomo che corre (n. i), col quale una volta forma gruppo a sè. Albero alquanto stilizzato e perciò somigliante a una clava. Un albero si¬ mile apparisce sopra la ben nota gemma dell’antro di Giove al monte Ida, ' sopra altre pietre incise cretesi, " nelle impronte di due cretule trovate nel piccolo palazzo di Haghia Triada, ^ e sulle stesse iscrizioni geroglifiche del palazzo di Knossos. 18. Due volte su ciascuna faccia. Sulla faccia A trovasi in unione con altre sei figure formanti un gruppo che si ripete due volte (fig. 1 5 /;). Stelo con brevi foglie, terminante in un grande fiore ad ombrello. 19. Cinque volte sulla faccia A e sei sull’opposta. In sette casi occupa il primo posto d’ un gruppo, e sulla faccia A sta in mezzo ad altre sei figure formanti un gruppo che si ripete due volte (fi¬ gura 15^). Ramo con cinque foglie che sembrano trilobate, forse di platano. 20. Quattro volte sulla faccia B. In due casi trovasi nel mezzo d’un gruppo di altri quattro segni (fig. 16) che si ripete identico. In un terzo caso al gruppo stesso manca l’ultima figura. Tronco di pianta con due rami fronzuti, probabilmente di vite. Il signor Evans inclina a riconoscere la vite in una pianta poco dissimile da questa, rappresentata sopra una tavoletta in porcellana di Knossos. ^ 21. Una volta sulla faccia A e tre sull’opposta, dove in due casi è pre¬ ceduto dal pesce (n. io). Sulla faccia A forma gruppo separato col segno dell’arco (n.‘ 30) che lo precede. * P'iore di croco. Questo fiore, in voga all’epoca minoica forse anche per tinger tessuti, trovasi riprodotto in maniera molto naturalistica fra i rilievi in porcellana del deposito del tempio di Knossos. ^ Figura anche tra i segni della scrittura così geroglifica come lineare di Knossos e di Phaestos. ^ ‘ Furtwangi.er, A>if. Gemmen, III, p. 47, fig. 22. ^ Evans, Crei. Pictogr., in Joitrn. of Hell. Stiid., XIV, p. 312, n. 58. 5 Halbherr, Alon. Ant., XIII, c. 33 e seg., tav. V, I. 1. I. ^ Sono molto grato al signor Evans, il quale volle facilitarmi il riscontro delle iscrizioni geroglifiche da lui trovate a Knossos col favorirmene le riproduzioni zincotipiche, le quali illustreranno il suo grande lavoro sulla scrittura cretese di prossima pubblicazione. 5 B. S. A., Vili, p. 20, fig. IO. 6 Evans, B. S. A., IX, p. 68, fig. 45. I B. S. A., VI, p. 30; A/on. Ani., XIII, c. 26, fig. li. — 287 — 2 2. Tre volte sulla faccia A ed una sulla B. In A trovasi sempre in principio di gruppo e, unito con altri due segni forma un gruppo che si ripete due volte (fig. 1 5 a). Fiore di margherita, ridotto nella forma del motivo ornamentale cono¬ sciuto sotto il nome di rosetta. Questa è frequente come motivo ornamentale nell’arte assira, ' e, ridotta a stella, figura sopra antichissime iscrizioni caldee di Tello. La scrittura egiziana possiede un geroglifico simile. Sopra alcuni frammenti di sculture hetee di Jerabis apparisce pure la rosetta, ma con numero diverso di lobi e piuttosto come decorazione che come elemento di scrittura. ^ Nell’arte minoica, specialmente del tardo periodo, è un motivo prediletto e usitatissimo che si trova, per esempio, dipinto nelle sale di Knossos e di Phaestos, sul sarcofago di Haghia Triada, su vasi, o eseguito a rilievo su lamine d’oro, in porcellana e in altra materia. Ma il riscontro più perfetto a questo segno del disco ci è offerto dalle rosette ad otto lobi dipinte sui bei vasi policromi di Kndssos ^ e intagliate sopra una bacinella da offerte in steatite prove¬ niente dal primitivo palazzo di Phaestos. ^ Il valore della rosetta come simbolo, probabilmente astrale e sacro, viene indi¬ cato dal suo apparire anche sopra una cretula di Knossos in mezzo a quattro doppie asce, ^ e sopra quel singolare oggetto d’ Ilio in cui il Milani riconosce il mundus. Linearizzata corrisponde alla stella ad otto raggi che vedesi spesso incisa su blocchi del palazzo di Phaestos. * IV. Espressioni topografiche e marine. 23. Una volta su ciascuna faccia nel mezzo di gruppo. Rassomiglia molto ai segni della scrittura pittografica cretese che il sig. Evans mette a riscontro coi geroglifici egiziani ed hetei indi¬ canti l’alternarsi di monti e valli e quindi l’ idea di papse o regione. La scrittura dell’antica Caldea possiede un geroglifico simile col significato di « pezzo di terra ». ^ ■ Perrot-Chipiez, Ifist de Vari, II, fig. 1 21-123, 265. ^ De Sarzec-Heuzey, Découvertes en Chaldée, tav. 3. 5 Wright, The Empire of thè Plittites, XIX, 2, 3. ^ MackENZIE, The pottery of Knossos in Joitrn. of Hell. St., XXIII, tav. V, 1.2. 5 Pernier, Mon. Ani,, XIV, cc. 479-480, fig. 87. 6 Evans, B. S. A., Vili, p. io3, fig. 61. 7 Studi e Materiali, III, p. il e segg., fig. 312. * Mon. Ant., XII, c. 89, fig. 24, n. 8. 9 Crei. Pici., in Journ. of Hell Stud., XIV, p. 313, II. 66. tzq. Due volte sulla faccia A e quattro sull’altra, sempre preceduto dalla figura del pileo (?) (n. 39). Nel centro della faccia B forma gruppo a sè col segno surricordato, e in un altro caso il gruppo è costituito dal n. 24 preceduto e seguito dal n. 39. Consta di tre linee ondulate e fa pen¬ sare al geroglifico egiziano espresso con — 288 — tre linee a zig-zag e usato come determinativo per indicare acqua, liquido. Non è improbabile che nella Creta minoica fosse usuale una simile convenzione, poiché sopra iscrizioni geroglifiche, su alcune cretule impresse e sopra una tavoletta in porcellana di Knossos si vedono appunto le acque o le onde espresse per mezzo di linee ondulate. ’ 25. Due volte sulla faccia A e cinque sull’opposta. Sulla faccia A sta in mezzo ad altri cinque segni che si ripetono identici e nello stesso ordine formando due gruppi uguali (fig. 1 5 d). Barca o nave rostrata con alta poppa ricurva ad estremità trilobata che, somigliando come ad un fiore, ci ricorda il fior di loto di cui erano ornate a poppa le navi egizie della spedizione al paese di Punt (XVII sec. a. C.). l.a prua, alta e diritta, meglio che terminare in una specie di becco, sembra recare alcune attrezzature ; dalla sponda emerge una figura, forse quella d’un navigante. La barca, che pure ricorre tra i geroglifici egiziani, si nota per la sua assenza nella scrittura figurata hetea. Invece la rappresentanza di essa è assai frequente nell’arte e nella scrittura della Creta minoica. Il Paribeni, parlando della barca dipinta sul sarcofago di Haghia Triada, ricorda i numerosi modelli di barche in avorio, in terracotta, in pietra, trovati in varie località dell’isola. ^ Barche assai spesso figurano su pietre incise * e su cretule impresse ^ di Creta stessa, però mentre su queste, nella maggior parte dei casi, abbiamo a che fare con navi mer¬ cantili, invece quella del disco, per la prua rostrata, sembra rappresentare un legno da guerra. V. Costruzioni e suppellettili. 26. Una ■'mlta sulla faccia A e cinque suH’op- posta. E ripetuto due volte di seguito in un gruppo della faccia B. Questa figura ci ricorda a primo aspetto le capanne del Piuif (oggi paese dei Somali), scol¬ pite sulle pareti del tempio di Deir E1 Bahari (fig. 14), ^ Però la somiglianza non è cosi stretta da far credere che pure sul disco sia rappresentata una capanna e tanto meno che esistano rapporti di derivazione di una forma costrut- Fig. 14. Abitazione del Punt scolpita sul tempio di Deir E1 Bahari. ' E\ ANS, D. S. a., vii, p. 18; Vili, p. 20, fig. TO. ^ Navii.LE, The Temph of Deir El Bahari, tavv. LXXIII-V. Moti. Ani., XIX, c. 24 e segg., lav. 1. Crei. Pici, in Jaurn. oj HelL Si., XIV, p. 30^1 n. 32 e Further Discover ies in Joiirn. of Meli. .SV., XVII, p. 334, fìgg. 2a, Za (qui abbiamo forse navi rostrate) e p. 337, fig. 7 b. 5 B. S. A., IX, p. 58, fig. 36 e XI, p. 13. fig- 7- 6 Xavili.e, op. cit., tav. LXIX. — 2^9 — tiva dall’altra. Le capanne del Punt, a forma di cupola, appariscono costruite con rami e giunchi sopra palafitte ; invece sul disco sembra di riconoscere una vera e propria costruzione o un oggetto, come una fyxis, modellato a somiglianza di un edificio. ‘ Questo si vede di prospetto. Tre basse colonne sostengono l’architrave e il primo piano coperto da un tetto orizzontale sporgente, usato forse come terrazza ; sopra a questa, verosimilmente più indietro, si erge il secondo piano dell’edificio coperto da cupola. I tratti verticali possono indicare un sistema di costruzione con armatura di legno. Per quanto nell’assième tale architettura si presenti nuova in campo minoico, tuttavia trovansi in essa vari elementi che all’architettura minoica non sono estranei. Il sistema di una colonna fra due pilastri o di tre colonne sopra una fronte, adot¬ tato per i portici è caratteristico dell’architettura dei palazzi cretesi, ^ così della prima come della seconda epoca. L’esistenza di tetti piani, sporgenti, e Fuso di ter¬ razze o verande si deve di necessità ammettere studiando i palazzi suddetti, nei quali appunto è estesissimo l’ impiego della muratura infrapposta ad armature di legno. E finalmente la copertura a cupola, cioè la tholos, sovrapposta a edifici sia circolari sia quadrangolari in pianta, è una struttura, la quale trovandosi adottata in tombe cretesi fino dalla primitiva età minoica, per esempio, ad Haghia Triada, a Koumasa, a Kalathianà, sembra tipica e originaria di Creta; ed è ammissibile che quivi, come_ altrove in altra epoca, la cupola fosse in uso anche nell’architettura civile, con la quale sta sempre in stretto rapporto l’architettura funeraria. rr=ji 27. Cinque volte sulla faccia A e sei sulla B. In quattro casi preceduto dalla \r-i/ squadra (n. 33), in due associato ad altri cinque segni che si ripetono identici e nello stesso ordine formando gruppi uguali (fig. \^d). Colonna con capitello. Questa colonna leggermente rastremata in alto e for¬ nita di capitello quadrangolare, mostra uno dei tipi del tutto caratteristici del¬ l’architettura minoica. Identiche sono le colonne di certi edifizi dipinti sopra un affresco in miniatura di Knossos, di altri scolpiti sopra un frammento in steatite di Knossos stesso ^ e sopra il famoso rhyton di Haghia Triada. ^ Che il tipo sia dei più antichi si desume dal fatto che trovasi esemplificato sopra una cretula del deposito del tempio di Knossos. (Periodo medio minoico III). ‘ Non mancano a Creta esempi di oggetti aventi forma di abitazione. Ricordo due piccoli modelli di casa circolare con tetto conico trovati a Phaestos. Mon. AnUi XII, c. 127 e segg., fig. 55. ’E^viy.spt? àp- jcaioX., 1906, c. 132, fig. 2. * Mackenzie, Crei. Palaces in B. S. A., XI, p. 206 e seg. 5 Noack, Hom. Palaste, p. 9 e segg. Savignoni, Mon. Ani., XIV, c. 662 e seg. 5 Evans, B. S. A., IX, p. 130, fig. 85. ^ Halbherr, Rendic. R. Acc. Lincei, XIV, p. 369, fig. I ; Meni, R. Ist. Lomb., XXI, tav. II. fig. 3. 7 Evans, B. S. A., IX, p. 57, fig. 3$. Aìisonia - Anno III. 37 290 — 28. Due volte sulla faccia B. Probabilmente vaso ; le fasce oblique possono indicarne la decorazione dipinta. Se fosse indicato l’intervallo fra l’ansa e l’omero del vaso, questo somiglierebbe perfettamente ad un genere di boccali di argilla rossiccia dipinti con fasce brune, boccali che sono comunissimi a Creta negli strati della fine del medio periodo minoico. ‘ Alquanto diversi sono i boccali figurati sulle gemme incise cretesi. ^ VI. AltMI, STRUMENTI, UTENSILI. 29. Quattro volte sulla faccia A; in due casi formante gruppo con altri due segni (fig. 15 rt); in due formante gruppo con altri cinque segni che si ripe¬ tono identici e nel medesimo ordine (fig. 15 r/). Rappresenta una penna alquanto stilizzata, con grosso fusto, probabilmente la penna d’una freccia. Un oggetto di tal genere, in osso, fu trovato nel depo¬ sito del tempio di Knossos. ’ 30. Una volta sola sulla faccia t1, seguito dal fior di croco (n. 21), col quale forma gruppo a sè. Rappresenta un arco concavo-convesso, di tipo scitico, con la corda allentata. Arcieri sono non di rado rappresentati su monumenti minoici, per esempio sopra alcune tavolette di porcellana e sopra un frammento di rilievo in steatite di Knossos. Inutile ricordare come l’arco fosse una delle armi caratteristiche dei Cretesi, che la mantennero fino in epoca tarda, militando appunto come sagi f farii negli eserciti stranieri. 3 1 . Due volte sulla faccia B, in fine di gruppo. Coltello a forte lama trUngolare leggermente arcuata, con breve impugnatura arrotondata. Una figura simile apparisce di frequente tra i geroglifici hetei. ^ 32. Una sola volta sulla faccia B in fine di gruppo. Ascia a due tagli, l’uno normale all’altro, immanicata. Questo strumento è pure tipico di Creta, dove se ne sono trovati di¬ versi esemplari in bronzo. Uno proviene dal palazzo di Phaestos, ^ uno j dall’abitazione a pianta ellittica scoperta dal signor Xanthoudidis a Cha- maizi di Sitia; di due altri non si sa a quale strato archeologico appar¬ tenessero perchè si trovarono erratici. ^ ‘ A/n/z. Ant., XII, c. io8, fig. 40; XIV, cc. 457-458, fig. 67. ^ Evans, Crei. Pici, e Furtìi. dlsc. in Joiir/i. of I Teli. Si., XIV, p. 307, n. 29 e XVII, p. 334, figg. 2, 3 4. I Evans, B. S. A., IX, p. 61, fig. 40. Evans, B. S. A., VII, p. 44, fig. i3; Vili, j). 19, fig. IO. 5 C. I. //., II (Babylon), 1. 5 ; X (Jerabis), 1. 7; XIII, 4 (Jerabis); XX (Palanga) 1. 4, 5; XXIII (Ma- raschj A, 1. 2, 3; XXXI (Andaval) C, I. 2; XXXIII (Bor), 1. i; Eli (Marasch), 1. 2, 4. 6 Bernier, Moìi. Ani., XII, c. 467, fig. 74. 7 Xanthoudidis, R'^ny.spì; àp'/_aioX., 1906, cc. 133- 134, tav. 7, n. 4. 291 33- volte su ciascuna faccia. Sulla faccia A in un caso è controse¬ gnato con linea graffita obliquamente; in due casi sta in principio d’un gruppo di altri cinque segni che si ripetono identici e nello stesso ordine (fig. i^d). Squadra. 34. Tre volte sulla faccia A, in due casi preceduto dal ramo (n. 19), una volta in principio di gruppo. Rappresenta forse la pialla che si può riconoscere pure sulle iscrizioni geroglifiche trovate dall’ Evans nel palazzo di Knossos nel 1900. * 35. Una volta sulla faccia A. Rappresenta di profilo un sigillo, verosimilmente in avorio, osso o pietra, di forma lentoide con orecchietta di presa. Un sigillo di questo tipo proviene dalla grande tomba a cupola d’epoca minoica primitiva, scoperta dal- l’Halbherr ad Haghia Triada. ^ VII. Simboli incerti. 36. Due volte sulla faccia A innanzi ad altri sei segni che si ripe¬ tono identici e nello stesso ordine formando due gruppi uguali (fi¬ gura 15^). Può rappresentare un pettine oppure uno strumento di cui non conosciamo l’uso ; più difficilmente la pianta di un edificio in forma convenzionale. 37. Quindici volte sulla faccia A e due sull’opposta. In A fa parte di due gruppi, l’uno di sette segni che si ripete due volte (fig. 1 5 b), l’altro di quattro segni che si ripete tre volte (fig. 17). In tredici casi precede la testa con elmo piumato (n. 6). Disco con foro o cavità al centro e con altri sei fori o cavità disposte intorno a cerchio. Probabilmente non ha a che fare coi simboli astronomici rappresentati sia da geroglifici egiziani (circoli concentrici e circolo con punto centrale), sia da alcune simili pittografie cretesi. ^ Apparisce identico ad un segno scolpito sopra una pietra iscritta di Jerabis. * Se il disco di Phaestos fosse una matrice, allora questo segno nel suo aspetto positivo avrebbe delle borchie rilevate e potrebbe rappresen¬ tare uno scudo ; nel caso opposto, essendo invece fornito di cavità circolari, farebbe " B. S. A., VI, p. 61. * Mem. R. Ist. Lomb., XXI, tav. X, fig. 25, fila 2a d. Cfr. anche il sigillo di Messarà presso Evans, Crei. Pici. in Joiirn. of Hell. St., XIV, p. 285, fig. 13. 5 Evans, Cret. Pici, in Journ. of Hell. Si., XIV, P- 312-313, nn. 62, 63. + C. I. H., XIII, 7. Cfr. ivi XL, 17. 2g2 piuttosto pensare ad una tav^ola da libazioni o zscvo;, veduto dall’alto. ‘ Non senza esitazione avanzerei l’ ipotesi che il segno in parola potesse rappresentare, in forma convenzionale, lo stesso disco scritto di Phaestos. 38. Una volta sulla faccia A. Presenta l’aspetto di una lama tagliente, fornita alla base di un foro come per essere imma¬ nicata. 39. Tre volte sulla fac¬ cia A e quindici sull’oppo¬ sta. In tre casi controsegnato con linea graffita obliqua¬ mente dalla base. In B fa parte di un gruppo di cinque segni che si ripete due volte (fig. 16). Sulla stessa faccia è note¬ vole un gruppo (fig. 18) costituito da questo segno, dalle onde (n. 24) e dalla testa di cane (n. 12), gruppo che si ritrova sulla faccia A. Ila l’aspetto di un pileo, sormontato da un corto afex, per cui ricorda gli elmi apicati di bronzo e le loro imitazioni in terracotta, comuni nelle primitive necropoli tarquiniesi e aventi certo un carattere rituale. 40. Tre volte su ciascuna fac¬ cia. In due casi preceduto dal pileo (n. 39). 43. Due volte sul¬ la faccia B. ® ao a o <3 a' 41. Cinque volte sulla faccia B, alla fine del gruppo di cinque segni (fig. lò) che si ripete due volte. 44. Una volta sul¬ la faccia B, in prin¬ cipio di gruppo , controsegnato con linea graffita. 42. Due vol¬ te sulla faccia A, in mezzo a gruppo. 45. Una volta sulla faccia B, in mezzo a gruppo. Delle 4,5 varietà sopra enumerate 24 si ripetono su ambedue le faccie, 1 1 sono particolari della faccia A, io della B. I 123 segni della faccia A formano 31 gruppi e i 118 dell’opposta 30 altri gruppi, distinti fra loro per mezzo delle linee verticali graffite. Come in ogni scrittura s’incontrano frasi e, più spesso, parole uguali, così pure sul disco certi gruppi si ripetono identici a breve distanza; in A quattro gruppi (fig. 15) e in .5 uno (fig. 16) ricorrono due volte ciascuno; un gruppo del lato A si ritrova tre volte (fig. 17) e un altro è comune ad ambedue i lati (fig. 18). Se nei gruppi ripetuti qualche differenza v’è, questa consiste soltanto nel verso in cui certi segni sono stampati (fig. 1 5 ò). Xanthouuiuis, Cretan Kernai in B. S. XII, p. 17, fig. 5. 293 Si deve inoltre notare che alcuni segni, la pelle di animale (in due casi), la testa di cane, l’edifìcio si ripetono due volte di seguito, come in una parola può ripetersi di seguito la medesima lettera o sillaba ; e che qualche aggruppamento di due segni, per esempio la testa piumata preceduta dal disco, è molto frequente e a d Fig. 15. Gruppi che si ripetono due voite sulla faccia A. sta piuttosto alla fine che al principio dell’intero gruppo, quasi si trattasse di un suffisso o di una terminazione bisillaba di uso comune. La divisione in gruppi è del più grande interesse riguardo alla questione se le figure del disco abbiano un valore soltanto ideografico o non pure fonetico. Mentre nelle scritture geroglifiche dell’Egitto e del paese degli Hetei non esi¬ stono speciali segni divisori, questi si trovano invece in iscrizioni geroglifiche e lineari della Creta minoica. Nel caso delle iscrizioni geroglifiche non è certo se tali 294 segni distinguano parole o frasi ; ' ma in una iscrizione del più antico tipo lineare di Phaestos i due punti incisi sembra che non possano indicare altro se non la divi¬ sione fra una parola e l’altra/ I punti distinguono certo parole in iscrizioni fenicie, per esempio, nella famosa pietra di Moab,^ e aste verticali o punti indicano altresì la fine Fig. 17. Gruppo che si ripete tre volte sulla faccia A. e il principio di parole su iscrizioni greche arcaiche ed etrusche. Quale divisione stabiliscono dunque le linee del disco graffite verticalmente? Separano parole o Fig. 18. Gruppo che si trova su ambedue le facce. frasi ? A questo proposito si deve osservare che in ciascun gruppo il numero delle figure varia sempre da due a sette e precisamente vi sono: gruppi 6 con 2 segni » 1 6 » 3 > » 2 I » 4 » » 13 » 5 » » 2 » 6 » » 3 » 7 » cioè predominano i gruppi da 3-5 segni, son rari quelli di 2, e rarissimi quelli di 6-7. Ed è un fatto che un numero di segni in predominanza variabile da tre a quattro ' Evans, R. S. A., VI, p. 61. ^ Malbherk, Mon. A>A,, XIII, c. 26 e segg., fig. 1 1, 5 Taylor, The Alfhahet^ I, pp 207, 208, — 595 — è scarso per parole composte di soli segni alfabetici, è quasi insufficiente per formare frasi in cui i segni rappresentino esseri, cose o idee, ma invece è giusto e normale per le parole di una scrittura sillabica. Il sig. Evans, osservando che sulle pietre incise della Creta primitiva le . pitto¬ grafie ricorrono quasi esclusivamente in gruppi da due a sette e ì più frequenti sono di due o tre, già inclinava a credere che quei caratteri avessero un valore sillabico.' Ora questo mi sembra che possa verificarsi per le figure del disco. Le linee verticali in esso, come anche i punti sulle più antiche iscrizioni fenicie, sulle greche arcaiche ed etrusche distinguono verosimilmente non già le frasi, ma le parole e di conseguenza la scrittura sembra composta almeno in parte di segni fonetici, sebbene altri possano conservare il valore figurativo e simbolico, corrispondente al generale aspetto estrin- .seco della scrittura. Questa scrittura del disco che ammette dei mezzi tecnici progrediti come l’uso di punzoni, che mostra tipi sicuri e già alquanto stilizzati, apparisce quale una scrittura non già primordiale ma evoluta e non è quindi improbabile che essa sia uscita dalla fase puramente ideografica ed abbia raggiunto quel grado di sviluppo, nel quale i segni d’una scrittura cominciano ad essere impiegati per i suoni che rappresentano, divenendo sillabe. 10 credo insomma che alla bella scrittura del disco non si possa negare un grado di sviluppo simile, non dico a quello della scrittura geroglifica dell’Antico Impero faraonico, ma per lo meno a quello della scrittura hetea, la quale viene riconosciuta appunto come una scrittura in parte ideografica, in parte fonetica con l’uso di determinativi." * * * 11 disco con le sue figure rappresenta un documento prezioso della cultura, del¬ l’arte e della scrittura del popolo al quale spetta il merito d’averlo prodotto. Il fatto che si è rinvenuto a Creta, nella residenza del signore di Phaestos, non basta ad assicurarci che sia pur questa una creazione del genio cretese, un nuovo documento della civiltà minoica. Come alla reggia di Knossos affluivano i prodotti dell’industria e dell’arte da stranieri paesi : vasi e statuette di sienite, di alabastro e di diorite con iscrizioni geroglifiche dall’Egitto,^ cilindri in lapislazzuli dalle regioni dell’ Eu¬ frate,'^ vasi dipinti da Melos, ^ come ad Haghia Triada, fra i varii generi di pratico ‘ Evans, Crei. Pici, in Journ. of Hell. Si., XIV, fig. 21 ; Vili, p. 121 e segg., fig. 72; IX, p. 98 e seg., p. 300 e seg. fig. 67. * Sayce, Les Hétéens,^. 138; Jensen, Hittiter nnd 4 Evans, B. S. A., VII, p. 68. Armenìer. 5 Evans, B. S. A., IX, p. 49 e segg., fig. 26, ^ Evans, B. S. A., VI, p. 27 ; VII, p. 64 e segg., — 2gò — uso, giunse uno scarabeo col nome della regina Thii,* così al principe di Phaestos potrebbero aver portato il disco scritto come missiva o copia di trattato. Per rispondere al quesito se nel disco di Phaestos conviene riconoscere un prodotto locale o d’importazione dobbiamo vedere a quale popolo meglio si addice la cultura cui accennano i segni del disco. Onesto proviene da uno strato archeologico ben definito e nel suo complesso vergine, da uno strato che non si può attribuire ad epoca più tarda della fine del medio periodo minoico, cioè del sec. xvill av. C. circa."' Ora fuori di Creta qual’è il popolo che verso tale epoca, possedeva una cultura del grado di quella cui in¬ travediamo dalle figure del disco? La nostra mente si rivolge subito verso i grandi imperii che ai tempi minoici fiorirono ed ebbero relazioni con l’isola: da una parte alla Libia e all’Egitto, di cui sono evidenti gli influssi su Creta nel campo della scrittura e delle varie arti,’ dall’altra alla Caldea, della quale studi recenti scoprono sempre meglio i rapporti con la Creta minoica,’ e altresì alle regioni asianiche dove la civiltà degli Hetei si rivela tanto più grande, quanto più si procede nella esplo¬ razione del paese di loro origine o di loro progressiva conquista. Esaminando i singoli segni del disco abbiamo notato che, dei quarantacinque tipi diversi, non più di dieci trovano un certo riscontro in geroglifici egiziani ; sol¬ tanto per due o tre si può ammettere una qualche rispondenza con segni della più antica scrittura caldea, di cui si hanno esempi sulle sculture di Tello;’ e appena sei rassomigliano a geroglifici hetei. ùla i segni più caratteristici di una scrittura non si riscontrano nell’altra ; le somiglianze consistono soltanto nel comune uso di alcuni pochi simboli e del resto tanto i simboli comuni quanto gli altri in ciascuna scrittura presentano un aspetto lor proprio che rivela un’arte differente ; tutti hanno inoltre una diversa disposizioiie e probabilmente anche un diverso valore a seconda della loro nazionalità. Inoltre, poiché il disco non può considerarsi alla stregua di certi oggetti di scambio su cui le iscrizioni, se vi sono, hanno un interesse del tutto secondario, ma è invece un documento il cui valore sta proprio in ciò che reca scritto, se si am¬ mette che esso provenga a Creta da un paese straniero, bisogna attribuire a questo tanta importanza da possedere un sistema di scrittura adottato in Oriente pei rap¬ porti internazionali, quale ad esempio era quello degli Assiro-Babilonesi nel sec. xv ‘ Pariiìeni, a/o//. A//t., XIV, c. 733 e segg., fig. 33. ^ Pernier, AIo/1. A/tt., XIV, c. 461. 5 Evans, Ju/th, discov. in Jo/ir//. of Hell. 07., XVII, p. 302; thè Palace of Knossos i// its Egyptia/i relatio//s neW Archaeol. Report oj thè Egypt E.xplo/ atio// Fu//d, 1900, p. óo e segg. Cfr. innanzi, p. 295. Della Seta, La sfit/ge di IT. Triada e La co/t- chiglia di Phaestos in Re//dic. li. Acc. dei Li/icei, XVI, p. 699 e .segg.; XVIl, p. 399 e segg. 5 Perrot-Chipiez, I/ist. de l’art, II, figg. i, 2, 282, 284, 286 e tav. VI. — 297 av. C. NeH’epoca a cui appartiene il disco una scrittura capace di tal diffusione poteva essere la scrittura egiziana, ma non già quella hetea. Gli Fletei infatti, sebbene possedessero una cultura di origine antichissima, tuttavia non raggiunsero la più grande potenza e forza d’espansione se non dopo il sec. xvil, nel sec. xv e più ancora nel xiv, allorché combattevano contro l’Egitto da pari a pari e Kheta-.Sira concludeva con Ramses II il famoso trattato di alleanza offensiva e difensiva,’ trattato che il monarca heteo fece scrivere su tavoletta d’argento per inviarlo al Fa¬ raone e di cui conosciamo intero il testo egiziano. E un fatto che le figure del disco, considerate come elementi di scrittura, a primo aspetto mostrano una notevole divergenza anche dagli ordinari geroglifici cretesi, quali si vedono sulle pietre incise delle regioni orientali dell’isola e sulle tavolette di Knossos scritte in caratteri pittografici convenzionali.’’ Sebbene dei qua¬ rantacinque tipi che ci offre il disco parecchi si riconnettano con altri generi di rap¬ presentanze figuratè dell’arte minoica, tuttavia a rigore soltanto una diecina di essi trovano riscontro nella nota serie di geroglifici cretesi, e anche per quei dieci il riscontro consiste sì nel rappresentare il medesimo oggetto, ma non nel rappresen¬ tarlo alla stessa maniera, con quella stabilità di forme che si conviene a tipi grafici. Di fronte a tale divergenza sembra legittimo il dubbio se la scrittura del disco faccia parte dello stesso sistema cui appartengono i geroglifici cretesi classificati dall’Evans ; e, poiché non si può non esitare ad ammettere in un’area così circo- scritta com’è Creta un secondo sistema di scrittura geroglifica, vien fatto d’imma¬ ginare che la scrittura del disco appartenga a un qualche sistema estraneo a Creta, se pure per comunanza di origine affine a quello cretese. Ma prima d’insistere nell’idea che il disco sia importato a Creta, che i suoi geroglifici appartengano ad un sistema non cretese, vediamo se il nuovo apparire in Creta di tali geroglifici non possa spiegarsi altrimenti e se nelle figure del disco stesso non si debba pur riconoscere un riflesso della cultura e dell’arte della Creta minoica. I. Anzitutto il diverso aspetto che la scrittura del disco, dal lato figurativo, presenta di fronte a quella delle pietre incise della Creta orientale e delle tavolette di Knossos può spiegarsi in parte colla possibilità che nei disco sia rappresentato un momento diverso nello sviluppo del sistema geroglifico cretese (sviluppo di cui le iscrizioni fittili di Knossos rivelano forse l’ultimo stadio), in parte pel fatto che ad ottenere i simboli grafici furono impiegati processi tecnici del tutto diversi. In un caso i geroglifici derivano da intagli a incavo in pietre tenere o dure, in un ‘ Sayce, Les Hétéens, p. 23 e segg. Anche dalle potenza deH’impero heteo data dal sec. xv a. C. più recenti ricerche inglesi e tedesche in Asia Minore ^ Evans, B. S. A., VI, p. 59 e segg. e dai nuovi studi del Garstang risulta che la massima Ausonia - Anno III. 38 — 2g8 — altro caso da graffitura diretta di una punta suU’argilla fresca, nel caso del disco da impronte di punzoni di legno o d’avorio intagliati a rilievo. II. Inoltre una certa diversità nel modo di esprimere i simboli e nella scelta di essi, può dipendere da ragioni, dirò così, di regionalismo. Idantica Creta era una nazione eminentemente letterata e poliglotta : come al principio della tarda epoca minoica vigevano in essa due sistemi paralleli di scrittura lineare, dei quali in certe regioni uno sembra aver avuto la preferenza sull’altro, così in epoca anteriore po¬ trebbe essersi usato nella regione festia un sistema geroglifico, non dico diverso da quello di Knossos e della Creta orientale, ma avente qualche segno particolare e nell’assieme un colorito locale. Ciò apparisce tanto più verosimile se si ricorda che a Creta in epoca storica, l’alfabeto arcaico presentava delle varietà a seconda delle regioni, di guisa che possiamo distinguere il gruppo degli alfabeti di Axòs, Eleu- therna, Prinià da quello di Gortyna e da quello di Lyttos,' mentre nella regione degli Eteocretesi restava in uso una scrittura a caratteri ellenici e in lingua non cer¬ tamente ellenica.^ III. Ma l’accentuata novità dei simboli che compariscono sul disco si spiega pure con altre osservazioni. I testi geroglifici scoperti per lo innanzi a Creta si riducevano a gruppi di pochi segni ed erano di un genere molto uniforme ; infatti le pietre incise, a quanto pare, non contengono che un’indicazione di proprietà e le tavolette geroglifiche di Knossos si riferiscono per la maggior parte a conti. ^ Il disco offre invece un testo complesso e di contenuto diverso, quindi è naturale che presenti un numero considerevole di simboli nuovi. Come le iscrizioni trovate a Ivnossos nel 1900 hanno fatto salire a più di un centinaio i segni della serie gero¬ glifica cretese, così non deve far meraviglia che il nuovo singolarissimo documento, fra i suoi 45 tipi, ne offra circa 35 da aggiungere alla serie suddetta. Questa, anche dopo un contributo tanto considerevole, apparisce sempre molto incompleta, e dovrà arricchirsi di un numero ben maggiore di segni, prima di ripresentare la completa varietà di simboli, propria delle scritture del suo genere ; non dico dell’egizia, che comprende molte centinaia di tipi, ma dell’hetea, di cui ogni nuova iscrizione scopre simboli nuovi oltre i duecento e più già conosciuti.'*^ Infine importa molto di rilevare che i caratteri generali della scrittura del disco corrispondono a quelli che sapevamo esser propri della scrittura geroglifica cretese: il materiale su cui comparisce l’ima è quello d’ordinario adoperato per l’altra e in ambedue si riscontra : (una specie di bustrofedismo ?), l’opistografia, la distinzione delle figure in gruppi per mezzo di segni speciali, l’apparenza del sillabismo. * CoMi’ARETTl, Inscrizioni arcaiche cretesi, in Mon. pp. 115-126. Ant., Ili, cc. 332, 33S, 388, 413, 430, 436. ’ Evans, B. S. A., VI, p. 61. ^ CoNWAY, in B. S. A., Vili, pp. 125-156 e X, ^ Sayce, Les Ilétéens, p. 138. 299 Quanto alla cultura di cui sono un riflesso le figure del disco, studiando queste ad una ad una, già abbiamo notato le vesti virili e muliebri che riproducono fogge caratteristiche della Creta primitiva; gli animali e le piante che già in gran parte conoscevamo da altri monumenti minoici ; le particolarità architettoniche (come la tholos, la forma e la disposizione delle colonne), le quali ci richiamano ai palazzi e alle tombe di Knossos e di Phaestos, le espressioni marine che riflettono la ten¬ denza dei primitivi intraprendenti isolani verso il mare, sul quale si estese la loro potenza. Un vaso e un sigillo rappresentati sul disco sono tipici a Creta in età molto antica, e tipiche sono alcune armi, come l’arco, alcuni utensili come l’ascia. Fra i motivi ornamentali, la spirale (che qui troviamo adottata per la disposizione delle figure) e la rosetta, sebbene siano motivi comuni all’arte egizia, all’assira, all’hetea, hanno la loro più larga applicazione in Creta all’epoca del disco : sta la rosetta sui più fini vasi policromi di Knossos, sulla pisside , del primo palazzo di Phaestos, e sono le spirali che ornano i vasi dipinti trovati insieme con la singolare iscrizione. Finalmente per l’arte delle sue figure il disco ritrae il nostro pensiero dall’Egitto, dalla Caldea e molto più dal paese degli Hetei per richiamarlo su Creta stessa. Sebbene alcune figure risentano già di quella stilizzazione che non può restare estranea a simboli in uso come tipi grafici, tuttavia esse sono il prodotto di un’arte naturalistica, la quale è abituata a rendere chiaramente la forma dall’imitazione di¬ retta degli esseri e delle cose. Ed è così che con poche linee la maggior parte delle figure del disco, la figura umana e meglio quella di certi animali (come l’uccello, il pesce, l’ariete) e di certi strumenti (come l’arco, l’ascia e il sigillo) esprimono in modo netto e fedele l’oggetto rappresentato. Ora il naturalismo è appunto una delle doti più spiccate dell’arte minoica nel suo più splendido periodo, di quell’arte che in ogni sua manifestazione si mostra così progredita e sicura, da produrre pitture come quelle del sarcofago di Haghia Triada, e le figurine in avorio e in porcellana di Knossos, gli intagli dei vasi festii in steatite e dei finissimi sigilli di ogni parte di Creta. Anche allo stile delle figure del disco non si può disconoscere l’ impronta minoica. Per le ragioni esposte innanzi io penso adunque che, allo stato presente delle nostre conoscenze, sia lecito riconoscere nel disco un prodotto della civiltà cretese, un monumento originario del luogo in cui è stato trovato. Se la tavoletta scritta e i vasi dipinti che stavano insieme con esso non permettono di abbassarne la data oltre la fine del medio periodo minoico, la concezione e lo stile delle sue figure e ogni altra evidenza portano più precisamente ad attribuirlo al periodo splendido dei primitivi palazzi di Knossos e di Phaestos. I riscontri più numerosi e più intimi alle figure del disco si trovano nelle rappresentanze di quel periodo, specie sopra i sigilli o le cretule impresse, i cui rilievi corrispondono d’ordinario a simboli della gerittura geroglifica, 300 — A proposito di alcune cretule rinvenute nei primitivi strati di Knossos e re¬ canti gruppi di caratteri pittografici di tipo antico, il sig. Evans ha detto che questa forma di scrittura fu in voga nel primo palazzo di Knossos. ' Il disco ci mostra quale era la scrittura in voga nella più antica reggia di Phaestos, offrendoci il più complesso e il più insigne documento della elevata cultura della Creta minoica. % * Messa da parte l’ipotesi che il disco sia una lettera o la copia d’un trattato venuta a Phaestos da paese straniero, resta da vedere a quale altra categoria potrebbe appartenere il nuovo documento epigrafico. Per forma e dimensioni questo differisce da tutti i rimanenti oggetti cretesi forniti d’iscrizioni geroglifiche, e pure il suo contenuto apparisce diverso in quanto nè è qui il caso dei soliti sigilli di carattere personale, nè si può pensare a elenchi, inventari o conti, non riscontrandosi sul disco i numerali, i quali invece ricorrono quasi sempre sulle tavolette fittili di Knossos. T piccoli dischi fittili di Haghia Triada ^ e di (Tournià ^ recanti pochi caratteri lineari, e i sigilli circolari proprii dell’arte hetea, sui quali il campo figurato interno è circondato da due o più zone di segni e ornamenti diversi,^ non so fino a qual punto abbiano a che fare col disco. Certo per questo singolare monumento la scelta della forma non fu capricciosa, e poiché neppure saprei motivarla da speciali convenienze d’uso, inclinerei piuttosto a crederla determinata da un qualche simbolismo e a metterla in rapporto col signi¬ ficato del testo. E inutile che io ricordi come la rappresentanza del disco sia un simbolo divino o si riconnetta a idee sacrali nell’arte e nella religione dei luoghi e dei tempi più disparati. Dall’immagine del disco solare, radiato, alato, o nudo non si scompagna mai un concetto di religione; così è nell’arte egizia, hetea, persiana, così nella stessa arte minoica, dove il disco si trova su coni fittili rituali, unito ai corni di consacrazione.^ Per limitare gli esempii, basta menzionare il disco fittile che serviva di acro- terio centrale al tempio di Hera in Olimpia; il famoso calendario azteco, detto la pietra del sole, recante figure e segni disposti a cerchi concentrici intorno a un mascherone centrale, e avente pure la forma di un disco, il quale serviva di altare pei sacrifici al Messico. ‘ B. S. A., Vili, p. io6 e seg. 5 Ji, A. Boyd, Bransactions of thè departm. of ^ IIalbuekr, XIII, cc. 27-28, figg. 15-16. archaeol. Univ. of Pen?isylvania^ I, p. 41 e segg., 5 B. S. A., IX, p. 52 e seg. Maragiiiannis, Auliquitcs créloises, lav. XVXVI, 4. C, /. //,, XL, 2; XLII, 9; XI.III, 2-4. 301 Tanto più facilmente vien fatto di attribuire al disco di Phaestos un carattere sacro, in quanto esso mostra una mirabile rispondenza con un altro singolare mo¬ numento, che è il prodotto di quella cultura etrusca la quale, nelle sue origini, mostra pure tanti punti di contatto con la civiltà deU’Oriente preellenico e di Creta stessa. Intendo parlare del famoso piombo di Magliano che si conserva nel museo archeologico di Firenze (fig. ig). Fig. jg. Il piombo scritto di Magliano, 4/5. Ha- questo piombo la forma irregolare di un disco con le facce interamente coperte da iscrizioni graffite, le quali si avvolgono a spirale dalla periferia al centro. Nella sua faccia principale (A) la somiglianza col disco di Phaestos apparisce anche più stretta perchè ivi, non solo è indicata con punti la distinzione delle parole e dei capi, ma la spirale dei segni si svolge entro una linea grafita a spirale. Il piombo di Magliano, recando i nomi di sei divinità etrusche, sembra, come lo definisce il Milani,' un feriale o rituale della religione etrusca. Ora io non oserei accentuare le concordanze fra i due monumenti, divisi fra loro da molti secoli,^ fino al punto da immaginare scritto sul disco di Phaestos un rituale della religione minoica; ma, ’ Ant., II, c. 37 e segg. ^ lì Milani dapprima datò iì piombo di Magliano al sec. Ili a. Cr., basandosi sopra supposti riscontri lingui¬ stici col latino. Ma dopo gii studi del Torp, riconosciuti insussistenti tali riscontri, egli non esita a riferire il piombo all’epoca etrusca arcaica cui appartiene il va¬ sellame trovato nella medesima località. Riakandosi così la data del piombo, la sua rispondenza col disco di Phaestos diventa più Significativa. 302 sostenendo il carattere sacro di quest’ultimo oggetto, credo si possa pensare per esso, non meno che a un rituale, anche a un trattato redatto sotto gli auspici della divinità dal principe festio, o al ricordo di una dedica o consacrazione. :ic sj; Nell’iscrizione del piombo di IVIagliano la sfinge etrusca, sebbene abbia lasciato cogliere il concetto generico, non si è tuttavia rivelata; anche più impenetrabile si presenta fino ad ora la sfinge minoica e forse il segreto delle sue figure non sarà sciolto, fino a che dal suolo inesausto di Creta non torni alla luce il testo bilingue che di tali enigmatiche figure c’insegni il preciso valore. F'irenze, 12 gennaio 1909. Luigi Peknier. BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO E VARIETÀ I 2 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO. PREISTORIA ITALICA. Congresso internazionale d' antropologia c d'ar¬ cheologia preistorica. Monaco iqo6. — Sono usciti i due volumi degli Atti. Delle questioni più importanti per la preistoria italiana dissi già in Ausonia, I, p. 125. Congresso della Società italiana pel progresso delle scienze, — Del lavoro compiuto nel Con¬ gresso del 1907 a Parma per la parte paletno- logica rende conto il prof. Pigorini in Bull, di pai. it., 1908, p. I. Nel fascicolo stesso sono pubblicate le più importanti comunicazioni fatte a quel Congresso da A. Issel sulle Caverne ossi¬ fere dei Balzi Rossi, da G. A. Colini sulle Ori¬ gini dell'età del ferro in Italia, nonché una rela¬ zione preliminare sullo scavo della terraniara di Parma eseguito durante il Congresso. Liguria preistorica. — Il prof Arturo Issel ha ripubblicato la sua Liguria preistorica, la cui prima edizione del 1892 è esaurita. Si può dire, che si tratti di un libro nuovo, tanto in¬ fatti la materia è stata rielaborata e arricchita, che da meno di trecento pagine, quante erano nella prima edizione quelle dedicate alla pa¬ letnologia, il presente volume ne conta oltre settecento. Tutte le scoperte e gli studi in Liguria, scoperte e studi di cui l’ Issel può veramente dire pars magna fui, sono raccolte, esposte, coordinate sì da offrire un quadro completo di quanto la preistoria ci può inse¬ gnare sugli antichi Liguri, quadro cui non manca la sapiente disposizione nè il lucidns orda. Ritrovainenti paleolitici di Capri. — Il pro¬ fessor Portis non ritiene sufficientemente consta¬ tata l’associazione delle armi e degli strumenti paleolitici scoperti recentemente in Val Tra¬ gara a Capri con i resti à&W' elephas antiquus di un rhinoceros e di un hippopotarnus. La con¬ temporaneità deU’uomo con quegli animali in Italia resterebbe perciò ancora a provare [Btdl. Soc. geolog. ital., 1907). Proprio di questi giorni però nuove scoperte del dott. Cerio hanno mostrato in terreni quaternari strumenti chelléens. Grotte con materiale paleolitico in Sicilia. — A quel periodo debbono, secondo lo Schwein- furth, ascriversi i materiali silicei rinvenuti nelle grotte di Termini Imerese, e non a discendenti di popolazioni paleolitiche viventi in età neo¬ litica. Interessanti sono i confronti di quel mate¬ riale con quello delle grotte di Tunisia (Schwein- furth, Uber das Hbhlenpalàolithikum von Sicilien und Siidtunesien'm Zeitschr. fiir Etimologie, 1907, p. 832). La civiltà primitiva degli Abruzzi e delle Marche. — Il Colini continua gli acuti e dotti suoi studi sul tema. Della prima divisione del suo lavoro riferentesi all’età archeolitica demmo conto in Ausonia (II, p. 13), della seconda riguardante l’età neolitica è uscita una parte in Bull, di Pai., 1907, pp. 100-180, e 193-224). Resti dell'età della pietra in Sicilia. — Il dottor E. Salinas ha iniziato delle ricerche e dei saggi presso Palermo in contrada Valdesi e nella tenuta reale « la Favorita » sotto Monte Pelle¬ grino raccogliendo in gran numero armi e Attsonia - Anno III. [I] 4 utensili di pietra o frammenti di ceramica e ossami. Ila anche osser^■ato dei grandi lastroni di pietra disposti come nei doìuien, ma che se¬ condo l'A. dovevano servire di capanne a i)0- pola^ioni neolitiche (iW. scavi, 1907, p. 307). Così pure ha trovato aH'Acqua dei Corsari, strumenti litici, frammenti di terracotta, car¬ boni e gusci di conchiglie sotto uno strato di travertino alto m. T.25 [^Archivio stai', sic., 1907 ; cfr. Pigorini in Bull. Pai., 1907, p. 135). Il materiale trovato nella Grotta del Castello presso Termini imerese è stato studiato recen¬ temente dal Giglioli [Arcli./’Cf lautrop. c rduol., XXXVI, p. 276) e dal Giuffrida Ruggeri [Ar¬ chivio della Soc. romana d'antrop., 1907, p. 143). Gli oggetti litici in parte sono di tipo moustcrien, in parte sembrerebbero accostarsi al neolitico. Cavernicoli di Sicilia. — L’( Irsi riferisce su esplorazioni da lui comi)iute nella grotta di Cala Farina presso Mazzameni, in cui ha tro¬ vato resti di abitazioni e di sepolcri d’età neo¬ litica. La ceramica rinvenuta non si lega nè con i gru^ipi neolitici di Matrensa e di Stenti- nello, nè col primo periodo siculo. Resta dub¬ bio. se debba dichiarai si presicula o e.xtra- sicula. Altri importanti ritrovamenti si fecero entro grotte delle estreme falde dell’Etna presso il villaggio di Barriera. Anche quelle grotte furono abitate in età eneolitica, pur sussistendo vicino ad esse baltra forma di abitazione a capanne. Il materiale rinvenuto appartiene al primo e al secondo periodo siculo, costituendo cosi ((ueste stazioni uno degli anelli
  • iù notevole è una grande ascia ad alette di rame, decorata, e con lama tanto ampia e sottile che mostra aH’evidenza di non aver mai servito come utensile, ma solo come oggetto simbolico o votivo. (Pasqui, in Notizie Scavi, 1907, p. 315). Necropoli di 7'ari/i/inii. — Ntiovi scavi con¬ dotti in più riprese dal 1904 al 1906 hanno rimesso in luce molte tombe di quella ine¬ sauribile necropoli. Centodieci tombe ha dato il Poggio dell’ Impiccato, settantotto Poggio di Selciatene e duecentoquattro Poggio di Selcia- tello Sopra. Tutte le tombe, tranne appena nove, erano a cremazione delle forme consuete, a pozzetto, a custodia di nenfro, a ziro. Gli ossuari hanno in genere la solita forma bico- nica, e sono coperti da ciotole, da modelli in terra di elmi crestati o a calotta sferica, in due casi da veri e propri elmi di bronzo. Due esempi molto interessanti si ebbero di ossuari a forma di capanna. Di suppellettile accessoria si ebbero vasetti d’impasto bruno delle solite forme, tazze di bronzo fatte di più 13 14 pezzi inchiodati, un cinturone di bronzo, rare armi tra cui una bella daga di bronzo, rasoi a forma lunata, fibule ad arco semplice, in¬ grossato, a sanguisuga, serpeggiante tutte in bronzo. Due fibule, alcune laminette e bulle e altri minuti oggettini d’ornamento sono d’oro o di bronzo placcato in oro. In ferro si eb¬ bero poche armi (lance e pugnali) e alcune fibule. Notevoli anche una piccola ascia di pietra forata a uso d’amuleto, e resti di una piccola quadriga fittile. Il materiale rinvenuto è tutto al Museo archeologico di Firenze. (Per- nier, in Not. Scavi, 1907, p. 43, 227, 321). La tomba Regiili/ii-Ga lassi (Cecwetxì). - Il Pinza ha rinvenuto tra i documenti del Camerlengato nell’Archivio di Stato in Roma un incarta¬ mento contenente gli atti relativi al permesso di scavo, all’esercizio del medesimo, e alla vendita al Museo Gregoriano di tutti gli og¬ getti raccolti a Cervetri (località il Sorbo e la Vignaccid) negli scavi ivi compiuti dal Rego- lini e dal Calassi negli anni 1836-1837. Questi documenti permettono di ricostituire i corredi di queirinsigne gruppo di tombe, di cui solo alcuni oggetti erano stati più volte pubblicati, ma sempre poco esattamente riguardo alla provenienza. Inoltre potendosi stabilire da al¬ cune parole del Canina, che nelle tombe si erano ritrovati dei vasi e dei frammenti fittili rimasti molto probabilmente abbandonati, il Pinza ottenne di far di nuovo sterrare il se¬ polcro, ricavandone non spregevoli avanzi e dati importanti sull’architettura della tomba. Di tali ricerche d’archivio e di terreno il Pinza dà conto in Not. Scavi, 1906, p. 331 e in R'ó- mische Mittheilungen, 1907, p. 35. Presto il No- gara e il Pinza daranno la pubblicazione de¬ finitiva delle tombe di Cervetri e del restante materiale preistorico del Museo Gregoriano. Necropoli di Terni. — I lavori di sterro e di ampliamento che si vanno compiendo in ser¬ vizio dell’Acciaieria, hanno più volte posto alla luce nuclei importanti di tombe appartenenti alla ricca e grandiosa necropoli ternana del¬ l’età del ferro. Disgraziatamente troppo spesso non si è tenuto nessun conto delle scoperte, e le suppellettili rinvenute in parte sono state fracassate, in parte trafugate dagli operai, in parte donate a visitatori illustri dell’Ac¬ ciaieria. Gl’ispettori Pasqui e Lanzi riusci¬ rono a salvare parte del materiale e a rac¬ cogliere delle notizie che pubblicarono più di una volta nelle Not. Scavi. In questo stesso periodico è pubblicato ora un ulteriore rap¬ porto che si riferisce a scavi del 1887, del 1904 e del 1905. Nell’ultima campagna del 1905 sedici tombe furono potute esplorare sotto la vigilanza dei due ispettori. Le tombe sono a fossa e con cadaveri inumati, le più antiche con un tumulo di ciottoli, le più re¬ centi circondate da un circolo di pietre. Una delle fosse presentò un raro esempio di cada¬ vere cremato, e deposto nella tomba senza raccogliere le ceneri in un vaso. In un’altra fossa era collocato ai piedi del cadavere inu¬ mato un dolio con le ceneri di un cadavere cremato, secondo ogni probabilità tolto da una tomba a pozzo disfatta e religiosamente ri¬ posto nella nuova fossa, come fu più volte os¬ servato. Nella suppellettile si distinguono spe¬ cialmente i bronzi ricchi ed abbondanti, vasi, spade, pugnali e oggetti d’ornamento, estre¬ mamente rari sono invece i vasi dipinti proto- corintii e corintii. {Not. Scavi, 1907, p. 595). Necropoli deir età del ferro presso Albate (fZovao). — Alcune tombe recentemente scoperte di questa necropoli illustra il Baserga attribuen¬ dole a un periodo anteriore alla grande inva¬ sione gallica nella valle padana. (In Riv. ar- cheol. della prov. di Como, fase. 53-55, p. 83). Necropoli di Pianezzo. — Segnaliamo un no¬ tevole studio riccamente illustrato del nostro socio dott. Antonio Magni su questa necro¬ poli che ha dato abbondante suppellettile di 15 i6 tii)o ligure e di tipo gallico, e le cui tombe più antiche possono rimontare circa al v se¬ colo a. C. {\w Riv. a>-cÌH'oI. della prov. di Como, fase. 53-55, p. 3). Toi/il>c galliche. — Una a incinerazione di l^ar- zio conteneva due vasi, una scodella e un vaso a trottola o falsa pisside come propone di chiamarlo l’editore, due lance, un coltel¬ laccio e un forfex forse da tosar cavalli quale si ritrova nelle tombe barbariche. (Patroni, in Rii', ai'cheol. della prov. di Como, fase. 53-55, p. 121). Altre di Lovere sono di età gallo¬ romana. (Id., in Xot. Scavi, ic)o8, p. i\ Spade galliche. — Una spada di ferro con impugnatura di bronzo in forma di figurina umana, trovata a Rogoredo, pubblica il Castel¬ franco che la confronta con altri esemplari simili italiani e stranieri del primo ])eriodo La Tène. (In Riv. archeol. della prov. di Como, fase. 53-55, p. loi). Statuine d'arte sarda. — Il 'Paramelli pub¬ blica due importanti figurine sarde : un suona¬ tore di corno, proveniente insieme a un pu¬ gnale di bronzo da un nuraghe presso Cenoni, e un suonatore di doppia tibia trovato a Ittiri. Quest’ultimo presenta in modo molto netto caratteri di ermafroditismo, particolare d'alto interesse per le concezioni religiose dei Sardi primitivi, e che può trovar riscontro in altre religioni preelleniche del Mediterraneo. (Noi. Scavi. 1907, p. 352). Le « arma heroum » di Svefomo c la primitiva imagiue di Giove Feretrio. — Il Pinza, dopo aver provato, e mi pare con ogni ragione, contro il Reinach, che le arma heroum ricor¬ date da Svetonio come raccolte da Augusto nella sua villa di Capri possono benissimo es¬ sere state armi primitive di pietra, emette l’opinione che il lapis silcx conservato nel tem- ]fio di lupiter L'eretrius, e di cui i Feciali si servivano per ferire foedus sia stata un’arma di ])ietra. L’A. ricostruisce poi la primitiva imagine del dio sull'acconciatura del pater pa- tratiis che lo rappresentava, e attribuisce a fonti greche postaristoteliche l’opinione che identi¬ fica le armi di pietra con le ceraunie. flcn- dic. dei Lincei, T907, p. 491). IRtura corporale e tatuaggio in età preistorica. — Buon articolo del Dechelette che riassume i fatti già noti relativi a questi usi, e ne se¬ gnala dei nuovi in Francia e in Grecia. {Revne .Archéol., 1907, I, p. 38). Liguri e Sabini nella Roma primitiva. — Le lunghe lotte fra patrizi e plebei in Roma sono dovute, secondo il Ridgeway a diversità di razza; i plebei sarebbero gli antichi abitatori del Lazio d’origine ligure, i patrizi sarebbero i Sabini conquistatori. Le prove dell’origine sabina del patriziato si avrebbero 1 1 neH’essere sabine le divinità cui servivano i tre flamini pa¬ trizi Dialis, Martialis e Qnirinalis', 2) nell’essere attribuita al sabino re Numa (certamente sa¬ bino pel suo cognome Pompilins da pompe) l’introduzione del matrimonio per confarreatio che è la forma di matrimonio in uso presso i patrizi; 3) neU’uso della cremazione che sus¬ siste in Roma accanto all’inumazione, e che è probabilmente il rito patrizio, praticato dagli Appi Claudii patrizi e discendenti dal sabino Attus Clausus ; 4) nell’uso dello scudo rotondo cui l’A. ascrive origine umbra ed europea per la parte patrizia dell’esercito (cavalieri e prima classe) e dello scudo oblungo d’ori¬ gine mediterranea nelle altre classi. Il latino sarebbe essenzialmente la lingua dei plebei, cioè il ligure con qualche elemento sabino; l’antico ligure sarebbe perciò una lingua indo¬ europea e perfettamente nota. ( Whowerethe Ro- mansr in Proceedings of thè Brit. Academy, 1907). Scavi del Palatino. — La prima relazione di D. Vaglieri su questi scavi [Not. Scavi, 1907, p. 185) è riassunta da G. Gatti {Bull. Comn- 17 i8 naie, 1907. p. 202), ed esaminata e discussa da L. Pigorini {^Rendiconti dei Lincei, 1907, seduta del 17 novembre). Seguono relazioni del Va- glieri in Not. Scavi, 1907, p. 444-529; la sco¬ perta dei resti di una possiblie tomba a ca¬ mera è messa in rapporto col mito della casa RomuU (cfr. anche Ronndic, Lincei, 1908, p. 201). • TrovanienH minori, accidentali, di pnbldicazione provvisoria. — Strumenti di pietra e fittili neo¬ litici nelle isole Tremiti (Squinabol, Ball, di Pai., 1907, p. i; la collezione per dono del¬ l’autore è nel Museo preistorico di Roma) ; suppellettile dell’età del bronzo ad Arquà Pe¬ trarca (Alfonsi, Not. Scavi, 1906, p. 353), asce di bronzo ad alette e a cannone da Sesto al Reghena e da Travesio (Bertolini, ibid, 1906, p. 428), una cuspide di freccia di silice rive¬ stita di lamina d’argento in una tomba dell’età storica a Palestrina (Vaglieri, ibid., 1907, p. 20), bronzi ornamentali siculi a San Cataldo (Orsi, ibid., 1907, p. 489), ascia di basalto, avori e frammenti fittili a Centuripe (Orsi, ibid.,p. 493), fondi di capanne con materiale litico e fittile aBaone, prov. di Padova (Alfonsi, ibid., p. 499), vasi laziali della prima età del ferro e fram¬ menti di un cinturone da Roma (Vaglieri, ibid., p. 5 II), fittili e bronzi tra cui una bella pa¬ letta sacrale a Cerea, provincia di Verona (Gerola, in Madotina Verona, 1908, p. 43), armi litiche in Basilicata e nel Beneventano (De Biasio, in Riv. it. di Se. nat arali, 1908, fase. 3-4). — Segnaliamo con soddisfazione che il Mi¬ nistero di pubblica istruzione ha acquistato per il Museo Preistorico di Roma la raccolta Cavalletti, ricca di importanti corredi funebri laziali con una bella serie di urne a capanna provenienti da Grottaferrata (cfr. Colini, in Not. Scavi, 1902, p. 135), per il Museo archeo¬ logico di Firenze tutto il materiale proveniente dai nuovi scavi di Tarquinia, di cui abbiamo detto sopra, e per il Museo Nazionale di Villa Giulia la ricchis-sima suppellettile proveniente da tombe prenestine già conservata dai prin¬ cipi Barberini nella loro biblioteca. E a questo proposito non si può non deplorare un malin¬ teso senso di orgoglio che spinge i nostri pa¬ trizi a tentar di nascondere in ogni modo le alienazioni degli oggetti artistici e archeologici di loro proprietà, non rivolgendosi mai diret¬ tamente allo Stato, ma valendosi di mediatori, di sensali, di commercianti, costringendo cosi lo Stato ad acquistare a prezzi notevolmente alti, non di rado essendo causa indiretta di emigrazioni e dispersioni d’opere e d’arte, e quasi sempre restando ingannati. R. Paribeni. SCULTURA GRECA. TerrecoMe arcaiche di BeorÀa e di Creta. — Due figurine in piedi e una seduta con un bambino in braccio provenienti dalla Beozia, un gruppo di due cavalli e conduttore e una figura di cavaliere provenienti da una tomba presso Retimo in Creta sono illustrate da E. S. Forster (Eow. S. Forster, Terracottas from Boeotia and Crete, in Jonrnal of LLellenic Stndies, 1907, pp. 68-74). Statuetta femminile arcaica. — Il Museo di Auxerre possiede una statuetta femminile ar¬ caica, d’ignota provenienza, che M. Collignon toglie daH’oblìo. La statuetta in calcare grigio¬ giallastro s’innalza su uno zoccolo quadrato tutto unito e misura in complesso m. 0.75; rappresenta una donna in piedi colle gambe giunte, chiuse nel vestito aderente come in una guaina, il braccio sinistro disteso lungo il corpo e il destro riportato al seno colla mano aperta. La mancanza di qualsiasi attri¬ buto fa riconoscervi piuttosto che una dea una semplice orante. È il solito tipo delle fi¬ gure a forma di xoanon, ma in questo tipo generale essa si afferma, per le caratteristiche Ausonia - Anno III. [2] iQ 20 del costume, deiracconciatura. del volto, con tratti particolari, che possiamo dire di stile cretese. Essa olire un nuovo e prezioso esem¬ plare dell'ai te di quei Dedalidi » che, se¬ condo le testimonianze antiche, sono stati i maestri degli artisti peloponnesì. Per la data può risalile al primo quarto del vi secolo (■M. Collii ;non. Statuette féììiinine de styìe gree arehaiijìie [Alusée d' Auxerre), in Revue aueìieo- lagiijiie. iQoS, I, pp. 153-170, t. X). òò/ pie e olà ìuadello di una statua d' Apollo ar¬ caico è stato trovato a 1 )ionyso sul versante settentrionale del Pentelico. Esso corrisponde per tipo e proporzioni esattamente ad una statua di Apollo abbozzata trovata nel i8q8 nella miniera di Stamato-Vimi sul medesimo versante del Pentelico. 11 Nicole, a cui dob¬ biamo la pubblicazione, crede che la statuetta sia precisamente il modello della statua grande, la quale quindi non sarebbe che una copia meccanicamente ingrandita. Così noi veniamo a conoscere che le officine di Atene mandavano alle miniere dei modelli campioni secondo i quali gli scalpellini abbozzavano le figure grandi. Pino a qual grado l’artista lasciasse il lavoro all’ope¬ raio non sappiamo (C. Nicole, dAry/zc/Zc d' A- pollou archaii/ue, in Rev. ardi., 1908, 1, p. 40-42). / rilievi iti Taso, rappresentanti l’uno Hera- kles inginocchiato che tira d’arco e l’altro, perduto e conosciuto solo da un disegno, un corteo bacchico.’decoravano, secondo ricerche fatte da W. Deonna, l’uno il lato destro, l’altro il lato sinistro, di una delle porte della città di Thasos. Cosi viene confermata un’ijiotesi emessa già da G. Mendel {Bull, de Corr. lidi., 1900, p. 564, 1903. pp. 391-393) ”1 base al¬ l’analogia colla decorazione a rilievo di un’altra porta di 'Fhasos e ad un’iscrizione, che men¬ ziona Ilerakles e I tionysos come protettori della città, trovata nel medesimo posto dove furono trovati i due rilievi (\V. Deonna, Les rcliefs tliasieiis d' Heraldcs et de Dioiiysos, in Rev. ardi., 1908, 1, pp. 24-38). Testa di ragazzo nel Musco Civico di Bologna. — Il Ducati pubblica una testa in marmo di ragazzo che un moderno cappuccio con ali ha trasformato arbitrariamente in Ermete. L’o¬ riginale doveva essere in bronzo e per lo stile la testa prende posto nella serie delle opere di transizione dall’arcaismo delle guerre per¬ siane al culmine dell’arte fidiaca e policletea. L’A. trova strettissima parentela tra questa testa e quella dello Spinario capitolino, ma, ammettendo come data dello Spinario il de¬ cennio tra il 460 e il 450. riporta la testa al decennio anteriore, al 470-460. Dalla menzione dello Spinario prende occasione per discutere della posizione che ad esso spetta nell’arte del v secolo e per parlare dell' influenza pelo¬ ponnesiaca sull’arte attica deH’arcaismo ma¬ turo. E all’arte attica attribuisce anche la testa di llologna in cui crede che si abbia a ve¬ dere non un Ermete, ma un Eros o un ragazzo mortale. (P. Ducati, Testa di ragazzo del Museo Civico di Bologna, in Roniisdie Mitteiliingen, 1907, pp. 207-215, tt. V-VI). /kc i frontoni del Partenone. — Partendo dall’idea che la figura di Nike che prima co¬ munemente si poneva nel frontone orientale debba invece porsi nel frontone occidentale e sia propriamente la figura che nel disegno at¬ tribuito al Carrey si trova dietro Poseidon, e d’altra parte riconoscendo necessaria la pre¬ senza di una figura di Nike tanto nell’uno quanto nell’altro frontone, per -indicare nell’un caso la gioia per la nascita della dea, nell’altro l’esito della contesa, C. Smith fa l’ipotesi che in tutti e due i frontoni una picco'a figura di Nike volante, probabilmente in bronzo, occu¬ passe l’asse del frontone in atto di rivolgersi verso Athena. L’A. trae ad appoggio della sua ipotesi delle scene di vasi attici che mostrano evidentemente un’influenza ricevuta dalle scul¬ ture del Partenone. (C. Smith, The centrai Groups of thè Parthenon Pcdiinents, in Journ. 0/ Jlell. Stilli., 1907, ])p. 242-248). Nuove a^^giuute alle sculture del Partenone. — 'Tra i frammenti conservati nel Museo dell’A- cro[)oIi si è ritrovato il colio e la parte poste¬ riore (Iella testa elmata deH’Athena del frontone occidentale, di cui finora si conservava sol¬ tanto la parte superiore del torso al British Museum. Questa scoperta era stata fatta dal Prandtl e viene riferita anche dallo Smith. Lo Smith ha poi ritrovato tra i frammenti del British Museum la testa del Lapito della me- topa XXVII della metà orientale del lato me¬ ridionale del Partenone (C. Smith, Recent Ad ditions to thè Parthenon Scidptures, in Journ. of Plell. Stud., 1908, pp. 46-48, t. XXV). Il trono dello Zeus di Olinipia. — Sulla guida del testo di Pausania l’A. discute sulla posizione dei -/.xvóvs;, '/.tovs^, èyrpxTx del trono, e cerca di stabilire la disposizione delle pitture di Pa- nainos (H. G. Evelyn-White, The Throfte of Zeus in Olympia, in Journ. of Meli. Stud., 1908, PP- 49-55)- Per l' interpretazione del fregio occidentale del Heroon di Gj'ólbasci-Trysa sono portati nuovi argomenti di F. Kòpp. Egli cerca di dimostrare che le tre scene in cui si divide il fregio, battaglia che un esercito sbarcato dalle navi conduce verso una città fortificata sul colle, assalto alle mura di questa città, Amazono- machia, non possono riferirsi, come voleva il Benndorf, all’Aithiopis, ma riguardano piuttosto episodi del mito di Bellerofonte, di quell’eroe che era legato alla storia della Licia. L’Ania- zonomachia è quindi quella di Bellerofonte, la difesa della città è quella che l’eroe avrà com¬ piuto per la città di Jobates e di cui deve es¬ sere stato appunto premio la figlia del re, la battaglia presso le navi da parte di un esercito sbarcato doveva appunto ricollegarsi a questo assedio. Per quanto non abbiamo a favore di tale interpretazione alcuna fonte letteraria essa è quella che meglio si adatta al linguaggio fi¬ gurato dell’opera, perchè tanto nella battaglia presso le navi (|Uaiito ncH'asscdio della città abbiamo elementi che mostrano che gli assa¬ litori saranno respinti e che la città sarà li¬ bera, ciò che invece non si adatta al mito troiano (F. Koepp, Zum ÌVestfrics des Heroon von Gjolbaschi, in Jahrbuch des Kais. deutsch. ardi. Instituts, 1907, pp. 70-77). Una nuova replica dell' Eirenc di Kephiso- dotos fu trovata nel 1904 a Villa Patrizi fuori Porta Pia ed è ora a New-York. La statua è acefala e manca della parte che sorreggeva il bambino Ploutos.- L’esecuzione artistica è buona, la tecnica dei pezzi riportati accenna a lavoro greco piuttosto che a copia romana (L. Mariani, L' Irene di Villa Patrizi, in Bull, della Comm. ardi, coni., 1907, pp. 29-33, h ^)- Una statua di Athena del principio del iv se¬ colo è illustrata da L. Mariani. Questa statua fu trovata nel 1885 nell’area del Castro Pre¬ torio e, conservata neH’Antiquarium comunale all’Orto Botanico, aveva dapprincipio ricevuto raggiunta di una testa non sua. Cercando tra i pezzi di scultura del Museo per trovarle una testa più adatta, il restauratore D. Bernardini le aveva accomodato una testa daH’elmo co¬ rinzio che il Mariani ha potuto dimostrare es¬ sere veramente quella che le apparteneva. La figura in marmo pentelico è alta m. 2.20, ed è di proporzioni alquanto più slanciate delle co¬ muni. La Dea veste il peplo cinto al disopra dell’apoptygma e porta appoggiata alle spalle una chlaina che discende sul davanti, ha elmo corinzio, un’egida piccola a collare, e colla sinistra imbracciava probabilmente lo scudo. La statua aveva delle aggiunte in metallo (cresta dell’ elmo, visiera e serpentelli dell’e¬ gida). Il peplo per la sua forma tradizionale potrebbe indurre in inganno nel giudizio dello stile e del tempo di questa scultura, ma le proporzioni snelle, il tipo del volto e altri par¬ ticolari sono sufficienti ragioni per ritenere l’originale di questa statua un’opera attica del 23 24 l)iincii)io del iv sec. L’originale era in bronzo e questa replica in marmo ha non pochi indizi di lavoro greco, forse contemporaneo o non molto posteriore aH'originale : tra questi indizi si hanno da porre la tecnica dei pezzi riportati con cui sono lavorate alcune parti della statua, e le aggiunte metalliche. Che questa statua di Athena debba attribuirsi alla scuola attica della prima metà del iv secolo lo prova il confronto con opere affini, l’Artemide del Braccio Nuovo, ora nella Calleria dei Candelabri, l’Isis di Beirut a Berlino, l’Apollo Bizio di Cortyna e l’Athena W'oburn Abbey. L’ Athena dell’Anti- i|uarium si ispira adunque a modelli di Fidia e della sua scuola. Caratteristico è l’elmo corin¬ zio che si preferisce all'attico già dai contem¬ poranei di Fidia, e ancor più caratteristica è la chlaina sulle spalle che dà alla figura una certa aria di spigliatezza. (.)ra l’Athena del- bAntiquarium ha il suo perfetto corrispon¬ dente nella figura di Athena di un rilievo di decreto del 323 a. C. trovato presso Atene per la strada al Pireo. In questo rilievo Athena è rappresentata insieme a Zeus e secondo l’Arndt le due figure rappresentano lo Zeus Soteir e l’ Athena Soteira, gl’idoli del tempio sul mercato del Pireo. Se quest’Athena del 1 )isoterion del Pireo ricordata da Pausania va identificata con im’Athena del Pireo, opera dell’artista Kephisodoros ricordata da Plinio, e se il nome Kephisodoros in Plinio va cor¬ retto in Kephisodotos, si potrebbe credere di aver ritrovato nell’Athena deirAntiquarium una opera di Kephisodotos il vecchio, padre di Prassitele. Per ciò che riguarda lo stile, Ke¬ phisodotos, a quanto possiamo giudicare dal suo gruppo dell’Eirene con Ploutos, appare un’artista eclettico che per alcune qualità si ricollega all’arte di Fidia, per altre prelude a (]uella di Prassitele. Ora questo medesimo ca¬ rattere troviamo nella nostra Athena, giacché il corpo è costruito su base fidiaca e la testa ha tratti di stile più evoluto. Ciò che invece contrasta collo stile di Kephisodotos sono le proporzioni troppo slanciate, ma conosciamo troppo poco lo stile di quest’artista perchè ciò possa valere ad infirmare la congettura (L. Marianj, La J’allade del Castro Pretorio, in BìdI. della Couu/i. are/i. Coni., 1907, pp. 1-29, tt. I-IV). Càia statua da una tomba attica. - Dopo aver accennato al costume in uso in Grecia d’innalzare statue sulle tombe e aver ricordato gli esempi principali da noi conosciuti, E. y\. ( lardner illustra una figura femminile amman¬ tata appartenente alla collezione del duca di Sutherland a Trentham, ora passata al British Museum, che egli ritiene appunto una figura funeraria attica, probabilmente proveniente dal cimitero del Ceramico in Atene, da riportarsi per lo stile al principio del iv secolo. Essa preannuncia in alcuni elementi l’arte prassite- lica (E. A. Gardner, A Statue froni a/i attic Tonib, in Jourii. of HcU. Stud., 1908, pp. 138- 147, tt. XXVII-XXIX). Ancora sulla PscUunicnc di Prassitele. — Il Furtwàngler riferendosi alla congettura di F. Polliseli (vedi Ausonia, 1907, c. 41), il quale ritiene che la Pseliuniene di Prassitele pre¬ sentasse la Dea in atto di togliersi un brac¬ cialetto, osserva che la Venere Montalvo, in cui il Poulsen ha veduto riprodotto il motivo della statua prassitelica, è una copia moderna (probabilmente del xviii secolo, forse del xvi o del xvjiì dalla Venere dei Medici, respin¬ gendo così l’identificazione di L. A. Milani di questa statua, che sembrava esistere nel cortile del Palazzo Montalvo dal 1739, con la Venere menzionata nel 1591 al Palazzo Visacci e con una Venere descritta nel 1357 da Benvenuto da Imola. Il Furtwàngler poi pensa che la Pseliuniene fosse una semplice Afrodite, alla quale un braccialetto assai visibile aveva fatto dare questo nome senza per altro che la Dea fosse nell’atto di metterselo o di toglierselo. (A. P’ URTW'AENGLER, Sur la Pseliuniene de Praxi- telc, in Rev. ardi., 1907, II, pp. 19-20). 25 26 Intorno alla Venere d'Agcn. — Dopo una raccolta di notizie intorno al luogo e alla data di ritrovamento e alle peripezie dell’acquisto di questa statua che adorna il Museo Muni¬ cipale di Agen, S. Reinach discute e respinge i tentativi di restaurazione del motivo che ne sono stati fatti (Hebe con coppa ; Afrodite che si acconcia i capelli colla destra tenendo uno specchio nella sinistra; Afrodite che si acconcia i capelli con ambedue le mani) e pensa piuttosto che essa dovesse avere il brac¬ cio destro abbassato e portato verso la parte mediana del corpo per trattenere il vestito ed impedirgli di scivolare. Di tre frammenti tro¬ vati nello stesso luogo della statua uno, un frammento di braccio sinistro, si adatta perfet¬ tamente ad essa e, poiché porta nella parte interna la traccia indiscutibile di un boccolo di capelli, mostra che la mano sinistra invece di uno specchio stringeva un ricciolo che di¬ scendeva più in basso del seno, il secondo, una testa assai mutilata, si riadatta sufficien¬ temente alla statua, per quanto forse potesse appartenere ad una seconda statua, il terzo, un occipite con capelli, apparteneva certa¬ mente ad un’altra statua. La statua di Agen per la disposizione del panneggiamento e per il movimento del corpo ha suggerito sin dalla scoperta raffronti coll’Afrodite di Milo. Per il Reinach l’Afrodite di Agen è una copia libera da un originale in marmo della scuola di Pras- sitele, non anteriore quindi alia seconda metà del IV secolo a. C. (S. Reinach, La Vcnus d' Agen, in Rev. ardi., 1907, I, pp. 369-376, t. II; II, pp. 295-303). La statua di Anzio. — E. Loevry pubblica la conferenza che egli disse nella sede dell’As¬ sociazione Artistica Internazionale di Roma il 30 maggio del 1907 dopo che era stato dato Taniiunzio dell’acquisto della statua da parte dello Stato. L’A. dopo aver riferito in¬ torno al suo ritrovamento e aver descritto e interpretato la figura in tutti i suoi elementi costitutivi, additando particolarmente il ritmo di contrasto con cui è costruita, cerca di determinare il soggetto. Non crede la figura nè una potessa, nè una guidatrice di un coro di vergini, nè una profetessa ministra di I Apollo, nè una Sibilla, nè una sacerdotessa, nè una ierodula, ma la ritiene piuttosto imma¬ gine di una vergine purificatrice, delegata a intercedere presso la divinità. A questa sua funzione farebbero pensare la veste cinta e sollevata e i capelli annodati come di chi discende neH’acqua, l’incensiere, il lauro o l’olivo, la benda di lana di significativa lar¬ ghezza che porta sul vassoio. Per ciò che ri¬ guarda lo stile il Loewy pone in luce nel panneggiamento, nel ritmo di posizione, nella caratteristica dell’ età giovanile, nell’acconcia¬ tura dei capelli, nella forma e nell’espres¬ sione del volto gli elementi prassitelici. Pur senza fare decisamente il nome di Prassitele, giacché in più di un particolare del viso, dei capelli, del vestito, delle proporzioni la statua d’Anzio denota un sentire, un gusto, uno stile alquanto più progredito che non si ri¬ trova nelle creazioni dì scalpello prassitelico finora accertate, il Loewy riconnette la statua alla cerchia prassitelica, tanto più che scolari e seguaci di Prassitele ripetono soggetti affini, sacerdotesse, donne sacrificanti ed adoranti. Se la statua si dovesse aggiungere al patri¬ monio sicuro del maestro essa rivelerebbe un lato nuovo e non il meno profondo della sua arte (E. Loewy, La statua di Anzio, in Enipo- rium, agosto 1907, pp. 1-19. Alcuni mesi dopo il lavoro del Loewy è ap¬ parso sul medesimo soggetto uno studio postumo di A. Eurtwàngler. L’A. che conosceva la statua dal 1899 ® privatamente aveva avuto occasione di esprimere il suo giudizio su di essa considerandola un originale del periodo immediatamente seguente ad Alessandro, torna anzitutto ad insistere sulla sua osservazione altrove già esposta che la fanciulla non porta sul vassoio un rotolo di papiro, ma una benda 28 sacritìcale di lana c che (]uindi deve essere considerata una sacerdotessa e propriamente lina giovane fanciulla addetta al culto e rap¬ presentata nell’atto di collocare colla destra (gualche granello di incenso sul piccolo thy- miatcrion che portava originariamente sul vas¬ soio insieme alla benda. Stilisticamente il Furt- wangler riconosce nell’opera i caratteri del¬ l’arte lisippea: evidenti essi sarebbero nel ritmo di ])OSÌ/ione delle gambe, nelle propor¬ zioni snelle della figura, nella torsione di lato della parte superiore del corpo, nel motivo del braccio destro ripiegato in modo da tagliare il petto. Alcuni dettagli, come il ricciolo pen¬ dente sulla tempia che si ritrova neH’lMos che tende l’arco, opera sicuramente lisippea. come la forma semi)lice dei sandali che si riscontra nella Menade danzante di Ilerlino, in cui si vuol vedere la teimilciitii tibiciua di Lisippo, ri¬ chiamerebbero anch’essi all’arte del maestro di Sicione. Passando ad una determinazione [)iù ])recisa l'A. fa la congettura che nella statua di l’orto d’Anzio si abbia la « Kj)!- thyusa cioè la donna che getta l’incenso sul fuoco, opera di Phanis discepolo di Lisippo, ricordata da Plinio {Ilisf. uat., XXXIV, So). L siccome Plinio nella sua menzione la pre¬ senta come opera in bronzo, nel caso in cui non si volesse ammettere la ])rec-sa identifi¬ cazione. sarebbe sempre da notare che il sog¬ getto della nostra statua appartiene alla cer¬ chia di Lisippo. Il Furtvvangler chiude il suo articolo con alcune osservazioni estetiche sull’aspetto della figura e soprattutto sul principio dei contrasti secondo cui è costruita, che in parte coincid( no con (pielle già fatte dal Loewy (A. Furtwaeng- LER, Dai Maddien von Antium, in Mii//c/i/ìer [ahrhuch der bildendoi Jia/isi, j (>07, II, pj). i-i i). Lbì ciuyhialr in bronzo (1. 1.08, a. 0.798) tro¬ vato a Meuzek (Adrianopoli) è entrato a far parte del Museo Imperiale di Costantinopoli. L’indicazione di una ferita di lancia sulla .s[)alla sinistra dietro l'orecchio mostra che doveva far parte di un gruppo (o di una sem¬ plice caccia o della caccia mitica di Calidone). V’è una certa stilizzazione nella trattazione del [lelame e della criniera che fa pensare ad un’arte ancora incapace di afferrare i loro tratti naturalistici. (( ). Hamdv, Le sanglicr de ALei/zek, in Ree', ardi., 1908, pp. 1-3, tt. VlIl-lX). Seul tur e greche inedite di Musei greci. — Il 1 )eonna riproduce ed illustra ; un torso fem¬ minile arcaico in tufo del Museo di Tanagra, del tipo della Nikandre di Delos; un fram¬ mento di un gruppo in tufo del medesimo Museo, rappresentante un toro atterrato da un leone che richiama il gruppo analogo del Museo dell'Acropoli; una testa di cavallo ar¬ caico. un frammento di un gruppo di un uomo a ca\allo di arte posteriore al 480, una figura femminile, forse arcaistica, del tipo delle Korai dell’Acropoli, tutte e tre ojrere del Museo di Eieusi; altre due figure, anch’esse arcaisti¬ che di Korai del Museo Nazionale di Atene; un alto rilievo rappresentante una Nike drap¬ peggiata nella parte inferiore del corpo, due cippi funerari sormontati da un casco del Museo di Tebe; e infine una stele funeraria in forma di frontone ad acroterì che porta a ri¬ lievo un elmo della medesima forma dei due yu ecedenti e due scudi di forma galata, del Mu¬ seo di Tanagra. (W. I )eonna, Sculptnres grecijucs inèdita, in Rev. ardi., 1908, I, pp. 190-204). Marmi antichi della Collezione Cook a Daughty House, Rldiììiond. — Di (|uesta collezione, che comprende per la maggior parte marmi dei jieriodi ellenistico e romano (vedi sotto) la Strong menziona come appartenenti al periodo classico; una testa femminile arcaica di arte peloponnesia (480-460 a. C.), di cui esistono repliche in altri musei, tra cui una nel Museo Chiaramonti al Vaticano; una testa elmata di Athena di tijjo fidiaco, replica della testa del- l’Athena 1 lope a Deepdene; una stele attica della seconda metà del v secolo in cui 'Lima- 2Q 30 rete, una fanciulla, presenta un uccellino ad un fonciullo; un rilievo neo-attico di Baccante co!i timpano ; una statua di Apollo del iv se¬ colo che il Furtwangler attribuiva a Euphranor; una statua di Herakles barbato col cornucopia, opera della scuola attica del iv secolo ; una statuetta di Zeus o di Asklepios ; un busto in porfido di Sarapis ; un torso di Satiro, fram¬ mento di una replica del famoso satiro della Tribuna degli Uffizi; un torso maschile forse di Herakles dello stile del iv secolo; una statua di Afrodite, la così detta « Venere Mazarino » ; un piccolo gruppo di Dioniso che si appoggia al Sileno ; un torso e una statuetta di Afro¬ dite ; e infine una doppia erma di Dioniso e Alessandro. (E. Strong, Anfù/i/es in thè CoHec- tion of Sir Frederick Cook, Bari., at Doughty Fiouse, Richmond, m Journ. of HelL Stnd., 1908, pp. 5-14; tt. I IX). Sculture inedite o poco conosciute sono ripro¬ dotte da S. Reinach. La prima è una statuetta di Herakles seduto, quasi sicuramente una statua restaurata dal Cavaceppi riprodotta in Clarac, Mus. de Sculpt., I, p. 469 R. II tipo si ricollega all’ Herakles colossale di Lisippo che si trovava in Taranto. La seconda è una statuetta di fanciullo addormentato, tipo di piccolo pescatore che esiste in varie repliche e che appartiene al principio deH’ellenismo. La terza è una graziosa statuetta in bronzo di Herakles in piedi che faceva prima parte della Collezione Rome. È un’opera di stile policleteo e l’A. pensa che sia una replica dell’Herakles giovane di Policleto ricordato da Plinio come esistente in Roma [Hist. nat. XXXIV, 56). La quarta statua è il noto guerriero colossale scoperto verso il 1840 nel letto della Voglena davanti a Cilli (Celeia nel Nerico). L’interesse di questa statua sta nella sua mescolanza di elementi greco-romani e d’elementi barbari ed è opera del principio del iv secolo d. C. (S. Rei- NACH, Sculptures inédites ou peii connues, in Rev. ardi., 1908, II, pp. 107-118). Alessandro Della Seta. SCULTURA ELl.ENISTICA E ROMANA Il rilievo di Tralles. — L’Engelmann, in base alla analogia di un mosaico di Ostia (v. ap¬ presso), respinge l’interpretazione del soggetto di questo rilievo per la punizione di Dirce e ritiene invece che si tratti della scena di sa¬ crificio probabilmente di un toro, che la per¬ sona seduta per terra sta per legare all’anello fissato al suolo, presso un altare, che ora è scomparso insieme alp'esto del rilievo. (R. En- gelmann. Le relief de Tralles; lettre à AI. .S. Reinach, in Revue ardi., 1908, I, p. 9-12). Marcia. — K. Hadaczek pubblica tre brevi studi, relativi a Marsia ; 1. Sul « Torso » di Belvedere. Riprendendo il concetto del Sauer che il Torso di Belve¬ dere, seduto, secondo quel dotto, su di una pelle di pantera e non di leone, non sia Eracle, crede che sia il caso di riferirlo al ciclo delle figure bacchiche, cioè dei Satiri e dei Sileni, che quegli voleva escludere. L’Hadaczek iden¬ tifica la figura per Marsia in atto di suonare il doppio flauto, con la testa rivolta verso il gruppo di Apollo e delle Muse, in piedi. Questa identificazione sarebbe appoggiata dalla ana¬ logia di alcuni disegni vascolari e soprattutto di una pittura murale pompeiana (Helbig, Wandgem., n. 224). Anche egli si professa del¬ l’opinione di quelli che credono il Torso di Belvedere un’opera originale dell’ateniese Apol¬ lonio, che si sarebbe — secondo il loro av¬ viso — inspirato alle grandi opere attiche del IV e del v secolo. IL Intorno a un nuovo gruppo di Marsia. Lo stesso autore crede di aver trovato il tipo di Marsia che dovea far parte del gruppo da lui già in parte ricostruito (cfr. Riint. Alitt., XVII, 1902, p. 173-78), del quale avrebbe pure fatto parte il tipo della Musa di Minturnae. Copia di questa figura di Marsia sarebbe una statua pure del Museo di Zagabria. Lina seconda replica si troverebbe in Holkham Hall (Mi- 31 32 CHABLIS, marbl., p. 306, n. ig; Clarac, 724, i68o-k), e una terza nella Villa Borghese, che egli riproduce nel suo scritto. A queste dovrebbero aggiungersi due teste pertinenti ad altre due repliche, una nel Museo Capitolino diKLBiG. Fiihrer, I, 438I e l’altra nel Museo di Berlino {Bcschrcibuug dcr ant. Skulpt., 206). Ri¬ spetto al tipo, la figura ricorda soprattutto i[uella del Sileno recante il piccolo Bacco sulle braccia; quanto allo stile, si riconnette coi gruppi dei Galli del donarlo di Aitalo ; e per certi particolari della testa con il vecchio Cen¬ tauro dei due di Papias* e Aristeas. 111. Un rilievo di JMarsia. Pure alla punizione di Marsia si riferisce, secondo l’Hadaczek, il rilievo frammentato e rotto in due pezzi, detto della ( Sacra conservazione » (Palazzo dei Con¬ servatori). L'Hadaczek inverte la posizione dei due frammenti, in modo da ottenerne la se¬ guente composizione: a sinistra ; frammento pic¬ colo), le line figure di Apollo e dello Scita (sotto l’albero di ulivo) ; segue quella del Si¬ leno, che altro non può essere se non Marsia, in attesa del supplizio ; a destra, le figure di Arfemis e di Leto. Altre figure di divinità de¬ vono supporsi nella parte mancante del rilievo (K. Hadaczek, Marsyasìw Jahreshefte desoesterr. fnts., X, 1907, pp. 313-326). I.' Ephedrismoi di Piazza Dante. — 11 Ma¬ riani pubblica un grazioso gruppo in marmo, trovato nella località un tempo occupata dagli (irti Lamiani; rappresenta il giuoco deirc//A’- drismos, eseguito da due fanciulle (entrambe acefale). B soggetto ci era noto finora soltanto da opere della coroplastica e della pittura ; (piesta è la prima volta che si ritrova in una opera statuaria in grande. L’autore inclina a porre il gruppo in parola nel fiore dell'arte ellenistica e a pensare che il motivo, « colla sua veduta unica, col contorno accidentato e un po’ squilibrato e colle sue dimensioni più piccole del vero », sia fatto ' per un'altra tecnica che non è quella ilei marmo ». (L. Ma¬ riani, Z”ldl>lvAI*IX.M()ii di Piazza Dante, in Btdl. della Coìnni. ardi, coninn., XXXV, 1907, p. 34-40, tav. VI). Supposto gruppo di Aristonidas. — Il Klein, convinto che l’opera di Aristonidas di cui parla Plinio ( N. II.. XXXIV, 140), rappresentante Atamante nel momento dopo scagliato in mare il figlio, fosse un gruppo comprendente tutte e due le figure, di Atamante e del morto Learco (cfr. Gescli. der griech. Kunst., Ili, p. 211 e segg.), crede di aver scoperto un avanzo di questo gruppo, oggi scomparso, ri¬ prodotto in un disegno nei Paradiguiata gra- p/iiees variar um artijieiini (tav. 27), di Kpisco- ])ius. Raiipresenta il torso, con la testa, di un giovine morto. L’atteggiamento della testa ri¬ corda (}uello di Patroclo nel gruppo del Pa- stjiiiuo, mentre la testa somiglia a quella dei figli di Laocoonte ; ciò proverebbe l’origine rodia del griqipo, nonché conforterebbe l’ipo¬ tesi che si tratti di un’opera del rodio Aristo¬ nidas. Altro punto di analogia trova il Klein nel Gallo ferito del Louvre ; jier cui la crono¬ logia sarebbe fissata tra rejioca del gruppo di Attalo e quella del Laocoonte. ((luanto alla posizione della figura di Atamante essa non potrebbe somigliare a quella, di Menelao, ma sarebbe stata diversa, cioè cosi come è resa in un bozzetto che egli ha fatto modellare dallo scultore Carlo Wilfert, e che riproduce. A pensare all’atteggiamento delle due figure è indotto dall’analogia di altre composizioni consimili e del Laocoonte. L’opera apparter¬ rebbe alla metà circa del 11 secolo a C. e sa¬ rebbe anteriore al gruppo del Pasquino, il cui autore se ne sarebbe servito come di modello per l’opera. La composizione tuttavia trove¬ rebbe dei precedenti nel fregio del tempio della A7/r Apteros, in quello del tempio di Fi- galia e nell’ heroon di Giòlbaschi-d'risa. (W. Klein, Zu Aristonidas, \\\ Jahreshefte des oesterr. ardi. fnst. in IPien, X, 1907, pp. 243-50). 33 34 Un rilievo a Fola. — Lo Zingerle pubblica un frammento di rilievo del Museo civico di Fola, che sembra facesse parte di un sarco¬ fago, come proverebbe il confronto con altri rilievi affini. Rappresenta una scena di bat¬ taglia navale, o piuttosto di fuga sulle navi. L’autore l’ identifica con uno degli episodi fi¬ nali che seguono la battaglia di Maratona. Sia in riguardo alla composizione che ai motivi, risulterebbe una copia romana di un modello ellenistico, in rapporto con la pittura analoga del Pecile. Mediante il confronto con altri mo¬ numenti — da un lato un rilievo di Brescia e dall’altro alcuni rilievi di sarcofagi che, se. condo il Robert, rappresentano una scena della Epi-nausi-mache dell’ Iliade — viene alla con¬ clusione che l’artista del rilievo di Fola abbia attinto a due composizioni parallele : l’una rap¬ presentante la battaglia di Maratona (che gli avrebbe fornito il nucleo principale per la sua composizione), l’altra \ Epi-nausi-tnache, dalla quale avrebbe preso motivi singoli. Ma lo Zin¬ gerle si spinge più in là : mettendo in rapporto questa rappresentazione con un passo del so¬ fista Polemone di Laodicea, tenta di identificare persino l’episodio della battaglia. (J. Zingerle, Relief in Fola, in Jahreshefte d. oesterr. ardi. Jnst., X, 1907, pp. 157-168, tav. V). Sull'ara di Cleomene. — L’Amelung ricorda un altro monumento con analoga rappresen¬ tazione (cfr. Ausonia I, Bollettino Bibliografico, p. 141): un frammento di vaso aretino dell’ Al- bertimm di Dresda. (W. Amelung, Zur Ara des Kleo>nenes,ìn Rbm.Mitt., XXII, 1907, p. 333). Statue di Deio. — F. Mayence e G. Leroux pubblicano una serie di statue in marmo rin¬ venute a Deio in differenti epoche: 1° una Musa, del tipo della così detta Folinnia; 2° una seconda, replica dello stesso tipo, ma non iden¬ tica; 3° una Musa danzante del noto tipo della così detta Terpsicore; 4° una Musa seduta. Seguono altre cinque statue scoperte nel 1905 in una casa a nord del teatro, di uguali di¬ mensioni e di analogo lavoro, probabilmente appartenenti a un gruppo del teatro ; 5° Apollo citaredo, mancante di parte del busto con la testa, in piedi ma in atto di riposo ; tipo rap¬ presentato da pochi monumenti ; 6° Artemide, figura vestita di chitone e di peplo, di un tipo, a giudizio degli autori, quasi affatto nuovo ; 7° Leto, riproducente il tipo dell’ Eirene di Monaco ; 8° una Musa con la nebride ; 9° un’altra figura muliebre, che identificano pure per una Musa. Le prime quattro Muse e l’Apollo con¬ cordano con le figure analoghe dSW Apoteosi di Omero e della base di Alicarnasso, nelle quali l’Amelung e il Watzinger riconoscono ripro¬ duzioni delle Muse di Filisco da Rodi. Ma il Mayence e il Leroux escludono che il sud¬ detto tipo di Apollo possa riprodurre la statua analoga di Filisco. Le sculture di Deio, che secondo gli autori vanno riferite alla fine del 11 secolo a. Cr. o al principio del primo, rivelerebbero quali fos¬ sero le influenze che dominavano nella scul¬ tura, a Deio, verso il ii secolo ; influenze che in parte venivano dalle coste dell’ Asia e in parte da Atene. (F. Mayence, G. Leroux, Re- marques sur quelques statues découvertes à Délos, in Bull, de corr. hellén., XXXI, 1907, pp. 389- 419 e tav. XV-XVIj. La rappresentazione dei Galli nell'arte elleni¬ stica. - Una importante pubblicazione è quella del Bienkowski, ove sono raccolte e classifi¬ cate per tipi tutte le rappresentazioni plasti¬ che dei Galli. Trattandosi di un’opera di mole, è impossibile darne un riassunto ; dobbiamo perciò contentarci di riportarne l’indice. Pre¬ fazione — I. Le grandi figure attaliche : a) le statue e le teste dei Galli pertinenti con cer¬ tezza alla serie; b) i torsi e le teste conget¬ turalmente pertinenti alle opere di Pergamo. — II. Il torso di Deio e le teste di Mykonos e di Gizeh. — III. Le piccole figure attaliche : d) le statue dei Galli con sicurezza apparte- Ausonia - Anno III. [3] 35 36 nenti al gruppo ; b) i torsi e le teste dei Galli verisimilmente appartenenti al gruppo ; c) i torsi e le teste congetturalmente pertinenti a a opere pergamene. — IV. Motivi di figure attaliche sopra urne etnische: a) Gallo in gi¬ nocchio abbattuto da un pedone; b) barbaro fuggente davanti a un cavaliere, in atto di toc¬ carsi la ferita delle spalle. — V. Barbari sac¬ cheggiatori: a) sulle tazze catene; b) sul fre¬ gio di Civit’Alba ; c) sopra urne e sarcofagi etruschi. — VI. Urne, stele sepolcrali e gemme, lavorate sotto l'influsso di composizioni inde¬ terminabili: a) barbaro immergente la spada nel ventre di un cavallo ; b) barbaro caduto ]ier l’urto del cavallo e in atto di difendersi ; i) barbaro caduto davanti a un cavallo e in atto di coprirsi la testa col braccio; d) bar¬ baro caduto resistente a un oplita ; e) barbaro seduto di terza, in atto di coprirsi contro un cavaliere. — VII. Figure di barbari co¬ razzati ellenistici ma non pergameni. — Ap¬ pendice (1*. R. voN Bienkov.sri, Die Darstel- luìig di')' GciUier in der hellenistischcn Kunst, Wien, di pp. viii-151, in 4*^’, con q tavole e 17 figure intercalate nel testo). Un gruppo statutario della Collezione Dattari. — Seymour de Ricci pubblica un gruppo in marmo, trovato nei dintorni del villaggio di Mit-Rahineh (nei pressi dell’antica Memphis). Ksso non è che la giustapposizione di motivi noti : la figura del centro, molto più grande delle altre, riproduce il noto tipo della Afrodite Anadiomène : la figura di sinistra riproduce lo stesso tipo in proporzioni più piccole ; a destra è riprodotto il noto gruppo di F.ros e Psiche. (S. DE Ricci. Gronpe en 7narbrc de la collection /lattari, in Revue ardi., 1907, II. pp. 103-107). Una statuetta di avorio. — Nell’ultimo vo¬ lume dei l\ipers della Scuola Britannica a Roma si pubblica una statuetta in avorio, rap¬ presentante un gobbo facente parte della col¬ lezione Townley al Brit. Museum ritenuta lavoro del periodo imperiale inoltrato, posteriore ad Alessandro Severo. (A. H. S. Yeames, An ivory statuette, in I^apers of thè Brit. Seliools at Rome, IV. 1907, pp. 279-282). Troi'anienti di sculture a Deio. — L. Bizard e G. Leromx pubblicano gli avanzi disculture trovati a Deio, negli scavi eseguiti a spese del duca di Loubat ; e cominciano col ricordare il monumento coragico di Karystios, notevole principalmente per i rilievi delle due facce laterali. Timo rappresentante Dioniso in mezzo a una Baccante e a un Sileno, il secondo una Baccante fra Dioniso e Pan. In base alla pa¬ leografia dell’iscrizione e allo stile delle scul¬ ture lo riferiscono intorno al 300 a. Cr. Se¬ condo gli autori sarebbe interessante perchè confermerebbe l’ipotesi dell’Hauser, che i mo¬ delli delle composizioni neo-attiche a soggetti dionisiaci fossero i rilievi dei monumenti co- ragici. Seguono: 1" una statua acefala di Dio¬ niso, completamente nudo, seduto su di un trono di una forma particolare, che ricorda le poltrone di proedria dei teatri ellenistici. La statua, di fattura non fine, sarebbe copia, ri¬ feribile al II, se non al i secolo, a. Cr., di un originale eseguito verso il terzo, in un’officina fedele alla tradizione prassitelica ; 2° due statue di Sileni, una ben conservata, l’altra mancante delle gambe e delle braccia ; entrambe del tipo del Papposileno di Berlino [Besclir. 278) e di quello di Atene (Le Bas-Reinach, Moniini. fig., tav. 27). Apparterrebbero alla fine del Il sec. a. Cr. ; 3° un rilievo rappresentante Dioniso; 4'’ un rilievo isiaco. (L. Bizard, C. Leroux, Foiiilles des Délos exécutées aux fraies de M. te Due de Loubat. II. PLoniimeiits de scul- ptiire, in Bull, de coir, hellén., XXXI, 1907, pj). 504-525, tav. X-XIII). M. Bulard aggiunge l’illustrazione di un naisco, rinvenuto negli stessi scavi, con dentro una rappresentazione relativa al culto del- r « Agathodaimon » : in mezzo, un grande ser¬ pente, sopra una specie di palco, coperto da 37 38 drappo, sul quale è steso un cuscino ; a destra e a sinistra rispettivamente una figura di 'l'yche e di un personaggio virile, barbato, secondo il Bulard forse Serapide (1. cit. pp. 525-529). Scidtin-e da Pergamo. — L’ Hepding, rife¬ rendo sui trovamenti fatti negli scavi del Gin¬ nasio di Pergamo durante gli anni 1904-5, enumera i principali pezzi che ebbero la sorte di non finire, come tante altre sculture, nei forni di calce. Si tratta generalmente di scul¬ ture ellenistiche o romane; i. Alcuni fram¬ menti di una probabile statua colossale di principe ellenistico. — 2. Una statua di Era- cle. — 3. Un torso di una statua di Eracle, seduto secondo il motivo édìV Epitrapezios. — 4. Un frammento di un’altra statua d’ Era¬ cle in piedi. — 5. La parte superiore di una statua giovanile di tipo ideale. — 6. Un fram¬ mento di una statua maschile panneggiata. — 7. Alcuni frammenti di statue in bronzo. — 8. Altri avanzi di sculture vennero fuori dallo scavo di una casa privata (del console Attalo), fra cui alcuni frammenti di una statua di Po- sidone, modellata secondo il noto tipo ritenuto del Posidone lisippeo di Corinto; frammenti di tre diverse statuette di Afrodite ; una sta¬ tuetta di Athena; il torso di una piccola For¬ tuna ; qualche frammento di rilievo, alcune mensole marmoree e qualche trapezoforo del genere di quelli che si trovano a Pompei ; piccole terrecotte e frammenti architettonici. (H. Hepding, Die Arbeiten Zu Pergamon, 1904- 1905. HI. Die Einzclf linde, in Atheii. Miti., XXXII, 1907, pp. 378-404). Terrecotte da Calcide. Alex. Philadelpheus pubblica una serie di oggetti in terracotta tro¬ vati a Calcide in uno scavo eseguito da G. Pa- pabasileios durante gli anni 1900-1904, per conto della società archeologica di Atene. La maggior parte sono figurine in terracotta di vari tipi (n. 1-24); seguono alcune mascherine tea¬ trali (n. 2T-31), e altri oggetti (n. 32-40), fra cui è uno skyp/ios cosi detto megarico, con rap¬ presentazione di combattimento, che l’autore identifica per quello di Achille con Pentesilea. (AAKS.<1>IAAAKA<1)KVX, VA^-'i]u.y.z7. i/. \aA/.i7ìo?, in Epheni. archaiol., 1907, pp. 65-90). Sculture dal Serapeo di Alessandria . — 'Fra gli oggetti rinvenuti nello scavo eseguito da E. Breccia negli anni 1905-6 al Serapeo di Alessandria sono da ricordarsi in questa ru¬ brica; I. II tronco di una piccola statua in marmo rappresentante un sacerdote di Sera¬ pide o piuttosto di Mitra. — 2. Una testa femminile che il Breccia riconnette con la serie studiata daH’Amelimg {^Bidl. della Coinm. ardi, commi. 1897, PP- 110-142), aggiungendovi altre due teste pure femminili esistenti nel Museo di Alessandria. ■ — 3. Una testa di Zeus Sa- rapis. — 4. Un’altra testa di donna. (E. Brec¬ cia, Lcs fouilles daiis le Serapéiim d' Alexandrie en 1905-1906, in Annales du Service des anti- quilés de l'Égypte, Vili, 1907, pp. 62-76). Trovamenti in una necropoli presso Alessandria. — Sotto la direzione dello stesso E. Breccia, sono stati fatti degli scavi nella necropoli di Ibrahimieh. Notevole la scoperta di alcune stele funerarie a forma di naisco, con frontone e acroteri, e rappresentazione dipinta nel fondo del naisco stesso; di un grande vaso cinerario fittile, adorno di figure a rilievo e sormontato da una statuina fittile ; e di alcune figurine in terracotta, fra cui gli avanzi di una statuetta diversa dalie solite, rappresentante un bam¬ bino nudo, dai capelli arricciati e spioventi sulle spalle, con due treccioline che partendo dalla nuca vanno sulla fronte. (E. Breccia, La necropole de l' Ibrahimieh, in Bulletin de la Société archéologique d' Alexandrie, N. S. II, 1907, pp. 43-64). Sculture di Pompei. — Tra i vari oggetti rinvenuti negli scavi della Casa degli Amorini dorati notevoli alcuni rilievi, incastrati nelle 39 40 pareti, rappresentanti maschere comiche. In uno c’è la figura della ì^enus ronipciana sotto una grotta ; un altro, rinvenuto in più pezzi tra le macerie, comprende la parte superiore di un vecchio Sileno. In una edicola kiraria furono trovate tre statuette in bronzo, di Giove Giunone e Minerva ; una quarta di Mercurio e due altre di Lari. Aggiungansi altre sculture — come piccole erme, pilastrini sorreggenti rilievi decorativi (con le solite maschere), sta¬ tuette — disseminate per il giardino, non che alcuni dischi e altre maschere con anelli di ferro di sospensione. (A. Sogliano, Ponipcì. Relazione degli scavi fatti dal dicembre igo2 a tutto il marzo igo§. Casa degli Amorini dorati, in Plotizie degli scavi, 1907, p. 549 e segg.). I rilievi delle danzatrici della JPa Prenestina. — Pi. Loevvy pubblica e illustra nelle Notizie degli scavi, le sette lastre, pertinenti a un monumento di forma cilindrica e rappresentanti ciascuna una danzatrice, scoperte nella tenuta Pedica, lungo la via Prenestina. Ne rileva anzi tutto l’affinità con il ciclo delle Menadi, del quale faceva parte il noto rilievo del Palazzo dei Conservatori ; e crede che al pari di quello anche questo delle Danzatrici sia un prodotto delle officine neo-attiche, come pure che al pari di quello possa derivare da una base colossale di tripode bacchico. Ma di un terzo monumento analogo si conoscono avanzi, che il Loewy ricorda, provenienti da Pergamo, con figure quasi del tutto concordanti con alcune dei ri¬ lievi di via Prenestina. Pigli ritiene i rilievi di Pergamo più antichi di questi ; ma non crede che appartengano all’originale. «Qualunque però sia la luce che il tardo monumento di via Prenestina concorrerà a spandere suH’in- dole dell’arte neo-attica ed i suoi rapporti con le copie pergamene, certo si è che i fatti ad¬ dotti attestano anche per esso lignaggio arti¬ stico non ignobile». (E. Loewv, Piastre mar¬ moree, scoperte nella tenuta Pedica, in Notizie degli sccivi, 1908, pp. 445-459), Sculture ellenistiche e romane della Collezione Cook a Richmond. — Accanto alle sculture ri¬ feribili alle epoche classiche, la stessa colle¬ zione ne comprende un numero assai più con¬ siderevole, pertinenti all’età ellenistica e alla romana. Esse sono raccolte sotto i numeri 16-68 del catalogo che di queste sculture pubblica PI. Strong, e riprodotte parte in zinchi inter¬ calati nel testo, parte alle tavole X-XXIV. Alle sculture in marmo sono unite — a titolo di saggio (n. 71-73) — alcune poche terrecotte, come una statuina, un rilievo del genere Cam¬ pana e dieci piccole maschere. (E. Strong, Catalogne of thè antiques in thè collection of Sir Frederick Cook, Partii., at Dougthy House, Ri¬ chmond, in Journal of Hellcnic studies, XXVIII, 1908, p. 16 e segg.). La vittoria di Calvatone. — B. Schròder ri¬ prende in esame la statua in bronzo, di Cal¬ vatone, ora né\V Antiquarium di Berlino per svi¬ luppare il concetto già del Bulle {Lexikon del Roaches, III, I, 357-58) che questa figura — che, in base all’ iscrizione del globo che la sorregge, sembra stia in relazione con qual¬ cuna delle campagne tra il 162 e il 165 d. Cr. — derivi da un tipo ellenistico di Menade. (B. Schròder, Die Victoria von Calvatone, in Ó7. Programm zum iVinckelmannsfestc. Berlin, 1907). Rilievo di Cervetri. — Cr. Hùlsen ritorna sul disegno di Giuliano di Sangallo (dell’antico Codice Barberini), riproducente un rilievo af¬ fine a quelli cosi detti citarodici, per dimo¬ strare che le iscrizioni, contrariamente a quanto si è creduto finora, devono considerarsi ap¬ partenenti al detto rilievo. Osserva inoltre come data la disposizione della figura di Ercole con le spalle contrapposte alle altre, la composi¬ zione dovesse continuare e appartenesse cioè a un monumento di forma circolare. (Chr. Hììlsen, Zwei Monumente aus Cervetri, in Róm, Mitteil. XXIII, 1908, pp. 33-36). 41 42 S/// « Viandante » di Firenze. — I/Amelung, proseguendo nel suo compito di studiare vari frammenti sparsi di rilievi romani (cfr. Róni. MitteiL, XX, 1905, pp. 12 1 segg.), fa oggetto di un suo nuovo articolo alcuni avanzi di ri¬ lievi, già esistenti neW Anditorinm di Mecenate e ora nel Magazzino Archeologico Comunale, con i quali si connette direttamente il noto rilievo degli Uffizi con la figura supposta di un pellegrino. In questi frammenti, la parte inferiore di una figura seduta somiglia tanto a quella del pellegrino, che deve aver fatto parte dello stesso insieme. Avanti ad essa sembra che stesse una vacca rivolta nello stesso senso. Un terzo frammento mostra un’altra persona, ugualmente seduta, ma in senso contrario ; ed è notevole come sia di¬ versamente vestita (in costume cittadino). Un toro disposto nello stesso senso era collocato davanti ad essa, come la vacca davanti alla prima. Il rilievo fiorentino andrebbe disposto dietro quest’ultima. Tutte insieme avrebbero fatto parte di un frontone ; tra i due bovini si devono supporre delle figure in piedi, come altre figure devonsi supporre altrove. I fram¬ menti à.t\V Auditorium di Mecenate provengono dalla Via Labicana; anche per il rilievo fio¬ rentino è presumibile che provenga dalla stessa località. Non sarebbe una creazione ellenistica, come lo stesso autore dianzi credeva, riferen¬ dosi al solo rilievo fiorentino {Fiihrer diirch die Antiken m Floreftz., n. 122), ma romana, per quanto in parte dipendente da composi¬ zioni ellenistiche, soprattutto per ciò che ri¬ guarda le figure umane. (W. Amelung, Zer- streute Fragmente r'ómischer Reliefs, in Rom. MitteiL XXIII, 1908, pp. i-io, tav. I-III).’ ' I! rilievo fiorentino era ritenuto dal Diitschcke un lavoro moderno [Ant. Bitdto. in Oberitalien, III, p. 45, nota [a]). Anch’io, tempo addietro, visitando gli Uffizi, ne ebbi una tale impressione di modernità, che alla distanza di circa quattro anni, senza alcun ulte¬ riore esame dell’originale, non esitai ad affermare che il giudizio del Diitschcke fosse esatto {Saggi sutt'arte Due rilievi aniiternini. — N. Persichetti pub¬ blica due rilievi scolpiti su calcare locale; l’uno è già noto da un disegno riprodotto daH’Hiil- sen nella R'ó7n. MitteiL, del 1890 fp. 72), rap¬ presentante un corteo funebre, scoperto sin dal 1879 nei lavori della strada provinciale, detta Amiternina fra i villaggi di Preturo e S. Vittorino [Amiternuni)', il secondo rappre¬ sentante un scena di banchetto probabilmente funebre, trovasi infisso, accanto a un altro rilievo antico con figura di telamone, in un muro annesso alla disabitata canonica di una chiesa parrocchiale, dedicata a S. Stefano, che sorge due chilometri e mezzo circa distante dal luogo dell’antica Amitermnn. Il primo rilievo porge all’autore l’occasione per parlare di alcuni stru¬ menti musicali ; nel secondo, richiama l’atten¬ zione sulle particolari calzature dei commen¬ sali, che egli crede di potere identificare con gli inipilia di cui parlano gli autori. (W. Per- siCHETTi, Due rilievi amiternini,m Rom. MitteiL, XXIII, 1908, pp. 15-25, tav. IV). Un cippo aniiternino. — Ai menzionati rilievi abbruzzesi F. Weege fa seguire un singolare monumento in pietra calcare, che trovasi in possesso del Dr. L. Pollak. Anch’esso proviene dalla località dell’antico Amiterniim. Si tratta di una specie di cippo quadrangolare, non certo di carattere funerario, ma probabilmente de¬ stinato a stare in un Lararium di una bettola, come si può desumere dal carattere umoristico delle composizioni a rilievo delle quattro facce, inspirate a scene della vita paesana. (Fritz ettenistica e greco-romana, I, p. 59 e seg.). Ma avendo avuto recentemente occasione di rivedere il marmo e di esaminarlo un poco più attentamente, devo confes¬ sare di averne avuto un’impressione assai diversa da quella di allora; per altro non tutti i dubbi parevanmi eliminati a causa delle pessime condizioni di luce e della incomoda posizione della scultura. Ma in base agli elementi decisivi, risultanti dal nuovo materiale pubblicato dall’ Amelung, non mi rimane che a ricre¬ dermi definitivamente, 43 44 Weece, Abruzzcnkìnist, in R'om. Mitteil., XXIII, iqoS, pp. 26-32). Le rappresentazioni delle province romane. — Su questo argomento già trattato dal Lucas e dal Bienkowski, ritorna M. Jatta in un suo lavoro diviso in due parti : nella prima sono raccolti i monumenti, nella seconda se ne fa kesame critico. Il materiale monumentale, nella maggior parte rappresentato dalle monete, è distribuito per province, e queste sono enu¬ merate i)er ordine alfabetico. Precedono le rap¬ presentazioni di attribuzione certa, seguono quelle di incerta attribuzione. Nel primo ca¬ pitolo della seconda parte l’autore discute le distinzioni proposte risijettivamente dai due scrittori summenzionati. Non trova razionale la distinzione del Lucas in due categorie, perso¬ nificazioni di province e personificazioni di na¬ zioni ; e diversamente ancora da quanto ha fatto il Bienkowski, che ha distinto le dette personificazioni in tre tipi — quello della provincia capta, quello della provincia inginoc¬ chiata e l’altro della provincia Jidelis — rappre¬ sentanti tre periodi successivi, corrispondenti a tre indirizzi politici differenti adottati suc¬ cessivamente dai vari imperatori, ritiene che la classificazione tipologica dello stesso Bien¬ kowski debba ampliarsi secondo criteri più lar¬ ghi, e propriamente secondo le caratteristiche peculiari delle singole province, date da ra¬ gioni etnografiche o storiche ; e in base a que¬ sto criterio riconosce cinque tipi differenti; 1“ il tipo della provincia capta: 2° il tipo mi¬ litare; 3" il tipo ideale con attributi di pace; 4" il tipo della provincia pia o Jidelis; 5'’ il tipo legionario. Nel secondo capitolo della stessa seconda parte si studia quale sia la dipendenza di queste rappresentazioni da tipi artistici pre¬ cedenti. (M. Jatta, Le rappresentanze jìgnrate delle provincie romane, di pp. 86, con 12 figure fuori testo e quattro tavole. Roma, 1908). Sull’Ara FacJ Augustae. — 14 insigne mo¬ numento augusteo continua a interessare gli studiosi di arte antica. Ad esso sono dedicati i tre studi, che seguono, del Dissei, del Sie- veking e del Gardthausen. Il Dissei, dopo riassunta succintamente la storia deW'Ara Pacis, passa a trattare una sua tesi particolare, ed è che nella scena di sacrificio della scrofa non si tratti di un sacrificio ai Penati bensì ai Lari. A suo giu¬ dizio, le statuette di Lari portate da due ra¬ gazzi in testa alla processione (veramente di questi ragazzi non ce n’è che uno, ma secondo il Dissei bisogna supporre con sicurezza l’altro), e poi i tre uomini che privi di corone di al¬ loro non fanno parte della processione, ma stanno incontro al corteo in atto di aspettare, e finalmente il tempietto sull’altura, dinanzi al quale si prepara il sacrificio della scrofa, danno la chiave per l’interpretazione deb soggetto; non può trattarsi che di una processione e di un sacrificio in onore dei Lari, non già dei Lari familiari, ma dei compitali; e il santuario dei Lari appunto riproduce il tempietto in di¬ scorso. Le quattro persone (di tre le figure sono conservate, la (]uarta è quasi compieta- mente scomparsa) che aspettano, sono i quattro magisfri vici del compituìti, ai quali era affidata la cura del santuario dei Lari. Per quel che riguarda qualche identificazione particolare, il Dissei segue l’opinione di coloro che ricono¬ scono Augusto nella figura con Vape.x in testa e lo spirito di Giulio Cesare nella figura del vecchio velato. (K. Dissel, Dcr Opferzug der Ara Pacis Augustae. I rissensc//a/tlic/ie Beilage zum Jahrcsbericht des llllhelm-Gyntnasium in PTaniburg, Hamburg, 1907, pjD. 1-18). Soltanto chi credeva sicura nelle linee fondamentali la ricostruzione (ìtWAra Pacis, quale era stata tentata prima degli scavi del 1903, poteva esser sorpreso dalle difficoltà presentate dai detti scavi — difficoltà che il Petersen si augurava fossero eliminate da esca- vazioni ulteriori — non chi di vari punti es¬ senziali di questa ricostruzione aveva dubitato, come di sè afferma il Sieveking ; il quale anzi 45 46 tutto si accinge a dimostrare come i rilievi della Villa Medici, identificati dal v. Duhn per frammenti dell'ara Pacis, malgrado mostrino identità di dimensioni, non facessero parte del monumento augusteo. Non solo la tradizione non offre alcun addentellato a ciò ; ma certo è che il rovescio dei rilievi di Villa Medici manca della decorazione a festoni caratteristica del fregio interno dtWAra Pacis. Nè ha fon¬ damento la supposizione che anche i relativi blocchi siano stati segati come quelli Rinvenuti nel 1568, giacché non c’era nessuna ragione per farlo. Ma il Sieveking ritiene, e si indugia a provare l’esattezza della sua opinione con una minuta analisi, che anche stilisticamente i rilievi Medici nulla hanno a che fare con V Ara Pacis. E non soltanto non crede che, togliendosi al monumento questi rilievi, abbiano a sorgere nuove difficoltà relativamente alla sua ricostruzione, ma pensa che verranno piut¬ tosto eliminate quelle esistenti. Non crede che il personaggio con \apex sia Augusto; il vero Augusto egli lo riconosce in uno dei fram¬ menti ultimi scoperti (riprodotto anche in 'Nat. degli scavi, 1903, p. 564, ultima figura a destra). Augusto non è rappresentato come pontifex maximus, ma come rex sacrorum. Davanti a lui deve supporsi una piccola ara, ora scomparsa con la parte inferiore della figura, sulla quale ara egli compieva una libazione. Del resto, il pontifex maximus non mancherebbe; il Sieve¬ king lo riconosce nella figura del vecchio ve¬ lato, che egli identifica per Lepido. Le due scene dei Tre Eleme?iti e del sacrificio della scrofa, secondo il Sieveking, facevano parte a sè, stando rispettivamente ai due lati di una delle due porte, e non c’è bisogno di supporre alcuna continuazione, data l’ampiezza della porta stessa. Nella scena del sacrificio ai Pe¬ nati riconosce la rappresentazione del sacri¬ ficio analogo compiuto da Enea. E la figura di Enea si addice ddVAra Pacis. A questa scena corrisponde dalla parte opposta quella di Ro¬ molo e Remo allattati dalla lupa nel Luper- cale, alla presenza di Fauno o piuttosto di Faustolo. Nessun frammento si conosce riferi¬ bile con sicurezza alla quarta di queste quattro sezioni brevi del fregio, che faceva alla suddetta scena deH’allattainento ; tuttavia egli è propenso ad attribuire a questa parte del fregio il frammento con il seno di una figura seduta, le due teste di divinità e l’altra iden¬ tificata per quella del Bonus Eventus, ma che a lui sembra piuttosto femminile e identifica¬ bile per la testa della Pax Augusta. f.1, Il Gardthausen, in un suo opuscolo ap¬ parso più recentemente ancora, comincia egli pure, al pari del Dissei, con un rapido rias¬ sunto di tutto ciò che riguarda la storia, gli scavi e lo stato attuale della questione. L’accenno marcato all’abbandono irragione¬ vole e ingiustificato degli scavi dopo quelli felicemente compiuti nel 1903 — « Der Am- fang war auch vielversprechend ; aber bald erlahmte der Eifer der Italiener und nament- lich die Goldmittel versiegten » (p. 9) — è per noi una giusta rampogna, alla quale nes¬ suno avrà il coraggio di ribellarsi. Riguardo all’ara propriamente detta, posta dentro il ricinto, ritiene che ad essa si riferiscano le rappresentazioni delle monete del tempo di Nerone e di Domiziano e non già al ricinto. Preferisce l’interpretazione del Pasqui — che nelle due figure venute a completare la scena del sacrificio ai Penati vede le personificazioni del Senato e del Popolo — a quella del Sieveking che, come si è visto, pensa ad Enea. I Penati, come il Fico Ruminale, simboleg¬ giano la località (Roma). Quanto alla rappre¬ sentazione della Pace, tutto induce a credere che essa non ci fosse, ma che fosse simbo¬ leggiata dal rilievo dei Tre , Elementi. Contro l’idea del Dissei, inclina a credere che il fram¬ mento con l’avanzo della figura seduta (Roma) debba porsi accanto al rilievo con il sacrificio ai Penati. Ai due gruppi fiancheggianti la porta occidentale facevano riscontro i due rilievi Medici con il sacrificio dei tori, fiancheggianti 47 48 la porta orientale. Non si mostra perciò pro¬ clive ad accettare l'idea radicale del Sieveking che vorrebbe esclusi dallb-/;-;? tutti i rilievi di Villa Medici. In ogni modo pensa che sono i|uestioni che aspettano da ulteriori scavi la soluzione definitiva. Non crede che le compo¬ sizioni dei due lati lunghi del fregio rappre¬ sentino una processione ; in esse t)isognerebbe vedere soltanto una moltitudine promiscua in atto di aspettare e ferma in vari atteggiamenti. L’idea della processione poteva reggersi fino a che si credeva con il Petersen che i due rilievi con le facciate dei templi della Magna Mater e di Marte Idtore ajìpartenessero al monumento. Ma caduta questa supposizione - d’accordo in ciò con il Sieveking — la pro¬ cessione non ha ragione di essere. Respinge l’idea del Dissei circa il sacrificio ai Lari. Le scene di sacrificio non sarebbero, a suo pa¬ rere, rappresentazioni di sacrifici compiuti in determinati momenti, ma servirebbero a indi¬ care genericamente come (piello fosse un luogo ove si facevano sacrifizi. Non solo condivide jnenamente lo scetticismo del Courbaud circa la identificazione dei membri della famiglia imperiale, ma, come esclude che Augusto sia ])resente tra le figure del fregio, e conseguen¬ temente ritiene che non jjossa identificarsi per Augusto nè il personaggio con VaJ^ex in testa nè quell'altro che ])er Augusto ha identificato il Sieveking, cosi è di opinione che nel fregio dell’N/'^ J\icis non sia da ricercarsi alcuna jrersona della famiglia imperiale. (V. Gardt- HAUSEN, Der Aitar ilcs Kaiscrfriedens Ara J\i- (is Augiistae, Leipzig, iqo8, p. 56). Studi su rilievi storici rouiaui. — Su di un complesso di rilievi di soggetto storico, perti¬ nenti a diversi monumenti romani, A. J. B. VVace juibblica contemporaneamente una serie di suoi studi nei Papers of thè Pritish school at Rome, IV, 1907. 1. Rilievi proveuienti dal Foro Traiano. — Intorno alla fine del xvi secolo trovavansi nel cortile del Palazzo dei Conservatori alcuni ri¬ lievi che tra il 1576 e il 1650, di là rimossi, si trovarono a far parte della Collezione Bor¬ ghese, nella villa omonima, con la quale col¬ lezione passarono quindi al Louvre. Essi fanno parte di tutta una composizione rappresen¬ tante un cxtispicium davanti al tempio di Giove Capitolino. Dei frammenti, uno comprende la scena AAX extispiciiun vera e propria; un altro un gruppo di persone davanti al tempio, il cui frontone è andato perduto e si conserva solo in un disegno. Aggiungasi un frammento più piccolo, rotto in jnù pezzi, rappresentante un sacrificio di tori. A questi dobbiamo far se¬ guire un altro perduto, di cui si conservano dei disegni del xvi secolo, rappresentante una Vittoria. Con l’aiuto, soprattutto, di uno schizzo di Giuliano da Sangallo (accompagnato da una lunga descrizione) si può affermare con certezza che i rilievi in parola furono trovati nel 1540 al Foro Traiano. Col sussidio poi di un passo delle memorie di Flaminio Vacca — dal tpiale si deduce altresì che dello stesso in¬ sieme faceva ]>arte anche il rilievo di Villa Medici con il cosi detto Orazio — si viene ad appurare la probabilità che Prospero Boc- capadali, maestro di strade, per qualche tempo sovraintendente agli edifizi capitolini, sia stato in possesso dei detti rilievi ; dei quali, alla sua morte, tre sarebbero passati nelle mani del cardinale Scipione Borghese, suo lontano pa¬ rente, e uno sarebbe stato venduto al car¬ dinale Medici. Per quanto ne riguarda poi rordinamento, il Wace crede che siano da prendersi in considerazione altri frammenti disegnati insieme ai nostri da Panvinio, nel Codex lAticai/us 3439. Divide il tutto in quattro gruppi ; Gruppo A. Circa il rilievo con il tempio di Giove Capitolino, non ci può esser dubbio che si tratti di un lavoro del tempo traianeo ; ed egli ricorda come per esso lo Stuart Jones abbia pensato alla ìiuucupatio votorum, prima che 'rraiano partisse per le sue campagne di 40 50 Dacia. Il frontone del tempio di Giove, per¬ duto in questo rilievo, è conservato in uno dei rilievi dell’Arco di M. Aurelio, al Palazzo dei Conservatori, ove è riprodotto lo stesso tempio. In base alle varianti che presentano il rilievo aureliano e il disegno riproducente il frontone del rilievo traianeo, l’autore tenta di ricostruire la disposizione delle figure di varie divinità sul fastigio. A suo parere, i ri¬ lievi del gruppo A facevano parte di tutta una serie illustrante le campagne daciche di Tra¬ iano, ma non erano di una stessa epoca. Egli li suddivide in tre sottogruppi, differenti tra di loro nella composizione e nello stile ; a) Nun- cupatio votorim; b) Le campagne (a questo, oltre a un frammento del Louvre e al rilievo con V Orazio di Villa Medici, apparterrebbero anche otto lastre dell’Arco di Costantino ; c) Il trionfo (?) (comprendente tre rilievi di Villa Borghese, un tempo attribuiti all’Arco di Claudio). Accanto a questi esistono due frammenti che egli dallo stile giudica traianei : l’uno nel Museo Lateranense(Benndorf-Schoene, 223); l’altro, proveniente dal Palazzo Mattel, ora al Louvre {Mon. Matth., Ili, tav. xxxviii; Catal. somm., 992). L’affinità del rilievo con il supposto tempio di Venere e Roma (Musei Lateranense e delle Terme), con il rilievo del- \ extispicium proverebbe come ancora in questo tempo continuassero a lavorare gli artisti del tempo di Traiano. Se non che il Wace, da un esame accurato dei due frammenti è in¬ dotto a credere che non tutte le colonne visi¬ bili appartengano al fronte, il quale sembra che fosse octastilo invece che decastilo. Allora cade l’identificazione per il tempio di Venere e Roma e con essa la necessità del riferi¬ mento del rilievo al tempo di Adriano. Il tem¬ pio potrebbe esser quello di Marte Ultore o quello di Venere Genitrice. Gruppo B. A questo apparterrebbero i fram¬ menti relativi a una processione trionfale, che si riferisce probabilmente al trionfo di Marco Aurelio e di Commodo, dell’anno 176. Gruppi C Q D. Apparterrebbero a una stessa composizione rappresentante una solufio voto- rum ; stilisticamente si riferirebbero anch’essi al periodo aureliano e con ogni probabilità andrebbero riconnessi con lo stesso gruppo B. Essi avrebbero fatto parte dello stesso arco trionfale dal quale provengono i tre rilievi un tempo a Santa Martina e ora al Palazzo dei Conservatori, e gli otto grandi rilievi ret tangolari dell’Arco di Costantino. (Op. cit. pp. 229-257). II. I rilievi dell'Arco di Portogallo. ■ — Sot¬ toponendo a un esame questi due rilievi, oggi nel Palazzo dei Conservatori, per verificare i restauri e le rielaborazioni, il Wace trova che nel rilievo con V Apoteosi, la testa dell’im- peratore era originariamente barbata, e che quella dell’imperatrice, per quanto ritoccata, e è antica e originaria. Dato che l’imperatore è barbato, non può essere anteriore all’età adrianea ; e quanto all’imperatrice, si riconosce con certezza per Sabina. Il secondo rilievo rap¬ presenta la laudatio memoriae della stessa impe¬ ratrice fatta da Adriano. Il Wace tenta di iden¬ tificare alcuni personaggi del seguito dell’impe- peratrice : quanto alla figura giovanile imberbe, è d’accordo con l’Helbig nel riconoscervi il Genio del popolo romano. Dal punto divista tet-- tonico, richiama l’ attenzione sull’ importanza dei due rilievi come esempi dello stile a quadri che sostituisce quello continuo a cominciare dalla fine del periodo traianeo. Dato il luogo del trovamento (presso San Lorenzo in Lu¬ cina), è probabile che appartenessero a un monumento del Campo Marzio. Qui, nei pressi di Montecitorio, c’era Yustrinuni degli Anto¬ nini ; a nord di San Carlo c’era il Mausoleo di Augusto ; è perciò similmente probabile che in quelle stesse vicinanze siasi trovato il luogo di cremazione di Sabina, e che, come Marco Aurelio e Lucio Vero hanno innalzato una colonna commemorativa iu onore di Antonino Pio, così anche Adriano abbia eretto un mo- Ausonta - Anno III. [4] 51 5^ numento in onore della moglie nello stesso luogo ove fu cremata e deificata. Non pos¬ sono essere accidentali certi tratti di somi¬ glianza fra i rilievi dell’Arco di Portogallo e quelli della base della colonna di Antonino Pio. Il monumento deve essere datato fra l’anno della morte di Sabina — 136 a. C. — e quello della morte di Adriano — 138 a. C. — (Op. cit., pp. 258-263). III. Il rilievo del Palazzo Sacchetti. — Il Wace respinge l’interpretazione del liraun per un ricevimento di un imperatore da parte del Senato, come pure l’opinione che appartenga al tempo di Vespasiano e di dito. Kgli l’at¬ tribuisce all’epoca di Settimio Severo. Stabi¬ lito poi che il giovine in piedi accanto alla figura acefala deH’imperatore, è Caracalla, e che conseguentemente l’imperatore deve esser Settimio Severo, si spinge più oltre nelle identi¬ ficazioni degli altri due personaggi: uno sarebbe probabilmente Fulvio Plauziano, e il secondo lieta. Clli altri personaggi togati sarebbero sena¬ tori. Settimio Severo sarebbe rappresentato nel¬ l’atto di comunicare al Senato un decreto importante, più precisamente, si tratterebbe della proclamazione di Caracalla a Imperator destinata (Op. cit., pp. 263-270). IV. Il fregio dell'Arco di Costantino. — Fin qui si è ritenuto che i rilievi del fregio del¬ l’Arco di Costantino siano stati tutti eseguiti per quel monumento. Ma il Wace fa le se¬ guenti osservazioni ; Su sei rilievi, soltanto in (|uattro è rappresentato un imperatore; di queste quattro figure soltanto una conserva la testa. Là, dove la testa è ora perduta, si può constatare che era stata sostituita con un’altra. Dunque si può esser sicuri — se¬ condo lui — ■ che alcuni rilievi sono anteriori a Costantino e che furono riadattati per il suo arco. Per altro, data la affinità stilistica con quelli prettamente costantiniani, è chiaro che molta differenza di tempo non ci può essere: perciò è indotto a credere che si tratti di rilievi del tempo di Diocleziano. (Op. cit., pp. 270-276). Il sarcofago del vicolo Malabarba. — Il Va¬ glieli ptibblica il sarcofago recentemente tro¬ vato al vicolo Malabarba (corrispondente al¬ l’antica via Collatina), con rappresentazioni di scene guerresche. Secondo il Vaglieri, si trat¬ terebbe di fatti di valore realmente compiuti dal defunto, la cui protome è raffigurata nel centro del coperchio. In base al fatto che dentro il teschio del morto furono trovati frammenti di una moneta di Tito, e più an¬ cora all’altro che dei tegoloni di argilla, for¬ manti la controcassa, portano il bollo riferibile all’anno 123, non che aH’esame stilistico, l’au¬ tore è indotto ad attribuire il sarcofago al Il secolo d. C. Nella figura del generale se¬ duto non è alieno dal vedere i tratti fisiono¬ mici di 'Traiano giovine, « o almeno di perso¬ naggio che ne ricordava in qualche modo la fisonomia e l’acconciatura dei capelli ■>'>.[^Not. degli Scavi, 1908, pp. 234-241). Arte decorativa. — Il Gusman, noto per i suoi volumi di indole divulgatoria su Pompei e la Villa Adriana, inizia ora una bella pubblica¬ zione sulTarte decorativa romana. È comparso il primo fascicolo, per altro senza nessuna introduzione o prefazione o avvertimento che fosse, che ci desse notizia circa gli intendi¬ menti dell’autore relativi alla sua opera, oltre a quanto si può desumere dal solo frontespizio. Il fascicolo comprende 20 tavole precedute da altrettanti fogli volanti di egnal formato, contenenti il testo esplicativo relativo a cia¬ scuna tavola. Vi sono raccolti monumenti di vario genere, che vanno dalle ornamenta¬ zioni architettoniche a decorazione floreale (come, ad esempio, qualche frammento del- \ Ara J\n'is) alle composizioni figurate (come il rilievo dei Pretoriani, al Louvre); dai vasi marmorei ai fregi in terracotta del genere 53 54 Campana e ai bronzi (come uno dei pavoni del Giardino della Pigna) : dai sarcofagi (come uno con le fatiche di Eracle della Galleria Borghese) ai candelabri, ecc. (P. Gusman, L'art decorati/ de Rome de la fin de la Répa- blique aii !V^ siccle. Paris). II Pernice cerca di provare che il tri¬ pode in bronzo del Museo di Napoli, già sup¬ posto proveniente dal tempio di Iside, è un antico posticcio. (E. Pernice, Der Dreifnss « ans detti Isistempel » in Pompei, in Jahrbnch des fnst., XXIII, 1908, pp. 107-111). Giuseppe Coltrerà. PITTURA ELLENISTICA E ROMANA. Il mosaico di Alessandro. — • G. Kòrte pub¬ blica la conferenza da lui tenuta all’ Istituto archeologico germanico il 14 dicembre 1906. Ammesso senz’altro che delie tre grandi bat¬ taglie combattute nella spedizione di Alessandro contro la Persia, si ha da escludere quella del Granico, per la ragione che Dario non vi prese parte personalmente, e che perciò bisogna ri¬ conoscere nella nostra rappresentazione o la battaglia di Isso o quella di Gaugamela (o Ar- bela) ; premessa una minuziosa analisi della composizione, nel suo insieme e nelle sue parti; considerato che la identificazione, finora pre¬ valsa, per la battaglia di Isso riposa su di un duplice errore: primo, la supposizione che il cavallo del davanti sia quello tenuto pronto per il Gran Re, secondo, la notizia incerta e abbellita di retorica, di Curzio che Dario abbia lasciato il suo carro sullo stesso campo di battaglia e siasi salvato a cavallo ; in base al l’esame della località, quale risulta dal disegno, è indotto a credere trattarsi della battaglia di Gaugamela. Data la mancanza di elementi per identificare la composizione con un’opera di cui si abbia notizia, come la battaglia di Ales¬ sandro contro Dario, di Filone di Eretria, o con la battaglia di Isso della pittrice Elena, o con la battaglia coi Persiam di Aristide ; ri¬ tiene più istruttivo il confronto con la rappre¬ sentazione analoga del grande sarcofago di Sidone: la somiglianza — tranne la differenza che in questo abbiamo la rappresentazione di una battaglia indeterminata, laddove sul mo¬ saico è raffigurata la battaglia di Gaugamela — è tale e tanta, che non si può non ammettere la dipendenza da un originale comune, in pit¬ tura. Per altro i motivi della composizione non sono inventati dall’autore di questa pittura: così quello del Persiano travolto col suo ca¬ vallo appartiene all’arte attica del quinto se¬ colo, e così pure quello del gruppo principale, di Alessandro e Dario, si ritrova in un disegno vasculare italiota, già ritenuto del iii secolo e dipendente dal mosaico o piuttosto dal suo ori¬ ginale, ma che ora si crede riferibile al prin¬ cipio del IV e forse anche al v secolo. Ma questa persistenza di motivi propria dell’arte greca non diminuisce il merito della composizione sul nostro mosaico. L’autore passa quindi a ricordare qualche altro monumento nel campo dell’arte industriale, con composizione deri¬ vata da quella con la battaglia di Alessandro, e anzi tutto una tazza di creta rossa della fabbrica di C. Popilio : la contaminazione con altri modelli indurrebbe ad escludere l’idea che la composizione originale comprendesse un maggior numero di figure che non la ri- produzione del mosaico. Alla coppa di C. Po¬ pilio aggiunge alcune urne cinerarie perugine. (G. Kòrte, Das Alexander mosaik aus Pompeji, in Rótti. Mitteil., XXII, 1908, pp. 1-24). Il Pernice fa seguire alcune sue oséer- vazioni sullo stesso monumento, in base alle quali crede di poter stabilire che la pittura originale fosse molto danneggiata quando fu presa a modello dal mosaicista, il quale perciò non comprese le parti mancanti e ne alterò la composizione. Crede che il detto mosaicista abbia avuto davanti agli occhi l’originale stesso e non già uno schizzo, e che da ciò, quindi, risulti confermata l’ipotesi dell’Adler {/Deutsche 55 Rìiìidscluììi, iqo6, p. gq seg.) che il mosaico sia stato importato dal di fuori, forse da Ales¬ sandria, e non già eseguito sul luogo. (E. Per¬ nice, Bcììicrkiingcn zimi Alcxandcnuosaik. in Rom. Miftcil., XXI 1. igoy, pp. 25-34). Alcune altre osservazioni sullo stesso ar¬ gomento aggiunge il Pernice nel primo fasci¬ colo del voi. XXIII dello stesso periodico. ^ Naiìitraglìclic Bancrkiingcn zinìi Alcxandcnno- saik, in Rom ÀIittcil.,RA\\\\, iqo8, j)p. 11-14). Raccolta di pittare marali. — P. Hermann si propone di pubblicare circa 600 tavole di pit¬ ture antiche; e la pubblicazione, sul tipo dei Denkmàlcr di Prunn-Bruckmann, ma di minor formato pn. 0.50 X o-.p))» t' oramai alquanto progredita. Fino ad oggi sono ajiparsi sei fa¬ scicoli di tavole, parte in fototipia, parte a colori. A ciascuno è annesso un fascicoletto di breve testo relativo alle singole tavole. (Her- mann-Bruckmann, Dcakmdicr der Malerci des Altertams, Munchen, dal iqoG). Pittare e mosaici di Deio. Alle pitture murali e ai mosaici di Deio è consacrato tutto il XIV volume dei Alonaments Piof. Si devono alle scojierte della Scuola francese; alcune di ipieste scoperte risalgono a parecchi anni ad¬ dietro, la maggior parte sono degli ultimi cin¬ que anni e rappresentano i risultati degli scavi fatti a spese del Duca di I.oubat, sotto la di¬ rezione dell’ Holleaux. Data l’ ampiezza della materia dobbiamo anche in questo caso con¬ tentarci di riprodurre l’indice. Parte i)rima (le pitture liturgiche): I. Osservazioni generali; IL Le pitture relative al culto del (lenio; III, Rappresentazioni relative al culto dei Lari ; IV. Rappresentazioni dell’Onfalo; V. Rappre¬ sentazioni diverse ; VI. Osservazioni sulla ese¬ cuzione delle pitture. — Parte seconda (De¬ corazioni murali): I. Classificazione e descri¬ zione dei rivestimenti; II. I principi della de¬ corazione murale in uso a Deio; III. Impiego della pittura murale a soggetto ; IV. Parti alte 56 dei rivestimenti; V. Rapporti tra le decora¬ zioni murali di Deio e le decorazioni pom¬ peiane del primo stile; VI. Osservazioni sulla esecuzione delle pitture. — Parte terza: I mo¬ saici. (M. Bulard. Peiatares et mosaigaes de Délos in Foìidation E. Piot, Monameats et Alé moires, xiv, iqo8). Le lYozze Aldohra/nliac, le scene dell' Odissea ed altre pittare marali del ÌAticano. — È una spleiulida pubblicazione del Nogara, ove il posto di onore è naturalmente riservato alle BAzze Aldobrandino (p. 1-35 ; tav. 1-VIII), delle (piali, a cominciare da uno schizzo a penna di A. V. Dyck, si pubblica una considerevole quan- lità di copie, disegni e stampe, che provano (juale sia stato l'interessamento per l’opera insigne sin dai primi tempi della sua scoperta. Meno diffuso — perchè meno che le Nozze Al¬ dobrandino fatti oggetto di studi — è il testo re¬ lativo ai paesaggi con scene dell’Odissea (pa¬ gine 37-54); ma numerose sono le tavole ad essa relative (IX-XXXII). Più modesta è la parte lasciata alle altre pitture, avuto riguardo alla loro minore importanza. Le altre pitture murali sono: quelle di Tor Marancia, alcune di Ostia, una figura femmi¬ nile, di S. Basilio, già erroneamente ritenuta dello stesso gruppo di Tor Marancia, e una lunetta con rappresentazione di una corsa di bighe guidate da putti, rinvenuta fuori Porta San Sebastiano. Una serie di ben 53 tavole a colori e in fototipia — nelle quali le scene sono riprodotte nelle loro vedute di insieme e spesso nei particolari — è preceduta dal testo illustrativo che comprende volta a volta la storia della scoperta, lo stato di conservazione e la descrizione delle pitture, non che ricche appendici, ove si publdicano documenti rela¬ tivi sempre alla scoperta e alle vicissitudini delle iiitture stesse. Scopo evidente dell’opera è quello di presentare agli studiosi riproduzioni dei monumenti, più completi e fedeli e più abbondanti e particolareggiati che sia possibile. 57 58 con l’aggiunta di quante notizie potessero ser¬ vire alla loro maggiore intelligenza e allo studio più esauriente. Donde l’assoluta obiettività del testo illustrativo, minuzioso nel descrivere, scru¬ poloso nell’indicare lo stato di conservazione e nel raccogliere ed esporre le varie opinioni emesse sul conto di questa o di quella rappre¬ sentazione. Precedono il testo, immediatamente dopo l’introduzione, gli indici delle singole dissertazioni e delle loro appendici, non che delle figure intercalate nel testo e delle tavole; seguono due ulteriori indici, delle opere e dei manoscritti consultati, e delle persone dei luoghi e delle cose più notevoli. {Le Nozze Aldobr andine, i paesaggi con scene dell' Odissea e altre pitture murali aìitichc conserimte nella Biblioteca Vaticana e nei Musei pontifici con intro¬ duzione del Dr. Bartolomeo Nogara. Milano, 1907. II voi. delle Collezioni archeologiche ar¬ tistiche e numismatiche dei Palazzi Apostolici pubblicate per ordine di S. S. Pio X a cura della Biblioteca Vaticana dei Afusei e delle Gal¬ lerie Pontificie). Mosaico della caserma dei vigili a Ostia. — J. Carcopino illustra il mosaico in bianco e nero, che forma il pavimento del vestibolo nella caserma dei vigili a Ostia. La composi¬ zione rappresenta scene di sacrifici di tori. Egli esclude che esistesse un rapporto qualunque fra la caserma in questione e il vicino Mithreum (giusta l’opinione di P. André, in Mèi. d'arch. et d'hist. 1889, p. 182); e crede che si debba riferire agli ultimi anni di Adriano. (J. Car- COPINO, La mosaìque de la caserne des vigiles à Ostia, in Mélanges d' ardi, et d’ histoire, XXII, 1907, pp. 227-241), Giuseppe Cultrera. CERAMICA GRECA. Il quarto fascicolo della Griechische Vasen- inalerei (serie II) ci offre, purtroppo per l’ul¬ tima volta, il testo esplicativo del Furtvvaengler. Come nei fascicoli precedenti di questa serie, così in questo ultimo, bene appare nella scelta dei monumenti ceramici la predilezione che l’insigne defunto aveva da ultimo negli studi ceramografici per l’affascinante periodo dello stile severo, per la tarda e languente produ¬ zione attica del iv secolo, per la ceramica italiota. Otto vasi sono' qui riprodotti; di essi ben quattro appartengono allo stile severo. Pre¬ cede la notissima anfora cornetana firmata da Einzia (t. 91) con scena dionisiaca e col ra¬ pimento del tripode di Apollo per jiarte di Eracle: per lo stile il Furtvvaengler ha accen¬ tuato un influsso su Finzia da parte di Euti- mide, una maggiore affinità con Eufronio. E segue una delle più insigni opere di Eufronio: il cratere del Louvre con la lotta di Eracle e di Anteo, col giovinetto che sale il (i?ip.a per suonare il doppio flauto (t. 92 e 93). Con fine analisi stilistica il Furtvvaengler è giunto a questa stupefacente conclusione : in realtà tra le opere firmate da Eufronio come pittore e quelle ascritte al maestro dal IlavxtTto; '/.Pkfi, dallo stesso dotto congetturato, iiiù non deve esistere quella insormontabile differenza che prima era stata ammessa. La medesima t. 93 porta la rappresentazione di una gentile tazzetta nel cui interno è la firma del ceramista Egesibulo. Grande inte¬ resse offre la figura rappresentata nell’interno; è una figura dai tratti spiccatamente semitici con un cane di lusso e di caccia, una offerta forse in vendita. Ma sono pieni d’in¬ teresse anche i lati esterni della tazzetta con scene di /-òip.o? espresse in modo assai raffinato e grazioso, tanto che io credo essere in questo vasetto e nei consimili il germe che si espan¬ derà in fiore rigoglioso e gentile nei vasi del ciclo di Midia. Pel confronto tra questa tazza di Egesibulo ed un’altra pure da questi fir¬ mata a Bruxelles (Froehner, coll, van Bran- teghem, 1892, t. 42), il Furtvvaengler è giunto ad ammettere un rapidissimo sviluppo stilistico 59 nei [Mimi decenni del sec. v, il che egli aveva ])rinia ammesso in base alle sue osservazioni su Duride ed Epitteto (testo, s. II. p. 82 e seg.). Epilico sarebbe infine il pittore di cjue- sta tazzetta uscita daU'ìp'p'TT’/'p'.ov di Egesibulo. Come quarto vaso di stile severo è edita la solenne anfora a punta di Monaco col rapi¬ mento di (Irizia da parte di Borea (t. 94-05), anfora che il Furtwaengler ha messo in con¬ fronto con altra del tutto analoga di Berlino e che non si perita di giudicare come la più recente e jiiìi grandiosa opeia disegnatoria di Macrone. Ma un altro grande vaso occupa le due ta¬ vole seguenti (t. 96-97): l’anfora melia del Louvre con la gigantomachia esiiressa con di¬ segno cosi disinvolto e rapido, con errori nel¬ l’espressione dei motivi, ma in modo da for¬ mare uno splendido effetto di assieme. Credo pertanto che a torto il Furtwaengler abbia \ ohito porre in un solo gruppo con unicità di fabbrica i magnifici ed accurati frammenti napoletani con la gigantomachia (fig. 73-75), le anfore di Talos (t. 38-39) e di Pelope ( t. 67), che sono di stile così nobile e sobrio nella loro grandiosità, e quest’anfora di Milo tanto inferiore e manifestante decadimento, età più recente e punti chiarissimi di contatto con la jiroduzione apula (cfr. la/iresheftc acs bsterr. ardi. Iiisfifttfcs, 1908, ])p. 135-141). 1 )a ([uesto vaso si passa ad un altro pure grandioso, ma di fabbrica italiota, all’anfora a volute di Monaco (t. 98-99) con varie scene; sul collo una corsa di cavalli, cinque Plroti ed Afrodite, sul ventre in due zone le nove Muse, una centauromachia, (nasone ed il drago ed una scena la cui spiegazione è stata di una difficoltà enorme pei dotti. Fd il Furtwaengler, con gramle sagacia, è giunto ad una plausibile spiegazione vedendo in questa scena una rappresentanza, forse de¬ rivata da un dramma, allusiva ad Anticlea, figlia di Autolico, che va sposa a Laerte dopo aver avuto rapporto con Sisifo, il vero padre 6 o di Idisse. 11 vaso appartiene alla prima ])ro- duzione italiota figurata sorta sotto i vivi in¬ flussi dell’arte polignotea. Chiude il fascicolo la tav. 100 che ci offre le figure di due tardissimi vasi attici di Mo¬ naco, che a mio avviso trovano perfetto ri¬ scontro in vasi del Museo Nazionale di Atene tuttora inediti. Due crateri dalle pareti altis¬ sime, di forma troppo slanciata, tutti ric'operti di vernice nera, hanno figure in bianco e do¬ rate. Un cratere ci offre Nike su (quadriga vicino ad una meta, e daH’altro lato una statua di Eros, che il Furtwaengler ha ricondotto al¬ l’originale del ■ (ienio Borghese» del Louvre, con accanto una devota. Il secondo cratere offre le figure di due divinità in aspetto del tutto plastico: Afrodite ed Athena. (Furt- WAENGLKR e Reichhold, Griccluschc Vasen- makrei, II Serie, Lieferung IV, t. 91-100, pp. 167-211, fig. 55-78Ì. In seguito alla repentina morte del Furtwàen- gler, a compiere la parte scientifica della Grie- cìiisdic Vascnnialcret si accinge Federico Hauser. Accompagnato appunto dal testo di rpiesto archeologo è uscito il V fascicolo deU'opera (t. loi-iio, pp. 213-266). Le tavole 101 e 102 contengono tre insigni campioni di ceramica calcidica, un’anfora cioè e due crateri della collezione di Wùrzburg. Se uno dei crateri ha una rappresentazione di addio di guerrieri, resa mitologica con l’ag¬ giunta di nomi del ciclo troiano, gli altri due vasi hanno il loro corpo ricoperto con elementi del repertorio decorativo della ceramica di Calcide. Del periodo dei maestri di tazze vediamo (|ui esattamente riprodotti ed acutamente di¬ scussi alcuni esemplari. V’è un’anfora nello stile di Eutimide (t. 103 a A\’tirzburg: da un lato è la curiosa scena del guerriero che, prima della partenza, esamina il fegato di una vit¬ tima); v’è una seconda anfora che lo Hauser l)one in una .serie di vasi, cui appartiene la idria Vivenzio di Napoli (t. roq a Wùrzburg; 02 6 1 separazione di lettore e di Aiace combattenti ; si V. il VII canto dell’Iliade); v’ è una tazza dello stile di Duride (t. 105 a Monaco: nel¬ l’interno è un banchettante che intona un canto di Teognide, all’esterno la morte di Lino ed efebi coi loro amanti); v’è infine uno stanino adorno di una monomachia con Athena da porsi a confronto col frontone orientale di Egina (t. 106, 2 a Monaco). Già stile di transizione mostrano le figure negligenti di una idria (t. 106, i a Monaco) con la partenza di Trittolemo in mezzo alle due dee protettrici. Del periodo di transizione sono riprodotti alcuni esemplari. V’è un bello stamno (t. 107, I a Monaco) con tre figure di donne nude attorno ad un aoutyiOlo'ì, osservantesi l’ una l’altra, come sagacemente nota lo Hauser, mentre sono occupate variamente. Si aggiunga un’anfora nolana (t. 107, 2 a Wiirzburg) con un efebo che si arma aiutato dalla sorella. Ma nella tav. 108 è riprodotto il lato prin¬ cipale della perla nella serie dei vasi polignotei o di transizione, del cratere cioè orvietano del Louvre detto degli Argonauti. Ed una inge¬ gnosa, e per me plausibile spiegazione ha saputo lo Hauser trovare per la riunione di quei personaggi solitamente denominati Ar¬ gonauti. Essi sarebbero i protettori di Atene, la dea Athena cioè, gli eroi e gli eponimi delle ipoXai adunati per la battaglia di Mara¬ tona, raccolti qui come nell’affresco della Stoa Poikile, come nel donarlo delfico di Maratona. Due vasi rappresentano la produzione cera¬ mica dell’età periclea : una pelike di Breslavia (t. 109, i), con amazzonomachia espressa da pennello disinvolto, ma negligente, una pelike di Monaco (t. 109, 2) con l’apoteosi di Eracle e con l’elemento burlesco dato dai Sileni che cercano di sottrarre alcunché della panoplia dell’eroe dalla pira. Tre crateri fliacici sono rappresentati nella tav. no (i e 3, a Pietroburgo, 2, a Ruvo). E lo Hauser a tal proposito ascrive (piesti vasi fliacici per lo stile al sec. iv. Compie questo quinto fascicolo il cratere da Bisticci con la burlesca rappresentazione della Doloneia (t. no, 4, Museo Britannico) discesa dall’epica altezza del suo contenuto ad una semplice brigantesca imboscata. Lo Hauser, dopo aver posto questo vaso accanto all’altro cratere di Bisticci, con Ulisse e Tiresia (t. 60), con una acuta osservazione riafferma l’attri¬ buzione fatta dal Furtwàngler di questi vasi ad Eraclea. Con grande arditezza poi lo Hauser, gio¬ vandosi di una notizia di Plinio (iV. //., XXXV, 66), non è alieno dall’attribuire questi due vasi al pennello giovanile di Zeussi e, come corol¬ lario a questa sua ipotesi, egli pubblica, come altra opera ceramica dell’influsso, se non della mano del grande pittore, un frammento di vaso attico dei sec. iv con la testa finamente disegnata di una donna con orecchio cavallino, cioè di una centauressa (fig. 94-b). Vasi da Gela. — Gela, luogo sì lungamente ricercato da avidi mercanti di antichità, ha dato tuttavia in soli cinque anni di scavo non con¬ tinuo sotto r abile direzione dell’ Orsi, larga messe di monumenti. La parte ceramica ne è la prevalente, e la ceramica uscita dalla necro¬ poli arcaica del Borgo viene, come a più ri¬ prese è osservato dall’Orsi, ad appoggiare le notizie degli antichi (Tucidide, VI, 4 - Ero¬ doto, VII, 153) secondo cui la fondazione di Gela si deve ad una schiera mista di Rodii e di Cretesi. I grandiosi pithoi dipinti (t. V e VII), prima trascurati ed ora messi in luce conve¬ niente dairOrsi, ben palesano di essere, in parte di origine cretese, in parte di derivazione ere tese con sopravvivenze egee. A fabbriche, se non rodie, certo dell’Asia Minore (giacché tutt’altro che definitiva è sinora una riparti¬ zione dei vari stili e delle varie fabbriche nella ceramica ellenica dell’Asia) appartengono pre- 63 64 ziosi frammenti di cui menziono specialmente quelli a fig. ni che dovevano formare un grande cratere a palla. Ma di fronte a questi preziosi esempi illu¬ minanti le origini di (iela. la maggior parte rotocorinzio e dal corinzio con le note e varie forme dei piccoli vasetti. Tra di questi merita di essere menzionata, come nuovo esemplare di una serie preziosa, una lekvthos protocorinzia con zona dipinta di guerrieri combattenti (fi¬ gura ii6). La ceramica attica è rappresentata nella necropoli del Borgo da lekythoi di stile negligente e da pochi esemjilari di vasi a fi¬ gure rosse. Le necropoli del secolo v hanno offerto al¬ cuni prodotti attici preziosi e specialmente alcune lekythoi di cui Gela è stata sì larga dispensatrice a tante collezioni vasctilari. Alcuni di questi vasi hanno interesse mito¬ grafico come l’anfora col cinghiale d’Erimanto (t. IX), la lekythos con la lotta di Peleo e di 'fetide (t. XllI, b), la lekythos -a figure rosse con Calliope e Mnemosine (t. XXVI). Altri vasi sono insigni pel disegno, come in special modo la pelike con 'Leseo, Etra, Arianna (t. XXXII) ed il cratere con Dioniso, una donzella e due Lapposileni (t. XLIV), vasi di disegno già sciolto daH’arcaismo. La lista dei vasi firmati è accresciuta dagli scavi (li Gela di due esemplari: una tazzetta di Cacrilione (fig. 328), una pelike adorna nella ])arte anteriore di due magnifiche figure di Amazzone e di Greco combattenti, con la firma del ceramista Poiignoto (t. XLlll). Ed alcuni vasi si sono rinvenuti con nomi di giovani uniti al tradizionale y.y.'hóc, e tra di essi affatto nuovi sono i nomi di A',Ó(Ìotoc e di su una le¬ kvthos a fondo bianco ed a figure nere (t. XXVllI). 11 nome letto 'L'Aaiov da Orsi su bella lekythos policroma mi pare deblia leggersi IVjy.'Mv, nome noto da altri prodotti ceramici. L’opera di scavo dell’Orsi si allargò a vari centri di culto ; tra di questi bisogna menzio¬ nare cpiello di Bitalemi, semplice xsp.evo? che ha ofierto ricca congerie di frammenti di vasi e di terracotte jireziose, resti di yyy.'iòr,[j.y.Ty. ammassatisi in questo sacrario su burbano nel corso degli anni dal principio del secolo vn alla metà del secolo v. Pertanto la ceramica è assai varia essendosi rinvenuti prodotti locali, geometrici, insulari ed ionici, protocorinzii e corinzi (in preva¬ lenza). attici a figure nere ed a figure rosse, pochi buccheri di origine etrusco-campana. Singolare è una fiaschetta schiacciata con guerriero ricoperto di enorme scudo circolare da ciascuna parte e di forma assolutamente nuova e di fiibbrica ignota, forse asiatica (fi¬ gura 406). {Monumenti antichi pubblicati dalla R. Accademia dei Lincei, voi. XVII, 1907; Orsi, Gela, scavi del igoo-igoy, pp. 1-758, t. I-LVI). L'askos. — Il Mayer pubblica una minuta ed estesa analisi delle varie forme di vasi che possono essere indicate col nome di askos. Otto categorie egli ne distingue riguardo alle forme in parte tolte, come è noto, dal mondo animale, e di queste otto categorie il Mayer esamina le origini e gli sviluppi, accentuando la importanza che per le forme primitive ha il materiale ciprioto, per le forme seriori il materiale apulo. (M. Mayer, Askoi, nel Jahr- buch des Kais. deutsch. aich. Instituts, 1907, pp. 207-235). ì^asi arcaici di Monaco. — In attesa che un nuovo catalogo della collezione ceramica di Monaco sia composto, l’Hackl pubblica due preziosi vasi di essa collezione; un cratere (fig. 1-3, t. I), un’anfora (fig. 4-6). II cratere si schiera perfettamente nel gruppo di (jtiei vasi denominato del Falcio, il quale gruppo forma come un ponte di passaggio dallo stile geometrico allo stile a figure nere primitivo. Dopo lo studio della forma tetto¬ nica, degli ornati (caratteristiche sono le spi- 65 66 rali uncinate), delie figure (uccelli acquatici, leoni, e nella zona superiore dieci cocchi ed un cavaliere), l’Hackl conclude col porre questo cratere un po’ prima del notissimo cra¬ tere Burgon del Museo Britannico (Walters, History of micient pottery, I, p. 296). L’anfora, tutta verniciata, ha due riquadri riempiti, uno da testa femminile, l’altro da una protome equina. Dopo un esame del materiale esibente a noi simili teste e simili protomi, e dopo uno studio sul loro significato (pel vaso di Mo¬ naco il senso sarebbe funerario), l’Hackl con¬ clude col fissare il posto che occupa questa anfora nella ceramica greca, nel periodo cioè di tran¬ sizione dai vasi del Palerò ai vasi attici a figure nere. Come aggiunta l’Hackl descrive e pubblica varie opere ceramiche da lui menzionate nel corso del suo articolo, cioè un vaso tipo Pa¬ lerò di Carlsruhe (fig. 12) ed i seguenti vasi di Monaco : vasetto a tre anse di fabbrica tarda micenea con due protomi di sfinge (t. II), brocca tipo Palerò (fig. 13-14), unguentario a forma di protome equina (fig. 15), sarcofago di Clazomene (fig. 16-18), cinque tazzette dei co¬ siddetti Kkinmeisier con teste femminili (fig. 19- 25). (Hackl, Zwei friikattische Gefàsse der Miinch- ner Vasensammlung, nel Jahrbuch des d. arch. Insiiiuts, 1907, pp. 78-105, pp. 141-143, fig. 1-25, t. I e II). Un sarcofago di Clazomene del Museo Nazio¬ nale di Atene è pubblicato e descritto dal Rhomaios. Il Ztóoiyópo;, posto tra strette zone di orna¬ mento, esibisce quattro bighe guidate da Nikai e messe simmetricamente due a due in dire¬ zione opposta; sotto ciascuna biga è un cane. Degni di nota poi, oltre alla sfinge (a destra) ed alla Sirena (a sinistra) in fondo al sarco¬ fago, sono due centauri. Il primo (a destra) ha gambe anteriori completamente umane, il secondo (a sinistra) ha le gambe dinnanzi di forma umana ma finienti in grossi zoccoli ca¬ vallini ; quel tipo di centauro il Rhomaios dice jonico. (Rhomaios, H-/)ktV/] 'rxp-AO'pxYo; è/. Kkoc'^oiAévwv nella ypy 1907, pp. 199-206, t. 9). La ceramica di Cirene. — Un succinto e chiaro studio riassuntivo ha pubblicato il Dugas sul¬ l’arte ceramica di Cirene. Riassumendo i dati di studi precedenti, in special modo dello Stud- niczka e del Pottier, ed aggiungendo proprie osservazioni, il Dugas esamina l’interessante e singolare gruppo dei vasi cirenaici, sia dal lato della tettonica e della tecnica che dal lato del¬ l’ornamentazione, dello stile, dei soggetti, della composizione per la quale sono poste in evi¬ denza le qualità del paesaggio e della narra- tività. Per la ceramica di Cirene il Dugas distingue, ma, sotto forma d’ipotesi, quattro periodi cro¬ nologici. Esempio del primo sarebbe la tazza del Louvre con Zeus e l’aquila (Archàoiogisc/ie Zeitung, 1881, t. 12, 3); quella di Cadmo pure del Louvre (ivi, t. 12, 2) sarebbe un esempio di transizione al secondo periodo rappresen¬ tatoci specialmente dalla nota tazza di Arce- sila {Monumenti dell' Institiito, v. 1. t. XLVII). La tazza di Cirene (Studniczka, Kyrene, fig. io) apparterrebbe al terzo, mentre nel quarto di decadenza, con influssi di altri centri ceramici, si dovrebbe porre il fondo di tazza edito dal Dugas a tav. Ili, i. Sulla base dei vari elementi giunge il Dugas alla stessa conclusione cui in special modo erano pervenuti il Loeschcke ed il Puchstein prima, lo Studniczka ed il Pottier dopo, cioè a rife¬ rire a Cirene questa produzione ceramica os¬ servando quella fusione di stili che già era stata analizzata dal Boehiaii. Il Dugas pone lo sviluppo della ceramica cirenaica in special modo nei primi tre quarti del secolo vi e vede in Nicostene l’anello di congiunzione tra la ceramica di Cirene e quella attica a vernice bianca, punto questo che può divenire oggetto di più minute e profonde ri- Ausonia - Anno III. [5] 6; 68 cerche per rendere più chiara la visione dello sviluppo della pittura ceramica ateniese. Il lavoro del Dugas è chiuso da un elenco dei vasi cirenaici a lui noti; in tutto essi sono in numero di 87, di cui uno apparterrebbe al i'^ gruppo, quattordici al secondo, pure quat¬ tordici al terzo, cinquantotto al quarto. Colla¬ boratore artistico del lùugas nella riproduzione di vasi e di frammenti è il Laurent. (C. Dugas e R. Laurent, Essai sur ics vases de sfyle cy- rénce/i, in Reviie archiologique, 1907, !'='■'= partie. pp. 377-409, t. III-IV. partie. pp. 36-58). ]"asi cirenaici 0 vasi cretesi r — La tazza da Samo edita dal Bohlau {Ai/s jonisciien und ita- lisciicn N'ekropole/r t. io. 4) è spiegata da Hauser come rappresentante Dedalo che fablnica il Labirinto, edilizio a forma di torre rotonda. 11 frammento del Louvre (Pottier, Catalogne, E, 666, Album, II, 63) è riferito dallo stesso Hauser ad una T5;upox.7..oà'.l'.a propria di Creta e nota a noi dai remoti tempi minoici. Da questo e da altre osservazioni di conte¬ nuto e di forma riferentisi ad altre tazze, a quella di Arcesila, a quella di Cirene, deduce lo Hauser l’ipotesi che la nota indicazione di tazze cirenaiche possa essere sostituita senza inconvenienti, anzi con maggior fondamento, da quella di tazze cretesi. (Hauser, « Kyrcnaische » Scìiaìen, negli Jahreshefte des Oesterr. ardi. In- stitutes, voi. X, 1907. pp. 10-16). Un'anfora di Ama side. — Lo Hauser pub¬ blica un’anfora di Amaside proveniente da ( Irvieto e jiassata dalla collezione Bourguignon al Museo di Boston. Da un lato è Tetide che oft're le armi ad Achille alla presenza di Peleo, schema che, tolti i nomi scritti, può benissimo essere, come nota lo Hauser, cpiello di tante scene generiche di armamento. SuH’altro lato è la lotta ]jel tripode tra Eracle ed Apollo con in mezzo Hermes, mero riempitivo artistico. Apollo è qui armato di corazza, il che conduce lo Hauser a spiegare la nota tazza « cirenaica » del Louvre (Pottier, Album, voi. II, 63) detta di Cadmo e del serpente, come rappresentante Apollo che uccide Pitone. Secondo l’analisi stilistica dello Hauser quest’anfora sarebbe una fra le più evolute opere di Amaside. (Hauser, Amphora des Amasis, negli Jahreshefte des Oesterr. ardi. Institutes, voi. X, 1907, pp. i-io). La caccia alla lepre come rappresentazione fu¬ neraria. — Lhi efebo che sta inseguendo una lepre, la quale si rifugia su di un tumulo sor¬ montato da una stele, è la scena rappresen¬ tata su di una lekythos a fondo bianco del- V Akadeniisclie Kunstmuseum ài Bonn. Il Weicker, che pubblica il vasetto, cita per analogia di contenuto due altre lekythoi : una al Museo Britannico (Murray e Smith, JVliite athenian vases, t. 6), l’altra del Metropolitan Museum di New York. Il predetto dotto riconosce in queste scene un senso funerario; il morto segue le predilette occupazioni avute nella vita e tra di esse anche quella della caccia. (Weicker, Eine polychrome lekythos in Bonn, in Jahrbudi d. d. Ardi. Institutes, 1907, pp. 105- III, t. III). Lekythoi di Duride. — Nella ’Kip'/ip.ìpi; ipx*" loXoyr/.’/), 1886, t. 4 fu edita una lekythos ere- triese del Museo di Atene col nome di Duride scritto sulle pieghe di una clamide di un di¬ scobolo. Il Rhomaios pubblica ora altre tre lekythoi, due di Atene ed una di Berlino, ove pure sulle pieghe degli abiti delle tre figure raiipresentate è il nome di AORIS. Queste quattro lekythoi sono ascritte dal Rhomaios all’arte non del tutto evoluta di 1 )uride. Ma se per l’arte di Duride ben poco di nuovo ci offrono le figure di ipieste tre lekythoi, di esse almeno due figure femminili mostrano, osserva il Rhomaios. di appartenere a quella produzione ceramica attica attinente alle nozze, su cui recentemente ha discusso il Brùckner. In altre due lekvtlioi ateniesi il Rhomaios 6g 70 riconosce la mano di Duride; una ci offre un giovane palestrita, l’altra un barbuto coinasto. (Rhomaios, too nella ’lvp-/)- ixsptc àpyaioXoyi/v'ó, 1907, pp. 219-238, t. io). Rapprescìiiazioni di ìzTps'ia sit vasi greci. — Il Pottier illustra un gentile ariballo della col¬ lezione Peytel, prezioso pel suo raro contenuto che ci trasporta in una sala di medicamenti ellenica della prima metà del secolo v. Il me¬ dico, figura efebica, è attorniato dai suoi clienti fasciati che il Pottier, seguendo l’avviso di un eminente medico parigino, immagina sieno ve¬ nuti per quella operazione profilattica che, sì in uso in tempi a noi vicini, già era seguita dai sanitari dell’antichità, cioè il salasso. Per importanza questa bella rappresentazione di un iarpsTov può ben essere messa alla pari come osserva il Pottier, con quella dell’interno di scuola della nota tazza di Duride. L’ariballo presente, che va ad aumentare una piccola serie di vasetti analoghi per forma e per stile, tra i quali un esemplare di Boston è edito dal Pottier, da questo dotto con pru¬ denza non è ascritto ad alcun maestro del periodo persiano, sebbene da lui sia espressa una fine analisi stilistica del .vasetto. Secondo, per importanza di analogo conte¬ nuto, sarebbe pel Pottier un cratere del Mu¬ seo di Atene di stile tardo e negletto del secolo IV, da lui novellamente pubblicato e contenente figure efebiche ferite negli agoni, che la loro guarigione debbono forse a per¬ sonaggi mitologici della cerchia di Asclepio. (Pottier, line clinique grecqiie au siede [ Vase attiqiie de la collection Peytel^ nei Monu- menfs et Mémoires Fiat, v. XIII, pp. 149-166, t. XIII-XV). Rappresentazioni di Aìnazzoni. — La pubbli¬ cazione di una lekythos policroma del Museo di Atene adorna di un’Amazzone a cavallo che dà fiato ad una conduce il Courou- niotis a raccogliere e ad esaminare altre le- kythoi dello stesso Museo, le quali mostrano pure ciascuna una figura amazzonia. 'butte queste lekvthoi, a cui si aggiunge quella da Cipro edita da Diimmler {Jahrbuch des /nsti- tuts, 1887, t. II) dipendono da grandiosi mo¬ delli polignotei e sarebbero da ascrivere circa alla metà del sec. v. (Courouniotis, Ar,x,u5o'. [xst’ yvpFQrnov toCì è.S'vc/.o’j nella ’lvp'/iu.spi; àp77.to7,OYix.vi, 1907, pp. 123-140, tav. 5). Vasi nello stile del ceramista Midia. — G. Ni¬ cole in una importante monografia aggruppa attorno all’idria famosa firmata da Midia {Bri- tisJi Mnseitm Catalogne of vases, voi. HI, n. 224. F[urt\vangler) e R[eichhold], Griechische Vasen- malerei, tav. 7 e 8) parecchi vasi e dei seguenti fa una minuta analisi; l’idria di Carlsruhe (F. e R., op. cit., tav. 30), le due idrie di Populo- nia (Milani, Monumenti scelti di Firenze, t. III-V), i frammenti di idria di Boston (Nicole, t. V) con personaggi di Eieusi, una idria di Atene con scena di (Nicole, t. IV), una oi- nochoe Arndt con un citaredo (Nicole, fig. 16), alcuni aribalii del Museo Britannico (Nicole, fig. 19, 20, 39, 40), un ariballo di Bruxelles (Nicole, t. VII, 3). Il Nicole, e questo credo apparirà chiaro da una monografia da me composta contempora- mente a quella del Nicole e che sarà edita dalla R. Accademia dei Lincei, ha allargato forse un po’ troppo il ciclo dei vasi che si deb¬ bono porre attorno all’opera firmata di Midia. Sono inoltre d’avviso che il Nicole, pure espri¬ mendo bene le caratteristiche dello stile di Midia e pur facendone giustamente notare le relazioni con la grande arte della fine del sec. v, abbia errato nel porre la esecuzione dei vasi di questo stile nella prima metà del sec. iv, ritornando alla vieta cronologia del Winter. Il Nicole chiude la sua interessante mono¬ grafia con l’accentuare i riflessi dello stile di Midia sulla produzione ceramica italiota e con un’appendice in cui, pubblicando un frammento 71 72 del Louvre con scena di £7Taó>!,z (t. VILI, 3 e IX), raccoglie varie rappresentazioni vascu- larie col motivo della scala che assume nei vasi seriori un senso religioso di festa. (G. Ni¬ cole, AfcìJhìs et le style flenri dans la céraniiqiie attique, nelle Alémoires de F Institiit National Ge- nevois, voi, XX. rgoS, pp. 51-155, t. I-XV). ì'asi relativi al matrimonio. — Il Briickner dedica una monografia a questa serie di vasi attici, sui quali si p)ossono scorgere i vari mo¬ menti di un matrimonio; la entrata della sposa, l’allusione alla notte di matrimonio, gli z—'jJN.y. o doni mattutini alla sposa, il ringraziamento ad Afrodite. Il ricco materiale, su cui il Bnickner esprime con novità di metodo le sue acute osservazioni, è offerto da prodotti che dallo stile severo di¬ scendono fin quasi a tutto il sec. iv. Di pri¬ maria importanza è il convincente studio del Brtickner sopra i caratteristici vasi, già deno¬ minati starnili apuli o lutrofori panciuti, in cui si debbono riconoscere i yan-czoi \F^r-zc, do¬ nati alla sposa dopo la notte nuziale e adorni di rappresentazioni allusive sempre al matri¬ monio, ma essenzialmente agli stessi iizyJdter/.. Il Bruckner segue questa forma eli vaso sino allo stile del Dipylon e ne studia la ilecora- zione ornamentale e figurativa. Le figure alate che ricorrono su (piesti vasi danno agio al Bruckner di scoprire nelle molte lekythoi con figure alate, pure dei vasetti do¬ nati in occasione di matrimonii, e nella figura alata riconosce originariamente Eos, iierso- naggio allusivo al momento in cui questi doni erano portati alla sposa. Nei numerosi vasetti, ariballi e pissidi di stile fiorito, con la cerchia di Afrodite rico¬ nosce pure il Briickner sagacemente vasetti relativi al matrimonio e riferentisi all’ultimo atto del matrimonio stesso, al ringraziamento ad Afrodite. (Briickner, Athetùsche fdoelizeitsge- schenke, nelle Atlienisehe Aditteilnnge//, voi. XXXII, 1907, [ip. 79-122, tav. V-IX). Va.^0 da Kertsch — Il Pharmakovvsky, dando breve notizia sui frutti degli scavi nella ne¬ cropoli di Panticapeo (Kertsch), descrive e pubblica, mediante piccole zincografie, un ma¬ gnifico vaso di forma jranciuta con anse ver¬ ticali e coperchio a bottone a forma di va¬ setto {Ickane pel Pharmakowski, ma più pro¬ priamente yau.i/A;; 'KÌ\sr\<^ del pieno secolo iv. 1 )etto vaso, che può essere ritenuto come uno dei migliori esemplari della classe di vasi de¬ nominata di Kertsch dal Eurtvvaengler, offre la scena di una sposa seduta cui donzelle por¬ tano, insieme ad Eroti, utensili e oggetti come t-y:d}\\y.. Lo schema della rappresentanza si riallaccia a vasi anteriori (esempio ; Alonutnenti dell' Institnto, v. X. t. 34, 2) o contemporanei, assai intirizziti nel disegno, ma qui è avvivato da squisitezza di stile, da novità di motivi e da varietà di azione. (Pharmakowski, Archdo- logisehe Anzeiger, 1907, p. 134 e seg., fig. 3-7). ì'asi italioti figurati. — Interessanti sono al¬ cuni vasi editi con dottrina da M. latta. Lina kclebc (t. I) ed una idria (t. II) da Ceglie del Campo sarebbero esempi di r[uella primitiva ceramica apula figurata di cui il più noto vaso è l’anfora di Fineo riprodotta dal Reichhold ed illustrata dal Eurtwaengler ( Grieehische Va- senmalerci, t. 60. 2). Esatta è l’ammessa poste¬ riorità di tali due vasi rispetto all’idria di Midia (Gr. ì'asennial., t. 8). non esatta mi pare in¬ vece la determinazione cronologica per essi vasi dedotta, il decennio 430-420, per me troppo alta. La parte nobile della kelebe ha una scena rara che collima col racconto di Apollodoro (II, 5, 9. 7 e seg.): Eracle, una figura dal pro¬ filo stranamente semitico, tiene pacifiche trat¬ tative con bAmazzone Ippolita. Sull’idria invece sono Elena e Paride. L’oinochoe pubblicata nella fig. 5 non mi sembra da doversi porre tra la produzione ita¬ liota d’imitazione, come lo latta vorrebbe; essa oinochoe si schiera accanto alle altre oinochoai 73 74 attiche con figure dionisiache, di cui esempi insigni ci sono offerti dalle due oinochoai di Atene (Collignon-Couve, Catalogne, n. 1282 e 1283), dalla oinochoe Warren {Sirena Hel- bigiana, t. 3), da quella di Oxford {Journal of Hell. Studies, 1905, t. I). I frammenti ruvestini con scena deH'inferno sono assai importanti (t. Ili) ; per lo stile essi non si allontanano dalla nota anfora canosina di Monaco {Gr. Vasenmal., t. io) e però non possono essere anteriori alla fine del iv secolo o al principio del susseguente. Ma essi frammenti si distaccano da tutte le altre rappresentazioni italiota degl’inferi. Il centro della scena è oc¬ cupato da Orfeo citareggiante e verso di lui tutte le figure rivolgono lo sguardo. Lo latta nota questa unità di contenuto, come da lui è notata la ispirazione essenzialmente orfica di questa pittura vasculare, ispirazione pure ad altri vasi comune, ma qui più manifesta. Un frammento pure ruvestino della colle¬ zione latta è nella figura io ed ha una inte¬ ressantissima rappresentazione. Un Erote è sulla groppa di un centauro sì da richiamare alla mente i centauri di Aristea e Papia. E la im¬ portanza di questo frammento, per lo studio della genesi di tal motivo nell’arte, è stata in chiara luce posta dallo latta. {Monumenti dei Lincei, v. XVI, 1907 ; M. Iatta, Vasi dipinti delV Italia meridionale, pp. 493-532, t. I-III). Negli ultimi fascicoli del Dictiotinaire des an- tiquités di Daremberg, Saglio e Pottier sono da notare i seguenti articoli: Prochous (Karo), p. 661 ; Psykter (Karo), p. 750 e seg. : il Karo distingue tre forme di psykter nella ceramica del VI e del v secolo, la prima calcidica di an¬ fora a doppia parete con foro, la seconda assai usata con gl’insigni esemplari di Eufronio e del Museo di Villa Giulia, la terza nota da un esemplare solo di Monaco di stile severo. Pyxis (Pottier), p. 794 e seg.: le forme di pissidi nella ceramica greca si potrebbero osservare dallo stile geometrico all’età alessandrina. Rhyton (Pottier), pp. 865-868: fin dall’età preellenica si avrebbero imitazioni in argilla di xzpaTy.; ma la vera fioritura di protomi animalesche nei rhyton si avrebbe a partire dai secoli vìi e vi. Pericle Ducati. EPIGRAFIA GRECA. Generalia. Sono state pubblicate le Inscriptiones Thessa- liae, parte li del volume IX delle Inscriptiones Grecae, ed. Otto Kern, indices composuit F. Mil¬ ler de Gaertringen. Berlino, 1908. Ne riparle¬ remo in altro bollettino. Procedono alacremente i lavori per la riedizione delle iscrizioni ate¬ niesi posteuclidee, curata dal Kirchner. E. Bourguet e A. J. Reinach pubblicano in Rev. des Ét. gr. XXI, 1908, pp. 153-2 17 il Bulletin Épigraphique consecutivo a quello pub¬ blicato dal secondo di questi autori nell’anno precedente. Esso è minutissimo e diligentissimo, sicché spesso ci ha reso servigi preziosi. Non va però oltre le pubblicazioni del 1907. Wilhelm Larfeld col suo volume : Handbuch der griec/iischen Epigraphik. Erster Band: Ein- leitungs und- HilfsdiszipUnen. Die nicht-attischen Itischriften. Leipzig, R. Reisland, 1907, in-8°. Vili, p. 604, con 4 tavole, completa il suo manuale di epigrafia greca, il secondo volume del quale : Die attischen Inschriften era stato pubblicato precedentemente nel 1902. Questo manuale è destinato più che ai principianti, agli studiosi già iniziati nella epigrafia, e a costoro renderà ottimi servigi. Essi vi troveranno una raccolta di materiali mirabile per mole e per ordine. Lo spoglio delle principali raccolte epi¬ grafiche è coscienzioso sino allo scrupolo, la bibliografia completa. La distribuzione della materia è in tre parti : I. Introduzione, pp. i- 17 1 : essa è consecrata alla storia dell’epigrafia greca: riguarda le raccolte anteriori ai corpora del XIX secolo, e i loro autori ; la storia delle 75 76 società di ciotti che hanno incoraggiatcj gli studi epigrafici, delle grandi esplorazioni, del¬ l’opera dei vari Istituti. II. Parte generale (pp. 17 2-3 [5); essa contiene ciò che riguarda l’uso delle iscrizioni presso i greci, l’incisione dei testi, i vari generi di monumenti epigra¬ fici, le norme cui deve soddisfare la loro pub¬ blica/ione. la critica e 1' interj)retazione dei testi. 111. Parte speciale (pp. 316-571): essa si compone di due capitoli: .\lfabeto e For¬ mulario delle iscrizioni greche non attiche. Quanto all’alfabeto l'autore prende le mosse dai sistemi grafici della scrittura premicenea e micenea, studia poi la scrittura sillabica ci¬ priota, la scrittura alfabetica greco-fenicia, esa¬ mina tutti gli elementi dell’alfabeto, e discorre della formazione, della diffusione e della for¬ tuna degli alfabeti particolari: segue un utile inventario dei monumenti epigrafici arcaici iVii-v secolo), degli alfabeti d’Asia minore, del gruppo insulare, dell’Attica e del N. E. del Peloponneso e del gruppo occidentale; il capi¬ tolo termina con una esposizione completa delle nozioni relative alle abbreviazioni, legature, se¬ dili di lettura e singolarità diverse. Quanto al formulario delle iscrizioni esso è ordinato se¬ condo le divisioni correnti del materiale epi¬ grafico. (i. Formule generali. 2. Atti pubblici; a) trattati ; Q leggi ; Q decreti ;r/) editti e lettere. 3. Iscrizioni onorarie, de dicatorie, sepolcrali. 4. Atti di contabilità e cataloghi. 5. Iscrizioni di diritto privato. 6. Iscrizioni di carattere lette¬ rario). Tutta (presta parte contiene raggruppati moltissimi materiali, onde ne agevolerà di molto agli studiosi lo spoglio. Il volume termina con un ottimo indice. Grecia. ACAIA. A. \p. VarQ/i? pubblica in 'lvx)7,p,. ’Ap/. 1908, col. 95-102 (’lipoi vóu.o'. z; ’A/aiar) due frammenti di leggi sacre, dei quali il secondo è insignificante, il primo invece è abbastanza interessante. Vieta alle donne, che partecipino alla festa in onore di Demetra, l’uso di ori che superino il peso di un obolo, di vesti multicolori, di jrorpora, di cosmetici, e (abba¬ stanza strano) il suono del flauto. ATKNK. L. Pizard e P. Russell juibblicano in AV//. ik Con-, Meli., 1907, p. 425, n. 17, un decreto ateniese rinvenuto in Deio in onore dei sacer¬ doti di Deio, che erano in carica sotto bar- contato di Faidrias verso il 150 a. C. Ad. Wilhelm comunica in JaJireheftc d. Oesfcrr. Inst., X, 1907, pji. 36-40 {luschrift aus Athcn) di avere ritrovato la pietra del fram¬ mento I. G. Il, 971 circa (appartiene alla lista dei vincitori alle Dionisie) pubblicato dal Kòhler col solo sussidio di una copia del Pittakis, assai infedele e negligente, e lo ri- pubblica con suoi supplementi. Nella prima colonna si ricostruisce il nome dell’ arconte Aristocrate 399/8, e quello dell’attore tragico che vinse l’anno precedente Nv/.ó^Tpa-TO?. La seconda colonna nomina come poeta comico vincitore nel 387 Araro, il figlio di Aristofane. Nella terza colonna importa sopra a tutto la lettura del nome dell’arconte Ippodamas (375/4), come principio della lista di un nuovo anno, lettura alla quale era già arrivato FI. Reisch. Le Urk. drain. Aiiffilhr. di A. ^Vilhelm hanno dato luogo a numerosi studi che per l’indole loro non vanno qui esaminati. Basterà annunciarli: P. F'oucart \\\ Journal des Savants, 1907, 468, 545, 590; Killer V. Gaertringen, KUo, 1907, 142-143; II. Schenkl, Beri. Philol. ll'oc/ienschr., 1907, 445-448; 862-863; Fi. Reisch, Zdtschrift. fiìr Oesterr. Gymn., 1907, 289-315; E. Capps. Am. fourn. Philol., 1907, pp. 82-90 e 178-190. W. N. Bates in Ani. fourn. of Ardi., XI, 1907, pp. 307-314 JVe70 Inscriplions froni thè Asdepieum al Al/iens) pubblica 4 iscrizioni in¬ cise su di una stessa base di marmo prove- 77 niente dall’Asclepieio. La prima contiene una dedica ad Asclepio della quale è autore Kal- lias di Euonymon, e risale al iv secolo; la seconda un’altra dedica di cui sono autori Apollodoros di Sypalettos e Lysandrides di Pelekes, il padre del quale Lysanias figura in una lista di efebi del 282 ; la terza contiene la datazione della dedica precedente [£(p’s]ì pstco? Oa.X-/ip[éw<;] (costui fu sacer¬ dote di Asclepio nel 224/3 o nel 21 i/o). La quarta contiene una dedica del popolo, per ordine del dio, al Tvs^roupyó; Menandros (i se¬ colo a. C.). A. Wilhelm in lahreshefte d. Oester. Inst., 1907, X, pp. 32-35 {Beschluss der Atheiier aus dem lahre 338/7 v. Ck/'.) scopre che alla stessa stela alla quale appartiene 1’ i- pubblicata da E. Drerup in Musée Belge, IX, 390, appar¬ tiene il frammento /. G., II, 122 e un altro piccolo frammento. Ripubblica così l’intera iscrizione, che risulta essere un decreto di prossenia dell’anno 388/7 in onore di Dra- kontides e di Hegesias di Andro. Nel fram¬ mento T. G., II, 122 non si può supplire, come vorrebbe W. S. Ferguson, The Athenimi se- cretaries, p. 39, «biltTTTCo; ’Avtìco [ìAou KItsxoc] èypap,p.àT£U£v, perchè questo demotico in /. G., II, 130 non va riferito al nome del segretario, ma al nome del proponente. W. S. Ferguson in Klio, VII, 1907, pp. 213- 240 {Researches in Athenian and Deliati Docu¬ menti) nota al par. 1° (p. 213) che dei sacer¬ doti dell’Artemis (che sembra essere stata adorata sotto i due vocaboli di Rallista e di Soteira all’uscita del Dipylon) i tre che ci sono conosciuti pel 237/6, 236/5 e 235/4 apparten¬ gono alla tribù, alla quale spetta per l’anno seguente il segretariato e il sacerdozio di Asclepio: così uno stesso cittadino potrà oc¬ cupare ogni anno un nuovo sacerdozio. Al par. 3 (p. 221) fissa delle date per arconti finora male localizzati: 159,8 Aristaichmos, 144/3 Meton, 141/0 Dionysos, 12 i/o Xenon, 78 Il i/o Sosikrates, 108/7 Eracleides, 94/3 De- mochares. W. Crònert in Jahreshefte d. Oesterr. Inst,, X, 1907, 146, vuole che /. G., II, 3107 sia i’epitafio dell’etera epicurea Hedeia di Cizico ; forse il Thespis di Laodicea di I. G., II, 3131 è anche lui il noto epicureo. Robinson in American Journal of Fhilology, XXVIII, 1907, 425, n. 3, avvalendosi del¬ l’autopsia della pietra della iscrizione per la sistemazione dei tripodi del Kynosarges (cfr. Ausonia, I, 147), ne pubblica una copia più precisa, che risolve in guisa sorprendente al¬ cune difficoltà della prima lettura, H. Lat- termann in Mitteil. Atli. Inst., XXXIII, 1908, pp. 75-80 (Noch einmal zur ■ Bauinschrift aus Athen) fa nuovi emendamenti ed osservazioni. W, S. Ferguson in Class. Philol., 1907, 365, discute varii punti dei decreto di Phaidros (/. G., II, 3 II), e ristabilisce così la lista degli arconti: 294/3 Olympiodoros, 293/2 Charinos, 292/1 Philippos, 291/0 Kimon, 290/89 Diokles. Lo stesso A. in Classical Fhilology, II, 1907, pp. 405-6. (Notes on Greek Inscriptions, II. Theophilos of Fergamorì) nota che colle due iscrizioni I. G., II, 5, 451 b. in onore di un figlio di [0£O(pi>.]o’j e di un ©sócpiXo? va avvicinata 1’ i. n. 334 di Dittenberger., Or. Inscr., contenente una dedica del popolo Per- gameno, in onore di un ’ATCoXT^oivirV/i" 0£O(pi- Xou. Applicando la legge di Ferguson, data probabile di /. G., II, 5, 451-B, è il 154/3, e di conseguenza l’i. pergamena scende al regno di Attalo III. Sicché l’ acme di Apollonide, figlio di Teofilo va posta nel 135 circa; quella di Teofilo nel 168 circa e quella del padre di questo nel 200 circa. W. Bannier in Rh. Museum, 63, 1908, pa¬ gine 423-444 (Die Beziehungen der aelteren at- tischen Uebergabe und Rechnungsurkunden zu einander) studia in prosecuzione della sua me¬ moria, pubblicata or sono due anni nello stesso 79 8o periodico (v. Atisouia, I, 147), le intìuenze che si sono esercitate scambievolmente, circa i modi di redazione, tra i documenti ateniesi di uscita e quelli di inventario. Le conclusioni principali alle quali egli perviene sono (cfr. p. 443); gli inventari di Atena hanno influen¬ zato i registri d’uscita a partire dalla Ol. 88, 3; gli inventari degli altri dèi mostrano più stretta parentela coi rendiconti della costruzione di statue che cogli inventari di Atena ; i docu¬ menti della guerra di Samo imitano i piti antichi rendiconti per statue; i documenti dell' Eretteo mostrano maggiore parentela coi rendiconti per statue, che con quelli per co¬ struzioni, ed insieme stanno sotto l’influenza dei registri di spese, al che ora si può ripor¬ tare senza esitazione la loro distribuzione per pritanie; gli atti dei poleti ricordano quelli dell’Eretteo e i registri di spese. I documenti Eleusini mostrano una parentela superficiale con quelli ateniesi ; gli inventari del iv secolo oft'rono una miscela di forme diverse del v ; i documenti della costruzione del muro di Co- none sono indipendenti dai documenti relativi a costruzioni cronologicamente precedenti. C. Cichorius in Henues 63, igo8, pp. 197- 223 {Fa/iaitios nud die attiscJie Stoikerinschrift) illustra la i. I. G., II, 953, già trattata dal Crònert in Siiz. ber. Ferì. Ak., 1904. p. 471 seg. Mentre il Crònert poneva l’arcontato di Lysiades, all’anno del quale appartiene la lista dei ieropoii contenuta nella iscrizione, nel 152/1, il Cichorius lo sposta al 139/8. I due perso¬ naggi romani e As’j/.'.o?, che figurano alle 1. 36 e 33, debbono essere Sp. Mummius, fratello di Lucio, e L. Metellus, i quali, come è noto, fecero parte della famosa ambascieria che. sotto la guida di Scipione il giovane, fu spedita dal Senato in Oriente qualche anno dopo la terza punica, e fu accompagnata da Panaitios. Il viaggio durò dal 140 alla fine del 139 o al principio del 138. Quando co¬ storo si trovarono in Atene furon celebrate le llTo),£u-ata, per cui la iscrizione ci dà la lista degli izfo-oioi, e appunto per ciò la festa fu più solenne. Alla luce della nuova datazione studia il Cichorius con grande acutezza ed erudizione i nomi della lista, proponendo varie identificazioni, le più importanti delle quali sono quella di Posidonio, di Aristarco e di Apollodoro, menzionati vicini alla fine della lista, con Posidonio àvayvwcrróg di Aristarco, con Apollodoro scolaro, e con Aristarco figlio omonimo del medesimo; e quelle di 'Av-i-arpoc della 1. 39 col celebre poeta epi¬ grammatico Antipatro di Sidone. Di questo il Cichorius studia l’ epigramma, Anthol., VII, 241, dimostrando che il d'olemeo in morte del quale esso fu scritto deve essere un Tolemeo figlio di l’olemeo VI Filometore e di Cleo¬ patra, e che più precisamente l’epigramma fu scritto nel 153 o 150. Congettura poi, senza jnetendere di dimostrarlo, che l’ordine col quale si seguono i nomi della lista sia l’ordine di età dei personaggi relativi, e si sofferma a considerare con compiacenza quanti ammae¬ stramenti verrebbero da ciò relativamente alla storia, specie della filosofia. Da un passo del- X Index Stoieorum di Ercolano, vorrebbe, diver¬ samente dal Crònert, indurre che Panaitios si trovava al seguito di Scipione nella III punica, e che alla fine di essa prendesse parte con Polibio a quella spedizione di ricognizione lungo la costa N. O. dell’Africa che è ricor¬ data da Plinio, Aù IL, v. 9. DELFI. H. Pomtow continua in Klio, 1907, pp. 395- 446 e 1908 pp. 73-120 e 186-205 i suoi Studien znr ÌVeihgesehenke inid Topograp/iie von Delphi, cominciati in Mitteil. Ath. Inst., 1906, 437-564 (v. Ausonia, 1907, p. 59). Dal primo degli arti¬ coli citati notiamo; 1’ A. fissa al 369/8 la costru¬ zione deH’emiciclo dei re d’Argo; sopra i muri della nicchia quadrata, che segue immediata¬ mente cpiesto emiciclo all’Ov. vi sono 16 testi 82 8 1 inediti, oltre gli otto già pubblicati. Degli ine¬ diti il più antico risale al iv secolo (arconte Eucrito, 324), il più recente è del 220 circa. Questa nicchia è forse un’offerta dei Beoti verso il 345. L’A. poi classifica i decreti incisi sulla base degli Etoli; gli arconti Damochares e Teuteles, Ainesidas, Aischriondas, Aristoxenos appartengono alla metà del in secolo, poiché i due primi non possono risalire oltre il 270, e i tre ultimi non possono discendere oltre il 240; Archidamos si deve porre tra questi due gruppi. A p. 442 seg. pubblica due dediche di strategi etoli ; a p. 443 un frammento di un catalogo di case appartenenti ad Etoli e donate al dio forse da M. Acilio. Dagli articoli del 1908 notiamo: L’ iscrizione ’Apystoi «véSev TàTToXXovt pub¬ blicata daH’Homolle in Bull, de Coi r. Hell., 21, 301, va considerata quale iscrizione dedicatoria non degli epigoni, come finora generalmente si riteneva, ma del gruppo dei sette contro Tebe, come ha riconosciuto assai recentemente il Bulle. (Il gruppo dei sette, scolpito da Ipa- todoro e Aristogitone, fu dedicato secondo Pausania, X, io, 3 seg. in occasione della vit¬ toria di Oinoe, la quale non va collocata nella guerra di Corinto, ma nel 456). A p. 204 seg. è pubblicata una iscrizione che contiene un rin¬ novamento di prossenia per un r“aTÓf5wpoi; Wtx,'/.ou 07ipato; sotto l’arcontato di Herakleides, circa cioè il 228 a. C. ; FA. pensa cosa pos¬ sibile che in questo personaggio si debba ve¬ dere un discendente dello scultore Hypato- doros della metà del v sec. A. D. Keraraopoullos in ’Eip'/ip, ’A^/. 1907, pp. 91-104, ricostruisce la base deir^.^ voto rappresentante la contesa del tripode, consa¬ crato dai Focesi. Su una lunghezza di 7 metri e 63 cm., si legge in lettere del iv secolo ’AtcÓIXwvi [àvéS’J'/i/.s'v S[sx,àTav. Sulla base du¬ rante la guerra sacra furono iscritti dei decreti che vennero poi martellati, e nell’86 un de¬ creto pel Focese Dion di Daulis. A. Nikitsky in Jouni. du Ministere de l’Ius- truction publique, 1906, p. 155, presenta una nuova ricostruzione della iscrizione, che Pomtow nel 1887 copiò dal muro della terrazza (A'A- ckeisens Jahrb., 1896, 760) e oonsiderò come una lettera di Perseo a Delfi. Si tratta invece di un decreto di Delfi diretto contro il re di Macedonia; la restituzione è stata di molto agevolata dalla grande somiglianza che la parte conservata di questo testo mostra colle famose rimostranze presentate al senato da Eumene II nel 172 (Liv., 42, 11-14), e che ricompaiono parte nel discorso tenuto a Perseo dall’ambasciatore C. Marcio alla vigilia della dichiarazione di guerra, parte in quello di Callicrate al «Panaetolicum ». Il decreto deve essere posteriore all’estate del 172, e più par¬ ticolarmente deve collocarsi nella campagna diplomatica in cui i Romani durante l’inverno 17 2/1 tentarono coalizzare la Grecia contro la Macedonia. Esso appare redatto sul modello di una nota collettiva di Roma e di Pergamo enumerante i torti di Perseo (cfr. Rev. des Ét. gr., 1908, p. 178). LARISA. W. Crònert in Beibl. a Jahreshefte d. Oesterr. Inst., X, 1907, col. 39-40, {Zur Namenliste der Synoikisììuisiirkunde voii Larisd) propone nelle liste dei nomi che accompagnano le famose let¬ tere di Filippo V agli abitanti di Larissa, alcune correzioni e dilucidazioni per alcuni nomi rari. PAGAI. A. Wilhelm in Jahreshefte d. Oesterr. Inst., X, 1907, p. 17-32 ripubblica il decreto di Pagai in onore di Sotele, figlio di Callinico, edito già dal Dittenberger in /. G., VII, 190. Egli si vale dell’autopsia dei due frammenti e dell’avere scoperto che alla medesima iscri¬ zione un altro ne appartiene, da lui rinvenuto nel Museo Nazionale di Atene. Sotele è ono¬ rato per le liberalità, di cui ha dato magnifica Ausonia - Anno III. [6] «3 84 prova, quando fu designato ([x.a.S'S'Trjauivo" 1. Il) [ij-ó Twv] (j’jvéfìpwv ad una carica, della quale disgraziatamente il titolo è andato per¬ duto, e quando poi entrò in ufficio. Ciò avvenne . . .](o y-yl ÒY(Wrz.0(7Tw la quale numera¬ zione deve riportarsi alla èra provinciale della Macedonia, che comincia col 148, piuttosto che alla cosi detta èra achea che dovrebbe cominciare col 147 o col 146, e sulla cui esi¬ stenza dopo le osservazioni di Th. Reinach de Con-. Meli., 28, 13) si deve dubitare. Quando la Grecia fu soggiogata da Roma, le fu applicata l’èra Macedone. L'anno che ci riguarda (81-89 di questa èra) deve dunque essere uno della serie 67-59 a. C. Le bene¬ merenze principali di Sotele sono oltre i ban¬ chetti un antisto di 500 dramme, con rinuncia agli interessi, per uno scopo non ben deter¬ minato (forse relativo alla annona, 1. 13 seg.) l’aver fatto eseguire durante la festa delle Solerle (forse in onore di Artemide) unaTU’jppQa, che finora spesso era stata soppressa per man¬ canza di fondi, e nell’averne assicurata l’ese¬ cuzione anche per l’avvenire con una fonda¬ zione di 1200 dramme (1. 14 seg., 1. 27 seg). SUARTA. H. J. W. Tillyard nel t. XII (1905-6) del- VA/ini/al of thè British School at Athcns pub¬ blica le iscrizioni rinvenute negli scavi intra¬ presi nella primavera del 1906 dalla Scuola Britannica in Atene e studia quelle già pub¬ blicate. Sono raggruppate a seconda che pro¬ vengono a) dal santuario di Arthemis Orthia sulla riva destra dell Eurota; h) dal grande altare bagnato dall’Kurota che bisogna forse identificare con quello che si elevava nel te- menos di Licurgo ; c) dalla fortezza elevata presso il teatro senza dubbio nel iii sec. d. C.; d) da altri luoghi. Notiamo: a) P. 353, 2 rilievi in calcare rappresentanti un cavallo, sotto uno dei quali si legge in caratteri liustrofedici del principio del vi secolo l’i. : ’K-avhìac rai IlapS-sv&i Biiht'/.t Fop5(ìi)a[i. P. 359 seg.; alle stele già conosciute contenenti dediche ad Or¬ thia di giovani vincitori dei diversi concorsi, se ne aggiungono 48 dei primi due secoli d. C. I concorsi sono designati così: to T.rjoAiAn p.wzv, o ; TÒ 7rau^vz.òv /.ìAviav, o : to ttocu^c/.òv ■/.z55'ripaTÓpiov. I giovanetti a io anni vengono divisi in squadre il cui capo è detto ^oayói;, a 12 anni prendono, pare, il nome di Trauìsc, e i capi quello di TwpzTÓ-j:'.?. c) P. 441 de¬ creto di prossenia in favore di Karneades, figlio di Aiglanor di Cirene e dei suoi discen¬ denti, del tempo in cui Sparta fece parte della lega Achea (188-4). P- 446: legge rela¬ tiva ai giuochi detti Leonideia, probabilmente dell’epoca di Nerva. Tra le altre disposizioni di amministrazione e di polizia, è stabilito che i nomofilachi e gli atloteti debbono cu¬ rare che la panegiri abbia luogo ogni anno dal 16 Higrianos al principio del Jacintio, nel quale periodo gli affari dovranno essere so¬ spesi ; l’appalto dei giuochi è concesso a una banca che dovrà depositare una cauzione di 30,000 denari ; sono comminate multe in casi di certe infrazioni. A questi stessi giuochi si riferisce la fine di un’altra iscrizione pubbli¬ cata a pag. 452; i concorrenti dovranno se¬ dersi al posto loro assegnato dai commissari dei giuochi, in caso di rifiuto saranno puniti con una multa di 5 denari. Il concorso gin¬ nico avrà luogo ogni anno conformemente alla legge 27 ; i nomi dei vincitori saranno incisi nel ginnasio e conservati negli archivi pub¬ blici. Conformemente alla legge sarà distri¬ buito l'olio a tutti gli iscritti. La legge è con¬ trassegnata dalla firma di 16 magistrati, del Ypaij.u.aTìù' di 3 efori, di 4 nomofi¬ lachi. d) P. 456: basi delle statue di Vespasiano, Adriano. Settimio Severo, M. Annio Floriano. P. 463; dedica di Apollonio ’j-VipSTATa; y.x'kòìt; ■/.at TCtTTio; e AtW oinochoos Leontas al loro padrone Metrodoro di Apollonio, che fu man¬ dato con P. Alkastos in Pannonia a salutare L. Cesare, senza dubbio il figlio adottivo di 85 86 Adriano, e poi ambasciatore a Roma per in¬ formare Antonino Trepi twv Trpò? ’EXsuB-spo- Xa'/torva?. Macedonia. y FILIPPI. C. Fredrich in Mitteil. Ath. Inst., 1908, XXXIII, p. 39-46 {Aits Philippi tind Umgebung) segnala delle correzioni che per la sua autopsia si possono fare ad alcuni testi epigrafici latini e greci, di poco conto, già pubblicati. T racla. BIZYE. Dawkins e Hasluck in Amiual of thè Bri- tish School ai Athens, XII (1905-1906) pub¬ blicano 7 iscrizioni inedite, tra cui notiamo una dedica ad Apollo di un Apollonio arpa- Ty)[yò; t](ov Trept ’Av^[iaX'/)]v tÓ7:oiv sotto un re Rhoimetalkes, che sembra il III, che regnò dal 3 1 al 46 ; e una dedica di Romani ad un re Kotys, figlio di re Rheskouporis, che deve essere il Kotys I, del quale veniamo così a guadagnare il nome del padre. COSTANTINOPOLI. Th. Wiegand in Mitteil. Atìi. Inst., XXXIIl, 1908, p. 145-149 pubblica II iscrizioni, le più sepolcrali Cristiane. Mesia-Dacìa. CALLATIS. E. Ritterling in Jahreshefte d. Oesterr. Inst., X, 1907, p. 307-3 II [Zu zwei griech. Inschriften róm. Verwaltungsbeamten, II) integra molto acutamente l’i. onoraria di Callatis pubblicata in Arch. epigr. Miti., XIX, 108, n. 63, e in¬ tuisce che essa va riferita a L. Minucius Na- talis Quadronius, personaggio ben conosciuto del tempo di Adriano. Ottime osservazioni sul cursus honorum del medesimo. NICOPOLIS AD ISTRUM. G. Seure pubblica in Reic Archéol , 1907, t. X, p. 413 e 428 lyNkopolis ad Istruni, Rtude historique et épigraphiqiie) un piccolo corpus delle i. di questa città fondata da Traiano nel 115 (Nikiup presso il confluente della Ro- sitza e dell’Yantra). Notiamo: n. 1-9; dediche a L. Elio Cesare, figlio di Adriano, a L. Elio Vero, il futuro imperatore, a Commodo e al fratello Annio Vero; costruzione di un S-spp.0- TcepOTXTo; nel 184, inaugurato dal legato di Tracia, Julius Castus, e dal procuratore Cl. Cen- sorino; 3 dediche a Giulia Donna; base di una statua di Gordiano, col nome del legato (forse il futuro Decio) martellato. N. 12, epitaffio di un Russia meridionale. PANTICAPAEUM. B. Pharmakowsky in Arch. Ameiger allo Jahrbuch des Inst., XXII, 1907, p. 126 seg. e XXIII, 1908, p. 164 seg. riferisce sovra la esplorazione della necropoli di questa città, diretta da W. Skorpil. Il più importante tro- vamento è una placchetta di defixio in piombo, incisa sulle due faccie. La formula è -/.axop’jfjaw seguito da una lista di nomi (notevole -/.aTO- póiioi iSvop-S'/TiV Tz spya Hevoii-Svou;). Seguono alcune stele funerarie con iscrizione, alcune del v e del iv sec. a. C. ; altre più tarde. Isole. AMORGO. Il fascicolo XII, 7 delle I. G. (Inscriptiones Amorgi et insulanan vicinarum, ed. J. Dela- marre) comprende 520 iscrizioni, delle quali 186 inedite. Notiamo; 88 S? Arci'si/ìc : X. k). principio di un decreto ono¬ rario del III secolo, in favore di Glaucon di Xasso. X. 25, princiiiio di una deliberazione di cui notevole la formula È'fVjis toì; io'jfjiv si; ’Itiovix. cfr. n. 34. N. 35, decreto fram¬ mentario del II sec. a. C. in onore di un be¬ nefattore che si è mostrato molto generoso in occasione di una festa consecrata ad Atena e a Zeus e nelle Itonie. N. 40, decreto in onore di un cittadino, che, incaricato di com¬ pere di grano, vi ha proceduto per ben due volte a sue spese. X". 120. i. funeraria che presenta curiose forme dialettali del tempo di M. Aurelio. Miuoa: N. 220, legge sacra frammentaria del tempio di Apollo Delio. N. 226, decreto di prossenia in favore di un /.wp.wrVj:, Xi- cophon di Mileto, che ha tatto rappresentare tre drammi in tre giorni. Egialc: X. 390, decreto in onore di un be¬ nefattore che ha offerto un banchetto pubblico X. 390, decreto in onore di una benefattrice. X. 403, 408, 410, condoglianze ufficiali ai figli di un benefattore. Di gran lunga più impor¬ tante tra tutte è il n. 515, grande stela tra¬ sportata da Egiale ad Atene nel 1907 e pub¬ blicata contemporaneamente da Hiller v. Gaer- tringen e Ziebarth in àpy. 1907, 190. Un’altra pubblicazione del testo con accurata traduzione di R. Dareste è apparsa in Rcv. de PhiloL, 32, 1908, p. 149-157. Si tratta di una legge relativa a una fondazione, che in 134 1. dà disposizioni circa l’uso di 2000 dramme, donate da Kritolaos, figlio di Alkimedon, per commemorare con sacrifici, banchetti e giuochi l’eroizzazione del figlio Aleximachos. L. 9-39 ; il capitale di 2000 dramme sarà posto a inte¬ resse, prestando 200 dramme per ciascuna a dieci persone al io7o che daranno per ipo¬ teca dei terreni non inferiori al valore di 2000 dramme. 11 capitale non sarà rimborsabile ; gli interessi dovranno essere pagati nel mese di Apaturion; in caso di morosità sarà imposta una multa della metà in più, e l’esazione sarà effettuata colla forza. L. 40-74: regolamento della (^7;p.o.Sro '.via. I pritani eleggeranno due epi- meleti, che abbiano passato i 30 anni; questi col denaro incassato nel mese di Apaturion procederanno alla compera di un bove, lo con¬ durranno in processione dal pritaneo sino alla casa di Callistrato e qui lo sacrificheranno. Avrà luogo un banchetto nel ginnasio, pre¬ parato e presieduto dagli epimeleti, e ad esso assisteranno tutti, cittadini e abitanti. Vi sa¬ ranno servite le carni del bove (/.péa óZop.cV?]) e il p.zX'/.pzTov ; acqua, fiori, profumi, triclini, saranno preparati gratis nel ginnasio, gli efebi riceveranno una mina di carne di porco, e a ciascun cittadino saranno distribuiti q metreti di vino, e una choenix di frumento. L. 75-107; regolamento deU’àyióv: alla luna nuova dello stesso mese gli epimeleti .sgozzeranno un agnello dinanzi alla statua elevata da Kritolao al figlio Aleximachos e depositeranno 4 semiekti di frumento ; questi saranno i premi dei concorsi che il giorno dopo avranno luogo tra i TraìSsc e tra gli averci;; del pancrazio sarà sempre pro¬ clamato vincitore Aleximachos. Questi giuochi saranno seguiti da una lampadoforia. Prima dell’agone gli epimeleti faranno il rendiconto delle spese ai pritani e al ginnasiarco, e giure¬ ranno di non aver commesso nessuno storno di fondi, l commissari uscenti nomineranno i loro successori, e i pritani in esercizio sacrificheranno una capra con una somma che riceveranno dai raixiai. U. 105-134. Altre misure pel caso in cui il debitore venda la terra sulla quale è ipotecato il suo debito ; in tal caso il compratore è obbli¬ gato lui a pagare gli interessi. E proibito asso¬ lutamente di usare il denaro ad altro scopo. L’atto dovrà essere trascritto e inserito tìq rag f^z'/.TO'JC, o'j oi [vó'JM sjì'Ttv àvaY[£Y]pap.[p.]évoi. CEO. P. Graindor, in Aliisée Belge, 1907, p. 98, pubblica due frammenti conservati nel Museo di Atene, appartenenti a decreti di Kartaia 89 90 del principio del iii secolo, il jjrinio in onore di un prosseno Philiscos di Cassandrea, il se¬ condo in onore del commissario di Filadelfo, PhilotherOs di Melo, incaricato dal re di otte¬ nere il ricupero delle somme prestate all’isola dalla banca di Deio. A p. 104 l’A. nota che il framni. 570 A di 1. G. XII, 5, si riferisce non a Demetrio I, ma a Demetrio II, protet¬ tore della confederazione delle Cicladi dal 237 al 230. eoo. R. Herzog in Archiv f. Rei. Illss., 1907, 401, pubblica un’ iscrizione proveniente dagli scavi dell’Asklepieion, della metà del ni sec. a. C., contenente delle disposizioni che vengono in¬ serite iv TO'? tipo'? vóp.oi? "Spi rav tX? àap.y.Tpo: zyvìtav /.xl tòìv '/«a^app-wv. Vi sono delle clau¬ sole nelle quali è vietato alla sacerdotessa, che deve appartenere alle chiliastys IloX^ovrìXv, di prender parte a banchetti funerari!, di entrare in monumenti sepolcrali o in case nelle quali si sia verificato nello spazio dei tre giorni pre¬ cedenti un qualche caso di nascita o di motte, di toccare carne d’animali morti di malattia o di inanizione o di soffocamento. Essa inoltre deve vigilare perchè non sia introdotto nel santuario nessuno strumento e nessuna arme di ferro, senza purificazione precedente. Non deve praticare altri sacrifici che quello pel quale il fuoco, che consuma la vittima, è spento con libazioni di latte e di miele. Seguono altre di¬ sposizioni relative alla espulsione dei cadaveri dal recinto sacro, e alle conseguenti purifi¬ cazioni. CRETA. Gortina. — G. De Sanctis pubblica nel voi. XVIII dei Mon. A/it. pubbl. dall' Ac c ad. dei Lincei varie iscrizioni, Precede le altre (col. 240 e seg.) la iscrizione dello Heroon scoperto nel Pythion, illustrato da L. Savignoni (ivi, col. 234 e seg.). Una singolarità di questa iscrizione è che vi ricorrono undici nomi di cosmi: la sua data¬ zione probabile è tra la fine del in secolo e la prima metà del ii. Da col. 297 a col. 318 sono pubblicate le altre iscrizioni del Pythion, alle cjuali l’editore premette una introduzione sovra la disposizione dei vari blocchi coperti di epigrafi, che formavano i quattro pilastri sorgenti negli intercolunni a destra e a sinistra dell’ingresso del Pythion, e sovra la cronologia delle iscrizioni arcaiche cretesi. Scarta l’ipo¬ tesi del Comparetti che prima della moneta eginetica fosse in uso nell’isola quella euboica, che alla dramma di questa misura fosse iden¬ tificata l’antica unità, il lebete, e che, dopo rintroduzione della valuta eginetica, il nome di lebete rimanesse alla dramma euboica. Crede invece che, appena introdotta la moneta, venisse stabilito un rapporto tra il lebete e la dramma eginetica, facendo corrispondere l’una all’altro. Ne segue che le iscrizioni dell’epoca più arcaica sieno, in parte almeno, contem¬ poranee all’uso della valuta eginetica nell’isola, e poiché le più antiche monete cretesi non sono anteriori al 500 circa, i caratteri più ar¬ caici si debbono essere adoperati a Gortina almeno fino alla seconda metà del vi secolo, e quella trasformazione dell’alfabeto che ap¬ pare nella grande iscrizione non può essere di molto anteriore alla metà del v. I numeri 1-12 contengono frammenti arcaici con l’alfa¬ beto della più antica età; quanto al contenuto solo questo si può dire che alcuni apparten¬ gono ad iscrizioni nelle quali si doveva trat¬ tare di multe. Il n. 16 contiene un frammento appartenente a quello stesso trattato di Eu¬ mene con alcune città cretesi, il cui principio fu già pubblicato dallo Halbherr (=Dittenber- ger, Syll.'^, 288), e il senso ne sembra che i Cretesi si obblighino a mandare ad Eumene soccorsi con duci, i quali, in caso di insubor¬ dinazione agli ordini del re, saranno rinviati a Creta e ivi puniti. Il n. 17 contiene il fram¬ mento di un trattato tra due città (forse Gor¬ tina e Cnosso dietro l’intromissione di qualche terzo come Eumene II o Tolemeo VI Filo- 92 Qi inetoie), in cui è la strana disposizione che la preda guadagnata in comune deve essere di (Quello tra i due popoli, che ha iniziato la spedizione; spetta come gli altri trattati dei pilastri del P3'thion al ii secolo, e forse alla prima metà di esso. Un. 22 (communicato dal Pariheni) contiene un'epigrafe in onore di Ca- racalla da [lorsi tra il 213 e il 217. Da co¬ lonna 3J() a col. 332 sono pubblicate le iscri¬ zioni rinvenute nella località detta .Ma'jpó-a~a, ove sorgeva un’antica basilica cristiana. Il n. 23 contiene rpiattro notazioni di prossenia (una per un 'l'olemeo d’Alessandria, fratello di d'olemeo stratego di Cij^ro, il quale è [iro- babilmente quello ricordato in Dittenberger, O/-. 117 e Poi., XXVII, 13, governatore di Cipro, sembra tra il 181 e il i6q 8) scol¬ pite su una pietra, sulla quale era stata incisa un’iscrizione bustrofedica, poi erasa: di essa però rimane un piccolo tratto: è nell’alfabeto della grande iscrizione e contiene norme rela¬ tive ai diritti di creditori ipocecarii. Il n. 24 contiene due notazioni di prossenia per cit¬ tadini romani, scolpite su una pietra nella quale a sinistra è incisa una più antica iscri¬ zione, che è stata abrasa a destra. Contiene questa un decreto della seconda metà del secolo IV o della prima del iii, nel quale si conferisce la libertà piuttosto che ad alcuni in¬ dividui, sembra, ad una classe intera di persone (i u.'/o)ÌT7.’.) e si lanciano imprecazioni contro chi violasse ipiesta disposizione. Il n. 26C con¬ tiene una notazione di prossenia per un C. Lu- tatius Crispus 'TToaruÓT/,: ll7o),òp,7.vzóc, che è forse uno dei gregari del piccolo corpo la¬ sciato da A. Gabinio in Egitto nel 55 a. C. Il n. 31 contiene i residui dei nomi di una Berenice e di un Tolemeo, che sono probabilmente Berenice figlia di Tolemeo III, e Tolemeo Fi- lopatore: si tratta forse di una dedica fatta a loro favore dal padre Tolemeo HI. Il n. 35/' contiene una lista di giorni che la città di Gortina dovrà festeggiare con mezzi lasciatile per testamento da Flavio Xenione; delle so¬ lennità alcune si riferiscono a ricorrenze fe¬ steggiate dalla famiglia di Xenione, altre a ricorrenze solennizzate in onore di Roma e della famiglia imperiale : tali il natale di Roma, il genetliaco di Commodo, di Lucio Vero, di Lucilla e il giorno della y.f7~r,r;i2 di M. Aurelio. 11 n. 59 contiene una iscrizione di manomissione della prima metà circa del it secolo a. C. R. Paribeni pubblica nello stesso fascicolo (col. 181-190) parecchie altre iscrizioni di Gor¬ tina, tra le quali notevoli il n. 9, che è una dedica posta in onore dell'imperatore Massi¬ miano da un MSp/.o? I>ó!('/',7 gover¬ natore di Creta (r.ysp.wv t’?;^ lvp/,Tr,c). Lo stesso personaggio è autore della dedica a Galerio già pubblicata dallo Halbherr in Am. Jounial of Arch., 1898, p. 85. Le due iscrizioni vanno poste tra il 292 e il 305. Kaniilari. L’iscrizione n. 12, pubblicata dal Paribeni (ivi, col. 190), che contiene una dedica ad Artemide, dà modo di appurare l’ubicazione di un santuario di Artemide, che doveva sor¬ gere appunto ove oggi è la chiesetta della Panagli ia. Ini. La iscrizione n. 13 pubblicata dal Pari- beni (ivi, col. 191 seg.) contiene i resti di due decreti, di cui alcune frasi hanno qualche ana¬ logia con frasi usate nei decreti cretesi del- l’asilia di Teo. Notevole nel primo di questi decreti alla 1. 3 la menzione dello ispòv xa; t-DiOO’jxa?, che deve essere la ninfa Thelpusa dalla quale, secondo Paus., Vili, 25, 2 avea preso nome la città di Thelpusa in Arcadia. Il secondo decreto riguarda il rinnovamento di un trattato; è notevole alla lin. 5 la menzione tJA.ic, 'Ap/.ii^wv, la quale tenta a porre il con¬ troverso sito di Arcades presso Ini. Il n. 14 (ivi, col. 195 seg.) contiene i resti di un atto del quale sfugge il contenuto, ma che doveva essere importante a giudicare dai molti nomi di magistrati usati per la datazione. 93 94 tra cui quello del proconsole alla 1. 3, che è un ignoto L. Silius. Lyttos. A questa città e al suo territorio appar¬ tengono le iscrizioni pubblicate dal Faribeni (ivi, n. 16-26, col. 198-205). Tra esse la più im¬ portante è il n. 22, in cui la città di Lyttos e suoi alleati rinnovano nel mese Artemisio del 249 a. C. col re Antioco II [t/;v TTpjouTràpyo’j'j'xv zÙTw T£ x.ai Toi TCaTpi 'piliav '/.ac cup.p.ay cav. DELO. P. Russell, in Bull, de Corr. Hell,., XXXI, 1907, p. 334-373, pubblica varie iscrizioni, che, ritrovate molto tempo fa, erano state traspor¬ tate nel Museo di Mikonos e solamente da poco tempo sono state riportate al luogo di provenienza. La più parte sono inedite. No¬ tiamo; n. I, dedica di un sacerdote di Afro¬ dite, in base della quale si può stabilire il sin¬ cronismo tra l’arconte Lenaios e l’epimelete Xenon. Per varie ragioni nasce il .sospetto che l’arconte Ateniese non entrasse in carica contemporaneamente coll’epimelete e il sa¬ cerdote di Serapide, ma qualche tempo prima. N. 2: dedica degli Ateniesi ad un L. Cal- purnio Pisene crpar'/iyo? àv^uTuaTo; (console dell’anno i a. C., proconsole d’Asia sei o sette anni più tardi, già conosciuto per alcune iscri¬ zioni di Pergamo e di Stratonicea). È impor¬ tante notare come il titolo (jTpaT'/iyò? àvS-'jTraTo; esistesse ancora al principio dell’ epoca im¬ periale, contrariamente all’idea del Foucart {Rev. de PhiloL, XXIII, 1899, p. 260 seg.), che lo faceva disparire con Siila. N. 3; de¬ creto dei nesioti per Sostrato, l’architetto del Faro; appartiene alla prima metà del regno di Tolemeo Filadelfo e deve essere anteriore a quello di Nicuria. I grandi onori che ven¬ gono decretati a Sostrato (tra cui una corona aurea di 3000 drachme, da esser proclamata [toI?] TcpwTO'-; llToXeu.atstot;) dimostrano che egli non fu solamente abile ingegnere, ma che giuocò una parte politica importante presso Tolemeo Filadelfo, e si trovò così implicato nella storia delle Cicladi. N. 4 e 5 ; decreti di prossenia in onore di \aipÌT'/i; M’jppivo'j'Tio?, e di KaX}.ia; IvaÀXiTTTCO'j Bopatsu;-; debbono essere dell’epoca amfizionica, della seconda metà cioè del iv secolo. N. 6 ; id., in onore di Nikomachos Ateniese, che deve es¬ sere lo stesso ricordato come poeta comico in Bull.de Corr. Hell,, VII, p. 13, nella prima metà del ni secolo. N. 7 : id., in onore di Era¬ clito di Calcedone, àvayvw'jsi? tw .Stsw tto'.oÙ- p.svoi;. N. 869; id., in onore di abitanti di Cartaia, il primo dei quali è proposto da T/iXs[zv'/1'7to; ’Apt'TTSùVj'j, onde l’editore (p. 355) riprende la questione dei due personaggi di questo nome, e dal suo studio, vigoroso di argomentazioni cronologiche e paleografiche, risulta che i decreti, pei quali è possibile una verifica vanno attribuiti ad un Telemnestos, la cui carriera politica si estende tra la fine del m secolo e il principio del 11. N. io; id., in onore di ’Apt'jTsi^'/jq T'/iasizv/^ttou, che forse è il padre di T’/iXép.v/ì'TTo? ’AptcTst^ou. Se¬ guono alcuni complementi e correzioni ai decreti pubblicati nel 1904 e nel 1905; Bull, de Corr. Hell., XXVIII, p. 108, n. 2, completa, IV, p, 321 e XXVIII, p. 281, n. 9 completa, XXVIII, p. 138, n. 34; ivi il titolare non va letto 'IIpócrTpaTO? ma Hys 7TpaT0i;. Il ravvicinamento di queste due iscrizioni è fatto anche da) Wilhelm in Hermes, 1907, p. 330-333. Nel decreto sono esentati i beni che Hegestratos potrà posse¬ dere a Deio o a Renea da qualsiasi sequestro da parte (1. 14 seg.j p,r,^è twv Trpòi; tÀ'z ttóXov 7[uv]'/iXXayÓTWv, p.rif^è èàv Tt; [ùajrspov uuvaÀ- XaH'/ii. Infine a p. 372 è pubblicato un de¬ creto in onore di un Ateniese, proposto da Mv'AaaX'/.o- TsXòcapyùVju, che forse è il propo¬ nente stesso del decreto in onore del re Fi- locle, Bull, de Corr. Hell., IV, p. 321. Ivi a p. 374-377 M. Holleaux pubblica il decreto che risulta dal congiungimento della 95 isciizionc pubblicata nello stesso [ìeriodico XXIX, 1905, p. 201. n. 65, con un frammento rinvenuto dall' Homolle nel 1885. e descritto nel Rapport del 1887. In esso una città straniera, della quale purtroppo non è possi¬ bile r identificazione, onora un Mv/j^aA/.Ci; Delio, suo prosseno perchè in un momento di carestia ha trovato modo di far giungere in città due carichi di grano, che invece erano stati sequestrati in Deio da debitori, ed ha inoltre prestato denaro a buone condizioni. M. Holleaux nel suo rapporto sui lavori della scuola d’ Atene nel n)oG {Compt. re/ti/. de f Ac. dcs Insci'., 1907, 335-371 dà l’indicazione di alcuni testi importanti: notiamo la dedica del grande portico al nord del Temenos, di re Antigono Gonata; e una iscrizione della fine del iv secolo: 'rpiTOTraTwp I I'jpp7./,n^òjv. L. Hizard e P. Russell pubblicano in Bull, de Corr. lieti. , 1907, p. 421-470 altre iscrizioni venute alla luce negli scavi eseguiti a spese del duca De Lotibat. Notiamo: n. io: decreto di rinnovamento di prossenia. N. 17: decreto attico iv. sotto Atene). N. 18: frammento as¬ sai mutilo che permette di aftermare che l’isola ebbe relazioni 1 oltre che con la compagnia degli artisti Dionisiaci della Ionia e deU’Rlle- spontoj con la compagnia degli ardsti Dioni¬ siaci dell’Istmo e di Nemea. N. 20: dedica in onore di un Alessandro di Filippo, che forse è Alessandro Alagno, fatta però, ad ogni modo, vario tempo dopo la morte di lui. N. 22 : Ivap’j'JTioc consacra un ex voto a Dio¬ niso 777.(7'. 7007, V/77,7 /,7.Ì V'././77.0, CÌoè aveildo istruito (certo in occasione delle Dionisiej tutti i cori (quello dei fanciulli come (pielli degli attori tragici e degli attori comici), e avendo quindi preso parte a tutti i concorsi di coregi, e avendo in tutti trionfato. N. 26: dedica ad Apollo di una statua dell’ateniese Menodoro, figlio di Gneo, che era stato vincitore nei quattro grandi giuochi della Grecia. Su di un’altra placca sono incise quattro file di nove 96 corone ciascuna, delle (piali le ultime quattro ricordano onori accordati dagli Ateniesi, dai Rodii, dai Tebani, e da un re di Cappadocia, Ariarate (forse il V), tutte le altre invece ri¬ cordano vittorie riportate da Alenodoro, e re¬ gistrano il nome dei vari concorsi e delle feste relative. N. 27: dedica di efebi sotto l’arcon- tato di [Xw7i]'/.p7.-o'j, che gli editori, contra¬ riamente alle idee del Ferguson e del Kirchner, sarebbero proclivi ad assegnare al 135/4 o 134/3. N. 29: dedica che ci fa conoscere l’ar¬ conte Menedemo, il quale viene con grande probabilità a collocarsi tra la fine del ir e il principio del i secolo a. C. N. 30 : dedica la- tino-greca del laconicinn offerto agli Italici dai liberti di L. Orbio. N. 32: dedica di dieci Competaliasti (forse del principio del i secolo), nove dei (juali appaiono liberti o schiavi di Romani ; uno, schiavo o liberto di un greco. N. 33: dedica degli Apolloniasti. N. 35/;: de¬ dica della città di Laodicea in Fenicia ad onore di Antioco Vili Gripo, datata col 110/9, per avere ottenuto da questo sovrano r77'j)a'a, N. 35^?-48: varie dediche del collegio dei r>/pÓTiO'- (llo7S'.fìwvi7.7T7.i), o cU suoi membri (cfr. S. Reinach, in Bull, de Corr. HelL, VII, p. 467). Seguono n. 49-51: dediche di perso¬ naggi greci ignorati; n. 52-58: dediche in onore di personaggi romani ; n. 59-67: dediche a divinità diverse; n. 68-71: cataloghi dei quali va notato il primo, che contiene assai proba- liilmente i nomi dei contribuenti al ristauro dell'agorà degli Italici, subito dopo il sacco deir88 a. C. (le somme variano da 600 a 50 dramme ; tra i sottoscrittori figurano greci di yVsia, cittadini di Chio, di Salamina di Cipro, di Cnido. di Sidone, di Tiro, di Atene, di Deio, Italici e molti Romani) ; n. 72-74 e n. 75- 79: iscrizioni funerarie e diverse, insignificanti. F. Diirrbach, in Bull, de Corr. lìell., 1907, p. 208-227 (’/VvT'.yóvsiz A/a/Tps£'.7.) riporta de¬ cisamente al 306 l’istituzione delle Demetrieia, che vengono stabilite sul modello delle pree- 97 98 sistenli Antigoneia nel decreto dei nesioti, da lui stesso pubblicato in Bull, de Corr. Nell., 1904, p. 93 seg. In quell’anno dunque De¬ metrio Poliorceta fu associato nel culto del padre, in onore del quale erano state istituite le Antigoneia, verso il 314. Ne risulta che l’Amfizionia delle Cicladi si riformò quando per opera di Antigono fu posta fine alla do¬ minazione d’Atene su Deio, e che cioè la con¬ federazione dei nesioti fu fondata prima di quanto si ammetteva sin qui. William Scott Ferguson, in Klio, VII, 1907, p. 213-240 (Researches in At/ienian and Delian Documents), stabilisce al § 2, p. 215, che si può accertare che fra i vari sacerdoti posti da Atene nei tempi di Deio tra il 167 e l’SS a. C., per quelli dei grandi dèi, di Serapide e di Afro¬ dite valeva questo sistema che la stessa tribù la quale in un determinato anno forniva il primo di questi sacerdoti, nell’anno successivo do¬ veva fornire il secondo, e in quello successivo ancora il terzo. Scoperto questo sistema, l’au¬ tore può assegnare alle loro date rispettive i sacerdoti conosciuti per questi culti tra il 161 e rSq/S. Al § 4, p. 226, constata, sulla base delle dediche e dei monumenti, che sulle due rive deirinopo esistevano due recinti consa¬ crati alle divinità straniere. Il primo conteneva un /laos di Serapis-Isis-Anubis, dedicato dagli Ateniesi nel 135/4, uno di Anubis, inaugurato nel 130/29, uno di Isis (128/7) e di Adad e Atargatis (elevato nello stesso anno da Achaios di Jerapoli, donato da lui ad Atene e amministrato da un sacerdote nominato an¬ nualmente dal sinodo degli lerapolitani), uno di Afrodite Agne (127/Ó), uno di Isis Nemesis (inaugurato nel 110/9 dal sacerdote di Serapide in nome degli Ateniesi e del re Nicomede II, e a spese di quest’ultimo). Il secondo conte¬ neva, per lo meno, un Eracleio anteriore al 159/8, un Kabirion anteriore al 141/40, un naos di Poseidon Asios, elevato nel io i/o. Al § 5, p. 230, FA. data approssimativamente dieci sacerdoti di Serapide che egli non aveva po¬ tuto datare in una sua precedente memoria. La lista di (|uesti sacerdoti termina col 110/9, e fu compilata in quest’anno, a partire dal quale termina la rotazione delle tribù per i sacerdoti di Afrodite; questa poi cessa anciie pei sacerdoti di Serapide, ma non prima del 103/2. Al § 6, p. 234, sulla scorta dei pre¬ scritti dei decreti e delle dediche, appura che la cleruchia ateniese stabilita a Deio nel 167 coi suoi epimeleti, la sua assemblea e il suo consiglio, si dissolvette nel 13 i/o, quando la rivolta degli schiavi, che scoppiò nell’isola in correlazione colla grande rivolta di Sicilia, e con quelle di Roma, di Atene e di Asia (v. Diod., XXXIV, 2), diede modo agli altri coloni e ai Romani, sempre più ricchi e nu¬ merosi, di introdursi nell’assemblea in concor¬ renza coi cleruchi ateniesi. Sorge così la for¬ mula ’AS'Tjvat&iv oi y.7.xoi'A.omrtq èv A'/iXwo y.xi ol Ip.~op0i '/.ai ot vaó/.X'/ipoi '/.ai 'Poip.aiwv '/.ai Twv àXXwv cs'JWV oi TrapsTrt^'/ip.oùvTEC Èv A'/Xw, alla quale, a partire dal 118/7, subentra "A^r,- vaiwv '/.ai 'lh-j[aaicriv '/.ai twv aXXoiv cÈvcov oi TrapsTruìrjp.oOvTE?- Èv A'/;Xw, ’Aj'/ivaiwv '/.ai 'Pwp.aioiv '/.ai tcov aXXc-iv 'LXX'/,vwv oi x.aTOi- '/.oóvTs;- '/.ai 7;ap£7:i^'/)[7.oCivTS? Èv AyjXw. Dopo l’invasione di Mitridate (88 ) si ha la formula « Italici et Graeci qui Delei negotiantur »; solamente quando l’isola fu restituita dai Ro¬ mani ad Atene, si ritrova la formula '0 S‘?)p.o; ’x\S''4vaÌMV '/.ai oi '/.aTOi'/.oùvTó; t'/jv vfjoov. A. Mommsen, in Philol., 1907, p. 433-458 « Apollon auf Delos » , studia il culto di Apollo in Deio sulla base delle fonti così letterarie come epigrafiche. Notevole specialmente la dimostrazione di questo che le Delie del 7 Targelione stabilite dagli Ateniesi nel 426 fu¬ rono sostituite dalle Apollonie del mese Hiéros nel tempo dell’indipendenza dell’isola (305-167), e vennero poi reintegrate nel 167. W. S. Ferguson in Classiceli Philology, II, 1907, pp. 401-405 {Notes on Greek Inscriptions. Ausonia - Anno III. [7] 99 lOO /. A7-iarathes T and Quee)i isysa') sostiene che l'Ariarate il quale figura come ÌT.'.'j.tKr~'r,z, iu.-Ov’O'j nell'i. di Deio pubblicata dal Diirrbach in Bull, de Corr. HelL, XXIX. p. 227. e da¬ tabile al 130 c. (cfr. Kirchner in Zeìtschr. /• Xumism, XXI, 1898, p. 84 segg. e 92 segg.), non può essere nè l'Ariarate VI nè il V. Il primo nel 130 circa sarebbe stato troppo gio¬ vane (morì nel in, ma non pare sposasse prima del 116, e parvulus lo dice nel 130 Giust., XXXVII. I, 2 . Il secondo fu in Atene solo nel 178. mentre, poiché l'epimelete di Deio dovette essere un Ariarate principe, ma non re. avrebbe potuto rivestire quella carica solo dal 166 al 164 Deio fu assegnata ad Atene nel 166. e Ariarate V sali al trono nel 163): è improbabile che gli Ateniesi lo nominassero, mentre era assente da Atene ed inoltre in quegli anni era necessaria la presenza rii lui nel regno del padre. X'on resta che pensare che l’Ariarate delliscrizione di Deio sia un altro figlio di Ariarate V, il maggiore forse. Il matrimonio di Ariarate V con Xisa (vedi Dittenberger, Or. Inscr.. 352) vuole essere collocato circa il 152. (Nisa probabilmente è la figlia di Farnace del Ponto, che nel 171 a. C. sposò’Xisa, nipote di Antioco il Grande , l’Aria- rate dell'i. di Deio sarebbe nato nel 15 1 e la sua epimeleia va posta nel 132 1. Figlia di Ariarate V fu forse anche quella Xisa. che sposò Xico- mede III, e fu madre di Nicomede IV (che alla sua volta sposò Xisa figlia di Ariarate VI . J. Sundwall invece in Klio, 1907, 455 seg. vuole che P ’A ;',7.27..2r/,; èy.TTOoio'j vada identificato con V \Kzv/.zy.dr,z -■// 7— r.TTLo: che appare in una lista di pitaisti nel 128, 7 Bull. Corr. fieli., 30, 200 . Egli non sarebbe dunque il figlio di Ariarate V, ma un figlio che Attalo II avrebbe avuto da Strato- nice sorella di Ariarate V i, poco dopo il suo avvento al trono nel 159. Per non creare com¬ petitori al figlio che Stratonice avrebbe avuto da Eumene II (il futuro Attalo III), Attalo II avrebbe fatto allevare in Atene questo Ariarate. EGINA. E. Pfuhl in Ardi. Anz. dello Jalirb. d. Inst. 1907, 129, pubblica una stela di -LviXipr^ . yij'70'. che è senza dubbio un soldato o un funzionario del tempo della dominazione attalica. EUBEA. Calcide: A. V ilhelm in lahreshefte d. Oesterr. Iiist,, 1907. 30, ritorna sull’iscrizione dei tecniti da lui pubblicata in Bull, de Corr. HelL, XVI, 92: in principio deve essere registrato oltre il nome dell’ quello del sacerdote di Dioniso. Lo scultore Zoilos è forse lo Zoilos menzionato in una iscrizione di Deio della fine del secondo sec. a. C. Aedepsos. G. A, Papabasileiou pubblica in dyr.y.. yy/- i907> 11-18 alcune iscrizioni tro¬ vate anteriormente nelle terme; notiamo le basi di Adriano e di Settimio Severo elevate dal dlyj.'j-, un epitafio metrico di un Dio- genianos Xe'/.ou.v-.^ìX. che, dopo molti viaggi in mare è morto ad Aedepsos. IMBRO. C. Fredrich in Mitteil Ath. Inst,, XXXIII, 1908, pp. 90 95 ripubblica 18 iscrizioni bi¬ zantine. LEMNO. E. X'achmanson in Mitteil. Ath. Inst., XXXIII, 1908, jip. 47-64 {Die vorgriechischen Inschriften von Lemnos) espone i risultati della revisione del testo delle due famose iscrizioni pregreche di Lemno, revisione che finalmente è stata possibile, dopo che il sig. B. Apostolides ha fatto generosamente dono della stela da lui acquistata al Museo X^azionale di .Mene, ove ora figura nella sala dei trovamenti di Argo (v. anche nello stesso periodico, pp. 65-74, G. Karo Die ‘ 7'yrsenisclie ' Stele von Lemnos-»'). lOI 102 RODI. Lindo. Blinkenberg e Kinch pubblicano in /*///. de l'Acad. de Danemark, 1907, 21-47, i' (luarto rapporto sulla esplorazione archeologica (li Rodi (fondazione Carlsberg ; cfr. Hiller v. Oaertringen in.5^r/. W'ochetischr 1907, 758-760). Sulla poppa di una diere scolpita, di grandezza quasi naturale, e che serviva di zoc¬ colo ad una statua, forse simile alla Vittoria di Samotracia, si è trovata incisa una i. dedi¬ catoria, in cui è detto che essa è stata elevata in onore di Hagesandros Mikionos. Sono an¬ nunciate varie altre scoperte epigrafiche tra cui quella di un decreto del i sec. a. C. conte¬ nente la storia leggendaria della fondazione del tempio, il resoconto delle diverse apparizioni della dea, e la lista dei benefattori del tempio. XENO. P. Graindor pubblica in Musée Belge, 1907, i-io varie iscrizioni, per lo più decreti di pros- senia ed elogi. Il n. 20 contiene frammenti di documenti relativi al diritto di asilo del Poseidonion emananti da Gortina e Tylissos di Creta (fine del iii secolo). Notevoli anche alcune dediche, ed alcune iscrizioni funerarie, e alcune correzioni e supplementi a decreti già pubblicati. Lo stesso autore ivi, p. 107, pubblica una dedica a Serapide e Iside di alcuni Rodii, che hanno combattuto sotto l’arconte Deinokles e il trierarco Timoxnos verso il 180. Seguono due frammenti di stele che riferiscono le li¬ beralità fatte da arconti e da stefanefori in occasione dell’erezione di loro statue. AV. Crònert in Beibl. a Jahreshefte d. Oesterr. Inst., X, 1907, col. 41 e 42, propone alcuni nuovi supplementi all’epigramma che P. Grain¬ dor trovò in Teno inciso su di una meridiana fatta su modello di Andronikos Kyrrhestes, e pubblicò in Musée Belge, X, (1906), p. 359, Asia Minore. EFESO. R. Heberdey pubblica in Beibl. a Jahreshefte d. Oesterr. Inst., -X, 1907, col. 68 segg., due iscrizioni incise sulle due superfici esterne del pilastro d’angolo S. E. del portico dorico, re¬ centemente scoperto negli scavi di Efeso, estendentesi per una lunghezza di m. 150 dalla porta di Mitridate all’angolo meridionale del teatro. L’i. A. contiene un brano della parte centrale di un atto che disgraziatamente non si può datare con precisione. Si tratta di istruzioni date a magistrati relativamente alla amministrazione della giustizia. L’i. B. con¬ tiene la chiusa di un rescritto del III anno dell’im]). bizantino Tiberio, con datazione com¬ posta in latino e meccanicamente trascritta. E. Ritterling in lahreshefte d. oest. . Ardi. Inst., V. X, 1907, p. 299 {Zìi Zivei griediischen Insdiriften r'ómischcr Venoaltungsbea/nten) pub¬ blica una iscrizione dedicatoria in onore di Ti. lulius Celsus Polemaeanus, contenente il suo cursus honorum. Essa permette di attri¬ buire allo stesso personaggio l’i. di Sardi, Le Bas III, 727 (Waddington, p. 206; Schmid! Mitteil Ath. Inst., VI, 147 segg). Tra'le varie cariche vi è quella di r.'stJpz'i-'r,’:,... ÈTrzpyi'.cov K7.T:7:a§o'z.ia; V Zk'r.d.y.:, llóvroo Il'.'j'.Sia; Tly.- ’ Xou.Z'i'.y.'. L’editore dimostra che tale carica come pel caso di C. Antius lulius Quadratus, non si deve identificare con quella di governatore, ma con una molto inferiore, che egli vuol paragonare a quella del legatus juridicus, che presso a poco nello stesso tempo si trova nella Spagna citeriore e poco dopo nella Britannia. Questa carica sarebbe stata istituita al tempo della riorganizzazione delle regioni dell’Eufrate compiuta da Vespasiano, che, come si sa, riunì sotto un sol governatore tutte le provincie non senatorie al Nord del Tauro. L’editore studia poi particolarmente il cursus honorum di Ti. lulius Celsus Polemaeanus. 103 104 1AS(.). 'l'Ii. Wiegand in Mittcil. Af/i. Inst., XXXI li, 1008, p. 157, 11. 17, pubblica un'interessante iscrizione sepolcrale bizantina del protopresbi¬ tero Hesychios con giuochetti numerici. MILETO. E apparso il 2“ fascicolo della illustrazione degli sca\ i di Mileto. diretta dal t\’iegand. Il titolo è Das Rathaiis von Milct, von Hubert Knackfuss, Berlin, 1908. Vi sono pubblicate 30 iscrizioni che jrrovengono dagli scavi del buleuterion. Noteremo: N. i e 2, dedica del¬ l’edificio da parte di un Timarco e di un Era- lide ó— 20 ''.p'j.nCkU'ìC, ’Avrujyo'j (cfr. J. Reinach in Rcv. des FJ. gr., 1908, 197, n. I, la dedica deve collocarsi nel 166-4). N. 3, Rescritto di un propretore d’Asia, cer¬ tamente (1. Minucitis 'l'hermus contenente delle disposi/ioni circa il pagamento di un prestito l)el (piale l'interessato principale (1. 39 segg.) [Mapx,(')]'- K'./.2p[(ov]', c’jvToyiijv ìiyapi'7T(jc [ri Tay].3r2VTa ùuvT'/ipòrv tz ètc ép[&i [j.r, ?] 'k'jv.'i. Questo Cicerone, piuttosto che Q. Tullio Cicerone, propretore d’Asia, nel 51-58 deve essere, come è dichiarato dal su[)plemento proposto, l’oratore il quale, (piando si recò a prendere il governo della Cilicia, che tenne nel 51-50, si fermò in Efeso. La chiusa di (piesto rescritto è stata rinvenuta anche in Priene {Inschr. v. Priene, n. 105). N. 4, fram- meiiti di lista di sottoscrizioni dell’epoca da Augusto ad Adriano, destinata al culto impe¬ riale; variano tra 1500 051 denari. N. 7, fram¬ menti di varii decreti provenienti dal Seba- steion, che si elevava al nord del buleuterion, in onore di Epicrate figlio di Apollonio (il quale nel 76 a. C., in occasione della famosa avventura di Cesare coi pirati divenne suo ospite e ottenne la cittadinanza romana), il figlio (li lui Apollonios e i tre nijioti Epicrate, Eucrate ed Apollonio, i quali tutti hanno reso grandi servigi finanziari alla citta, al tempio di Apollo e a (piello di Augusto. N. 8, i. incisa sotto i piedi di una statua arcaica: [’AvJzQpàvf^p'j in caratteri della fine del vii secolo a. C. N. IO, decreto della confederazione ionica a favore di Hippostratos di Mileto, le prime linee del quale già erano conosciute per un esem¬ plare rinvenuto a Smirne (I)ittenberger, Syll. Inscr. Gracc., 189). N. 11, dedica fatta circa il 200 a. C. dalle città cretesi di Asso, Cortina, Eleuterna. MYRI.A. E. E. Ilicks juibblica '\w fourn. of He/l. St., XXVII, 1907, p. 227 .seg., due iscrizioni del Il sec. a. C. contenenti dediche di devoti ad che nella prima delle due i. ha gli epiteti ’l'l-'R^auppo ll£pYapr,v(p 'Lcóp'jyz. /■aToc/.oOvT’., nella seconda quello di A'Qojp'iYcirr,. Si vede che vicino o dentro il santuario scor¬ reva un canale di acqua pura recata da un condotto (r^Cipuc). PERGAMO. H. Hepding publilica in Mitteil. Ath. Inst., 1907, pp. 241-377 le iscrizioni le quali sono state rinvenute negli scavi degli anni 1904 e 1905. I lavori principali di queste campagne, come espone il Dòrpfeld, nello stesso perio¬ dico, sono stati: 1° Prosecuzione dello scavo della pendice meridionale della città tra la agora inferiore ed il ginnasio. 2° Ulteriore sco¬ primento del ginnasio. 3" Esplorazione del teatro greco dell’Acropoli. 4“ Sgombro della via tra il grande altare ed il tempio di Atena. 5" Scavo dei tumuli della città bassa. Considerevole e di notevole importanza è stata la messe delle iscrizioni. Tra i decreti notevoli i n. 4 ed 8 in onore di un cittadino altamente benemerito AuP^wpog ’lIpofiaV/j lla- (j-zGoc, al quale si riferiscono anche le dediche pubblicate sotto i n. 36-39 (pp. 3 13-315), e che 105 io6 ora si riconosce con sicurezza dover essere il titolare dei decreti n. 256 delle Inschrifte?! voti Pergamon e Mitfeil. Ath. Insf., XXIX, 1904, p. 152 seg. (Interessante è lo stesso nome llxaTzipoq, da cui deriva l’epiteto IlarrTràptO!; per Apollo). Tutte queste iscrizioni debbono, secondo l’editore (p. 248), appartenere ai primi anni dopo la morte di Attalo III, per questa ragione principale, che nella iscrizione Mitfeil. Ath. Inst., XXIX, 1904, 152 seg. 1. 19, 36, 47, e nel frammento n. 8 bc delle più recenti iscri¬ zioni si vede ancora fiorente e vitale il culto degli Attalidi. Il decreto n. 4 celebra special- mente i meriti politici di Diodoro, ma è pur troppo assai guasto nelle prime linee, dalle quali certamente sarebbe stata gettata qualche luce sulle vicende dei primi anni della domi¬ nazione romana in Asia. Ma anche dal de¬ plorevole stato attuale dell’iscrizione si può dedurre che Diodoro ha acquistato le sue be¬ nemerenze specialmente in un Viaggio a Roma, nel quale è riuscito ad assicurare colla sua intercessione grandi vantaggi ai propri concit¬ tadini (cfr. n. 8 a., col. II, 1. 14 seg. e 27 seg.) tra i quali si posson decifrare l’esenzione dal provvedere i quartieri di inverno alle truppe romane, (1. 8-10), e sgravi di indole tributaria (1. 11-12). Egli si è dovuto anche curare di certuni fatti prigionieri da Mitridate (1. 13: y,at TOÌiQ jii'ous tcSv àvsop7)piv6iv òtto I\U5pa- rì[àTOu], il quale, se è certa la suaccennata da¬ tazione della nostra iscrizione deve essere precisamente Mitridate Evergete, che, come è noto, aiutò i romani a domare la ribellione di Aristonico. I decreti pubblicati sotto il n. 8 celebrano le benemerenze che Diodoro si è procacciato per via della munificenza con la quale ha esercitato, dopo il ritorno dalla sua ambasciata a Roma, la ginnasiarchia. L’anno di questa, se è giusto il supplemento dell’edi¬ tore a colonna I, L 50- [yuji.va'TiapyiÓG’zvTa v.yXSìq Tcìiv Ts] v£(ov y,ai TupsapuTSpojv sv toì? évv£a[x,at£c/-oc>TO~^ Nr/.'/iipopica; xoO 'jrjecpzvÓTOu àyòivo;, sarebbe il 127 a. C. Quando Diodoro assunse la carica di ginnasiarco, il ginnasio dei giovani si trovava in pessime condizioni (1. 13). Diodoro restaurò il TuspiTraTo-, eresse un nuovo y.ovt'jTyp'.ov con innanzi un’esedra marmorea (1. 19 seg.), e presso di essa collocò un bagno (1. 21 seg.). Gli onori che i concit¬ tadini nello slancio della gratitudine seppero conferirgli superano ogni misura: sono insieme onori umani e divini, (v. 8 a, col. II, 1. 38, p. 262), e questi ultimi offrono notevole inte¬ resse per lo studio del culto degli evergeti. Nel decreto n. 4 gli vengono ordinate due £Ìz.óv£c di bronzo e di oro e un zyaAp.z di marmo (1. 25-26, l’editore a p. 250 sostiene che per zyaT'za si debba intendere un’imma¬ gine destinata al culto); questo zyzÀjzz dovrà essere eretto èv tw, x.zTacrx.s'jaijS'/i'TOjzévwi vzon (1. 29), questo tempio sorgerà in un réu-ìvoi;, che sarà a lui consecrato év «bDsry.ipslai e chia¬ mato àtof^wpswv (1. 41, cfr. 1. 52; l’editore a p. 255 nota giustamente che questa Fileteria non deve essere il castello fondato da Eu¬ mene I presso rida, ma o un borgo assai vicino a Pergamo, o un quartiere di Pergamo stesso); gli si conferisce inoltre il privilegio di offrire gli incensi nelle adunanze del senato e del popolo (1. 34-35); è proclamato giorno sacro r8° del mese Apollonio perchè in esso giorno egli tornò dalla sua ambascieria a Roma (1. 36) ; egli è elevato ancor vivente ad ripoi; STrwvup.oi; di una file (1. 37); è costituito per lui uno spe¬ ciale sacerdote (1. 38); ed il nome di questo dovrà essere registrato nei prescritti dei do¬ cumenti dopo quello del sacerdote di Maniò (Aquilio, l’organizzatore della provincia d’Asia; 1. 39); nel decreto 8 a col. I 1. 35 viene ordi¬ nato che in suo onore una delle oix-ot del gin¬ nasio sia trasformata in un’esedra e che in questa gli venga consecrato un yyaXrza p.zpy.zpivov, affinchè egli cóvS-povo*; tu toIc, x-arà 7raA[y]i- GTpav [5soÌ5 (1. 44 seg.), in col. II viene ordinato che il tspo7.“?ipuc nel pritaneo e nelle feste elevi preghiere per lui subito dopo quelle per Manio Aquilio (1. 23 seg.), che a lui spetti il privilegio io; io8 di oftrire gli incensi nel pritaneo e nelle feste []. 26 seg.\ e che egli sia coronato nel teatro in tutte le feste ^1. 31). Dal decreto successivo della stessa colonna (II, 1. 44 seg.) si vede che Diodoro si addossò lui le spese della co¬ struzione deH'esedra e della statua (1. 66 seg.). Il decreto n. io è in onore del ginnasiarco Metrodoro, al quale tra gli altri |)rivilegi è concessa la y.'iz—\a~y.'bu.v.y.. cioè l’esenzione daU'acquartierainento, evidentemente di ti lippe romane; questo obbligo specialmente nei primi tempi della dominazione romana, ai (piali ri¬ sale il nostro decreto, dovea essere considerato assai grave. Al medesimo periodo risale il de¬ creto n. 1 1 in onore del ginnasiarco Stratone, che assai probabilmente è il tìglio di ipiello Stratone, (rTparriyò:: t/,; \£ppov7,i7oij y^x\ zò'yj v^y.-y. T/-,v Hoaix,'/iv tÓttwv della famosa iscrizione di Sesto, Dittenberger Or h/scr., 330. Peccato che anche tpiesto decreto sia molto frammen¬ tario, che altrimenti ci insegnerebbe certo anche esso (_pialche cosa sulle vicende dei primi tempi della dominazione romana. Nel fr. b-f, 1. 5 è parola di —rj'Kz, a nomi di eroi Aio)u';, Max.apt;, lIìAo-fc, ’V-rìkz'Siic, e forse anche Kpirojvfc; a nomi di dinasti ’ArTaXfi;, Ròp-svìia e O'./sTy.'.pL; a nomi geografici FJ/^oiq e L’editore dice che questo numero insolito di 13 o 14 si può spiegare solo supponendo che ad un primo nucleo originario di tribù altre se ne aggiungessero nel corso del tempo, e conside¬ rando che i nomi di tribù derivati da quelli di uomini debbono appartenere alle più recenti formazioni, si ritiene autorizzato all’ipotesi che l’istituzione delle tribù in Pergamo non fu opera degli Attalidi, ma precedente. Ed egli sostiene che la si debba riportare ai Gongilidi, come che a questa richiamino i nomi o {-yr/iyJA. P. Groebe in Mitteil. Ath. Inst., XXXIII, 1908, p. 138-140 (Rómische Ehreninsc/irifteii) iden¬ tifica i titolari delle iscrizioni n. 408, 429 e 431 delle Inschr. v. Pergamon relativamente con M. Junins pretore urbano del 67 o il figlio di lui; con M. Caecilius Cornutus pretore urbano del 43 e col Sornatius, legato di Lucullo nella terza guerra mitridatica. PRIENE. Varie osservazioni e correzioni alla raccolta pubblicata da Hiller v. Gaertringen propon¬ gono M. Holleaux in Bull, de Corr. Meli., 1907, 227 e 382-8 e A. Wilhelm in ÌViener Studien, 1907, 1-24. Varie osservazioni fa P. Graindor in Bulletin libi, del Musée belge, 1907, 126, Siria. Seymour de Ricci pubblica in Rev. Archéol, 1907, t. X, pp. 281-294 {Inscriptions grecques et latines de Sjt'ie copiées en 1700), una raccolta di iscrizioni inviata dal console belga di Aleppo al dotto olandese G. Cuper (1644-1716) ; alcune di esse sono già pubblicate, e nessuna ha grande importanza ; per lo più testi tardi sepolcrali. Palestina. B. W. Bacon pubblica in Am.Journ. of Ardi., XI, 1907, pp. 315-320 {A new inscription from upper Galilee) un’i. rinvenuta nel 1906 nel Nord della Palestina, non lungi dal ponte sull’Hasbani : è una pietra posta a confine del fondo di un tal Chresimianos nel 304/5. I 1 1 1 I 2 Miirissiì. J. P. Peters e H. Thiersch, Paiutfd tombs i>! thè b\dc/-opolis of Marissa (Londres. Palest. Expl. Fund 1905 6) descrivono queste tombe, che sono state scoperte nel 1902 e che prima erano state descritte brevemente in Qiiarterly Statement, 1902. Son le tombe di una famiglia emigrata di Sidone, verso la metà del in secolo, con una colonia Sidonia, diretta dal capo della famiglia. Apollophanes. per 33 anni. Costrutte forse alla fine della dominazione egizia, queste tombe sono state occupate solo dopo la riconquista della Siria da parte dei Selencidi ^198). Dall'una parte e dall’altra della porta della prima tomba è inciso un interes¬ sante epigramma in forma di dialogo tra una donna (la defunta) e l’amante o il marito. Italia. Roma. P. Gauckler pubblica in Bull, della Comm. Areh. Coìti, di Roma. 1907, pp. 45-Si •yLe bois sacré de la Cymphe Furrina et le sanc- tuaire des Dieu.x Sjriens au /anieule), varie iscri¬ zioni ritrovate nel bosco sacro della Ninfa Fur¬ rina. Notiamo; i frammenti di un'iscrizione metrica incisa su tre blocchi di marmo (v. p. qS seg., cfr. Chr. Huelsen, che esamina particolar¬ mente questi stessi trovamenti in Rbm. Mitteil., 1907, 225-254, a p. 240); le iscrizioni dedica¬ torie di un altare al dio (p. 61. cfr. Huelsen. o. c., p. 230’; una i. dedicatoria di un altare a Zeus Keraunios e alle Nymphae For- rinae (p. 71. cfr. Huelsen, o. c.. p. 229) e una dedica di un certo Gaionas f^ìrnvox-ciTr.: ; Ktpjsy., o-(o: hZpy. .S-o': ov i)t Px’ojva; òsltt voz-cìt/,; i.rìTO. Il grosso blocco di marmo sul quale è incisa la iscri¬ zione è provveduto nel centro di un foro : sulla natura del monumento, di cui faceva parte, e sul significato della iscrizione vi è dis¬ senso. Il primo editore pensa si tratti di una fontana (v. p. 55 seg.\ Chr. Huelsen (o. c., p. 235 seg. pensa ad un aeTyy.-jpjz (cfr. anche Clermont Ganneau in Comptes remi, de l’Aead des /user., 1907. p. 250-258). Dalmazia. Salona. Fr. Lòhr in Arc/i. Anzeiger dello Jahrbuch d. Inst., XXdlI, 1908, col. 302, con¬ sidera come il trovamento epigrafico più im¬ poi tante fatto nei recenti scavi dal territorio della Basilica Urbana fino alla Porta Cesarea, la scoperta di due frammenti di una stela in¬ cisa in greco, che completano un altro fram¬ mento già trovato nel 190S. Questa stela con¬ teneva una copia del resoconto che tre amba¬ sciatori di Issa avevan fatto in una udienza ottenuta da Cesare nel 56 a. C. in Aquileia, nella quale essi, accompagnati da un cittadino romano come segretario, aveano avanzato pre¬ ghiere ~tz’. T'/;: T- i7,£'j.rìp'a; tmv ’ì^nyiort y.yi rr.z 'y.'/J.x; tcov 'Ihou.aQwv z.xi ’H'raùov. L’ i. dimostra dunque che. ancora al tempo di Cesare, la lingua ufficiale in Issa era il greco. Roma, ottobre 1908. G. C.A.RDINALI. STORIA E ANTICHITÀ ROMANE. Gli Antonini e l'ultimo storico di Roma. — Con questo titolo la Casa Teubner di Lipsia pubblica uno studio di Otto Th. Schulz {Das Kaiserhaus der Antonine und der letzte Historiker Ronis). nel quale si analizzano le biografie dei cosidetti Seriptores historiae Augustae da Anto¬ nino Pio fino a Commodo e si cerca di pro¬ vare che il loro materiale deriva da uno sto¬ rico anonimo non mai citato come fonte nelle biografie imperiali, che scriveva in latino e che era contemporaneo di Dione Cassio. In appen¬ dice l'A. tenta la ricostruzione dell’opera sto¬ rica dell'anonimo. L' Imperatore Adriano. — Guglielmo Weber, in un volume pubblicato dalla stessa Casa Teubner {Untersuchungen zur Geschichte des Raisers Hadrians), esamina, con il sussidio delle 114 1 13 fonti letterarie, numismatiche, epigrafiche e papirologiche, i principali problemi che pre¬ senta la storia dell’ imperatore Adriano. Sono quattro capitoli nei quali vengono studiati; l’adozione, il primo anno di regno fino all’arrivo in Roma (luglio a. D. ii8), e i due viaggi dell’ im¬ peratore nelle varie provincie dell’ impero (a. D. 1 21-134). Il lavoro è un buon contributo alla storia di Adriano che aspetta ancora il suo storico. Diarchia regia e consolare a Roina. — Arti¬ colo di G. Oberziner, nella Rivista di storia antica, XI, 1907, pp. 409-460. I due consoli sono i successori di due dittatori che avreb¬ bero sostituito, dopo la tirannide di Tarquinio Superbo, i due re primitivi rappresentanti dei Titiensi e dei Ramnensi. Per la ricostruzione dei libri perduti di T. Livfo. — Articoli di P. Pranzò, nella stessa Rivista, 1907, pp. 531-556; anno XII, pp. loi-iio. Il processo di Libone Druso. — Studio di V. Strazzulla nella stessa Rivista, XII, pp. 62-75. Tito Azio iMbieno. — Cenni biografici di S. La Sorsa, ibidem, pp. 91-100. Roma alla fine del mondo antico. — Con que¬ sto titolo il rev. prof. A. Mercati pubblica la seconda edizione italiana del primo volume della Storia di Roitia e dei Papi nel medio evo del padre H. Grisar, che abbraccia il periodo dal IV alla fine del vi secolo. Da p. 308 alla fine il traduttore ha introdotte nel testo e nelle note le correzioni e aggiunte che l’autore gli comunicò manoscritte, dimodoché questa edi¬ zione è, sotto un certo aspetto, una seconda edizione originale ; il volume è arricchito di 224 illustrazioni storiche e piante, fra cui una « forma urbis Romae aevi christiani saec.IV- VIP a colori. Della somma importanza dell’opera, che contiene dotte osservazioni sull’arte e la civiltà romana nella loro rifioritura cristiana, è superfluo parlare, perchè ben conosciuta ed apprezzata nel mondo scientifico. La « lex Hadriana de rudibus agris » secondo una nuova iscrizione. — Studio di A. Schulten sulla iscrizione di Ain-el Djemala, in Klio, 1907, pp. 188-212. G. Veith, Die Tahtik der Kohortenlegion. — Ibid., pp. 303-334. La gucì'ra partica di Crasso. — Studio su questa guerra di K. Regling, Ibid., pp. 357-391. Petilius Cerialis. — Studio di N. Vulic sulla data precisa dell’ invio di Cerialis in Germania, Ibid., pp. 457-458- Cristiani. — Notevole articolo di C. Calle- waert sulle persecuzioni contro i Cristiani nella politica religiosa dell’ impero romano, nella Revue des Questions Historiques, 1907^, pp. 5-19. Potere miperiale. — L. Bréhier studia, nella Revue Historique, 1907, pp. 75-79, la conce¬ zione del potere imperiale in Oriente durante i primi tre secoli dell’èra cristiana, osservando che esso porta con sé tutti i caratteri della monarchia bizantina. Istituzio7ti ntunicipaU. — J. Declareuil seguita i suoi pregevoli studi sulla storia delle istitu¬ zioni municipali al tempo deH’impero romano nella Nouv. Rev. Hist. de Droit fr. et étr. del 1907. Diocleziano e Costantino. — Studio di O. Seeck sulla cronologia del regno di Diocleziano e di Costantino i^Neue und alte Daten) nel Rh. AIu- seum, 62, 1907, pp. 489-535: 1° Massimiano, il 1° gennaio 294, salta improvvisamente dalla ottava potestà tribunizia alla decima; Costan¬ tino, il 29 agosto 316, salta dall’anno decimo del Ausonia - Anno III. [8] suo regno al dodicesimo ; 2° si difende, contro il IMommsen ed E. Schwartz, l’opinione che Costantino abbia vinto Tdcinio nel 324. Scrìtti l'aì'i iti Teodoro AIoiiiiiisciì. — 1 )egli scritti vari di 'l'eodoro Mommsen sono stati pubblicati fin (pù tre volumi che contengono gli scritti giuridici: questi si rivolgono di pre¬ ferenza ai romanisti veri e jìropri, ma anche gli storici vi troveranno studi interessanti per loro. Citiamone alcuni : Le Itxs^i di SolLc/isa c di Jifolaco: L.' editto di Dioc lezio no e. de pretiis reni ni vcìialiuìn ì>\ Il codice Tcodosiano : Il decreto di Co/ì/ì/iodo per il sallus Burunitanus; L' aiiinuii- stì-azione dei beni dello C/iieso sotto il popo Grc- ,e^orio I : Il delitto di relis^ione secondo il diritto roinono : Lo condizione giuridico dell’ opostolo Paolo, ecc. Dopo la serie giuridica segue la serie storica di quegli scritti nei due volumi fin qui pubblicati (Berlin, iqoó, 1908). Il volume primo contiene trentadue scritti, indichiamone i piti importar.ti : L.o leggendo di Renio: Lo leggendo di l'ozio: Zaino: Il coli¬ li itto fra Cesare e il Senato : Il sit > dello botto- glio di Varo: Il rendiconto di Angusto [// nionii- iiieiito Aiicirano] : Il editto dell iinperotore Claudio sul diritto di cittadinanza degli Aiiouni ; L' ultima lotta della repubblica ronioiio [lo rivolta di Giulio Vindiee\: Le due battaglie di Betruiciiin della. D. 6g: Sullo vita ili Plinio il giovane; La cro¬ nologia delle lettere di Frontone: Ezio, ecc. Il secondo volume contiene trentasette scritti. Ecco i titoli dei più importanti; De coinitio ro- niano, citriis loniqite tempio : Privilegi militari : Sul fornice Fabiano : I fondi italici e le tavole ali¬ mentarie: Zc colonie di diritto civile do Siila a V’spasiono : Le regioni italiche: Su alcuni punti della geografi a del Piemonte antico : Fai Svizzera al tempo romano: Cinto e le colonie cirtensi : Il catalogo veronese delle provincie romane: I libri coloniariiim : un frammento inedito, a quanto pare, del quarto volume della storia romana, intitolato: Boden-iind Geldwirtliscliaft der rbmi- sclien Kaiserzeit, ecc. Diritto rollio no. — Nella collezione Binding (Leipzig, 1908), l’insigne papirologo Ludvig Mitteis ha cominciato la pubblicazione di un trattato di Diritto privato romano fino al tempo di Diocleziano, di cui è uscito da poco tempo il primo volume, che contiene le nozioni fonda¬ mentali c la dottrina delle persone giuridiche. Un nuovo diploma niilita.re. — Si tratta di un diploma militare rinvenuto, a quanto pare nel Tevere e pubblicato da Ch. Huelsen wcWt Mitth. des K. D. Ardi. Inst., 1907. pp. 434-438. Il diploma appartiene al regno comune di Ela- gabalo e di Alessandro Severo, cioè, il periodo IO luglio 221-4 uiarzo 222 e più precisamente ai primi giorni dell’a. 222. Si riferisce ai sol¬ dati qui ììiilitavernnt in cohortibus praetoriis An- toninianis. Vedilo riprodotto net Biillettino Ardi. Comunale, 1908, p. 57 seg. Z’ imperatore Decio. — Due nuovi studi si riferiscono a questo imperatore : l'uno che ri¬ guarda tutto il suo regno, di Giovanni Costa, liubblicato nel Dizionario epigrafico di antichità romane di E. De Ruggiero, voi. II, pp. 1479- 1497; l’altro di G. Corradi, sulle potestà tribu¬ nizie di quell’ imperatore, inserito nei Rendi¬ conti della R. Accademia dei IJncei, XVI, 1907, pp. 614-636. Aliscellanea Salinas. — È una raccolta di scritti archeologici, storici e filologici dedicata al prof. Antonino Salinas della R. Università di Palermo, da amici, colleghi e discepoli nel (luarantesimo anniversario del suo insegnamento accademico (Palermo, 1907). Diamo qui l’indi¬ cazione degli scritti relativi alla storia e alle isti¬ tuzioni romane; G. Baviera, Urseius Fcrox, pp. 201-208 (studio sopra questo giureconsulto che visse fra i tempi di Augusto e quelli di Vespasiano) ; G. Beloch, Herbita, pp. 223-224 (studio geografico su questa antica città della Sicilia che era situata nelle vicinanze della moderna Mistretta) ; U. Giri, Di una pretesa iiy ii8 disfatta dei Franchi sotto Gordiano III, pp. 87-97 (La prima vittoria di Roma sui Franchi av¬ venne sotto il regno di Valeriano e Gallieno e probabilmente nel, 256; durante il regno di Gordiano, i Franchi possono avere scorazzato la Gallia) ; S. Riccobono, Tracce di diritto ro¬ mano classico nelle collezioni giuridiche bizantine, p. 153-17 1 ; N. Vulic, Castris, come designazione del luogo d'origine, pp. 225-226 {Castris significa che colui, di cui è parola, è nato durante il ser¬ vizio militare del padre ; ma non è indicato con ciò il luogo dove egli sia nato). Cronologia romana. Del libro, ora pubbli¬ cato, di P. Varese, Cronologia romana, voi. I’ : Il calendario Flavlano, ci occuperemo nel pros¬ simo fascicolo. Missione di Agrippa in Oriente, nella. 2j a. Cr. ■— Articolo di David Magie nella Classica! Philology, III, 1908, pp. 145 -15 2. Annibale ed Antioco III. — M. Holleaux in un breve scritto pubblicato nAV Hermes, 1908, pp. 296-299, dimostra che l’incontro di Anni- baie e di Antioco III ebbe luogo in Efeso nel- Tautunno della. 195 a. Cr. come stabilisce Livio, XXIII, I, 9, 5. Teodosio I. — Nella Realencyklopàdie filrprot. Th.imd Kirche {f ediz.) voi. XIX, pp. 615, 621, l’articolo sopra F imperatore Teodosio I è di V. Schultze. Il Tuscolam nell età classica. — Con questo titolo il nostro valente collaboratore prof. F. Grossi Gondi ha pubblicato un ottimo libro (Roma, 1908) ove studia la regione Tusco- lana, che tante memorie risveglia nell’animo dello storico, del letterato e del poeta, nei riguardi storici e topografici. Pinna. — È il titolo di ricerche di topo¬ grafia e di storia pubblicate da Giovanni Co¬ lasanti (a cui dobbiamo un eccellente libro su Fregellae) nella biblioteca di geografia storica di Giulio Beloch, 1907, Sanniti. — L’annuario della « Landesschule Pforta » per Fanno 1907 contiene uno studio (prima parte) del dr. Bruno Kaiser sulla storia dei Sanniti. — Nel nuovo periodico: Studi storici per r antichità classica, 1908,0. Beloch, con la sua consueta dottrina e sagacia, esamina i nomi dei duci dei Sanniti nella guerra contro Roma (Papio Bruttilo, Ponzio, Gellio Egnazio e Stazio Gellio) e dimostra che sono una invenzione degli annalisti. — Che siano invece in buona parte storici, cerca di provare il De Sanctis nel suo dotto scritto sui più antichi generali dei Sanniti {Rivista di filologia, pp. 353-571). Sidonio Apollinare. — P. Allard, l’eminente storico delle « Persecuzioni contro i Cristiani », ha cominciato a pubblicare nella Revue des Qiiestions Historiques (1908, p. 24-44; 426-452) uno studio sopra Sidonio Apollinare : tratta finora della giovinezza del poeta e della sua vita durante i regni di Avito e di Maggioriano. Genserico. — F. Martroye, autore di un libro sull’ Occidente nel periodo bizantino, ne ha pubbli¬ cato poco tempo ta un altro intorno a Genserico, la conquista vandala in Africa e la distruzione dell'impero d'Occidente (Paris, 1907). L’autore apparisce bene informato delle fonti antiche e degli studi moderni ; ma non però interamente. Non cita mai la cronaca di Giovanni Antio¬ cheno e quindi ignora i particolari che que¬ sto autorevole cronografo ci narra intorno ai regni di Petronio Massimo, di Avito, di Mag¬ gioriano e di Antemio. Non conosce il fram¬ mento epigrafico portuense sul passaggio dei Vandali in Porto, da me pubblicato nel Bul- lettino comunale del 1896, p. 67 e seg. ; e l’ot¬ tima monografia di G. Morosi s,\xiV Invito di 120 II9 Eìidossia a Genserico, Firenze. 1882. Sono gravi difetti questi che scemano la lìontà del libro recente del ISIartroye. Criteri critici nell' iìidagine della storia roniana. — A. De Marchi, a proposito della Storia dei Romani, di G. De Sanctis, sottoponendo ad un processo di revisione nei Rendiconti del R. Ist. d^omh. di scienze c lett., serie II, voi. 41, 1908, p. 270-284, gli strumenti della critica nella in¬ dagine della storia romana, (piali sono il mito etiologico, il mito etimologico, battrazione, la re(.luplicazione, lo sdoppiamento, 1’ anticipa¬ zione e la ('ontaminazione, avverte di farne uso con maggiore iirudenza, poiché essi pos¬ sono SI strappare il cancro del tradizionalismo annalistico, ma am be ferire parti sane e vitali. Anonimo J'alesia/nr — Dell’anonimo Vale- siano, parte prima, ovvero, Oi'igo Costantini imperatoris come si suole anche chiamarlo, un dotto olandese, il Westerhuis ha puliblicato il testo, che è (.piello del Mommsen, con un dotto commento storico (Campis. 1906), che tornerà sommamente utile agli studiosi del regno di Costantino Magno. I.amhaesis. — In una memoria eccellente inserita nel tomo 38, parte prima, delle Pdc- nioric deir Accadeniia delle Iscrizioni e Belle Lettere (Paris, 1908), il Cagnat studia i due campi della legione III Augusta in Lambaesis. Si sa che cotesta legione, al principiar dell’im- pero, era stabilita in Tebessa. Pili tardi, essa si trasferì in un altro campo situato, a (pianto pare, nella vicinanza di Khenchela, poi verso la fine del regno Traiano, o sul principio di (Quello di Adriano, la legione venne ad occu¬ pare la posizione strategica di Lambaesis ; ma, per dodici anni, occupò un campo provvisorio circondato da fortificazioni costruite in fretta, che scavi recenti permettono di collocare a due chilometri ad ovest del praetoriian. Più tardi la legione si fissò nel campo definitivo che esiste ancora oggi e di cui il Cagnat presenta una minuta e diligente descrizione. Guerre servili. — Pi. Ciaceri esamina criti¬ camente la storia delle guerre servili in Sicilia nell’ Archivio storico per la Sicilia Orientale, lA^, 1907, pp. 189-222, 369-406. Fonti storiche. — Una descrizione della Sicilia, della Corsica e della Sardegna è contenuta in un Codice della Biblioteca Nazionale di Napoli (C. Pascal, Archivio St. per la Sicilia Orien¬ tale, 1907, pp. 301-302). — Il libro de ceremonlis di Costantino Porfi- rogenito studiato dal Burv nella English Hist. Revieu’, XXII, 1907, p. 219-227; 417-429. — / certificati del sacrifizio durante la per¬ secuzione di Decio. — Studio di P. P'oucart sui libelli rinvenuti nei papiri egiziani {Journal des Savants, 1908, pp. 179-181). La Tavola d' Aljustrel. — I. B. Mispoidet in un libro intitolato; Le regime des mines à l' epoque romaine et au moyen-age d'apres les tables d’A- Ijustrel (Paris, 1908) studia la nuova iscrizione d’ Aljustrel in Portogallo o lex nietallis dieta tov- nata in luce nel 1906; la pone a raffronto con (|uella rinvenuta nel 1876 nella medesima lo¬ calità; ed esamina il regime delle miniere se¬ condo la legislazione romana e gli statuti mi¬ nerari del medio evo nella loro relazione con la iscrizione di Aljustrel del 1906. Studio pre¬ gevolissimo e sagace. L. Cantarelli. EPIGRAFIA ROMANA. Frammento d'iscrizione spettante ad una grande opera pubblica. — È la lastra marmorea che porta incisi i nomi di parecchi personaggi ap¬ partenenti alla aristocrazia romana della fine del sec. iii o del principio del iv deH’èra nostra. I 2 I 122 già annunciata nel precedente Bullettino (vedi Ausonia, 1907, c. 86). Il eh. Gatti studia di nuovo l’importante frammento nel Bull, della Comm. Arch. Colmatale di Rojjva, 1907^ p. 115 e seg.) e riconosce l’opera pubblica costruita a spese di molti personaggi dell’aristocrazia ro¬ mana, nelle terme incendiate e restituite da Elena Augusta. Queste terme debbono essere state costruite sotto Massimiano per volon¬ taria contribuzione dei più elevati personaggi di Roma. Nell’area annessa all’ex convento di S. Sil¬ vestro sul Quirinale è tornato in luce un cippo di travertino con iscrizione relativa ai curatores locoriim publicortim iudicandorum ex senatus con¬ sulto, cioè, di quei magistrati straordinari che, al tempo di Augusto e di Tiberio, erano in¬ vestiti deH'autorità di delimitare e tutelare la proprietà demaniale in Roma, giudicando in tutte le controversie di confini fra i privati e il demanio. A questi curatores si riferiscono altri cippi urbani. (Gatti, Bull. Coiti., 1907, pp. 210-2T1). Al Campo Verano si è rinvenuto un antico sarcofago con l’epitaffio di Sallustio Severiano exceptor praefecti urbi, cioè, stenografo incari¬ cato di raccogliere gli atti e le sentenze del prefetto di Roma ; la lapide porta la data del 21 giugno 402 {liep. XI Kal. lui. Cons. Ar¬ cadio V et Honorio Aug. V). Un exceptor prae¬ fecti praetorio rammenta una lapide scoperta nel cimitero di Balbina, Marco e Marcelliano, fra la via Appia e la Ardeatina, e tuttora ine¬ dita, che porta la data consolare dell’anno 331- (Gatti, 1. c., pp. 218-319). Su di un cippo in travertino trovato la quinto chilometro della via d'iburtina leggesi ; L. Manlius A. F. Coritielià) | Canus Coloniaj Patricia Corduba. Colonia Patricia è il nome dell’antica città di Corduba nella Spagna che prima di Cesare acquistò il diritto di colonia romana, e della quale era oriundo Lucio Manlio Cano figlio di iVulo. (Gatti, ih., p. 220), Nella via Flaminia si è rinvenuta una stela di marmo con iscrizione relativa a Criserote, Venetianus, cioè, auriga della fazione Veneta, della quale è notissima la lapide nella Villa Umberto I (C. VI, 10044); Victoria Venetia- noruni seniper constet feliciter; una lastra di marmo che ricorda un C. Pupius Restitutus ex provincia Baetica, civitate Baesarensi ; la Civitas Baesarensis era fin qui ignota. (Gatti, ib., pa¬ gine 223-225). Dagli sterri per la sistemazione del villino Ceci proviene un cippo di travertino con cor¬ nice in cui è menzionata una Vetiiria P'edra purpuraria Marianeis, cioè, negoziante o tingi- trice in porpora in un luogo che è designato col nome Marianeis nel sesto caso plurale. Questo nome può riferirsi, secondo il Vaglieli, alla città della Corsica Marianae o Mariana, o più probabilmente, secondo il Gatti, equiva¬ lere a de Marianis e denotare un luogo pros¬ simo ai Mariana monumenta dell’Esquilino {Bul- lettino comunale, 1907, pp. 355-356). Da un sepolcreto della Salaria provengono quattro iscrizioni relative ad aurighi del Circo che ivi avevano il monumento sepolcrale co¬ mune. Una di queste iscrizioni ricorda : Hila agitator panni \ Veneti, vix. ann. XX V | biga pue- ril. vie. VII quadr. \ XXI. revocai. Ili secun- das I XXXIX. tertias XLI. Sono qui enume¬ rate le vittorie che Hyla, auriga della fazione azzurra (w^e/a), morto a 25 anni, aveva ottenute nelle corse circensi. Egli riportò le prime palme 7 volte biga puerili (le bighe erano appunto usate dai giovanetti) e 21 con la quadriga; 3 volte fu richiamato alla corsa ; ottenne le se¬ conde palme in 39 corse, e in 41 le terze (Gatti, ib., p. 357 e seg.). Eseguendosi taluni lavori presso l’acquedotto della Claudia è tornato in luce un frammento 123 124 di una lapide posta ad onore di luvenzia Mas¬ sima moglie di C. Ca . . . Statili Severi I{a\iìria>ìi leg. att\g. pr. pr. Cos. Nei fasti non comparisce il nome di questo console, certamente suftetto ; il quale probabilmente era della famiglia di 4'. Statilio Massimo, console ordinario nel 144 i^Gatti, ib., p. 361). L'auriga Aleuaudro. — Nel nuovo corso di porta Pinciana fu rinvenuta la seguente iscri¬ zione pubblicata da A. W. van Buren nel- VAuicr. Journal of Archaeeology, 1907, p. 179- 181 ; Drusa Caesare | C. Norbano Fiacco AIcnander C. Comi/n Alacri \ et C. Corneli Crispi bigarius vincit \ ludis AIart[i) q{uos') Jeccrunf) coJsu/e)s eqp/is) Basilisco Rustico | ludis victo- r[iaè) Caesar{is) qpios') fieccrunf) P. Cornelius Scip(io) I Q. JPmpeius A/accr pr{aetores), cqjis) Histro Coracc. L’iscrizione, come si r ede, porta la data dell’a. D. 15; è perciò la più antica iscrizione che si conosca relativa ai ludi cir¬ censi. \L agitator Alenander (}ui detto bigarius è ricordato anche in altre lapidi di Roma. (C. VI, 10046, 10075). Vedila riprodotta dal sottoscritto nel .5/r//. Comunale, 1908, pp. 60-62. [scrizioni di Alinturno. — R. Laurent- Vibert e A. Piganiol jmbblicano nei Afclanges de l' Fcole /ran(aise de Rome, XXVIl ( 1907), p. 495- 508 talune iscrizioni inedite di Minturno pro¬ venienti la maggior parte dalla torre del Ga- rigliano; una di queste (18) ricorda l’imperatore Ma ssenzio e conferma cosi l'importanza dei la¬ vori eseguiti da cotesto imperatore sull’Appia. D iscrizione della colonna l'raiana. — Conti¬ nuano numerose le interpretazioni della iscri¬ zione Traianea. Secondo il Sogliano {Atti dcl- r Accademia di ardi, di Napoli, voi. XXVI, 1907), la colonna e la iscrizione furono poste dal Se¬ nato per attestare ai posteri che in quel luogo ove era un nions formato di scarico di un’al¬ tezza pari a quella della colonna. Traiano volle costruito un complesso di edifizi splendidi. Il Mail {Alitth. d. A'. Ardi. Instituts, XXlf, 1907, ])p. 187-197), invece, crede l'epigrafe significhi che un nions fu spianato per lasciarvi l’area libera agli edifizi che dovevano sorgere, nions, proveniente dall’antico aggere di Servio sulla cui area sorgeva la parte meridionale del Foro Traiano. Secondo O. Nazari {Atti della R. Acca¬ demia delle scienze di Torino, voi. 43), infine, le due ultime linee dell’ iscrizione significherebbero che la colonna fu innalzata per indicare l’al¬ tezza degli edifizi eh’ erano prima sul monte e sull’area demolita per far posto alle gran¬ diose costruzioni di Traiano. L'epigrafe dell' antico teatro di Gubbio. — Studio di S. Polizzi su questa epigrafe (che porta il numero 5820 nel voi. XI del C. L. LI) nella Rivista di storia antica, XII, p. 111-116. L’A. conclude che i lavori del teatro sarebbero stati iniziati fra il 40 e il 35 a. Cr. Iscrizione di Lauriacum. — Nelle vicinanze di Enns, dove sorgeva l’antica Lauriacum, città del Norico, fu rinvenuto un frammento d’iscri¬ zione incisa nel bronzo che è il seguente : taliave qua causaet \ arbi-trabitur quemi anno- rum XXXV praese \ preliensumque est IV \ Pii Aug. IPnt. ALa.x. Brit. Il Bormann. raffrontandolo con il cap. XXV della legge Salpensana, propone di supplirlo cosi; |o' II viri s qui in eo municipio i. d. pr. uter postea municipes incolasquc . . . causa armatos \ educe\t aliane qua causa et[neccssifate ex eo municipio pro- ficiscatur neque eo die in id niunicipium esse se rediturum\ arbitrabitur, qiicm p\?'aefectum muni¬ cipi ex dccurionibus conscriptisque reUnqiiere volet, non minorem quam] annorum XXX V praese[n- tibus decurionibus conscriptisque non niinus . . . f acito I ut is ... sicut liac lege cautum con{\ pre- hensumqite est, iu\rct per loi’em et Diviim Aug. ce- terosque Divos omnes et genium Imp. Caesaris AL Aureli Antonini] Pii Aug. Pont. Alax. Brit. \Alax. deosque Penatcs], ecc. Pavolette magiche. — Nel Bullctin Archéolo- gique des Corniti! des Pravaux Ilistoriques, 1906, 125 p. 378 e seg., l’Audollent pubblica alcune ta¬ volette magiche di Scusse. Iscrizione dell' Africa settentrionale. — Nella regione del Kef, furono di recente rinvenute alcune colonne miliarie appartenenti alla via romana da Cartago a Theveste del tempo di Filippo l’Arabo e di Decio. Sulla riva destra dell’ Oued-Haidra si rin¬ venne un cippo funerario esagonale che con¬ tiene un carme di undici esametri e di un pen¬ tametro che merita di essere qui riprodotto : > Omnes vìcisti specie, doctrina, puellaif), lulìa cara, mihi fatis abdiicta paternìs. Auro nil aliut pretiosìm atque cylmdro, l'iil Tyrio suco formosius adque Lacone, Marmare nil Paria splendentius adq(ue) Caris\f\io, Nil forma melius sleuPj pukhrius esse lic\ebii\, Panifica nulla pot[es] corife f dere Arachne Cantu sirenas Pa\n\^di\fnidasque sorores Et specie superasti; quae siint super omnes dieta. 7u quae .grafi ugeno saia es Itero e parente, Nata bis octonos letali funere rapta Hoc sita mine iaces lulia Paula rogo. Pandionidae sorores sono, come è noto, le figlie di Pandione, Procne e Filomela, che fu¬ rono cangiate in usignolo e in rondinella (A. Merlin, Bull. Archéologique, novembre 1907, p. XIV e seg.). Studi epigrafici per la storia degli imperatori. — A. Domaszewski studia nelle Mitth.des K. D. A. Imi. R'óm., Alt. XXII (1907), p. 333-343 : 1° una iscrizione di Terracina (pubblicata nel mede¬ simo Bull, 1906, p. 395) che ricorda il bellmn Mithridatkum del tempo di Claudio I; 2” i Ka- latores pontificum et flaminum: Y iscrizione dei ti- bicines (C. XIII, 1320*; VI, 2229). Iscrizione di Timgad. — In Timgad, a mez¬ zogiorno del Capitolium, è stata di recente scoperta, una iscrizione del tempo dell’impera¬ tore Carino e relativa ai culto delia dea Ce- lestis ififii.Yxhx&, Rev. archéologique, 1907’* p, 23). Il collegio dei tuUcines della legione III Au¬ gusta. Nelle rovine di Lambaesis nell’Africa 1 2b recentemente tornò in luce una importante iscrizione nella quale si legge il regolamento del collegio dei tubicines della legione III au¬ gusta che il Cagnat illustra nel periodico Klio, 1907, p. 183-187. V. nH Bull. Comunale 1908, p. 65, la interpretazione di talune sigle dif¬ ficilissime proposta dal sottoscritto. L. Cantarelli. MITI E RELIGIONI. ROMA E IMPERO ROMANO. La lupa coi gemelli in bronzo del Museo ca¬ pitolino è riconosciuta dal Petersen non per quella che nel 296 a. C. fu posta nel Luper- cale da Cn. e Q. Oguini, ma per la più antica, che esisteva in Capitolio, la quale, colpita dal fulmine nel 65 a. C., dovette essere riposta nelle favisae del tempio di Giove. Infatti due larghi squarci che si riscontrano nelle zampe posteriori della lupa, e che erano stati creduti difetti di fusione, sono stati riconosciuti dal prof. G. Mengarini, della R. Scuola d’appli¬ cazione per gli ingegneri di Roma, come do¬ vuti a una scarica di fulmine. L'esame stili¬ stico del monumento induce FA. a ritenerlo un’opera dì arte ionica, il cui tipo si modificò alquanto nella lupa degli Oguini, riprodotta nel rilievo dell’Ara Pacis, e in altri monu¬ menti. Il gruppo, di origine greca, che doveva quindi rappresentare dei o eroi greci allattati da una lupa (e se non precisamente questa, altre leggende greche analoghe ci sono tra¬ mandate), dette senza dubbio origine alla leg¬ genda romana dei gemelli, che è esaminata nei suoi particolari dal Petersen. Probabilmente senato e popolo, dopo l’abolizione della mo¬ narchia, dedicarono a Giove questo gruppo, che d’allora in poi divenne simbolo della re¬ pubblica romana. Solo più tardi si formò e si diffuse la leggenda dei gemelli: forse solo dal tempo della dedica della lupa degli Oguini. 127 128 (Eugen Petersen, Lupa Capitoliua in IPlio, Beitrdge zar altcn Gesc/ikhtc, Vili, 3-4, 1908, pj). 440-456. IX, 1, 1909, pp. 29-47). II mito di Tarpea, su cui il Reinach aveva già fatto alcune osservazioni, comunicate al- V AciuLuìic des Inscriptious et Bcllcs I.cttrcs nelle sedute del 16 agosto e del 6 settembre 1907 (v. Auso//ia, li. Poli, bibl., col. 200) è oggetto di un ampio studio dello stesso autore. (Quella che dalle comunicazioni fatte all’Aea- démie des luscriptions et liclles /.cttres [lOteva a|.)- ])arire come un’intuizione geniale è confortata in ([uesto nuovo studio dall’aiìpoggio di nu¬ merose osservazioni e di analogie fornite dalla scienza comparata delle religioni e dei costumi. 11 mito di 'Farpea trae origine da un rito. Il rito è il tuia/ delle spoglie prese in guerra, l’uso di ammucchiarle in luogo consacrato, dove sarebbe stato sacrilegio toccarle: limito è rpiello del ge/iius loci, soffocato sotto questa congerics armorum in punizione di un qualche delitto, che varia secondo le varie redazioni della leggenda. (Salomon Reinach. PPìrpeia in Revue Arc/it’ologit///e, 1908. I, pp. 43-76). Id appellativo ciiriales dei Iaìvì, che appare sicuramente per la prima volta sopra un’ara recentemente scoperta sulla via Portuense in¬ sieme con due altre are meno antir'he, le quali recano la designazione dei /Aires semitales e dei /Aires viales, è restituito dal (latti anche sulla base capitolina dei vico-magistri. Egli crede che le vetuste curiae, da cui i /ares cii- riales prendevano nome, avessero qualche rap¬ porto col santuario della Fors Fortuna, la cui festa si celebrava il 24 di giugno al primo miglio della via Portuense, propriamente circa il luogo stesso dove si ritrovarono le tre are dei Lari campestri. (G. ( Iatti, / Zn;'C5 rw/F/fv, in Bull, della Commiss, archeol. comun. di Roma, XXVI, 1908, fase. I-II, pp. 42-47). L'italieità di Rea Silvia è sostenuta ancora (v. Ausonia, 1907, II, Poli, bibl., c. 200-201) dal Costanzi, e con lui in gran parte conviene il Costa. (V, Costanzi, Ancora l italicità di Rea Silvia, in Rivista di storia antica, XII, 1908, pp. 49-52; G. Costa, ivi, p. 53). L'affare dei Baccanali, durante il quale fu¬ rono uccise senza processo migliaia di donne, ebbe, secondo S. Reinach, una ragione pura¬ mente politica; il Senato, per giustificare in ([tialche modo i suoi rigori, spargeva calunnie contro le vittime. (Salomon Reinach, in Comptes-rendus des séances de rAcadémie des /n- scriptions et Belles Lettres, 1907, p. 614). Alcune iscrizioni onorarie di Vestali sono esa¬ minate da Esther Boise Van I )eman. (F>sther Boise van Deman, I/otes on a few Vestal in- scriptions in American Journal of Philologie, 1908, II. pp. 172-178). La primitiva religione di /Ionia è brevemente esposta da Cyril Bailey. (Cyril Bailev, The religion of ancienl Rome, I^ondon, 1907, pp. 113). Una statnina di Amore di stile gallo-romano, in bronzo fuso, apparentemente del iii secolo è stata trovata tra altri oggetti nella località di Volx, nelle Basse Alpi. 11 dio è nudo, 9 tiene una torcia nella destra e una colombai nella sinistra. (Georges de Manteyer, Z’Z'rfl.v de JPlx in Revue des études anciennes, 1908, pp. 190-192). / più grandi dei dei Cimbri, di carattere specialmente astrale e ctonico, sono rappre¬ sentati sul grande vaso d’argento d’arte loc?i)e, scoperto a Gunderstrup, il quale è pubblicato dal Jullian da un calco del Museo di Sa,int; Germain (Camille Jullan, APtes gallo-romdii nes, XXXVII, Le vase de Gnndestrnp, in Revue de^ eludes anciennes, 1908, I, pp. 71-75 e tavv. LX^. LI dio Ucuetis, ci informa Héron de Villp- fosse, si trova menzionato, insieme con I4 d^a Bergnsia, in un’iscrizione votiva latina, scoperta recentemente negli scavi di Alise-Sainte-Reipe. Resta così accertato che questa divinità locale 130 'i'2g era maschile, e non femminile come avevano creduto gli studiosi che s’erano occupati della iscrizione gallica in cui tale nome è ripetuto due volte, iscrizione scoperta nel 1839 da Maillard de Chambure nello stesso luogo. Ivi doveva essere un tempio consacrato a Ucuetis e Bergusia (Héron de Villefosse, in rcudtis des scances de l' Académie dcs J/iscripdo/is et Belles LetBes, 1908, pp. 498-500. Su Ucuetis e Bergusia v. anche Revue des éfi/des ancienncs, 1908, 4, pp. 360-361). Mercurius Duniias, detto anche Mercurius Arvernus, era un dio topico popolare in tutta la Gallia, ed era venerato in un tempio co¬ struito sul principio deU’impero romano a Puy- de-Dòme, il quale fu scoperto negli scavi ese¬ guiti negli anni 1873, 1901, 1902 e 1906. (Auguste Audollent, Lettre à M. Kurth sur le tempie de Puy-de-Dome, estr. da Mélanges Godefried ILiirth. Dalla comunicazione di Hé¬ ron DE ViLLEFOSSE dXY Acadéìnie des Inscriptions et Belles Lettres. Comptes-reudus, 1908, p. 287). / sette dei della settimana, e precisamente non gli dei romani, ma gli dei barbari assimi¬ lati ad essi, sono rappresentati sopra un vaso di provenienza ignota esistente al Cabinet des Medailles. Tra essi specialmente notevole il dio cornuto tricefalo nazionale dei Celti e dei Belgi, assimilato in questo caso, come in molti altri, a Marte. (Camille Jullian, Notes gallo- romaines, XXXVIII, Le vase aux sept dieux du Cabinet des Medailles, in Lleviie des études an- ciennes, 1908, 2, pp. 173-174 e tavv. XII e XIIl). Gli dei delle quattro stagioni. — L’Hertlein, informa Camille Jullian nella Revue des études ancie?ines, riconosce gli dei delle stagioni nelle quattro divinità rappresentate su altari, e cioè Minerva: Holda == inverno ; Giunone: Freyja = primavera ; Mercurio = estate ; Ercole zr autunno ; oppure Marte =: primavera ; Ercole zz estate ; Mercurio ~ autunno ; Minerva = inverno. (Camille Jullian, Revue des études anciennes, 1908, 2, pp. 196-197). Due sculture gallo-romane rappresentanti l’una Epona sotto un aspetto finora ignorato, l’altra un gruppo di una dea e di un dio, Mercurio, o piuttosto una divinità propria dei Galli, le cui caratteristiche oscillano tra quelle di Mer¬ curio e quelle di Marte, sono state scoperte negli scavi di Alesia. (Esperandieu, in Comptes- rcndus des scances de l' Académie des Inscriptions et Belles Lettres, 1907, pp. 625-626). Un rilievo rappresentante Mitra della colle¬ zione del conte Sapeo di Faal, presso Mar- burg, che fu ritrovato presso Friedhof, è pub¬ blicato e brevemente illustrato dall’Abramic (Michael Abramci, Ein Mithrasrelief in Faal, in Jahrbuch fiir Alter tuniskunde, II, i, 1908, pp. 18-19). Agli dei cornuti nella mitologia irlandese, che sono rappresentati su parecchi monumenti, H. d’Arbois de Jubainville dedica alcune os¬ servazioni a proposito di un dio barbato con orecchie di cervo e corna di cervo, sostenenti ciascuna un torques, con la leggenda Cernunno che è raffigurato sopra un altare esistente nel Museo di Cluny. Nei testi irlandesi gli dei cornuti sono detti « dal viso di capro », o « dal viso di capra », o « dal viso di vacca ». Quanto alla rappresentazione figurata, si trovavano già fissati nell’arte greco-romana due tipi che avrebbero potuto adattarsi a rappresentarli : quello del Minotauro, mostro dal corpo umano e dalla testa di toro, e quello di Io. Si pre¬ ferì quest’ultimo : solo le corna, appena per¬ cettibili per Io, per gli dei irlandesi si rappre¬ sentarono enormi. (H. d’Arbois de Jubainville, Les dieux corniis gallo-romains dans la mytholo- gie Lrlandaise, in Revue archéologique, 1908, I, pp. 4-7). Sepolcro della gens Vibia. — Presso la basi¬ lica di Mcidfa, a Cartagine, comunica il P. De- lattre, in un pozzo, sotto un mucchio di sche¬ letri, probabilmente avanzo dei corpi dei donatisti che nel 317 furono uccisi in seguito Ausonia - Anno IH. [9] 132 I3I all’editto di Costantino nella basil/ca ì/iaion/ni, si trovarono avanzi d’iscrizioni, due delle quali portano il nome di l'eiqietua, e due apparten¬ gono a epitafi della gens Vibia. Santa Per¬ petua. martirizzata a Cartagine, si chiamava Vibia Perpetua; i)erciò il P. 1 )elattre crede che il terreno su cui si è fatta la scoperta ap¬ partenesse alla gens \hbia. che vi possedeva una sepoltura privata. (P. Dklatire, La ba¬ silica inaionnn. i n Coniptes-rcndiis des shiuces de r Acadcmic des Inscriptions et Jtel/es I^ettrcs, 1908. pp. 59-69). Tempio di Apollo a Bulla Regia. — Tra le rovine dell’antica città di Bulla Regia, in Nu¬ midia, il capitano francese Benet fece delle esploi azioni dal 1005 in poi, e grazie al con¬ corso della Directinn des Antiquités et Arts potè giungere a risultati importantissimi : a scoprire, cioè, il tempio di Apollo. Esso è fa¬ cilmente riconoscibile da un’iscrizione che reca la dedica del tempio stesso ad Apollo e agli l')ei Augusti e daH'immagine del culto, una statua colossale di A])ollo citaredo che si trovò rovesciata nella cella, fiancheggiata da due statue di dimensioni alquanto minori, rap¬ presentanti Esculapio e Cerere. P’uori della cella si trovarono basi con iscrizioni onorarie o votive, e statue di divinità, come Minerva, Saturno, forse anche Cerere, e di devoti. Apollo è venerato come deus patrius, come Genius coloniae Bullcusiuni Regioru/n, [>robabil- mente denominazioni latine del Baal punico locale, che con Cerere-Tanit e Esculapio-Esch- moun. dii Augusti, rappresenta una sopravvi¬ venza, durante l’impero, della triade fenicia. Le iscrizioni permettono di staljilire che il santuario fu edificato sotto Tiberio, il 34 o 35 dell’era nostra, e fu restaurato più tardi, forse al tempo di M. Aurelio. (Alfred Merlin, Le tempie d’ Apollon à Bulla Regia, Notes et docti- ments publiés par la Direction des Antiquités et Arts, Protectorat Franqais, Gouvernement Tu- nisien, Paris, Lerou.x, 1908, i). 28, tavv. VII). Lm triade adorata a Savatra. ■ — Nell’iscri¬ zione greca trovata tra le rovine di Savatra, in Isauria, e dedicata a ricordare una donna di nome Ancharene, figlia di Sacerdos, gran sacer¬ dotessa degli Augusti, moglie di Flavius Marcel- lus, gran sacerdote degli Augusti e sacerdote .Sò(ov -aTp[uov| Apcoj; -/.ai .Apsuov, già pubbli¬ cata. R. Cagnat crede che si debba leggere non ’Apìiwv, come egli stesso aveva pensato, ma ’Apòuov, femminile, e vede nelle divinità a cui si allude le due ''Aos'.as, Atena, dea della guerra, e Afrodite detta ''Apsta da Pausania e ’Apix sopra una gemma. A Savatra sarebbe stata adorata una triade di divinità protettrici della città : Ares e due paredre, Atena e Afrodite. (R. Cagnat, ’f-Kpsio^ ou ’'Ao£tou. ? in Reime de philologie, de litteratiire et d'histoire ancicnnes, 1907, pp. 5-6). Varia. — Del fase. 75° AqW Ausfillirliclies Lexicon dcr Griechisclicn und Rbniischen Mytho- logie del Roscher {^Psvclie - Pyrros, Leipzig, Teubner, 1908) interessa per la mitologia ro¬ mana specialmente l’articolo Pudicitia. (R. Peter). Del fase. 41° del Dictionnaire des antiquités grecques et romaiues {Radius-sacrificiunì) gli ar¬ ticoli Religio, Ritus (J. 'I'outain), Roma (May- ni.al), Sacerdos, Sacra, .Sacrijicium {]. Toutain). Dei fascicoli 48° e 49” del voi. II del Di¬ zionario epigrafico di antichità romane di E. de Ruggiero {decuria - defixio, Roma, Pasqualucci, 1908) l’articolo defixio (non compiuto). L. Morpurgo. 133 134 RECENSIONI. Reinach a. J., L' É,gyptc prchisfor'Kjiic, Paris, Geuthner, 1908. In poche pagine l’autore riassume molto dot¬ tamente la notevole messe di osservazioni e di fatti nuovi che hanno rivelato negli ultimi venti anni una nuova civiltà egizia anteriore alle pi¬ ramidi e alle dinastie. Ricorda la teoria della new race formulata dal Flinders Petrie dopo i suoi primi scavi di Kahum, di Medum, e di Tukh, e l’attribuzione di questa civiltà ad età predinastiche propugnata dal De Morgan. Il Reinach non trova nessun distacco, nes¬ sun taglio tra questa civiltà predinastica e la civiltà egizia propriamente detta ; questa non è che una evoluzione, un perfezionamento di quella. I concetti religiosi ed escatologici ri¬ levatici dalle tombe predinastiche, povere fosse in nuda terra, sono quegli stessi che guidano poi ai riti funerari così complessi dell’ Egitto faraonico ; dal chiudere un corpo rannicchiato entro una stuoia, dal cucirlo entro pelli, dallo stesso deporio smembrato o scarnito entro un vaso, alla mummificazione l’autore con molto ingegno si adopera a cercare una naturale evo¬ luzione, senza alcun bisogno di ricorrere alle già supposte da molti influenze caldee. Le tombe a pareti di mattoni di Hierakonpolis offrono al¬ l’autore il tipo di transizione dalla fossa primi¬ tiva alla tomba reale delle prime età dinastiche. Così la religione egizia con le sue divinità zoomorfe è tutta uscita dal primitivo totemismo di cui la valle del Nilo ci offre per l’età preisto¬ riche esempi non meno luminosi di quelli del¬ l’Australia moderna. Così l’aspetto, il vestito, l’ar¬ mamento di questi primitivi abitatori d’Egitto, per quanto ci è rivelato dai loro monumenti, la situazione topografica delle loro stazioni non proprio nella valle paludosa del gran fiume, ma sulle alture della catena libica lungo i iiadi che si aprono verso il deserto, i primi saggi di scrittura, gli animali, le piante che i primitivi egizi conoscono, usano e riproducono, tutto in¬ duce l’autore a ritenere africana e più che altro libica (il paese di Punt è messo senz’altro alla porta) l’origine prima di questa civiltà. Ai Libii si sarebbero mescolati Africani del sud. Etiopi, Nubiani, e Reggia onde sempre du¬ plice rimase lo stato, pur riunito sotto un solo re, di Egitto. Nulla in Egitto sembra dovuto ai Sumero-semiti della Mesopotamia nè per le vie del Sinai, nè per le coste d’Arabia e per il paese di Punt. Per quanto questa graduale evoluzione dalla civiltà Egizia preistorica alla faraonica non sia chiara e indubitabile in tutti i suoi passaggi, non si può negare, che il colpo recato ancora da un dotto Reinach al inirage orientai è colpo di buona guerra, audace ma non temerario. L’autore osserva giustamente, come le coinci¬ denze delle antichità preistoriche egizie con le libiche sono tanto più notevoli, se si considera, quanto poco sia finora noto della Libia con¬ finante con l’Egitto. Si dovrà ancora attender molto, perchè questo altissimo voto scientifico debba venir esaudito? Helbig AVolfgang, Znr Geschichtc der hasta doìiatica in Abhandl. der k. Gesellsch. der IFis- sensc/iaften zìi G'óitingen X n. J. L’illustre autore, grazie alla sua rara dottrina e nell’archeologia classica e nella preistorica, più volte ha saputo cogliere singolari analogie 135 136 tra costumi e cose di tempi storici e costumi e cose preistoriche, portando cosi gran luce e nell'uno e nell'altro campo di studi. I rafìVonti sono più che mai sicuri, quando dall'una parte sono prese a considerare istituzioni romane che tocchino in un modo qualunque alle cose dello stato o della religione, nelle quali lo spirito la¬ tino si dimostrò rigidamente conservatore, d'ale è il caso dello studio presente ; tra i dona mi- Utaria dei Romani è noto il dono dell’/zcMA?’ pura che anzi lo Helbig prova essere stato il lu'imo e il più antico di essi. L’aggettivo pura significa costituito di una materia sola, come dimostra l'aggiunta di si ne ferro, e per l’impero abbiamo ricordi epigrafici di hastae pnrac d’ar¬ gento o d’oro. d'ale hasta pura rimonta pertanto al periodo antichissimo, in cui l’asta era un bastone aguzzo indurito al fuoco, (|uale è ora cosi largamente usato da poiiolazioni australiane e polinesiane. La punta di lancia in bronzo appare difatti tardi tra il materiale stesso dell’età del bronzo, sia nell’Egeo che in Italia, e nessuna cuspide di pietra si può provare alibia appartenuto a una lancia. Sicché per lunghissimo tempo i guerrieri del bacino del Mediterraneo si infil¬ zarono con aste di legno. Lai stessa premura con cui Omero, par¬ lando delle lande dei suoi eroi, ne ricorda la y.iy u./, y yj -AZvr, è un indizio jier l’autore, che ac¬ canto a queste armi illustri ne esistevano altre senza punta di bronzo ossia di solo legno. Li tali aste di legno l’autore trova numerose tracce nella letteratura, nei distintivi di antichissimi collegi sacerdotali quali i Salii e i Feciali. nei contrassegni di monete, e raccoglie anche tutti gli indizi pei quali si può ritenere, che l’asta sia stata presso i Romani simbolo di dignità. Li forse a questo pro[)OSÌto può sembrare, che l’autore sia stato tratto dalla ricchezza della sua erudizione a voler provar trojipo. Il liastone terminato a pomo tondeggiante della terramara di Castione simile a (|uello rijirodotto come contrassegno su parecchie monete, come lo seipio e come lo scettro possono forse formare una famiglia a parte, e non aver nulla di co¬ mune con V /lasfa p//ra cht doveva esser sempre ajipuntita. R. Pariueni. Dkonna, Les Apollons arcliaiqites, Genève, Georg, 1909. Non vi è nell’arte greca arcaica altro tipo di scultura statuaria che abbia avuto maggior diffusione deH’irnagine dell’efebo nudo, che si suol chiamare tipo di Apollo, quantunque sia servito ad una quantità di scopi, nella plastica religiosa come nella profana. È questo anche il primo e più antico modello di figura umana, nel quale si è esercitata la iilastica greca e nella sua schematica rigidità richiama alla mente le sculture egizie che non sono state senza influenza sullo sviluppo della scultura ellenica.' Il numero degli esemplari conosciuti è gran¬ dissimo ; gli scavi lo aumentano ogni giorno ; tuttavia il materiale a nostra disposizione per la diversa provenienza, per le differenze stili¬ stiche, è già abbastanza copioso e vario perchè se ne possa fare uno studio critico complessivo, i cui risultati non siano troppo soggetti a va¬ riazioni coll’avvenire degli scavi. Finora tutto questo materiale trovavasi sparpagliato in varie collezioni e soltanto una parte di esso era ac¬ cessibile in pubblicazioni per lo più isolate. Se si eccettua il gruppo dello Ptoion," quello di 1 )elos,^ gli altri avevano trovato illustrazione piuttosto in monografie che in lavori comijles- sivi e molti esemplari restavano ancora inediti, forse perchè la monotonia del soggetto non allettava, come invece era più attraente il soggetto delle figure femminili che perciò ha ' C'fr. Loewy, iVaturwiedcrgal>e, p. 25 segg. ; Lance, Darstellnng Jes Mcnschcn, p. 22 segg.; Della Seta, La genesi dello seoreio, Mem. Acc. Lincei, 1907. - tIOLLEAUX, Bull. Corr. ILelL, X., 1886, pp. 66, 98 segg. 5 IIoMOLLE, Bull. Corr. Ilell.., 1896. 137 138 trovato già da tempo illustrazioni comples¬ sive/' Saggi di classificazione erano fin qui prema¬ turi per deficienza nei termini di paragone.^ Ben ha fatto dunque il Deonna, un giovane archeologo lib. doc. all’Università di Ginevra, a raccogliere tutto questo materiale in un corpus, a sottoporlo ad un minuto esame stili¬ stico ed a tentarne la classificazione. Il volume che egli ci presenta è innanzi tutto un reper¬ torio che ci giunge utilissimo e desideratissimo. In esso si trovano annotati tutti o quasi gli esemplari di Kouroi finora conosciuti : sono in tutto i6i, dei quali la metà proviene dalla Grecia continentale. Questo repertorio costi¬ tuisce la seconda parte del volume che con¬ tiene, minutamente descritto ed illustrato nella bibliografia e nelle immagini (202 zinchi), il materiale. La terza parte è destinata alla clas¬ sificazione : l’autore si fonda sulla provenienza de’ varii gruppi e sulle peculiarità stilistiche locali, che si rivelano anche in altre opere arcaiche. Egli forma cosi nove gruppi, dei quali tre soli continentali (il beotico, l’attico ed il peloponnesiaco) tre « ionici » (il samio-mi- lesio, il rodio, il cipriotto) e tre insulari (naxio, chioto e pario). Della prima parte parlo dopo, perchè non è soltanto una introduzione per il lettore o una preparazione per lo stesso autore ; è pure conseguenza dell’esame e della classificazione del materiale. In essa ci dà infatti « lo studio generale del tipo mascolino della statuaria greca nel vi seh. a. C. » diviso in varii capi- ' JOERGENSEN, Kvindefigiir er i den arcìiaiske graeske Kunst, 1888; SOPHOULIS, Tà hi ’A/.pOTvoXci à-^'àXy.aTa Kopwv àpx,a!>!.i5; Tsx,vYi;, 1892; PavlowSKI, Scnlpt. att., cap. IV; Homolle, De antiq. Dianae simili., 1895; Lechat, All Mitsée de l' Acropole ; Sciilpture attique avant Phidias ; Mach, The draped female figg. from thè Acropolis, American Journ., 1902; Lermann, Altgriechi- scke Plastik, 1907. * Lance, Fremstilling af nienneskikkelsen (manca nell’ediz. ted.); Overbeck, Kiinstmythologie , Apollon, p. IO segg. toli che trattano prima del significato del sog¬ getto rappresentato, concludendo nel senso di tipo generico, oggi ammesso da tutti ; nel se¬ condo capitolo si dibatte la questione dell’in¬ fluenza egizia, che egli limita molto. Il 4° ca¬ pitolo discute dell’origine tecnica *'' 7 AVSONIA 1908. TAV. VI LA BASE DI VILLA PATRIZI - MVSEO DELLE TERME AVSONIA 1908 TAV. VII LA BASE PATRIZI V,* w >, ••--■'•t-t, . i. ■ V'.? '. ■ r ■> 1 > -•: ' ■ - : - / ■ ' ■ ■■■:■ ■ /'■ h '■ ì i. ■ 'i : -.0 AVSONIA 1908 TAV. Vili LA BASE PATRIZI I.? • vs* r‘. ■■ i •4- ' w ' ■ : .f- •V ' - ' Ij • - . . *' r-^ 4 AVSONIA 1908 TAV. IX 2. 1. L’EDIFICIO DONDE PROVIENE IL DISCO, VEDUTO DA OVEST 2. IL MEDESIMO, VEDUTO DA EST A B MURI LATERALI DEL CORRIDOIO 87 — C FOSSETTE — E MURO ELLENISTICO * PUNTO DOVE FU TROVATO IL DISCO 1 [ • ■ • i : i AVSONIA 1908 1. TAV. X 2. 1. SCAVO DELL’EDIFICIO DOVE FU TROVATO IL DISCO, VEDUTO DA NORD-OVEST 2. VANO DOVE SI TROVÒ IL DISCO E FOSSETTE ADIACENTI, VEDUTE DA SUD-EST E MURO ELLENISTICO — S SAGGIO DEL 1900 — 1'7 FOSSETTE — 8 VANO E * PUNTO DOVE SI TROVÒ IL DISCO i ] /■J - Jl . i i 4 AVSONIA 1908 TAV. XI IL DISCO DI PHAESTOS APPENA LIBERATO DALLE INCROSTAZIONI PIÙ SUPERFICIALI (ridotto di qualche millimetro) AVSONIA 1908, TAV. XII A ^BByy.y Danesi ine. - Roma IL DISCO DI PHAESTOS AVSONIA 1908, TAV. Xlll B Danesi ine. ~ Roma IL DISCO DI PHAESTOS 1 INDICE ATTI DELLA SOCIETÀ . p. i Bonaventura Chigi Zondadari . » m ARTICOLI; Amelung W. - Saggio sull’arte del IV secolo av. Cristo (tav. III-V) . . . » 91 *1* Brizio e. - Una fibula romana con iscrizione . » 49 Correrà L. - Iscrizione napoletana . » 55 CULTRERA G. - La base marmorea di Villa Patrizi (tav. VI- Vili). . . . » 235 Jatta M. - Anfora del Museo provinciale di Bari . . » 57 Mackenzie Duncan - Le Tombe dei Giganti nelle loro relazioni coi Nuraghi della Sardegna . » 18 Patroni G. - Una favola perduta rappresentata su una stela funebre (tav. II) » 71 Pernier L. - Il disco di Phaestos con caratteri pittograf^i (cav. IX-XIII) . » 255 Pettazzoni R. - Una rappresentazione romana dei Kabiri di Samotracia. » 79 Quagliati Q. - Rilievi votivi arcaici in terracotta di Lokroi Epizephyrioi. » 13Ó Rizzo G. E. - Antinoo Silvano. Stele scolpita da Antoniano d’Afrodisia (tav. I) » 3 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO : Cantarelli L. - Storia e antichità romane . c. 112 » - Epigrafia romana . » 120 Cardinali G. - Epigrafia greca . » 74 Coltrerà G. - Scultura ellenistica e romana . » 30 » - Pittura ellenistica e romana . » 53 Della Seta A. - Scultura greca . » 18 Ducati P. - Ceramica greca . » 57 Morpurgo L. - Miti e religioni . » 12Ó Paribeni R. - Preistoria italica . » i RECENSIONI . » 133 NOTIZIE: Nogara B. - L’archeologia nel III Congresso della Società Italiana per il progresso delle scienze . » 157 Onoranze a LUIGI PiGORiNl . >>171 Errata corrige. AVSONIA RIVISTA - DELLA • SOCIETÀ • ITALIANA DI • ARCHEOLOGIA • E • STORIA • DELL’ARTE • ANNO IV • MCMIX • FASCICOLO • I • ROMA SOCIETÀ TiPOGRAFICALEDITRICE ROMANA PIAZZA MIGNANELLI, 23 • 1910 La Società Italiana d' Archeologia e Storia dell Arte fondata in Roma il r gennaio igoó si propone di favorire gli studi ar¬ cheologici e storico-artistici e di secondare l’opera esplicata dai pub¬ blici poteri nel rinvenimento, nella tutela e nel! illustrazione dei monumenti che riguardano l’arte e la storia del nostro paese. Pubblica una rivista «Ausonia » la quale ha per iscopo 7ion solo di portare un contributo alle discipline archeologiche e storico¬ artistiche con articoli originali, ma anche di diffondere il loro amore in mezzo a tutte le persone colte con larghi notiziari e bollettini bibliografici che tengano al corrente dei progressi della scienza. Il contributò sociale è di lire 20 annue per i soci ordinari, joo per i soci perpetui e goo per i soci benemeriti. Può divenire socio, con diritto a ricevere la Rivista e a par¬ tecipare ad ogni altra manifestazione dell attività sociale, chiunque voglia, purché invii la sua adesione, raccomandata da due soci, al segretario Prof. LVCIO MARIANI VIA PIERLVIGl DA PALESTRINA, 55 - ROMA al quale debbono essere pure spedite le comunicazioni scientifiche, e quanto rigtiarda la Rivista. Per gli affari amministrativi occorre invece rivolgersi al Prof. ANGELO COLINI VIA DEL COLLEGIO ROMANO, 26 - ROMA. AVSONIA RIVISTA • DELLA • SOCIETÀ • ITALIANA DI • ARCHEOLOGIA * E • STORIA * DELL’ARTE • ANNO IV • MCMIX • FASCICOLO • I • RES LA VDIS ANTIQVAE ET • ARTIS ROMA SOCIETÀ TIPOGRAFICA EDITRICE ROMANA PIAZZA. MIGXANELI.I, 23 1910 i <0 INDICE DEL FASCICOLO L Atti della Società . pag. 1 ARTICOLI: • V. MACCHIORO, Contributi alla storia della religione paleoitalica . » 3 Nicola TERZAGHI, L’ombra d'Achille . » 27 B. NOGARA, Due statuette etnische di piombo trovate recentemenie a Sovana. . . » 31 LVClO MARIANI, Osservazioni intorno alle statuette plumbee sovanesi . ...» 39 Th. ASHBY, La villa dei Quintini . » 48 VlNC. COSTANZI, Xanto e gli Etruschi Lidi .......... 89 M. MADD. Michela, Il sacrifizio d'ifigenia . » 98 NOTIZIARIO: — Storia antica — Ant. Romane . » 3 RECENSIONI . ...» 5 INDICE DEL FASCICOLO IL LVCIA MORPVRGO. Le rappresentazioni figurate di Ippolito-Virbio. NICOLA PVTORTI. Vasi della collezione Trioli a Reggio. Ant. AVG. Minto. Frammento di stela attica nel Gabinetto dell’Università di Padova. » » » una singolare scultura romana nel Gabinetto dell’ Università di Padova. ANT. MAIVRI. Iscrizione cretese. G. PELLEGRINI. Rilievi greci del Museo Archeologico di Venezia. GiVLIO BELOCH, Le origini cretesi. NOTIZIARIO: — Antichità Egee — Etruscologia. SOCIETÀ • ITALIANA • DI • A R C H H O L O G 1 A ■ E • S F O R 1 A • DELL’ARTE- Presidente Prof. DOMENICO COMPARET'l'l, Senatore del Re^no. Vice Presidenti Prof. RODOLFO I.ANCIANI - Pr. D. LEONE CAETANI - Prof. GlVI.IO DE PETRA - Prof. PAOLO ORSI. Consiglieri Comm. A. APOLLONl - Prof. ClVLIO BELOCH - Senat. L. BODIO - On. R. GALLI - Conte Prof. D. GNOLI - Prof. F. HERMANIN - Prof. E. LOEWY - Prof. L. PlGORlNI - Comm. Corrado Ricci - Prof. G. E. Rizzo - Prof. L. SAVIGNONI - Prof. A. VENTVRI. Segretario Prof. LVClO MARIANI Vice Segretarii Dott. R. PARIBENI - Prof. P. D’ACHIARDI. Amministratore Prof. G. ANGELO COLINI. Revisori de' conti Dott. E. GHISLANZONI - Prof. P. SECCIA-CORTES - Cav. A. VOCHIERI. Comitato di redazione L. Mariani - F. FIermanin - L. Cantarelli - A. Della Seta - G. Cvltrera - B. Nogara. ATTI DELLA SOCIETÀ' Le vive questioni artistiche e archeologiche agitatesi in Roma in questi ultimi mesi, quali quella della sistemazione di piazza Colonna e dell’unione dei Palazzi Capitolini hanno trovato la nostra Società vigile e strenua al suo posto a fianco alle associazioni sorelle. È noto, che la ragionata opposizione delle associazioni storiche, artistiche e archeologiche ha finito col trionfare, risparmiando alla città due incon¬ sulte deturpazioni. Le gite sociali della primavera ebbero luogo ad Ostia con la guida del prof. Dante Vaglieri, a Porto d’Anzio con quella del prof. Lucio Mariani, e a Conca (antica Satricum) con la scorta delFlng. Raniero Mengarelli che conduceva allora gli scavi nel luogo. Una gita -assai più importante si propone per questa prossima primavera: quella in Sardegna che gli interessantissimi ultimi scavi dimostrano sempre più degna dello studio e dell’interesse di tutti noi. Il Consiglio Direttivo d’accordo col Soprintendente degli Scavi e Musei dell’isola prof. Antonio Tara- melli si riserva di pubblicare un programma dettagliato, e prega intanto sin d’ora i soci che vogliano intervenire di esporre i loro consigli o i loro desideri! sul tempo e sulla durata del viaggio. n nostro presidente on. senatore Domenico Comparetti inizierà tra breve la serie delle pubblicazioni straordinarie della Società con la raccolta delle iaminette orfiche. L’interessante volume che si sta stam¬ pando a Firenze, per la singolare liberalità dell’autore potrà esser dato ai soci con notevole ribasso. Nelle elezioni per parziale rinnovamento delle cariche tenutesi il 20 giugno 1909 riuscirono eletti a vice-presidente Fon. principe Leone Caetani, a consiglieri i signori Galli oc. avv. Roberto, Hermanin prof. Federico, Pigorini prof. Luigi, Savignoni prof. Luigi. — 6 — ELENCO DEI SOCI SOCI PERPETUI. 1. Caetani principe D. Leone, Ranni. 2. Castellani comni. Augusto, Roma. 3. Comparetti prof. sen. Domenico, Firenze. 4. Jonas Alfredo, Francoforte sul Meno. 5. Lanna baronessa Fanny, Praga, 6. Lattes prof. Elia, Milano, 7. Municipio di Milano. 8. Municipio di Roma. 9. Paganini ing. sen. Roberto, Roma, 10. Pallavicini principe Giulio, Roma. SOCI ORDINARI. 1. Alfonsi Alfonso, Fsfe. 2. Ambrosetti prof. Juan, Buenos Ayres, 3. Amelung prof. Waltlier, Roma. 4. Antonelli avv. Mercurio, Monte/iascone. 5. Apolloni comm. Adolfo, Roma. 6. Aru dott. Carlo, Cagliari. 7. Associazione Archeologica Romana, Roma, 8. Aurigemma dott. Salvatore, Napoli. 9. Bacchelli Riccardo, Bologna. 10. Bacd dott. Pelei), Firenze. 11. Bacile di Castiglione barone Filippo, (Lecce). 12. Bacile di Castiglione ing. Gennaro, Bari. 13. Bagatti-Valsecchi nob. Fausto, Milano. 14. B.illadoro conte Arrigo, Verona. 15. Ballerini dott. Francesco, Como. 16. Balzani conte prof. Ugo, Roma. 17. Baragiola prof. Emilio, Vitale (Canton Ticino). 18. Bariol.a dott. Giulio, Modena. 19. Barsanti cav. Alessandro, Cairo. 20 Bartoli dott. Alfonso, Roma 21. Barzellotti prof, senat. Giacomo, Roma. 22. Basile ardi. prof. Ernesto, Palermo. 23. Beloch prof. Giulio, Roma. 24. Bensa prof. sen. Paolo Emilio, Genova. 25. Benedetti prof. D. Enrico, [ionia. 26. Biancale dott. Michele, Tivoli. 27. Bianchi-Cagliesi dott. Vincenzo, Roma. 28. Biblioteca del Nuovo Circolo, Roma. 29. Biblioteca Municipale, Reggio Emilia. 30. Blanc barone Alberto, Roma. 31. Blaserna on. sen. Pietro, Roma. 32. Boccardi marchesa Anna, Roma. 33. Rodio on. senat. Luigi, Roma, 34. Boella dott. D. Ferruccio, Alba. 35. Botti prof. Angelo, Mortara. 36. Bonarelli conte dott. Guido, Gubbio. 37. Bonci-Casucdni nob. dott. Emilio, Chiusi. 38. Roncompagni principe mons. Ugo. Roma. 39. Boni ardi. comm. Giacomo, Roma, 40. Bordonaro di Chiaromonte on. senat. Gabriele, Palermo. 41. Borgatti col. Mariano, Roma. 42. Boselli on. Paolo, Roma. 43. Bragg miss Fi. B. Tionia. 44. Bragg miss S. R,. Roma. 45. Breccia prof. Evaristo, Alessandria d'Egitto. 46. Brunelli Bonetti Antonio, Padova. 47. Bulwer miss Agnese, Roma, 48. Bulwer miss Dora, Roma. 49. Caetani-Lovatelli donna Ersilia, Roma. 50. Gagnola Guido, Milano. 51. Calonghi prof. Ferruccio, Genova. 52. Calvia prof. Giuseppe, Mores (Sassari). 53. Campanini prof. Naborre, Reggio Emilia. 54. Campi nobile Luigi, Cles (Trentino). 55. Campori marcii. Matteo, Modena. 56. Cannizzaro ing. ardi. Mariano, Roma. 57. Cantalaniessa prof. Giulio, Roma. 58. Cantarelli prof. Luigi, Roma. 59. Cafialdo on. dep. Luigi, Sant’ Angelo dei Lom¬ bardi. 60. Cappelli march. Alfonso, Aquila. 61. Cardinali prof. Giuseppe, Genova. — 7 — 02. Carotti prof. Giulio, Milano. 63. Castelfranco prof. Pompeo, Milano. 64. Cervetto prof. Luigi Augusto, Genova. 65. Cesano dott. Lorenzina, Roma. 66. Chigi principe Mario, Roma. 67. Clan prof. Vittorio, Pavia. 68. Ciccaglione prof. Federico, Catania. 69. Cocchi prof. Igino, Firenze. 70. Coietti dott. Luigi, Treviso. 71. Colini prof. Giuseppe Angelo, Roma. 72. Colomba prof. Gaetano Mario, Palermo. 73. Consolo Maria, Roma. 74. Cora prof. Guido, Roma. 75. Correrà prof. Luigi, Napoli. 76. Cottafavi on. dep. Vittorio, Modena. 77. Croce on. sen. Benedetto, Napoli. 78. Cugia di Sant’Orsola march. Diego, Roma. 79. Coltrerà dott. Giuseppe, Roma. 80. Curzio avv. Carmine, Roma. 81. Curtopassi contessa Camilla, Roma. 82. D’Achiardi dott. Pietro, Roma. 83. Dal Borgo dott. Pio Paolo, Pisa. 84. Dalla Vedova prof. Giuseppe, Roma. 85. D’Ancona dott. Paolo, Firenze. 86. Danesi cav. Cesare, Roma. 87. Da Ponte dott. Pietro, Brescia. 88. De Amicis prof. Vincenzo, Alfedena (Aquila). 89. De Filippi dott. Filippo, Roma. 90. Dei ing. Giunio, Roma. 91. Della Seta dott. Alessandro, Roma. 92. Della Torre dott. Ruggero, Cividale del Friuli. 93. Delogu prof. Pietro, Catania. 94. De Mandato cav. Arcangelo, Costantino¬ poli. 95. De Marchi prof. Attilio, Milano. 96. De Nicola dott. Giacomo, Siena. 97. De Petra prof. Giulio, Napoli. 98. De Ruggero prof. Ettore, Roma. 99. De Sanctis avv. Filippo, Roma. 100. De Sanctis prof. Gaetano, Torino. 101. Di Casamichela prof. Giovanni, Lucca. 102. Di Fabio prof. D. Adelchi, Roma. 103. Di Lullo prof. Antonio, Isernia. 104. Di San Martino conte Enrico, Roma. 105. Di Scalea principe senat. Francesco, Palermo. 106. Doria Pamphili principe senat. Alfonso, 107. Ducati dott. Pericle, Bologna. 108. Eusebio prof. Federico, Genova. 109. Fago dott. Vincenzo, Cairo. no. Felissent conte Giangiacomo, Treviso. 111. Ferrari prof. Ettore, Roma. 112. Ferraris conte Luigi, Roma. 113. Festa prof. Nicola, Roma. 114. Filangieri di Candida conte dott. Antonio, Na¬ poli. 115. Fiocca ardi. Lorenzo, Perugia. 116. Fogazzaro on. senat. Antonio, Vicenza. 117. Fonteanive avv. Rodolfo, Tivoli. 118. Fracassetti prof. Francesco, Bologna. 119. Fraccaroli prof. Giuseppe, Torino. 120. Franchi de’ Cavalieri dott. Pio, Roma. 12 1. Fraschetti dott. Attilio, Tivoli. 122. Frati prof. Carlo, Venezia. 123. Frova dott. Arturo, Milano. 124. Gallavresi dott. Giuseppe, Milano. 125. Galli prof. D. Ignazio, Velletri. 126. Galli on. dep. Roberto, Roma. 127. Gallina prof. Francesco, Napoli. 128. Gamurrini prof Gian Francesco, Arezzo. 129. Ganga prof. Pietro, Nuoro (Sassari). 130. Garlanda prof. Federico, Roma. 13 1. Gentiloni-Silveri conte Aristide, Tolentino. 132. Gerini col. G. B., Cisano sul Neva. 133. Gerola dott. Giuseppe, Verona. 134. Gervasio dott. Michele, Bari. 135. Ghirardini prof. Gherardo, Bologna. 136. Ghislanzoni dott. Ettore, Roma. 137. Giorgi prof. Ignazio, Roma. 138. Giovagnoli on. dep. Raffaello, Roma. 139. Giuffrida-Ruggeri prof Vincenzo, Napoli. 140. Giussani ing. Antonio, Como. 141. Giusti Domenico, Roma. 142. Gnoli conte prof. Domenico, Roma. 143. Grampini prof. Ottavio, Roma. 144. Greppi conte Emanuele, Milano. 145. Grossi-Gondi prof. Felice, Roma. 146. Guidi prof. Ignazio, Roma. 147. Halbherr prof. Federico, Roma. 148. Helbig prof. Wolfgang, Roma. 149. Hermanin prof. Federico, Roma. 150. Hiilsen prof. Christian, Firenze. 15 1. Jatta on. dep. Antonio, Ruvo di Puglia. 152. Jatta dott. Michele, Ruvo di Puglia. 153. Jerace prof. Francesco, Napoli. 154. Joppelli prof. Gaetano, Napoli. 155. Karo prof. Georg, Atene. 156. Lanciani prof. Rodolfo, Roma. 157. Lecca-Ducagini cav. Giulio, Roma. 158. Locatelli cav. Giacomo, Fontanella Mantovana. 159. Loddo dott. Romualdo, Cagliari. 160. Loewy prof. Emanuele, Roma. 161. Lupatelli prof. Angelo, Perugia. 162. Lusignani prof. Luigi, Parma. 163. Magni dott. Antonio, Milano. 164. Malaguzzi-Valeri conte dott. Francesco, Milano. 165. Malvezzi conte dott. Aldobrandino, Bologna. 8 — 166. Mancini prtìf. Ernesto, Roma. 167. Marchi prof. Antonio, Messina. 168. Mariani prof. Lucio, Pisa. 169. Marietti dott. Antonio, Milano 170. Mariotti on. senat. Giovanni, Panna. 171. Martinori ing. Eduardo, Poma. 172. Marvasi avv. Vittorio, Napoli. 173. Mauceri dott. Enrico, Siracusa. 174. Mauceri ing. Luigi, Poma. 175. Mazzoni Pietro, Firenze. 176. Mele avv. Augusto, Napoli. 177. Mercati mons. Giovanni, Poma. 178. Milanese prof. Giovanni, Treviso. 179. Milani prof. Luigi Adriano, Firenze. 180. Minto dott. Antonio, Dolo (Venezia). 181. Monteverde 011. senat. Giulio, Poma. 182. Montrésor on. prof. Luigi Massimiliano, 183. Montuori avv. Raffaele, Napoli. 184. Moore miss Lucia, Poma. 185 Moris magg. Mario, Poma. 186. Morpurgo dott. Lucia, Poma, 187. Morpurgo Renato, Alessandria d'Egitto. 188. Mosso on. senat. Angelo, Torino. 189. Miiller Carlo. Intra (Novara). 190. Municipio di Frascati. 191. Municipio di Marino. 192. Municipio di Napoli. 193. Municipio di Venezia. 194. Munoz dott. Antonio, Poma. 195. Museo archeologico, Ancona. 196. Museo civico Correr, Venezia. 197. Museo nazionale rom.ino. 198. Museo preistorico-etnografico e Kircheriano TIoma. 199. Naggiar Carlo, Alessandria d’Egitto 200. Nardini ing. Oreste, J'elletri. 201. Negrioli dott. Augusto, Bologna. 202. Nogara prof. Bartolomeo, Poma. 203. Norsa Bey, Alessandria d’Egitto. 204. Ongaro ardi. prof. Massimiliano, Venezia. 205. Orbaan dott. J., Poma. 206. Origani Luigi, Milano. 207. Orsi prof. Paolo, Siracusa. 208. Ostini cav. Alessandro, Poma. 209. Ozzola dott. Leandro, Poma. 210. Pace Biagio, Palermo. 2U. Barilozzi conte Claudio, Poma. 212. Pariheni dott. Roberto, Poma. 213. Pascal prof. Carlo, Catania. 214. Pasquali dott. Alberto, Poma. 215. Pasquali dott. Giorgio, Poma. 216. Pasquinangeli avv. Giocondo, Poma 217. Petroni prof. Giovanni, Pavia 218. Pedroli prof. Uberto, Bologna. 219. Rellati dott. Franz, Poma. 220. Pellegrini prof. Giuseppe, Padova. 221. Perazzi signorina Lina, Poma. 222. Pernier dott. Luigi, Atene. 223. Pestalozza dott. Uberto, Milano. 224. Petitti di Roreto conte generale Alfonso, Alba. 225. Pett.izzoni dott. Raffaele, Poma. 226. Pigorini prof. Luigi, Poma. 227. Poggi avv. Gaetano, Genova. 228. Poggi comm. Vittorio, Savona. 229. .Pompilj on. dep. Guido, Poma. 230. Pontani dott. Costantino, Poma. 231. Pranzetti comm. Carlo, Poma. 232. Pribram prof. Alfred, Praga. 233. Prosdocimi prof. Alessandro, Este. 234. Puglisi Marino prof. Salvatore, Catania. 235. Buschi prof. Alberto, Trieste. 236. Putorti prof. Nicola, Poma. 237. Quagliati prof. Quintino, Taranto. 238. Petrosi prof. Emilio, Poma. 239. Ricci prof. comm. Corrado, Poma. 240. Ricci prof. Serafino. Milano. 241. Ridola on. dep. Domenico, Matera. 242. Rivoira comm. Gian Teresio, Poma. 243. Rizzo prof. Giulio Emanuele, Torino. 244. Rosadi on. dep. Giovanni, Firenze, 243. Rossello prof. Adolfo, Genova. 246. Rossi prof. Pietro, Siena. 447. Rossi avv. Pasquale, Poma. 248. Sacelli prof. Pericle, Cremona. 249. Salinas prof. Antonino, Palermo. 250. Santamaria Pietro, Poma. 251. Savignoni prof. Luigi, Poma. 252. Savini cav. Francesco, Teramo. 233. Scano ing. Dionigi, Cagliari. 254. Scaravelli Annibaie, Poma. 255. Schiaparelli prof. Celestino, Poma. 256. Schiaparelli prof. Ernesto, Torino. 257. Schulz prof. Joseph, Praga. 258. Scialoia on. senat. Vittorio, Poma. 239. Scipioni prof. Scipione, Ascoli Piceno. 260. Scotti cav. Luigi. Piacenza. 261. Scrinzi prof. Angelo, Venezia. 262. Scuola Inglese diArcheologia, Atene 263. Seccia-Cortes prof. Pasquale, /Wa/'/ho (/?omrt) 264. Seletti avv. Emilio, Milano. 265. Serafini prof. Cammillo, Poma. 266. Sergi prof. Giuseppe, Poma. 267. Sim miss S., Poma. 268. Soragna march. Antonio, Milano. 269. Sordini prof. Giuseppe, Spoleto. 9 270. Spalletti-Rasponi contessa Gabriella, Roma. 271. Spano dott. Giuseppe, Pompei. 272. Spighi ardi. prof. Cesare, Firenze. 273. Spinelli barone Marcello, Napoli, 274. Staderini prof. Giovanni, Roma. 275. Stampini prof. Ettore, Torino. 276. Stara-Tedde dott. Giorgio, Roma. 277. Stettiner comm. Pietro, Roma. 278. Sticotti prof. Piero, Trieste. 279. Supino prof. Igino Benvenuto, Bologna. 280. Tambroni avv. Ugo, Roma. 281. Taramelli prof. Antonio, Cagliari. 282. Taverna conte Paolo, Roma. 283. Tedeschi prof. Enrico, Padova. 284. Terzaghi dott. Nicola, Aquila. 285. Tiranti prof. Vittorio, Firenze. 286. Toesca prof. Pietro, Torino. 287. Tognola cav. Paolo, Roma. 288. Tommasini on. senat. Oreste, Roma. 289. Tonnini prof. Silvio, Bologna. 290. Toscanelli on. Nello, Pontedera. 291. Trasatti Raffaele, Roma. 292. Traverso ing. Giovanni Battista, Alba. 293. Tropea prof. Giacomo. Padova. 294. Turchi prof. D. Nicola, Fio ma. 295. Vanacore dott. Francesca, Castellammare di Stabia. 296. Vasari cav. uff. Alessandro, Roma. 297. Venturi prof. Adolfo, Roma. 298. Venturi dott. Lionello, Venezia. 299. Viale comm. Clemente, Roma. 300. Vigoni on. senat. Pippo, Milano. 301. Vitelli prof. Girolamo, Firenze. 302. Vochieri cav. Andrea, Frascarolo (Pavia). 303. Zanardi col. Roberto, Bologna. 304. Zanca arch. prof. Antonio, Palermo. 305. Zannoni arch. prof. Antonio, Bologna. 306. Zippel prof. Giuseppe, Roma. 307. Zocco-Rosa prof. Antonio, Catania. 308. Zottoli dott. Giampietro, Salerno. AVSONIA RIVISTA • DELLA • SOCIETÀ • ITALIANA DI • ARCHEOLOGIA • E • STORIA • DELL’ARTE ROMA STABILIMENTO TIPOGRAFICO RICCARDO GARRONI GIÀ SOCIETÀ TIPOGRAFICO-EDITRICE ROMANA PIAZZA MIGNANELU, 23 1910 AVVERTENZA Gli autori sono personalmente responsabili degli articoli da loro firmati. ARTICOLI Au^ovia • Anno IV. I CONTRIBUTI ALLA STORIA DELLA RELIGIONE PALEO-ITALICA I. Riordinando la suppellettile archeologica del Civico Museo di Pavia mi avvenne di im¬ battermi in due statuette bronzee paleo- italiche che mi parvero degne di pubblicazione. Di¬ verse per civiltà e per tipo — poiché l’una è umbra, l’altra etrusca, l’una è femminile, l’altra maschile — tutte e due però, con una felice coincidenza, contribuiscono a gettare una gran luce sull’arte e sulla religione umbra; tutte e due poi sono in sé e per sé interessanti perchè rappresentano due tipi finora sconosciuti nell’archeologia paleoitalica: tutte e due non solo inedite ma ignote perfino ai visitatori del Museo poiché giacevano insieme ad alcune antichità egizie, in una cassetta obliata. Da loro provenienza è ignota: si può solo supporre che appar¬ tenessero, insieme alle antichità egizie, alle collezioni che per testamento lasciò al Museo il numismatico Carlo Brambilla, morto nel 1892. Da ragione sarebbe la seguente: la suppellet¬ tile classica e preistorica del Museo consta, salvo cose locali o singoli oggetti acquistati, di due lasciti: quello del Brambilla su detto, e quello del giureconsulto Francesco Reale. Delle cose lasciate da quest’ultimo si fece un inventario, molto sommario a dir vero, nel quale le antichità egizie non sono nominate. Dell’altro lascito fatto dai Brambilla, non si fece un in¬ ventario: non appartenendo le antichità egizie e insieme la statuetta al lascito Reale, devono necessariamente far parte del lascito Brambilla. Un tenue indizio sulla provenienza della statuetta umbra - — dalla quale comincio — è il seguente: nel museo esiste un bellissimo ossuario di impasto bruno che, nella decorazione geometrica a triangoli di linee graffite, ricorda ossuari villanoviani (i); la forma, se non pro¬ prio villanoviana, è però biconica; il coperchio è senza ornati come si osserva per lo più nelle necropoli di Corneto e di Chiusi. Esso fu trovato nel 1877 nella necropoli di Castelletto Ticino, come risulta da una nota dello scavatore Carlo Marazzini, di Varallo Pombia (2) il quale lo (1) Ricorda assai da vicino gli ossuari : Monte- Lius, La civil. prim. Ser. B tav. 45, fìg. 4 da Ca¬ stelletto Ticino e 7, e tav. = Bull. pai. II. tav. II, 8, e più ancora un ossuario del secondo periodo di Golasecca [Noi. se. 1877 tav. XVII) e altri conservati nel Museo Archeologico di Mi¬ lano, eguali al nostro. (2) Il M. dice che l’ossuario fu trovato con uno « scodelino (sic) di terra nera lucida » che c’è nel museo e che è attico. Ciò basterebbe a far dubitare ch’esso sia villanoviano ma il M. era in¬ colto e inesatto nelle sue relazioni di scavi specie per ciò che riguarda la giacitura degli oggetti. Secondo una sua lettera del 2 aprile 1877 un os¬ suario simile a quello in questione dovette tro¬ varsi insieme a monete imperiali di bassa età. cedette al Brambilla (i). Ora, non essendoci nel museo altri oggetti umbri fuori deU’ossuario e della statuetta è probabile che anche questa derivasse da Castelletto Ticino dove, come è noto, esisteva una necropoli arcaica (2), 0 da un luogo vicino, entrando nelle collezioni del Brambilla, per opera del Marazzini, e che poi il Brambilla la legasse, insieme al resto, al Museo. Essa potrel)be quindi derivare da una di quelle tombe villanoviane dell’alta Italia originate dal movimento degli umbri rigettati, come ])are, verso i laghi lombardi dalla irruzione dei \Tneti (3). 'l'utto ciò è però senza dubbio assai incerto. La statuetta, della quale presento una fotografia in tre pose al naturale (figg. 1-3), è di bronzo con patina verde-scura, qua e là scrostata e chiazzata di giallastro. È alta cm. 8,6 e rappresenta una figura femminile nuda, stante, primitiva si ma non rozzamente eseguita. Ha testa molto grossa con fronte sporgente e occhi incavati, consistenti in due semplici buchi: il naso è piccolo e aquilino, la bocca si presenta come una semplice linea orizzontale, il mento è sporgente, si che il profilo è quello di una vecchia. I capelli formano una specie di cuffia che ricinge, a mo’ di aureola, la parte anteriore del ca])o e di dietro si restringe in modo partico- (1) Lettera del 2 apiile i87.5- (’) Guirakiuni, Mnii.iiìit., X, ]). |i. (3) Situla di ’(\Mtscli: HoERNES.tav. XXXV, 2. (Nota il tipo costante col naso volto in su). Sitala (Iella, Certosa: Hoerner, tav. XXXII. — 13 — animali sono quindi evidentemente il prodotto di un’arte evoluta che ha dei modelli e delle tradizioni, i tipi umani sono del tutto primitivi, veri e pro])ri esperimenti. Queste figure, insieme alle prime statuette della stipe barateliana, dimostrano dunque che il tipo statuario umbro non passò alla civiltà veneta la quale dovette crearlo di nuovo: la ragione, come si è detto, dovette essere di indole religiosa. E la prova di tutto ciò è data precisamente dalla situla. Cotesto arnese non può pareggiarsi a un altro qualunque utensile; come vaso da recar liquidi esso implicava una serie di costumanze speciali che le situle della Certosa e di Watsch ci hanno tramandato; come vaso che entrava nel corredo funebre di una tomba implicava un complesso di credenze speciali sulla vita oltremondana. Il metter una situla nella tomba era come creder che l’estinto ne avrebbe fatto uso, era un credei alla vita futura. Ora la civiltà di Villanova non solo la usò, ma ne rispettò completamente il carattere domestico e rituale. Infatti nella tomba di Villanova, che dette la situla omonima, fu trovata l’ansa di un mestolo da attingere acqua: altri oggetti simili vennero in luce da altre tombe bolognesi insieme alle situle: anche in tombe della Certosa si trovò ordinariamente una situla insieme a una coppia di attingitoi o di altri vasi da attinger acqua (i). Invece, passando alla civiltà atestino, la situla come arnese domestico acquista forma anche più vaga, e ne spesseggiano le riproduzioni fittili, ma come oggetto rituale perdette ogni im¬ portanza, tanto che nel secondo periodo sostituì l’ossuario villanoviano e irei terzo periodo diventò una specie di custodia sia per difesa sia per ornamento, entro alla quale si depose l’os¬ suario fittile (2). Ciò vuol dire che ciuelle credenze x^er le quali nel Bolognese si x>oneva ap¬ presso al morto la situla col siinpulum xrerchè egli si dissetasse, quelle sxrecifiche credenze, erano andate perdute. In argomento di dottrine eschatologiche ci fu dunque un’orientazione diversa. In accordo perfetto a ciò che dicono le statuette: le rrmbre parlano di fecondità, di vita rinascente; le atestine nulla dicono più di un semxrlice rito. Fu una mutazione cosi radicale che spiega bene come un tqro statuario peculiarmente religioso iroir xrotesse venir accettato. V. Ma questo tipo — la erri esistenza mi xrare d’aver orirrai dimostrato — come e xrerchè sorse nella civiltà umbra ? Già vedeinnro come esso fosse di carattere orientale. Come tale si rianiroda alle itrflirenze fenicie ben note che operarorro sulla civiltà di Villanova: è suxrerfluo ricordare gli oggetti d’oro (i) Ghirardini, in Mon. ant. II, p. 195-6 e Rend. Lincei. 1892, ji. 276. Noi. scavi, 1889, p. 31, n. 3-4 e 6-7, cfr. tav. I. 37 (Brizio). Non mi pare che si possa dire che nel Bolognese la situla fu usata come >< accessorio » delle tombe (Ghir.ar- niNi, Mon. Ani. VII. r 68): anzi essa aveva un significato religioso e rituale essenzialissimo, più certo delle fibule o di altri oggettini. (2) Cfr. Ghirardini, Mon. ant. X, p. 219. Il Ghirardini xrerò non ha messo in luce rinqror- tanza rituale e religiosa della cosa. — 14 — affini a quelli liiivenuti a Rodi e in Sardegna, gli scarabei e gli idoletti egizi (i). Più impor¬ tante è ricordare come la ornamentazione di cinturoni paleo-italici consistente in un disco dal quale si partono dei serpenti, sia assai verosimilmente una derivazione del disco solare egizio fiancheggiato dai serjreriti rrrei (2). I/ornamentazione geometrica delle sitrrle, pecu¬ liare della civiltà villanoviarra, è essa prrre corrsiderata di origine orierrtale (3); anzi la situla stessa ap])artiene alla serie di quei lavori in lanrirre di Irronzo rirrnite con Inrllette, che l’occi¬ dente apprese a conoscere dall’ oricrRe (4). Fra trrtti qrresti elementi io credo che bisogna dar il rrrassirrro peso, nel rispetto ideografico, aU’ornarrrentazione dei centuroni e, nel rispetto rituale, alla situla. Questi infatti dimostrano che nella civiltà villanoviarra erano penetrate correnti orientali, non solo sotto forrrra di importazione corrrrnerciale, ma anche di civiltà e di religione. Questa corrente, specificanrente fenicia, lasciò la sua traccia qui come dovurrque arrivò, cioè la irrragine della divinità esibente le proprie caratteristiche sessuali. Ecco perchè credo di poter affermare che nella civiltà umbra si formò imo speciale stile staiuario reli¬ gioso: esso si forrrrò perchè corrispondeva a una speciale figirrazione religiosa, la qrrale rrel- rOriente stesso tron ebbe apjrlicazioni indrrstriali, frrorr della sacra e diffirsa irrrrrragine divina. Fra i monurnerrti usciti dalla necropoli jricena di Novilara rrotevolissirna è ima statuetta molto rozza (5) che rappresenta una donna ignuda stante, con la destra fra le mammelle e la sinistra al basso ventre, non però come ritenne il Brizio per coprire il sesso (6) che resta visibile. È una irnagine della nota dea fenicia. Un’altra statuetta pure di Novilara esibisce una donna ignuda stante con un vaso sul capo (entro il quale in origine passava un anello), la mano destra al petto e la sinistra verso il Irasso ventre (7) : è anche essa una derivazione del noto tipo, pure di origine orientale, come in generale le figurazioni di donne col vaso (8). A dimostrare che non si tratta di oggetti singoli importanti, ma di una vera influenza orien¬ tale o greco-orientale nel Biceno, Irasta addurre pochi monumenti. Una stela trovata nel 1840 fra Pesaro e Novilara con figurazione di una nave grande a vela alzata e due navi minori montate da guerrieri e in atto di cozzare (g), ricorda assai da vicino le navi dipinte su vasi del Dipylon (io), mentre per gli ornati a spire intrecciate dell’altra faccia ricorda stele sepolcrali micenee: l’Undset (ii) addirittura vedeva in questa stela una allusione alla naviga- (r) Unoset, L’aiifichiss. iiecr. tarq.. Annali, 1885, p. 74 e 87. (2) Unuset, ivi, p. 78-9; AIoNTEinus, I, tav. 74, 4. Orsi, Sui centuroni italici, Atti e meni. dep. Romagna, 1885. Recentemente il Déchelette [Le ciilte du soleil aux temps pre- hist. in Rev. arch. 1908, p. 348 ss.) sostenne clic questo disco non è il disco egizio coi serpenti ma il disco solare in barca tratta da cigni : anche ammesso ciò, il punto di vista non cambia. (3) GiriRARDiNr, Mou. Ant. VII, p. 61 ss. (Bi¬ bliografia p.6r nota 5). Contra : Modestov, In- tvod. à Vìnsi, rom., p. 334. (4) PiGORiNi, in Bull. pai. XIII (1887), p. 78 ss' (5) Mon. ant. V; p. 277 fig. 70 e 70 a (Brizio). (6) Cfr. Hoernes, p. 422. (7) Mon. ant. V fig. 71, 71 a. (8) Hoernes, p. 466. Cfr. Perrot- Chipiez, Hist. de Vari. IV. 329, fig. 147. (9) Mon. ani. V, fig. 3 e 3 a). (10) Hirschfeld, in Annali, 1872 p. 168. (11) In Brizio, La necrop. di Novilara Mon. ant. V, p. 86. — 15 — zione fenicia. TTna testa colossale di calcare trovata a Numaiia mostra, benché guasta, un elmo a cresta che, corroborato da altri esempi, corrisponde a quello dei guerrieri effigiati su vasi del Dipylon e dello stile antico arcaico (i). Assai più importante, perchè è un docu¬ mento religioso di primo ordine, è la costumanza picena di porre sotto al capo del cadavere una pietra, quasi dormisse, rivelataci dalle necropoli di Monteroberto e di Tolentino (2), che ricorda analoghi ritrovamenti di Troia (3) e di tombe fenicie (4). Nel Piceno l’influenza fenicia era dunque assai più intensa di una pura relazione commei- ciale, e aveva apportato elementi veri e propri di civiltà orientale. Ora le relazioni tra il Piceno e il Bolognese erano, per quel che possiamo congetturare non senza verisimiglianza, cordiali e strette. A proposito della tomba 38 del sepolcreto Servici a Novilara, la quale conteneva un ossuario di pretto tipo Villauovianc fu supposto dal Brizio e non senza ragione, che conte¬ nesse i resti di un italico dell’attiguo territorio riminese, morto fuori di patria e sepolto col rito paesano (5) : e questo potrebbe esser un indizio di buoni e pacifici rapporti. Anzi, le tombe novilaresi hanno dato un ricco corredo di oggetti caratteristici a Novilara e insieme ftequenti nelle tombe Villanoviane di Rimini: specialmente notevole è il rasoio a lama ricurva (6), frequentissimo nelle tombe felsinee recenziori. E si noti che il rasoio non è come tanti altri oggetti di ornamento che, qualunque ne sia la forma o il tipo, non impli¬ cano speciali abitudini (un ciondolo è sempre un ciondolo, pei esempio, sia esso di origine italica od orientale) ; il rasoio, a seconda della stessa sua forma, esige una serie di abitudini e di gesti tutta speciale. Ricorderò ancora le bronzee bacinelle, con circoli a sbalzo e pun¬ tini, analoghe a quelle uscite dalle necropoli di Narce e di Vetulonia, le quali attesterebbero una corrente commerciale tra Novilara eia civiltà di Villanova (7). Ma non basta: a Verucchio si trovò un manico di ciotola fittile esibente assai rozzamente una figura di donna nuda colla sinistra al seno e la destra al basso ventre (8), cioè il solito tipo orientale imitato da un modello in bronzo, probabilmente importato: ivi stesso si trovò un pendaglio che mostra anch’esso la nota figurina (g). Questi monumenti si devono senza dubbio connettere alla figura novi- larese, e segnano, a dir così, una delle tappe percorse da essa prima di arrivare più a nord. Osserverò poi di passata che il braccio sinistro della statuetta di Novilara, col vaso sul capo, è assai affine — nella curva e nel modo di tener la mano — all’arto corrispondente della nostra statuetta; anche nell’attacco del collo, se non m’inganno, c’è della affinità. (i) Brizio, ivi p. 218. {2) ISiot. scavi, 1880, p. 344 (Brizio). Bttll. pai. VI, p. 161, tav. X, I, (Silveri-Gentiloni). (3) SCHLIEMANN, lUoS p. 789. n. I552. (4) Per es. nelle necropoli fenicie di Malta, Mayer, Aus den Nekrop. von Malta, Sitzungsbet. bayr. Akad, Philos- Phil. Klasse, 1905, p. 471 e 473. Cosi nella necropoli sicula del Finocchito, Bull. pai. XX, p. 44 s. (Orsi). (5) Brizio, Not.i%g^, p. 302; Mon.ant.Y, p.190. (6) Mon. ani. V, tav. X, 37 a. Cfr. p. 249. (7) Mon. ant. V, p. 303-4. (8) Noi. scavi 1894, p. 299, fig. 7. (9) Not. scavi 1894, ivi, fig. 8. — i6 — lai altro iiiouumeuto della civiltà villanoviana, il quale non esce sostanzialmente dal novero di queste tìgnrazioni sessuali, è un candelabro di Vetulonia (i) che porta in cima una tìgurina di donna ignuda stante, la quale ha la sinistra al seno e la destra alzata a sostenere sul capo un vaso: figurina che ricorda quella dianzi menzionata di Novilara. Un’altra figurina simile proviene da Naice (2): il braccio sinistro è S])ezzato ma certo reggeva il vaso sul capo; baierò braccio è però accostato al petto. Tutti (presti fatti si ])resentano cosi armonici e legaci tra loro che l’ipotesi che la corrente orientale arrivasse agli umbri dal Piceno e per mediazione di (presto, ci appare ablrastanza giustificata ])er essere accettata. vSi potrebbe certamente obiettare che (presta corrente piceno-villarroviana, si potè anche svolgere in senso inverso, rrra a me pare che le prolrabilità rrraggiori sieno per noi, sia ]rer la posizione geografica dei Piceni i cprali avevano sirll’Adriatico rrira intera costa, rnerrtre gli unrbri — ahrrerro entro i limiti de’ ritrovarrrerrti archeologici — vi tenevano solo alcrrrri posti (Rirnirri ecc.); sia perchè l’iirllrrenza orientale appare nella civiltà piceira pir'r rretta, i)m profonda che in qirella unrbra. Del resto i vivi e airtichissinrr rapporti tra Grecia e Italia attraverso l’x4driatico sono cosa nota (3) ; di fronte a questi ra^rporti e alle numerose prove archeologiche e letterarie che li testimoniano, ci paiono non molto concludenti le argomentazioni che sostengono che la cor¬ rente orientale arrivasse agli Ibnbri dal Mediterraneo e dal Nord (4), mentre invece sono irrefu¬ tabili gli argomenti con i quali si dimostrò che la sitnla, prodotto orientale, pervenne agli Italici piuttosto dall’Adriatico che non per terra dall'Etrnria (5). Un altro argomento ancora è dato da un gruppo di pietra trovato a Nesazio (6) esibente una donna che allatta irn bimbo mentre colla manca accenna alla natura scolpita in modo assai drastico; il gruppo è posteriore alla ]rrima età del ferro, ma prova che il noto tipo orientale esisteva già prima ivi, giuntovi certo dall’Adriatico, Riassumendo le considerazioni fin qui fatte, credo di non esagerare dicendo che la sta¬ tuetta pavese è di una importanza massima per la storia della civiltà paleoitalica perchè, uni¬ tamente all’idolo di vS. Francesco, rivela non solo l’esistenza di uno stile statuario religioso umbro ma anche la ])re.senza, nella civiltà villanoviana, di una vera e proj^ria e sentita cor¬ rente religiosa, di derivazione schiettamente orientale, che arrivò agli umbri per mare at¬ traverso l’Adiiatico, e poi per terra, attraverso il Riceno. VI. Fa seconda statuetta, riprodotta al naturale dalle figg. b-8, è anch’essa di piovenienza ignota senza il minimo indizio che valga a farla congetturare. Rrobabilmente pervenne al (1) IIoERNES, tav. IX, 20 = Falchi. XV, 5. 11 Reinach erra grossolanamente prendendo per un uomo la figura femminile di questo can¬ delabro [Aìithvop. 1895, p. 310). (2) Mori. ani. IV, p. 184, fig. 71. (3) Pais, St. d. Sic. e d. Mag. Grecia I, p, 422 ss. (4) Cf. Gsell, Fouil.danslanècr.deVitlci\>. 377. (5) Ghiraruini, il/o», ant. II, p. 228. (6) Nesazio-Pola {Atti e meni. soc. istr. XXII, 1905) fig. J4 e 15. 17 — museo col legato Brambilla. È alta cui. 9,6, di bronzo con patina verde-scura, e reca in tutto il corpo tracce di un sopralavoro di lima e forse di martellatura ; la bietta lunga e acuta che sporge di sotto ai piedi è evidentemente moderna, come dimostra la freschezza della salda¬ tura in stagno: non si può però escludere che essa sostituisca un peduncolo di in fissione origi¬ nario, forze spezzatosi.. Ba statuetta esibisce una figurina maschile ignuda stante, colle gambe Fig. 6. Fig. 7. Fig. 8. rigidamente tese a accostate, e itifallica. La testa mostra i grandi occhi a mandorla spor¬ genti, propri dell’arte arcaica, come arcaico è il sorriso che increspa gli angoli della bocca. Il naso, che termina con una piccola superficie lucida, appare alquanto schiacciato: gli orecchi sono appena accennati con due incisioni verticali ed escono fuori dalla capigliatura che, circondando il capo a mo’ di cuffia, ricade sul collo allargandosi peculiarmente a foggia di klaft. Intorno al collo si vede una collana incisa a bulino, e formata di tanti triangoletti disposti, colie basi unite, intorno al collo. Le braccia, a sezione circolare, sono arcuate senza indicazione di articolazioni; nelle mani rappresentate col pollice allargato e le altre dita riunite non si distinguono divisioni di dita. Il busto è allungato: le cosce e la regione glutea bene accentuate : i piedi larghi, e fusi insieme. Nel complesso, la statuina somiglia a un’ancora. Ausonia - Anno IV. 3 — i8 — La statiietta corrisponde assai eia vicino a nna iìgnrina etnisca, femminile o asessuale, pubblicata dal Micali (i), dalle gambe rigidamente accostate, dalle braccia allargate non però arenate, dalla capigliatura a ìdaft che circonda il fronte a modo di enfila, dalla collana for¬ mata di tre linee graffite e da una riga di triangoli col vertice aH’ingiù. La conispondenza è tale da denotare parentela, si che anche la nostra statuetta è da ritenersi etrnsca, tanto più che altre particolarità la dimostrano tale. Im posizione delle braccia arcuate e delle mani col pollice divaricato e le altre dita riunite, si osserva in due altre figurine etrusche (2): la collana di triangoletti ha pure riscontri in statuette etrusche (3). Oliale l’origine di questo tipo? — tùia serie di analogie che verremo esponendo ci fanno credere che esso fosse derivato dall’Egitto, sia direttamente - nel quale caso si jiotrebbero citare alcune fonti geroglifiche, attestanti, secondo alcuni, relazioni dirette fra Etruria ed Egitto (q) — sia indirettamente per importazione fenicia. È chiaro che l’ipotesi più verosimile è la seconda. Le analogie stilistiche cui si accennava sono le seguenti, prescindendo da quella della capigliatura a klaft che non è specificamente egizia e che ricorre anche neU’arte greca arcaica: la corporatura snella e allungata con forme esili, con vita sottile, con piedi lunghi, piatti, un po’ inclinati verso il basso è — vista di ]>rofìlo — . .Altri esempi ivi nota 2. (3) Mutryiduv. XX. (i88()l. ji. 342, tigg. 133 e 134 (Reinach). (4) Rolli. jMitt. 1897. ]i. 3, fig. 3 e 6, p. 13, fig. 3 (Petersex). (3) Mil.\xi. Studi e , II I, ]i. 99, fig. 430; (tela policroma del Louvre). Più importante è però un rilievo del tempio di Denderah che mostra tn- ligure gradienti neiratteggiamento detto seguite da figura lemminile ignuda (Pan- ckoucke Drscri jitioìi IV lava 27,10); nn altro rilievo dello stesso tempio mostra la stessa figura stesa su un letto (Panckoucke lA^, tav. 27,4). (6) Porse si ]uiò vederlo in certe figure tozze, a gambe aperte e arcuate, ricorrenti in rilie\ i ili templi egizi in nn’atteggiamento che ricurrda il ]icrsiano: « Pueri, sacer est locus, extra meate >< (Pers, .Sat. i 144; Panckoucke 22 tav. 78,3 e 12 (Esné) -.Anche nella faccia intcriore della porta ilell’hcroon di (fiòlbaschi — Trysa (Col- LK'.xox, Hist. de 1(1 srulM. II, p. 203. fig. 97.) (7) AI aki.cni, Au//. coni. 1890 fig. 7. i e 2. (S) Anthyot’ologir, pagina 304, figura 275 (Rei¬ nach). — 23 — anche più vicina alla nostra è una statuetta da Lunckhofen (i). Una da Thorn (2) e un’altra da Domèvre-en-Haye (3) segnano uno stadio idteriore, hanno cioè le braccia inarcate lino a toccarsi il corpo. Da quest’ultimo tipo il passo è l)reve: per arrivare al gesto dell’idolo di S. Francesco e delle altre analoghe statuine basta aumentare ancora un pochino l’ incurva¬ mento del braccio. Considerando ora che neU’arte il gesto complicato segue cronologicamente il gesto semplice, noi riterremo il tipo umbro ad ancora anteriore a quell’idolo di vSan I<'ran- cesco, e suo diretto progenitore. Vili. Ora è tempo di trarre le ultime conclusioni. Se tutto quanto fin qui si è detto non è fondamentalmente errato, la statuetta umbra femminile e la statuetta etrusca maschile sono monumenti — uno diretto, l’altro indiretto — dell’antica religione umbra, la cui importanza eccezionale non può recarsi in dulrbio. Ma que¬ sta religione non è rappresentata, secondo noi, dalle sole due statuette pavesi, poiché intorno ad esse è lecito riannodare vari altri monumenti primitivi, che finora, eccettuato il noto sym- plegma di Vetulonia, illustrato dal Milani, non furono pienamente valutati, e che ricevono una grande luce appunto dalle due statuette. E questi sono; prima di tutto, il symplegma di Vetulonia (4) esibente un uomo itifal- lico e una donna con una mano al seno, uniti da una catena; poi, un bronzo di uso incerto già ricordato da Falerii (5) che mostra un uomo e una donna, applicati orizzontalmente, a gambe allargate, a un asticella verticale, entro una cornice adorna di uccelletti; ma più impor¬ tante è una fibula della necropoli prenestina (6) che esibisce due figure unite ciascuna con una mano (la destra, rispettivamente la sinistra) al basso ventre, mentre l’altra mano sta, nell’una sul fianco, e nell’altra al petto. Sono figure in sè asessuali, benché il Helbig le battezzi per uomini (7), ma possiamo facilmente riconoscere il loro carattere intenzionale. L’una delle due, con l’una mano al petto e l’altra al basso ventre è una donna, cioè la ben nota figura della dea orientale. Più diflrcile è stabilire il sesso dell’altra che ha una mano sul fianco e l’altra al basso ventre; essa ha nella posa stessa un non dubbio sapore maschile, tanto più se si riflette che questa posa, essenzialmente maschia, è attribuita dall’arte primitiva, con grande preferenza, al tipo maschile. Maschile è una statuetta bronzea del santuario di Hermes Kranaios a Creta (8) che incurva il braccio sul fianco, arrivando con la mano a mezzo il ventre : (1) Rev. ardi. 1877, tav. XVI. (2) Reinach, Anihrop. 1895, fig. 277. (3) Reinach, ivi fig. 276. Si ricordino anche le figure semplicemente itifalliche, senza gesto caratteristico (Esempi in Hoernes, p. 569-70). (4) Falchi, Vetulonia XVII, 33 = Hoer¬ nes IX 15 = Montelius, Civilis. XVII 33. (5) Hoernes, Vili 12. (6) Mon. Inst. XI, tav. II, 13. {7) Annali. 1879, p. 14. Il sesso non si vede nemmeno nella riproduzione al naturale di una delle due ligure in Mon. Inst. XI, tav. 31 a, 8. (8) Museo ital. II, tav. XIV, 5, — 24 — maschile è la hgura — colla manca puntata al fianco, stante su doppia jirotome di uccello — che sormonta un disco bronzeo trovato in Basilicata, usato come coperchio di cista (i) . Maschili sono ancora le due figure unite in abbraccio, col braccio esterno poggiato al fianco, rinvenute a Torre del Mordillo (2) ; ma non basta ancora, poiché è certo maschile la figura, identica a (|uella del disco di Itasilicata, che sormonta una filibia di Suessula (3), come sono virili — per la stessa ragione — le quattro figurine esibite da uno strano e complicato monu¬ mento primitivo di origine ignota (4) : sono verosimilmente ancora virili le due figurine di (nirina (5). Anzi, in un vaso del Dipilo con ])rothesis gli nomini tengono una mano sul fianco e fanno il gesto del dolore con l’altra, mentre le donne gestiscono con ambedue le braccia (6). C’è dumpre tutta una serie di figure virili, parte sicure parte probabili, con un braccio sul fianco: convien dunque ritenere virile anche la figurina prenestina. Che cosa dunque ci mostra la fibula prenestina? Due figure, runa maschile e l’altra femminile che ambedue mostrano le proprie caratteristiche sessuali. Una donna alla quale l’artefice dette il noto tradizionale atteggiamento della dea orientale e un nomo al quale in mancanza di un modello tradizionale egli dette il gesto classico delle figurine virili primi¬ tive; cioè l’atto di puntar il braccio sul fianco, i)er caratterizzarne il sesso, alla cui differeii- zazione es])licita ed esteriore forse la sua rozza arte non arrivava. vSi tratta — in ultima analisi — di una figura maschile nel gesto dell’idolo di vS. Francesco, posta accanto alla dea orientale ben nota: ora questa figura virile non è nè può esser altro se non analoga alle tante figurine virili di cui si è parlato, e poiché queste risalgono, come vedemmo, alla divinità crea¬ trice e generativa egizia, noi ravviseremo in questa librila prenestina una imagine della divi¬ nità femminile orientale e della divinità maschile egizia riunite insieme per un naturale e lo¬ gico sincretismo, espresso in modo assai più chiaro che non nel simplegma di Vetulonia; lierchè in questo la riunione delle due figure è ottenuta ed espressa con la catena che si può prestare, come vuole il Milani, a interpretazioni trascendentali, ma che in sè e per sè non significa nulla, mentre invece nella lilrula prenestina la unione è significata già coll’accosta mento delle due figure, sul cui significato non può cader dubbio. Fa fibula prenestina è dunque anch’essa un documento dell’antica religione umbra, nei suoi elementi di origine orientale. Nè dimenticheremo, come corollario di tutto (pianto si è detto, il ben noto carro di vStrettweg (7) nel quale, tra molte altre figure, spiccano due coppie di figure di cui una è (1) GEKH.rKD. Ety. Spiegrì, 1, tav. XVIll — Kemble, llorat’ ferialcs tav. XXXIV 6. J Ioernes, tav. IX, II. (2) Nat. scavi, 1888, tav. XV 22 c XIX, : = Hoernes, tav. IX io. (3) Hoernes, tav. IX 5. (4) Kemble. Hor. fer. XXXIV, i — Hoer¬ nes, IX 7. (3) Matériaux , XX, p, 342, figg. 150, 152. Non potei vedere l’opera del Meyer su Gurina (Dre¬ sda Hoftmann, 1885) c dalla mediocre riprodu¬ zione dei Matériaux non si può trarre un giudizio definitivo. {()) PoULSEN, Dipyìoììgraber, p. 123. (7) Hoernes, tav. Vili, 14. — 25 — itifallica, e l’altra feiuniiiiile, e sono circondate da altre di sacrificanti e di guerrieri. La figura feniminile giganteggiante nel mezzo con sul capo un bacino nella (piale si ])uò forse non vedere col Furtwangler una divinità chtonia che accoglie nel bacino la pioggia celeste, certo ha significato cosmogonico : come cosmogoniche debbono essere le due figure su dette del carro stesso, nelle quali riconosceremo due divinità pari a quelle d’onde jirendemmo r inizio, la divinità creatrice orientale femminile e la divinità fecondante eg ia maschile : si che per noi il porre in una tomba, come provano i ritrovamenti di Lunckhofen (i) una statuetta itifallica maschile insieme a una femminile ignuda è senz’ altro un rito di con¬ tenuto cosmogonico e religioso, (pianto mai importante e significativo. Vittorio Macchìoro. (i) Rav. ardi. 1877, tav. XVI. Cfr. Hoernes, p. 469. Ausonia - Anno IV. 1 L’OM HR A DI AGII I LLH I/appariziouf (k'H’onibra di Achille svdle navi dei (Ireci è un ejàsudio mitico riguardo al cpiale le testimonianze letterarie di cui ])ossiamo disporre sono o incerte o poco chiare. Certo, con un po' di studio e di buona \'olontà, anche le fonti parlano un linguaggio abbastanza intelligibile; ma esso potrebbe pur lasciare dei dubbi, ove non fosse re.so perspicuo da un insigne monumento non apprezzato fin ipii secondo il suo merito; mentre la sua importanza è tale da fargli senza contrasto ottenere un jxisto eminente tra (piedi che servono ad accer¬ tare fatti altrimenti mal sicuri, ed a fissare, per dir cosi, i lineamenti pallidi e (piasi indi¬ stinti di una tradizione o di una leggenda. I/anfora arcaica a f. n. edita dal (Gerhard, Aiiscrì. M)h. T. i(j8, esibisce da un lato due guerrieri che combattono sul cadavere di un terzo; il Gerhard (III loi s.) e la Harrison ((ir. vcìsc paiìit. II 2) ritengono che si tratti della lotta sul corpo di Patroclo; il Walters (Cat. oi. viiscs ui tììc Br. Mìis. II 154) pensa invece al duello tra Achille e Meninone per il cadavere di Antiloco. Probabilmente non è ut' runa nè l’altra cosa; ma il pittore volle dijiingere una di (piede tipiche scene di combattimento di cui si trovano numerosi esemplari nella vaseo- logia greca, dopo il celebre vaso calcidese su cui è raffigurato il combattimento attorno ad Achille caduto (Miil. I 51) (i). I/altro lato, che riproduciamo parizione di Achille neW Eciiìui. Polidoro, ombra introdotta sulla scena ad informare gli s])ettatori dello svolgimento del dramma, racconta come tutti i (Deci non possano muoversi dall’approdo di Tracia, poiché Achille, mostratosi sul suo sepolcro, ha impedito la loro partenza (35 ss., cfr. gli scoli). Pare adunque che un tal fatto abbia avuto luogo lì, in Tracia, secondo il concetto del poeta. D’altra jiarte, il modo in cui Kcuba ne parla (43 ss.) è così generico da non arrecarci maggior luce. Infatti l’aor. /(a.Jc W/Criui; si può riferire ad uno spazio di tempo abbastanza largo (4). Più chiare sembrano le parole del coro (107SS.), dove anzi possiamo sor¬ prendere una frase che sembra darci la chiave di tutto. Le donne dicono ad Ecuba : tu sai quando (ol's.Pózz, no), salito sul tumolo, Achille apparve nelle armi d’oro e trattenne le navi, etc. Da forma oD.j’ot£ non può riferirsi al presente, ossia ad un’apparizione di Achille in Tracia, ma allude certamente ad un tempo anteriore. Del resto, il luogo delle Mctamorjosi ovidiane in cui é trattato il medesimo avvenimento (XIII 441 ss., luogo deri\’ato direttamente da Euripide), mostra come il testo euripideo fosse poco chiaro, giacché nep2)ure Ovidio lo intende esattamente. Egli fa apparire Achille sul lido tracio, dove Agamennone aspetta un tempo migliore più adatto alla navigazione (439 s.), e domanda il sacrifizio di Polissena per concedere ai Greci un viaggio senza incidenti ; mentre logico era che ciò succedesse prima dello allontanamento de’ Greci da Troia. (i) A volere essere scrupolosi, bisognerebbe notare come il Patroclo della tav. iqg, i non sia neppure alato. Per il serpente che è dipinto sulla tomba e rappresenta il morto eroizzato, cf. D.ìlRkison, Proli, to thè st. of Gr. Rèi. 326 ss. e 235, fig. 33; AfiT.,\Ni. St. r ìiìat. dì nrclì. r nitiiì. ITI 3 ss. Per l’ombra alata, cf. la caratteristica le- kythos di Jena in' H.vrrison, 1. c. 43, lig. 7. (2) Br. Mas. Cat. of vas., 1. c. (3) Fr. 480 Nk.'“, cf. il luogo di Porfirio (Stob. Ecl. I 49) da cui è citato il frammento. (4) Vaghe sono anche le parole di Ulisse, 3S9S. — 29 — E sarebl)e strano che soltanto Ovidio parlasse in modo cosi chiaro di un tal fatto, mentre tutti gli altri autori, senza eccezione, lo considerano come un precedente della distruzione di Ilio, o della partenza dei Oreci (i). In ogni modo, per loro Achille si mostra ai suoi nella Troade. E si presenta anche legitttima una obiezione di molto [)eso, se non m’inganno; come potevm Achille apparire órcip in Tracia? Egli era stato sep])ellito presso il mare a Troia (2) ; e se Tetide ne aveva poi trasportato il cadavere a Eeuke, ciò non riguarda la leggenda che esaminiamo, ma un altro momento mitico di cui non ci dolibiamo ora occupare. In tutti i casi. fos,se Achille seppellito presso Troia od a Eeuke, vicino alla foce del Danubio, è impossi¬ bile ammettere che la sua ombra apparisse in Tracia, sopra il suo sepolcro (ciò che è richiesto sia da Euripide, sia dagli altri autori), se almeno non vogliamo introdurre nella leggenda un elemento cosi illogico da rasentare l’assurdità (3). Naturalmente, non può stupirci che presso Euripide il sacrifizio di Polissena avvenga sulle coste di Tracia; ciò era richiesto assolutamente dalle necessità del dramma e dal carat¬ tere che doveva assumere. Ma, dopo óiò che abbiamo detto, apparirà certo che pure questo poeta, nelle sue parole riguardanti Achille, alluda, sebbene con poca chiarezza, ad un fatto anteriore alla partenza dei Greci dalla spaggia iliaca. Ora, si noti come l’anfora londinese concordi mirabilmente con Euripide (Hec. 110-112): in ambedue i luoghi Achille è armato, passa su le navi, ed è raffigurato come un o'/'/tx't;/-/. Ma la scena presupposta dal monumento è certo la spiaggia di Troia, poiché altrimenti non avrebbe senso il simbolo Apollineo del corvo raffigurato sulla roccia. E non si dimentichi di pensare che Apollo è il principale difensore dei Troiani, l’uccisore di Achille, dòcile reca un nuovo indizio per aiutarci ad identificare la figura principale con il più forte guerriero acheo. Il nostro vaso è probabilmente anteriore a vStesicoro stesso. Euripide certo non lo conobbe, giacché fu forse esportato in Italia molto prima che il poeta nascesse; dico forse poiché non si conoscono le condizioni in cui fu trovato né la suppellettile da cui era accompagnato, nè, quindi, l’età della tomba dove era stato racchiuso: e queste notizie (che non si possono avere sia pel fatto che il monumento in questione proviene dal mercato antiquario, sia anche per¬ ché al tempo in cui il Gerhard lo vide e lo disegnò, non si era molto scrupolosi in tale materia) sarebbero indispensabili per dare un giudizio sicuro. Non possiamo tuttavia escludere in nes¬ sun modo che Euripide abbia visto in Atene qualche figurazione simile, e che ne abbia tratto inspirazione. Però, siccome per lo più si avvera il fatto contrario a quello ora enunciato, è molto più agevole e semplice e probabile riconoscere, pel poeta e pel vasaio, una fonte unica, cioè il ciclo epico, e più precisamente la Piccola Iliade (4). (1) Procl. II. parva KiNKELp. 37 ; Sen. Tro. 170 ss.: Qu. Smyrn. XVI, 179 ss.; Hyg. fab. ilo. Cf. anche Serv. ad Aeri. Ili 322; Schol. Eur. Hec. 541. (2) Procl. Aeth.. 34 K. (3) Del resto l’ombra del defunto si immagina spesso come dimorante presso il tumulo sepol¬ crale. Cfr. per tutti Groppe, Gr. Myth. ii. Reli- gionsgcsch. II 760. (4) Non capisco come possa I’Escher (P.-\uli- Wissow.\’s R.E. I 241) ritenere che Sofocle pel primo abbia unito l’apparizione
  • ciro a Troia (i), sulle navi greche a])parisce Tombra di Achille che domanda la sua parte di preda, cioè il sacrifizio di Polissena, minac¬ ciando, ove non si compia il suo volere, di tormentare i (Ireci durante la loro spedizione di ritorno, E ciò si trovava esposto nella Piccola Iliade (Proci, p. 37 K) con tutta Pampiezza epica possibile, ampiezza di cui forse possiamo trovare un’eco nelle lungaggini dei poeti posteriori (2). Su cpiesti medesimi fatti doveva certamente poggiare la ragedia perduta, di cui conserva un ricordo x\ristotele (3), intitolata Il sacritìzio della giovinetta troiana aveva luogo wPA'lliupersis (Proci, p. 50 K), concorde¬ mente col dato della Pah. il. capitolina, specialmente se essa è davvero derivata da vStesicoro. Il vasaio ateniese, che sui primordi del vi secolo, mise in commercio la sua opera, non ebbe certamente altra fonte cui attingere, se non il Ciclo epico, o, per essere })iù esatti, le leggende che formavano il soggetto dei vari poemi ciclici. Mi pare quindi che, do])o quelle già arrecate dal Romagnoli {Stud. il. di fil. class. IX 1901, 35 ss.), il monumento da noi esaminato porti un’altra testimonianza in favore dell’autenticità della fonte che servi a Proclo per i suoi estratti. Firenze, Settendire del igoS-ciog. Nicola Terzaghi. il sacrifizio di Polissena; contro una tale ipotesi stanno tutti i fatti che abbiamo enunciato. Così pure non vedo perchè, sempre secondo I’Escher, Fiurij)iile abbia voluto polemizzare contro Sofocle: nel fatto fondamentale ambe¬ due i poeti sono d’accordo. (1) Nell’azione leggendaria. Neoptolemo do¬ veva essere, per dir così, il principale esecutore testamentario di Achille: quindi a lui si riferì in modo particolare, dai tardi autori, l’appari¬ zione del padre. Ma ciò fu dovuto ad una confu¬ sione di cui ])ossiamo facilmente capire la causa, mentre, evidentemente, l’s’iò'oXov di Achille clo- veva rivolgersi a tutti i Greci. (2) Per es., in Quinto Smirneo, nel cui rac¬ conto ci sono molte lungaggini, anzi delle cose addirittura inutili e sciocche, come i v. XIV 215 s., dove le parole a-ieii (ai Greci) /èx-qj.at [j.5X)>ov f) rò 7:ap05 Bpiafiiòoc, non mostrano che Ferudizione del poeta, introducendo un ele¬ mento piuttosto dannoso nel discorso di .Achille. (3) Poet. 23; cfr. Nauck, TGF\, pag. 837. Notiamo però, che, allo stato delle nostre co¬ gnizioni, è impossibile giudicare se Aristotele conoscesse realmente una tragetlia ctKÓ-.'ko'Ji, o se jùuttosto credesse che dalla stoffa della Piccola II. se ne potesse ricavare una di tal nome, che tuttavia non esisteva affatto. Lo stesso vale per altre tlue, che Aristotele nomina nel medesimo luogo, c cioè E'jp'j-’jXoc e di cui non co¬ nosciamo nè i nomi dei rispettivi poeti nè fram¬ menti. — Noto di passaggio che Achille doveva formulare unaqn'omcssa di felice navigazione pei (.Ircci, ove il suo desiderio fosse adempiuto. Quindi i Greci dovevano esser tranquilli e sicuri ili tornare in patria senza incidenti. Perciò la leggenda collcgantesi al sacrifizio di Polissena non doveva conoscere le avventure e le disgra¬ zie dei Nosti. Che questi sieno sorti sotto l’in¬ flusso deircX/Ascrt, è certo; ma non è meno certo che le parti recenti dell’ Od/sscn. hanno notizie di avventure toccate agli croi. Cfr. il racconto di Menelao in ò. Sarebbe molto interessante stu¬ diare in che modo si sieno formate le leggende dei Nosti, specialmente in relazione con altre parti del ciclo ej^ico. Intanto vediamo, per ci¬ tare un esempio, che Agamennone neW E cuba non sospetta neppure la tempesta che lo inco¬ glierà nel suo viaggio e le disgrazie che lo atten¬ dono al suo ritorno in patria. Che vi fossero due versioni parallele, in una delle quali gli eroi tornavano tranquillamente a casa, mentre nel¬ l’altra si narrava ciò che fu soggetto dei No¬ sti? In tal caso si jiotrcbbe a]iprezzare al suo giusto valore l’ influsso della Odissea su tutti i miti e le tradizioni ]iosteriori. DUE STATUETTE ETRUSCIIIÌ DI PIOMBO TROVATE RECENTEMENTE A SOVANA Sulla fine dell’ottobre 1908 mi furono presentate due statuette di ])ioinbo di sesso di¬ verso, ritte, nude, colle mani incrociate dietro la schiena, come se fossero legate, le quali erano state trovate in una tomba etnisca presso So vana. La sin¬ golarità delle forine — non i bronzi comuni rappresentanti guerrieri, lari o divinità — e più r atteggia¬ mento delle due figure m’indus¬ sero a mostrar¬ le al prof. Lucio Mariani, il qua¬ le trovando pu¬ re le due sta¬ tuette degne di studio, mi esor¬ tò a raccogliere intorno al ritro¬ vamento tutte quelle notizie che si potesse¬ ro avere. Mi ri¬ volsi allora al M. Rev.Sac.Ni- comede vSegnini di Pitigliano, dal quale già le Fig. 1. due statuette mi erano state iiidiri/./.ate e da lui con lettera in data 30 novembre scorso ebbi le notizie seguenti (l). Il ritrovamento avvenne ])er o])era di alcuni contadini nel settembre 1908 durante i lavori cam])estri, in un terreiro ])resso 80- vana di pro])rietà di un parente del vSacer- dote vSegnini, ad insa¬ puta del pro])rietario stesso, il (piale ricu- ])er() dallo scavo av- ven ut o q rr e s t e due statuette e un certo numero di vasi. Se¬ condo il racconto fat¬ to dai contadini, la tomba era di una ca¬ mera sola quadrango¬ lare scavata nel tufo, in un terreno altpuin- to inclinato : quindi anche il viottolo che cmuluceva alla porta della tomba era incas¬ sato nel terreno e lar¬ go a})pcna (pianto è necessario per il jias- saggio di una perso¬ na. Il soffitto era l)iauo, e lungo le ])a- reti, eccettuata quel¬ la della porta, girava una ])anchina taglia¬ ta nel tufo, alta un (r) Ringrazio vivamente il i\T. Kcv.iUi Sac. Nicomede Segnini di Pitigliano per le notizie che egli ha raccolto e mi ha comunicate.) per (pie- sto articolo, e il proprietario degli oggetti per¬ la Hhcralitu colla (piale ei lasciò a mia disposi¬ zione e per lo studio e ])cr Tacquisto. — Le due statuette furono })OÌ comperate dal prof. Mi¬ lani per il K. Musco Ai-cheologico di Firenze. — 33 — metro circa dal suolo. Oliando gli scai’atori entrarono nella tomba, essa era intatta e le pan¬ chine e il suolo erano ])er tre dita ricoperti di terriccio caduto dall’alto per effetto natural¬ mente del tem])o e deirumidità. Nel mezzo era collocato un discreto numero di vasi ab¬ bastanza comuni. lyC pareti erano affatto lisce, e sulle panchine lo strato melmoso conteneva evidentemente tracce di materie organiche ; ma tra queste nessun avanzo di scheletri. I^e due statuette con alcuni dei vasi più pic¬ coli furono rinvenute sulla panchina in un angolo. La forma della tomba e il vasellame, come dicemmo, non hanno nulla di partico¬ lare: le statuette di piombo invece si presentano come un fatto singolarissimo e richia¬ mano a sè tutta rattenzione dell’osservatore e dell’archeo¬ logo. Esse sono state certa¬ mente fuse, ma non rimane alcuna traccia delle matrici; il che prova che dopo il get¬ to furono qua e là ritoccate colla lima e col bulino. Di questo rimane traccia evi¬ dente nei forellini agli angoli della bocca, negli occhi e nel sesso della donna. La statuetta virile, alta diciotto cm., è sbarbata, colla testa volta leggermente a de- fì^. 3. stra, col corpo appoggiato alla gamba sinistra e quindi colla gamba destra un po’ più avanti. Il piede sinistro si è staccato un po’ so])ra il collo e rotto in parecchi frammenti. Delle mani è intera la destra tranne il pollice e la falange dell’indice : mancano le dita della sinistra. — 34 — La statuetta feuuuiiiile, alta sedici cui., ha invece il corpo appoggiato sulla gamba destra e la sinistra alquanto più indietro. Il piede sinistro staccatosi un poco più in su del collo è spez¬ zato in piccoli frammenti: cosi pure le dita delle mani, ad eccezione dei due pollici ancora interi. Ora si domanda: che cosa potevano rapi)resentare queste due statuette deposte insieme nella tomba? I/aver esse le mani legate dietro la schiena e la loro nudità, il confronto con altri mo¬ numenti che raffigurano i funerali di Patroclo col sacrificio dei giovani Troiani immolati da .Vchille sul rogo deU’amico (i), e il ricordo di un costume antichissimo e quasi universale du¬ rato tra le popolazioni barbare fui quasi ai nostri tempi, mi fecero pensare da principio che rappresentassero simliohcamente gli schiavi che in età jiiù feroce anche gli Etruschi usavano immolare suilla tomba dei loro padroni, in onore dei riuali ])iù tardi, con un costume introdottosi noi anche fra i Romani, si diedero combattimenti gladiatori (2). Re due sta¬ tuette hanno le mani legate dietio la schiena, come fece, secondo Omero [Ilitide XXI. 30), ■Achille cc'i giovani troiani destinati al sacrificio — òqrrc o’òittri'rw è'jTj././jTO'.'nv 'ipJ'U'/ -- e cosi ci appaiono essi nelle rappresentazioni vascolari, sulle ciste e nelle pitture della tomba vulcente. Esse inoltre sono nude, e cosi, a differenza delle rappresentazioni greche, come già os.servò il Michaelis {A)in. Iiist. 1871 p. 176 nota 23), sono raffigurati i gio¬ vani troiani nei monumenti etruschi. E’essere poi due di numero e di sesso diverso, mentre da una parte darebbe indizio che non è qui il caso di prigionieri di guerra, più volte riprodotto ncirarte classica, ma piuttosto di schiavi, accennerei )be dall’altra ad un sacrificio simbolico e ci ripoi terel)l)e ad altri esempi, di cui sono frequenti menzioni negli autori classici, nei quali si parla o di un Greco e di una Greca o di due Greci o di due Galli di sesso diverso immolati agli dei per espiare (pialche colpa o per scongiurare cpialche juibblica calamità. Già gli scrit¬ tori romani ci lasciano capire che tali immani sacrificii in realtà non si compirono mai in età storiche, e in quella vece se.guendo il principio della penniilalio sacrificii, alle vittime reali e ai sacrifici cruenti si sostituirono vittime e sacrificii simbolici (3). Ora, per quanto gli Etru¬ schi abbiano lasciato fama di singolare ferocia nel costume (4), e ne rimangano tracce evidenti (i) Le rappresentazioni più note dei funerali di Patroclo colla scena ilei prigionieri troiani sacrificati si trovano: i) nell’anfora Canosina del Museo Nazionale di Napoli (Mori. Iiist. Vili, tav. 32 e 33) illustrata dal Michaelis in Aìiìi. Ins.. 1871, p. 166 e segg.; 2) nella cista Napo¬ leone proveniente da. Preneste (Mou. Iiist. VII, tav. 61 e 62); 3) nella cista Réville pure da Pre¬ neste, pubblicata fra gli altri da 14. Rochettr, (Moh. Ined., tav. 20, r e p. go e segg. 4) in un urna di Volterra (Brunn, Rilievi delle urne etni¬ sche, p. 66, 2); 5) nelle pitture della tomba Fran- (^ois di Ahilci {Mou. lìist. VI tav. 31). (2) V. Mueller-Deecke, Die Elrnslier.voì. II, p. 224. (3) Vedi in proposito Marquardt, Le culle chez les Roma ins. 1, p. 233 e segg. L’interessante argomento venne da ultimo discusso ampia¬ mente dal prof. G. Gatti nella sua dissertazione del luogo apjiellato doliola nel Foro Romano in Dissertazioni della Pontificia Acc. Roni. di Archeologia. Serie fll, tomo Vili, (Roma 1903), p. 259 c segg. (4) Vedi Mueller-Deecke e le fonti da lui addotte nell’opera cit.. voi. 1, p. 79, 188 e li, p. li I c altrove. — 35 — nell’ arte, è lecito pensare che in età abbastanza remota essi pure abbiano abbandonato questi riti crudeli, e al sacrificio degli schiavi immolati sul rogo e consumati dalle fiamme col carro, col cavallo e con altri oggetti cari al padrone, abbiano sostituito la simulazione del sacrificio col deporre co¬ me ex-voto accanto al ca¬ davere la imagine o le imagini delle vittime che erano destinate ad accom¬ pagnarlo e a servirlo nel¬ l’altra vita. Un esempio di que¬ sto costume raddolcito sa- rebberc' le due statuette di vSovana. Ma a disto- glierini dall’ accettare senz’altro una tale ipotesi , mi si affacciano due ditìì- coltà diverse, e di una certa gravità. U’una di esse, di na¬ tura estrinseca, deriva dal contrasto fra l’età appros¬ simativa delle statuette e quella del vasellame rinve¬ nuto insieme nella tomba. Le due statuette sono veramente il riflesso di un periodo maturo dell’arte plastica, e per questo de¬ vono riferirsi al periodo ellenistico, quindi tutt’al più alla seconda metà del IV secolo a. C. Il vasel¬ lame invece è quello carat¬ teristico delle tombe etru- Fig* sche fra il vii e il vi secolo a. C. Ecco qui alcuni esemplari dei vasi trovati insieme alle sta¬ tuette. Sono per lo più vasi di bucchero arcaico di color bruno: uno stanino (fig. 5, c) con due — 36 — zone orna mentali graffite, runa di mezzi cerchielli a corona intorno al collo, e l’altra di fasci di lineette a zig-zag sulla pancia del \’aso; inoltre alcuni rózzi piattelli, una cotile, tre pic¬ cole ol])i. un ])iccolo cantaro, e un vasettino di semplice inipa.sto (lig. 0, a. d. h c., e lig. 7, lì h h. c. d). A questi si aggiungono tre vasi di tipo corinzio, una lekane e due ariballi (lig. 5, a e tig. 7. a. e) colla decorazione solita a zone delle quali restano soltanto jioche tracce, poi sette fuscruole (lig. 7, /), ed, unico oggetto di metallo, un’armilla spirale a tre giri di filo dijrame liscio (tig. 5, b). Manca invece qualsiasi vaso attico a figure nere. Ne risulta perciò che il h c lì Fij;. 6. — 37 — la suppellettile vascolare della tomba non è contemjroranea alle statuette; e, benché non si possa escludere in modo assoluto reventualità che vasi di un certo Hpo siansi conservati a lungo 'presso le famiglie e per ragioiri speciali abbiano formato il corredo funebre di alcuno a Fi^ 7. c f f f d / e dei loro morti, il caso sarebbe così singolare da dovervisi ricorrere soltanto allora che il fatto non si potesse spiegare per altra via. Quindi la conclusione pivi ovvia si è che le due statuette e i vasi non possono appartenere aduna sola deposizione, e l’ipotesi che le statuette rappre¬ sentino gli schiavi consacrati al padrone defunto viene a mancare del suo naturale fonda¬ mento. Tale conclusione è confermata da una seconda difficoltà d’ordine intrinseco cioè a dire dalle iscrizioni graff.te sulle due statuette. Quando queste mi furono presentate, si vede¬ vano soltanto tre lettere graffite sulla coscia destra della statuetta virile. Ripulendo atten¬ tamente dal terriccio qirella parte della statuetta, rilevai distintamente sei altre lettere, e perciò gli elementi di due nomi graffiti in due linee dall’alto al basso: zer.... \ cecnas (fig. 8). Della prima linea sono chiari i primi tre elementi z e ed r : il quarto non si può distinguere, il quinto potè essere un v od un l, ma di que¬ st’ultimo elemento si vedono appena poche tracce nella parte inferiore: della parte superiore, come pure di una quinta e di una sesta lettera di seguito, nulla si può dire, perchè il metallo in questo lato si è corroso e la patina è caduta. La seconda linea pare si possa leggere pei intero cecnas: tutte le lettere infatti sono evidenti, tranne Va che rimane in parte nascosto dalla patina: e cecnas sarebbe la forma etiusca del gentilizio latino Caecina conservatosi fino a noi come nome di luogo nel fiume e nella città omonima. Dif¬ ficile invece, per non dire impossibile, è la restituzione del nome contenuto nella prima linea, che dovrebbe darci il prenome dell’individuo raffigurato nella statuetta. Fig. - 38 - In via di congettura le tre lettere iniziali j)ossono far pensare a zeri e zeris, voci che ritornano i)iù volte nei testi etruschi e s’interpretano dai pili jrer cosa sacra (i). Vero è che il jiriino segno, aggiungendo un’asta verticale a d., jiotrebbe integrarsi in h\ e allora verrebbe naturale l’ipotesi di un ìicrina. che è confrontato come prenome dal Deecke e dal buecheler col cognome lat. //mur/zs, e che mostra la radice stessa del prenome lai ino-osco-sabello Ilcrius (2): e, coiigettura per congettura, le due voci jiotrebbero intendersi sacer Caecina, o]>[)ure, come prenome e nome maschile, Heriiis ('iiccina. v^e inscritta era una delle statuette, ei'a logico su])])orre che inscritta jmre fosse l’altra; e infatti levando con cura il terriccio che avvolgeva il fianco destro della donna, jiotei leggere chiaramente graffiti in due linee i nomi velia satnca (fìg. q). I,a lettura è certa per tutti gli elementi, tranne che jier / della jirima linea, del ([naie non si vede in basso il tratto ascendente obliquo ; ma la sua integrazione in I non può es.ser dubbia. ]\'li(i ])ertanto è il jn'cnome femminile conisjiondente al comunis¬ simo IV/, ]\’!iiis maschile, e satnea è il gentilizio che trova moltissimi riscontri jier la radice coi latini Salins, Salellins, Satcìiins, Sati)iiiis e per il suffis.so coi noti Aecariis Aniiaciis .l/)/)m’;/s, ecc. (3). Per quanto la ])aleogralia etnisca non offra molti dati cronologici certi, l’esame delle singole lettere ])ermette di asserire che, se le due iscrizioni non si ])ossono attribuire alle più tarde, non apjzartengono nemmeno a ([nelle più antiche e [)ossono stare benissimo fra il iv e il iir sec. a. C., l’età stessa alla qua.le si riferiscono le statuette per il loro tipo artistico; cpiindi anche i due nomi si riferiranno alle statuette e ra])[)resenteranno, in certo qual modo, le persone in esse raffigurate. Come si può conciliare ora ([uesto fatto coH’ijzotesi che le due statuette ra[)presentino la famiglia dei servi immolati simbolicamente aU’ombra del padrone? In tal caso, o i due nomi sono (juelli degli schiavi stessi, o])]mre sono dei padroni a cui gli schiavi erano destinati. -Ma, pur non tenendo conto del contrasto cronologico fra l’età del vasellame e quella delle sta¬ tuette, cade la prima .sup])o.sizione, quando si osservi che gli elementi dei nomi non presentano alcun indizio di condizione servile: ('uceiìia. ]’cìia, Satnea sono nomi ripetuti più volte con persone e famiglie distinte. Inoltre: si avrelrbe il caso abbastanza strano di due schiavi ap])ar- tenenti a due jzadroni diversi ; e sotto il rispetto morfologico, mentre, ritenendo sott’inteso nelle due iscrizioni gli apjtellativi comuni di « schiavo di» « schiava di », dovremmo aspettarci di vedere nei nomi propri di persone due forme di genitivo, ([uesti, dove ci sono conservate le desinenze, come it nella statuetta femminile, mostrano chiaramente desinenze di nomi¬ nativo. Cade poi anche la seconda su[)posizione, peichtì nelle due statuette avremmo indicati i nomi di un ])adrone e di una padrona tumulati nella stessa tomba e che non mostrano 0 I J 3 ^ (1) Vedi A. Torp. Etnisk. Bcitrdge, Leipzig, 1903, li, p. IO, 123 ed E. L.ittes, Correzioni . giunte e postille al C I E. Firenze, 1904, p. 268. (2) Vedi Dekcke, Etriisk. Forsch. Ili, ]). 142 e segg., e \V. Schulze, Zar Geschichte latein. Eigennamen p. 82. (3) Vedi ScnuEZE, op. cit., p. 331 e segg. e 388 e segg. — 39 fra loro nella deiioiuii) azione alcun rapporto di parentela, di ]>adre e figlia o di marito e moglie. La conclusione di tutto questo ragionamento si è che le due statuette non rajrpresentano due schiavi, e non appartengono all’età nella quale la tomba fu scavata e posta in uso come sepolcro di famiglia; ma che si deve cercare una spiegazione diversa, la quale soddisfi meglio alle ragioni cronologiche e risponda ai caratteri intrinseci ed estrinseci dei due cimelii. Una tale spiegazione non è difficile a trovarsi, e il prof. Lucio Mariani, al quale per primo è balenata alla mente, ne dimostrerà il fondamento e le ragioni. Qui finisce pertanto il com¬ pito che mi era assunto, e volentieri cedo a lui la parola. R. NOGARA. OSSERVAZIONI INTORNO ALLE STATUETTE PLUMBEE SOVANESI L’egregio amico Nogara ha esposto intorno alle statuette plumbee una sua ipotesi se¬ condo la quale egli vedrebbe in esse due esemplari di ex voto funebre. Poiché peraltro io dis¬ sento da lui in parte, mi sia concesso di aggiungere qui alcune osservazioni in proposito. Per quanto sia incerta la cronologia basata su la suppellettile funebre, non mi pare, innanzi tutto, che essa permetta una così grande elasticità da poter credere contemporanei i vasi rinvenuti nella tomba a camera e le statuette. Mentre i primi, e specialmente le ìiolpai corinzie di stile orientalizzante ed i buccheri, (secondo l’opinione più comune degli angio- grafi), non possono molto discendere oltre il vi sec. a. C., le statuette, come dimostreremo in appresso, non possono risalire indietro oltre il ii i sec. a. C. Cosicché mi sembra inevitabile l’ammettere che esse furono deposte nella tomba, molto tempo dopo il seppellimento dei cadaveri, e poiché non esisteva nella tomba altra suppellettile del ii sec., non si può pensare ad una seconda deposizione di salme; in una parola, esse non fanno parte del corredo funebre. E se così è, non possono essere i rappresentanti dell’umano sacrificio che in tempi preistorici si compieva sulla tomba, in onore o in segno di rimpianto, di compenso per la morte della persona cara. Ma, come la vittima è es])iatoria e reca con sé le maledizioni e le colpe scagliate sul suo capo, cosi rimagine di una persona, dedicata al morto, può esser carica di maledizioni che — 40 — 10 spirito del defunto, la cui potenza funesta era ben nota agli antichi, avrà cura di provocare a danno dei soggetti rappresentati in quelle statuette. K dunque la devotio ài àne: mortali fatta ai mani del defunto, da qualche inimico del Cecnas e di Velia Satnea. vSono ben note le defixioncs, usate dagli antichi, specialmente nei tempi tardi, quando la superstizione prese man mano il sopravvento sulla religione (i). Per lo più si scriveva una lettera al defunto, sopra una tavoletta plumbea (2) caricandola di ogni sorta di maledizioni per il disgraziato col])ito cosi dalla « iettatura ». Ma la forma della laniinetta inscritta non era il solo modo d’indirizzare un’àpa a qual¬ cuno: lo strapazzarne l’imagine era pure un sistema utile a danneggiarlo (3). vSi facevano fantocci di cera o di argilla (4), rappresentanti la persona che si voleva maledire e si traforava loro il cuore o il cervello con nn chiodo o spillone, il chiodo di Atropos ! (5) donde il nome di defixio. Di questo costume troviamo mantenuta la tradizione presso i selvaggi e presso i nostri contadini (b). Nel Museo Ptnogratlco al Collegio Romano sono esempi di questo uso di pupattole magiche presso i selvaggi deU’Africa. Il n. /ÓQio esposto nella vSala XXIV è un fantoccio di legno, tratìtto da chiodi, proveniente dal Mayombe (Congo) altri due più piccoli sono nella vbala XXI, n. 40728 e 40857. vSpecialmente nel Congo si usa di trafiggere i feticci per far loro sentire la preghiera (7). P j)oichè il piombo, metallo vile, era prescelto per quest’uso (8), non soltanto per ragioni tecniche ed economiche, ma anche per ragioni simboliche (q), non fa meraviglia che sia stato adoperato anche per plasmare le immagini delle vittime della maledizione (io). 11 piombo è tuttavia usato per ex voto di poco prezzo (ii). (1) ( ). II iKscHFELi), De iiiciiiìtationihiis et de- vinctioìiibus aiiiatoriis apnd Graecos Ronianosquc . Rcgiomonli, 1863: U. Kehr, Oiiaestioiinin iiia- gicantiii speciiiìcit, I ladcrslcbcn, 18S4; Macoo- XALD, Pioceedìiigs of the bibl. Soc. XllI, 1891, p. lóo segg.; Groppe, Griccìi. Mytii. in Iv. Muel- ler’s, Handbiich V . jn 876 segg.; Kuhnert in Paoli Wissova, R. E. IV, 2, j). 2373 segg., s. v. defixio. (2) WoENSCH, Tabcllac defixioiiis atticac, A fi fi. Inscr. alt.. Berlino, 1897, Sethianische Verflnc- chiiustafeln aits Roni. Leipzig, 1898 ; Rhein. Mas. IV, 1900, p. t)2 segg.; Nachrichten der Goeftiug. Gescllsch. f. II’/ss., 1899, P- *09 segg.; A. .\ODOLLENT. Defixìouiini tabetlae, Paris 1904; Olivieri, Studi ital. di fiìol. class., VII, 1899, p. 103 segg.; L. Cesano, Defixio nel Dizionario E fii grafico di antichità Romane del De Rlig- giero, II, pagg. 1538-1391. (3) Groppe, o. c. p. 981'), 3; IIeim, Philot . Jahrb. Sappi. XIX, 1893, p. 31 1. (4) Cfr. il jiapiro magico di Parigi: Rhein. ^D) esagerato i capezzoli delle mammelle, l’umbilico e le parti genitali. ly’uomo rappresentato nudo, abbassa il braccio sinistro, in gran parte superstite, il destro è rotto; ma dal movi¬ mento all’indietro del sinistro, si vede che le mani erano spinte indietro e forse legate sulla schiena. Sembra itifallico. Sul petto, in due linee, l’uiia sopra e l’altra sotto le mammelle, è inciso il nome del fatturato, in carattere corsivo ; Titiis Tregelo Celsus. Sulla spalla sinistra, presso il collo si vede l’avanzo di un chiodo di ferro confitto. Non manca dunque in tale statuetta alcun tratto caratteristico della defixio. Dalla modellatura — 44 — senza stile di essa, non si ])uò dedurre l'età cui riniouta; la l'orma dei caratteri e rortogralìa accennano ai buoni tempi romani del primo secolo deirim])ero. Di ([uesto genere mi sembrano anche due statuette' di l)ronzo che vidi già nel iSgj nella collezione del tlig. Triphyllis in Rettinio (i) dalle (piali trassi le fotografie qui riprodotte. L’uiui, a. m. 0.14, è'coniiileta e rap])re.senta un uomo nudo adulto, di jiroporzioni tozze e forme robuste, con testa chiomata di lunghi e lisci capelli a zazzera, con una treccia o ciuffo a guisa di crccsta come una costola sul cranio e gettata aH’indietro (2) naso acpiilino (3) e corta barba. Insiste sulla gamba sinistra, ha le mani legate dietro la schiena; sta in attitudine rassegnata ma non dimessa, riguardando dinanzi a sè un jioco rivolto colla testa verso sinistra, hi modellato molto rozzamente, ma noir senza spirito; si direbbe un abbozzo, anziché un lavoro di mano inesiierta. E firso a pieno a cera perduta (tìg. 12). I/altra figura è ])erfettamente analoga nella mossa e nelle proporzioni, soltanto è tagliata all’altezza delle mam¬ melle, sicché mancano la testa e le spalle. Il taglio è liscio, arrotondato e corroso. E’ difficile dire se il taglio sia inten¬ zionale od occasionale; puf) anche esser fatto apposta per dedicare agli Inferi hindi vicino... senza testa (4); ma più pro- l)abilmente la testa é andata perduta colle spalle per lunga corrosione, forse di acque correnti (fig. 13). Il tipo delle ligure non è stilisticamente tanto caratte¬ rizzato da potersi definire con precisione l’età cui rimontano; ma una certa rigidità di mossa ed ingenuità di tocco, mi fa pensare che esse appartengano alla buona epoca della scul¬ tura greca. E notevole il naturalismo, in s])ecie il carattere etnico che si rivela nella faccia e nella acconciatura di tipo che mi sembra Libico (5). Onesta determinazione etnica piu) far jiensare ad immagini di nemici iirigionieri di guerra, schiavi dedicati come decima di qualche impresa militare contro i nemici dei cretesi, tuttavia l’analogia che queste statuette File. 13. (1) ('fr. mìe Aììticlìità cyrtesi . noi AIoìì. Ij'ìiccì, \'I. iSi/ i, p. 211 sog. (2) Si potrebbe jiciisarc anclic ad un elmo crestato, ma la forma d’una tal copertura del ca])0 non ha riscontri cfr. statuette plumbee, citate a nota (>. (3) La curvatura esagerata del naso è dovuta in ])arte a contusione del bronzo. (4) Cfr. La statuetta ed. dal Wuenscii.v, sopra nota 5 )). .(I. e Aunoi.LF.NT, Iiìdrx, p. 496, s, v ccz.i'iaXoo (3) ILm-iìuerr in Moìì. Lincei XIII, 1903, P- 74. àgg- 5b-57 e tav. XI, 4, 5. Cfr. pel tipo c ])er l’analogia del caso, la testina di piombo; B.\belon-Bl.\nchet, Bvonzes de la Bill. Nat. n''. 1036; ScnuM.cciiER, Bronzei) in Karlsrithe, n.()En' ; ed cs. nel Musco Kirchcriano, Sala 1411, n. 7537, e nel magazzino del 4Iuseo Naz. Romano. — 45 — presentano colle sovauesi, mi fa preferire l’ipotesi di un caso, più ailtico ancora, di defixio (i). Certamente per la dimostrazione sicura di ciò gioverebbe il conoscere esattamente la pro¬ venienza delle statuette di Rettimo e le circostanze del loro ritrovamento; ma su ciò non abbiamo indicazioni sicure. Il cav. Trifilli acquistò i due cimelii da contadini, che le avevano ritrovate casualmente. Ra collezione da lui raccolta consta esclusivamente di oggetti rinvenuti nella provincia di Mylopotamos e, tranne i gruppi deH’antico santuario di Hermes Kranaios, di Psychro cioè il Diktaion antron (2) e dell’Ida (3), gli altri sono per lo più rinvenimenti spora¬ dici. I due centri più fecondi di trovainenti archeologici sono in quel circondario Eleutherna ed Axos; nelle mie note del 1893, trovo segnata per le statuette la provenienza da « Bleu- therna (?) » ed il Cavaliere Trifilli, nuovamente interrogato ora, mi risponde di non avere altre notizie più precise. L’incertezza sulla provenienza delle statuette potrebbe far ritenere che nel santuario di Hermes Kranaios esse fossero state dedicate, giacche non soltanto alle tombe, ai morti erano affidate le maledizioni, ma anche e logicamente alle divinità infere, chthonie (4), prima fra tutte Hekate (5), la dea della punizione, ed anche ad Hermes (6) xiTa-^jovio; (7) custode dei sepolcri (8) xotpavo? Ov/jTwv (g) capace di evocare i morti (io) invocato come vexuxyojyo; nelle formule magiche (ii) delle vsxuouxvTfxt. Che Hermes Kranaios, venerato nel santuario di Patsò, fosse una divinità chthonia specialmente adatta per le defixiones, non sappiamo con certezza, ma possiamo facilmente ar¬ gomentarlo. Il suo epiteto è connesso con qualche xp-/)v/j, fonte sacra che sorgeva nella grotta (12) ; e noi sappiamo che si usava anche gettare le defixiones nelle acque, affidarle alle ninfe (13). Senoiichè le antichità rinvenute in quel luogo sono tutte di epoca submicenea e difficil¬ mente si potrebbe far risalire a quel tempo le statuette, chè sembrerebbero una stonatura in quel complesso omogeneo di ex voto, pur ncn escludendo la possibilità d’ una deposizione posteriore. Dagli indizi raccolti sembra però più sicuro cercarne la provenienza in altra località del Mylopotamos. La divinità principalmente venerata nel Mylopotamos è Apollo che troviamo costante- mente rappresentato sulle monete di Axos e di Eleutherna (14) e che ad Apollo si affidasse (1) Che si adoperasse anche il bronzo, oltre il piombo, per plasmare simili figurine è attestato da S. Girolamo e Sofronio. V. Cesano, 1. c. (2) Halbherr in Museo Ital, II, p. 906. (3) Hogharth, Ann. of thè Brith. Se. VI, 1899-1900, p. 94 segg, (4) Cfr. H. y^ióvioj nella letteratura magica : Gruppe, o. c. p. 1320,9 e Ntr. ed Index s. v. xotTOu^to?, xaxojoc. (5) WuENSCH, Zaubergerdth aus Pergamon.p. 27. (6) Ivi, p. 27; Tab. def. p. vi. (7) Cfr. Tavoletta con maledizione in G. G. N. 1899, 128. (8) Pfuhl, Jahrb, XX, 1905, p. 76 segg. (9) Hymn. Or pii. 28, 2. (10) Groppe, o. c. p. 1337; Roscher, Lex, I, 2, p, 2374. (11) WuENSCH, Rìiein. Mms. LV, 1900, p. 249. (12) Cfr. ’AOjjva -/.pavoia : Paris, Elatée et le tempie d’A. K. p. 86; diversa spiegazione danno altri: cfr. Groppe, Griech. Myth. 1195,8. (13) WoENSCH, Tabb, de/.,p. xxix, cfr. Nuti'pai zpavatoit: Kaibel, Epig. 571; Ath. Mittìi. 1893, p. 211. (14) SvoRONOs, Nttmisni. de Créte p. 33 e 128. - 46 - r v-pà delle defixioìies è naturale, essendo il dio peculiarmente taumaturgo (i), ma pure òXsOptsi;. 1/ Apollo di Eleuthenui è un dio speciolmente e ])ersecutore. E ad Apollo sembra fossero raccomandate anche le statuette di Teli el flandahannah. Apollo appare nella più antica moneta di lEeiitherna (detta anche un tempo Apollonia), in forma di cacciatore ed in atto di cogliere fronde da un albero abetiforme, ])osto sopra un altura in mezzo ad un bosco di simili ccmifere (2). Eo Svoionos, non senza una certa verosi¬ miglianza, ha pensato che in ruiesta figura di divinità si debba riconoscere l’Apollo ATup-y-zEric; citato, a proposito del monte vStyrakion, da Stefano di Bizanzio: ma non ha poi ]>nbblicato la dimostrazione che doveva esser contenuta nella parte mitologica della sua opera. E gli studiosi di botanica antica non sono d'acccndo sulla identificazic ne della pianta che forniva il prolumo rìTupaE, simile alla mirra ed aH’inceuso, ed usato ]rerciò nelle funzioni religiose e come medicamento (3) pianta la quale non ha nulla a che fare collo storace moderno {stvrax offìciiiiilis) e neanche coll’antico storace [Liqiiidamì>ar oìdcìitale Mill.) ma semina jriuttosto fosse una conifera del genere delle terpentinacee, una specie di cedro [Jìiniperiis oxycedrus^) che alligna in Creta: (4) o di sabina, (juali appariscono a])punto gli alberi sulla moneta di l'Ueutherna (5). Tale idea di una falsa identificazione dello stynix, avvenuta già in epoca antica per effetto forse di sofisticazioni commerciali, è corroborata da altri monumenti m cui figura lo stynix, sui quali ha gentilmente richiamato la mia attenzioire lo vSvoronos. vSulle monete di Selge in Pisidia, ove prosjrerava questa pianta (6) si vede effigiato lo Styrax come una conifera piramidale, forse aculeata (7), pianta coltivata in speciali cassettoni ornati di emblemi, entro un recinto sacro, in modo analogo a quello con cui i Cretesi dell’età minoica effigiavano i loro alberi sacri (8). questione è connessa con quella dell’ubi¬ cazione in Creta dello -xupaxr.o'y ò'poc, non ancora definita. I,e ragioni addotte dall’Aly (q) non mi sembrano valide; egli ad ogni modo lascia insoluto il problema della localizzazione del culto di Apollo XlTupaxiT/',;. E’ argomento dei nomi moderni di villaggi cretesi addotco dallo Stavrakis (ilTZTt'TTc/.yJ Kp-z-Eù? p- 100) non ha pure gran peso, se non è confortato da altri. Nella carta di Creta del Bikakis, pei la stessa ragione, Styrakion è identificato collo vStrumbulas onde anch’io ho riportato, ma senza certezza, il nome al suo posto nella mia carta antica di Cheta (De Cara, Hctìici Fclasgi II). Ciò metterebbe lo Istyrakion 4>iuttosto nella cerchia di .-\xos che di Eleutherna; del resto il culto di Apollo, molto dift'uso in Creta, è attestato spe¬ cialmente in quella regione anche dalla città di Apollonia (io). (1) Roscher, Myth. Lex. I, p. 441 scgg. (2) SvoRONOs, Nitììiisin. de Créte, tav. XI, 4 e p. 120. (3) Hehn, Cih/»r/)//a«2. u.Hausthiereyi. 241 seg. (4) lt.\ULiN, Dcscr. phys. de Créte, p. 859. (5) Koch, Die Bdnme u. Strducìier d. a Gr., pag. 133, cfr. p. 79 segg. (6) Cfr. Str.ibo, p. 570: Groppe, Gr. Mvth., p. 789, nota 2. (7) Imhoof-Bluemer. Moìiuaies Grecques, pa¬ gina 342 scgg., n. 107, tav. F, 19. (8) Evans. Myceuaean tree and pillar Cult, p. 102 (/. IL S., 1901); Halbherr. Memorie Ist. Lomb., 1903, p. 241; P.iRiBENi. Il sarcofago di H. Triada, Mon. Lincei. 1908, p. 42, t. IL (9) Apollo Kult in Krcta, p. 52. (10) Mariani, Rendic. Lincei, 1894, p. 18. — 47 — ly’uso delle deflxiones è attestato anche per Creta dai docuiueuti (i) e che esso risalga a tempi molto più antichi di quelli, cui generalmente appartengono le tahellae conservate, può desumersi da varii indizii. Intanto, per ciò che riguarda le statuette sovanesi giova il ri¬ scontro con deflxiones scritte italiche ed etrusche quali la tavola osca di esecrazione (2) e le iscri¬ zioni di Volterra (3) e di Campiglia Marittima (4) e sopratutto il piombo di Magliano (5). Le statuette di Pitigliano sono certamente opera etrusco, abbastanza dozzinale nella esecuzione, quantunque sieno inspirate a buoni ti])i statuari ellenici. Le proporzioni tozze e le forme pesanti delle figure sono un indizio ben chiaro di stile etrusco (6) : la spio])orzione tra la metà inferiore del corpo goffa e la superiore meschina, tranne la testa grossa, sono proprie di molti bronzetti etruschi. Nota anche nella femmina l’accentuazione del sesso. Le teste sono eseguite con maggior cura: quella deH’uomo ha un tipo atletico ed un profilo che richiama alla mente quello dell’Hagias di Delfi; la testa muliebre ricorda, per l’acconciatura a cercine, figure etrusche del iv sec. Anche la posa delle figure è conforme al ritmo della scuola argivosicionia, quale si manifesta comunemente nelle statue del iv secolo e de’ tempi ellenistici. La gamba sin. dell’uomo e la destra della donna sopportano il peso del corpo e l’altra gamba è discosta col piede poggiato leggermente. Im linea mediana del torso è sinuosa in conseguenza del contrasto tra il movimento del torace e quello del ventre; la testa è rivolta in senso contrario alle gambe, c’è insomma il motivo caratteristico delle sculture di scuola lisippica. Il plasta etrusco ha posto un po’ del suo talento artistico a preferenza nelle teste, dove poteva secondare l’inclinazione della razza all’arte del ritratto : le fisonomie infatti dei due fatturati, sebbeir rozzamente plasmate, hanno non solo acceirto di verità, ma espressione di dolore; non si tratta dunque di opere del tutto volgari, convenzionali di umili fattucchieri, ma di esempi raffinati d’arte al servizio delle magìa etnisca. Queste circostanze elevano ancor più il valore delle statuette, che sono finora se non l’unico, certo il più cospicuo saggio plastico di defixio e rinvenuto in un paese celebre per la sua religione piena di pratiche magiche e superstiziose. LUCIO MARIANI. (1) WuENSCH, O. C. p. I.X. (2) WuENSCH, T. D. p. x.Kiv: Zwetaieff, Syll. Inscr. ose. I, p. 30, n. 49 e 50; P.vscal in Meni. Acc. Nap., 1894. (3) C. I. E. 52. (4) Rendic. Acc. Lincei, 1891, p. 431 seg,g.; Noi. Scavi, 1893, p. 334 segg.; Skutsch, Indogenn. Forsch. V, p. 259, n. s.; Audollent, o. c. p. 181 segg. n. 124-130. (5) Milani, Italici ed Etruschi, p. 43; Per- NiER in Ausonia, 1908, p. 301. (6) Lange, Darstellung d. Menscheji, p. 44. LA VILLA DEI OUINTILII La \’illa (lei (Juiiitilii, conosciuta pure sotto il nome di Roma Vecchia, (deiiomiuazioue della (piale dovremo occuparci più tardi) supera iu estensione tutte le ville antiche del sulmr- bio di Roma, compresevi anche quelle di tsette Bassi e di Tor de’ Schiavi, le quali pure hanno avuto questo nomignolo sbagliato (di Roma Vecchia). vSi trova alla sinistra della Via Ap])ia antica, a circa 5 miglia da Roma, e da (piesta si estende su terreno pianeggiante sino all’orlo della corrente di lava sulla quale cpiesta strada si avvia verso Roma. Così la veduta i)iù imponente dei ruderi di cpiesta villa si ha dalla sot¬ tostante \'ia Appia Nuor'a, che corre jirecisamente sotto cpiest’orlo, separata da esso dal pic¬ colo fosso dello vStatuario, che. cominciando nei pressi di Tor di Mezzavia di Albano, si con¬ giunge poi coi fossi del Calice e del Calicetto per formare il fosso deH’Acquasanta chiamato nel corso più basso Marrana della Caffarella o dell’Accpiataccio, ossia l’antico Almo (i). Ve¬ duta di là, od anche dalla ferrovia di Napoli, la Villa dei Quintilii forma una gran parte della lunga tìla di edilìzi, ])rinci])ahnente sepolcrali, che sjciccano srdl’orizzonte di un bel tramonto d’inverno. Dalla Villa stessa ])oi si gode un panorama stupendo da tutte le parti, che avrà senza dublrio determinato la scelta del sito — ])anorama che, piti si ammira, più si dispera di poter descrivere: da una parte rimmensa città capitale del mondo antico, dall’altra op¬ posta il bellissimo grup])o dei colli albani, ove nei tenq)i romani biancheggiavano ville più numerose assai di quelle che si ved(mo ora; e tutt 'intorno l’estensione immensa ed apparen¬ temente ])iana della campagna, ora abbandonata alla desolazione, ma nei giorni antichi anch’essa ])opolata e coltivata, solcata in ogni direzione da strade di maggiore o minore mo¬ vimento. chiusa verso oriente dalle grandi montagne della vSabina adesso nude, ma allora forse coperte di foreste secolari. Panorama bello in ogni stagione deU’anno e in ogni ora del giorno; ma del quale chi lo sente sinceramente non parla, se non ù poeta, perclm non riesce (i) Il Nibbv, Anni., i, I 30 asserisce clic ' las(ir- gcnte più lontana è quella deH’accpia Pcrentina sotto Marino: primieramente lo chiamano fosso del Barco: poi rio Pantano, dove havvi un canale di comunicazione verso Morena co! rivo della Marrana’. Quest’ultima jier il canale jiredetto adesso pare che assorbisca tutta l’accpia h'crcn- lina ed il fosso del Calicetto non comincia la sua esistenza che nei pressi della stazione delle Ca- pannelle (vedi Carta dello Stato Maggiore). E poi, come (lice giustamente il f .anciani (Co- incìitan' di Frontino, nelle Memorie dei Lincei, ser. Ili, voi. IV, nS8o, 226), le vere sorgenti dell’ Almo sono da ricercarsi nella valle della Caffarella, la copia d’accpia che proviene dal corso ])iù alto essendo di molto minore. Si può aggiungere che il volume del fosso dell’Acqua Santa viene un jioco accresciuto anche dalle sor¬ genti che si trovano nella tenuta medesima, den¬ tro il terreno ora in occupazione del Golf Club, - 49 - mai ad esprimere il fascino che da quella campagna si svolge e domina in breve tutte le fa¬ coltà dello spirito. Nella prima carta della Campagna Romana che si conosca, cioè quella dell’anno 1547 tenente alla Biblioteca Barberiniana, ed ora conservata nella Biblioteca Vaticana, ove fu sco¬ perta dai climo p. Khrle, che gentilmente mi fa l’onore di affidarmene l’edizione (per un saggio di questa carta veda Tomassetti, Campagna Rom.,v(À. I, p. 247), la Villa dei Quintilii è segnata sotto il nome di ‘ Villa di Scipione Asiatico ’ (così pure nella carta del 1688 inserita n&ìV Itine¬ rario dello vScoto, riprodotta dal Tomassetti, op. cit. , p. 253). È segnato pure il ‘ C. di S. tu'* n'^ ’. Nella carta anonima collo stemma di Paolo IV, deiranno 1557, del quale pubblicai un brano nei Papers of thè British School at Rome, voi. IV (1907) p. 46 fig. i non è accennata nè la tenuta dello Statuario nè la Villa dei Quintilii. Ta medesima carta, reimpressa nel 1559, (e più volte dopo) è pubblicata dal eh. Tomassetti {Campagna Romana, voi. I, tav. III). In quella d’Innocenzo Mattei, riprodotta nel Vetus Latium del Kircher (1671) la tenuta è detta ‘ Statuario ove si fa il Salnitro’: pure in quella deU’Ameti (1693) figura come Statuario, ed Eschinardi neìV Esposizione della Carta Cingolana dell’Agro Romano (1696) p. 425 parla dello ‘Statuario, detto volgarmente anche Roma vecchia’. E che Statuario fosse il nome me¬ dioevale risulta dalle bolle di Onorio III elV citate da 'Tomassetti {Campagna nel M. E., Egli identifica lo Statuario col fondo Columnas -alla stessa .distanza di Roma, ed avente i - medesimi confini, nominato in una donazione del g6i nell’archivio di S. Gregorio, e crede abbia tratto il nome da colonne antiche tuttora in piedi a quel tempo, forse della Villa dei Quintilii: e probabilmente ha ragione. Questo tenimento dal 1282 fino a tempi abbastanza recenti (adesso è della Signora Martori) appartenne a S. Maria Nuova, nome che spetta ora al casale imposto ad una delle conserve d’acqua della villa dei Quintilii, ed alla tenuta comprendendo in essa anche una parte del¬ l’antico Statuario; il resto a sud est della grande conserva di forma rotonda, è pure denomi¬ nato Statuario, ma appartenne allo spedale dei Sancta Sanctorum, che lo vendette nel 1797 ■al Duca Torlonia (cf. Nicolai, Memorie sulle Campagne di Roma, I 170, 174). Gli scrittori del seicento e del settecento si sono poco occupati di questa villa della quale non hanno sospettato la vera natura. Il Fabretti ne parla {De Aquis ed. I {1680) p. 166) come di un pago o villaggio in loco cui a multiplicitate forsan statuarum, et ornarnentorum, adirne Statuarii nomen inhaeret, Praetorio, Tempio, Ampìiiiheatro , Circo, aliisque nobilissimis mem- hris prae caeteris insignito. Il Piranesi, Antichità Romane, ii. tav. 6; iii. tav. 3 dà le piante ecc. delle due grandi conserve, quella rotonda e quella nella quale si innesta il casale moderno, ma neppur egli ne coro.prese la vera natura, chiamando il primo un sepolcro, ed il secondo «una fabbrica... appartenente all’ Ustrino, o per alloggiare le famiglie più illustri, le quali per le dette pie funeree funzioni costà si conducevano, o per li Presidenti, o ’l Magistrato, che invigilava al governo di questo luogo». Ausonia - Anno IV. 7 — 50 — Che fosse un villaggio o pago è stato sempre lopinione prevalente, benché il Venuti' nella sua edizione deH’Eschinardi (1750) p. 299 ne parli come di una villa. Nè il Colt Hoare nei titoli ai disegni del Tmbruzzi fatti nel 1784 dà una denominazione corretta a questi ruderi {Mélanges de l’École Feaìigaise, XXIII (1903), 375 e segg.). Anche dopo gli scavi di Pio VI nel 1792 troviamo il Riccy che scrive nel 1802 un libro inti¬ tolato Deli’ Antico Pago Lemonio in oggi Roma-Vecchia, e vi mette il Pagus Lemonius, che secondo Pesto, (Paul, ex l'est.; ed. Miiller p. 115) diede origine alla tribù Pemonia, e stava a porta Capena ]da Latina. Westphal, {Róniiscìie Kanipagne, 19) volle che le rovine apparte¬ nessero piuttosto ad una villa: ma il primo a conoscerne la vera denominazione fu il Nibby {Analisi della Carta dei Dintorni di Roma, III, 724 e segg.) (Irazie agli scavi fatti dal Duca Torlonia negli anni 1827-1829 (i), (di cui ])arleremo più a lungo) vennero alla luce diversi tubi di ])iombo, e chiavi di bronzo, recanti l’iscrizione II Quintilioriiìn Condiani et Maxiini (C. I. L. X\b 7518). Cosi si seppe che questa fu la villa dei due fratelli che, dopo esser stati consoli neH’anno 151 (1. C. furono uccisi verso ranno 182 d. C. daU’imperatore Commodo per motivi di gelosia y.syaXYiV vip co;iv svi TiatPia y.y.l sD. 'ìTp-j.xrpp.y. 'a~jX -Ao'jtlo (Dione Cassio, Ixxii, 5). Anche il tiglio di uno di loro peri nello stesso tempo; e questi, secondo la Prosopogra- phia Imperii Romani, III, p. 116, 117 (2) fu il tìglio di Condiano, che aveva lo stesso nome dello zio, ed era stato console neiranno 172 d. C. flesto Condiano invece, tìglio di Massimo, riusci ad evitare la morte per qualche tempo (poiché fu in vSiria nel tempo in cui il resto della sua famiglia fu sterminata), poi spari; sicché nessuno, dice Dione, sepi)e se fosse stato veramente ucciso, o se invece riuscisse a fuggire, e diventò possibile che un impostore dopo la morte di Commodo si presentasse come Sesto Condiano; ma questi fu riconosciuto come bugiardo daU’Imperatore Pertinace. Cf. ^’ita Commodi, 4,9, «domus practer Quinti- (i) Il Nibby vi attribuisce la data 1S28 e 1829: ma Angelini e h'ea, V ia A ppia , z-j, citano l’anno 1827. (2} I particolari della carriera di ciascuno dei membri di questa nobile famiglia si troverà nella Prosopographia cit., sicché mi asterrò dal ripeterli. Il C.\NiN.\,7»/rt App/rt, testo p. 227, ha il seguente passo che merita di essere riprodotto ]X'r intiero, >1 è su tale proposito di osservare che simili mar¬ chi (all’iscrizione dei due Quintilii sui tubi di piombo C. I. L. XV, 7318), furono rinvenuti in altri tubi di piombo nelle scoperte tli recente fatte, come pure fu scoperto nella, parte più poste¬ riore della villa un ragguardevole frammento di ima iscrizione monumentale che doveva adornare la fronte di tale parte della villa, e che si conosce aveiv appartenuto ad uno dei due fratelli Quintilii... Da quella iscrizione veden¬ dosi accennati diversi imjiieghi avuti nelle pro- vincie, ed anche essere stati scrittori di lettere o di commentari, si spiega bene ciò che viene accennato da Dione, cioè che, mentre erano presidi delle provincie, l’uno presso dell’altro sosteneva l’ ufficio di assessore. Tale iscrizione, sperandosene di rinvenire le due parti mancanti nel l’estremità, sarà in allora presa a considerare più opportunamente. L’iscrizione in parola è la grande tavola di marmo C. I. L. VI. 1564. ma essendo di un {Quiut ?) iìius C. F., non può- riferirsi ai nostri Quintilii, il padre (o avol dei cjuali era Sex. Quintilius Valerius Maximus, vedi Prosopographia, III, p. 115 n. 18; p. 117,. n. 23. — 51 — lionim omnis extinda, qiiod Ssxtus Condiani films (che questo è uno sbaglio, è dimostrato nella Prosopographia cit.) specie tnoriis ad defectionem diceretur cvasisse ». Che Commodo poi vi abitasse ci appare dalla menzione del KutvTtÀtov upxuTstov nel racconto della protesta del popolo contro Cleandro (Dione Ixxii, 13,. Erodiano, I. 12). Quest’ultimo aggiunge che l’impe¬ ratore stava nella parte interna della villa, cosicché non poteva sentire le voci della folla. È menzionata come ancora proprietà imperiale nella vita di Tacito attribuita a Vopisco (c. 16): imago eius posila est in Quintiliorum in una tabula quinquiplex, in qua semel togatus, semel clamydatus, semel armatus, semel palliatus, semel venatorio hahitu. Sembra che la villa fosse rimasta in proprietà della casa imperiale almeno fino all’epoca -dei Gordiani, dall’ iscrizione di un’altro tubo, trovato negli scavi del Guidi {Imp. M. Antoni Gordiani Aug. i [C. I. L. XV, 7339). Se fosse completa l’iscrizione sopra un disco di alabastro trovato negli scavi di Pio VI, potremmo sapere molto di più della storia della villa nel quarto secolo d. C. Questo disco, ■ora conservato nel museo Kircheriano, non ha più che la metà inferiore del monogramma, cosidetto costantiniano ^ e sotto in una tavola a coda di rondine le iniziali -l-X-G-Y-C- Ma nelle carte dell’Agincourt conservate alla biblioteca Vaticana e citate dal De Rossi {Bull. ■Crisi. 1873. p. 98 della traduzione francese) si vede non solo il monogramma completo,' ma anche la fine di un’iscrizione in bei caratteri . . . EIORUM. Il De Rossi discute a lungo se si può {a) completare QUINTILIORUM (6) attribuire l’ iscrizione ancora al secondo ■secolo e supporre che i Quintini messi a morte da Commodo fossero cristiani, oppure, stando alla data del signum Christi, pensare piuttosto che fu collocata dai Quintili! del quarto secolo, che avrebbero potuto rivendicare dal fìsco imperiale i possessi duella loro famiglia, essendo secondo lui poco probabile che si collocasse un’iscrizione recante il nome degli antichi|pos- sessori, mentre la villa stava ancora in proprietà della casa imperiale. Quest’ultimo argomento per me viene invalidato dal fatto che nella vita di Tacito del Vopisco la troviamo detta ancora ‘ Quintiliorum ’ il che ci fa vedere che per un tempo almeno conservò il nome anteriore. La prima pianta della villa fu fatta, mentre ancora duravano gli scavi del Duca Tor- lonia, da Giovanni Angelini, e come la pianta di Sette Bassi che si deve a lui, può reputarsi ■abbastanza accurata. (G. Angelini e A. Fea, I monumenti più insigni del Lazio distribuiti in Vie, Roma 1828, I, Via Appia lav. XVII col testo, pagg. 27, 28). Non essendo stati scoperti i tubi di piombo non si conobbe ancora di chi fosse la villa. Poi viene quella data dal Canina nella Via Appia ta,y. XXXII {= Edifizi di Roma Antica, VI, tav. XXXV) con ■alcuni dettagli architettonici ; nella tav. XXXIII {= Edifizi, tav. XXXVI) c’è una pianta più dettagliata della parte prospiciente la via Appia, con una veduta dello stato attuale ed una ricostruzione della medesima, e nella tav. XXXIV (= Edifizi, tav. XXXVII) due ve¬ dute dei due grandi edifizi quadrati con una ricostruzione. La pianta principale della tav. XXXII è poi continuata nella tav. LXXVIII degli Edifizi, e mostra la parte della villa verso la Via Latina. Questa pianta è molto troppo ristaurata, e per accuratezza è supe- 52 — rata da quella deirAiigelini dalla quale è indipendente. A Sette Bassi invece tutti due ripe¬ tono il lavoro di un architetto francese. [Papcvs of thè British Scliool at Rome, IV, 97). Dobbiamo notare una veduta deU’eniiciclo (n. ii delle nostre piante) nella via Appia (guardando verso Roma), che era però stato scavato già nel 1828-g, messa come frontespizio alla Memoria sullo Scavo della via Appia jat'.o nel 1851 (Roma 1851) di A. Jacobini, benché il testo non sia di nessuna importanza per noi, riferendosi principalmente ai monumenti sepolcrali. I libri posteriori non ci aiutano molto; in quello di Ripostelli e Marucchi, Z.n Via Appia pagg. 251 e segg. non troviamo che delle riproduzioni delle illustrazioni del Canina con una sola fotografia. Ho pensato quindi meglio di far eseguire delle nuove piante dal sig. lù G. Newton, stu¬ dente della vScuola Britannica di Roma; la pianta d’assieme si trova alla tav. T e quelle di dettaglio alle tav. II-IV. Tutte le fotografie che illustrano la mia descrizione furono prese da me stesso. Prima però di passare alla descrizirìiie dei ruderi, sarà bene di parlare più minutamente degli scavi che si sono praticati in questa villa. Prescindendo dalle scoperte fatte nei sepolcri della via Appia, dei quali non mi occuperò affatto, neanche del corpo della cosidetta Tulliola (per il quale si consulti Panciani, Pagati and Christian Rome, p. 295, e Thode, Ròmische Lei he vom Jahre 1495, ristampato dai Miti. d. Inst. /. oesterr. Geschichtsforscìiung, voi. IV p. 75 e segg.) le prime scoperte che si possono attribuire con certezza alla villa sono quelle due riferite dal Winckelmann e citate dal Riccy (Pago Lemonio, p. 120 e segg.). La prima è di una pittura, rappresentante un paese, trovata circa l’anno 1764, poiché il Winckelmann (Moti. Ant. Itied. (Roma, 1707) p. 281 n. 208) dice che « fu rinvenuta tre anni fa incirca, su la via Appia, cinque miglia lontano da Roma fra le rovine di un pago antico o sia borgo, che nei Irassi secoli addimandavasi ad Statiiarias, e presentemente dicesi Roma Vecchia ». Venne subito in possesso del Card. Alessandro Albani, ed ancora si trova nella villa Albani (n. 165: Helbig, Fiihrer IL, 11. 852). La seconda scoperta fu fatta due anni prima, cioè nel 1702, ed era di una tazza marmo¬ rea colle fatiche di Krcole, acquistata anche questa dal Card. Albani. È indicata come ancora esistente nella Villa Allrani nell’ anno 1812 dal Vasi (Itinerario istruttivo di Roma, 1812, p. 148): adesso sta in Palazzo Torlonia alla Lrmgara, seblrene il Baumeistcr (Dcnktnàler 1. 654) 10 indichi come ancora esistente nella villa. La pubblicò il Winckelmann nei Monumenti inediti citati, p. 80 n. 64, 65, senza indicare 11 luogo del ritrovamento. Questo invece risulta da una lettera pubblicata dal Fea nAV An¬ tologia Romana, VI p. 122 e nelle Miscellanea, I p. clxxxviii — Winckelmann Werke, Donau- òschingen, 1825, II, P- 102), come accaduto « otto miglia lontano da Roma verso Albano, luogo chiamato anticamente ad Statuarias e vidi scoprire un portico lastricato di marmo bianco, ma le colonne erano già state portate via. Le basi non smosse erano di larghissimo — 53 — intercolunnio, cioè di dieci palmi e l’architettura era ionica per l’indi/do che ne dava un capitello frammentato ». Come rileva il Riccy, la distanza da Roma è malamente indicata, poiché non è maggiore di cinque miglia — se cioè il Winckelmann anche in questa notizia si riferisce alla nostra villa. Ma è da notare: primo, che nel parlare del dipinto indica giustamente la distanza, secondo, chè, come ci avverte il Riccy, non è da confondersi col portico veduto dal Winckelmann il tempio rotondo già sostenuto da colonne scoperto dall’Hamilton all’ottavo miglio. Questo tempio, nel quale, come riferì al Ricci il Volpato, lo Hamilton ebbe la fortuna di trovare intiere le statue che stavano neU’intercolunnio, — cosa però che accade posterior¬ mente (al 1762) — deve essere l’edificio scavato a Tor Colombaro nel 1771. Che fosse rotondo non è detto dallo Hamilton: ma deve essere lo stesso edifizio. Egli lo descrive così «;Ora debbo dire qual cosa della mia prossima « Cava » nella tenuta di S. Gregorio, allora proprietà del Cardinale Chigi, e comunemente chiamata Tor Colombaro (i). Cominciai a scavare nel¬ l’anno 1771, avendo in vista due siti principali, uno sulla viaAppia, l’altro distante (dalla strada?) circa un quarto di miglia, il primo creduto essere un tempio di Domiziano, il secondo una Villa di Gallieno, i quali sono descritti come trovandosi a nove miglia da Roma. Trovai il tempio di Domiziano spogliato dei suoi ornamenti, rimanendo soltanto una grande colonna di granito rosso, e pochi frammenti di colonne di porfido, con alcuni pezzi di giallo antico. Questo sito era stato probabilmente rovinato da Gallieno per l’ornamentazione della sua villa, per mancanza di artisti abili in quel periodo basso. Quello che mi conferma in questa congettura, è la quantità di statue duplicate trovate da me in questo luogo, posso dire anzi di tutte, ed una sempre inferiore all’altra — in conseguenza una originale, e l’altra una copia di un artista inferiore del tempo di Gallieno. Nelle rovine di questa villa trovai, che le colonne preziose di verde e giallo erano state rubate dai primitivi cristiani, probabilmente per orna¬ mento delle loro chiese in quell’epoca bassa: in quanto alle statue, le trovai molto disperse, come se fossero state buttate da una parte o dall’ignoranza o dalla rabbia, alcune appena un piede sotterra, e in molti casi rotte dall’aratro ». Segue l’elenco delle statue trovate, per il quale si può consultare la lettera originale del- l’Hamilton al Townley, dalla quale ho tradotto questo brano, pubblicata da A. H. Smith nel Journal of Hellenic Studies XXI (1901), p. 311 e segg. Il tempio da questa descrizione non può essere quello che il Canina identificò come il tempio di Domiziano, vicino al miglio ottavo, il quale ci dice che trovò molto devastato {Via Appia, Testo, p. 177 = E di fi zi, V p. 39 nota) « il tempio.... è da credere che fosse col¬ locato... ove rimane un’ampia area... lungo la via che offre ora una specie di avvallamento per essere stata scavata con cura onde prevalersi di tutte le pietre e dei marmi che compone- (i) Nel catasto del 1783 si trova registrato chiama. Non si trova invece il nome di S. Gre- sotto il nome di Palombaro come ancora oggi si gorio. Nicolai, Memorie cit. I, 175. — 54 vano lo stesso editìcio, in modo tale che fu lasciato soltanto un masso di costruzione di opera cementizia ». Ma la villa poi deve essere quella che pure il Canina chiama di Gallieno vicino al miglio nono ed al Casale di hiorano. Che il tempio sia da identificarsi col cosidetto sepolcro di Gallieno, un grandedifizio rotondo di opera laterizia, e quindi non già sostenuto da colonne come dice il à’olpato, mi pare poco prol)abile: e sarà piuttosto un edilizio che faceva parte della villa medesima, le r(.)vine del quale non sono più visilrili, come dice pure lo stesso Canina (I la Appia, Testo p. 187). Egli cita dal Riccy la notizia da noi riferita, e giustamente rileva che 1 ottavo miglio moderno corrisponde al nono miglio antico, ma assegna erroneamente la scoperta del discobolo in attesa del Museo Pio Clementino (vSala della Biga, n. 615) (i) airanno 1792, e dice di non sapere dove fossero andate a finire le altre statue trovate in quel- l’occasione, ma che è probabile fossero state mandate in Inghilterra. Dice pure di aver esaminato le memorie del \Tlpato conservate dai suoi eredi, senza aver trovato nulla in pro¬ posito. Dopo questa digressione bisogna ritornare alle scoperte della Villa dei Quintilii. Il Riccy parla di uno scavo fatto dal Volpato circa l’anno 1780 (p. 123 n. 62-67) riferirlo a Ro¬ ma Wcchia contraddice quello che asserisce il Visconti nel Museo Pio Clemeutino descrivendo le singole sculture. Il \4sconti, è vero, non di rado erra malamente nel dare la provenienza dei monumenti che descrive(vedi ad es. Papers of thè Britisìi Scìiool at Rome, IV, 93). »Siccome sappiamo pure dal Marini, che le fistole acquarie riferite dal Visconti nel Cod. par. ìat. 9697, 146 furono trovate al Quadraro sulla Via Tuscolana nel 1780, cosi è probabile che questa volta è Riccy che sbaglia, e che le scolture pure appartengano al Ouadraro [Papers cit. 55). Plliniinate quindi le scoperte notate dal Riccy come fatte dal Volpato, arriviamo ad una altra difficoltà ancora maggiore; della quale ho parlato a lungo nei Papers cil. p. go e segg. giungendo al risultato che solo gli scavi fatti nel 1789-92 si possono riferire a Roma Vecchia sulla via A2)pia. I^a lista dei ritrovamenti fatta da Visconti e tratta dalle sue note autografe è data dal Riccy op. cit. t'- 129 e segg. e rqmbblicata nelle Opere varie, di E. O. Visconti I, 176 e segg. Il Riccy la elrbe da un certo Ihsandroni, scultore, che avendo avuto una certa is2)ezione su detti scavi era in grado di dare altre indicazioni. Cosi il Riccy ci addita come trovate a Roma Wccliia fuor di Porta Maggiore, cioè a Tor dei Schiavi, soltanto i numeri seguenti del Museo Vaticano — Belvedere 58 a, 102 i, ed un musaico nel 2)avimento della Sala degli Animali (Amelung, Sculptnren des Vatikanischen Mìiseums, II, j). 400) mentre il Visconti nel suo Museo Pio Clementiuo erroneamente dice (VI tav. 51) che gli scavi pa^rali furono fatti esclusivamente a Roma àVcchia fuori Porta Maggiore. (i) Lo Helbig, PtPuvr, P, 338, segue jrure que- thè Aucieut Marbles at Lansdowne House, ji. 60, sto errore. Da una lettera del 30 settcmb. 1772, si vede che lo Hamilton ancora sj^erava di po- jrubblicato piu-e da A. H. Smith, Catalogne of terlo mandare a Lord Shelburne. — 55 — Il Visconti dunque enumera le seguenti opere d'arte come trovate fra 1789 e 1792 (i). 1/ Il maggio 1789 (1) Statuetta di un genio di Bacco, forse il putto descritto dal Massi, Indicazione, 1792, p. 158 11. 124; Candelabri, 193 (?). (2) Statuetta di un Fauno giovane (Massi, p. 156 n. 116; Candelabri 246) (2). (3) Statuetta di un Sileno (Massi p. 144 n. 56; Candelabri 256). (4, 5) Altre due statuette Sileniche (Massi p. 57; Candelabri 90). Il Visconti parla o di questi stessi, o di due molto simili, sotto la data del 18 ott. 1790 : è più probabile che sieno i medesimi. Ce n’erano tre, che sostennero un bacino di fontana, ed ora sono ristaurati cosi, essendo antichi soltanto due in massima parte, mentre il terzo e quasi tutta la tazza .sono di rifacimento moderno. Secondo il Nibby queste cinque statuette furono tutte trovate nel grande emiciclo prospettante sulla Via Appia [Analisi iir 730; v. sotto, p. 73). (5) Una testa al naturale di Mercurio fanciullo colle ali j allacciate al capo per mezzo di un diadema. (7, 8) Due ermi doppi a forma di Giani di buono stile, uno più conservato dell’altro. De quattro teste sono terminali con barbe e chiome a cannelli, quali son quelle, che il volgo degli antiquari chiama immagini di Platone. Il 18 maggio 1789: (9) Statuetta di putto alato, rappresentante il Sonno (Massi, p. 163 n. 146; Visconti, Museo Pio Clem., Ili, 44; (Chiaramonti 279) (3). Il 3 giugno 1789: ' (10) Testa al naturale in bel marmo greco appartenente al genio di Bacco. È notabile per le ali alle tempie a guisa di Mercurio [forse lo stesso del n. 6). fu) Testa di Apollo (Busti 303). (12) Testa di Diana (Busti 363). Il ... giugno 1789 ; (13) Sarcofago delle Nereidi colle armi di Achille (Belvedere 61). U’ii luglio 1789: (14) Putto scherzante con un cigno. Da descrizione corrisponderebbe con quello del Massi (p. 158 n. 125) «Altro bellissimo (putto) con cigno trovato a Roma Vecchia», che sarebbe quella statua ancora nella Galleria dei Candelabri (n. 194). Dall’altra parte troviamo nel Cata¬ logne sommai? e del Museo del Rouvre al n. 40 «Enfant à l’oie, réplique d’un originai attribué au sculpteur Boethos, et dont il existe plusieurs répétitions, notamm.ent à (i) Quando l’identificazione è sicura non ho dato la citazione del Massi, rimanendo il lettore al catalogo dell’Amelung per tutti i particolari di bibliografia. {2) Nella nuova Guida del Museo Vaticano di scultura la data della scoperta è falsamente indicata come 1785. (3) L’Amelung ha omesso queste citazioni. - 56 - la Glyptothèque de Mnnich et aux Musées du Capitole et du Vatican. Tr. le ii juillet 1789, sur la voie Appienue, à Roma Vecchia». Clarac 293, 2226. Bisogna cosi riferire la descrizione del Massi ad uno dei numeri 26, 27 (v. sotto) col quale pure corrisjronde. Il 30 dicembre 1789: (13) Testa di Epicuro (Sala delle Muse, 498). 117) Testa femminile minore del naturale, del terzo secolo. Il 5 marzo 1790 : (17) Testa riconosciuta per Cn. Pompeo. (18) Busto senza testa con torace e paludamento. (19) Testa femminile incognita, assai malmenata con suo busto distaccato. (20) Gruppetto ili un Fauno semi giacente, a cui sta in atto di apprestare a bere una Baccante seminuda e coronata. I,e figure sono alte poco oltre un palmo ciascuna. Il 7 luglio 1790: (21) Ercole fanciullo coll’arco: statua di fontana (Clarac, 786, 1963, Candelabri 244); (molto restaurato; soltanto la testa e la parte superiore del busto appartengono l’una all’altra : il resto è composto di frammenti). (22) La lastra colle iscrizioni pubblicate nel C. I. L. \T, 8857. Orrella originaria è un’iscrizione sepolcrale di im iìivitator imperiale dell’epoc'a adrianea : quella posteriore. Beo annoente felis peddtiiì'iì Siisti v. p. cioè. Beo aìinitente felix est pedatura Xysti viri perfectissimi. la quale, come bene ha dimostrato il De Rossi, Bull. Crisi. 1873 p. 94, 95 (p. 104, 105 della versione francese; cf. Bull. Coni. 1873, 273), c’insegna che al quarto secolo od al prin¬ cipio del quinto dopo Cristo, una parte della Villa dei Quintilii o dei fondi limitrofi fu coltivata a vigna da un certo Sisto, vir pcrfcctissiuius. Abbiamo già visto che sotto la data del 18 ottobre 1790 sono descritti due vSileni antece¬ dentemente trovati (11. 4,5); e mi pare che il putto coperto di leonine spoglie menzionato anche sotto questa data deve identificarsi col n. 21. C’è la medesima particolarità del buco nel petto del fanciullo dal quale spruzzava l’acqua, Irenchè qui s’interpreti altrimenti il movimento delle braccia, credendosi che l’otre portato sul braccio sinistro ricevesse in antico l’acqua, che passava dall’apertura descritta, e la versasse poi a guisa di fonte; la destra intanto del fanciullo sostiene il nappo quasi per empirlo. Ed infatti cosi è stata ristaurata la statua. Nel 1790 (senz’altra data); (23) Statua della Fortuna in piedi senza testa col globo ai piedi e colla cornucopia nella mano sinistra (vSala a Croce Greca 594 ?) e due iscrizioni sepolcrali C. I. L. VI 10880, 31865. Xel 1791 (senz’altra data) ; (24) vStatua di Ninfa femminile che dorme appoggiata sull’urna. Xel 1792 (senz’altra data): (25, 26) Due gruppi del putto coll’oca — Wdi sopra, n. 15. Clarac 875, 2227. 57 — Il I febbraio 1791 : Iscrizione sepolcrale C. I. L. VI go6o. Il 15 maggio 1792: (27) Venere nuda. Sotto questa data si descrive pure una statua della Fortuna, che deve essere la stessa del n. 24. Fin qui le memorie del Visconti. Il Riccy fu informato dal Fisandroni, che furono pure scoperti tre torsi frammentati, quattro statuine rappresentanti Muse, mancanti della testa, il pavimento di musaico con una canestra di fiori che si vede nella sala in forma di Croce greca (Helbig, Fùhrer, Il'b n. 329) una testa di Socrate (Sala delle Muse n. 514) una testa d’Iside in marmo pario (Visconti, Museo Pio Clem. VI, tav. 16, il quale falsamente l’attri¬ buisce a Roma Vecchia fuori Porta Maggiore. Fa provenienza non è indicata dal Massi. Sala dei Busti 308). F’abate Boria Tinformò poi del ritrovamento in questi scavi di molte monete imperiali di tutti i tempi, di molte lucerne di terracotta, e dadi di avorio. Bisogna forse aggiungervi il busto cosidetto di Cicerone nel Museo Chiaramonti (n. 698) che secondo il Gerhard ed il Platner {Beschreibung, II p. 84, n. 696) che sono i primi a farne cenno fu trovata a Roma Vecchia (Vedi Papers cit. IV 94). F’Amelung aggiunge «nella Via Appia», ma con quale autorità non saprei. Esso non è menzionato dal Riccy. Come ho rilevato nei Papers, non si può precisare se in questo gruppo di ruderi, oppure a Sette Bassi furono trovati dairHamilton la statua di una ninfa dormente, ora a Knole (11. 2: Michaelis op. cit. p. 419) ed il busto di Athena, ora a Fansdowne House (n. 93: A. H. Smith, Lansdowne House Cato/ogMe, p. 45), acquistato quest’ultimo da lui già nel 1771. Nè possiamo fissare la provenienza dell’ara coll’iscrizione greca recante una dedica a Dioniso (/. G. XIV 975) trovata a Roma Vecchia in terreno appartenente allo spedale de’ Sancta Sanctorum, poiché non solo la nostra Roma Vecchia, ma anche l’altra di Sette Bassi appartenne a quel¬ l’epoca all’ente medesimo. Debbo aggiungere che dal fase. 136 (num. di prot. 3405), del Tit. IV dei citati Atti del Camerlengato, risulta che fu confermata all’avvocato Eugenio Rasponi il giorno 22 Dicem¬ bre 1824 la licenza accordatagli nell’anno precedente di scavare nella tenuta di vS. Maria Nuova. Dell’esito degli scavi però non sappiamo niente. Veniamo poi agli scavi ricordati dal Nibby {Analisi, III 724 e segg.) fatti dal Comm. Carlo Torlonia nel 1827-9. Oltre il condotto di piombo col nome dei proprietari, il Nibby ricorda il ritrovamento di alcuni mattoni (i) con bolli che si riferiscono ad un periodo di tempo che va dall’anno 138 d. C. sino all’età di Caracalla. (i) C. I. L., XV, 135, (epoca di Commodo) ; 162, 5 (id.), 171,8 (circa 138 d. C.) ; 408 e. irq (Caracalla?); 763, (epoca Severiana) ; 1086, 7 (154 d. C.); Angelini e Fea ci riferiscono [Via Appia, p. 27, n. 2), che nel 1827 furono trovati i bolli; M. LUCI . VALENTIS | APR. ET P^. COS. , introvabile nel C. I. L. e C. I.L., XV 1080 (senza dubbio quello dato dal Nibby). Aìisoìiia - Anno IV. 8 - 58 Nella grande vSala quadrilatera (ii. 14 della nostra pianta) che il Nibby dice essere stato un Ninfeo, furono trovate le seguenti opere d’arte: una statua di ninfa giacente, due sta¬ tuette panneggiate di bigio morato, rappresentanti Baccanti, ed un l^el piedistallo con bassorilievi di soggetto bacchico: al principio dello scavo presso redifizio circolare (11.17 della nostra pianta) furono troi’ate due teste muliebri bacchiche che avevano servito ad erme che poscia furono trovate, e fra quello ed il sotterraneo (n. 15) due colonne di cipollino. Il Nibby non ne nota di più iieirAiialisi. Invece dai rapporti conservati all’ Archivio di vStato apjiartenenti agli Atti del Camer- lengato (Titolo l\' fase. 70S) ed in parte redatti dal Nilib r stesso come direttore dello .scavo, risulta quello che segue (i). Nel dì II febbraio. 1828, il Nibby fa rapporto che liiiora sono state sco]ierte un torso di statua giovanile di buona scultura; 2 colonne di cipollino con loro base, e capitello corinzio di buon lar’oro del diametro di 2 palmi 8 oncie alte palmi 18, 6 oncie (le due adoperate per il teatro di Tordinona) i colonna di cipollino senza base e capitello del diametro di i palmo g oncie alta palmi 14. Una testa mulielire bacchica di buon lavoro e perfetta conservazione; una testa simile alla precedente ma frantumata, (^sarebbero le due teste menzionate di sopra) una piccola iscrizione mortuaria in caratteri di pessima forma e di niun interesse per l’erudi¬ zione. Poi il 25 dello stesso mese registra come segue. « Nella scorsa settimana allo scavo che fa vS. E. il vSig. DucaTorlonia nella tenuta di Roma Vecchia si è trovato un liel putto alto circa 2 palmi in atto di scherzare con un cane: la testa ed il torso sono di perfetta conseiumzione: mancano le Irraccia, il piede destro, la gamba sini¬ stra, e del cane si è rinvenuto soltanto il torso. l'urono pirre trovati un capitello d’ordine ionico del diametro di palmi 2 oncie 8, ed un frammento di Irassorilievo. Il pirtto per conser¬ varlo fu trasportato suliito al Palazzo Torlonia ». vSegue la lista delle scoperte fatte dal 13 al 21 marzo: « 2 statue di Baccanti di marmo bigio che avevano le teste e le altre estremità di marmo bianco delle quali finora non si è trovato che un piede e qualche altro frammento. La loro proporzione è di circa io palmi. vStatua semicolossale di Arianna addormentata mancante di parte delle braccia e dall’om- belico in giù, che sembra essere stato o di altro marmo o di altra materia. Un liasamento di statua ornato di bassorilievi l)acchici e di ])erfetta conservazione. (i) Sotto la data del 16 novembre 1827 tro¬ viamo notizia del principio di alcuni scavi dirim¬ petto alla porta principale del circo di Cara- calla. Nel 7 gennaio 1828 furono scoperte nello scavo alla Caffarella come fa rapporto il Torlo¬ nia stesso (Ine statue di circa due piedi di altezza prive di testa, e frammentate, rappresen¬ tanti Iside e Serapide, di lavoro mediocre. n permesso di scavare alla Caffarella gli era stato concesso già dall’ 8 aprile 1823, quello per il circo di Caracalla dal 27dicembre 1824, c quello per Mezza Via di Frascati dal 13 febbraio 1821 come apprendiamo da un ristretto nel fase. 18 del¬ lo stesso tit. IV. Debbo ringraziare il prof. Pinza per aver richiamato la mia attenzione all’ im¬ portanza di questa serie di documenti. — 59 — Un busto d’imperatore di perfetta conser\'azione, del (piale però finora non si è rinvenuta la testa. Molti frammenti di altre statue, vari pezzi di cornicione di lavoro contemporaneo alla costruzione della fabbrica la quale per molti bolli di mattoni siamo certi non essere anteriore aH’imperatore Commodo, e forse un suo suburbano » (v. sopra). Il 19 maggio poi fa rapporto: « mi fo un dovere di prevenirla che lo scavo Torlonia è stato chiuso. NeU’intervallo fra rultima nota da me rimessa a V. vS. e la chiusura dello scavo si è ritrovato un’alto rilievo frammentato rappresentante la Vittoria sopra una quadriga ». Il 3 dicembre dello stesso anno si domanda il permesso di scavo nelle quattro tenute di Roma Vecchia, Quadrare, Caft'arella, e Capo di Bove. Il 17 gennaio 1829 è accordato un lascia passare a favore del Duca Torlonia e dei fratelli Civerazzini per far andare gli oggetti di pertinenza loro direttamente al loro magazzino: e si fa rapporto (il documento non porta data) dell’arrivo a porta S. Giovanni di tre ceste di antichità, due statue rotte, una lastra di pietra e vari frammenti di tubi di piombo, tutti diretti al palazzo Giraud Torlonia. Il 28 novembre 1829 il Comm. Carlo Torlonia, che da ora in poi redige egli stesso i rapporti, diede avviso al Camerlengato della sua intenzione di riprendere quanto prima i suoi scavi in virtù del permesso già esistente, che egli riteneva ancora in vigore. Ma il 20 gennaio 1830 dovette ripetere la domanda per il rinnuovo del permesso per le quattro tenute già nominate, ciò che gli fu concesso il 23 marzo. Nel frattempo accaddero diverse scoperte, che egli debita¬ mente segnalò al Camerlengato. Nel 20 gennaio stesso fece rapporto del rinvenimento di una statua muliebre panneggiata senza testa, di un’altra simile maschile, pure senza testa, di una colonna di cipollino alta incirca 13 palmi, di un’altra colonna frantumata e di vari pezzi di scoltura e di marmi non lavorati. Nel 26 dello stesso mese furono rinvenute quattro statue frammentate, che furono subito trasportate al palazzo a Piazza Scossa Cavalli per la loro miglior conservazione; il i” marzo fece rapporto della scoperta di una statua sedente senza testa, di un’ altra senza testa, braccia e piedi, rappresentante Venere, di due colonne di cipollino, di frammenti di colonne di marmi diversi, e di frammenti di marmi diversi. Fino al 13 aprile furono scoperte due urne lavorate della grandezza di palmi io per 3 b'„ una delie quali sana con coperchio rotto, (potrebbe essere il n. 332 del Museo Torlonia) e l’al¬ tra rotta in vari pezzi, e senza coperchio: e due piccole urne lavorate mancanti ambedue di coperchio, l’una in buono stato, e l’altra rotta: fino al 20 due statue frammentate, un torso di altra statua, un pezzo di cornicione lavorato, alcuni rocchi di colonne, e vari pezzi di lastre di marmo: e fino al 26 quattro urne, ed una statua di marmo frammentato; tutte queste scul¬ ture «nello scavo che il Comm. Carlo Torlonia prosegue a fare nella tenuta di Roma Vecchia». D’ultimo documento del fascicolo è un permesso di scavo nelle tenute di Roma Vecchia, Caffarella, e Giostra o Capo di Bove, rilasciato il 3 gennaio 1831 ; ma qui finiscono le notizie di scoperte. Del contenuto di questo fascicolo il Toinassetti dà un breve appunto (Via Latina, p. 51); ma pare che riferisca le scoperte a Roma Vecchia sulla via Datiira: ed io (Papers, di. p. 94) l’ho seguito. Che abbiamo avuto torto provano non tanto i documenti stessi, che non preci¬ sano il luogo delle scoperte, quanto l’assoluta corrispondenza delle due Baccanti e deirArianna addormentata trovate nel marzo 1828 colle statue descritte dal Nibby neirD;/.i:?/fsf (1. c.) Do stesso Niblry ci dice che mentre gli altri oggetti furono collocati nel palazzo Torlonia, alcune colonne di marmo Caristio (cipollino) furono impiegate ad ornare la fronte del teatro Tor- dinona (l’Apollo). Xel fase. 1420 del Titolo IV degli Atti del Camerlengato troviamo un’istanza in data del IO novembre 1830 fatta dal Duca Torlonia per il permesso di introdurre nella città « alcuni pezzi di marmo da una mia tenuta per farli lavorare per uso del mio Teatro.... essi non sono che frammenti di cornicione di ninn rimarco ». Gli si rispose che, dopo introdotti, do¬ vrebbero essere ispezionati dalla Commissione Conservatrice delle Belle Arti, perchè qirelliche meritassero di essere conservati tali quali non fossero adoperati a tal uso' e, come condi¬ zione del permes.so d’entrata, si pregò il Duca di dare avviso deH’introduzione. Il nome della tenuta non \nen dato, ma st.ava fuori della porta S. Giovanni o porta fs. vSebastiano (cosicché potrebbe essere stata mia qualsiasi delle quattro già nominate) poiché si parla di queste porte. B’Amati riferisce come ritrovato dal Capranesi a Roma Vecchia (cioè ad vi am Appiani vcl Latinam, come dice il Dressel) il bollo di mattone C. I. L. XV. 288. 2 (134 d. C.). Può essere benissimo che si riferisca a questi scavi, poiché l’Amati era a Roma fra l’anno 1820 e il 1833. Nel Museo Torlonia alla Brmgara esistono moltissime scolture trovate a Roma Vecchia negli scavi eseguiti nel 1827-9 ed in altre escavazioni di epoca posteriore. Ma siccome tali sculture sono per ora inaccessibili anche agli studiosi, basterà dare un elenco dei numeri, secondo il Catalogo di P. Iv. Visconti (1880) (i). vSta poi il fatto curioso che nessuna delle scolture descritte dal Nibby si può con sicurezza identificare con quelle del Museo Torlonia alle quali è attribuita questa provenienza; per cui sorge naturalmente il dubbio che le indicazioni di questo catalogo non siano troppo attendi¬ bili (vedi Papers cit. 30). Altri fascicoli dei medesimi atti ci danno notizia di permessi di scavo negli anni poste¬ riori. Nel fase. 2031 troviamo un permesso concesso a Don i\lessandro Torlonia (il 22 gen¬ naio 1834) f^re scavi nelle quattro tenute già nominate «ben inteso che non abbiali queste ( escavazioni) di mira il rinvenimento di qualche supposto tesoro o ripostino, nel qual caso dovrebbero osservarsi i regolamenti di legge su tale argomento vigenti, e che non si rechi danno ai preziosi avanzi de’ monumenti e ruderi antichi esistenti nelle ridette tenute ». Nel 15 giugno 1835 è concesso il permesso di scavo nell i tenuta di S. Maria Nuova, dopo fatto un (i) Sono i numeri; i, b.ii, 57, 70, 151, 1=17, 162, 163, 173, 175 201, 239, 274, 330,332, 369, 401, 410, 413, — 6i — rapporto che non esistono monumenti o ruderi antichi soprastanti al suolo, i quali sieno di ostacolo per la esecuzione di scavamenti in quelle località. Dell’esito di questi due scavi non siamo informati. Invece alla fine del Dicembre 1838, l’Abate Generale della Congregazione Camaldolese diede avviso della scoperta naturale (cioè casuale) di un musaico in questa tenuta, non in uno dei quarti ma in una lingua vicino alla Via Appia: ed il di ii febbraio dell’anno seguente, una Commissione composta del Camuccini, del Visconti, e del Grifi, si recò sul posto. Il Grifi in un rapporto esteso il dì seguente lo descrive cosi. « È di figura quadrilunga, largo presso a poco palmi venti, e lungo trentacinque o quaranta circa. Ha neU’intorno una fascia color nero, e pur entro a questa, su di un campo bianco, veggonsi delfini ed ippocampi portare sul dorso chi un genio alato, chi una nereide, e chi un tritone effigiati, siccome i mostri marini, a color nero. Tanto la composizione, quanto le figure ed il lavoro con cui sono condotte non paiono notabili per vermi conto, cosiceli; sarebbe divisaniento della sezione di lasciarla in facoltà dei possessori. Il musaico è intatto sia nel campo sia nelle figure, ed il solo scapito che vi si scorge è una rottura e mancanza di qualche palmo della fascia neH’angolo prossimo ad un rudere di antico monumento » (Atti Camerlengato, Tit. IV, Fase. 2903). Nel fase. 3070 troviamo un permesso di scavo concesso a Don Alessandro Torlonia nel 1840 per la tenuta di Roma Vecchia, ed il 23 aprile il Cardinale Camerlengo « previene il signor Commissario delle Antichità di aver accordato il permesso al signor Duca Alessandro Tor¬ lonia di fare degli Scavi a ricerca di Antichità nella Tenuta di Roma Vecchia: a condizione però che se tali scavi vogliono estendersi presso i ruderi in detta tenuta esistenti di alcuni sepolcri, e della villa, cosi detta, dei Ouintilii, si osservi la distanza prescritta dai regolamenti (Editto del 7 aprile 1820) ». Nemmeno dell’esito di questo scavo abbiamo notizia. Sul coperchio del fascicolo 3635, portante la data 1849. è scritto « Campana G. P. Permesso di scavi lungo la Via Appia nei tenimenti dei RR. Monaci Camaldolesi denominati di S. Maria Nuova ». Ma dentro non ci sono documenti che si riferiscono a questi scavi, ma soltanto una minuta sulla questione se la via Appia è ancora di proprietà pubblica, con conclusione affermativa, ed una lista dei pro¬ prietari dei fondi confinanti, fatta da Pietro Rosa. A tergo della minuta è una nota di Camillo J acobini in data del 3 luglio 1850 « si è risoluto di trattare prima particolarmente coi possi¬ denti limitrofi per indurli a combinare all’amichevole, e s’incarica perciò lo stesso sig. Av¬ vocato Ricci di concerto col sig. Cornili. Canina ». Probabilmente agli scavi del Campana dovremo attribuire la scoperta di « varie repliche di bassirilievi di terracotta di tre delle fatiche di Ercole, in prossimità delle rovine che attri- buisconsi al Pago Demonio, volgarmente dette di Roma Vecchia, distanti poco meno di sei miglia dalla città» fatta in quest’anno o poco prima ed illustrate dal Campana stesso {Antiche opere in plastica, I tav. XXII-XXIV). Ed il Canina ci conserva memoria di altre scoperte fatte negli edifizi lungo la via (vedi sotto, p. 70). — 62 Xel 1S34 il ( niidi trovò in questa rulla e nella zona vicina parecchi altri tubi di piombo iscritti (C. /. I.XV. 7334 b, 7339, 7407, 7414, 7585, 7606, 7703). Il nuin. 7334 è di Valerio rriniitivo, plinnìnin'iis deU'iniperatore vScvero Alessandro; il 7339 è di Gordiano, gli altri sono tutti di privati, eccetto il 7385 che è di un praegiisfatur Augusti il nome del quale, secondo il Dressel, non è da determinarsi dalle copie dille Rossi e Ranciani, e 7606 Aureìiiis Hylas prucbitor fccit — nome che ricorre pure sulla fistola ibid. 7777 di Rorium, e che con ogni verosimiglianza fu pure un ufficiale della casa imperiale. Xon è improbabile che vi fosse un castello d’acqua, essendo l’acquedotto della villa in corso di tempo diventato consorziale, come fu il parere del Comm. Ranciani, espresso nelle sue conferenze aH’Università. Ma disgraziatamente di (presti scavi non si trova alcun raggua¬ glio neH’A’ eluvio di lutato. Per il periodo 1833-7 troviamo soltanto [Aycìi. Miu. Coinui. e Lav. Pubbl. vSez. 3 Tit. I Fase. 3 Anno 1837 n. 2393: 1>. 343C 1) Ricenza a G. R. Guidi di fare degli scavi in data del 20 marzo 1853. 2) Domanda di rinnovamento della licenza, fatta il 22 ottobre 1836, e concessa il 3 Xovemlme; nel Inglietto che ne informa il Msconti è detto che la concessione è fatta con condizione espressa di non guastare i ruderi soprastanti al srrolo e a forma di legge. 3) Rapporto del 23 febbraio 1837 « nelle ricerche di Antichità che si eseguiscono in Roma \’ecchia dall’Ispettore Gio. B. Guidi non si è- rinvenuto tutt’ora nulla d’interessante». Il fascicolo 4884 (R. 330) dell’anno 18Ò3, benclm l’elenco del contenuto ci faccia aspettare di più, ora non contiene che la carta 4062 « Paolo d’Ainbrogi, Giuseppe Gagliardi ecc. (vi fu pure Pizzicaria'' intraprendenti dell’escavazioni di già eseguite nella tenuta di Casal Rotondo, e Roma \'ecchia, supplicano l’Fccellenza \"ostra onde voglia accordare agli Oratori il per¬ messo deirintroduzione in Roma degli oggetti d’Arte antichi rinvenuti in detti scavi ». Cosi ove precisamente furono fatti gli scavi dell’anno 1862, nei quali il Kiessling vide trovato il bollo C. I. L. XV 876 a 3 (epoca adrianea) nel fondo di Roma Vecchia sull’Appia non possiamo fissa e con sicurezza. Il 3 luglio 1863 fu concesso ad Alessandro Torlonia il permesso {Arch. cit. 1865 n. 4533 P. 533) di fare degli scavi nella tenuta di Roma Vecchia. Il principe iieH’accusarne la ricevuta lo stesso giorno, dà avviso, che avrelrbe pure fatto spurgare un sotterraneo dalle acque e dal fango che lo ingombrava, per la (jual cosa gli erano state fatte molte premure, e che aveva già prevenuto in proposito il Conmi. Visconti. 11 Guidi visitò lo scavo il 17 dello stesso mese (ibid. n. 4962) e riferi cosi: « mi sono recato al quinto miglio deU’Aiitica \ua Appia, ove il sig. Principe Torlonia... fa eseguire delle ricerche, prossime alli ruderi dei bagni dell’ Imperatore Commodo. Mi fo un dovere pertanto far noto all’E. V che l'impresa di tal scavazione, è di un tal sig. Te¬ sta già cognito, per l’antecedente scavo fatto neirAiiliteatro Idavio. Re sue ricerche praticate per lo spazio di giorni otto sono state senza alcun risultato, ed ora, ripianati (juei tasti, è ter¬ minata tale lavorazione». — 63 — Il 20 novembre 1865 (Ibid. fase. 4659 del 1866, P. 354) il Gagliardi riottenne il permesso di scavo a S. Maria Nuova, di proprietà dei Camaldolesi, a condizione di aprire lo scavo venti palmi lontano dal limite e proprietà del Governo segnata dalla maceria lungo la via Appia an¬ tica e da qualunque rudere soprastante al suolo. l'u in società con il conte Tyzkiewicz (v. sotto). Il 24 abbiamo già una lettera dal Gagliardi, partecipante la scoperta di « una statua mu¬ liebre il giorno 23, con alcuni altri frammenti ed altro appartenenti a statue. Però la statua nuda è mancante del capo e di una mano; si spera per altro, che potendo proseguire con il permesso di questo Ministero (che ardentemente si implora) il cavo, verso la maceria della Antica Appia di rinvenire non solo ciò che manca della statua nuda, ma anche altre simili, giacche si suppone rappresentare questa una delle Muse». Il Guidi fece rapporto il giorno seguente, che « oltre vari frammenti di ottima scoltura, si è rinvenuta una statua muliebre al naturale, priva di testa e di una mano, con sopraveste di pelle; in qualche parte è cor¬ rosa dalla terra: ma sembrami una mediocre scoltura». Il IO dicembre 1865 (P. 554). Il Gagliardi scrive; «in questi giorni dopo il ritrovamento della statua, si sono trovati frammenti di vari sarcofagi e cinque testine ed un fregio in marmo di buono stile ed altri frammenti di scoltura. Si è scoperto un sepolcro a guisa colombario del tutto guastato, ma sopra del suddetto sepolcro si è scoperto un pavimento di Mosaico bianco e nero con una figura giacente sembrante uno scheletro, e sotto con l’iscrizione se¬ guente in lettere grandi: PNti©! CAYTON. Il dì seguente G. B. Guidi fece rapporto, che « in S. Maria Nuova... poco distante dalla macera della Via Appia si è rinvenuto un piccolo monumento sepolcrale in parte devastato, intatto però il pavimento di mosaico che lo ricopre, della grandezza di circa due metri. Esso rappresenta uno scheletro, e v’ è" sotto la seguente iscrizione; rNl.201 C AVON [sic] come ancora si sono rinvenuti frammenti di scoltura, e di urne». Il 2 gennaio del 1866 scrive il Gagliardi per avvisare il ritrovamento di molti frammenti di sarcofagi e varie iscrizioni... « e la mano della statua che già si è data notizia». Il IO gennaio Gagliardi scrive « che ieri 9 corrente gennaio si è rinvenuta negli scavi che si eseguisce in Società del signor Conte Tyzkiewicz una statua di decorazione di palmi 5 acefala senza il braccio dritto e mancante della mano sinistra». Il Guidi ne fa rapporto il medesimo giorno, descrivendola come « una statua alta palmi sei priva di testa e mani, dì mediocre scultura, unitamente ad altri due torsi alquanto struciati {sic) »„. Il 17 il Gagliardi avverte che fino allora furono rinvenute « una statua rappresentante una Venere mancante deH’estremità, una colonna di marmo bigio lunga palmi 13 e di diametro i \ ^ una base storiata ed un frammento di vaso pure figurato, non che altri frammenti di statue ed ornati». Il 24 febbraio il Guidi riferisce, che si rinvenne una colonna di bigio lunga palmi 16. Al 5 marzo i Camaldolesi domandano il permesso di introdurre gli oggetti rinvenuti per esser depositati presso di loro in un magazzino sul Monte Celio, ed il signor Bovet, archivista dell’Ambasciata di Francia ne fa pure domanda al Visconti, che con una lettera al ministro — 64 — l’appoggia, cosi che la licenza gli è concessa. Il io marzo domandano ed ottengono il per¬ messo di introdurre la tegolozza trovata negli scavi. Con lettera del principio di Cennaio il Conte Tyzkiewicz'offre al l’apa ih Musaico e « i frammenti di scultura architettonici per essere incastrati nei piloni lungo la via^^Appia, avendo pagati al Gagliardi ed ai Camaldolesi la parte che a loro spettava». Il Papa in un’udienza del 3 gennaio i8:56 accetta. 11 Grifi si recò sul luogo il 20 febbraio e ricevette in consegna i marmi, « che sono otto o nove pezzi di ornati architettonici di stile mediocre. .Saranno sulnto messi in buon ordine entro le macerie dell’Appia, da cui discostano pochi passi, e se ne farà nota e descrizione, che verrà poi presentata a V. Iv ». Il Papa il 7 Marzo decise, che il musaico rimanesse sul posto e fosse coperto da un'edicoletta, ma fu trasportato a Roma dipoi, e ora si trova nel IMuseo delle Tenne, nel passaggio d’ingresso. 11 q maggio 1866 la Commissione esaminò la statua, le testine, le iscrizioni ed altri fram¬ menti conservati nel magazzino a S. Gregorio al Celio per le quali si richiesero dai Camaldo¬ lesi e dal Povet, cessionario dei dritti del Gagliardi la somma di scudi mille, e si decise il 7 giugno voler acquistare un’iscrizione sola — quale non sappiamo — lasciando liberi tutti gli altri marmi e sculture al Gagliardi. (Questa decisione gli fu partecipata il 12 luglio). 11 26 maggio Gagliardi fece rapporto di aver trovato un « Erme in figura di donna man¬ cante della punta del naso e di bello stile, 6 capitelli quadrati di bello stile e con intaglio ; 2 mensole ben conservate di stile finissimo ; un forcipe ornato dai lati e nel mezzo un genio con face in guisa di spegnerla, ben conservato, e l’iscrizione seguente ora in Villa Albani (C./.L.VI, 28334): D.M.S M . VARIENI PRIMIGENI INFANTIS DVLCISSIMI Me lo assicura il Prof. Helbig stesso che furono questi gli scavi nei quali nel 1866 Helbig, Bormann e .Schoene copiarono i molli Irolli di mattoni registrati nel C. I. L. voi. XV come ritrovati nel fondo di Roma Veichia snll’Appia (i). È da notare, che la loro data non passa la fine del regno di Commodo (v. sotto, p. 67). Invece l’esatta provenienza del bollo 562. 14 (134 d. C.), un calco del quale il Dressel ricevette dallo Zdekauer, è incerta, e potrebbe essere stato trovato a Roma Vecchia di Frascati. La demolizione di un muro di ingrandimento del casale di S. Maria Nuova produsse la scoperta di un’iscrizione sepolcrale e di molti frammenti di ma'.toni bollati — il tutto descritto (i) C. I. J-. XV, 293, \ (123-13(8 (1. C.); 3T9. t6 (123 <1. C.); ,184, a. 2 (123 cl. C.); 5 j9, c. 36 (12^.., d- C.) 563, g. 23, i, 35, k. 42, p. 53, .4. 78 (123 d. C.); 706,4 (131 cl. C.)- 713, 2 (età adrianea); 718,6 ( Marcanrelio) 759, 3 (Commodo) 780, a 7; 8og, a. 3 (fo secolo); 82S, i (età traiana, od adria- nca); 91 1 , d. 14 ( lOsecolo); 1069, b. 13 (123-34 d. C.) 1146, a. 6 (Antonino Pio); 1244, a. 7 (1° secolo); 1262, 3 (2" secolo) ; 1539, i (2° secolo); 1899, Ilnd. 1071, b. 5 (145 d. C.) viene notato come K in via -Appia in Afilla prope villani Quintilio- rum ». - 65 - dal Oatti nel Bull. Coni. 1878,38 e segg. Essendo molto incerto se questi materiali provengono dalla villa, o non piuttosto dai sepolcri della via Appia, mi astengo dal ripeterne la descri¬ zione (i). Il professore Toniassetti gentilmente mi ha comunicato alcuni frammenti epigrafici da lui veduti alla villa dei Quintilii. Ci \mlgiamo ora alla descrizione dei resti della villa come attualmente sì presentano. Dando uno sguardo alla pianta generale (ta¬ vola I) la scala della quale deve ritenersi come approssimativa, vedremo che i ruderi antichi si dividono in cinque gruppi di fabbricati. Il primo (numeri 1-9) si trova nelle vicinanze della via Appia e del Casale di S. Maria Nuova, e va incluso nella tenuta che porta quest’ul¬ timo nome. Tutto il rimanente forma una parte della già citata tenuta di Roma Vecchia. Il secondo gruppo (n. 10-13) comprende il grande giardino (?) rettangolare, che dalla via Appia si estende verso N. E., compreso l’eniiciclo all’angolo S. di questo rettangolo, situato sulla via stessa. Nel terzo gruppo (n. 14-22) vanno incluse le principali fabbriche della villa; nel quarto, (n. 23-34) un altro giardino (?) in forma di circo od ippodromo a S. E. di essi, e nel quinto, (numeri 35-38) il meno importante, un gruppo di piccole fabbriche che si vedono all’estre- mità N. della pianta. Ho creduto bene in questa pianta generale di indicare non solo gli edi- fizi esistenti sopra terra, ma anche i siti dove mi è parso sicuro dalle indicazioni visibili sul terreno che tali rimangono nascosti sotto di esso. Chi guarda le piante del Canina vedrà assai di più che non nelle mie, ed avrei potuto in¬ dicare con tratti punteggiati i muri da lui indicati in nero come esistenti, lasciando fuori, s’intende, le sue ricostruzioni; ma io non ho creduto di farlo, perchè l’esperienza ha dimostrato già, che in quelle piante non si può avere soverchia fiducia. Cito ad esempio la pianta della grande conserva d’acqua di forma circolare alla quale il Pira- {Antichità aòvol. II tav. VI) dà cinque anditi interni, ed il Canina sette, mentre ne ha sei. E lecito sperare che un giorno o l’altro si venga a scavare questa ed alcune altre ville della Campagna Romana, non per trovare opere d’arte, molte delle quali sono state portate via dai miei connazionali di un secolo fa, che hanno frugato senza fare descrizioni nè piante degli edifizi ove hanno ricercato questi tesori, ma col precipuo intento di ricuperare la pianta nor- Rvifanvsb- (i) C. I. L. XV 332, 2 ; 408, e. 1 15; 482, b. 5 ; 549, c. 57; 563, b. S, e. 14; 1069, b. 12. Troviamo anche registrato dal Manuzio nel Cod. Vat. 521, p. 327 un frammento del bollo C. I. L. XV; 515; a. 4 « aS. Maria Nuova in una pietra cotta di (dai*) un frate»: ma non è punto sicuro se questa S. Ma¬ ria nuova sia la nostra. Invece ivi 2002, fu copiato qui daC.L. Visconti, ma non come pare in situ. Ausonia - Anno IV. 9 — 66 — male, se pianta normale ce n’è. Poiché è vero, ed ha fatto bene a rilevarlo il Rostowzew {Jahr- huch des Iiistitiits. IQ04, IK) e segg.) che, mentre « i rnderi esistenti di ville romane di lusso in Italia sono numerosissimi, molto poche ne sono state metodicamente studiate, ed in nessun caso ove tale investi¬ gazione metodica è stata cominciata, è stata anche compiu¬ ta )), cosicché egli si serve per lo studi(r soltanto della villa Hadriana e della Vil¬ la di Voconio Pollio- ne, non citando nem¬ meno quella di vSette Bassi e quella dei Ouintilii. Né si può dargli torto di questa esclusione dal mo¬ mento che delle ville romane, come anche degli acquedotti, ab- Irianio molto migliore conoscenza nelle provincie lontane che non nelle vicinanze di Roma stessa. Esprimo questo voto colla speranza che le autorità competenti coglieranno l’occa¬ sione del prossimo adem]nment(r delle norme richieste dalla recente legge sulla Ironifica della campagna Romana per istituire d'aecordo coi proprietari delle ricerche nei luoghi più adatti; e mi permetto ricordar loro che ((uello diesi può fare con poca sjiesa in ter rene) a pascolo è più difficile nel terreno coltivato, e che inol¬ tre la riduzione a coltivazione danneggia mol¬ tissimo gli edilizi stessi, come in molte occa¬ sioni ho potuto constatare io stesso, ^ , Cominciamo ora col descrivere il primo gruppo (per i dettagli degli edilizi i, 2, 8, q, vedi anche tigg. 2-5 (i). 11 Canina (lòrt Appia tav. XXXII) ne riproduce abbastanza bene la forma generale, benché sia jioco probabile che (i) La scala di queste piante è identica a (jiiella delle tav. Il -IH: l'orientamento s’avvicina a quello della tav. I. Fig. I — Conserva d'acqua (n. i) vista dal lato S. — 6; — realmente abbia esistito (iueU’enorme numero eli camerette piccole che egli ci dà attorno ad ogni peristilio. Il primo edilizio è la grande conserva (i) sopra la (juale sta ora il casale di vS. Maria Nuova (llg. 1-2). Ksso era, come pare, isolato, e la pianta del Canina non è ({uindi accurata. (Vedi la nostra tav. I). Migliore è quella del Piranesi, benché nella sezione abbia aggiunto delle fon¬ dazioni fantastiche, e non abl)ia distinto l’antico dal medioevale Antichità cit. toni. Ili ta¬ vola III). Ouesto edilizio consiste di un piano con quattro stan e: il muro divisorio centrale non ha aperture, mentre (piello a N. Iv ha una porta di comunicazione, con una linestra rettan¬ golare sopra; ed è probabile che quello a S. O. sia lo stesso, ma non mi è stato possibile entrarvi. I contadini però mi hanno detto che \’i era una porta, ma senza linestra sopra. vSopra la metà S. O. di (presta conserva ci sono due stanze, alle (piali dava accesso una scala in due parti sul lato N. O., indicata con tratteggio in pianta. vSono alte soltanto 2.40 111. sino aH’imposta della volta a botte, che è di origine antica. Sopra (pieste si erge la torre medioevale, alla quale dava accesso una scala esterna segnata in pianta nel lato S. Iv vSopra la metà N. E, della conserva, pare non vi siano state mai stanze superiori; sopra le stanze inferiori da questa parte non vi è che opera medioevale, e le stanze inferiori in compenso sono più alte di circa 1.80 di quelle della metà vS. O. Ea conserva è rinforzata con grandissimi speroni agli angoli, e con tre su ciascun lato, corrispondenti ri muri di¬ visori interni. Non ho potuto stabilire nulla in relazione al- rintercomunicazione fra i due piani deH’edifizio. L’edilizio è intieramente rivestito di pezzi irregolari di mattoni, ben messi, la quale opera con altri pochi avanzi vi¬ cini alla Via Appia il Nibby, forse con buona ragione (v. sotto p. 68) attribuisce all’ epoca di Adriano, considerando poi che la massima parte della villa, verso la via iVppia Nuo\'a, è da attril)uirsi all’epoca degli Antonini, e mettendo l’opera mista in un periodo ancora più recente; ma neH’ultima opi¬ nione vedremo che non ha sempre ragione [Analisi III 727) (i). A vS. E. troviamo i luderi mal conservati di un’edilizio (2) (lig. 3) aneli’ esso in mattoni (2) con una sala quadrata, nella parete vS. O. della quale vedesi una porta di poi riempita, larga m. 1.48. A questa si attaccano tre stanze: le due ad oriente hanno volte a botte, e l’estrema un’abside. A N. E. dell’abside c’era un’altra stanza, nella parete della quale si vede un incavo rettangolare largo (i) Una misurazione diede una grossezza me- (2) Mattoni grossi in media m. 0.030; strati dia di m. 0.036 per i mattoni, e m. 0.0 r8 per gli di calce m. 0.016; ricorsi di tegole ad intervalli strati di calce. Ilo visto un solo ricorso di te- eli m. 1.87. gole in tutta l’altezza deU’edifizio. — 68 — m. 0.24 e profondo m. 0.17, che sarà stato ajìerto ])er un tn))o di terra cotta di drenaggio. Ad E. N. K. stendesi un piano già occui)alo da un’edilizio (3) che come dice il Nibl:>y, aveva un pavimento di mosaico, che era bianco e nero(i). A vS. Eoli questo è una depressione nel suolo, che corrisponde abbastanza bene al peristilio segnato dal Canina. Dobljiamo invece ritenere sbagliata, od almeno inesatta, Tindicazione di un gran peristilio lungo la via Ajrpia a N. O. del gran se])olcro piramidale attribuito sen - ’oml)ra di ragione ai Metelli (5) poiché i fonda¬ menti che abbiamo indicati col n. 4 ci vietano di supporre 1’ esistenza di un peristilio cosi grande. Dall’altra parte del sepolcro invece, c’è un muro perimetrale (6), che è esati amente ([nello del Canina. Il muro prospettante nella via Ap[)ia è fatto in jiarte di o/n/s qiiadratuìii di tufo grosso una sola fila di 1 hocchi cioè m. 0.60. T 1 hocchi erano uniti da grandi g appe a coda di rondine. La parte vS. O. è fatta di mattoni : al livello di una risega si vedono i fondamenti di [lila.strini di m. 0.20 per lato, distanti l’uno dall’altro m. 1.35, i 59 o 1.65 da fi. E- a N. O. Onesto muro si conserva soltanto a lìor di terra e lo scopo non è ben chiaro. I muri laterali invece sono di opera reticolata con legamenti laterizi, simile a quella del muro n. 8; quello a vS. Iv è molto meglio conservato. In questo si vede un’ apertura larga non più di m. 1.50 sopra la quale c’è stato mi frontone. Al N. Iv del n. 6 vediamo una [riccola depressione nel suolo, ove è lecito supporre che non vi fossero stati edilizi : poi il livello del .suolo s’innalza di nuovo al [imito in cui (7) vediamo a livello della terra traccie di un edilìzio, benché non alibia la disposizione dei Bagni disegnati dal Canina. Della parte 8 rimane il muro N O. ancora in piedi, rive¬ stito di opera reticolata di tufo, con legamenti laterizi sul lato vS. E- mentre il lato N. O. fu a[>poggiato ad un altro muro. È curioso osservare che il muro stesso è assai più grosso in alto (circa ni. 1.20) che al livello della terra (m. 0.76) (lìg. 4). E’opera di mattoni è buona, essendo i mattoni grossi in media 111. 0.04 e gli strati di calce 111. 0.016, misura Fig. 4 — Pianta deii’editicin n. 8. quasi identica a quella dei numeri i, 2, e 3. I,a data deve es.sere press’a [)oco deire[)oca Adrianea, come credette il Nibby, certamente non anteriore, poiché un mattone triangolare grosso 4 cm. (essendo la metà diagonale di un mattone di 20 cm. per lato) che trovai a piè del muro 11. 8 porta il bollo C. I. L. XV, 563 A deH’anno 123 d. C. (vi rimase soltanto Pa e M. (1) Forse era quello trovato nel 1838 (so- moderno, benché sia segnato come cisterna antica pra, p. r>i1 II pozzo che quivi esiste mi è parso sulla pianta di Angelini e l'ca. - 60 - Al 11. 0 è la grande conserva d’acqna, della ({naie diamo una {lianta ])iù dettagliata nella ilg. 3, {lerchè', come abbiamo già accennato, le {liante {ireccdenti mostrano una strana negli¬ genza. Kssa è‘ tutta costruita di opera a sacco a scaglie di selce, e consta di sei camere, origina¬ riamente accessibili runa dall'altra. Restano ora inaccessi! lili rultinia camera a N. (). e la {lenultinia a vS. K. sebbene vi si possa guar¬ dare dentro dal disopra, e vedere che c’è stato un rinforzo interno posteriore all’ estremità vS. O., mentre le aperture nei muri interme¬ diari non sono visibili se non nel muro ul¬ timo a vS. E. in quello di mezzo, ed in quello jirossimo a N. O. di esso. Il diametro totale è di 29 metri, pari a 100 piedi romani. NeH’estremità N. E. della penultima ca¬ mera a N. O. è praticato un foro di 20 cm. di diametro nel muro esterno. Il miglior concetto che se ne possa fare viene dal disegno del Eabruzzi (II 13). Ci volgiamo ora al secondo gruppo (11. 10- 13 veda p. 63 e la tav. II). Col 11. IO ho contrassegnato un gruppo di edilizi lungo la Via Appia di carattere abbastanza incerto. I primi sono di carattere se¬ polcrale; stanno accanto ad uno dei tumuli attribuiti agli Orazii, e consistono di alcuni co¬ lombari abbastanza bene conservati, ma che non ci riguardano ora. Più oltre invece troviamo una fila di camere costruite per lo più di opera cattiva di pezzetti di tufo o di mattoni, ma in piccola parte anche di reticolato, cioè sulla parte S. E. del muro h, che fu raccommodato poi sulla parte N. O. con scaglie di selce. I muri sono conservati a poca altezza. Nel punto a, si vede una soglia di tufo larga 1.33 metri e sul prospetto alcuni {riccoli speroni, o cippi, blocchi pure di tufo, la parte superiore dei quali è distrutta. AH’estremità N. O. nel punto c il muro posteriore è stato coperto (i) da un muro di cinta medioevale, che più in là invece si distacca, e va più verso E- Quale sia stato lo scopo di queste camere non posso immaginare. E’ difficile credere che abbiano un carattere sepolcrale; e per la povertà della loro costruzione non sono indotto a considerarle come una parte del prospetto della Villa. Supporrei invece che servissero come taberne. Debbo avvertire che la pianta del Canina, (cf. anche tav. XXXII ove la dà in scala più grande) è in questo punto assolutamente erronea, non avendo potuto rintracciare nè il tempio di Ercole, Figf. 5 — Pianta della conserva d’acqua n. 9. (i) Fa eccezione il punto c ove l’opera mi- sendovi due basi di travertino, sui quali si erge- sta ancora si conserva sotto {rer poca altezza ed vano dei {ailastri di mattoni, si può congetturare il punto d ove non c’era mai. ed ove forse, es- un ingresso alla villa. — 70 — nè il vestiliolo da' lui rai)i)resentati. (Credo iin-ece che si poteva accedere alla villa i)er un l)assa;;gio che si ai)re al i)uuto d. fra due Ixisi di travertino tuttora al posto). Anzi, come .si rileva dal suo testo, (l'/u p. ij;) l’esLstenza di (juesto tempio è immai^inata ])iuttosto che ])ro\'ata dalla scoiìcrta negli scavi nel 1851 di alcune colonne di ci])olhno e di un torso di Creole: furono pure trovate i\-i una ligura di Meljìomene con fram¬ menti di altre statue di Muse che non saprei do\’e siano ora. Fi^h 6 — V'^eJuta dell emiciclo n. ii fatta dal Labni/zi. Certo è, dal modo deirattaccamento del muro, che (pieste costruzioni sono posteriori di eriodo, come si rileva ])uri- dal diverso tratteggio sulla ])ianta, apjxartiene pure il lungo muro che limita il giardino n. (13) sul lato S. E. 11 modo di costruzione è — 71 lo stesso, e caratteristiche pure sono le nicchie rettangolari ricavate si nella ])arte rettilinea che nella parte curva. lauigo tutto il muro corre lo speco di un ac(|uedotto, prolungato daH’actiuedotto maestro della villa (v. sotto, p 8()). K largo al fondo m. 0.33. Dalla conserva n. 12 viene un altro speco che dal punto ove arriva al muro corre sotto il primo: esso è alto in. 0.40 e largo in 0.33 al fondo, e coperto da tegole messe in piano (lig. 8). »Sotto gli spechi il muro è costruito di sca¬ glie di selce per l’altezza di m. 1.80, e poi di opera a sacco rivestita di tufo. Onesti spechi erano contemporaneamenti in uso, poiché si trovano in tutta la parte conservata del muro deireiniciclo verso la strada : ed è proba¬ bile che abbiano se¬ guito tutto il muro N. O. del giardino- ippodromo originale La diversione ad archi che porta il se¬ condo speco dalla conse va n. 12 è oc- struita d’opera mista. La conserva stessa è fatta di opera lateri¬ zia, con speroni di opera reticolata, con legamenti laterizi o] - pure con quadrelli di ufo agli angoli. Gli speroni sono semplicemente aggiunti, e non innestati nei muri. L’opera laterizia è quindi ante¬ rio e, ed è di qualità identica a quella degli edilizi de’ primo gruppo (11. i-g) con mattoni grossi in media n. 0.04, e strati di calce grossi m. 0.18. La conserva è a due aule, con volte a botte e coll’intonaco ben conservato, divise da sette piloni. K alta m. 2.40 sino alla sommità della volta. Nella parte N. O. un buco di m. i per lato va giù nelle sostruzioni, ma è sempre pieno d’acqua. AU’estremità N. K. c’è 1’ apertura per il passaggio dell’acqua larga m. 0.30, alta m o. 50. Poi c’è una cameretta, anch’essa a due piani, che deve essere stato il posto ove fu regolato il passaggio dell’acqua dalla con¬ serva all’acquedotto arcuato (v. sopra). Il piano inferiore di questa camera ha una porta d’ingresso sul lato N. E. ed una volta a crociera; nel muro vS. E. del piano superiore vi è una finestrina, m. 0.66 sopra il livello del pavimento, larga 111. 0,36 e alta in. 1.30. Il Labruzzi (II, 14) dà una veduta di questa conserva, presa dal lato della strada. Fig. 7 — Futoerafia delTemiciclo n. ii. 72 — Cosi al primo periodo pare sia stato un giardino in forma di stadio od ippodromo, jìrecisamente come quello del Palatino ed altri vedi Marx in J aìirbncìi des Institnts X (1895), I2() e segg.) e quello della villa di Plinio a Paureiito (Winnefeld ibid. VI (1891) 204 e segg.), e possiamo riconoscere la provvisione per le fontane delle quali ci parla Plinio nella sua de¬ scrizione {Epist. V 6 §40: per totnm hi ppodroumm inditeti fistidis strcpiint riin et qua nianus du.xit, sequuìitiir. Jiis nunc illa viridia, nitnc haec, interdiun simili omnia lavantur (i). È chiaro infatti dalla sua corrispondenza, come rileva il Marx (p. 135), che al tempo suo il nome hippodromus per un giardino di questa forma era già in us(j comune. Che fu chiusa poi la parte absidale verso la Via Appia, è chiaro dal fatto che l’ ingresso, ornato da due colonne e due pi¬ lastri, taglia in mezzo gli spechi già menzionati, che sono infatti Irloccati dai pilastri. Allora avvenne una grande trasf 01 inazione. Il muro N. O. del giardino fn demolito, ed il giar¬ dino stesso di molto ingrandito, con inclusione di mio spazio di 107.80 metri di larghezza più di due volte più largo deirip])odronia originale, mentre la lunghezza originale di circa 300 metri rimase la stessa. Davanti al muro vS. Iv rimasto in piedi, ne fu aggiunto un altro nuovo formando cosi 1111 corridoio: ed ai due angoli vS. e (J. del giardino furono costruite due camere rotonde del dianie.ro di 12.50 metri, con apertura verso di esso, come piccoli ninfei o pa¬ diglioni (2). ,Se tali siano esistiti agli angoli Pi. e N. non possiamo sapere: certo è che non ne esistono traccio. Tutte queste costruzioni sono di opera mista (3): della stessa pure è lo stipite a N. O. _i _ j_ - So -1 _ i_ _ i_ «J II-, (CO _L CEMTimETRES Fi'.:. 8 — Seziiiiie deyli specdii nel munì S. F. del "iardiiw n. i;(. (t) Non è da contare fra gli esem])i di ippo¬ dromi il cosidetto stadio della villa di Sette- bassi: vedi Papers of thè Bvitish Schoed. IV loó: PivoiKA Oiigiìii dell’ Arclìil; t. Lombarda . II. 2^6. (2) Porse fra questi c’era un colonnato, cs- scndovisi trovate alcune colonne di marmo. Due {rammenti di colonne di bigio e di bianco, hanno il diametro di 0.50 m. un’altra di bigio quello di 0.60 m.: mentre ]iresso la strada ne giace una intiera di cipollino lunga m. 4.18 del diametro superiore di o. gS m. ed inferiore di 0.53. (3) Lungo il niLiro, a N. ( ). del giardino, tro- v£n i bolli di mattoni C. I. L. XV, 367 (pe¬ riodo di Marc’ yVurelio) 1121 a (secolo i») che sono già stati usati altrove, come dalle date si vede. 73 — (l’altro è (juasi iiitierameute moderno) di una jMrrta nel mezzo dello S])azio (vedi tav. 11) vicino ai ruderi di una casetta moderna. Degli edifizi, che dividono la parte anteriore dall’a¬ trio designati dal Canina non c’è traccia: soltanto dov’egli segna un’aula di forma basilicale a N. O. c’è l’indizio di qualche edilizio (juadrato. D’Holtzinger in un suo articolo sopra la basilica privata romana {di'i ròmiscìie Privat- hasilika nel Repertorium fiir K uìistwissenschaft (v (1882), p. 284, e n. 5) accenna a questa ba¬ silica come un caso ove l’abside si a])re nella larghezza intiera della navata centrale, ma poi Q — Base di colonna posta alTingresso del cortile n. ii. soggiunge in nota un dubbio, se tutta la ricostruzione della pianta della villa non sia una fan¬ tasia, poiché sul luogo non c’è più traccia di quest’edifizio. La parte absidale prospicente sulla via Appia subì una modificazione radicale, essendosi inserito ad essa un magnifico prospetto con una grande nicchia centrale e con ingresso dalla strada. Ouest’ultima ha sui lati due pilastri rivestiti di opera laterizia buonissima (i), di carat¬ tere simile a quella dei sepolcri della via stessa. Lo spazio fra questi pilastri, largo 9 metri, fu suddiviso da due colonne su basamenti àlti m. i.io compresavi la base della colonna che forma un sol pezzo col basamento, dei quali uno solo rimane al posto; fu disegnato dal Canina tav cit. fig. i ed è dato anche nella nostra fig. 9. Le colonne che vi stavano sopra, alte circa 4 m.,0.66 m. in diametro alla base inferiore, e 0.54 m. a quella superiore, giacciono tutt’ora lì al posto, avendo servito come fondazione (i) l mattoni sono grossi 27 mm. gli strati di calce soltanto 5 mm. Ausonia • Anno IV. IO — 74 - ad vili iiiiiro iiiedioevale (i) che lui cliiusv) (|uasi del tutto l ingresso, lasciando una porta sola. Aiipcna entrati ci troidaino (\’edi lig. io) in un cortile lastricato di grandi blocchi di pepe¬ rino del (piale soltanto la parte centrale è libelli dalle macerie, e che originariainente fu ]iavi- lueiitato a musaico bianco come si vede al punto c. Ivi siamo dvivanti ad una faceiata gran- Fii questo castello non abbiamo. i)er quanto pare, memorie me¬ dioevali, almeno non ne cita il Tomassetti Ci volgiamo ora al terzo gruppo degli edi¬ lizi della villa, all’estremità N. E. del grande giardiiur, che ne conq)rende la parte più impor¬ tante. Vengono dati in forma più dettagliata i numeri 14-22 nella tav. Ili: ed il piano inferiore ... . , , . , dei medesimi nella tav. IV. hisj. 12 — Cornice sopra le colonne isolate. Il primo edilìzio che s’incontra è la grande aula (14) della quale ci danno vedute Eabruzzi (lig. II. 17, fuori e dentro) Rossini (tav. XX) e Canina. Ea fotografia (fig. 13) ne dà una veduta dall'!). Consta di un aula principale di metri 13.50 per ii.bo, con grandi finestroni arcuati nella ])arte superiore su tutti i lati, salvo ([uello fs. E. e con alcune camere dipendenti su tutti i lati ma molto più trasse. A spiegare chiaramente lo sedluppo si richiedereblie un a])- parato di disegni e sojrratutto di ricostruzioni più ricco che non possa presentare (juesto articolo. Ala d’altronde, bisognerebbe fare esplorazioni nel sottosuolo ]ier raggiungere il piano antico perchè l’indagine potesse riuscire conqrleta e definitiva; e ^rreferisco indicarne l’oppor- tunità ai miei colleglli italiani piuttostochè affrontarla io stesso col timore di non ])oter ese¬ guire un lavoro soddisfacente ed esauriente. iCsaniiiiando però la pianta che ne diamo, si a diversi stili e diverse epoche. Contrariamente solenne della Scuola vedrà che la costruzione dei muri appartiene a quello che aveva esposto in un’adunanza Britannica nel gen¬ naio di quest anno, credo ora, dopo un’e¬ same più accurato, che siano da attribui¬ re al primo periodo dell'edifizio i soli mu¬ ri di quadrelli di tufo a legamenti laterizi nei lati lunghi, ai quali, panni, pure si collegllino i piccoli frammenti di opera reticolata, aneli’ essi con legamenti lateri¬ zi che si vedono alle due estremità del muro N. O. I quadrelli sono molto irregolari, ma ghezza e m. o.o6 di altezza. B’ opera a mattoni Fig;. 14 — Aula n. 14 vista dal S. Fig. 13 — Aula n. 14 vista dall’O. misurano incirca da ni. o.i8 a ni. 0.24 di lun- dei legamenti non è tanto buona, la media della grossezza essen¬ do di 0.029 i mattoni e 0.024 per i filari di calce nei legamenti d e i qua¬ drelli di tufo, e di ni. 0.028 e m. 0.021 rispettivamente n e i legamenti dell’opera reticolata. È da os¬ servare che vicino al- restreniità vS. O. del muro N. O. nel punto c c’era una porta o finestra con arco pia¬ no sopra. Rovinò poi l’edifizio originale, elei - 78 - quale non ci iinangoiio che (juesti l'rainmenti; e fu ricostruito nella parte siqreriore, coll’ag- giuiita di quattro grandi piloni per sostenere mia volta a crociera negli angoli in eini, e"^ di stanze sussidiarie su tutli i ijuattro lati (i). Cosi nella lig. 13 si vede, che sul la) c’erano, pare, due nicchie: Da stanza a S. O. (c) aveva una jrorta (ora non si vede che l’arco a fior di terra) che at¬ traversava i tre muri, comjrresovi il pilone interno, che compon¬ gono l’edifizio a que¬ sto punto, a livello molto ])iù basso della porta originaria V. sopra p. 77). Verso N. O. vi¬ cino a (|uesta sala fu¬ rono trovati i condot¬ ti di piombo ricordati di sopra negli scavi del 828 e nella sala stessa il torso di una statua di ninfa giacente, apjrartenente alla nicchia di fondo, (la quale aveva un panneggiamento di materia più preziosa) tutta la decorazione architettonica in¬ terna di marmo, i capitelli delle colonne, parte di ordine corinzio, parte di ordine composito... due statue panneggiate di bigio morato rappresentanti Baccanti, ed un bel piedistallo scol¬ pito a bassorilievo, anche esso di soggetto bacchico (Nibby Analisi, III, 731 v. sopra, p. 58). Il Rossini (1839) ci mostra per terra tre di questi capitelli compositi, pezzi di colonne sca- nellate ed un’altro pezzo di cornice simile a quello che ho descritto come al posto: ma questo pezzo per terra già ce lo mostra il Dabruzzi. Poi esistono assai vicine le sostrnzioni sotterranee di un edilìzio del quale sopra terra ora non si vede più traccia. Queste sostruzioni (15) sono indicate nella tav. Ili mentre la pianta intera sta nella tav. IV che dà il piano inferiore di tutta questa parte della villa. K chiaro che il Canina — 8i — non le av^eva vedute. Furono forse scavate nel 1828; vedi Nibhy, op. cit. p. 732; « fra questo magnifico ninfeo e la gran sala i)er bagnarsi fu in quell’anno medesimo scavato tutto il suolo; i fabbricati furono rinvenuti non solo intatti, ma neU'ultimo strato coperti delle lastre dei marmi nobili, che ne rivestivano le pareti, e tutti si riconoldrero aver servito di stufe e di bagni, sendosi rinvenuti i pavimenti retti da pilastrini, ed intorno alle pareti i tubi di terra cotta per propagare il calore », vSono costruite a volta e rivestite di mattoni grossi in media t- --, \ 7/-- 1 ■ " Fig. 18 — Veduta del Labruzzi dell'esterno dell’aula n. io (lato S. O.) m. 0.03 collo strato di calce di 111. 0.22 e le bocche che vanno verso il bagno 16 possono benissimo essere quelle dei caloriferi. Al N. E. di queste sostru/doni c’è un’altra aula (11. 16 fig. 17) grande ancor più del n. 14 (18.20 per 13.10) alla quale sono attaccate delle stanze basse come al n. 14 vicino all’an¬ golo S. ma che per il resto sta libero, poiché il muro esterno segnato in pianta sul lato N. E. altro non è che un rinforzo dei fondamenti, trovandosi qui un’ abbassamento nel livello del terreno. Dall’esistenza di una grande vasca dentro, che ne copre quasi tutta la superficie, è facile dedurre che questa dev’essere stata una sala da bagno, probabilmente un tepidarmm, giacche Ausonia ■ Anno IV. II — 82 — furono rinvenuti i tubi rettangolari ])er il riscaldanieuto nei unni, che sono ancora visilhli. (v. Angelini e l'ea, op. cit. p 28 e Nil)by, III, 732) Dalla descrizione può sembrare, che gli ipocausti fossero disgiunti daH'edihzio e furono ((uindi al n. 15. I gradini rivestiti di marmo, nota il Nibbv, furono trovati intatti nell’ anno i82q, ma furono poi distrutti. Le finestre sono a due piani, quelli del ])rimo essendo piuttosto alte e strette. (Iran parte del muroAS. O. è caduto, ma kAsua dis])osizione originaria'’per ventura, ci è con.servata da~due disegni del jrig. ig — Veduta del Labruzzi dell'interno dell'aula n. i6 (verso O ) kabruzzi nella già citata raccolta (II, iq, 20) che sono ipii pubblicati (figg. i8-iq). La veduta del Rossini di questa sa’a e di quella n. 14 presa dalla parte N. (L (tav. 20) rappresentano aneli 'esse questa sala prima della caduta del muro vS. O. 1 (alla veduta del Laliruzzi si vede che v’erano una grande finestra nel mezzo del muro e due più piccole laterali: e poi ])roprio in alto due ancora più piccole, mia per ogni lato. Si vede pure che a N. O. del punto d ci furono altre due stanze con volta a liotte, al liasso livello. Alleile in questa sala si vede che c’è stata molta ricostruzione, specialmente sul lato vS. O. (Jui si vedono verso il vS. Iv jiarecchie aperture ora chiuse (fig. 20) che sono in verità nicchie deU’ interno deH’edifizio, delle quali è ora rovinata la parete di fondo, essendo poi bloccate nell’ interno dallo s])erone angolare. lya parete di fondo poi era ancora i)iù antica, come dimo¬ strano i resti di stucco nella jiarte tuttora conservata. Cosi delle tre parti che formano il lato S. E. del muro vS. O. è più antica quella esterna, che fu parete di fondo della camera a (al punto d ne è conservata la cornice in mattoni) poi quella di mezzo con le nicchie, una delle quali si vede in pianta al punto b (cpiesta jxitè anche essere esistita nel primo periodo), final¬ mente lo sperone angolare interno. Nel resto dell’edifizio (jueste ricostruzioni non si possono verificare: cosicché pare, come nel caso dell’aula 14, che ci fosse nei primi periodi molto di meno che non ci sia ora. I! carattere della muratura in tutti i tre periodi è quasi identico es¬ sendo nei due primi i mattoni grossi circa 0.03 m. con strati di calce di 0.02 m. e nel terzo 0.035 strati di calce di 0.16 m. I mattoni hanno pic¬ coli bolli circolari. Sul lato S. E. al punto c ci fu un’abside con semicupola. Gli speroni agli angoli interni sono innestati nel muro, (salvo sul lato O) da un punto 2.30111. sopra il gradino più alto sino alla sommità delle finestre, es¬ sendo separati sopra e sotto questa al¬ tezza. I muri di sostegno lungo il lato N. E. sono semplicemente i fondamenti più bassi, per reggere i veri fondamenti sul cominciare del forte declivio. Di qui si scende all’edifizio (17), una grande rotonda del diametro in¬ terno di 36 metri, la quale (i) doveva essere aperta all’aria. Il Canina la cre¬ dette un bagno; dei muri interni che egli ha disegnati ora se ne vede uno solo dove un buco recente l’ha esposto. E’ di opera laterizia mentre il resto dell’edifizio è di opera mista, hà parte conservata del muro perimetrale dimostra di aver avuto delle porte arcuate ad intervalli frequenti, alcune delle Fig. 20 — Dettaglio del lato S. O. dell’aula x6. (i) Fra questo edilìzio e gli ipocausti n. 15 furono trovate nell’anno 1828, due colonne di cipollino de! diametro di due piedi e di circa 12 piedi d’altezza co’ loro capitelli corintii, e basi attiche di marmo bianco, che ^'ennero adat¬ tate ad ornamento dell’ ingresso del teatro di Tordinona. Ivi dappresso pure si scoprirono due teste muliebri bacchiche, che avevano ser¬ vito di erme, le quali jioscia furono trovate, e che al tempo del Nibbv (op. cit. p. 732) erano al palazrzo Torlonia. - 84 - quali sono state posteriormente chiuse, anche in opera mista, ed in alcuni casi con\-ertite in nicchie a fondo rettilineo. Nella ])arete dove manca ({uesto muro, cioè nel N. ()., pare che ci sia un canale che fa il giro del cerchio precisamente fuori del mirro, lato circa m 0.70. Non riesco a determinare lo scopo dei muri esterni che fanno .sperone sul lato K. deiredilizio Da ([uesto lato si trovano delle sostruzioni massiccie (18) all’orlo della collina, che .sostene¬ vano un editlzio rettangolare, del quale ora non rimane ])iù traccia. Consistono di due camere al lato N. ( ). con volta a crociera, alle quali fanno seguito due anditi lunghi con volta a botte: all’esterno di (jnesti verso il declivio erto ci sono degli speroni. Il tutto è costruito in quadretti di tufo con ricorsi laterizi ad intervalli piuttosto larghi. I/orientamento divergente si spiega dalla natura del suolo. Più a vS. lì. sem])re sull’orlo sono resti di altri muri di sostegno: poi un altro edilizio ab¬ bastanza importante, che, infatti, deve essere stato la jiarte residenziale della villa (19-22). Ne è conservato molto poco sul livello superiore mentre le sostruzioni ancora esistono; ma con un’esame accurato possiamo precisare che quasi tutta la parte di esse segnata col n. ig è un’aggiunta posteriore. Guardando attentamente la pianta delle sostrtizioni tav. IV) si vedrà che il muro a aveva in origine tre nicchie semicircolari, a pavimento di marmo, ora riempite; suda riempitura della prima e seconda, sono ajipoggiate le volte dell’epoca più re¬ cente, mentre nella terza è stata ricavata una stretta finestrina. .Simili nicchie, rettangolari la prima e la (piarta incerta la seconda, curvilinea la terza, si rinvengono pure ai punti b c d ed anche (jui sono riempite coU’eccezione della terza che viene a corrispondere col muro a fondo della piccola scala d e che fu mantenuta in uso. ha quarta are nel sottoscala . Da ([uesti indizi mi pare risulti dimostrata l’esistenza di un muro ornato di nicchie che formava i lati S. E. e S. O. o di una grande sala, oppure anche di una terrazza (più probabile forse, l’ultima, poiché il terreno si alza di almeno 4 metri al di là del muro .S. O. che è un muro di sostegno), la quale in seguito fu messa fuori d’uso, essendo state aggiunte molte altre camere che, secondo ogni prolrabilità non sono altro che le sostruzioni della parte N. E. del palazzo. In una di (preste, si vede un’apertura quadrata sopra la porta riempita di opera mista, sull’estradosso della volta vi sono dei piccoli mattoni (quadrati con bolli tondi del diametro di circa 2 cui. come altrove nella villa. Alla parte S. E. nell’opera laterizia, che non è buona, ho visto i frammenti di due bolh dell’epoca d’Adriano, uno, come pare, col nome di Titianus console nel 126, l’altro col nome di Bruttidio Augustale, olhcinatore delle figliuae Oceanae. Quest’ultimo l)ollo lunato reca: ///VTTID AVO.,. Ili PRONI / , cos ,7, ed appartere1)be all’anno 123. Non corrisponde precisamente a nessmio dei bolli dati nel C. I. L. - 85 - Al punto d una scala stretta, che non può essere che scala di servizio, va su alle poche stanze rimaste in essere sul piano superiore al lato vS. (). del (juadrato segnato 19. Oneste stanze sono in opera laterizia: avevano tutte la volta a botte, fuorché la parte posteriore di quella a N. O. ; una [e) aveva degli incavi per tubi di riscaldamento nel muro N. O. Avevano di prospetto un cortile n. 20 sotto il lato S. K. del quale c’è una grande con¬ serva d’acqua (21) ad una sola aula. Più a N. W. sono altre stanze mal conservate ancli’esse sostenute da sostruzioni, in parte ancora praticabili (22). vSi può ancora rintracciare una sala ettagona, a muratura di quadrelle di tufo e di selce con ricorsi di mattoni. A S. O. di questo ed a S. E. del n. 14 ci sono, come già dicemmo, resti di edifizi. Veniamo ora al quarto gruppo degli edifizi della villa, (per i dettagli dei numeri 23-28, 31-34 vedi la tav. Ili), cominciando col quadrato n. 23 ad orientamento differente degli edifizi precedentemente trattati, e riferentesi piuttosto a quello del gran giardino S. E. (24). I lati di questo non sono paralleli, come hanno notato l’ Angelini ed il Fea (])ag. 28) e così si spiegano le varie divergenze nell’orientamento degli edifizi che lo circondano. Questo giardino ha anch’esso la forma dell’ ippodromo, e potrebbe darsi che veramente Io fosse stato. Siccome però, come rileva il Marx nel già citato articolo, (p. 132) noi non abbiamo ragione di credere che lo stadio abbia avuto una parte più importante nella vita privata che non in quella pubblica: e siccome durante l’impero i giuochi atletici incontravano meno fa¬ vore presso il popolo che quelli del circo, dei combattimenti gladiatoriì, delle rappresentazioni di mimi ecc., mentre i privati si dilettavano piuttosto colla caccia e colle corse delle bighe e quadrighe (nè sono verificabili sul posto resti della spina, immaginati, mi pare, dal Canina), saremo più nel vero ravvisando anche qui un grande giardino. E ancora più grande dell’altro (n.13) avendo la lunghezza di più di 400 metri, e la larghezza variante dai m. 95 ai m. 115. AU’estremità N. O. sta un’edificio (23) malamente conservato. Air angolo O. c’è una camera con tre piccole volte a crociera. All’angolo N. è attaccato un edificio in opera a mattoni, nel quale è stata innestata più tardi della muratura di opera mista, formando una abside in opera mista, abbastanza bene conservata, e molto probabilmente appartenente ad una chiesetta cristiana. Lungo l’orlo del colle ci sono resti (25) di piloni in opera mista. Più verso E. c’è un altro edifizio quasi tutto di mattoni (26) del quale poco è conservato Nella parte N. però si riconosce chiaramente che c’è stata una conserva a diverse piccole stanze, ad una delle quali si accedeva per due scalette, una da ogni parte del muro. Qui pare furono fatti degli scavi nel 1827-9, poiché è fra gli edifizi 26 e 32 che Angelini e Fea nella loro pianta mettono l’indicazione « Scavi fatti dal Duca Torlonia «. Sull’orlo della collina sono due grossi muraglioni di sostruzioni, sorretti con speroni ret¬ tangolari (27, 28). 86 — Fra il 26 e il 27 al punto a c’è un masso di opera a sacco con traccie deU’iniposte di una volta. Più in là verso S. Fi. si vedono alcuni avanzi del muro di cinta latto di quadrelli di tufo con ricorsi di mattoni. AU’estremità »S. Fi. dell’ippodromo ci sono le traccie di un edilizio di pianta rettango¬ lare (29) i cui dettagli sono però irriconoscibili. Mi pare certo, osservando la ctìiidizione odierna del terreno, che quest’estremità fosse curva, e che il Canina atrlria torto nel ristauro che ci dà nella pianta più volte citata. Più verso N. 1Ì. sull’orlo della collina, c’è una conserva d’accpui (30) a tre aule sotter¬ ranee, intercomunicanti fra loro, alrbastanza bene conservata, col coccio pesto ancora sulle l)areti, le (juali nella parte inferiore sono state fatte più gro.sse ])er resistere alla pressione. Man¬ cano i cordoni caratteristici negli angoli. I lucernari ancora si vedono nelle aule a vS. Fh; in quella a N. O. non si vede, poiché vi sta so])ra un altro edifizio. Fa ])ianta di questo non è più riconoscibile. Fungo il lato O. di questo giardino incontriamo i resti di un edilìzio che potreblre inter¬ pretarsi (31) come un ])alco per \'edere meglio gli spettacoli, se potessimo credere che questo fosse stato realmente un ippodromo. All’estremità N.O. infatti ha una copertura a volta che scende verso N. Fi. come (piella della cavea di un teatro : a S. li. invece è a due ])iani, co¬ struito di sotto di quadrelli di tufo con legamenti laterizi, e di sopra di opera mista. Più in là comincia ad essere visilnle |)er la jnima voli a dopo le arenazioni vicine al casale di Tor di Mezza \'ia (vedi più sotto p. 87) lo speco dell’accpiedotto, che prol)abilmente si con¬ giunge con quello che correva sid lato fi. Iv dell’altro giardino (13). Fo speco pare a questo punto che sia stato aperto: è largo circa m. 0,40 ma la profondità è incerta. Dopo circa 100 metri raggiimge una grande conserva d’ac(iua (32) a due aule con volte a crociera divise l’una dall’altra da s piloni, dei (piali i due estremi restano attaccati almuro. Nelle lunette delle volte aU’estremità vS, li. si vedono una finestra, un’altra ])ure dovea esserci nella parte ojiposta, ora sparita per la caduta del muro. Faliruzzi (II 16) dà una veduta deH’interno. Non c’è nessuna traccia di derivazione del- l’accpredotto per rifornimento della conserva, ma sembra fuor di dubbio che tale ci sia stata, e che la conserva non fosse altrimenti alimentata. vSul lato vS. O.si vedono chiaramente le traccie di una scala esterna per salire sul tetto della conserva correndo parallelamente alla maggior lunghezza di essa, riempita ad ejroca più tarda. F’esterno fu rivestito di scaglie di selce nella ])arte inferiore e da opera di mattoni cattiva in (prella superiore. Attaccato aH’angolo N. della conserva è nna stanza isolata (33) illuminata da finestre su tre lati; e colla porta sul lato N. ( ). Fa grande finestra sul lato N. FÌ. non è originaria, ma ne sostituisce tre altre molto ])iù ])iccole e strette die vennero chiuse, 'butto l’ediiizio poi è stato molto alteratij in tempi piti vicini a noi. - 87 - I/(jdilizio che segue (n. 34) presenta mi tale miscuglio di opera laterizia ed opera mista da rendere impossibile la separazione cronologica dei due stili, che venne perciò omessa sulla pianta. Sulla facciata vS. K. di laterizio si vedono due pilastri di opera molto fina come quella dei sepolcri del 2" e 3" secolo, è curioso però l’osservare che questi non sono disposti simmetrica¬ mente rispetto alle porte d’ingresso. Si entra in una camera con volta a crociera; il resto del- l’edifizio è molto distrutto; l’estremità N. O. è stata tagliata dal muro interno di epoca poste¬ riore del lato S. E. del giardino 11. 13 : a N. H. si vedono gli attacchi di due archi, il che ci dimostra che anche qui c’era un’altra camera. Volgiamoci ora all’ultimo gruppo di edifizi a N. e N. O. della parte principale della villa Al n. 35 si vedono avanzi probabilmente dei muri sostenenti la rampa di accesso alla villa da questa parte. Il ponte che si trova qui sotto sul fosso dello Statuario ad un arco di mattoni può essere antico. Questo diverticolo avrebbe probabilmente preso origine dalla via che condu¬ ceva a Marino (vedi Papevs of thè British School at Rome, IV carta i) ma il suo percorso ulteriore verso N. E. non si può neanche approssimativamente stabilire. Ho riconosciuto poi che gli indizi sui quali ho creduto di segnarla come provenienti dalla Via Appia un poco a N. W. del casale di S. Maria Nuova sono insufficienti. Certa invece è la diramazione che ho segnata a S. E. del Casale medesimo, della quale verso la lettera S. della leggenda C le S. Maria Nuova si vedono ancora alcuni selcioni al posto. Sarebbe passata fra gli edifizi I e 2. Il Canina infatti {Edifizi, VI, tav. LXXVIII) indica questa strada benché egli immagini la via d’accesso principale su questo lato, come se partisse dalla Latina, passando vicino al bel sepolcro laterizio che sta a N. E. della via Appia Nuova presso il 5" miglio, e salendo al lato S. E. dello stadio o giardino n. 24. Ivi infatti si vedono alcuni selcioni, e quello che può essere l’argine della strada, ma ciò non è sicuro. I numeri 36-38 segnano poi gli avanzi di tre piccole stanze probabilmente conserve d’acqua, n. 36 di opera di mattoni cattiva, n. 37 di scaglie di selci coi muri grossi m. 0.85 ed apparentemente senza tetto, e n. 38 di sotto di scaglie di selce di sopra di opera mista. Al N. N. E- del n. 38 sulla linea della staccionata, che dalla via Appia Pignatelli va al casale di S. Maria Nuova, si vede un pozzo rotondo rivestito d’opera reticolata. Non è stato sinora possibile di determinare da quale dei grandi acquedotti derivi quello che somministrò l’acqua alla Villa dei Ouintilii. La parte conservata consta soltanto di una se¬ rie d’archi al S. del cosidetto Tor di Selce sulla via Appia Antica, che provengono dal casale di Tor di Mezza Via sulla Via Appia Moderna; ma al di là di questo casale non sono riconoscibili nemmeno i fondamenti dei piloni nè gli avanzi del deposito lasciato dall’acqua, tanto com¬ pleta è stata la distruzione. Il Lanciani {Comentari di Frontino in Memorie dei Lincei Ser. Ili, voi. IV (1880), p. 396), propende a considerarla derivata dall’acqua Giulia in qualche punto del suo'^corso sotterraneo. 88 — Per mancanza però di dati sicuri, una tale congettura, non può essere accertata; ma, come dice il Ivanciani, se gli scopritori avessero preso nota delle fistole delle incrostazioni che vi erano dentro, la (piistione sareljl)e facilmente risolta. Possiamo tuttavia con lui affermare erronea 1’ idea del l'abretti e del Canina (che è quella anche del Parker, Aqucducts, p. 139), che questo acquedotto si sia prolungato sino alla città. All’in ([ua poi di Tordi vSelce il corso dell'acquedotto è sotterraneo, e non se ne vede traccia alcuna fino al punto dove a])parisce sul lato vS. O. del giardino 11. 23 ; ma mi pare impos¬ sibile supjiorre, che gli archi non appartengano al medesimo acquedotto che \'ediamo nella villa stessa. La descrizione data dal Lanciani (op. cit. p. 394) della parte arcuata vicino al Casale di Tor di Mezza Via non ha bisogno di esser ripetuta (pii. 1 liolli di mattoni trovati nell’acquedotto provengono dalla parte dentro i confini della \ illa stessa, bissi sono C. I . L., XV, 708 b. 28 (circa 138 A. D.) trovato dal l'abretti in aque- dìutu iid Stidnaviuni (possibilmente (piindi nel tratto che va alla conserva n. 12 di nostra pianta) e l’altro deH’anno IÒ2 trovato dal b'ea neU’aprile 1810 «nella volta del cmrdotto ac¬ canto al giardino, dove gira in tondo », cioè: \-icino all’ emiciclo sulla via Appia ove si legge (i): EX PKf .... AE AMAVCA'S EVST IT ET AQVl C(JS. 1 fratelli (Juintdii a\’evano un’altra r iha a Mondragone, e non al Parco di Borghese, come prima si credette, (vedi il bel lavoro di lù ('rrossi-Vondi, La ]AUa dei Quintini e la Villa di Mon- dragone. Roma, 1903, i)p. 2() segg.; anche II l'iiscolano neU'ctà classica, (Roma 1908) p. 142 dello stesso autore, e /. L. XV, 7^47)- l'H. ASHBY. (1) Nel i’iinlianio 13, si lej^ge HCS'I IC: ma tato dall’ANCiELiNi c Fea p, 2711,2, Non trovo nei Vasti, inS è corretto RPSTIT, c così ripe- cpicsto bollo nel Corpus voi. XV. xAX'i'o \i (ÌLI in'Ri;sciii-Lii)r") l^n'osservazione del mio cliiaro collega prof. De vSanctis nel suo recente libro Per la Scienza dell’ Antichità (p. 497 11. 2) mi ha fatto sorgere il sospetto che nel breve articolo da me pubblicato in questo periodico (II p. 186 sq.) non abbia chiarito il mio concetto sul valore che attribuivo al silenzio di Xanto sulla colonizzazione lidia nel paese abitato dagli Ihnbri, riferita da Erodoto (I 94). Il De Sanctis dichiara di non accordarsi con me nel ritenere che « se anche gli Etruschi fossero Didi 'rrr\'no<. y.-A !.jxYcv£T;, sarebbe naturalissimo che Xanto non ardesse nè di loro nè del loro arrivo in Italia notizia alcuna n [A usonia II p. 182), e motiva così il suo dissenso : «Poiché la venuta degli Etruschi in Italia non può essere anteriore al ix secolo, sarebbe tanto impossibile che fosse rimasta ignota a Xanto, quanto che fosse rimasta ignota a Tucidide la origine greca delle colonie di Sicilia ». Io ho avuto senza dirbbio la colpa di tralasciare la dimostrazione che una colonia lidia nel ix secolo appare un grave coirtrosenso, solo che si volga lo sguardo alle condizioni geografiche del¬ l’Asia Minore; e le difficoltà si attenuano, ma non si eliminano con radattamento della leg¬ genda erodotea alle recenti opinioni di una parentela fra i Tirreni dell’Egeo e gli Etruschi, supponendo (i) una stazione di Tirreni alle coste della Didia, onde sarebbe partita la spedi¬ zione colonizzatrice. De spiaggie dell’Asia àlinore erano tutte coperte di colonie greche fino dall’età micenea, e una tradizione autentica ce la rappresenta in possesso della loro indi- pendenza fino alla graduale conquista dei Mermnadi (2). I Didi non erano un popolo marirraro, ed è caratteristica questa notizia di Erodoto, sia pure aneddotica, che, dopo aver ridotto in soggezione le città di terraferma. Creso pensava di costruire una flotta per sottomettere i iresioti (3). Dunque Creso era senza flotta, il che significa che nessuno dei (*) Avverto che adopero la forma Lido, come sostantivo, lidio come aggettivo contro l’uso invalso di adoperare indistintamente la prima o la seconda forma. Che l’aggettivo femminile lidia non differisca dal nome del paese, nes¬ suno troverà essere un grave inconveniente, come non è stato avvertito per l’identità del- r aggettivo femminile toscana col nome della regione. La Realencyklopaedie . di Pauly-Wis- so\v.-\. cito con la sigla RE. (1) G. Koerte in RE, VI, r, p. 734. (2) Herod. I, r5-2r, 25-27. (3) D 27. 'De ò’apa ol àv tì;' ’Aala "E)Ar|VS; zoc - TsaToacpaTo se oovì'j rà eviOeutev ettevoes V É 0! ; - 0 l r| (T i [J. c V 0 C È"ty ECpÉ£lV ToDt vr|C7lcÓTr|a'.. Si noti inoltre l’arguzia di Pittaco di Mitilene, il quale, avendo detto a Creso che i nesioti vole¬ vano assalire la Lidia con la cavalleria, e veden¬ do la compiacenza del suo interlocutore, gli risponde che similmente i nesioti de.siderano ardentemente la risoluzione di Creso di assalirli con la flotta, per vendicare i loro fratelli conti¬ nentali da lui J sottomessi. Va da sè che Tim- portanza di quest’aneddoto rimane inalterata anche negandone la realtà storica. AifS07iia - Anno IV. 12 — QO — suoi i^redecessori era riuscito ad ai)rirsi uno sbocco sul mare, e ciò non jxiò essere spiegato nel senso che rimpcro lidio aveva dovuto cedere di fronte all’ invasione greca, perchè è assurdo che un impero già organizzato si lasciasse soverchiare da ])iccole spedizioni successive di coloni greci come i harlrari della vSicilia, privi di una forte coesione politica. Invece bisogna ritenere che i Lidi non fossero giunti lino al mare, come ricaviamo anche da una testimonianza più recente del ix secolo, ma di molto anteriore non solo ad Erodoto, ma al sorgere della storiografia in (frecia (B 864-6): .Mf/jgt Ò’odj iMiaS/.rj; xai "Avt'.-ìoc j'.i 'I aA0(’.[j.iv£OC, to') tÌZ€ Ààj.vv'i, 1)1 y.y.1 Myjva: vpjv j;;!; 'rij.o')X(.) ysy-xojTac. Ora, se un’emigrazione lidia in Italia nel i\ secolo è inconce])ibile, per salvarla bisogne- reblre spostarla molto jiiù in alto: ammettere cioè che i Lidi una volta giungessero sino al mare e di qui fossero do])o ricacciati; talché le condizioni geografiche rappresentateci da Omero e confermate dai dati erodotei non dovrebbero riferirsi al primo momento dell’espansione lidia, ma a (piello in cui sarebliero stati incalzati e spinti verso il Tmolo, dal quale si sarebbero di nuovo diffusi per un raggio inù anqiio. Non occorre un grande intuito critico e una molto profonda conoscenza dell’etnografia anatolica per comprendere che questi sarebbero soltanto opinioniim commenta: ma tuttavia non vedo come si potrel)be fare a meno di ricorrere a quest’ipotesi da chi volesse salvare a ogni costo l’integrità della tradizione erodotea, la quale in verità è logica ponendo la migrazione appunto al princijno della dinastia degli Atiadi. E’ quindi naturale che Xanto non potesse saper nulla di ([uesta migrazione, come i logografi greci nulla sapevano intorno ai ])articolari della colonizzazione eolica, ionica e dorica nel¬ l'Asia Minore, e notizie nemmeno molto determinate avevano intorno alla colonizzazione di Corcira, di Taranto, della .Sicilia e della regione detta poscia Magna Grecia (i). Inoltre i Lidi con tutta probabilità erano Ariani (2), gli Etruschi no: Dionigi d’Alicarnasso conoscitore degli uni e degli altri li dice diversi di costumi e di lingua (1, 28). La nazionalità (1) Blloch, Griech. Gcsch. I, p. 173. (2) Kketschmkk, Jììiiìf/t’nig. ]i. io. con l.r relativa letteratura. Che in Lidia rindiT’idua- lità dell’elemento indigeno avesse resistito }')iù che altrove, è possibile; ma il trovare nomi come Ivavò^tsAr,? (KrETSCHMEK, ih. 3<'^8; USENFR, G/ef- tcrncimen. jn 240) e ''Ayp'jjv ( Kretsc'UEUer, ib., p. 38*)) ])cr la più remota aniichità lidia, mostra che rdemento ariano s'era affermato, (àuindi considero come jroco felice respcd.ientc del Kie- PERT {Lihrbnch d''r alien Gcoa’-aphie, ir. 112) che Lavvento al trono di flige significhi la reazione dell’elemento indigeno sull’ariano. (Vedi anche R.\nE:T La Lydie , p. 58-60). Nomi lidi come 'AX-jÌtt/.c e lllzòjiTTr,; possono bene essere prea¬ riani ; ma se il secondo elemento artr,; è nome di divinità, si spiega come gli invasori adottando divinità indigene, si '.'alessero dei loro nomi per coniare nomi propri Cfr. Ein Meyer, Gesch. des Altcvlhams 1, 2, p. 615-616. È singolare la tran¬ quilla fidni'ia mostrata da Philipp Kropp (Die minoiscti-mykenische Kultur in Licìite der Ueber- lieferung bei Herodut, p. 51) nel cenno d’Erodoto che I.ido, àliso e Caro erano fratelli: onde i Lidi sarebbero stati « Angehòrigo des karischen Volksstammes ». Perchè non credere allora an¬ che alla genealogia di Lud figlio di Sem (Gc- nrs. X, 22) ? — gl — lidia degli Etruschi è quindi insostenibile e perciò mi sono industriato di cercare un’interpre¬ tazione della tradizione erodotea più ragionevole, ove si raggiungesse la prova definitiva che gli Etruschi provengono dall’Oriente per via di mare. Nè mi si faccia colpa di aver trascurato di esaminare un’altra possibilità: che gli Etruschi avessero emigrato dalla Eidia anteriormente alla venuta degli invasori ariani Meoni. Infatti si rileva dal linguaggio tenuto dai patrocina¬ tori della tradizione erodotea, che presuppongono negli Etruschi i connazionali di quelli istessi che sotto Creso caddero sotto il giogo persiano: altrimenti non si capirebbe quella tortura dei testi antichi per dimostrare che Dionigi aveva sotto gli occhi i Lidi ellenizzati (!) (i), e che nei Iddi era viva la coscienza della loro parentela con gli Etruschi (2). Queste ragioni non adduco pel De Sanctis, perchè immagino che sia d’accordo con me, rimanendo il dissenso sopra un punto (o.c.p. 498 nota), in seguito ai chiarimenti dati, eliminabile dalla presente discussione, che di una colonizzazione lidia condotta nel nono e nell’ottavo secolo si dovesse serbare in Lidia memoria quasi inalterata (3); ma per colmare qualche lacuna che sembra essere rimasta nella precedente argomentazione. Ho quivi sostenuto che, se mai, la leggenda erodotea poteva tutto al più essere l’effetto d’un’induzione giusta, ma, s’intende, nel senso largo dell’origine orien¬ tale degli Etruschi, non già dell’origine lidia. Mi sono sentito dire — ed essendo comunicazioni verbali mi si permetta di lasciare anonimi gli autori deH’osservazione — che questo è un ripiego (1) Cir. Ausonia, T, p. 193, n. 2 (doveva cor¬ retto im errore materiale, dovendosi leggere « Strabene può tutto al più aver detto che la lingua lidia si conservava presso i Cibivat’ , non presso i Lidi », invece che a presso i Pisidi... ») Sono lieto che il De S.\nctis (o. c. p., p. 499, n. i) si trovi d’accordo con me suU’esegesi del passo di Strabono, XIII, p. 631, dal quale si rileva che la lingua lidia era ancora viva e parlata. Del resto anche nel primo medio evo duravano an¬ cora in vita le lingue indigene dell’Asia Minore. (Karl Holi in Hermes, XLIII, 2, p. 240-234). (2) Ultimamente il Bonfante (Rivista Ita¬ liana di Sociologia XII, 2, p. 228) invoca ancor una volta il luogo di Tacito Ann. IV, 53: « Sau¬ diani decretum Etruriae recitavere ut consan¬ guinei... )' e sembra incredibile che non veda l’inaiiità dell’argomento fondato su questa testi¬ monianza. Si comprende così come faccia a Gustavo Kòrte (ib. p. 229 n. i) il grave torto d’accusarlo di misconoscere i meriti del compian¬ to Bri ZIO nello studio della questione etrusca, e ancor più grave quando afferma che quegli cammina sulle orme di quest’ultimo. Il Kòrte invece rende giustizia all’eminente archeologo italiano, citandolo e difendendolo dall’ingiusto disprezzo [uverdienter Gerin gschàtzung p. 737 ■con cui le sue idee furono accolte dal I’Helbig; ma non poteva seguirne le orme, avendoli Kòrte nella immigra/ione degli Etruschi dall’Asia idee sostanzialmente diverse da quelle rie! Brizio, e purtroppo il dissenso non si riduce a materia opinabile. Nessuno nega al Brizio una perizia veramente superiore nelLesegesi monumentale, ma è pur necessario riconoscere che non era un filologo. Infatti tutta la sua argomentazione sull’origine degli Etruschi, riposa sopra gravi errori filologici: pertanto il Koerte, il quale dà una teoria discutibile, o, se vuoisi, anche inac¬ cettabile. ma fondata sulla intelligenza dei testi antichi piena e sicura, non poteva camminare sulle orme del Brizio. (31 Se anche la colonizzazione etrusca della Lidia si concepisse come posteriore al nono se¬ colo, è molto dubbio che Xanto avrebbe potuto avere notizie autentiche in proposito. Tucidide descrive la colonizzazione della Sicilia, e le sue notizie sulla provenienza delle colonie sono giu¬ ste. E’ però molto dubbio che sapesse molto più che i nomi degli ecisti, ammesso pure che tutti fossero personaggi storici {ved. p. 93). Nel popolo ellenico poi la colonia conservava certi vincoli religiosi con la metropoli; il che poteva influire a tener viva la memoria della deduzione; ma sarebbe arbitrario estendere certi concetti ad al¬ tri popoli. per non confessarsi interamente ^•into. In \'erità posso rispondere che tanto sarebbe confes¬ sarsi vinto negando fede alla notizia di l'd'oro (.Strab. ]). 243) che Cuina italiana era nna colonia di Clima eolica e ammettendo nello stesso tempo che Clima era colonia greca: negando fede alla tradizione che Pisa etnisca è una colonia di Pisa Altea, e non escludendo nello stesso tempo la ])ossibilità che uno stabilimento o anche nna fattoria greca potesse trovarsi tra le foci del- PArno e deirAuser, come suiipone il Pais (i). Per chi non si iiersnade di verità cosi elementari e nel \-alutare una tradizione l’isola dalle altre simili e parallele, non ho che a contenermi come narra ( )razio che facesse Oiiintilio con i iioeti ostinati a difendere tutte le mende (A. P. 443,-444) ad essi notate: Xullnni ultra vcrbuin insiiinebat inaneni (^uin sino rivali tcque et tua solns ainarcs. ( )ra veniamo alla ((uestione circa la localizzazione della metropoli etnisca nella Lidia. 10 ho sostenuto (2) che la leggenda riferita da Erodoto consta di due elementi, un mito etimo¬ logico, ]jel (piale la somiglianza tra il nome della città Lidia Tyrrha e l’etnico Tyrrheni dette origine alla credenza che i Tirreni ])rovenissero dalla Lidia, e il riferimento fatto dai (Ireci, venuti in Italia do])o la disfatta di Lade, della leggenda agli litrnschi; inoltre notavo che se l'cramente esisteva un’affinità etnografica fra i Tirreni dell’Iigeo e gli lUnischi, la leggenda accidentalmente avrebbe colto nel segno. Quanto all’argomento desunto dal nome della città Tyrrha riconosco d’aver commesso un’inesattezza jionendola come gli atlanti antichi ancora la collocano, nella valle del Caistro, poiché in alcune ejngrafi è nominata Tslpz. (A M III ]). 55 (')): ma per ipiesta negligenza invoco un ])o’ di compatimento, considerando che non solo 11 Busolt ((_Tì'iecli. (jCScIì. I" p. 174 n. 3), il (piale pubblicava la .seconda edizione della sua opera parecchi anni dopo (i8()3) che l’editore delle sopra ricordate iscrizioni, il Papadopulos- Keranieus, richiamava l’attenzione sulla possibile identità della 'l’r-pz data da quelle e della T'jppz menzionata neirL7\7;;o/(>"/c7/;;; Magnitm, ma ])erfmo il più recente illustratore deH’etno- grafia etnisca, il Kbrte (3) si limita a sospettare della derivazione di da T-jppa, tacendo della rivelazione dovuta a (presti nemmeno recenti documenti epigrafici. Ma una città 'f’Ipjij’ vi era in Lidia (4); e ne sostengo l’esistenza perchè non ritengo un autosche- diasnia liizantino il cenno Ktvmoìogicìtin Mugnitm ('l'ac'yvv^;). La mia tesi invero aiuebbe tutto da guadagnare coi dati delle epigrafi citate. Infatti, mentre non avrei potuto stalnlire (piale fosse l’etnico di 'l''Ippz., in due iscrizioni l’etnico di ’l'd.px appare essere stato 'Ib'pzivo!, (j) Ricerche storiche e geografiche sui!' T talia antica ]i. qbC). (2) Ausonia, II. p. nSo-Kjq. (3) RE, VI, I. p. 734 ]i. 3 dell’estratto col (4) Ctr. S. Rein,\ch, Revue des Efuites Grec- ques, III (i8()o), p. 1)4. Ritiene '1 ’jppz corruzione (li 'feipa (= y.acjTpov). In verità bisognerebbe di¬ mostrare che la Tòppa menzionata neW Etymo- logicuììi Magnuin (ròpavvoc) deve essere proprio collocata nella valle del Caistro. Di ciò ripar¬ lerò in nna ])rossima nota che sarà pubblicata in Klio. molto vicino ])el suono a 'l''jpp-/-|vc!. I,a mia opinione sulla genesi del mito etimologico l’ho giustificata neH’articolo annunciato; ma ora mi sia lecito sorvolare a questo ])articolare per evitare rijietizioni imitili. Resta a mostrare perchè tengo fermo alla sjiiegazione della leggenda col mito etimologico indicato invece che con l’altro di una confusione Torrehi e Tirreni o di un’escogitazione dei l'ocesi che avrebbero identificato gli oppressori dell’Asia coi loro avversari d’Italia. Io non so negare fede alla testimonianza d’Ivrodoto, che del paese e po])olo lidio doveva avere una certa esperienza, quando afferma che la leggenda era indigena della Ridia e che ([uesta con¬ netteva la spedizione di Tirreno con l’invenzione del giuoco degli astragali. \Tro è clic Ivrodoto attribuisce ai Persiani ropinione che i Fenici furono la prima causa della discordia tra l’driente e l’Occidente (I, i) e ai Medi (\TI, 62) cpiella suU’origine del loro nome dalla maga Medea, mentre queste sono e^•identemente combinazioni proprie della storiografia greca. Si comprende tuttavia l’equivoco d’ Erodoto, che credendo alla veracità di queste tradizioni le attribui\-a facilmente ai popoli cui erano applicate. In qualche caso però mi sembra non potersi dubitare che queste tradizioni erano dalla logografia greca passate se non nel folk-lore, nel patrimonio di 'conoscenze della classe colta dei paesi cui si riferivano. Infatti la storiella delle due sacer¬ dotesse di Tebe vendute dai Fenici una in Ridia, un’altra in Grecia, l’una fondatrice dell’ora¬ colo d’Ammone, l’altra di quello di Dodona (II, 54) si rivela come una correzione razionali¬ stica della leggenda da Erodoto appresa a Dodona delle due colombe nere, volata una in Ifibia l’altra a Dodona; ma non si può dubitare che Erodoto 1’ apprendesse dai sacerdoti egizi (II. 55) (i)- Anche nelle notizie intorno all’origine della dinastia degli Argeadi in Macedonia (Vm 137-9) vi è una forte compenetrazione del lavoro combinatorio della storiografia greca con le tradizioni epicoriche ; e non si vorrà concedere la possibilità del concorso indigeno solo per riguardo alla nazionalità greca dei Macedoni, poiché questi rispetto ai loro fratelli più inciviliti della Grecia continentale e delle colonie asiatiche si trovavano nelle stesse con¬ dizioni delle altre popolazioni barbariche. Quale meraviglia dunque che lo stesso avvenisse presso i Ridi riguardo alla provenienza dei Tirreni dal loro paese? Qualche poeta genealogico può bene aver fatto Tirreno figlio di Ati eponimo dei Tirreni : la genealogia appresa dai Ridi potè esser per tempo connessa con la leggenda che essi erano stati gli inventori del giuoco degli astragali. Ra fusione organica dei due elementi starebbe a provare l’antichità della penetra¬ zione in Ridia, dove avrebbe presa una fisonomia nazionale : ciò apparirà tanto più verisimile ove si consideri quali attive correnti di civiltà si erano da tempi abbastanza remoti deter- (i) A qualche tradizione non si può senza peritanze negare la paternità indigena, p. e. a quella dei Preaii {Herd. VII, 171) circa l’inva¬ sione ellenica in Creta durante l’ assenza dei Cretesi che erano andati a vendicare Minosse morto in Sicilia. I Presii anche nel quarto secolo continuavano a usare la lingua loro in documenti privati, se non ufficiali; il che fa supporre una coscienza nazionale ancor viva, e una sollecitu¬ dine per le memorie del passato; quantunque ritenga molto improbabile che si valessero della lingua indigena per le opere letterarie. 94 — minatL- tra la (ìrecia e la Lidia (i). Alcinane di Sardi (2) è il creatore di un cospicuo genere letterario greco, relazioni politiche esistono nel sesto secolo tra Creso e gli Stati ellenici (3). nel quinto Xanto prende in lingua greca a illustrare le antichità del suo paese. Perciò, non negando fede alla testimonianza di Ivrodoto sopra un fatto che egli jjer la conoscenza diretta della Lidia era in grado di verificare, e non potendo ammettere che gli litruschi in Italia potessero essere compresi nell’angolo \'isuale del poi)olo lidio, la spiegazione della leggenda che ho altrove proposta mi sembra la più adatta a conciliare la veracità di Lirodoto con le intrinseche ragioni della storia. Si potrei )l)e olhettare che con la mia spiegazione faccio vio¬ lenza al testo d’Lrodoto, il ([uale dice espressamente che secondo la tradizione lidia la spe¬ dizione in iliretta ( •aJ'ip'.Kou;; ma peggiore \'iolenza sarebbe quella di fargli affennare che la tradizione esisteva tra i Lidi, mentre Ivrodoto non avrel)be tra essi mai sentito parlarne. D’altra parte e logico supporre che Ivrodoto mescoli una sua induzione alla notizia originaria, dal momento che ado[)era la denominazione di Tirreni solo ])er gli Etruschi, e di questa man¬ canza di acriltia dà una prova manifesta quando (I, 37) dice che i Crotoniati — accettando, come mi par probal)ile, la lezione di Dionisio I, 2q — (4) parlavano una lingua diversa dagli Etruschi, giacché nessun critico potrebbe sostenere sul serio che Erodoto avesse fatto degli studi dialettali per un ]iopolo nel cui paese quasi di certo non è mai penetrato, e non si potrà sottrarre alla conclusione che questa immaginaria differenza e l’identità della lingua cro- toniate con (juella parlata a T'iacie e vScilace egli ricavasse dalla sua falsa ])ersuasione che a Crotone aiutassero non gli Ivtruschi, ma i Pelasgi. Nè molto peso avrebbe la considerazione che se una tradizione dell’origine lidia per i Tirreni di Lemno e d’Imliro, nonché di altre località nel liacino dell’Egeo fosse esistita in Lidia, Xanto avrebbe dovuto conoscerla. Infatti non sappiamo con t[uale criterio scrivesse Xanto i suoi AuL.-zza, e quindi se spingesse lo sguardo al di là della propria patria: in secondo luogo ignoriamo se Xanto effettivamente di (]) Non faccio né una ritrattazione nè una modificazione dcll’itlea esposta in o. c. p. 188; ma solo la illustro e la com]4eto. (2) SuU’originc lidia di Alcmanc non mi pare troppo giustificato il dubbio (Deloch, Griech. Gt'sch.. L p. 250. n. i) ed è seriamente discutibile che il Lapòfiov é- ’Lzpav accenni alla discendenza da Pclopc. Non è impossibile che egli avesse tradotto il suo nome lidio in Drcco, come fa pel nome Candaule il ifiù recente poeta Ipponattc (Bergk, fr. i). Se anche il nome Zivbo; ilello storico sia una traduzione dal lidio, o, attesa la diffusione della lingua greca, nomi greci si da¬ vano già ai Lidi, è una cpiestione che difficil¬ mente può essere risoluta, ed è di poco mo¬ mento risolverla. (3) Herod. L 53-75 É5-b9- (4) Il Kropp (o. c. p. 32 n. 22) citando il passo d 'Erodoto I, 57, nota che da lui è tenuta presente Crestona della Calcidica, non la italica Koótcov. Attribuisce direttamente a Tucidide IV, log, la menzione di una città calcidica Kprjcruóv, e ri- maiiLla per la dimostrazione a p. 52. Ma invece di una dimostrazione troviamo l’asserzione sor- prenrlente: » Man ist beute allgemcin darùber cinig (?), dass hiermit nicht Cortona in Italien, sondern Kreston in der Chalkidike gemeint ist ». Io credo che malgrado la verosimiglianza della lezione Kpórcovet data da Dionisio, la questione rimanga sempre aperta: ma non si sarebbe voluto vedere un procedimento simile a quello di certi vocabolari in cui da una voce si rimanda ad un’altra e da questa alla prima. - 93 questa emigrazione non ablna parlato (i), poiché da Dionisio non ricaviamo niente in ])ro- posito, avendo egli rivolto la mente alla forma di essa stereotipata in Erodoto. Ai vaneggiamenti poi di coloro i quali credono che i Eidi conservassero inalterata memo¬ ria di questa spedizione avvenuta in un tempo cosi remoto e, malgrado 1’ esplicita dichia¬ razione di Dionisio, la vogliono fare nota a Xanto, (2) è inutile contrastare. Essi aspetteranno che si facciano scavi nella Lidia per trovare (juella conferma che una critica secondo loro troppo scettica nega gratuitamente. Ebbene, qualora questi scavi si facessero e venisse alla luce proprio una suppellettile archeologica che avesse per molti riguardi sorprendenti riscontri con l’etrusca, io — e sarei certo di non essere solo — opinerei che il paese dei Lidi fosse stato il centro di irradiazione di questa civiltà propagatasi tra i Tirreni dell’Egeo, e ai miei oppo¬ sitori risponderei che coi loro criteri mi sarebbe facilissimo dimostrare che Roma è una città greca. Che .si vorrebbe di più ? Latino è dato come figlio di Ulisse e di Circe (3) secondo Aristotele (4) gli Achei, tornando da Troia, approdarono si; tòv tottov toutov ’Ozizy[; ó'; Zw^AstTai A^tiviov Siri Tupp-/]vix(-o TcsX^yci xz'iy.iyoQ: bruciate le loro navi dalle prigioniere troiane posero quivi la loro sede. Di più anche i Troiani, che secondo la tradizione più diffusa sareb¬ bero stati gli antenati dei Romani, si rivelerebbero, secondo alcune speculazioni, Greci (Dionys. I 57, 61). Nè i Romani sarebbero stati i primi Greci approdati alle spiaggie del Tirreno: da una testimonianza esplicita d’un antico autore apprendiamo che i Tessali si sarebbero stanziati a settentrione del Lazio, nel paese più tardi detto Etruria. Infatti quando i Lidi marciarono contro gli Agillei secondo Strabono (p. 220), uno di essi accostandosi alle mura domandò qual fosse il nome della città, e avendogli un Tessalo invece di rispondergli, rivolto la forinola salutatoria Xaìps i Lidi-Tirreni chiamarono, dopo averla conquistata, la città Caere. E Roma non è un nome di stampo greco, che fa subito pensare a poly./) la forza, signifi¬ cato adattissimo per la conquistatrice del mondo? La lingua latina da uno scrittore greco e da un latino (5) è dichiarata molto affine al dialetto eolico : i Sabini che nella tradizione sono rappresentati come un elemento considerevole del popolo romano discendono dagli Spartani (6). (1) Niente ci obbliga a ritenere che in tutte le tradizioni di questo genere Tirreno dovesse comparire come figlio di Ati. Siccome Xanto ha dato come figlio di Ati Torebo, avrebbe po¬ tuto di Tirreno dare tutt’ altra genealogia, se pure fosse stato indispensabile un eroe eponimo Tirreno per far giungere i Tirreni a Lemno e a Imbro. (2) Vedi Ausonia, II, p. 187-188, n. i. Non tor¬ nerò a insistere su questo punto, e avrei evitato anche prima di trattenermici, per rispetto alla memoria d’un illustre archeologo italiano, se non avessi visto come certe sue ipotesi, e dalle quali non avrebbe potuto aspettare la sua meri¬ tata riputazione, riprodotte senza ripensarle da altri studiosi, non fossero state addotte contro conclusioni discutibili, se vuoisi, ma fondate sopra una rigorosa critica delle fonti. (3) Hesiod, Theog. loi). (4) Dionys I, 72. (5) Dionys I, 90; Quintil. I, 6, 31 « cui (Aeoliae rationi) est sermo noster simillimus ». (6) Servius, Aen. Vili. 63S « Cato et Gellius Sabinos a Sabo Lacdaemonio trahere originem referunt « dove importa poco che l’opinione di Catone sia falsata (Dionys. I, 40). — c)6 — non l)asta: da Ivraclide Politico (i) era chiamata Roma -oac: ’lirXyi'/,;. Della sii])pellettile archeologica greca, sjrecialmeiite vascolare, non si ha ])ennria in Italia, ed anche negli ultimi scard del Palatino sono verniti alla luce r-asi attici, v^i iinagini ([naie sorriso di commiserazione susciterebbero le osservazioni — se la cirdltà latina ci fosse nota come PlCtrusca — di chi si ])ermettesse manifestare il diibliio che la srqijielletile archeologica potreblie essere stata im¬ portata. che re(|iiazione Roma e 'l’olg./j potrelifie rijiosare sojira un’omofonia fortuita come (piella di IRiro. liuine della Tracia, ed Rbro, nome moderno deU'antico Iliero: che tutte (|uelle lidie testimonianze degli ancori antichi suH'origine di Roma, ])otrelibero essere solo il frutto di escogitazioni fatte da coloni e rdaggiatori greci in Italia; che il ragguaglio dal Datino aH’Eo- lico potrebbe essere doraito a vaghe ed esteriori rassomiglianze ed analogie. Dlibene: si ridetta iier ]ioco se la tradizione dell'origine lidia jier glij Etruschi, espostaci da Pirodoto, sia più ricca di jirove che l'ipotetica teoria dclPorigine greca di Roma, fondata sui dati che abbiamo raccolti. Al contrario, se non avessimo del popolo latino altri elementi di conoscenza che le notizie da noi so])ra enumerate, circa le sue origini, e la pseudo-greca im¬ pronta del n' .'ine, io credo che sarebbe avventata una negazione non meno che una troppo tran- ([uilla acquiescenza nella tradizione ; a ([uel modo che oggi, se è lecito il giudizio sospensivo, sarebbe ingiustilicata la condanna dell'opinione, seconde.) la (piale i lùlLstei ]irovengono da Creta (2). In faraire di cpiesta infatti abbiamo la somiglianza di suono tra Kcif/or e Kejtiu, e ridentidcazione di (presti con i Cretesi (3) l'es] (licita testimonianza di ('.ereinia (47,4) che Kaftor era un'isola: la circostanza che i lùlistei abitavano sulla costa e non erano circoncisi (4') come i Semiti. Inoltre non mancano indizi ]ier far derivare da Creta la scrittura fenicia (5). Abliiamo c(.)nfrontato le testimonianze greche circa le origini di Roma con rpielle ebraiche circa Porigine dei Eilistei, senza trascurare i relativi contorni di pro\’e sussidiarie, e, se doves- , (1) Plut. Cnììiìì. 11. (2) W. XI.\x AIuei.ler, .Isifii inni EiiroRi luich del' idtac'oy [iti scile ìì Deiikìncilern . p. 386; Kvans, Cretan Pictoyriipli and prae-pìiouiciaìi Script. II. loo ; II.M.L, Tìie flidest civili zation of (irecce. ]). 11^-134. Si aspetta l'autorevole parola di Edgard XIeyer nel jiroseguimento della seeonda edizione, che sta ripubblicando della sua Gesclii- cìite des Aìtertiiiiis. (3) II.M.L, in Aìììiual of thè Riitish Schonl Vili, p. 173, (4) Saaiuet., I. 18, 23. (3) Ev.rxs, ib. 1. c. e passnii. Però tengo ad affermare che la pretesa denominazione di M'.vtóa applicata a Gaza, le dionominazioni di /jùc K73- zzc'p-'ccfi data al dio Marnas di Gaza, la notizia tacitea [Hist. Y, 2) circa l’origine cretese degli Ebrei, non provano niente. Qualche importanza invece può avere la somiglianza del copricapo ])iumato jiortato dalla figurina incisa nel disco di Phaestos (Pernierìh Ausonia. Ili, p. 281-2) con quella del Ffiilcsatha rapjrresentato sulle pareti del tempio di Xledinet-IIabu, quantunque lo stesso Pernier circondi questo ravvicinamento di molte riserve. Incredibile, se non peggio è r intcìqu'etazione che il Kropp (o. c. p 16) dà delle Pliilistinae fossiones menzionate da Plinio il vecchio IIP 121, derivando l’aggettivo da PhiUstaei. Bisognerebbe ammettere che Pni- LiSTOS. lo storico siracusano, si chiamasse cosi ])crch(i filisteo. Infatti è difficile non connettere il citato passo di Plinio con quello di Strabone p, 212 zsè AtovAio; ó 13; rópavvoi; svTgO'rfv (rz Tiov Tlveriov) Po laaorposEtv auvcit-QaTO.. . PI P'tLiSTO, ministro di Dionisio, fu mandato cjuivi in esilio, dove forse continuò a prestare servigi al suo sovrano. - 97 - sero pesarsi le ragioni per se stesse, facendo astrazione dalla conoscenza che alrhianio sulla civiltà romana, l’origine greca di Roma sembrerebbe non meno probalnle dell’origine cretese dei Filistei. Eppure i fatti sono contro di quella che pure si presenta con tutti i caratteri della verisimiglianza. Tuttavia sarebbe temerario pel fallimento d’una costruzione condannare a priori ogni altra che si fonda sopra argomenti della stessa forza, e fino a prova contraria, se non dobbiamo abbandonarci a una tranquilla fiducia sulla origine cretese dei Filistei, non possiamo relegarla senz’altro tra i miti storici. Ma si può dire lo stesso sull’origine lidia degli Ktruschi? In favore di essa vi è solo un aneddoto inverosimile, smentito dalla storia del popolo lidio e dalla protesta elevata contro di esso da uno scrittore, che poteva difettare d’acume critico, ma non di diligenza, e per giunta era in grado di istituire confronti tra i Lidi ed Etru¬ schi per la conoscenza che aveva dell’Italia e dell’Asia Minore. Pertanto — e qui godo di non essere solo(i) — ritengo che la questione dell’origine orien¬ tale degli Etruschi, deve essere assolutamente separata da quella conservataci nell’in¬ cidentale notizia erodotea intorno alla divisione del popolo Lidio tra i figli di Ati (2); a quel modo che per stabilire l’antica patria dei Cimbri non ci aiuterebbe nulla l’indicazione di Posidonio (Strab. p. 293) che li pose intorno al lago Meotide confondendoli coi Cimmeri. Pisa, Giugno 1909. VINCENZO Costanze (1) Koerte. ib. p. 737. (2) Consigliatamente ho tralasciato di discu¬ tere le idee del chiarissimo prof. Milani, già svolte nei suoi Studi e Materiali di Archeologia e Numismatica, e riassunte con novità d’osser¬ vazioni nel suo discorso tenuto in occasione del- Tultimo Congresso delle scienze a Firenze (igo8) intitolato Italici ed Etruschi: somiglianze e disso¬ miglianze (pag. 23-25 = 257-259 negli Atti della Società Italiana per il progresso delle Scienze, Firenze, 1908). Idinsigne etruscologo, che domina con felice padronanza un materiale archeologico immenso, è giunto coi suoi studi di compara¬ zione a larga base ad un magnifico e originale sistema d’ermeneutica dei concetti religiosi pre- ellenici, e in questo fa rientrare la migrazione di Tirreno in Italia. Non è quindi ragionevole fer¬ marsi sopra un punto divellendolo dalla sua compagine : un’ analisi di questa sarebbe l’og¬ getto non già di una nota, bensì di qualche volume. Perciò mi limito ad osservare che del significato simbolico attribuito alla spedizione di Tirreno, non sono persuaso; ciò può esser dovuto a deficienza mia, ma è obbligo di lealtà confessare. Finalmente rinnovo la dichiarazione che in merito alla questione etrusca non entro, poiché quand’anche avessi su questo problema un’opinione, sarebbe inutile manifestarla, senza poter aggiungere un nuovo argomento. Ausonia - Anno IV. 13 IL SACRIL^ICIO DI IFKiHNIA Tentativo di ricostruzione di una pittura antica. La maggioranza elei luoiiuineiiti che ci danno il mito d’Ifigenia in Aulide presentano due azioni nettamente distinte per e[nel che riguarda il sacrifizio ed i personaggi partecijranti ad esso, specialmente Ifigenia. vSe ne possono cpiindi a priori formare due gruppi: il primo, che chiameremo .1, ci offre un’azione tranquilla e nobilmente espressa nella sua tragicità, Ifigenia in piedi innanzi all’ara si mostra serena e rassegnata alla sua sorte, laddove il secondo gruppo, l)resenta un’azione di lotta per parte d’ Ifigenia, che, sollevata da imo o due uomini, è portata riluttante all’altare (i). ( 'iRTIPPO A . In esso si raggrupppano le seguenti rappresentanze figurate: a) Ara di Cleomene della Galleria degli Uffizi in Firenze (2). b) Cassetta d’avorio della cattedrale di Veroli, ora nel vSouth Kensingtoii Museum (3), r) Vaso basilicatense, già della collezione Durand, ora al British Museum (4). d) Frammento di un vaso aretino (5). c) Rilievo di Termessos (6). lìvidentemente l’azione espressa in esse mostra tale analogia da dover ammettere come substrato comune un unico originale artistico; e come questo potesse essere concepito potrà intendersi anche da un sommario esame comparativo dei monumenti. Gli elementi essenziali all’azione, cioè la figura d’Ifigenia, del ministro sacrificatore e del giovane assistente al sacri¬ fizio, sono ripetuti in motivi talmente aifini da non ammettere dubbio di sorta sulla loro co- fi) Anche le fonti scritte di questo mito danno ben marcate le due diverse tradizioni per (|uel clic riguarda il modo di eseguire il sacrificio. Cfr. Esch., Ag.. V. 184-242, e Eurip. //>/;., A., V. 1547 seg. (2) OVERBECK, Gat/.. p. 318, t. XIV, 7; H.vu- SEr; die Ncu-Att. Rei., p. 78; Amelung, Fiihrer durch d. Ant. in Florenz, n. 79. e Róm. Mitth. 1905. P- 3ob: Mich.\elis, Róni. Mitili., 1893, p. 201; Lòwv., Róm. Mitth.. 1896, p. 258: Gonze, Varie gebl., s. 3^, t. IX. (3) Bi.och., Gricch. Wandschmiick . pag. 48; R.von Schneider, Ih'ber d.Kairosrel. in Torcetto in Serta Havtetiana, p. 287: A. Venturi, St. det- Varte it. I, ]i. 514: Maskell, Ivories in thè South Kensington Museum (X^on mi è stato accessibile). (4) Overbeck, Gali., p. 317, t. XIV, 9; Calai, of vases in thè Brit. Mus., II, n. 1428; Gonze. Vorlegebl. s. 5'*, t. IX 3: Vogel, Scenen eurip, Trag. in griech. Vaseng. p. 116. (5) Amelung, Róm. Mitt., 1907, p. 344. (6) L.\nckóronski, Stàdie Pamphyliens und~ Pisidiens, II, p. 45. — 99 — nume dii)endenza. Queste tre figure dovevano (|uindi nell'originale essere espresse in motivi analoghi alle nostre rappresentanze: Ifigenia in piedi, mentre s’avvicina all’altare, il sacrifica¬ tore neH’atto di compiere la consacrazione, e l’assistente con gli utensili per la purificazione. I due rilievi nei aggiungono un giovane nudo nell’atto di accompagnare, so.stenendola, Ifigenia, e certamente con questo quarto elemento la comjrosizione acquisterebbe (jualcosa di più finito e completo anche pel concetto ideale. II dipinto vascolare (c) ha di più la presenza di due numi, Apollo ed Artemide, ma le ipo¬ tesi che potrebbero formularsi su di essi non presentano a priori caratteri di attendibilità, data la frequenza di simili elementi nei vasi della bassa Italia. Tuttavia si può osservare che la relazione delle due divinità con l’atto rappresentato è in tutto differente: Artemide, in un piano più basso di Apollo, prende parte veramente all’azione rivolgendo ad essa la sua atten¬ zione, mentre Apollo, seduto in disparte ed in alto, non mostra legame alcuno nè materiale nè ideale con l’azione stessa. K la pertinenza originaria di Artemide alla composizione viene infatti dimostrata dal rilievo di Termessos, {e) dove a sinistra abbiamo la dea che stringe al collo una cerva, la quale, poggiata sulle gambe posterori, pone una delle zampe anteriori sull’altare. Nel vaso basilicatense la scena si chiude con la presenza di una figura femminile elegan¬ temente r'estita, che fa con la sinistra il gesto lezioso stereotipato delle eleganti nelle pitture vascolari. La figura, che non ha alcun corrispondente negli altri monumenti, non è caratte¬ rizzata se non da questa eleganza, l’espressione del volto e della persona non ha nulla che possa rivelarla, e le spiegazioni già date non sono affatto soddisfacenti (i). Osservando che nel mito è costantemente menzionata la presenza della madre della vittima e che alcuni monumenti la danno presente al sacrifizio (2), forse nell’intenzione del pittore questa donna rappresentava Clitemnestra, ma l’ indifferenza, che in tal caso la 'madre mostrerebbe al sacrifizio della figlia, la fa credere una semplice aggiunta del pittore vascolare. Una figura assolutamente estranea è l’Igea della cassetta di Veroli {b): potrebbe credersi un capriccioso contrappeso ideato dal rozzo lavoratore dell’avorio per la statica della rappre¬ sentazione, o un semplice riempitivo dello spazio. Quest’ultima ipotesi non pare probabile se si considera che in tal caso si sarebbe potuto ricorrere ad altri mezzi di uso più comune (vasi, rosette, borse) piuttosto che ad una figura che non è essa stessa di frequente rappresentazione, e tanto più che lo stesso scultore dà in questa medesima scena un esempio di riempitivo per mezzo del vaso e della borsa ai lati d’Igea, e per riempire tutto lo spazio non avrebbe dovuto far altro che ingrandire i due oggetti (3); e neppure la prima ipotesi è ammissibile, data appunto (1) De Witte, Cabinet Durand, n. 381 ; R. Rochette. Mon. hi., p. 127. (2) Urne etrusche, v. sotto. (3) Che la ingrandita proporzione di essi po¬ tesse sembrare una stonatura, non è neppure ammissibile quando lo stesso scalpellino in un altro lato della cassetta ne dà un esempio po¬ nendo tra le zampe del cavallo di Bellerofonte un enorme vaso rovesciato. 100 la raiità di tale lìgura in simili iilie\'i. Rimane (jnindi, almeno per ora, ines])licabile la sua pre¬ senza nella composizione. lùl ora passiamo all’ultima lìgura rimasta, Agamennone; esso appare soltanto in due mo¬ numenti di questo gruppo. Colpisce immediatamente la differenza assoluta nell’espressione di (piesta tìgnra nei due rilievi, che pur nel rimanente della scena mostrano una così grande affi¬ nità. Nell’ara {a) Agamennone a destra, nel tanto celelrrato motivo timantco, d concepito in preda alla più grande disperazione, mentre nella cassetta, seduto a sinistra, nella ])osa stereo¬ tipata di ligure regie neH’identica posizione, fissa attentamente la scena che si svolge innanzi ai suoi occhi, e piu che un padre addolorato esso pare un accigliato indifferente spettatore. Può una figura simile corrispondere alla concezione etica elevata che si rispecchia nel grui)po centrale? Non troj^po veramente. D’altra parte il Michaelis, studiando il rilievo dell’ara, nota che rAgamennone non s’accorda con le tre ligure centrali nè stilisticamente nè eticamente. Per la parte etica almeno l’affermazione pare troppo recisa, e lo staccare cosi violentemente (piesta figura da tutto l’insieme della composizione ])otrel)he sembrare rischioso. Ad ogni modo la conclusione che s’impone dalla precedente discussione sarebbe (piesta, che la figura di Aga¬ mennone per l’originale delle nostre tre opere è incerta. Qui conviene ricordare la pittura dell’oecus grande della casa dei \Attii (i) , nella quale il Mail riconosceva Puccisione della cerva, sacra ad Artemide, per opera di Agamennone, opinione già confutata da Plerrlich (2) in modo da poter senza esitazione ritenere la pittura appartenente al mito d’Ifigenia. Il momento ra]ipresentato si rannoda a quello del vaso basilicatense (r) ed è di poco jiosteriore; i motivi nei vari iiersonaggi sono assai simili a quelli del vaso, sol¬ tanto nella iiittura pompeiana l’artista ha voluto illustrare il momento immediatamente sus¬ seguente alla sostituzione d’Ifigenia con una cerva, e si è servito ]ier (piesta illustrazione di elementi tolti ad altre conqiosizioni dello stesso soggetto a lui famigliari: ed ecco come, anche a prima vista, l’(ìsservatore è portacO ad un confronto e ad un ravvicinamento del dipinto al vaso basilicatense (3). Un’altra pittura jiompeiana (4) ripete la scena del sacrifizio d’Ifigenia in motivi che molto s’avvicinano a cpielli del gripipo .1; soltanto il numero dei personaggi è assai limitato: Ifigenia, Calcante, ed una figura velata a sinistra, (piest’ultinia di non concorde denominazione. Anzi tutto è bene scindere dalla scena rap])resentata la figuretta alata sull’edificio a sinistra, chè nulla ha d’intrinseco con la ra])presentazione e potrebbe benissimo essere stato un abbelli¬ mento deH’edificio, male inter])retato dallo Zahn, tanto ])iù che la pittura, ora del tutto sva¬ nita, era già assai malandata quando fu disegnata. (r) SoGT.i.‘\NO, Mon. ani., i8(j8, p. n. 2, t. XI. i; M.\u, Róm. Mitili., 1896, p. 69, n. 143. (2) Ardi. Amdger, 1896, p. 206. (3) Il sacrifizio (li una cerva in luogo d’Ifigenia è csj:)resso anche in due Impronte daH’Istituto, IH E. libro 28, soggetti anteomcrici, n. t2 e 15. (4) Helbig, Wandg., 1303; Amelung, Róiii. Mìith., 1905, p. 306; Z.\HN, II, 61. lOI La figura seduta è velata, e con la destra sorregge il capo col gesto caratteristico dell’A.- gamennone dell’ara, il volto esprime dolore che paralizza ogni volontà ed ogni azione nella fissità vuota e senza pensiero dello sguardo; l’unico elemento sfavorevole all’identificazione con Agamennone è Tesser la figura sbarbata. Ma è sufficiente ciò per una diversa denomina¬ zione, quando si conoscono le condizioni di conservazione della pittura? D’altra parte la deno¬ minazione di Achille incontra difficoltà non superabili, e resterebbe quindi a concludere che la figura è un Agamennone mal compreso e travisato quanto si vuole, ina pur sempre ricono¬ scibile, espresso in un motivo che si direbbe una derivazione libera da quello celebre di Timante. Gruppo B. Questo gruppo si compone di una serie abbastanza numerosa di urne etrusche (i), e del celebre dipinto pompeiano (2) della casa del poeta tragico. Le urne (3) costantemente ci offrono la stessa azione espressa con gli stessi mezzi artistici e con la presenza degli stessi personaggi principali negli identici motivi. Nel centro un altare, sul quale è indicata o no una fiamma, a destra il sacrificante in abito di guerriero, con' la spada nella sinistra mentre con la destra tiene sospesa sul capo della vittima una patera umbilicata nell’atto della libazione; Ifigenia, portata all’altare, è tenuta al di sopra di esso mentre ancora tenta un’ inutile resistenza, il suo corpo è visibile nella parte' superiore eretta, mentre le gambe, in posizione orizzontale, sono nascoste dalla persona che la porta: questa è vestita come il libante, ma copre il capo con un pileo, mentre il sacrificante per lo più è a testa nuda o porta un berretto frigio. Date le caratteristiche con cui sono rappresentati, si diranno Odysseo l’uno, Agamennone l’altro. Altro elemento costante è l’indicazione del miracolo, che salva Ifigenia, mediante una ninfa con una cerva tra le braccia. A questi in parecchie urne si aggiungono nuovi personaggi, principali Achille a sinistra e Clitemnestra a destra, entrambi inginocchiati e in motivi perfet¬ tamente corrispondenti di preghiera e disperazione. Nel dipinto pompeiano 1304 H. abbiamo una concezione dell’atto del sacrifizio analoga a quella delle urne, ed il gruppo centrale, formato da Ifigenia e da coloro che la portano, ripete abbastanza fedelmente i motivi dei rilievi etruschi tanto da non poter disconoscere una affi¬ nità intrinseca. Ma per quel che riguarda il merito te.stimoniale, per dir cosi, di queste opere d’arte, il dipinto a priori potrebbe reclamare in proprio favore una maggiore fedeltà come opera d’arte pittorica, laddove le urne, dovute il più delle volte a rozzi scalpellini, sono note per la loro inferiorità artistica. E’ notevole che mentre nelle urne Agamennone, caratterizzato come (i) Brunn., I rilievi delle urne etnische, I. (2) Helbig, Wandg., 1304. t. XXXV-XLVII, 26 ; Schlie., Etr. Aschenkisten, (3) Le urne volterrane, classificate a parte dal p. 60 e seg.; Ribbeck, Róm. Trag., p. 99 seg; Brunn, mantengono anch 'esse l’identico concetto Gonze, Vorlegebl., s. 5'"^, t. X 2-4. fondamentale delle perugine. 102 — • guerriero, prende parte atti\'a aH’azioiie come sacrificante, nella pittura il sacrifizio sarà com¬ piuto da Calcante, ed Agamennone è rappresentato nel motivo di velamento identico all’A- gamennone dell'ara di Clconiene. Ora questa figura velata, d’origine indulrbianiente timairtea, è la più importante pel nostro scopo, lividentemente essa non può originariamente appar¬ tenere a tutti e due i griqipi; ma in (juale dei due è interpolata? Il Michaelis la credette tale neU’ara di Cleomene, e cosi dalla maggior parte degli archeo¬ logi fin qui non è stata messa in dubbio la pertinenza al gruppo B (i). Ma, esaminando più attentamente la pittura, nella sua composizione notiamo una certa mancanza di organicità.' la figura di Agamennone non è in nessun modo legata all’azione che converge tutta verso il punto opposto, nessuno dei partecipanti al sacrifizio, sia ])ur idealmente, mostra un rapporto ([ualsiasi col padre della vittima, il loro sguardo è \'olto verso l’alto. È vero che ciò potrebbe spiegarsi con l’indicazione del miracolo, ma cotesto miracolo sareblre mai per caso espresso con le due figure in alto? Ca donna afferrata alla cerva o non è Ifigenia, che già è rapirresen- tata nella parte principale del epradro, oppure (e deve intendersi che la scena espressa in alto si riferisca ad un momento posteriore al sahaunento) non è in coerenza con l’azione e con i motivi delle figure del piano inferiore. Di più le urne costantemente ci indicano il modo con cui il miracolo era rappresentato, ed una sola volta neH’urna chiusina, volendo lo scalpellino rappresemtare il miracolo stesso, è posta presso l'altare la cerva, mentre Ifigenia è portata via da Artemide. Le urne etrusche danno inoltre come jmesenti al sacrifizio personaggi, fra i quali gi;'i notammo Achille e Clitenmestra, mentre la pittura limita di molto il numero di essi, di modo che potrelrbe ritenersi il dipinto pompeiano come un’abbreviazione della composizione origi¬ nale (2). li per ({nel che riguarda Agamennone le urne gli attribuiscono un ufficio ed un’azione opposta addirittura a quella che ha nel dipinto; una modificazione per questa figura è quindi avvenuta rispetto aH’originale del gruppo B, ma la modificazione avvenne nelle urne o nella pittura pompeiana? Forse con i soli mezzi addotti fin qui non si otterrà una risposta decisiva. Certo le conside¬ razioni esposte scuotono un po’ la fede che rAgamennone timanteo sia originale nella compo¬ sizione del gruppo B. ma d’altra parte neppure può credersi dimostrato tale pel gruppo A, e cosi l’uno e l’altro gruppo si contendono il vanto di essere derivati da Timante. Credo che la luce veirga da un ultimo monumento, assai umile e grossolano, il musaico d’Ampurias (3), che a prima vista si direbbe indipendente daU’uno e dall’altro gruppo. La fi¬ gura d’Ifigenia però s’accosta all’Ifigenia quale ci è data dai monumenti del gruppo A, benché (1) Già I’Amelung [Koììì. Mitili.. 1905, pa¬ gina 306) aveva notato, invero, che la figura (fi Agamennone nel dipinto non poteva accordarsi coi motivi più recenti del grupjio centrale. (2) Nella pittura troviamo l’indicazione di sassi posanti sul suolo. Ora nelle urne ritroviamo la presenza di questi sassi, ma collegati ad una scena vivace di lotta, fra vari personaggi, ciò che induce a pensare che nella pittura forse altri elementi siano stati omessi. (3) V. tav. d’agg, A; I{eydemann, Avch. Zeit.. XXVII 1869, p.7 ; Scìilie., id.p.go: Gonze, Vorle- gebl. s. fp, t. X i; Schulten in Neue JaìirbiicJiey fiir das Klass. Altevtum, 1907, I. p. 343, tav. II. Ausonia. 1909, 1 I'av. d’agg. a MVSAICO DI • AMPVRIAS. ne) musaico l’espressione sia naturalmente diversa; ed è notevole poi che la figura che conduce la ^dttima ricorda il sacrificante del vaso hasilicatense per la foggia deH’himation e la lunga asta che stringe nella sinistra. Ma di iriù , in alto, c’c il gruppo di Artemide con la cerva; quest’ul- tima è assolutamente identica nella mossa e nella direzione a sinistra a quella del vaso e del rilievo di Termessos; che essa nel dipinto vascolare sia coperta da Ifigenia è già stato spiegato (i) e non ne viene scossa la concordanza; anche la figura di Artemide offre tale rassomiglianza con la corrispondente della pittura da non potersi attribuire al caso, inalar pensare che esse de¬ rivino da uno stesso originale. Ancora nel musaico abbiamo ripetuta la figura del giovane mi¬ nistro del culto, che, per quanto in ^'eduta diversa, ripete il motivo del ministro nel dipinto vascolare (2). Tutto ciò impone la conclusione che anche il musaico sia una derivazione dall’o- riginale del gruppo .1, ed anzi, poiché i rilievi possono avere omesso alcune figure, e modifi¬ cate le vedute secondo leggi proprie del loro genere d’arte, il musaico, per quanto rozzo, potrà contenere un maggior numero di elementi e più fedeli all’originale. Abbiamo infatti in esso una scena composta di vari personaggi, alcuni dei quali caratterizzati in modo tale da poter senz’altro riconoscere in essi Odysseo, Calcante. Menelao, ed il giovane Achille, quest’ultimo assai convenientemente in disparte dal centro ove deve compiersi il sacrifizio (3), ed altri non troppo bene identificabili; tali il giovane che a sinistra, dietro la colonna, guarda con indiffe¬ renza la scena, ed i vari altri spettatori posti dietro il gruppo centrale. Quanto al primo poiché, togliendo la colonna, esso viene a trovarsi ri.spetto ad Ifigenia nell’identica posizione del gio¬ vane nudo nei due rilievi dell’ara fiorentina e dello scrigno d’avorio, si é tentati fortemente di avvicinarlo ad esso, e vien fatto allora di pensare a Diomede, amico e cooperatore di Odys¬ seo in tutto l’intrigo precedente al sacrificio (4). Ora nel musaico a sinistra si presenta Aga¬ mennone, e che tale sia questa figura è innegabile per la posizione sua, pel dolore che mostra, e pel gesto delle braccia. Questo Agamennone nel motivo generale corrisponde così indub¬ biamente alla figura velata dell’ara di Cleomene, e la mancanza del velamento si deve at¬ tribuire ad una di quelle trascuranze o ignoranze dei copisti che anche rispetto agli elementi più caratteristici delle composizioni non sono inaudite, e non sarebbe la prima volta che un copista modifica. Cosi avremmo ripetuto in due monumenti che si rivelano del gruppo A questo motivo di Agamennone; e, considerato che già forti dubbi si affacciavano sulla pertinenza di questa figtira all’originale del gruppo B, dobbiamo concludere che l’Agamennone velato appartiene ([) Lòwy, Róm. Mitth., 1896. p. 258. (2) Su tali variazioni nelle riproduzioni cfr. Lòwy, Zum Repevtoriimi der spàteren Knnst in Mélanges Nicole. (3) Cfr. Eur., Iph., A., V. 1427 segg. (4) Che possa essere Achille come afferma il Michaelis, è più che inverosimile. Già l’Over- beck avea mostrata l’ assurdità di una tale azione pel giovane eroe; e se, come il Michaelis stesso osserva, la tragedia euripidea sta a base della composizione, Achille dovrebbe o presen¬ tarsi armato attendendo la fidanzata presso il tempio della dea, come nel musaico, o dovrebbe essere identificato nella funzione del giovane ministro del culto. aU'origiuale del grupjxì .1, e che le discordanze stilistiche notate dal i\Iichaelis saranno dovute al copista che nel griipT)o centrale dell’ara avrà usato una stilizzazione più consona al carat¬ tere sininietrico ed araldico del gruppo ed alla sua aiiplicazione ad un corpo cilindrico. E l’A- eaniennoiie ^'elato, di cosi forte espressione psicologica, \'a perfettamente d’accordo con l’Ifi- genia ispirata ed ini elevato concetto etico, laddove ])oco s’accorderebbe con il sacrifizio, come è es]ìresso neH’originale del gruiipo B , nel quale aH’Iiìgenia, sollevata a viva forza ed agitata, .assai meglio si adatta rAgameimone impassibile sacrificatore. li (piesta conclusione è a\-valorata dalle fonti, che parlano dell’opera timantea, le quali aH’Agamennone velato uniscono un’Iljgenia k stiuiie ad aras (r) », non u deditcfa )) nè sublata riniìii iiianilnis (2) >. ed un’indiretta conferma ne dà l’ejiilogf) della tragedia euripidea. Ora sia o no questo epilogo di mano di Euripide il vecchio (]), e nel caso che fosse di liuripide il gio- \-ane sareldre iier noi ancor iiiù proliativo dando una versione del mito addirittura opposta a quella data da Euri])ide di Mnesarco neU’Ifigenia in Tauride (4), è innegaliile che esso s’accorda niiralìilniente col concetto timanteo, tanto che se ne riceve rim].iressione che le due opere, la poetica e la pittorica, siano irtimamcnte legate (5), e tanto più se si jiensa che l’attività di 'rimante si svolse nelle ohnqiiadi qo e 100 e la tragedia fu rappresentata dopo la morte del¬ l’autore (405 a. C.). Con l’aiuto (|uindi delle fonti letterarie e dei monumenti del gruppo . Spossiamo tentare una generica ricostruzione della pittura timantea, e se da uno dei monumenti possiamo atten¬ derci maggiori indicazioni, è certamente dal musaico d’Ampurias che iier la sua natura può meglio conservarci la disposizione e fors’anche i motivi deU’originale ])ittorico. fie fonti (6) che ci danno notizia di questo dipinto celelirato concordemente nominano Calcante, Odysseo àlenelao ed Agamennone: Valerio Alassimo aggiunge un a clauiaiitcm Aiaceiu ». Ma x\iace non è mai stato connesso in modo particolare al sacrifizio d’Ifigenia, mentre un altro guerriero è legato strettamente a questa azione e vi prende parte attiva, Achille; e poiché tutte le fonti ne tacciono, mentre per gli altri personaggi usano un formulario stereotipato, possiamo crederla un’aggiunta di Valerio Massimo. Ma le opere figurate attestano la presenza di altri personaggi, cioè del ministro del sacri¬ fizio (7), di Diomede (8), ed un certo numero di spettatori (q). Che il ministro del sacrifizio non sia ricordato nelle fonti letterarie non desta meraviglia, data l’umiltà della sua mansione (1) Pl., Nat. HisL, XXX\', 73. (2) Lucr., De ree. uaL. I, 95. (3) Cfr. G Vitelli, Intovuo ad alcuni luoghi della Ifigenia in A ulule di Euri fide, p. 31 segg. (4) V. 6 scg. V. 360 c 7.S4. (3) Peisch, Gvieclì. Weihgesclieuke , p. 117 c segg.. i2(> .segg., contro Pizzo Studi archeo¬ logici sulla tragedia e sul ditirambo >> in Rivi¬ sta di l'ilologia, XXX, 1902, p. 432 seg: Robert, Niohe, p. IO : H.lxiser in lahresh. d. òsterr. ar- chaeol. Inst., Vili, 1905, p. 33, nota 12. (o) Cic., Orator., Z2\ Brutus, 18; Quixtil., II, 13; Val. àl\x., à'III, IT, ext. (>. (7) Ara di Cleomene, cassetta d'avorio, vaso, basilicatcnsc, musaico. (8) Ara, cassetta, musaico. (9) Musaico. — 107 — (lo\'endosi in una rapidissima menzitme accennare soltanto ai personaggi psicologicamente ])osti in rilievo dall’artista, e tanto più, se ci è concesso in certo modo anticipare nelle concili^ sioni, che essi formano il nucleo centrale dell’opera, (|uello che primo e maggiormente colpisce lo sguardo e che anche in un accenno fugace deve essere notato. I^e due ultime osservazioni spiegano anche il silenzio rispetto a Diomede, che non poteva mancare accanto ad Odysseo, come pure era necessaria la presenza di Aehille (i) l’unico difensore della vittima. Quanto agli altri assistenti si può credere probabile che fossero presenti eome rappresentanti dell'esercito (2), essendo la loro presenza attestata dal musaico e dai versi euripidei in cui è descritta la scena del sacrificio. Che vi dovesse essere un’indicazione locale ce lo dicono alcuni dei nostri monu¬ menti, e si è tentati fortemente di identificarla nel platano dell’ara e del musaico, quel pla¬ tano miracoloso al cui tronco con le sue spire si era avvoltolato il òpaxojv è-\ v^xy. ozooivo? - (TjxspòaXeo; (3). E molto più è possibile una simile indicazione in un pittore come Timante che doveva sentire quanto questo elemento, consacrato dalle parole del poeta, racchiudeva in sè di rappresentazione ; esso era il simbolo dello svolgersi di tutta la lotta dei Greci, e della loro vittoria finale per la quale occorreva anche il sangue della fan¬ ciulla regale che stava per sacrificarsi. La posizione fin ad un certo punto e l’espressione dei personaggi si deducono dalle parole di Plinio, dalla descrizione euripidea, e dai monumenti stessi. Ifigenia, in piedi, innanzi all’altare (4), peritura cioè prima che cominci la cerimonia, me¬ sta ma rassegnata; a lei vicino Odysseo che l’accompagna all’ara non come persona che sor¬ regga, ma che guidi; Calcante, qualche passo discosto, già pronto alza il coltello sacrificale con la destra e il suo occhio meccanicamente segue questo suo gesto, ma qualcosa di soprannatu¬ rale ferma il suo sguardo che là verso le nubi, la dimora dei celesti, si affissa dilatandosi e si concentra, mentre il sacerdote, vinto dal veggente, dimentica la scena presente (5). Ed ecco un’altra parte della pittura, non meno importante del gruppo centrale, si delinea in alto, l’intervento di Artemide che salva Ifigenia e la cui venuta il axvT'.; vede o prevede. Aga¬ mennone si volge altrove coprendosi, e INIenelao, sopraffatto dal dolore e forse dal rimorso lacrima e geme: Achille, pari a sè stesso, sdegna nella sua fierezza di mostrare il suo dolore con atti esteriori, ma cupo nella sua tristezza segue lo svolgersi della scena un po’ in disparte, presso il tempio della dea, senza mescolarsi al volgo nè a quei principi feroci e vili che in pre¬ senza di tutto l’esercito non arrossiscono di piangere e dolersi al compimento delle triste loro mene. E come contrapposto la figura giovanilmente impaziente di Diomede che assiste indif- (1) Musaico. (2) Ipli. A.. V. 1545 seg.; cfr. anche Ant. Lib. « ol apiaTEii; où a)Aà r.a'/xic ’srpE'iav cìXXr, tic oi{/£ic ». (3) II. B. 308. E chissà che una indicazione locale simile non abbia dato origine all’ Igea della cassetta d’avorio ? (4) La presenza dell’altare del sacrifizio è con¬ fermata da. alcune delle nostre opere, e sopra¬ tutto dal frammento di vaso aretino. (5) Cfr. l’espressione della nobile testa di Cal¬ cante nel dipinto pompeiano 1305 H., e quella che lo stesso ha nel musaico d’Ampurias. ferente airazione, di imi] 'altro desideroso che di rompere Tindugio imposto al suo spirito bel¬ licoso: il ministro del sacrifizio in un posto secondario presso l’altare, e come sfondo alla scena l’esercito degli Achei affollato « ’ Apyjiojv i/Xo; - ». Si delinea quindi abbastanza chiaro nella nostra mente il contenuto del dipinto timanteo, almeno nella disposizione e nei motivi generali delle singole ligure, e nello S])irito di grandio¬ sità e di eroismo, di mestizia e raccoglimento, reso più intenso dall’attitudine dolorosa dei presenti e daH’espressione ispirata del veggente, che ])ervade e ])enetra tutta la scena (l). Una simile composizione è certo in tutto conforme all’arte del pittore nel quale « ciim sii ars siintiìui, iìigeìiiiiììi taiìieii ultra, alieni est, e pel c(uale l’elemento psicologico assurgeva a line principale, perchè a])i)unto per mezzo di questo lo spirito dello spettatore era spinto ad una visione t)ltre la rappresentazione, ed abl)raccia\’a tutto un ciclo d’azione con un solo sguardo sintetico e comprensi\'o. Itoma, Felibraio 1009 MARIA MADDALENA MICHELA. (i) Cfr. Amei.uxc;, Róiil Mìtili.. XX, 11)03. p. 308 c seguenti. •a f f'" S., '" . ■VX --Tf i - - I BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO E RECENSIONI 3 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO STORIA ED ANTICHITÀ ROMANE L'Imperatore Licinio. Ottone Seeck studia nel Rhein. Museiim LXIII (1908), pags. 476-479, le fe¬ ste quinquennali dell’ imperatore Licinio e le col¬ loca nell’a. D. 313. Fabio pittore e Sallustio. Articolo di G. Costa nella Rivista di Storia Antica XIII (1909) p. 30-40. Celio Rufo. Contributo alla vita dell’ oratore M. Celio Rufo di F. Mlinster, Hermes XLIV (1909) P. 135-142. Il campo di battaglia nella foresta di Teiitburgo. Studio topografico di Erich Wilisch sul luogo ove avvenne la battaglia di Varo (Nette lahrb. f (ir Kl- Alt. XXIII (1909), p. 322-353). Lo studio è ac¬ compagnato da una buona bibliografia dell’argo¬ mento. Alani. Contributo alia storia degli Alani di E. Tàu- bler in KHo, IX {1909), p. 14-28 Gli Alani ven¬ gono per la prima volta menzionati da Lucano, de bello civ. 8, 223, circa gli anni D. 64/5. Guerra annibalica. Sulle campagne avvenute al principio dell’a. 217 e la battaglia del Trasimeno, studio di E. Sadée, KHo, IX (1909) p. 48-68. Sulla battaglia del Trasimeno è anche lo studio di Thomas Asbhy nel Journal of Pltilology, XXXI (1908) p. 117-122. Campagna contro gli Elvezi nell’a. 58 a. Cr. Numero dei partecipanti. B. A. MLiller, KHo, ibid. p. 69-75. Campagna Flavio-Vitelliana del 69. Appunti di L. Valmaggi, KHo, ibid. p. 252-253. Sulla cronologia della prima guerra Macedonica. Studio di V. Costanzi negli Studi storici per l’anti¬ chità classica, I (1908). p. 31-45. Trionfo e Voto. Studio diffuso di G. Beseier in Hermes XLIV (1909), p. 352-361 sul triumphus che è una voti solatio. Giuochi scenici. Alberto Miiller studia le fonti alle quali possiamo attingere per conoscere la con¬ dizione dei giuochi scenici da Costantino Magno lino a Giustiniano (Nette Jahrb. fitr Kl- Altertuni) XXIII {1909), p. 36-55. Trionfo Romano. 11 trionfo era dapprima una istituzione sacra, il compimento di un voto, e solo più tardi divenne una onoranza personale del vin¬ citore (R. Laqueur, Hermes, XLIV (1909) p. 215- 236). L'incendio di Roma dell' a. 64. Studio di A. Pro¬ fumo, che chiarisce meglio le conclusioni a cui giunse l’A nel suo poderoso volume : Le fonti ed i tempi dell’incendio Neroniano. (Rivista di Storia Antica, XIÌl [1909] p. 3-29). Romani e Liguri. Articolo di A. Solari sulle guerre dei Romani coi Liguri per la conquista del territorio Lunese-Pisano, negli Studi Storici per l’an¬ tichità classica I (1908), p. 58-84. Rutilio Rufo. Studio di E. Pais nel periodico sopra citato, p. 85-122 sulla vita, sui frammenti dell’ autobiografia e sul processo repetundarum di P. Rutilio Rufo. Napoli Antica. Studio topografico di A. Pirro, sulla porta Ventosa di Napoli antica, nello stesso periodico, p. 199-223. Etoli. V. Costanzi esamina le relazioni degli Etoli coi Romani, dopo la pace di Fenice, ibidem, p. 420-442. Catilina. Quale sia il nucleo storico nella tradi¬ zione della congiura di Catilina. Studio di E. Cia- ceri, nel period. cit. p. 511-561. Tacito. Studio di E. G. Hardy su Tacito come storico militare nelle Istorie nel Journal of Philo- logy, XXXI (1908) p. 123-152. Sodalicia vernacitlorum, B. Filow pubblica nel periodico Rito IX (1909), 253-259, un frammento di un’iscrizione bilingue rinvenuto in Sofia nel quale è menzionato il sodalicium vernactilorunt. XII Tavole. L'età della redazione e della pub¬ blicazione delle lep^gi delie XII tavole. Studili di E. Studi storici per l’ A classica, 11, (1909) p. 1-151. Alodificazioni alle leggi dei Gracchi. Studio di (Giuseppe Corradi sopra la leKy;e pi'ohabiliiiente del tribuno della plebe A'iinucio Rufo (a. 121 a. Cr.); sulla le.x agraria, anonima, del 111 a. Cis, e sulla lejifie di Spurio Torio, ibidem p. 65-80. Questioni Ptiniane. Studio di Giovanni Cost.i sui frammenti della cronoj^ratìa di Nipote; sulle traccie nella Naturalis liistoria dell’epitome liviana nella Pivista di Storia Aulica, XII (1008) p. '527-1531;. Appunti auuibalici. Continuazione de^li studi di T. Montanari: sullo Chappuis e la questione se An¬ nibaie ra^^iunse o almeno s’avvidm'i grandemente .ille nevi perpetue; sul passo di Polibio (III, 41,2) è-'i vf|V (iipaCv ; Mill’origine del testo liviano XXI, 3 1, ibidem, pag. 536-544. Diocesi e officine monetarie. G. B. Mispoulet nei Comples Reudus de l'Académie des luscriptious 1908, p. 254 e seg. dimostra, contrariamente al pa¬ rere del Mommsen, che, nè al tempo di Idiocle- ziano, nè sotti.) i suoi successori, vi fu una con¬ cordanza fra il inimero delle diocesi e quello delle officine monetarie deUampero. Esercito romano. 1 Bo/iner Jalirbucher, vt)\. 117 (1908) contengono uno studio ampio ed eccellente di A. Domaszewski sulla Rangorduung dell’esercito romano (p. 1-27S). Emilio .Scaltro. Nella biblioteca della Facoltà di Lettere di Parigi (volume XXV [1909]) si contiene uno studio di G. Biodi intorno a M. Emilio .Scaltro elle vuol essere un contributo alla storia dei p.artiti nel settimo secolo di Roma. Eonti del diritto Romano. Col titolo di Eoiites Iiiris Romani anteinstiniaiii, i professori S. Idcco- bono, G. Baviera e C. Ferrini (quest’ultimo, rapito pur troppo alla scienza, prima che il lavoro fosse pub¬ blicato) hanno pubblicato un m.inuale delle Fonti del diritto romano antegiustinianeo (Firenze 1909), sul tipo di quello del Bruns e di quello del (firard. l.a parte prima illustrata dal Riccobono contiene le leggi propriamente dette : i senatoconsulti e le costituzioni imperiali. La seconda parte curata d.il Baviera con¬ tiene le istituzioni di Gaio e i frammenti di altri giu¬ reconsulti romani, di raccolte giuridiche, come i co¬ dici Gregoriano ed Ermogeniano e le leges saecnla- res tradotte in latino dal siriaco dal compianto Ferrini. 11 manuale è utilissimo ma il prezzo troppo aito (lire 17) lo renderà .accessibile a pochi. Plebe Romana. Giulio Binder professore di di¬ ritto all’Università di Erlangen ha testé pubblicato Col titolo Die plebs un grosso volume di 630 pa¬ gine (Leipzig 1909) in cui tratta dell’origine e dello sviluppo dell.a plebe rom.an.a. La Tavole d' Eraclea. G.aet.ino De Sanctis, nelle note di epigrafia giuridica comunicate al- V Accad. delle Scienze di Torino 1909- io, tratta della famosa tavola di Eraclea designata per lungo tempo come lex lidia Miiiiicipalis c sostiene che il testo di cotest.a tavol.a non è nè una lex data, nè una lex rogala, ma un.i raccolta di excerpta di leggi romane promulgate di recente, fatta a cura della città di Eraclea, e che avevano m.aggiore in¬ teresse per gli Eracleoti. Proprietà individuale in Ifoma. È un frammento dell’opera sulla proprietà fondiaria in Roma che ilcompianto Paolo Guiraud stava preparando quando l.a morte lo colpi nel pieno vigore della sua opero¬ sità scientifica (Renne des Quest. Historiques 85 ( 1909), iragine 3 5 5-356). Sidonio Apollinare. Continuazione degli studi importanti di Paolo Allard sopra l’eminente poeta del secolo quinto, ibidem, pagine 49-66. Istituzioni Municipali. Seguito degli ottimi studi di 1. Declareuil sulla storia delle istituzioni muni- cip.ili durante l’impero romano: il enrator civitatis il defensor civitatis, e l’amministrazione delle città. Nono. Renne de Droit Er. et Étr., 1908, p. 28-65 : 542-577; 674-689). Il privilegium in diritto pubblico alla fine della repubblica romana. Studi di H. Legras, ibidem, p. 584-611, 650-664. Il Marmo (sic) d’Aljnstrel. Nuovo studio di E. Cuq sull’ import.mte iscrizione tornata in luce nel 1907, ibidem, p. 665-673. La leggenda storica dei primi secoli di Roma. Studio di (j. De Sanctis nel Jonrnal des savants 1909, p. 126-132; 205-214. Parmeniaiio. Studio di P. Monceaux sopra uno dei capi del donatismo in Cart.agine: ibidem 1909, p. 19-26; 157-69. Panly-Wissowa. È di recente uscita la seconda parte del sesto volume della Enciclopedia Reale del P.iulynel rifacimento del Wissowa e che comprende gli articoli da Enxantios :\ Eornaces. Notevoli: Exercitns (Liebenam), /-àr/rr/ (Kornemann) ; Fasti (Wissowa e Schoen) ; I Elavii (Weynard); Eoedus (K. 1. Neumann). Frontiera dell' Fnf rate. È il titolo di una dotta nionoj^rafia di V. Chapot che forma il volume 99 della Biblioteca delle Scuole Francesi di Atene e di Roma (Paris 1907). L’A. vi studia specialmente le condizioni dell’ Arnienia, della Mesopotamia e della Siria da Pompeo alla conquista araba. Pozzuoli antica. Eccellente studio di C. Dubois (volume 98 della Biblioteca sopracitata, Paris 1909) sulla storia e sulla topografìa dell’antica Pozzuoli. Imperatori Romani. Una buona storia degli im¬ peratori romani dalla morte di Cesare fino a Diocleziano ha testé pubblicato in due volumi con illustrazioni (Leipzig. 1909) Alfredo Domaszevvski. Luigi Cantarelli. EPIGRAFIA ROMANA. Lamina di bronzo con iscrizione riferibile alla guerra dei sodi italici. Una antica lamina di bronzo inscritta rinvenuta già da qualche tempo in Roma, e per fortunata combinazione (di cui il merito prin¬ cipale spetta al eh. prof. Giuseppe Gatti) acquistata per il Museo Capitolino, contiene due decreti ema¬ nati da Gneo Pompeo Strabone, padre di Pompeo Magno, quale comandante supremo degli eserciti romani nel Piceno durante la guerra sociale (91-88 a. Cr.) coi quali decreti viene concessa la cittadi¬ nanza romana con donativi militari, ad alcuni sol¬ dati ausiliari di cavalleria reclutati nella Spagna che componevano la TVRMA SAL.LVITANA. 11 mo¬ numento importantissimo e pieno di molte difficoltà epigrafiche è pubblicato con dotto e sagace com¬ mento dal Gatti nel Bullettino della Comm. A. C. di Roma XXXVl (1908), p. 169, 226. Intorno alla stessa iscrizione sono stati pubblicati altri scritti che qui enumeriamo: E. Costa, di una iscrizione recentemente scoperta in Roma (Rendiconti del- l’Acc. delle Scienze di Bologna 1908-09, p. i e seg ); E. Pais: Il decreto di Gn. Pompeo Strabone sulla cittadinanza romana dei cavalieri Ispani (Studi storici per l’antichità classica II ([1909], p. 113-162); G. Stara Tedde Una nuova importantissima iscri¬ zione romana attinente alla guerra sociale, Roma, 1909; G. De Sanctis, note di Epigrafia Giuridica; i decreti di Pompeo Strabone (Atti della R. Acc. delle Scienze di Torino, 1909-10. Appendice agli studi precedenti si può conside¬ rare quello della signorina prof. Lorenzi na Cesano sulle monete degli Italici durante la guerra so¬ ciale, Bull. Comunale, 1908, p. 227-240. Sigillo figulino. Nel territorio di Sgurgola tornò in luce un frammento di tegola bipedale, il cui bollo impresso dice cosi : princeps Pomponi Corvi corona servos. E questo uno dei piìi antichi bolli figulini i quali appartengono al finire della repub¬ blica e ai primi tempi dell’impero (Gatti, ibidem, p. 48-52). Lastra marmorea con iscrizione di Potito Mes- satla. In Roma è tornato in luce un frammento di iscrizione relativa a quel Potitus Messalla che nelle celebri tavole marmoree contenenti gli atti dei ludi secolari dell’anno di Roma 737 è appunto ricordato tra i quindecemviri che presiedettero a quei ludi. La iscrizione ricorda che egli fu q(uaestor); pr(aetor) ur(banus), console (lo fu nel 722) ; prò console di Asia e legatus di una provincia che gli editori della lapide, il Vaglieri e il Gatti, suppongono debba essere stata la Siria (Gatti, ibidem, 194-295). Un’altra lastra di marmo pure rinvenuta in Roma ricorda un Flavio Flaviano che dopo aver militato per ventitue anni, nella decimaquarta coorte urbana ed iscritto poi fra i veterani, ebbe l’ufficio di adiu- tor commentariorum at scrini(a) praef(ectorum), fu cioè adiutore per la registrazione degli atti negli archivi dei prefetti, probabilmente dei prefetti del pretorio, poiché sono, assai numerose nelle fonti epi¬ grafiche le memorie degli ufficiali a commentariis praefectorum praetorio (Gatti, ibidem, p. 295-296). Iscrizione votiva ai Lari compitali. Nel territorio di Amiterno è tornato in luce un piccolo momumento dedicato Lari compitali che è importante perchè, nei documenti antichi quasi sempre i lari si consi¬ deravano in due persone, mentre questo sarebbe il primo esempio di un titolo posto al Lare compitale (Barnabei, Notizie degli Scavi 1908, p. 143). Iscrizione di Capocotta. Nella tenuta reale detta « la Capocotta » si è rinvenuto un cippo marmo¬ reo che si riferisce ad un opera pubblica corrosa dal tempo che l’imperatore Gallieno restituì in stato migliore. La lapide che ricorda la designazione di Gallieno al consolato settimo è dell’a D. 265. (Ghislanzoni, Notizie 1908, p. 476 e seg.) Iscrizione di Viterbo. Sotto il pavimento dell’ar¬ chivio arcivescovile di Viterbo si è scoperta una antica base, illustrata dal Gamurrini (Bull. dell’Ist. Ardi. Germanico 1908, p. 107), eretto dai Feren- tienses in onore di Costantino. Iscrizioni di Ferento. Nelle esplorazioni archeo¬ logiche della società viterbese prò Ferento sono tornate in luce due importanti iscrizioni. L’una è l’iscrizione onoraria di L. Pomponio Rufo prefetto della cohors eqiiitota Macedoiìiini: della col/ors La- s/tanonair, e della cohors Baliaritun insiilariini nuoN’a neH'episratìa romana. La iscrizione sembra posteriore a Nerone. L'altra Lapide contiene la de¬ dicazione di T. Rnfilins Prisciis 111 vir. aedi/. Marti Aaginslo). Atilani, Notizie, 1008, p.ig-, 381. Iscrizione di Pozzuoli. Nel Bull. dcll'Ist. Ger¬ manico. [go8, p. 71-77, L Huelsen pubblica una Lipide di recente scoperta in Pozzuoli die con¬ tiene riscrizione onoraria di T. Caesius Antliianus onorato dalla su.i patria con pubblico monumento. Cesio, personajiKÌo delPordine equestre, occupò va¬ rie cariche, fra cui quelle di procurator fainiliae gladiatoriae nell'Italia settentrionale, nella Idalma- zia e in altri distretti e di procurator vigesiniae hereditatiuni nel tractus F.truriae, Umhriae, Ficea i e pars Campaniae. Monunientiun Ancyranuni. N. Vulié nella Rivista di Storia Antica XI li (1000) p. 42-46 sostiene che q:li strati appartenenti a tempi diversi che si vo¬ gliono riscontrare nel Monumento Ancirano non si possono distinguere l’uno dall’altro, perchè Au- q;usto li fuse insieme. Diplomi militari. In Limalo nell’lstria fu, non è molto, rinvenuto un diploma militare edito ed illustrato dallo Sticotti neW Archcografo Triestino, 118, s. voi. IV (igo8) p. 203. Il diploma ap¬ partiene alla fine di gennaio o al primo di feb¬ braio dell’a. [J. 194: è l’unico del secondo conso¬ lato di Settimio Severo e del suo correggente Clodio Albino del quale conserva i nomi completi fnora conosciuti dalle sole monete. Si riferisce ad un mi¬ lite della decima coorte urbana oriundo di Faenza, di nome L. Vespennio, il quale probabilmente com¬ piuto in Roma, il servizio militare, si domiciliò nella regione di Umago sebbene non esista traccia di quel gentilizio nella penisola istriana. Un altro diploma militare è stato rinvenuto in Tricornium : è del 29 giugno 120 consoli C Riddicius Marcellus e L. Rutiliiis Propinquiis (S. Reinach et M. Milloje Vassits in Comptes Rendiis de l' Academie des Inscriptions 1909, p. \^o). Con questi di Umago, di Tricornium, e con gli altri tre recentemente tor¬ nati in luce, di Roma, di Eining e di Magonza, i di¬ plomi anilitari raggiungono il numero 1 17. Iscrizione latina di Korbous (Tunisìa). Dalle rovine della colonna lidia Karpitanorum, situata vicino a Korbous nella Tunisia è tornata in luce la seguente iscrizione : D. Laelius D. f. Balbus, q. prò pr. assa destrictan solariumque faciundu coerav. Secondo il Merlin editore della lapide (C. R. de T Acad. des Insc. 1908, p. 120-125), D. Laelius Balbus sarebbe il questore del proconsole Q, Cor- nifcio, che avendo preso parte alla guerra che Cor- niticio, partigiano del senato, sostenne contro il pro¬ pretore della Numidia T. Sestio, agente dei trium¬ viri, fu vinto ed ucciso nel 42 a. Cr. È notevole nella lapide il termine assa equivalente di suda- torium o di laconicum che si incontra una volta in Cicerone (ad Quint fr. 1 1 1, i , 2), mentre è nuovo in epigrafa. Nuova è anche la voce destrictarium menzionata iu una iscrizione di Pompei del tempo di Siila (iJessau, 5706) e che designa il luogo ove i bagnanti er, ano strof nati con lo striglie; lo streg- ghiatoio secondo il LJe-Vit. Solarium sarebbe un quadrante solare che trovavasi di frequente nei pub¬ blici bagni. La iscrizione può considerarsi come una delle più antiche dell’Africa romana. Iscrizione di Miliana in Algeria. P. Monceaux pubblic.i nel Bull des Ani. de T'rance 1908, p. 291, un epitafo cristiano trovato recentemente in Mi¬ liana nell’Algeria che porta la dat.i dell’anno 275 dell’ era di Mauretania (A7 kal. decen. (anno\ pro\vinciae\(S(S\.W\ ) corrispondenteall’a. D. 314; l’epitafo ha la sua importanza perchè è la prima iscrizione cristiana che si rinviene in Miliana ed è posteriore all’editto di Milano. Conferma dunque la presenza dei Cristiani al principio del quarto secolo, nell’interno della Mauretania. Cippo miliare africano. Fra i molti cippi miliari che tornarono in luce lungo la via che univa The- veste a Thelepte e pubblicati dal Donau nei Mé- moires des Antiquaires de Fi ance, 1907, p. 437- 215, è notevole uno del tempo di Diocleziano e di Massimiano che ricorda Varius Flavianus vir per- fectissimus praeses provinciae Valeriae [Byzace- nae\, il qu.ile deve essere stato uno dei primi go¬ vernatori della provincia Valeria Byzacena \sT\t\Aici da Di(.icleziano. Luigi Cantarelli. 17 — RECENSIONI. Della Seta A. — La collezione Barberini di an tichità prenestine in Bull. d’Arte, 1909, pagina 161 seg. La illustrazione recente del gruppo di oggetti prei¬ storici già raccolto nella biblioteca Barberini, acqui¬ stato ora dallo Stato, apparsa nel Bull. d’Arte del Ministero della pubblica istruzione (111 fase. 5-6 p. 161 e seg.) mi induce a fare alcune osserva¬ zioni. Incomincio dai dati di fatto. Le cosiddette «frange» (13210) non spettano allo stesso oggetto al quale appartenne il cilindro; sono infatti saldate su di una asticella di argento lunga m. 0,225, manche¬ vole alle estremità, e malgrado ciò più lunga del cilindro ai lati del quale non possono corrispondere, anche per la struttura inferiore del cilindro stesso che aveva quattro punti di attacco, dei quali non si vede alcuna corrispondenza nè sulle frange nè sull’asticella che le riunisce. Su questo materiale da lungo tempo sto preparando un lavoro le cui tavole sono già compiute da oltre un anno, e nel relativo testo mostrerò che quelle frange appartennero al meccanismo di chiusura di un fermaglio da manto, la cui parte centrale era costituita dail’oggetto che nei citato articolo è detta « pettiera ». Nello stesso articolo è descritto anche un pen¬ daglio in « forma di testa femminile »; effettiva¬ mente ve ne sono i resti di un paio, che insieme al manico il quale ivi si dice riunito alla situla di avorio (io veramente i’ho visto disgiunto dalla me¬ desima così presso il sig. Volpi, come nel Museo di Papa Giulio), sono gli unici avanzi di una situla di legno rivestita di argento, come quelle Castellani (Mon. Istit. Vili tav. 26) e Regolini. Questo uf¬ ficio del resto era stato riconosciuto già dal Gar- rucci, dal Conestabile e dal Fernique. Così pure il riferimento alla tomba arcaica degli sciti di bronzo n. 13163, 13167 e 13204 mi pare più che dubbio; sono infatti pressoché intatti, ora ciò ed il numero rilevante avrebbe certo indotto qualcuno degli estensori dei vecchi inventarii ad introdurne la menzione nei medesimi; poi anche la forma eccessivamente allungata accenna a trasfor¬ mazioni tarde del tipo piuttosto che ad oggetti di età arcaica. Gli avambracci di avorio portano alla base dei fori di dimensioni relativamente grandi, profondi, generalmente in numero di tre, nei quali insieme al sig. Volpi notai resti di legno ridotto a piccole masse spugnose color tabacco, soffici e leggere; gli avambracci stessi aderivano adunque fortemente ad un oggetto di legno, e ciò rende poco probabile la opinione espressa dall’autore che siano stati mani¬ chi di ventagli 0 specchi, non vedendosi la ragione dell’interposto legno tra l’avorio e le piume 0 il metallo, sempre direttamente fìssati al primo proprio in quegli esemplari cipriotti e micenei, che secondo l’autore spetterebbero all’arte stessa, 0 per lo meno all’arte più prossima a quella colla quale sono or¬ nati gli esemplari Barberini, lo ritengo invece che abbiano fatto parte di mobili in legno e precisa- mente di piccole arpe, come quelle rappresentate così frequentemente sui rilievi assiri dell’epoca dei Sargonidi. Questi rilievi mostrano invero le arpe stesse adoperate coll’antenna, ad avambraccio, ver¬ ticale ; ma è chiaro che lo strumento si doveva suonare assai più agevolmente stringendo la cassa tra il braccio ed il fianco coll’ antenna orizzontale in avanti, ed a questo costume si riannoda la or¬ namentazione degli avambracci dei quali discorro, adatti a reggere delle corde armoniche legate agli sgu¬ sci anulari incisi tra ie zone figurate. Si noti inol¬ tre che i gusti musicali dell’individuo al quale era destinato quel corredo funebre sono rivelati anche dal corno da caccia, parimente d’avorio, raccolto tra gli altri oggetti. La ipotesi che l’alto rilievo del leone fosse ori¬ ginariamente posato sul piano a graticola mi fu suggerita già dal sig. Volpi : vi si opponevano però alcune difficoltà che non si poterono superare lì per lì, e che non vedo nemmeno discusse nell’articolo. Passando poi alla parte Illustrativa del medesimo, giustamente l’autore riconosce una intima correla¬ zione tra le oreficerie e gli avorii ; vi nota infatti la stessa associazione di elementi geometrici, fito- morfi e zoomorfi, questi adoperati nella ornamen¬ tazione delle zone, impiegati quelli a distinguerle; la comune adozione delle incrostazioni di ambra e l'impieK” del bronzo per raffor/nre i inarj^ini de^li oggetti. Ciò risulta dall’esanie degli avorii Barberini, ma il confronto colla produzione di questo periodo pro\’a inoltre che gli oggetti in avorio, originaria¬ mente placcati d’oro, con castonature d’ambra e di smalti, o riempimenti di stucclii policromi, dovevano addirittura imitare servilmente le coeve oreficerie, dalle quali si distinguevano Millanto per ia diver¬ sità della materia e quindi per il valore senza con¬ fronto minore. Gli ornamenti geometrici, la treccia, cioè, la linea spezzata ed il meandro, dopo il Boelilau ed il ( jhirardini, sono attribuiti dall’autore ai (Jreci ; se si ha presente non il solo materiale vascolare geometrico greco, ma anche quello ceramico ed eneo della età del bronzo tirrena, si deve in¬ vece convenire che quegli elementi erano già noti in precedenza, per cui riesce arbitraria la affer¬ mazione elle nella età del ferro siano da attri¬ buirsi esclusivamente all’arte greca. Anche l’argo¬ mento addotto dal Langbehn e da altri in favore della ipotesi che ioniche o in genere greche fos¬ sero le oreficerie tirrene, ripetuto già per questi avorii, desunto dalle origini del tipo della sirena, della cliimera e del centauro, mi pare privo di va¬ lore se si considera die i recenM studii sui mostri, sopratutto su quelli alati, tendono ad indicarne la anticlii 'Sima origine asiatica. L’arpia o sirena non è die la continuazione della ideografia colla quale gli egizi esprimevano il concetto dell’anima, come mostrano le vignette del loro libro dei funerali già nelle piii antiche edizioni a noi note, le quali risal¬ gono al medio impero; la chimera è rappresentata già dall’arte micenea, la cui diffusione in Egitto, in tutta l’Asia mediterranea e verso occidente al¬ meno sino in Sicilia, cioè alle porte del Tirreno, in¬ dica una delle vie per le quali quel tipo potè ivi pervenire, indipendentemente dal materiale greco del cosiddetto periodo geometrico; il centauro non è stato ancora osservato nel materiale egizio o asiatico, ma in quest’ultimo 1 tori e gli altri animali androcefali fanno intravedere la possibilità di un incrocio di forme umane .anche col cav.allo; appare pertanto evi¬ dente la possibilità che l’assenza dei confronti fuori del m.ateriale greco si debba attribuire semplice- mente alla scarsezza del materiale a noi pervenuto. Adunque la attribuzione esclusiva all’arte greca di quei tipi mi sembra arbitraria. Poi aiiclie ammettendo die il centauro e, se si vuole, anclie la cliimera siano di invenzione greca, io non vedo come il Langbelin e gii ìonisti successivi, oggi cosi poco originalmente seguiti in Italia, abbiano potuto affermare sempli¬ cemente in base a ciò l’origine ionica dell’arte del gioielliere tirreno e quindi delle sue imitazioni in avorio placcato e smaltato; ogni arte, anclie la più originale, essendo costretta ad assimilare gli elementi diffusi nell’ambiente in cui si esercita; e se invece di limitare il loro lavoro ad uno sminuzzamento dei tipi e dei motivi orn.anientali proprii dell’arte del¬ l’orafo tirren.a, scegliendo poi come elemento di studio quelli che presentavano punti di confronto Col materiale greco, a loro meglio noto, avessero tenuto conto di tutti gli altri elementi per i quali tali confronti erano impossibili, forse le conclusioni sarebbero state ben diverse. La figurazione eseguita su di un recipiente di bronzo, posta a confronto con quella die adorna le oreficerie, induce l’autore a ritenere die l’arte dei caldieuta fosse ben distinta da quella dell’orafo e diversi gli artefici ; ma quel confronto mi pare ina¬ datto ed insufficiente a trarne questa conclusione, poiché una diversità ugualmente profond.a si nota tra la figurazione su quello stesso recipiente, sul sostegno Bernardini o gli altri vasi di quest’ultimo corredo che spettano alla stessa arte e quella colla quale sono ornati gli altri bronzi figurati tirreni, per esempio colla figurazione espressa sulle lamine del trono Regolini e sui notissimi scudi tra cui quelli dell.i stessi! tomba Barberini, per 1 quali viceversa questa distinzione di fondachi non è fatta. D’altra parte il tipo assolutamente identico di parecchi oggetti di bronzo e di oro, l’uso del rame o del bronzo nelle anime degli oggetti in bronzo o rame dorato, sono argomenti che mi inducono a pensare del tutto di¬ versamente in proposito. Certo il confronto colla attuale divisione del lavoro suggerirebbe quella con¬ clusione, ma se invece si cerca di trar luce dalle notizie presso a poco coeve intorno allo st.ato delle industrie del rame e dell’oro relative proprio a que¬ gli Ioni dai quali deriverebbe secondo l’autore l’arte tirrena, desumendole cioè dagli stessi canti dei loro piu antichi Rapsodi, si deve convenire nella opposta conclusione, nell’Odissea l’arte dell’orafo appa¬ rendo infatti ancora esercitata dai calcheuti. Naturalmente la questione della provenienza è discussa e risoluta in base ai fatti ed alle argo¬ mentazioni precedenti. Secondo l’auti.ire le orefice¬ rie e gli avorii, contenendo elementi decorativi io¬ nici, o ad ogni modo greci (meandro, treccie ecc., centauro, chimera, arpia), non possono essere state fabbricate in Siria; la associazione di elementi io¬ nici e micenei lo inducono pertanto a riconoscere negli Ioni di Cipni gli autori di questi prodotti. La maggior parte dei riscontri sui quali si fonda que¬ sta opinione erano già stati addotti dal iJummler, alla stessa conclusione giunse il Pollak nel suo recente studio su di una categoria di coevi prodotti in avorio. Clii redige il presente da parecchi anni Ira rac¬ colto le vestigia di un substnito miceneo nella ci¬ viltà tirrena della età del ferro e nuovi e numerosi confronti con Cipro ; non è qui però il luogo adatto ad una discussione in proposito, che io riservo al lavoro che spero presto di pubblicare su questo ar¬ gomento. Mi sono sembrate invece necessarie le precedenti osservazioni, perchè se ne possa tener conto dagli artefici ai quali è affidato il restauro de¬ gli oggetti. G. PINZA. Wilhelm Adolph. — Beilriìge zar griechischen In- scriftenkimde. Wien, Hòlder, 1909. Come settimo volume dei Sonderschriften dello Istituto Archeologico Austriaco appare questo co¬ spicuo lavoro di Adolph Wilhelm, l’illustre epigra¬ fista dell’Università di Vienna, che già aveva for¬ nito la materia pel sesto volume con gli eccellenti suoi Urkunden dramatischer Auffùhning in Athen. Il nuovo lavoro è del genere stesso del precedente: in parte pubblicazione di documenti inediti, in parte sapiente rimaneggiamento di materiale già pubblicato. Le duecento ventisette iscrizioni trattate provengono da più luoghi della Grecia, delle isole e dell’ Asia Minore, e si riferiscono ad argomenti diversi, sicché il libro non costituisce un’unità come gli Urkiinden i quali tutti riguardano le rappresentazioni teatrali in Atene. S’intende pertanto come difficile sia fare una recensione dell’opera, chè occorrerebbe quasi fermarsi su ciascuna delle iscrizioni illustrate. Ma appunto per la varietà grande della materia l’im¬ pressione generale che si riceve dalla lettura del volume è più che mai di ammirazione non tanto per la vasta e profonda erudizione dell’autore sia nella letteratura che nella epigrafia e in ogni parte delle antichità e della storia greca, quanto per la sagacia, la ingegnosità, la sicurezza, il logico ri¬ gore dei suoi supplementi. Nessun testo, per quanto infelici possano sembrar le sue condizioni, è per il Wilhelm da lasciarsi in abbandono; anzi si di¬ rebbe, che intorno ai più disperati egli adoperi più volentieri l’erudizione e l’acutezza del suo ingegno, come il medico valente che porta di preferenza la sua attenzione sui casi clinici più gravi. Risultati similmente mirabili ottiene l’autore con le sue ri¬ connessioni di frammenti trovati in luoghi e tempi diversi, la cui appartenenza a una stessa iscrizione da nessuno riconosciuta, egli dimostra all’evidenza. Sia in quest’arte che nell’altra delicata e ardua della integrazione dei testi il Wilhelm è un maestro ve¬ ramente 3:tvó?, e il suo libro, come tutte le opere degli uomini di grande ingegno, si legge oltre che con interesse, col piii grande piacere. R. P. Prospero Varese. — Cronologia Romana. Voi. 1. Il Calendario Flaviano (450-563 varr.). Parte Prima — Libri l-II, Roma, Loescher, 1908, pa¬ gine VÌI-322. 11 Varese è uno specialista della cronologia Ro¬ mana ; sette anni fa, negli Stadi di Storia Antica di G. Beloch egli pubblicò una notevole monogra¬ fia sul Calendario romano all’età della prima guerra panica, sostenendo la nuova ipotesi che cotesto calendario aveva uno spostamento regressivo di circa tre mesi verso la fine di cotesta guerra, spo¬ stamento che va diminuendo via via che si retro¬ cede verso età più lontane; finché necessariamente giungesi ad un tempo in cui lo spostamento deve considerarsi come nullo. Ed ora l’A. dà maggiore sviluppo alla sua tesi nel volume che qui si annuncia e che si presenta diviso in due libri. Nel primo si esamina la funzione del calendario dal 218 al 207 a. Cr.; durante la prima guerra punica ; e dal 207 al 190 a. Cr.; infine accen¬ nate le argomentazioni della cronologia conven¬ zionale, l’A. si occupa della struttura del calen¬ dario flaviano, dal tempo in cui venne introdotto e del suo autore. Nel libro secondo, il Varese tratta della cronologia dal 218 al 207 a. Cr., indicando le determinazioni cronologiche degli storici greci e romani e gli spostamenti e sdoppiamenti che s’in¬ contrano nel calendario. Segue uno specchio cro¬ nologico dei fatti avvenuti in Italia dal 218 al 206 a. Cr. nella Spagna, in Sicilia, nella Grecia e nella Sardegna Qualunque sia per essere il giudizio che la cri¬ tica porterà sul sistema cronologico proposto dal Varese, certo è che nel suo lavoro egli mostra di conoscere assai bene le fonti e i difficili problemi che germogliano dall’esame comparativo di esse; in lui si manifesta una speciale attitudine a trattare i problemi di cronologia sicché è sperabile che in breve possa darci un manuale completo di questa difficile scienza ausiliaria della storia romana. Luigi Cantarelli. Libri ricevuti in dono Campi L. - // culto di Mitra nella Naunia - Trento - Zippel 1909. DARIER-NICOLE, Le sanctuaire des divinités Sy- riennes aii Janicule. MACCHIORO V. - Il simbolismo nelle figurazioni sepolcrali romane. - Estr. dalle Memorie della R. Accademia d’ Archeologia, Lettere ed Arti di Napoli, 1908. MAYR a. - Die Insel Malia ini Altertum. iWiCALELLA M. ANTIMO - Gli Iapigi. MICALELLA M. ANTIMO - Hyria, Thiiriae, Sy- baris. MICALELLA M. Antimo - Polemica Messapica. Milani L. a. - Italici ed Etruschi. MOSCHETTINI O. - Una polemica messapica - OstunI-Tamborrino, 1909, SCHRADER H. - Archaische Marmo rskulptureni ini Akropolismuseum zu Athen - Wien-Hòlder, 1909. Wilhelm a. - Beitrage zar griecliischen Inschrif- tenkunde - Wlen-Hòlder, 1909. Cambi. American Journal of Archaeology. Annales de 1’ Université de Lyon. Archiv tur Religionswissenschaft. Archivio Storico della Società Romana di Storia Patria. Bollettino d’Arte del Ministero di P, I. Bulletin of thè Archaeological Institute of Ame¬ rica. Jahreshefte des osterreichischen archaologischen In- stitutes in Wien. Mittheilungen des deutschen archaologischen Insti- tutes in Athen. N. B. Delle principali pubblicazioni ricevute in dono, sarà reso conto nel prossimo fascicolo. POSTSCRIPTUM alla p. 38. Le tre lettere iniziali zer, come gentilmente mi suggerisce il sig. prof. E. Lattes, dato il facile scam¬ bio di z con s, dovranno con maggior verosimiglianza integrarsi con Zer\t\u\r\. B. NOGARA POSTSCRIPTUM alle p. 58 segg. Guardando, dietro un suggerimento del dott. Amelung, le tavole fotografiche delle sculture del Museo Torlonia, alla biblioteca dell’Istituto, ho potuto identificare alcune delle sculture trovate negli anni 1827-9. Le due teste muliebri bacchiche debbono essere i num. 263, 334 (ambedue trasferite ivi dalla Villa Albani). Il solo putto che scherza con un cane che si trovi nel museo (n. 172) proviene, secondo il catalogo dalla raccolta Cavaceppi : ma può essere che sia stato mandato a lui per ristauro, e che sia cosi nato Pequivoco. La statua semicolossale di Arianna è il numero 389, portata dalla Villa Torlonia sulla via Nomentana. La grande tazza colle fatiche d’Èrcole (pag. 52) è il numero 383. Questi numeri delle tavole fotografiche corrispondono con quelli dell’edizione del 1883 del catalogo del Visconti : io invece nel testo aveva adoperato quella del 1880. Cosi i due sarcofaghi colle fatiche d’Èrcole (num. 330, 334 del catalogo del 1880) portano i numeri 420, 422 in quello del 1883. Lo stesso dott. Amelung mi dà il suggerimento che si potrebbe identificare con una delle « quattro statuine rappresentanti Muse, mancanti della testa » (pag. 57) la Terpsichore della Galleria dei Cande¬ labri (n. 182), che è appunto una statuetta sedente, con testa adattata. TH. ASHBY. V I A A P p I A or || ^ \ - — ^ I. vy^yy/yA Op«r> di mattoni 1*2 Opui mi»tinTi a quad^alli di tuta Kwaaa 3 Opera a aaooo 4. Edifi*. eulla Via Appia non appartenenti all: Opera in blooohi di pietra Q, Opue retioulatum 7 [ I Muri Medioe»ali ___ _ __ Ediflii a livello più «Ito _ _ Archi, volte e muri probabili TAV. % 24. 27 , Op«rB di rnsttoni Opui mixtum o quBdr»lti di tufa B8S8M Opere e aeooo m Opel reiioulatum _ _ Volte e muri non più viaibiN _ _ __ Ediflri a 'ivello più baaao Terreno giù occupato da edifiii TAV. Opora di maUoni p . Bi Opue mlxtum e quadrelli di tufa 3. Opera a aaooo 4 Edifiii eulla Via Appia non appartenenti alla villa 5. Opera in blooohi di pietra 6. Opue retioulatum r □ Muri Madioevali — _ - — - Edifiii a livella più alta Arohi, volte e fiìuri probabili TAV, IV ■-jr' /' ;• AVSONIA RIVISTA - DELLA • SOCIETÀ • ITALIANA ■ DI • ARCHEOLOGIA • E • STORIA • DELL’ARTE ANNO IV • MCMIX FASCICOLO • II RES • LAVDIS • ANTIQVAE ET • ARTIS ROMA STABILIMENTO TIPOGRAFICO RICCARDO GARRONI GIÀ SOCIETÀ TIPOGRAFICO-EDITRICE ROMANA PIAZZA MIGXANELLI, 23 1910 La Società Italiana d’ Archeologia e Storia dell’ Arte, fondata in Roma il i° gennaio igoó, si propone di favorire gli studi ar¬ cheologici e storico-artistici e di secondare l’opera esplicata dai pub¬ blici poteri nel riìivenimento, nella tutela e nell’ illustrazione dei monumenti ehe riguardano l’arte e la storia del nostro paese. Pubblica una rivista « Ausonia » la quale ha per iscopo non solo di portare un contributo alle discipline archeologiche e storico¬ artistiche con articoli originali, ma anche di diffondefe il loro amore in mezzo a tutte le persojie colte con larghi notiziari e bollettini bibliografici che tengano al corrente dei progressi della scienza. Il contributo sociale è di lire 20 annue per i soci ordinari, joo per i soci perpetui e goo per i soci benemeriti. Può divenire socio, con diritto a ricevere la Rivista e a par¬ tecipare ad ogni altra manifiestazione dell attività sociale, chiimqtie voglia, purché invii la sua adesione, raccomandata da due soci, al segretario Prof. LVClO MARIANI VIA PIERLVIG! DA PALESTRINA, 55 - ROMA al quale debbono essere pure spedite le comunicazioni scientifiche e quanto riguarda la Rivista. Per gli affari amministr alivi occorre invece rivolgersi al Prof. ANGELO COLINI VIA DEL COLLEGIO ROMANO, 26 - ROMA. AVSONIA RIVISTA* DELLA * SOCIETÀ * ITALIANA DI * ARCHEOLOGIA * E * STORIA * DELL’ARTE ANNO IV * MCMIX FASCICOLO • Il RES • LAVDIS • ANTiQVAE ET • ARTIS ROMA STABILIMENTO TIPOGRAFICO RICCARDO GARRONI GIÀ SOCIETÀ TiPOGRAFICO-EDITRlCE ROMANA PIAZZA MIGNAXELLI, 23 1910 AVVERTENZA Gli autori sono personalmente responsabili degli articoli da loro firmati. SOCIEI'À • ri'ALIANA DI • ARCHEOLOGIA • E • STORIA ■ DELL’ARTE CARICHE ■ UFFICIALI Presidente Onorario Perpetuo Prof. DOMENICO COMPARETTI, Senatore del Regno, Socio Benemerito. Presidente effettivo S. E. ii Principe D. ALFONSO DORI A^_PAMPH!LY, Senatore del Regno. Vice Presidenti Residenti : D. Leone CAETANI Principe di Teano, Deputato al Parlamento. Prof. Comm. ADOLFO VENTVRI, della R. Università di Roma. Non residenti : Prof. Comm. GlVLlO DE PETRA, della R. Università di Napoli, Sopraintendente agli Scavi. Prof. Comm. GHERARDO GHIRARDINI, della R. Università di Bologna, Sopraintendente agli Scavi. Consiglieri Prof. Comm. ADOLFO APOLLONI - On. LVIGI BODIO, Senatore del Regno - Prof. LVIG! CANTARELLI - On. Avv. ROBERTO Galli, Deputato al Parlamento - Prof. FEDERICO HALBHERR - Prof. FEDE¬ RICO HERMANIN - Prof. RODOLFO LANCIANi - Prof. EMAN. LOEWY - Dr. Comm. BARTO¬ LOMEO NOGARA - Comm. Prof. LVIGI PiGORINI - Comm. CORRADO RICCI ■ Prof. LVIGI SAVIGNONI. Amministratore Prof. Givseppe Angelo Colini. Revisori de’ conti Dott. Ettore Ghislanzoni - Prof. Pasqvale Seccia - Prof. Costantino fontani. Segretario Prof. LVCIO MARIANI. Vice Segretarii Dott. PIETRO D’ACHIARDI - Dott. RAFFAELE PETTAZZONI. Comitato di redazione pel 1909. Prof. Lvclo Mariani - Prof. Lvigi Savignoni - Prof. LVIGI Cantarelli - Dr. Bartol. Nogara. Bibliotecario Dr. Givseppe Cvltrera. INDICE DHL FASCICOLO II ATfl DELLA SOCIETÀ . Pag. VII ARTICOLI ; LVCIA MORPVRGO, La rappresentazione pgnrata di ì’irbio . . . . . . » log Nicola PVTORTÌ, Im Collezione di vasi antichi del Poeta Diego ì’itrioli . . . » 128 ANT. AVG. Minto, JH due Sinlturc conservate nel Gahiìietto archeologico dell' Univer¬ sità di Padova . . . . . . . . . . . . . » 155 RAFFAELE PETTAZZONI, Il Tipo di Hathor . » 18 1 (jIVI.IO BELOCH, Le origiììi cretesi . . . . . . . . . . » 219 A. MAIVI-^I, Un • Hiacio; • a Creta ............ 238 Corrado Ricci, iManni ravenìiati erratici ......... t> 247 VARIETÀ . » 17 NOTIZIARIO . » 35 RECENSIONI . » 199 Libri ricevuti in dono ............... 21 1 ATTI DELLA SOCIETÀ Nell’Assemblea Generale, tenutasi il 24 aprile 1910, fu presentata dal V. Presidente Prof. Lanciani l’opera de! Senatore Comparetti : Le tavolette orfiche, di cui l’autore ha donato alla Società 200 copie. Il Consiglio ha stabilito che esse siano distribuite gratuitamente a quei soci che, trovandosi in regola coi pagamenti, entro l’anno, ne facciano richiesta alla Segreteria, anticipando le eventuali spese postali per l’invio (L. 0,60). Nella stessa Assemblea si procedette alle eiezioni pel rinnovamento delle cariche. Tenendo conto della speciale benevolenza dimostrata dal Senatore Comparetti verso la Società col promuovere e favorirne la fondazione e l’incremento, col cospicuo dono dell’opera da lui testé edita, e con tante altre benemerenze, il Consiglio propose e l’Assemblea proclamò per acclamazione il Senatore Comparetti Presidente onorario perpetuo e Socio benemerito. Risultarono inoltre eletti per l’anno corr. a Presidente effettivo S. E. il Principe D. Alfonso Doria- Pamphily, a Vice Presidente residente il Prof. Comm. Adolfo Venturi, a Vice Presidente, non residente, il Prof. Gherardo Ghirardini (Bologna), a Consiglieri i Professori Luigi Cantarelli, Federico Halbherr, Rodolfo Lanciani, Bartolomeo Nogara; a Segretario il Prof. Lucio Mariani, a Vice Segretarii il Dottor Raffaele Pettazzoni e il Dott. Pietro D’Achiardi, ad Amministratore il Prof. G. A. Colini, a Revisori dei conti il Dott. Ettore Ghislanzoni, il Prof. Pasquale Seccia, e Prof. Costantino Pontoni. Nella stessa adunanza, che fu tenuta all’Associazione Artistica Internazionale, il Prof. Lanciani espose in una lucida conferenza gli studii preparatorii ed il progetto della Passeggiata Archeologica, che dovrà essere, almeno nelle linee generali, sistemata pel 1911. L’Economo Prof. Colini presentò il Bilancio dell’anno 1908, che si pubblica qui appresso. Il Consiglio ha tenuto parecchie adunanze nella sala messa a disposizione da S. E. il Principe Doria a pianterreno del suo palazzo al Corso, in Roma, e le principali sue decisioni sono state le seguenti : La Società ha aderito alla Federazione delle Associazioni Artistiche in Roma (Segretario Dottor P. D’Achiardi). La Società sarà rappresentata al prossimo Congresso della Associazione pel progresso delle Scienze, che sarà tenuto in Napoli in dicembre, ed ha delegato a suoi rappresentanti i Professori Pigorini e Nogara. Si è stabilito che nel prossimo anno saranno tenute delle adunanze per comunicazioni scientifiche almeno una volta al mese, nella sala al Palazzo Dorla. Per organizzare con miglior risultato e maggiore partecipazione di pubblico le conferenze e le escur¬ sioni, si prenderanno accordi con le altre associazioni artistiche ed archeologiche in Roma per coordinare in un ciclo comune le singole iniziative. A tale scopo è incaricata di provvedere una Commissione com¬ posta dei Professori Hermanin, Mariani, Savignoni e Segret. D’Achiardi. — vili Per intensificare l’azione sociale e provvedere al miglioramento economico è stata nominata una Giunta sotto la presidenza del Principe Doria, composta dei Consiglieri On. Roberto Galli, Senatore L. Podio, Prof. Emanuele Loewy, dell’ Amministratore Prof. G. A. Colini, Segretario Dott. Pettazzoni. I libri rice\'uti in dono o in cambio della Rivista, si è deciso vengano provvisoriamente raccolti nel Museo Nazionale Romano nelle Terme Diocleziane, a disposizione dei soci, sotto la cura del Bibliotecario Dott. G. Coltrerà. La Società ha inoltre preso parte, per mezzo dei suoi rappresentanti, alle Assemblee collettive delle ■Associazioni Artistiche, intorno alle questioni relative alla Passeggiata Archeologica, al Piano Regolatore ed al Palazzetto di Venezia. BILANCIO PER L’ANNO FINANZIARIO 1908 ATTIVO Quote riscosse nel 1908 . N. 162 Di queste : 149 a L. 20 — . L. 2980 4 » 15 — = . » 60 3 » IO — = . » 30 3 » 300 — ~ . » 900 6 » 7,50 = . » 45 Vendita di un annata deW’Ansoiia al libraio Borghi . L. Riscosso dalla Ditta Loescher in acconto abbonamento Ausonia . » Rimborso dalla Società dei Beni Rustici per estratti del- V Ausonia . » interessi della Banca Commerciale per l’anno 1906 e primo semestre 1907 . » Totale Attivo . . . L. 4015 — 22,30 1000 — 500 — 56,95 • • • • 5594,25 PASSIVO < Stampa, illustrazioni, compenso ai redattori Ausonia . < Jel Notiziario . . . . L. 4805 — ( Imballaggio, distribuzione . » 84,32 4889,32 Spese postali . L. 53,22 » di cancelleria e copia . » 17 — » di amministrazione (aggio all’esattore, marche da bollo, ricevute, ecc.) . » 163,65 Mance . . » 7 — Partecipazioni a Congressi e ad Associazioni ...» 43 — Ricerche scientifiche . » 45 — Totale Passivo . . . L. . . . . Residuo attivo . L. Residui attivi degli esercizi precedenti . » ATTIVO TOTALE ALLA FINE DEL 1908 . . . L. 5218,19 376,06 2452,27 2828,33 / revisori dei conti : P. Seccia — Costantino Fontani i '• il :1 'A AM • ■y'" - i ■ ARTICOLI LA RAPPRESENTAZIONE EKAJRATA DI \TRBIO I. DI ALCUNE CREDUTE RAPPRESENTAZIONI DI ESSERI ACQUATICI. Per molto tempo si credette che la testa barbata raffigurata nella parte superiore di un’erma colossale in marmo della Rotonda Vaticana (i) rappresentasse un essere acquatico, che si immaginò fosse Oceano, o Nereo, o Portumno, o Glauco, o un dio fluviale, o un tritone (2). Ma poi si fissò l’attenzione ai grappoli d’uva e alle foglie di vite rappresentate tra i capelli, e si scartarono le ipotesi già enunciate, per pensare alla personificazione di un paese fertile e bagnato dal mare, e poiché la testa vaticana era stata ritrovata tra Baia e Pozzuoli, si immaginò che in questo caso il tipo fosse stato usato per rappresentare pre¬ cisamente il territorio di Pozzuoli (3). E in verità, se le due teste di delfini che spuntano tra le ciocche della barba si addicono alla rappresentazione di un es.sere marino, e le brevi corna possono non disdire (4), la deno¬ minazione di divinità marina appare invece mal appropriata se si considerino altri elementi, e specialmente i grappoli e i pampini, chiarissimamente rappresentati, che incoronano il capo. E inoltre da osservare che alla forma delle foglie di vite richiama pure, nel suo andamento generale, la linea delle sopracciglia, e quella che segna il limite tra la barba e la parte glabra delle guance e del mento. Meno chiaro appare che cosa vogliano rappre¬ sentare i lobi rilevati sul petto, al di là dei quali la superficie del marmo è increspata, a raf'.presentare, si crede, le onde del mare. Non, probabilmente, foglie di vite, poiché, oltre ad essere assai dissimili da quelli delle foglie di vite i contorni, mancano le venature, che in altri casi sono rappresentate a caratterizzare delle foglie (5) : e questo, si noti, in una parte in cui l’ artista non era legato, come nella rappresentazione delle sopracciglia e del nascimento della barba, ove avrebbe alterato i tratti deH’insieme umano con una rappre¬ sentazione più realistica degli elementi vegetali. Questi elementi devono interpretarsi come foglie o come alghe? Né le une né le altre secondo natura, ed è forse ozioso il ricercare (1) Brunn-Bruckmann, n. 547. n. 136. (2) Visconti, Museo Pio-Clementino , VI, 5. pp. 52-58. Bouillon, Musée des antiques, I, 65. Gonze, Heroen- und Gótiergestalten . pp. 16-17 e t. XX, 2. Brunn, Die Personifcation des Meeres in Gótfendeale , pp. 68-83. (3) Friederichs-Wolters, Bausteine, n. 1544, pp. 613-614. Così anche Collignon, Histoire de la sculpture grecque. II, p. 589. Helbig, Fiiìirer^, n. 309, pp. 197-198. (4) Più propriamente le corna sono usate a caratterizzare esseri fluviali. V. p. es. Stole in Roscher, AusfulnUches Lexicon, I, i. c. 9 (v. Acheloos). (5) Così nelle erme doppie del Campidoglio e di Nemi su cui v. oltre, p. 113 e ss. 14 Ausonia - Anno IV. no quale forma vegetale, per un profondo processo di stilizzazione, possa essere rappresentata in tal modo (i). K in ogni caso sicuro che abbiamo in questa statua la rappresentazione di un essere in cui si uniscono alcune caratteristiche di divinità marine con altre di esseri terrestri della natura, e la interpretazione proposta, di personificazione di una fertile regione marittima, è molto appropriata. .Sorte analoga a ([nella della testa della Rotonda vaticana ebbe un’altra testa dello stesso Museo (2) che si credette da alcuni rajipresentazione d’ un centauro marino, tra i calvelli del ([uale fossero delle alghe (3), mentre a una [liù accurata osservazione le credute alghe aiiparvero nuU’altro che una corona di pamiiini, che sembrò adatta a caratterizzare un vecchio centauro tormentato da Ivros, simile al noto centauro del Rouvre e a quello capitolino di Aristeas e Paiiias (4). A me la corona di [(anqnni, che negli altri casi non si riscontra, suscita il [)ensiero che la rappresentazione di centauro da cui questo busto fu ispirato fosse congiunta piuttosto con un personaggio pro[)rio del tiaso bacchico, come il centauro tormentato da una menade che gli è saltata in groppa in una pittura pom¬ peiana (5). (Queste due opere di statuaria non sono le sole che siano state ritenute a torto rappre¬ sentazioni di esseri ac([uatici. La j)reoccupazione di ritrovare nelle opere conservate esseri del « tiaso del mare » traviò più volte, e a lungo, il giudizio degli studiosi di opere d’arte antica. Prima di trattare di due opere singolarmente notevoli di arte romana credo opportuno dedicare [(oche parole ad alcuni modesti prodotti dell’arte industriale. In alcune testine di bronzo, che servirono come attaccature di manichi di vasi, ritrovate a Ponqx'i, il Brunii credette di riconoscere rappresentazioni della Medusa marina (6). Egli vi ritroi'a infatti alcuni caratteri di divinità marine congiunte con proprietà della testa della (k)rgone. Quelle testine, osservate senza alcun preconcetto, mi fanno un’impressione (i) A voler sottilizzare, si [lotrebbe notare che alcune Saxifragaceac . tra cui [). es, il Cliryso- spU'ìiium Alter nifolnini (L) , che prospera in tutta rEuro[)a nei luoghi elevati, ha foglioline avvol¬ genti il fiore che presentano una forma assai simile a ([nella detili elementi rappresentati sul petto della nostra statua (Thomès, Flora. Ili, Vili, 2, 100,332. V. Nyman, Coiispechts Florae Europeae , p. 275) e che per di più hanno ve¬ nature piccolissime e c[uasi invisibili, cosicché sarebbe naturale che non fossero rappresentate nella riproduzione plastica ; ma tali foglioline, alc[uanto [)iccole, non mi sembrano adatte ad essere riprodotte m grande su un busto colos¬ sale. Si potrebbe pensare, come si è pensato in¬ fatti a ([ualche alga : ma non ne trovo che pre¬ sentino una somiglianza se non molto lontana. Mi è grato di esprimere la mia riconoscenza al- r illustre [U'ofessor Romualdo Pirotta, il c[uale, oltre ad aver messo a mia disposizione gli erbari e la biblioteca del R. Istituto Botanico di Roma, che egli dirige, ha avuto pur la bontà di gid- darmi nelle ricerche. (2) Museo Chiaramonti, n. 652. V. Brunn- Bruckmann, Derìkmàler, n. 139. (3) CoLLiGNON, Histoire de la seni piare grecque, II, p. 588. (4) Friederichs-Woltkrs, Bausleine. n. 1421. W. Helbig, Fùhrer, P, n. 120, pp. 65-66. W. Ameeung, Die Scuipturen des Vaticanischen Ma- seunis, I. pp. 753-755. t- 81. (3) Baumeister, Denkìììàler . fig. 933. (6) Heinrich Brunn, Griecìiische Gòttevideah in ihren Forineii erlàutert , Mùnchen , 1893, pp. 37-41- V. anche A. Furtwàngler in Ro- sciiER, Ausfiihrliches Lexikon I, 2, 1725. Ifl — l)en diversa. Quelle che appaiono al Ilrunn (pialità peculiari di divinità marine, come gli occhi rotondi e molto aperti, i capelli mossi, sono da un lato caratteristiche della testa di Medusa, e convenienti d’allra parte al trattamento sommario di queste modeste opere indu¬ striali. E la denominazione di Medusa marina appare ancor meno appropriata se si esami¬ nano gli elementi estranei alla rappresentazione del volto umano. Ea testina rappresentata dal Brunn a p. 37, che egli ci dice appartenente a una attaccatura di manico nella colle¬ zione della principessa di vSassonia, maritata al conte Rossi in Roma, ha tra i capelli degli elementi vegetali molto stilizzati, tanto che è impossibile determinare se si tratti di alghe o di foglie di piante terrestri. Due sono disposte in modo simile alle alette di molte rap¬ presentazioni della Gorgone (i). Il viso, che è circondato nella sua parte inferiore, al di¬ sotto di una conchiglia, da due delfini affrontati che addentano un oggetto non ben rico¬ noscibile, interpretato dal Brunn come un frutto di mare (p. 39), ha un lembo di foglia, o di alga, non dissimile da quello della testa della Rotonda Vaticana, rappresentato sulle guance, circa all’ altezza del naso, e alla base del viso, dove, sul mento, si allarga e si divide, prendendo l’aspetto approssimativo di barba: abbiamo qui dunque un essere maschile (2). Le orecchie, viste di fronte, hanno forma di un cartoccio col lembo dentato : forma che ve¬ diamo ricorrere non solo in alcune rappresentazioni di tritoni, ma anche di altre divinità della natura (3). Il nome di « Medusa marina » conviene ancor meno a un’ altra testina pur proveniente da Pompei, la quale non presenta alcuna proprietà nè di Medusa, nè di essere marino (rappresentata in Brunn, p. 38). Appartiene ad un’altra collezione privata ed è una testina graziosa, affatto priva di attributi, la quale, anziché di donna, sembra di fanciullo. È ad¬ dentata nella sua parte superiore da un delfino, il corpo del quale costituisce il manico del vaso. Nulla induce a interpretare come alghe quella specie di colletto attraversato da linee perpendicolari al lembo, con lembo dentato, che forma lo sfondo della testina. .Se il grado pronunciato di stilizzazione permettesse di determinare la sua natura, dovremmo anzi deno¬ minarlo piuttosto un lembo di foglia, a causa delle linee che fanno l’ufficio di nervature, per cui si avvicina ad altre rappresentazioni, sicuramente di foglie di piante terrestri (4). (i) V. p. es. la bellissima Medusa Rondanini della Gliptoteca di Monaco, n. 128. Brunn- Bruckmann, Denkmàler t. 239, la testa di Me¬ dusa di un bronzo ricuperato nel lago di Nemi (pubblicata ripetutamente : da F. Barnabei in Not. d. Scavi, 1895, p. 372, fig. 4, da Vittorio Malfatti, Le navi romane del lago di Nemi , fig. 14, e da E. Ghislanzoni in Ausonia, I, 1906, p. 106, fig. 4) , quella rappresentata nella chiave del l’arco del sepolcro degli lulii a S. Remy (Antike Denkmàler d. Inst. I, t. 15), ecc. Così anche le testine di Gorgoni rappresentate su una pittura pompeiana del terzo stile. A. Mau, Geschichte der decorativen Wandmalerei in Pompeii, t. XX. V. per altri esempi A. Furtwangler in Ro- SCHER, Aiisfuhrliches Lexikon, I, 2, 1709. (2) Veramente nell’arte arcaica sono abba¬ stanza frequenti le rappresentazioni barbate della Gorgone. V. A. Furtwangler in Roscher, Ai4sfuhrliches Lexikon, I, 2, 1703. (3) V. oltre, p. 118 e 119. (4) V. oltre, 1. c. 112 — Un’ altra attaccatura di manicai del iMuseo di Napoli, pur citata dal Rrunn (i), rap¬ presenta una testina femminile graziosa, coi capelli spartiti sulla fronte e arricciati, e scarsi elementi vegetali simili a quelli della testina della principessa di Sassonia sulle guance e sul mento, che seguono, senza alterarlo, l’ovale del viso. Ma la più caratteri¬ stica di tutte è forse la testina del IMuseo di Na¬ poli (n. 72,600 del Museo) fjui rappresentata a fig. i ( 2 ) . Poggia sopra una piastrina di forma all’in- grosso ovale, con lembo a spizzi, che ha in alto due sporgenze approssimativa¬ mente semicircolari, con¬ tenenti un circolo in ri¬ lievo. Alla testina, che i lineamenti molto pronun¬ ciati, e specie il mento quadrato, fanno credere maschile , fanno seguito sotto il mento i corpi di due serpenti annodati, e più giù due delfini che addentano una conchiglia: tra i capelli spuntano le teste di sei altri animali, forse serpenti, certamente non pesci. Sulle guance e sul mento i soliti elementi vegetali, che per altro in questo caso sono formati da tre lobi, con indicata (almeno quelli sulle guance) una nervatura mediana, il che fa pensare a foglie. \h‘cino alle tempie poi abbiamo delle foghe, chiarissiniamente espresse ; vere foglie complete di quercia. Abitiamo dunque in queste testine rappresentazioni di esseri maschili e femminili, adulti (1) Musco Borbonico. XIII, t. 27, fìg. i. (Cabrici la fotografia da cui questa figura è ri- (2) Debbo alla gentilezza del prof. Ettore prodotta. e probabilmente fanciulli; qualche elemento della rappresentazione di Medusa, altri di esseri marini, o di altre divinità della natura; e uniti a questi elementi, animali e foglie. Che cosa sono queste rappresentazioni ? Il Brunii ammette che la creazione del tipo che egli chiama di « Medusa marina » sia indipendente da qualsiasi idea religiosa e mitologica. Io credo che si debba andare più in là, e ritenere che abbiamo a che fare con una rappresentazione la quale non risponde a nessuna idea, neanche poetico-artistica come il Brunii ritiene. Non abbiamo qui, come nella testa colossale del Vaticano, a cui ho accennato, o nelle enne doppie di cui tratterò in seguito, un’opera d’arte a sè, che deve rispondere quindi a un’idea determinata, ma un insieme de¬ corativo, in cui elementi vari sono accozzati, secondo il gusto dell’ artista, a scopo puramente ornamentale. Ed è cosi impossibile determinare il nome e il significato, sia pur non religioso, ma poetico, di queste rappresentazioni, come sarebbe lo stabilire a quale concezione poeiico- artistica rispondano le protome umane terminanti in una zampa ferina di tanti tripodi, o i tanti motivi ornamentali, in cui si uniscono e si fondono forme umane e vegetali, della scultura architettonica (i). Così puramente decorativa ritengo la testa barbata del musaico di Cartagine del British Museuni, di cui bafiì e barba sono ionnati da foglie di acanto : testa che fu spiegata come rappresentazione di Glauco, o di un tritone (2). * sK Ben diverso è il caso per due notevoli moiiuiiienti di scultura romana. Si tratta di due parti superiori di erme doppie, l’una, di provenienza ignota, del Museo Capitolino (3), l’altra scoperta a Nemi nel 1885, negli scavi intorno al tempio di Diana Aricina (4) : quest’ultima fu venduta dalla casa Orsini, proprietaria dell’ area del tempio, dapprima a un antiquario, e (1) V. p. es. i frammenti di trabeazione in marmo recentemente scoperti a S. Silvestro in Capite, sotto l’abside della chiesa {Notizie degli scavi, 1908, p. 232, fig. 2). Altri frammenti dello stesso epistilio, già scoperti nello stesso luogo nel 1876, si trovano nei magazzini del Museo delle Terme (Not. d. Se. 1876, p. 138) . In esso tra foglie spuntano dei mascheroni, i capelli e le barbe dei quali sono rappresentati da foglie, e sul cui viso ricorrono lembi di foglie. V. anche numerosi esempi in E. Espér.a,ndieu, Ree. gén. des bas- reliefs de la Gaule roniaine, I, passim. (2) Mon. d. Insta. V, 38. Braun in Bullett. d. Insta. 1849, pp. 153-154. (3) Stanza delle Colombe, 11.28. Friederichs- WoLTERs, Baiisteine , n. 1545. Arndt-Amelung, Einzelaiif., II, n. 417-419, p. 31. Helbig, Fiihrer I, pp 300-301, n. 459. L’erma è quasi tutta anti¬ ca, essendo di restauro solo l’angolo destro dalla parte della figura imberbe, una ciocca di capelli di questa figura a destra e della barbata l’ultima ciocca della barba verso destra, e l’ultima parte della ciocca di capelli sulla tempia sinistra. (4) Not. d. Se. 1885, p. 479. W. Helbig in Bull. d. Insta. 1885, pp. 227-228; Róm. Mitth. I, 1886, pp. 60-61. Wallis, Illustrated Catalogne of classical antiquities, p. 32. O. Rossbach, Das Dianaheiligtum in Nemi in Verhandlungen der 40. Versamnilung deutscìier Philologen und Schul- mànner in Gòrlitz 1889, p. 159. L. Morpurgo, Nemus Avicinuni in Mommi, antichi d. R. Ac- cad. d. Lincei, XIII, 1903, p. 323, 350. - II4 — Hs ?• fìg. 3. non mi è riuscito di rintracciare dove precisamente si trovi : solo ho potuto sapere che è andata a far parte di una collezione privata in Inghilterra. Della prima, di cui si danno qui le fototipie (tav. V), finora non erano stati pubblicati, ch’io sappia, altro che vecchi di¬ segni (i), della seconda furono riprodotte delle piccole fotografie del calco in gesso esistente nel Museo di Nottingham (2). Fotografie più grandi, e assai migliori, dell' erma di Nemi, sono fortunatamente contenute nella collezione dell’ Imperiale Istituto archeologico Ger¬ manico (3), ed io posso pubblicarle, grazie al gentile consenso della Direzione dell’Istituto in Roma (tav. \’I). In queste erme si credette di riconoscere le rappresentazioni di esseri acquatici, con piante acquatiche sul viso e sul petto, e pinne sul capo e ai lati del collo (4): prima quelle dell’ erma capitolina, la sola conosciuta, si dissero divinità marine (3); più tardi, dopo conosciuta anche renna uemorense con la dedica a Diana sul fusto, si spiegarono come le rappresentazioni figurate di acque di importanza locale per il territorio aricino, dei due laghi, cioè, di Albano e di Nemi. Ma tale interpretazione non regge ad un diligente esame dei due monumenti : gli elementi rappresentati sui visi e sui petti sono sicuramente noir alghe, ma foglie di piante terrestri (6) Nè (presta distinzione sembri eccessivamente sottile, nè si dica che la somiglianza a foglie deve spiegarsi con le alterazioni irecessariamente pro¬ dotte dalla stilizzazione, D’ arte antica ha ben saputo distinguere e caratterizzare le alghe, quando (presto è stato necessario, o opportuno. Urr eseirrpio degno della massima conside¬ razione ci è offerto dai tritorri, o cerrtarrri rrrarirri (se gli uni o gli altri rron può determinarsi, essendo corrservati solo fino alle anche) ora al palazzo dei Conservatori, che secondo alcuni erarro connessi col busto di Corrrrrrodo insierrre col quale furorro scoperti rrel 1874 a villa Palonrbara sull’Esquilino e ai lati del quale sono preserrternente collocati nel Museo (figg. 2 e 3) (7). Il viso e il corpo di (presti esseri è ricoperto di elerrrerrti vegetali, che furono riconosciuti per alghe. Iv irr verità, se per la forrrra complessiva essi presentano una certa sorrrigliatrza corr parti di alcirne piarrte terrestri, e precisarrrente corr le foglie di alcrrrre Rariun- culacee, tale sorrrigliariza è assai ^■aga. Esiste irrvece urr’alga, corr cui rron si prrò a nreno (1) Bottmu, Mns. Ca^. I, t. 3. Mont.\- GNANI. Ili, t. 3. (2) Da G. H. Wallis, Illustratcd Catalogne of classica! antiquities froìn thè site of thè teìuple of Diana, Nemi, Italy, ir. 6ti, e da Fi-tank Granger in Classica! Review, XXIX, 1907, p. 195. (3) Fotografie di Nemi 41 x, 42 x, 43 x. (4) Altri parlarono, discostandosi ancor più dal vero, di scpiamme. V. p. e. Descv. ÌMiis Capii, a cura cl. Commiss. Arch. commi. Roma 1882, p. i2r. (5) Bottari, Mas. Capii- I, Ronrae 1748, p. 6. Montagnani, III, tav. 3 pag. 7. (6) Per le foglie sul petto e sul viso delle figure deirerma uemorense 1’ osservazione era già stata fatta fuggevolmente da F. Granger, il (piale ci'edctte di riconoscere neH’eima di Nemi due ritratti di Re Neniorensi. A portrait of thè Rex Ncmorensis in Classica! Review, XXIX, 1907. p- 195- (7) P. E. Visconti, Tritoni .in Biilìett. Commi, III, 1875, t. XIV-XV. 2, 3 e pp. 140-143. E. Pe- TERSEN, Coni modo e Tritoni in Róm. Alitteil. d. Insiit. HI. 1888, pp. 303-31 1. W. Helbig, Fw/irer, F. n. 575, 576. p- 388. — iiy — di identificare facilmente le forme vegetali del corpo dei tritoni, È una l'ioridea che si trova nell’ oceano Atlantico e^^nel Mediterraneo, la cui vista non può a meno di fare grande impressione, essendo di colore roseo splendente, e lunga e larga fin sette centimetri: il Nitophyllum Gmelini (Grev.) (fig. 4) (i). Fu cpiest’alga rosea usata dapprima da un pittore, che rap¬ presentandola ripetuta sul corpo, forse azzurro o glauco, di un centauro marino o di un tritone, intese di rendere un aspetto particolare del mare, riflettente a sprazzi la luce ros¬ sastra del sole ? E’ probabile ; certo la somiglianza è cosi perfetta, cosi scarsa è perfino la regolarizzazione dei lobi dell’alga, da sembrare che lo scultore delle statue capitoline abbia avuto sott’occhio, mentre compiva la sua opera, degli esemplari deU’alga. In altre statue il processo di stilizzazione fa sì che meno fedele sia la riproduzione. Cosi un tritone in bronzo del British Museum (2) ha il viso e il petto ricoperti di alghe, assai simili, nell’ aspetto generale, a quelle dei tritoni capitolini, ma modificate per dar ad esse un andamento regolare, specie sulla fronte e nella parte inferiore delle guance e del mento, ove occupano il posto della barba. Maggiore è la stilizzazione delle alghe sul petto e sulla testa di un tritone degli Uffizi (3) e sui corpi dei vari esseri marini che formano il corteo nuziale nel rilievo, ora a Monaco, rappresentante le nozze di Poseidone e Anfitrite (4). E si potrebbero moltiplicare gli esempi presi da monumenti cosi di scultura come di pittura (5) in cui sul eorpo di tritoni e di altri esseri marini appaiono alghe più o meno fedelmente rappresentate. Ma da tale esame risulta che, quando la rappresentazione dell’alga è meno fedele, si avvicina più o meno a quella della foglia d’acanto, della foglia per eccellenza ornamentale dell’ arte greca e romana, l’ abitudine di trattar la quale non poteva a meno di far sentire la sua influenza fig- 4 (1) L’esemplare qui riprodotto è preso da Ailas of British Seadweeds, t. XXXVIII, fig. 176, dove l’alga è rappresentata nel suo naturale co¬ lor roseo. Più in grande, e pure in colore, è figu¬ rata in W. H. Harvey, Phycologia Britannica , II, t. CCXXXV. V. J. B, DE Toni, Sylloge algarum omnium hucusque cogniiarnm, IV, Flo- rideae, 2, p. 644. (2) Brunn-BkuckMann, Denkmàlcr , n. 138. M. CoLLiGNON, Histoire de la scidpture grccque, II, p. 588. (3) N. 260. Le alghe, assai stilizzate, hanno dentature regolari sul petto e sulle guance, e anche al nascimento della barba. V. Arndt-Ame- LUNG, Einzelaufnahmen , n. 367. W. Amelung, Fiihrer durch die Antiken in Florenz, 101, p. 75. Furtwàngler, Intermezzi, pp. 35-48. (4) Brunn-Bruckmann, Denkmàler, n. 124. (5) Così p. es. per pitture di Pompei, v. Xic- coLiNi, Le case e i monumenti di Pompei dise¬ gnati e descritti, I, Napoli, 1854, Casa di Castore e Polluce, t. VII : sono ivi rappresentati cen¬ tauri marini e cavalli marini con pinne e code conformate come alghe. La stilizzazione rag¬ giunge il massimo grado su alcuni piccoli torsi della Base Patrizi nel Museo delle Terme di Diocleziano, pubblicati dal Coltrerà nell’NHSo- nia. III, 1908, p. 245 fig. 8. Per altri esempi V. Roscher, Ausfùhrliches Lexikon, I, 2. c. 2673 e segg. Ausotiia - Anno IV. 15 ii8 — sull’opera di artisti poco curanti della fedeltà nel rendere l’alga, e che d’altra parte, se si discosta dall’alga per l’esistenza delle nervature, le somiglia nella divisione dei lobi, e nella loro ionna. Ria all’infuori di questo caso, non tro\'o che mai la forma dell’ alga sia snaturata in modo da rappresentare, e assai chiaramente, delle foglie di piante terrestri. Piante terrestri, infatti, sono rappresentate sul corpo degli esseri dell’ erma capitolina e dell’erma nemorense. Incominciamo da quest’ ultima (tav. VI). Nessuna alga presenta un aspetto che si avvicini a quello delle foglie rappresentate quasi per intero sul petto delle due figure del¬ l’erma: si tratta dunque di una pianta terrestre. Non solo: mala conformazione generale, la forma dei lobi, la disposizione delle venature sono tali da non lasciar dubbio circa il genere, e forse anche la specie delle foglie rap¬ presentate: si tratta di una Ouercacea, e secondo ogni probabilità precisamente della Querctis Robur (fig. 5), am¬ piamente diffusa in tutta l’Europa, specie meridionale (i). Tale specie presenta, a differenza di altre, i lobi cosi arro¬ tondati come appaiono nelle foglie rappresentate sul petto di queste figure. A dividere la barl)a dalla parte glabra del viso della figura più attempata è rappresentata una serie non di foglie, ma di lobi eguali a quelli delle foglie sul petto, e dentato come foglia è anche lo spigolo sporgente dei lunghi baffi ripiegati in giù Ea figura imberbe pre¬ senta, attaccati agli angoli della bocca, due pezzi di foglie uguali ; i lobi delle orecchie di ambedue le figure, allun¬ gate ed aguzze come quelle dei satiri e dei centauri, sono dentati a guisa di foglie (3), e da una serie di dentellature sono pur rappresentate le sopracciglia. Che cosa siano le appendici situate sul capo e ai lati del collo sotto le orecchie, che sono sfate interpretate come pinne (3), insegna assai bene il confronto con renna capitolina. Per questa (tav. X), la determinazione della specie delle foglie rappre¬ sentate è alquanto meno facile di (piel che sia per Terma nemorense. Quello però che non si può a meno di escludere fin da principio, se si considerino specialmente le parti vegetali rappresentate sotto gli occhi delle due figure e al nascimento della barba della figura bar- fi) V. M. ChiRKR, Plantae Euyopcae . II, i, p. 55. f ss. (2) Lo stesso aspetto hanno pur le orecchie del tritone ilei British àluseum rappresentato in Brtjnn-Bruckm.\nn, Denkiiiàìer, num. 138. (3) Helbig in BitH. d. Instit-, 1886, p. 227, Róiìì. Mitteil. 1, 1886, p. 60. Rossbach in Ver- handhtngcìi ecc. 1889, p. 159. — itg — bata, è che si tratti di alghe. Sono sicuramente foglie ; non foglie intere, ma parti di foglie meno grandi di quelle dell’erma nemorense, e l’ essere rappresentata solo una parte contri¬ buisce, insieme con la loro forma assai meno caratteristica di quella delle foglie di Quercus Robur, a renderne meno facile l’ identificazione. Una certa analogia con esse presenta infatti qualche Composita, alcune Labiatae, alcune Umbeìliferae, alcune Hippocastanaceae, alcune Amentaceae, e soprattutto le foglie di alcune specie del genere Ulmiis, ma per quanto ricer¬ chiamo nessuna foglia presenta maggiore somiglianza di quella di un’ altra Ouercacea, la Quercus Ilex (fig. 6) che prospera in tutta l’Europa centrale e meridionale (i). Ee foglie dell’elce hanno numerose venature, che partono tutte da una venatura centrale e che pre¬ sentano una fortissima inclinazione rispetto a essa: neU’erma capitolina le venature sono rappresentate convergenti, senza che si veda il punto in cui si uniscono: e la cosa si comprende, poiché solo una parte della foglia, la pivi distante dal picciuolo, è rappre¬ sentata, probabilmente perchè sotto gli occhi e sul mento una venatura centrale più pronunciata, con cui si riunissero le altre, produrrebbe una impressione esteticamente pessima. Sul petto non si distinguono foglie, e forse si stenterebbe ad ammettere che sia rappresentata una forma vegetale se non fosse l’analogia con le foglie sul viso. Abbiamo come un lembo di foglia continuato, le cui venature sono disposte così da imitare, in certo modo, l’incre¬ spatura di una tunica o di un chitone. Pure assai modificato, per avvicinarsi alla conformazione dei baffi e delle .sopracciglia che sostituisce, è il lembo di foglia che circonda la bocca e cuopre l’arco sopracciliare della figura barbata. Ee orecchie, al pari di quelle dell’erma nemorense, hanno il lobo dentato come foglie. Se ora esaminiamo le appendici situate sul capo e ai lati del collo, sotto le orecchie, vediamo che esse presentano lo stesso aspetto del fo¬ gliame sul petto : se una differenza vi è, essa consiste unicamente nella differente tecnica del bassorilievo e della scultura a tutto tondo. Non pinne, dunque, nè corna: anche in queste appendici dobbiamo riconoscere degli elementi vegetali, che si riscontrano pur sull’erma nemorense, differenti solo in questo che, oltre ad essere più sviluppati, quelli situati sotto le orecchie mostrano le venature non solo convergenti, ma riunentisi ; come riunentisi lungo una venatura centrale sono le venature delle altre foglie di rovere rappresentate sul petto. Nelle due erme, capitolina e nemorense, abbiamo dunque la forma umana associata con elementi vegetali, e precisamente con la rappresentazione delle foglie di due diverse specie di quercia. K tali elementi appaiono non uniti in modo fantastico, come nei piccoli bronzi tig. 6 (dal vero). (i) M. Gùrke, Plantae Europecie . II, i, p- 66 e ss. 120 (li Pompei o nel musaico cartaginese, ma intimamente fusi con la figura umana. Si noti inoltre che (|ui non al)l)iamo a che fare con figure ornamentali, ma con opere di scultura a se, che devono avere un valore e un significato l)en definito; tanto è vero che l’una d’esse reca perfino, come dono votivo, la dedica a Diana, alla di\'inità presso il cui tempio fu scoperta. Sono dumjne esseri determinati. Ma quali ? l''ortunatamente in (presto caso possibile offrire piti che semplici congetture, poiché le felici condizioni di ritrovamento di una almeno di queste erme permettono di determi¬ narne con sicurezza il significato. II. L.-\ R.\PPKKSKNT.\ZI0NK I'ICtTTRA'JW di virbio. Ivra giusto e naturale che la interpretazione delle due teste rappresentate neirerma ne- morense come jrersonificazioni dei laghi di Allrano e di Neini (i) incontrasse favore e con¬ sentimento quasi unanime (2). Poiché tale interjrretazione aveva su iprella di divinità marine, divenuta tradizionale per l’erma capitolina, un grande vantaggio; di rendere comprensibile non tanto la dedica a Diana, che trojrpo difficile, e pericoloso per l’attendibilità dei risultati, sarebbe il ricercare e il voler spiegare le cause di tutti i doni votivi che si trovano isolati, e i rapporti di tutte le cose rap]iresentate colla divinità a cui si dedicarono ; ma piuttosto l’esistenza snll’area stessa di un edificio, le cui antefisse erano ornate con le stesse rappre¬ sentanze (3). Onesta infatti è ima prova ben più sicura che (quegli esseri dovevano avere un (pialche rapporto con Diana, o col suo tenqiio, o almeno con qualche altro sacello che sorgeva sull’area sacra. A tale interpretazione si sarei )lie potuto ol (iettare, io penso, che se si comprende be¬ nissimo che potesse essere adatto a una rappresentazione offerta in dono alla dea il lago di Nemi, lo speciihiìn Dianae, (4), V Hi ppolvti ìncus (s), non è altrettanto agevole lo spiegare perchè tale rajipresentazione si potesse trovar congiunta con quella del lago di Albano, idrograficamente indipendente, invisibile dal luogo del tempio di Diana, e che non abbiamo alcuna ragione di ritenere che avesse qualche rapjiorto con Diana o col suo tempio (6). Si (1) W. Dei. BIG in liuìlctl. d. Iiistii. i8S5,p. 227. Róm- MUteil. l, iS,S6, pp. 60-61. Anclie P, n. 4S9- (2) Cosi G. H. W.‘\LLis, lìlustì'olfd Catcdogiic of Classical Anti quities . p. 32. .4RNi)T-AMEr.UNG, EiHZclaufnahtnen , 417-419. pj). 31-32. Lo ritenni io pure in Neiuus Ariciuuìu . Mouitiìi. d. Lincei XIII. 1903, col. 323 Esprime parere contrario, senza però dirne le ragioni, Otto Eossb.\ch, Das Diannheili gtuin in Neini, in Verhandhoi gen del' 40. Philologenversamìnliiììg iìi Gòrlitz, i88g, p. 139, il ([naie sostiene l’interpretazione di esseri ac(]natici indeterminati. (3) Bìdlett. d. Inst. 1885, p. 227. Rdiu- Mit- teiì. I, 1886. p. 60. Hei.but, Fi'thrcr D, n. 459. (4) Serv, Ad Verg.Aen. VII, 515. (5) St,\t. Sìlv. UT, I, 57. (6) Non abbiamo alcuna prova sicura che i laghi albani fossero venerati come divinità, e personificati. Per altro alcuni fuggevoli cenni dei poeti circa cerimonie religiose sembrano al¬ ludere a un culto del lago di Nomi (Ovid. Fast. I2I sarebbe potuto obiettare, ina, ch’io sappia, non si oliiettò, e sarebbe ozioso insistere su questo ora, che la interpretazione di esseri acipiatici cade innanzi all’ esame diligente e jiar- ticolareggiato di tutti gli elementi rappresentati sul capo, sulla faccia, sul petto, ai lati del collo di questi esseri, e che li caratterizzano molto chiaramente come divinità silvestri (i). E quale divinità silvestre maschile aveva rapporto con Diana Aricina ? Da risposta è ovvia : Ippolito-Virbio (2). Ho trattato in altra occasione di Virbio, divinità italica, che i poeti romani e i mitografi in, 264-277. Stat. Sìlv. Ili, I, 56-57), e sap¬ piamo che altri laghi furono oggetto di culto. Oltre le stipi votive ritrovate in laghi, ce lo provano anche iscrizioni votive come quelle ai laghi Benaco e di Fucino (per iscrizioni votive al lago di Fucino v. C. I. L. XX, 3856 e forse 3847; in un’altra iscrizione sono menzionati dei cullores Fucini C. I. L. IX, 3887). V. anche SteudingìuRoscher, Mythol. Lexikon I.p. 1558. Un’ altra iscrizione reca la dedica al lago di Garda C. I. L. V, 3998. V. Steuding in Roscher, Mythol. Lexikon, I, p. 779). (1) Recentemente è stata proposta dal Gran- ger un’interpretazione molto strana : che nelle due teste rappresentate nell’ erma di Nemi si debbano riconoscere i ritratti di due Re Nemo- rensi, dedicati dal Re Nemorense in carica, il quale avrebbe avuto la inconcepibile idea di offrire magnanimamente alla dea, insieme col suo ritratto, anche quello del suo predecessore ucciso da lui (Frank Granger, A portrait of thè Rex Nemorensis in Classical Review XXIX, 1907, pp. 194-197. L’ idea è accolta favorevolmente in American Journal of Archaeology 2, 1908, p. 235). L’idea che Re Nemorensi fossero rap¬ presentati sotto l’aspetto di divinità della ve¬ getazione è senza alcun dubbio suggerita dalla lettura di " The golden Bough » del Frazer, ed è strano che il Granger, il quale dice di essere grato al Frazer stesso per alcune suggestive os¬ servazioni, non faccia parola dell’opera di lui, che pure mostra di conoscere e cita sovente nel suo Worship of thè Romans. AH’ importante opera del Frazer sono già stati fatti, ripetuta- mente e da molti, encomi e obiezioni (ricordo soltanto Marillier, M. Frazer et la Diane de Nemi, in Revue de l’Histoire des Religions. XXV, 1892, p. 89. A. B. CooK, The golden Bough and thè rex Nemorensis in Classical Review, XVI, 1902, pp. 365, 380), ed è noto che la ingegnosa interpretazione della natura del Re Nemorense non ha incontrato lo stesso favore che ha me¬ ritato la raccolta e lo studio di tante notizie relative a credenze e costumi di popolazioni pri¬ mitive presenti e passate. Ma si ammettano pure, senza riserve, come provate, le conclusioni del Frazer ; non per questo si potranno accet¬ tare le deduzioni del Granger. Poiché egli spinge le vedute del Frazer al di là di quello che il Frazer aveva fatto, e probabilmente perfino im¬ maginato che si potessero spingere. Egli infatti, spiegando il Rex Nemorensis come un’incarna¬ zione dello spirito della foresta, non aveva detto che in tempi storici si serbasse coscienza di questa sua natura, e tutto invero induce a ritenere che ciò non fosse : il Granger, imma¬ ginando che nell’erma bicipite di Nemi siano rappresentati Re Nemorensi, mostra di credere viva e sicura in essi la coscienza di accogliere in sé lo spirito della foresta. Ma ogni dubbio, che potesse restare nella mente dopo la lettura dell’articolo del Granger, sarà dissipato dall’os¬ servazione diretta del monumento. Foglie, come ben dice il Granger, sono rappresentate sul viso e sul petto delle due figure, e foglie sono rap¬ presentate pur sul capo, dove il Granger crede di vedere delle corna, e ai lati del collo, dove sono ben visibili delle appendici uguali a quelle sul capo, di cui il Granger non fa parola; ove il tipo ideale dei visi non bastasse, non sarebbero sufficienti queste caratteristiche per scartare senz’ altro l’idea che si abbia a che fare con ri¬ tratti ; di più, si noti, con ritratti romani? Sa¬ rebbe superfluo citare esempi di veri ritratti: è noto che nell’arte romana, anche quando dei mortali erano rappresentati sotto l’aspetto di di¬ vinità, tale aspetto risultava oltre che, talvolta, dall’ ingentilimento dei lineamenti, da attributi del tutto esteriori: anzi ben di rado la fusione dell’elemento reale coll’ideale è così felice da non produrre in noi un’impressione sgradevole. (2) L’ interpretazione è così naturale, che era già balenata alla mente di uno studioso, il quale pure accettava la spiegazione degli elementi rap¬ presentati sulla doppia erma come pinne e al¬ ghe, al Cook, il quale l’aveva esposta timida- ideiitifÌGarono col greco Ippolito (i), e sulla sola scorta della tradizione letteraria mi c stato agevole di determinare che esso era una divinità solare, e insieme della vegetazione, e pre¬ cisamente il dio del bosco più tardi solennemente consacrato a Diana protettrice della lega latina, il quale pur dopo tale consacrazione non fu dimenticato, ma seguitò ad essere venerato accanto alla dea come divinità minore; «.... de disque minoribns unus — mimine sub dominae lateo atque accenseor illi — (Ovip. Meiam. XV, 45-546). Sarebbe superfluo ripetere ora cose già dette, tornando a ricordare la favola, del resto ben nota, di Ippolito, richiamato in vita sotto il nome di \hrbio da Diana, o daEsculapio pregato da lei. e citando i passi di poeti e di prosatori, da cui emerge la natura silvestre di (juesto dio, frequenti specie nell’età augustea, poiché Virgilio ne parla neli’Eneide, e ne tratta Ovidio in tre luoghi (2). Sarà invece oppoituno fissare Tattenzione sn altri fatti. Anzitutto sulla falsa etimologia del nome che è fatto derivare da vir bis. Tale etimologia ci è tramandata non solo da Cassiodoro con tre altre, tra cui quella attendibile anche adesso che lo avvicina al nome delle \ures o àarae, cioè di divinità minori femminili della natura (3) macoli notevole insistenza anclie da altri scrittori (4). Questa insistente menzione della doppia vita del dio nazionale, che nella redazione greco¬ romana della leggenda si identifica con Ippohto, trova una chiara spiegazione nell’esistenza di simulacri doppi. Tal modo di rappresentare divinità nazionali italiche non è isolato; si pensi alla rappresentazione bifronte di Giano. Ma quale è l’ aspetto della doppia faccia di Virbio? Egli è de dis minoribns iimis: le sue sembianze quindi, salvo le modificazioni ri¬ chieste dalla sua peculiare natura, sono quelle dei demoni greci (5). Ma i due suoi aspetti mente, cercando di conciliare alla meglio le ca¬ ratteristiche di essere acquatico con la deno¬ minazione tb' Ippolito-Virbio. V. A. B. Cook, The golden Boiigh and thè Rex Nemorensis in Classìcal Review. XVI, 1902, p. 376. (r) In Nemits Aricinnm , Monumenti Antichi joubblicaii dalla R. Accademia dei Lincei, XIII, 1903, col. 3.'56 e ss. V. Anche Wissowa, Religion und Kiiìtus der Ròmer, p. 209. (2) Vero. Aen. VII, 765 ss. (v. anche Serv, in Aen. VII, 761), Ovid. Fast. Ili, 263 e ss. VI, 743 ss. Metani. XV. 533 ss. Schol. di Pkrs. Sat. VI. 56. Hygin. Fab. CCLI. Lactant. Pi.ac. 128. V. anche Paus. II, 27, 4. (3) Cassiod.Dc orthographia VII. Keil, Grn/n;». Lat. VII, p. 181. Virbins . . . qnoniam virnm bis factum esse memorant. V. Nenius Arie.. Mon. d. Line. XIII. p. 356. Wissowa, Religion u. Kitltus der Rómer p. 141. (4) Serv. ad Verg. Aen. VII, jGi. Sed Diana Hippolytum, revocatimi ab infcris, in Aricia nymphae commendavit Egeriae, et eum Virbium, quasi bis virimi, iiissit vocari . Schol. di Pers. .Sai. VI, 56. Aesculapius.... Virbium vocavit me¬ rito, quod bis in vitam prolatus esset. Hygin, Fabul. CCLI; Lactant. Plac. 128. Vie. Sequ. p. 132, 6 Riese. (3) Servius, Verg. Aen. V, 91. Singula enim numina liabent inferiores potestates quasi mi- nistras, ut Venus Adonini. Diana Virbium. Così anche Lactant. Plac. 128; e il Mitografo III Vaticano, 6, 19 (ed. Alai), notevole soprattutto perchè tra le inferiores potestates ministrae delle superiori accanto a Virbio, potestas inferior mi¬ nistra di Diana, menziona Marsia, potestas infe¬ rior ministra di Bacco. Questo ravvicinamento di un sileno al nostro dio italico va perfetta¬ mente d’ accordo colla sua rappresentazione con caratteri satireschi. Del resto non ha niente di strano il suo aspetto che contrasta con la bellezza de.eli dei greci; si pensi alle rappresen¬ tazioni figurate di Silvano. — — non sono identici. In Ovidio, il dio stesso racconta della sua trasformazione, operata da Diana : « Utque forem tutus, possemque impune videri, — addidit aetatem, nec cognoscenda reliquit — ora niihi (i). Tra i due aspetti di Virbio non esiste dunque altra differenza che quella dell’età: e appunto questa differenza notiamo tra le due teste dell’ erma nemorense. In tutto il resto la somiglianza è sorprendente. Non soltanto sono uguali gli elementi esteriori, come le foglie sul petto e sul viso, sulle tempie e ai lati del collo ; ma, se si eccettui la barba nell’ una, dalla barba appunto caratterizzata come più attempata, e l’ espressione diversa della bocca, le due teste presentano in tutti i lineamenti, in tutti i particolari, una grandissima somiglianza. Da stessa è la disposizione dei capelli, abbondanti e leggermente ondulati, che circondano il viso come un’aureola, lasciando interamente scoperta la fronte; la stessa è la forma della fronte spaziosa, solcata da una ruga traversale, dell’arco soprac¬ ciliare marcato, degli occhi profondamente incavati e semiaperti, la stessa la conformazione del naso schiacciato e allargato, terminato con una protuberanza carnosa tra le sopracciglia. Abbiamo dunque la rappresentazione di uno stesso essere in due età diverse, e questa forma, mista di elementi umani e vegetali, è la rappresentazione figurata di Virbio, che invano si era cercato di riconoscere in figure puramente antropomorfe (2). Finora ho parlato dell’erma nemorense, per cui la dedica a Diana non può mettersi in dubbio (3). E l’erma capitolina ha essa lo stesso significato? De foglie che la caratte¬ rizzano sono, come abbiamo veduto, di elee, cioè di una pianta dello stesso genere, ma di specie diversa da quelle dell’erma nemorense. I visi hanno espressione diversa: l’imberbe, delicato e quasi femineo, è tranquillo, il barbato si contrae in una smorfia come di dolore; inoltre la somiglianza tra le due faccio, pur essendo notevole, è un po’ meno marcata che nel- r erma nemorense. Abbiamo qui un’ altra divinità, che presenta per la sua natura qualche analogia con Virbio, o piuttosto Virbio stesso, e le differenze sono dovute all’arbitrio degli artisti che scolpirono le due opere? Non saprei a quale altra divinità si possano attribuire gli stessi caratteri di Virbio. Del resto non abbiamo alcuna ragione di escludere che questo dio sia rappresentato anche nell'erma capitolina. (1) OviD, Metani. XV, 538-540. (2) Uhden. Abhandlungen der Berìiner Aka- demie, 1819. pp. 189 ss. Buttmann, ivi, p. 209. Helbig, BuUett. d. Instit. 1885, p. 229, n. i. Con¬ tro tali identificazioni v. Helbig 1 c., Rossbach, Das Dianaheiliglum in Nemi in Verhandlun- gen deutscher Philologen und Schulmànner 1889, p. 162. (3) Il fusto in bardiglio colla dedica a Diana era staccato, ma perfettamente adattantesi. Que¬ sto veramente non appare chiaro dalle fotografie (tav. VI), ma poiché la cosa fu attestata ri¬ petutamente, da più persone che avevano visto il monumento, al tempo della scoperta {Not. d. Se. 1885. p. 479, Bull. d. Instit. 1885, p. 222, Ròm. Mitteil. 1886, p. 60), dobbiamo tenerla per sicura ; certo furono fatte le fotografie non adattando bene sul fusto la parte superiore stac¬ cata deirerma. Si noti che infatti nelle tre di¬ verse vedute delle teste il fusto presenta sem¬ pre r iscrizione che le notizie ci dicono scolpita sopra una sola faccia. Del resto, anche se il fusto non appartenesse all’erma, per il luogo in cui la scoperta avvenne, dovrebbe ammettersi ugualmente la dedica a Diana, o almeno una connessione col §uo santuario. — 124 — Anche se sapessimo che essa non fu ritrovata a Neini, si potrebbe ainniettere ugual¬ mente che rappresentasse \urbio, tanto più che il culto di questo dio non era limitato al bosco Aricino, come ci attesta l’iscrizione sepolcrale napoletana di un C. Octavius C. f. Maec. \'erus, che tra le altre cariche appare rivestito di quella di flamen Virhialis (i). Ma abbiamo ragione non solo di non escludere, ma anzi di credere che anche renna capitolina provenga da Nemi. La gentilezza del prof. Thomas Ashby mi ha reso possibile di esaminare presso la Scuola archeologica inglese in Roma una copia dell’inventario della Collezione Albani, acquistata per il Museo Capitolino, il cui originale si trova all’Archivio di Stato (2), e porta la data del 9 dicembre 1733. Ivi si legge (f. 893 b, Camerone no. B, no. 226): « Krnie con due faccie una di satiro, et altra di donna molto curiosa»; l’identi- iicazione di tale erma con la nostra capitolina è resa sicura dalla ripetizione del n. 226 del catalogo che il prof. Ashl)y due o tre anni or sono potè leggere in rosso suH’erma; ora tale indicazione non è più visibile. Della provenienza non è fatto i)arola neH’in- ventario, ma sappiamo che a formare la collezione del Cardinal Albani concorsero oggetti provenienti da Nemi. Poiché il \'olpi, trattando della base di una statua di Diana che egli con altri parecchi credette immagine del cidto, su cui era un’iscrizione (3) già nota al Pigino e veduta da Giovanni Argolo nel 1637 ancora in sitii sull’area del tenqrio di Diana (4), ci informa che era stata regalata dal marchese Mario Frangipani, signore di Nemi, al cardinale Alessandro Alirani nel 1712, e dalla collezione di quest’ultimo era pas¬ sata già al suo tempo nel Museo Capitolino (5). K dunque per lo meno assai probabile che anche Pernia capitolina provenisse da Nemi, il che proverelibe in modo inconfutabile che è aneli 'essa una rappresentazione di Virbio. ]\Ia a che età appartengono queste opere ? Quando ne sorse il tipo ? Che le nostre erme siano prodotti d’arte romana vide già PAriidt per quella del Cam¬ pidoglio (6), e lo stesso deve dirsi, per l’esecuzione, dell’erma neniorense (7). Meno fondata mi sembra l’altra opinione dell’Arndt, che si deblia riconoscere nelle nostre figure l’imitazione o addirittura la copia di opere greche (8). (1) C. I. L. X, 1493. (2) Alti G.eeosius D. Segretario di Camera Prot. 818, ff. 880 c segg. (3) C. I. L. XTV, 2213. (4) In Tomasinu, De donariis p. 15. (5) VuLP. 7, p. 125. Di quest’iscrizione non è fatta menzione nell’ inventario della collezione Albani, in cui si nominano solo le opere ili scul¬ tura, essendo detto espressamente che le iscri¬ zioni erano donate, c non vendute, dal cardi¬ nale. (6) Akndt-Amelung, Eiuzcìaufìiahmen , Mùn- chen, 1893, 417-419. P- 31-3^- (7) Si aggiungache, se per Pernia neniorense non siamo informati da chi la vide della qualità del marmo (sappiamo ]ier altro che il fusto era di mar¬ mo italiano, di bardiglio), di quella del Campido¬ glio, per quanto la patina permette di riconoscerlo il marmo mi sembra lunense. Di opinione diversa sono i compilatori della Descriz. del Museo Capii. che lo dicono invece marmo greco. (Dcscr. p. 121). (8) 1. c. — 125 — Iva specie degli alberi di cui sono rappresentate le foglie non ci dice nulla circa il luogo d’ origine del tipo statuario, poiché, come abbiamo visto, quegli alberi non sono peculiari di una regione, ma diffusi in tutta l’Europa centrale e meridionale. Nulla, circa il tempo d’origine, ci insegna la comparazione. Appendici sul capo simili a quelle delle nostre erme, per quanto le illustrazioni permettono di giudicarne, riscontro in una delle due teste di un’erma doppia del tardo impero, proveniente da Cipro (i), la quale non ha con le nostre alcun altro carattere comune. Non può certamente escludersi a priori che un tale tipo fosse già apparso nell’ arte greca dell’età ellenistica, e poi usato per la rappresentazione di Virbio ; ma finché non se ne trovi la prova in opere di età anteriore non credo che si possa neanche negare che sia stato d’invenzione puramente romana. Tutto anzi concorre a farlo credere. In primo luogo la fedeltà con cui sono rese le foglie di alberi di specie determinate, fedeltà straordinaria specie neU’erma di Nemi. Ho già no¬ tato la differenza tra le appendici sul capo e ai lati del collo dell’uno e dell’altro monu¬ mento: i solchi, che rappresentano le nervature di queste porzioni di foglie, sono conver¬ genti nell’uno e nell’altro, ma le mie si riuniscono lungo una nervatura centrale, le altre no, allo stesso modo che nelle foglie corrispondenti rappresentate in altre parti delle teste. È qui evidente dunque la tendenza a individualizzare, propria dell’arte romana (2). E in tutto lo spirito che informa queste opere d’arte è essenzialmente romano. E’arte greca offriva delle erme doppie con diverse rappresentanze di uno stesso essere: ma quando, per esempio, essa rappresentava una testa barbata di Dioniso congiunta con una testa imberbe dello stesso dio, come appare su monete di Tenedo (3), non faceva altro che affermare tutt’al più l’identità sostanziale del valore della immagine più antica del culto e della più recente, seppure l’unione delle due immagini non aveva un valore puramente artistico. Per Virbio il caso è diverso: non si riuniscono le immagini del dio che rispon¬ dono a due diversi indirizz' artistici, o, se si vuole, anche a due diverse concezioni: la concezione è una sola, ed è la concezione del dio in due momenti, in due vite diverse. Non abbiamo qui forse applicato quel metodo di rappresentazione, che il Wickhoff chiama continuo, e che potremmo pure dire storico, il quale è caratteristico dell’arte romana, e (1) Jahrbuch d. kais deiitsch. archàol Insiit. 1904, tav. 8 In questa testa, che egli crede rappresenti Mercurio, il Foerster riconosce anche gli avanzi di foglie di loto, attributo frequente di divinità egiziane. R. Foerster, Hermes in einer Doppelherme aus Cypern in Jahrbuch d. In¬ sta. 1904, pp. 137-153. (2) Wickhoff-Strong. Roman Art, pag. 19. Per questo stesso carattere individuale nella riproduzione dell’ alga io ritengo che i tritoni del Palazzo dei Conservatori di cui ho par¬ lato, nonostante il carattere greco dei tipi sta¬ tuari, uno dei quali in specie richiama per il viso l’arte di Scopa (fìg. 3), siano non copie romane di opere greche, ma opere di artisti dell’ età romana che si ispirai'ono a tipi sta¬ tuari greci. (3) Roscher, Lexikon, II, i, 54. Ausonia - Anno iV. t6 — 126 che ha la sua più ampia applicazione nei monnmcnti deU’età traiauea, e specie nei rilievi della colonna traiana (i)? Allo stesso risultato porta la considerazione delle differenze notevoli che si riscontrano tra le due opere d’arte, v^ono diversi i visi, che hanno gli uni e gli altri caratteri sati¬ reschi. ma con espiessione diversa, beffarda quelli dell’ erma nemorense, triste l’uno, tran¬ quilla l’altro quelli della capitolina: diversa anche la rappresentazione, caratteristica per la natura del dio, delle foglie, che sono di alberi di due specie diverse, frecpientissime 1’ una e l’altra nei boschi di tutta Italia e ancora oggi molto comuni sui colli Albani. Queste diffe¬ renze fanno pensare che ci troviamo innanzi a opere di un’arte ancora non l)en sicura, che non ha innanzi a sè un modello fissato per lunga tradizione artistica, ma che cerca nella tradizione gli elementi che essa può offrire, e ne modifica alcuni, e altri ne aggiunge, necessari a rendere intera l'idea che non ave\'a trovato fino allora un’espressione artistica. l'i se pensiamo all’ impulso dato da Augusto alle arti, e ad un tempo al suo grande tentativo di richiamare aH’antica imrezza la religione dei padri, sembrerà molto probabile che all’ età augustea risalga la creazione di questo tipo plastico, il che spiegherebbe la fre¬ quenza con cui i poeti dell’età augustea ricordano il dio e la sua leggenda. Poiché se alla creazione del tipo plastico dovette spingere la tradizione religiosa, il tipo plastico a sua volta non potè a meno di esercitare un potente inllusso sulla tradizione letteraria. Io penso che questi monumenti modesti stiano a indicare come l’arte romana, anche aH’infuori ilei ritratto e del bassorilievo storico, che sono il suo proi)rio campo, e in cui la sua eccellenza è incontrastata, abbia saputo continuare e innovare. Kra naturale che lo splendore dell’ arte greca esercitasse un inllusso potente su questo popolo, per le arti an¬ cora rozzo; ma se per la maggior parte delle divinità romane parvero ben rispondenti le semlnanze delle elleniche, c’erano pur dei nazionali irriducibili alle forme degli Olimpii. L’arte greca offriva molti elementi di que.sta rappresentazione ; i tratti generali, la forma dei \’isi, specie del naso breve e schiacciato, la disposizione dei capelli, la conforma¬ zione delle orecchie, ci richiamano a numerose rapjjresentazioni di satiri, di centauri, di tritoni; e a divinità minori greche della natura riporta pur l’espressione, triste o beffarda, dei visi. La fusione di elementi vegetali con la figura umana è piuttosto comune dall’età ellenistica in poi, e non solo per i tritoni e per altri esseri marini (2) : le appendici sul capo sono certo una derivazione e una trasformazione delle corna dei satiri e di altri de¬ moni della natura, ùleno facile è trovare nell’ arte greca un riscontro alle appendici situate sotto le orecchie; ma non è improbabile che siano state suggerite dall’aspetto che presenta, osservata di fronte, la capigliatura di molte statue egizie, e anche greche arcaiche, come (i) WicKHOFF-TRONG, Rotuan Art, p. Ili e (2) AI. Collignon, Histoire de la sculpture s. V. anche E. Stkong, Roman Art, p. 116 e ss. grccque, li, p. 587 e ss. per citare un solo esempio ben noto, l’Apollo di Tenea (i). lya forma di doppia erma per rappresentare una sola divinità era apparsa nell’arte greca, come abbiamo veduto, specie per Ermete e Dioniso, e da essa forse la romana l’aveva presa già in tempi antichissimi per la rappresentazione di un altro dio nazionale, di Giano (2). Ma l’essere risultante dall’u¬ nione e dalla fusione armonica degli elementi nuovi o nuovamente trasformati con gli altri già fissati da tempo dall’ arte è un essere nuovo ; e la nuova forma risponde a una con¬ cezione religiosa nuova per l’arte. Lucia Morpukgo. (1) Brunn-Bkuckmann, Denkmdìer, n. i. V. anche W. Deonna, Les »A polìons archaiques », Genève, 1909, p. 107. (2) V.W. H. Roscher, Aiisf ùhrliches Lexikon, II, I, col. 51 e ss. Le due teste di Giano, bar¬ bate o imberbi, sono uguali, salvo poche ecce¬ zioni; e credo molto probabile che le rare e tarde rappresentazioni con le due teste diverse, l’una imberbe e l’altra barbata (V. Roscher, 1. c.), siano influenzate da rappresentazioni di Virbio. E’ in ogni caso notevole che una stessa forma artistica, quella dell’ erma doppia, sia stata usata per rappresentare Giano e Virbio. cioè due divinità italiche di cui una è unita con Diana nel culto, 1’ altra appare per la sua de¬ nominazione in qualche modo affine a Diana stessa, poiché lanus deriva da Dianus. Ro¬ scher, Ausfiihrl. Lex. II, i, c. 45. 48, v. la¬ nus. Birt in Roscher Lex. I, i, c. 1003, v. Diana. l.A COI.LHZIONH DI \’AS1 ANTICHI DEL POETA DIEGO VITRIOLI V'ascula, apcllcis ubi sunt depicta figuris ( )rgia 13/nipliatae turbida IBassaridis, Ouaccpie imis olim vctcros posucre sepulcris, ÌNIaniljus ut sanctis idtiina dona forent: E terrac latcbris suporas cmcrgite ad auras, In laribiis statio vos nianet apta meis. D. ViTRiOLi, El^igìunìiìu. l.XXXV, I segg. Coi verbi iperbolici die ho messo per memoria in capo a queste pagine, il poeta latinista Diego \htrioli salutava i vasi dipinti, die egli, ricco e infatuato dell’ antichità, aveva da varie parti riuniti e conqriati ad ornamento delle stanze della sua casa in Reggio di Calai iria. Di dentro egli, che per natura bizzarro era e alieno dal consorzio degli uomini contemporanei, passò tutta la sua lunga vita chiuso e solitario (i), sognando senijire il mondo antico e di nuiraltro occujiandosi che di leggere le opere degli scrittori classici e di poetare in latino. « Digli infatti — -come ben disse il Pascoli nella commemorazione del poeta dinanzi aH’Accademia Peloritana di Messina (2) — era un antico, un evaso al passato, un s iperstite alla rovina della poesia pagana; e provava lo spasimo del ritorno, non senza mo¬ strare a' lieti o indifferenti del nodro tempo, nostro e non suo, quel corrugamento del’a fronte, che pareva disprezzo el è dolore . . . vSdegnava il presente, nè solo in letteratura e filosofia, si un poco in tutto. Onde scrivendo l’italiano egli non voleva esser de’ nostri, e usava la lingua del cinquecento. Insomma egli viveva di cose svanite, e il suo pensiero aveva continuamente bisogno di rrsuscitare bellezze morte. Era, se .si vuole, l’ ultimo degli umanisti...». D',d un umanista — aggiungo io — che ebbe si grande rentusiasmo, anzi tale una mania per il mondo classico, da sentire anche il l)isogno di vivere in una casa che si¬ mulasse intorno l’anilriente antico. De varie stanze, infatti, di questa casa recavano tutte scritto al sommo della porta un nome simbolico, come ,Sala della Grotta, del vSerto, del (i) « Abditus in sola solus et ipse domo», come egli stesso dice in nno dei suoi carmi (El. D 34- in Opere scelte. Reggio, 1893, pag. 99). (>) La bella commemorazione, pnliblicata in Messina nel 1899, è stata riprodotta sotto i! titolo « Un poeta di lingua ìuorta » prima in MIEI PENSIERI in VARIA u.M.ANiTÀ (Messina, 1903), ]iag. 155 e segg., e poi in pensieri e discorsi (Bologna, 1907), pag. 195 e segg. Per i luoghi citati V. pag. 198 (li quest’ ultima opera. Faro, di Scilla e Candd\ di Diana, dello Xipliias (i); tutte avevano la volta e le pareti di¬ pinte di affreschi esprimenti rovine di templi e di altri edifici greci e romani; ed ognuna era ornata di mobili in istile pompeiano, di busti in gesso raffiguranti i principali scrittori classici, di antichi vasi, lucerne, frammenti d’iscrizioni e di mosaici, ed anche qualche testa di marmo. Di questa raccolta di antichità, generalmente ignorata, la parte più copiosa e più co¬ spicua era costituita dai vasi dipinti, che il poeta predilesse e cantò nell’epigr anima su ri¬ ferito, dove si vanta anche di avere dato ad essi un asilo acconcio e sicuro nella sua casa. Ma, purtroppo, egli s’ ingannò ! Appena dieci anni dopo la sua morte, il funestissimo ter¬ remoto del 28 dicembre 1908 travolse nella immane rovina anche la casa del Vitrioli e tutto ciò che essa conteneva. Per buona fortuna, io nell’anno precedente, per consiglio del chia¬ rissimo prof. Duigi Savignoni, che mi teneva da cinque anni come assistente nel Gabinetto di Archeologia dell’Università di Messina, avevo fatto uno studio di quei vasi e avevo otte¬ nuto le fotografie della maggior parte di essi; ed ora ne approfitto per farli conoscere ai lettori àQÌV Amonia. (2). Cosi rimarrà almeno la memoria e l’immagine dei più importanti fra gli oggetti che furono destinati a completare 1’ ambiente nel qua’e visse ed operò uno dei poeti contemporanei più meritamente celebrati per il sapore classico dei suoi carmi latini. Fcco dunque la descrizione di qrrei vasi: A. Vasi attici con figure nere. I. Anfora (figg. i, 2 e 3). Alt. 0,50. Circonf. 1,10. Rappresentazioni in riquadri riservati, nella parte superiore limitati da catena di palmette e fiori di loto alternantisi e contrapposti. Intorno al piede, zona di raggi. Colori aggiunti, bianco e paonazzo. Nel disegno, già fin dal¬ l’origine non del tutto completo e poco accurato, alcuni ritocchi ed anche qualche interpola¬ zione di un moderno restauratore, valgono a guastare e, nella scena del rovescio, anche un po’ a falsare qualche figura. Quest’anfora, secondo quanto riferisce in una lettera 1’ antiquario che la vendette al Vitrioli, sarebbe provenuta dal Museo Fittipaldi di Anzi (Basilicata) (3). (1) « Xiphias » (pesce-spada) era anche il ti¬ tolo dell’opera maggiore di lui, descrivente la caccia a quel pesce presso Scilla, e premiata nel 1848 dal R. Istituto Belgico, oggi trasfor¬ mato in Accademia Neerlandica. Cfr. il mio opu¬ scolo: Lo « Xiphias » di D. Vitrioli, Messina, 1907. (2) Le fotografie di tutti i vasi, tranne alcune (figg. I, 2, 6,7 e 8), furono eseguite per me dal me¬ desimo prof. Savignoni, a cui mi gode l’ animo di poter attestare ancora pubblicamente tutta la mia gratitudine non solo per i consigli e gli aiuti di cui mi è stato largo nel corso del presente lavoro, ma anche per le prove di generosità che egli mi ha dato dopo i gravissimi danni causati dal terremoto alla mia famiglia. Parimenti son lieto di poter anche qui ringraziare il cav. Tom- M.4SO Vitrioli e la sua gentile consorte, scam¬ pati entrambi miracolosamente al disastro, per la liberalità straordinaria con cui misero sempre a mia disposizione la casa dell’illustre zio, che da essi era stata ereditata e religiosamente con¬ servata. Né posso asternermi qui stesso dal ren¬ dere omaggio alla memoria del mio caro collega e nostro consocio prof. Andre.a Pedace, misera¬ mente perito nella catastrofe di Reggio, che con cura amichevole esegui uno schizzo della faccia A del vaso num. I; su la traccia del quale schizzo e con l’aiuto delle fotografie fu condotto il di¬ segno approssimativo che vedesi a fig. 3. (3) Ho udito recentemente che questo sia il solo vaso recuperato tra le macerie della casa Vitrioli. — 130 — A. Pompa nuziale. Solarti mm quadriga si vedono un uomo barbato, vestito di chiton c hiniation, intento a reggere, con le mani tese in avanti, le redini dei cavalli ; e una donna, vestita pure con lungo chiton e col manto, che le copre il capo e che essa sposta alquanto con la mano s. (i). Segue il carro un personaggio barbato, in chiton ricamato a (r) A questa donna che sta sul carro, per dimenticanza dell’artista, non è stato espresso il bianco delle carni della faccia, che però doveva essere rivolta di pi'ofìlo in avanti, come di so¬ lito c come, per chiarezza, io ho fatto indicare a puntini nel disegno sopra citato. 131 - cerchietti negli orli ed in hiniation, del (]uale un capo pende dal braccio teso in avanti. Iva corona di edera che egli porta in testa ed il corno potorio che regge con la s. (i), coperto in parte dalle figure sul carro, lo fanno subito riconoscere per Dionysos. Dalla parte Fig. 2 (num. 1, B). sinistra del carro procedono due coppie di donne, dalle chiome fluenti su le spalle e sul dorso, tutte in lungo chiton variamente ricamato, che — a giudicare dal braccio nudo appar¬ tenente alla figura di destra dell’ ultima coppia (2'; — è senza maniche. Questa figura e (i) Cfr. la figura simile nel rovescio di que- (2) Erroneamente dipinto al di qua della sto stesso vaso. coda dei cavalli. 132 13,3 — l’altra di sin. della prima coppia, della quale la testa vcdesi soltanto per metà, non sembra che portino alcuna cosa. Le altre due invece recano due ceste, di cui l’una, quella sorretta dal braccio della penultima donna, ha la nota forma del À!y./ov o vaglio antico, e contiene degli oggetti, dei quali si vede tratteggiato il contorno e che probabilmente sono dei pani o delle frutta (i). Il bianco del viso e delle braccia di queste donne è in gran parte svanito. Va dinanzi alla quadriga una giovinetta, anch’essa con le chiome scendenti su le spalle e sul dorso, e in semplice chiton, della quale non sono espresse le braccia o per dimenticanza del pittore o perché è caduto il bianco delle carni. Infine, precede l’intera pompa un perso¬ naggio barbato, coperto il capo da un basso petasos, in clamide, chitoniskos, nebride e calzari con tiranti rincurvati; il quale volge la testa all’ indietro. Egli, nonostante la mancanza del kerykeion, probabilmente è Hermes, come ci permettono di credere le rappresentazioni analoghe, di cui sarà parola in seguito. B. Bacco ed Arianna in mezzo a Satiri. Bacco è vestito di chiton e himation, ha in capo una corona d’edera ed è volto verso Arianna, alla quale offre il corno potorio, che regge con la mano s. Arianna (a cui il restauratore, scambiandola per un uomo, aggiunse la barba!) veste anch’ essa un chiton con apoptygma, ricamato aU’estremità (orlo a cerchietti) ed un himation, che le copre anche il corpo e di cu' ella tiene congiunti strettamente i due lembi sotto il mento. A lei rivolge delle parole il vSatiro che è alla sua sinistra, tenendo la testa china, la d. alzata come per accompagnare col gesto il discorso, la s. appoggiata al fianco, e la gamba s. in avanti. Degli altri due Satiri, che si vedono dalla parte opposta, l’uno danza e l’altro è stante : tutt’e due hanno la d. appoggiata al fianco e la s. in aria, e il primo agita con questa una tenia. La rappresentazione della faccia A merita ancora due parole di commento. Si tratta d’ una solenne processione, evidentemente una pompa nuziale, che si dirige verso la casa dello sposo. Invero essa corrisponde ad un tipo arcaico già noto per ].:arecchie rappresentazioni (2), ma da queste differisce per un particolare che io trovo solo qui, in tre vasi inediti del Museo Britannico (3) ed anche in un vaso di Napoli (fig. 4) (4). È questo il liknon che porta la donna e che è appunto quella mystica vannus lacchi (il dio stesso è qui presente) la quale sappiamo aver avuto tanta parte in cerimonie religiose. Qui si svolge invero una cerimonia nuziale, ma anche qui il liknon ha la sua ragione di essere. L’uso di esso come augurio di prosperità e simbolo di grazia spirituale, nel rito del matrimonio, ci (1) In un vaso di Napoli, fig. 4 (v. appresso), il vaglio ha dei manichi; ma qui il disegno sem¬ bra indicare piuttosto il contenuto del vaglio. (2) Cfr. Reinach, Répertoire des vases peints grecs et étrusques, Paris, 1900, II, pagg. 133 (i 4, 8, 9), 155 (2, 6, 9), 161 (4) : ai quali è da aggiungere un’ anfora a f. n. del Museo Gre¬ goriano, sala Vili, vetrina I, fila i in basso. num. 8 (quadriga con gli sposi, Dionysos col corno potorio, canefora, Hermes col kerykeion) . (3) Walters, Catalogne of thè Qreek and Etrn- scan vases, II, B 160 e 174; cfr. ivi introduzione, pag. 12, per il tipo generico della pompa nuziale. (4) Cfr. Heydemann, Vasensammlung zu Nea- pel, num. 2498. La nostra figura riproduce solo uno schizzo del gruppo col vaglio. Ausonia - Anno IV, — 134 — è già indicato da una gciuiua che porta la lìnna dell’artista Tryphorr e che appartiene al Museo di Belle Arti di Boston. Qiresta genuna, studiata e pubblicata dal Burtwàngler (i), rap- preseirta il rnatriinonio, oppure l’ iniziazioire e il nratrinronio insieme, di Eros e Psyche, i quali, velati, sorro coirdotti entranrbi per una sacra catena da un altro Eros portante la torcia nuziale. Un terzo Eros, intarrto, segue la coppia degli sposi tenendo srrl loro capo il vaglio pieno di oggetti, che non si distingue berre se siano frutta o pani; ed infine un quarto l'iros, che ha preceduto il corteo, è neiratto di scoprire una sedia o lettuccio. Questa scena, per quanto di carattere ideale e nritologico, riflette senza dubbio ciò che di fatto avve¬ niva nella vita reale e che trovianro anche nrenzionato negli scrittori. Plutarco (2), infatti, ci dice che nelle cerimonie iniziali di làteiie, un ragazzo, i cui genitori fossero ancora in vita, inghirlandato con un serto fatto di rami di spino e di ghiande di quer¬ cia portava attorno il liknon pieno di pani, pronunziando le parole « '/.axov , iùzo! i’j.zv'ij / ». Uà stessa no¬ tizia ci dànno anche Pisichio e Sni¬ da (3), e Polluce (4) ci fa sapere che la sposa portava seco il vaglio ed anche il pestello che si appendeva davanti alla stanza nuziale. Le fonti letterarie, dirnque, e i monumenti ci forniscono testimonianze evidenti dell’uso del vaglio nelle cerimonie nuziali; e la nostra rappresentazione ci mostra che esso poteva essere por¬ tato non solo da rrn ragazzo ma anche da una donna, almeno nel VI sec. a C., al qrrale appartiene l’anfora in parola. E questo rrrodifrca alquanto ciò che espone J. E. Harrisou nel capitolo l'hc Liknophoria de’ srroi Prolegomena to thè stiidy of Greek relìgion (5), dove non è preso irr considerazione altro esenrpio monmrrentale fuorché la ricordata genrrrra di Tryphon. Ma qual’ è il significato del vaglio nelle nozze? Polluce già citato dice che la sposa portava il pestello e il vaglio « rr/iy.ct-/, Ut; sixc-'t;, z'iTt/upY'z.; », cioè del suo lavoro casalingo; ma questa è soltarrto una sua congettrrra. Può essere che i detti arnesi, del pari che le ceste, che vedonsi portate cosi nella nostra corrre in altre rappreserrtaziorri, abbiano in sé questo significato; ma la presenza di Dionysos, la citata rappresentaziorre della gerrrma, e infine le .stesse parole misteriose che pronunziava il ragazzo recante in giro il vaglio ci fanno credere che questo avesse anche un significato recondito, come in altre scene d’iniziazione mistica. E (1) Die antiken Geniìuen, tav. lA^II, ii, pa¬ gina 260. Cfr. anche Mììller-Wieseler, Denk- maeler der alteri Kimst, II, tav. 51, mim. 683. (2) Plut.\rco o l’autore dei Proverbi Alessan¬ drini (1255 ed. Wyttenbach; XVI ed. Didot). (3) Ambedue S. V. v.p\jyo'r y.a/.óv, supov arstvov. {4) III, 37 e segg. (5) Cambridge, 1903: cfr. pag. 533 e segg. — 135 — ciò tanto piu, in quanto codeste rappresentazioni sembrano in genere riferirsi non alle nozze di dei o di eroi, ma di comuni mortali, assistiti da Dionysos, che di solito è prossimo alla coppia, e da Hermes, che fa da Trpoy,Y/,T/-[;; l’intervento dei quali deve essere determinato da particolari credenze. Anzi il tipo generico deve essere il più antico, analogamente a molti altri casi; poi 1’ aggiunta delle iscrizioni o di qualche attributo bastava a specificare i singoli personaggi e a determinare la scena, come avviene qualche rara volta : per esempio, in un vaso a f. n. del Museo Britannico, dove il tipo medesimo serve ad esprimere le nozze di Zeus e di Hera ; ma in questo caso manca il vaglio (i). Tale arnese manca general¬ mente anche nelle scene analoghe sopra citate; però il confronto con le altre, dove esso ap¬ parisce, e le osservazioni che ho fatto non permettono ormai alcun dubbio che tutte ci rappresentino la medesima pompa nuziale (2). In conclusione io penso che un senso mistico-religioso si celi in siffatte rappresenta¬ zioni. La mostra del vaglio, quale imagine della mistica culla di Bacco, aveva certamente un significato simbolico di benedizione e di salute per la prole, conseguenza diretta del matrimonio. Ciò noi possiamo dedurre da esplicite testimonianze letterarie, che c’informano dell’uso antichissimo di porre i bambini in un vaglio e di cullarveli, augurando contempo¬ raneamente ricchezza e abbondanza (3). Di questo stesso augurio erano espressione mate¬ riale i pani, di cui il vaglio mostravasi ricolmo nel di delle nozze, e coi quali faceva con¬ trasto la corona di spine e ghiande in testa del ragazzo che lo portava (4). La chiave di tutto codesto simbolismo ci è data, se non erro, da Plutarco, che nel passo già citato ci dice che le parole da lui riferite si pronunziassero come augurio di un mutamento in meglio e contenessero l’allusione alla cessazione del primitivo nutrimento selvatico degli uomini e all’ invenzione d’un altro più delicato e confacente (5). E poiché questo nuovo nutrimento fu creduto un dono di Demeter, e per questo dono poterono gli uomini rinun¬ ziare alle ghiande ed agli altri frutti agresti, noi siamo perciò indotti a supporre che co- deste cerimonie simboliche si ricolleghino con le dottrine dei misteri Eleusini, dove il sacro vaglio aveva pure un’importante funzione purificatrice, e dove avevano la loro parte Dio¬ nysos ed Hermes, le due divinità che si vedono nelle scene dei nostri vasi (6). Con ciò acquisterebbero un significato anche le ceste che si vedono parimente portate dalle donne (liknofore e canefore). Alla congettura sembra dar forza il fatto che ateniese era quell’ u- (1) Walters, op. cit., B 197, tav. V. Cfr. Amelung, Fùhrerin Florenz, n. 224 (Peleoe Tc- tide); PoTTiER, Vases du Louvre, F io (idem ?). (2) Nell’ op. cit. del Reinach la scena è sem¬ pre indicata cosi : « quadrige nuptiale (?) ». (3) SCHOL. IN C.\LLIM. HyMN. {Ili lov., 48). Cfr. Hymn. Homer. in MERC.,63, 150000.; Guhe u. Koner, Leben d. Griechen u. Rómer'^, pag. 333. {4) La Harrison, 1. c., interpi'eta « L.avOa; ps-rà òpufvcov zap7:Gv » foglie di acanto e ghiande. (5) Ecco il testo ; lar|p.aivov Ss wc «rcscó^avro [J.SV Tr|v ayptav zA ~aX«'.àv Siatrav, sCipTiZZoi Ss 757 7ip.EpOV Tpoor,v. (6) Cfr. specialmente l’urna edita da E. C.^e- tani-Lovatelli, BuUettino Comim., 1879, ta¬ vole 2-3, con la gemma citata di Tryphon. La Harrison si domandava se tali cerimonie non fossero da collegarsi con le dottrine orfiche. sanza, come affermano le fonti citate, e che ateniesi sono pure i detti vasi. Se cosi è, le scene in questi rappresentate potevano significare la santità del matrimonio che si compie sotto gli auspici divini. 15. V.VSI ATTICI CON FIGURE ROSSE. II. Hydri.\ (fig. 5). Alt. 0.40. Circonf. 0-89. Allo svolto del labbro, ovoli; sul collo, ramo Fig 5 (num. Il) . di lauro; sotto la rappresentazione, meandro interrotto da quadrati con croce obliqua .Stile bello attico, esecuzione molto accurata. Ricomposta per intero da parecchi frammenti. Conversazione fra tre donzelle. Vestono tutte chiton e himation, ed hanno i capelli ornati da un diadema imperlato. Ra prima a sin. offre, tenendola su la mano s. protesa, una 137 - pyxis a quella di mezzo, che stringe con la s. alzata uno specchio, e, camminando verso destra, si rivolge a quella. L,’ ultima donzella, ferma di prospetto su ambedue le piante, guarda le compagne e regge con la s. un lungo ramo fiorito, stileggiato a volute. I^e figure sono ben disegnate ed eleganti. Fig. 6 (num. HI). III. Hydria (fig. 6). Alt. o.gg. Circonf. 0.89. Ornamentazione, stile ed esecuzione come nel numero precedente. Ricostruita da piu pezzi. Conversazione tra due donzelle e un ejebo. Ra donzella che sta seduta in mezzo, su di una roccia, ha i capelli cinti da una tenia, indossa il chiton e 1’ himation, che le avvolge tutta la persona, tranne il braccio d., che è proteso come per accogliere nella palma una - 138 - palla sospesa, regalatale forse dall’ efebo che le sta davanti, e da lei alzata per gioco (?), L’efebo è interamente mulo, sn la s, tiene raccolta e pendente la clamide, e con la d. regge un bastone appoggiato con la inmta in terra, L’ altra donzella ha il medesimo vestito e abbigliamento della prima, e regge con la s. un lungo ramo d'albero parimenti appog¬ giato in terra, Xel campo, in alto, si vede una tenia a festone sospesa sopra la donna seduta. Mg. 7 (num. IV). IV, Cratere a Caìipana (llg, 7). Alt. 0.33. Circonf. della bocca 0.80. Sotto il labbro, ghir¬ landa di lauro; sottole figure, tutt’attorno al corpo del vaso, meandro interrotto da qua¬ drati con croce obliqua; sotto i manichi, due palmette sovrapposte, fiancheggiate da spirali fogliate; intorno all’attacco dei manichi, foglioline. Bello stile attico, disegno accurato, vivacità di movenze e di espressione. 139 — B. Colloquio di tre efebi. Essi sono avvolti nell’ himation ; quello di destra ha anche un bastone. V. Cratere a campana (fig. 8). Mt. 0.460. Circonf. della bocca 0.103 Sotto il labbro, corona di lauro in basso, giro di meandri. Ben conservato; riattaccato il solo piede. A. Combattimento di Arimaspi contro grifoni. A sin, un Arimaspo nel solito abito orientale (giacca con maniche e berretto) sta sopra un carro tirato da due cavalli che corrono verso sin., l’uno dipinto in bianco l’altro eseguito nel colore della terracotta, tranne alcuni punti A. Satiri e Menade. Due Satiri, dei quali 1’ uno regge tra le braccia un cratere (decorato in alto da un ramo fronzuto, in basso da una fila di meandri) e l’altro ha la d. protesa e la s. alzata come per accompagnare col gesto le parole, s’ avanzano danzando verso una Menade, cinta il capo di tenia, i capelli raccolti a ciuffo su la nuca, in chiton e himation; ella sta ferma, rivolta a loro e tenendo un lungo tirso nella s. — T-JO — bianchi nel balteo del collo; puntini bianchi contornano pure gli orli dell’abito e del ber¬ retto del coinlìattente. Onesti con la s. stringe le briglie e con la d. alzata è in atto di vi- brare un colpo di spada contro un grifone, verso cui si rivolge e che sta per assaltarlo di dietro. Il grifone è bianco, tranne le ali lasciate del colore deirargilla. Un altro Ariinaspo a destra, che sta a piedi, si rivolge parimenti per difendersi contro un grifone .simile al prece¬ dente. Un terzo gnerrieia), egli pure a piedi, con le gambe alquanto piegate, e in gran parte nascoste dai cavalli, sta alle prese con un altro grifone, di cui è dipinta in bianco sol¬ tanto la coda (i). B. Tre donne aniniantaie. hisse discorrendo gesticolano; quella di mezzo tiene una palla. C. \b4SI CON FIGURE RO.SSE DI FABBRICHE ITAEIOTE. \’l. Anfora AFUFA di forma slanciata (fig. 9). Alt. 0.66. Circonf. 0.102. vSul collo, catena di pahnette e fiori di loto concrajiposti ; sn la base del collo, foglie a linguetta. vSopra le ligure, in piccola zona riservata, meandro a onda; sotto le medesime, meandro interrotto da ri([uadri con croce obliqua. Nella jiarte sottostante ai manichi, pahnette. Colori aggiunti, bianco e giallo. Ricostruita da molti frammenti con poche lacune. A. Prescnlazionc delle offerte a una ioinba. In mezzo, su basamento formato da tre gradini, di cui rultinio è più alto, sorge un’edicola, con dentro un efebo (il defunto eroiciz¬ zato) dal corpo slanciato, nudo nel torso e coperto in liasso daH’himation, che per i due capi si ravr’olge al braccio sinistro e per il di dietro è sostenuto dal dorso della mano d., ajipoggiata sul fianco. Igi figura posa sul piede s., mentre il d. tocca il suolo .soltanto con la punta, t'.u la mano s. jirotesa regge un uccello, che ha verso di lui fissi gli occhi e che egli guarda con conqiiacimento. Ai lati dell’edicola quattro figure (due maschili, in alto, e due femminili, in basso), volte tutte verso il defunto, sono disposte chiasticaniente per riguardo alla posa: giovine in piedi, donzella seduta - giovine seduto, donzella in piedi. Il giovine stante, a destra, è tutto nudo, ha l’himation raccolto e pendente dal braccio s., ed offre con la d. una corona di mirto ; l’altro a sin., parimenti nudo e seduto sul proprio hiniation, porge con la s. una patera dipinta in liianco, e con la d. regge il tirso. Le due donne hanno entrambe un lungo chiton (quella a d. ha anche l’hiniation avvolto alle gambe), portano i capelli legati a ciuffo con una tenia su la nuca e sono adorne di orec¬ chini, collana ed armille. La donna che sta seduta sopra un masso, delineato da puntini bianchi, ha sn le gandie un cofanetto, che tiene con la mano s., mentre con la d. presenta (i) Vasi di questo stile c con questo mede¬ simosoggetto si sono trovati in Crimea (Ri.inach, Antiqiiités du Bosphore Cymiìiévieìì , pag. 107) ed a Creta (Savignoni, Mouuui. d. Lincei, XI, pag. 107), oltre ciré in Italia ; onde diffìcilmente sono di fabbrica italiota piuttosto che attica (v. Furtw.Kngliìr, in Lexikon dcr JMytliol. di Ro- scHER, I, col. 1773, e Savignoni, 1. c.). al defunto un uccello appollaiato su l’indice della mano; l’altra, che è inchinata verso il mo- Fig. Q (num. VI). aumento, appoggiando la gamba s. rialzata sopra un gradino, regge con la d. un pieno di frutta e con la s. sollevata offre un alabastron bianco. cestello Aksohìci - Anno /^' — 142 — B. Donzella seduta sopra un )>iasso in niezzo a due efebi. L,a douzella ha lungo cbiton e la d. protesa e reggente un cofanetto, su cui giace capovolto un calice. Dei due efebi, quello di sin. è coinpletainente nudo ed ha un lungo bastone nella s.; l’altro è coperto nella parte inferiore dall'himation, e con la s. alzata regge una face. \'II. Axfor.v di forma ugnale alla precedente (figg. lo-ii). Alt. 0.67. Circ. o.iio. Intorno al labbro, ramo d’ edera con foglie contrapposte. Su la parte superiore del collo, serie di o\'oli racchiusa in mezzo a due file di punti bianchi; su la parte inferiore, da un lato pahiivtta sorgente tra spirali, dall’altro foglie a linguette. Sopra le figure, altra serie di ovoli; sotto le figure, meandro interrotto da quadrati con croci. Sotto le ause, palniette fian¬ cheggiate da spirali fogliate. Colori aggiunti, paonazzo e giallo. Restaurata e ritoccata mo¬ dernamente. A. Conversazione aìiiorosa di efebi e donzelle presso una tomba. Xel mezzo sorge un heroon. del quale la metà inferiore rimane nascosta dietro un rialto del terreno. D’edificio, che dar'anti ha due colonne ioniche, è disegnato in prospetti\'a in modo da mostrare lo scorcio delle parti interne e dei travicelli del soffitto; 1’ architra\-e e le cornici del frontone sono ornati di file di perline bianche. Le figure sono divise in due gruppi. A destra è un giovine ricciuto e interamente nudo, assiso sopra un rialto e sul proprio himation, in atto di bere da una grossa patera baccellata. che avvicina al labbro sollevandola con la s., mentre lascia cadere la d. sul gi¬ nocchio. Ivgh sembra ascoltare la fanciulla che gh sta davanti inchinata su la propria gamba s.,la quale è ripiegata sopra un rialto del terreno. Essa gli parla accompagnando il suo dire col gesto della mano d., di cui son protesi l’indice e il medio. Anche questa ha i capelli ricci, che scendono inanellati su la schiena e su le spalle, \-este lungo chiton, che è decorato da una lista e da una fila di punti lungo il fianco d., e tiene h'iiimation raccolto su la gamba d. Porta inoltre armille Eie braccia e le scarpe. La seconda coppia è pure assorta in intimo colloquio. P'n giovine ricciuto e del tutto nudo come l’altro, appoggiato comodamente con l’ascella s. al suo bastone, che rimane coperto daU’himation ar'volto intorno ad esso, s’incurva leggermente in avanti piegando il piede s. indietro e tenendo la mano d. oziosamente applicata su Poniero suo, e discorre con la don¬ zella che gli sta seduta di fronte sopra un rialto indicato da una striscinlina rossa serpeg¬ giante. Ella ha i capelli raccolti a ciuffo puntuto da una benda, è ornata di orecchini ed ar¬ mille, indossa un elegante chiton ionico e un himation attorno alle gambe, e porta le scarpe; con la d. si appoggia al terreno, mentre alza la s. verso il giovine accompagnando il suo discorso con gesto simile a quello dell’altra fanciulla. Le vesti di ambedue sono costellate di puntini. Nella parte superiore del campo, una tenia appesa a festone da un lato, e un fiore dall’altro: in basso, una hydria con accanto il cercine per portarla in capo; e sotto il gio¬ vine seduto, un’anatra od oca. B. Eros tra iin efebo e una donzella.\'Eeos di forme androgine, nudo, con le ali spie- — 143 - gate, i capelli annodati in alto e adorni di tenia su la fronte, i sandali ai piedi, la d. ap¬ poggiata al fianco, la s. protesa, sta in alto rivolto verso un giovine, davanti al quale fa cadere Fig. IO (nutn. vii. A). la tenia che recava in mano. Il giovine è nudo, porta la clamide sospesa per di dietro sopra le braccia, e tiene con la d. un grappolo d’uva e con la s. il tirso. Dall’altro lato di Eros, ima fanciulla coi capelli similmente annodati, vestita di chiton lungo e himation — 144 — orlato di una lista con foglloline, tenendo la s. appoggiata al fianco e una corona di mirto nella d. sollevata, volge lo sguardo al giovine. Fra loro, dal terreno, sorge una pianticella Fig. Il (nutrì. VII, B) stileggiata a forma di spirale. La scena ci rajipreseiita forse l’unione ideale di due amanti nella beatitudine dionisiaca dell’Elisio (si notino l’uva e il tirso. Cfr. pag. 148, nota i). Vili. Anfora di stile atticizzante (lìg. 12). Alt. 0.62. Circonf. 0.122. Ventre molto — 145 — espanso, collo basso con cerchielli alla base e catene di pahnette - circoscritte da viticci compresi tra semicerchi - e fiori di loto altcrnantisi e contrapposti. Su le spalle, un giro di Fig. 12 (num. Vili). ovoli intramezzati da foglioline puntute, e poi linguette. Sotto le rappresentazioni, meandro interrotto da quadrati con croci oblique. Sotto le anse, pahnette fiancheggiate da spirali fo¬ gliate. Intorno al piede, zona di foglie puntute. Disegno abbastanza accurato. Ricomposta da vari pezzi. A. Quadriga di corsa verso sin., guidata da giovine auriga. Questi, vestito di chiton semplice, senza maniche, cinto alla vita e rigonfiantesi indietro, è alquanto incurvato sul davanti, e stringe con la s. le redini e con la d. la frusta. 11 cocchio è disegnato in prospet¬ tiva, ma le ligure dei cavalli sono esageratamente distaccate e messe Ihma di seguito all’altra. B. Due coppie di efebi, avvolti ncH’liimation ed in conversazicme tra loro. IX. Anfor.v .v volute con :\lv,schfroni (teste di INIednsa). I manichi nell'attacco si trasformano in leste di serpenti. Alt. 0.52. Circonf. 0.955. Ben conservata, tranne il ])iede. r-ig:. 13 inumni. X, XV - XXI). che è riattaccato. Tutto il corpo del vaso è coperto da una ricca ornamentazione floreale. Oltre a questo, sopra ciascuna delle facce è una figura: ./\. lìros librato ncU’aria, che sostiene con anflìedue le braccia una clamide sospesa dietro il dorso. In mano porta un ramoscello. B Donna in chiton con ajEiptygma, che porta nella s. nn tirso e nella d. un ramoscello. X'el campo, una palla decorata con croce. X. IIVDRI.V (fig. 13, num. 2 a sin.). /Mt. 0.31. Ciiconf. 0.67. vSul labbro, striscioline verticali; sul collo, ramo di lauro; ,sotto la raiqu'esent azione, meandro. Stile ed esecuzione come nei numeri precedenti. Ricostruita da più pezzi. — 147 — Scena funebre (7). 'l'ra una donna e un efebo è una stele a forma di pilastrino. La donna sta irr piedi a sin., in chitorr e spliendone, reggerrdo nella d. una ghirlanda e proten¬ dendo la s. verso l’efebo, coperto dairiiimation, il quale s’avanza dall’altra parte della .strie, Fig, 14 (num. XI). nell’atto di offrire con la d. un’ampia e lunga tenia, punteggiata e nelle estremità ternri- nante in frangia. Nel campo, una palla. XI. PeijkE (fig. 14). Alt. 0.44. Circonf. 0.83. Siri collo, giro di fiori tra due coppie di fa¬ scette; su la base del collo, giro di ovoli e puntini; sotto le rappresentazioni, meandro; sotto — 148 — le anse, palniette. I )isegiio molto andante. Stile tardo. Negli ornati e nelle lìgnre e molto colore giallo, sovrapposto. A. Conversazione amorosa [soggetto funebre?). Nel mezzo è una donna seduta sopra un masso a gradini e sotto un parasole, con uno specchio nella mano s. e una gro,ssa patera nella d. Porta una cuffia aperta e ricamata, la quale non ricopre la parte anteriore dei ca¬ pelli, che ivi sono ornati da una fila di perle. Dall’apertura superiore della cuffia esce un lungo ciuffo. Pilla indossa il chiton e rhimation, che è avvolto alle gambe, ed è adorna di orecchini, coll.ina ed armille. Davanti a lei, in atto di indicarle un efebo che sta dietro alle sue spalle, si vede un'altra donzella, ugualmente abbigliata e vestita di lungo chiton, ma con l’himation, o piuttosto una specie di sciarpa, sospesa per di dietro sopra ambedue le braccia; e queste sono aperte in modo che il s. è alzato verso la donna seduta, cui ella \’olge la faccia, e il d. alquanto abba.ssato e recante in mano una corona di mirto. Nello ste.sso tempo ella si volge vivacemente verso sin., con la gamba d. avanzata e la s. distesa indietro, onde l’al)ito si agita e svolazza. Tale atteggiamento può indicare o una danza che essa esegue davanti alla donna seduta (la defunta?), oppure che essa si allontana da lei per eseguire un ordine. Per contrario, l’efeljo, che è dalla jrarte opposta ed è nudo e con tenia attorno ai capelli, sta del tutto traiKjuillo in piedi, appoggiando al fianco il braccio d., cni è ravvolto l'himation cascante; nella mano s. abbassata tiene una corona di mirto e guarda con curiosità la donna in movimento. vSopra questa donna vola mi Pros nudo, dai capelli annodati a ciuffo, che esce da una cuffia aperta, con una tenia nella s. e imo specchio nella d. Ini sua presenza indica la relazione amorosa del giovine con la donna seduta. Nel campo, in alto, v’eì una tenia appesa a festone e una palla; tra le due donzelle, un’altra palla (i). B. Conversazione di efebo e donzella. Onesta, che è vestita del chiton ed ha l’himation raccolto e pendente dal braccio s., regge, per mezzo d’una funicella, un alabastro!!, e con la d. un cofanetto che offre al giovine. lìgli è interamente nudo, con rhimation raccolto e pendente dal braccio s., e regge con la d. un oggetto tondeggiante non ben distinto, che sembra un vasetto. XII. Cratere a caìipana (fìg. 15). Alt. 0.445. Circonf. della bocca 0.97. Sotto il labbro, corona di lauro; in basso, meandro interrotto da qualche crocetta decussata. Ben conser¬ vato, tranne che nei manichi, che sono riattaccati (2). A. Danza di una Menade e due Satiri. Da Menade, che è vestita di un leggiero chiton con apoptygma, svolazzante indietro si da lasciar trasparire le forme del corpo, danza su (i) Secondo G. Patroni, Ceraniicn antica nel- r Italia meridionale (cfr. pure Guida del Museo Naz. di Napoli, pag. 463), anche scene generi¬ che come la qui sopra descritta c le seguenti, numeri XIII e XIV, avrebbero significato fune¬ bre nei vasi italioti; ma non tutti lo ammettono. (2) Proverrebbe da Taranto. Ricordato dal VhTRioLi, op. cit., Epist.. XXXIII, pag. 197. la punta dei piedi, calzati con scarpe bianche, sostenendo con la s. un grosso cembalo e sten¬ dendo la d. in avairti; i suoi capelli sono raccolti e alzati a lungo ciuffo da una benda girata più volte, i cui capi svolazzano al vento ; ai polsi, armille. A sin., davanti a lei, danza un Satiro barbato, il quale muove verso .sin, volgendosi a guardar la donna, mentre tiene con Fig. 15 (num. XII). la s. una sitala e stringe con la d. alzata le estremità della tenia che gli cinge il capo; questa è bianca, come pure la coda di lui e gli orli della sitala. A d., cioè dietro la donna, danza un Satiro imberbe, il quale tiene come a festone un himation, che, sorretto dalla mano d. protesa, passa per di dietro ed è rigettato sopra l’avambraccio s. Egli regge con la s. il tirso ed ha una corona di mirto al capo e scarpe bianche ai piedi. Il terreno, in basso, è indicato da una fila di puntini bianchi, e sotto il giovine, presenta una pianticella e un altro oggetto, che sembra una patera; sotto il vecchio, un ramoscello a volute. In alto si vedono, da destra Ausonia - Anno /l-\ 9 — 130 — a sinistra una tenia appesa a festone, un oggetto rettangolare incerto, e una palla con de¬ corazione a croce. B. Colloquio di tre efebi, avvolti ueH’hiiuation c appoggiati a lunghi bastoni. XIII. Cr.vl'Ere a ca^u'ana (Qg. i6). Alt. 0.29. Circonf. della bocca 0.663. Sotto il la bbro gliirlanda di lauro; sotto le figure, tutt’attorno al corpo del vaso, meandro interrotto da riquadri a scacchi; sotto i manichi, due pahnette sovrapposte, fiancheggiate da s])irali fo- Hi';. IO (num. xiii). gliate; intorno all’ attacco dei manichi, foglioline. Disegno negletto, delle fabbriche apule. Ben conservatt). A. Scena erotica {funebre?). Una donna in chiton, cuffia aperta e radiata sul davanti, orecchini, collana, arniille - il tutto in colore bianco - sta appoggiata col gomito s. ad un pilastrino, tenendo i piedi incrociati. Ella regge, con la mano s. alzata, un cestello contenente degli oggetti bislunghi, e, con la d. protesa, una ghirlanda, forse di lana, ornata di foglioline nere. Davanti a lei è un giovine nudo, con tenia radiata in capo, riiimation raccolto e pendente dal braccio s. proteso verso la donna come per mosti arie 0 porgerle un uccello posato su l’indice della mano con le ali aperte, quasi volesse svolaz- zare verso di lui; con la mano d. egli regge dritto sul suolo un bastone. Nel campo, tre palle ornate di croce ed una larga benda. B. Colloquio di due efebi, avvolti nell’ himation e con bastone nella s. Nel campo, palle come in A. XIV. Ck.4TEkE a campana (fig. 17). Alt. o. ]2. Circonf. della bocca 0.78. .Stile e ornamen¬ tazione come nel numero precedente; se non che, il disegno è condotto con maggior cura, le Fi^. 17 Oi'.'.m. XiV). foglie del lauro sono più grandi e il meandro è interrotto da quadrati con croce obliqua. Ben conservato. A. Conversazione tra un efebo e una donzella {vita elisiaca?). L’efebo, interamente nudo e con tenia annodata sul davanti della fronte, è seduto sopra una roccia te¬ nendo la pianta del piede s. ferma sul suolo, la gamba d. allungata, la mano d. penzoloni e la s. protesa e reggente una grande patera, che egh offre od ha ricevuto da una don¬ zella, la quale gli viene innanzi. Questa è in chiton con lungo apoptygma cinto alla vita, sphendone ricamata, orecchini, collana, arniille; regge un tirso con la s., ed alzala d. come per accompagnare col gesto dell’indice levato le parole che rivolge al giovine. Nel campo, in alto, una tenia disposta a festone; dietro il giovine sorge dal suolo un lungo stelo fiorito B. Due efebi ammantati ai iati d'un filastrino. Quello di s. tiene un bastone, l’altro sorregge una palla. X\b Cratere a campana (fig. 13, num. 2 a d.). Alt. 0.30. Circonf. della bocca 0.865 fatile e ornamentazione come nel numero iirecedcntc. Colore aggiunto, bianco. Ben conservato. A. Satiro c Menade. v‘8cduto su di una roccia a contorno bianco, con le gambe incro¬ ciate. sta un satiro con coda bianca, la testa incoronata di edera, il collo ornato da col¬ lana bianca, la mano d. posata sul rialto, la s. reggente il tirso appoggiato su la spalla. Verso di lui s’avaiiza una Menade in chiton con apoptygma, capelli raccolti a ciuffo, annodati in alio c cinti da tenia; con collana, armille, una iiaccolr adorna di tenia nella d. pro¬ tesa, una situla nella s. Nel campo, a sin,, una tenia appesa; nella parte inferiore, mezza palmctta che spunta dal terreno. B. Colloquio d'un efebo c d' una donzella . Ivntraml)! sono avvolti nell ’ himatioii ; l’efebo regge con la d. un bastone. Nel campo, ])al!a e tenia. X\'I. (fiNOCTiOE a bocca trilobata, ventre espanso ed ansa cilindrica (fig. 13, num. i a sin.). Alt. 0.255. Circonf. 0.53. Ba rappresentazione è contenuta in un riquadro circoscritto da linee: presso il collo è ornato da una striscia di ovoli, in basso da meandro. Danza di un Satiro e una Menade. Questa, vestita di chiton, ha i capelli raccolti a ciuffo da una larga tenia, ])Oita orecchini, collana, armille, e regge una situla con la s. pro¬ tesa. Il v^atiro (ritoccato modernamente) agita con la s. sollevata un cembalo. X\’1I. riAT'io ampio (fig. 13). Alt. 0,09. Diain, 0.40. Ha due manichi ad arco sormon¬ tati da un bottone decorato a raggi e fiancheggiato da due bottoni simili sorgenti dal ]abl.)ro del piatto stesso. Ha parte superiore di questo lablrro è in rosso; lo svolto è deco¬ rato di striscioline. Nel centro è un Eros, di forme femminili (tipo delle fabbriche italiote), seduto sopra un masso, con ali spiegate e capelli raccolti nel solito modo. H intento a guardare un cofano semiaperto che regge su la d., mentre con la s. indietro sostiene un oggetto tondeggiante, che sembra un vaso. Nel campo, in alto, è una palla. Attorno gira un meandro a onda. 1 ). Va.SI TNTERAMENTE VERNICIATI. XVIII. Cratere di forma svelta e bocca espansa, tutto coperto di vernice nera lucida (fig. 13). Alt. 0.44, Circonf. del lablrro 0.82. vSu lo svolto del labbro, giro di ovoli; attorno al cor])0, corona di lauro dipinta in bianco. XIX. OiNOCHOE (fig. 13, a d.). Alt. 0.26. Diam. 0.24. Ventre basso e largo, collo lungo, ansa cilindrica, lobi della bocca ampi. vSul collo, una fascia da cui pendono dei grappoli bianchi. Sul corpo, baccellatura incavata, divisa in due paiti da un’altra fascia, che è ornata di punti bianchi — 153 — XX. Kyltx con manichi a nastro (fig. 13, a sin.). Alt. 0.06. Diam. 0,13. Allo svolto del labbro, striscioline; nel resto tutta verniciata. XXI. vSkypho.s (fig. 13, a d.). Alt. 0.09. Circonf. 0.20. Dipinti in bianco, su la parte superiore, triangoli alternantisi e contrapposti; nel campo, pure in bianco, le lettere AAE2. * * * Come ho detto, i vasi dipinti costituivano 'principalmente la collezione di cui si era Fig. i3. circondato il poeta Vitrioli; ma vi erano anche altri oggetti di genere diverso, fra cui alcune lucerne fittili e due teste femminili di terracotta, di quelle solite a rinvenirsi fra gli ex-voto di epoca romana. Né mancavano alcuni frammenti d’iscrizioni fissati nel muro, ed alcuni pezzi di mosaico incastrati nel pavimento delle stanze. In una di queste si con¬ servava poi con particolare rispetto, perché già molto amata dal poeta, una testina di Bacco giovine, posta sopra un bustino moderno, che può destare interesse, e perciò ne riproduco qui in appendice le fotografie, che fortunatamente mi sono rimaste (figg. i8-ig) (i). (i) Alt. col busto ni. 0,26. Restauratala ciocca tice; leggermente danneggiata la punta del naso destra dei capelli e un pezzo del cranio sul ver- e il labbro inferiore. Secondo una lettera al Vi- 154 — Essa infatti sembra rappresentare un tipo precursore di quello che ci è rappresentato dalla finissima testa di Bacco del Museo Capitolino (i). Ba testina del Vitrioli ha, come questa, la chioma sostenuta da un nastro che passa su la fronte, ma mostra, in confronto con i lineamenti delicati e l’ espressicme dolce della seconda, un carattere piuttosto severo e pensoso. B,ssa si raccosta, per le sue forme e per racconciatura dei capelli rigonfi, alle teste apollinee dello scorcio del v o del principio del iv secolo a. Cr., che furono pubblicate da L. f^avigiioni n (presto stesso periodico (2) Fig. 19. Aggiungerò infine che il proprietario della collezione mi assicurava essere depositati in ambienti che io non potei visitare, parecchi frammenti di vasi e di altri oggetti frantumati dai precedenti terremoti. Uguale destino toccò poi a quelli che io ho potuto descrivere in queste pagine, che almeno fisseranno il ricordo di ciò che sopra tutto fu caro al poeta di Reggio. Nicola Putorti. TRioi.i, che io ho letta, la testina fu a lui man¬ data da un antiquario di Roma ; c da quanto riferisce il Vitrioli stesso, che la descrive come femminile (op. cit , Ebist. XXV, pag. 193), essa sarebbe stata rinvenuta fuori l’orta Ca[>cna. Il restauratore ne indovinò il .significato dando a busto la nebride. (1) Nella « Stanza del Cdadiatore »: Helbig, Fii/ii't'r", I, mnn. 544. (2) Ausonia, II, pag. j8 e .segg. DI DUE SCULTURE CONSERVATE NEL GABINETTO ARCUEOLOCrICO DELLTJNIVERSITÀ DI PADOVA I. — Brevi notizie intorno alee origini della collezione. Alla scuola archeologica deU’Uuiversità di Padova appartiene una piccola collezione di antichità la quale formava parte del celebre Museo di storia naturale, fondato dall’illustre scienziato Antonio Vallisnieri sugli inizi del secolo xviii e passato aH’Università nel 1733. Il materiale archeologico conservato nel Museo Vallisnieri proveniva, in parte ricevuto in donazione, in parte acquistato, da altre collezioni private. Non erano infrequenti in Padova nel cinquecento e nel seicento, come nelle altre città del Veneto le collezioni antiquarie; ed alcune fra esse ebbero grande rinomanza per la ric¬ chezza ed anche per la singolarità dei monumenti. Basterà ch’io ricordile collezioni di Pietro Bembo, di Marco Beonico Tomeo, dei Capello, dei Raniusi (i), che tennero senza dubbio il primato fra quelle che si andarono formando nella prima metà del cinquecento. Ma verso la metà di quel secolo per opera di un dotto giureconsulto, Marco Mantova Benavides un’altra importante collezione veniva instituita in Padova. Da quanto lasciarono scritto i biografi (2) dei Mantova, la raccolta, che questo appas¬ sionato antiquario aveva formato nella sua privata abitazione di via Porcilia, era conside¬ rata fra le più ricche d’Italia e doveva certo avere molta fama anche fuori quando si pensa che Francesco I, re di Francia, aveva mandato una commissione speciale di gentiluomini per trattarne l’acquisto. Documenti più sicuri ci permettono di conoscere da vicino e valutare l’importanza della raccolta Mantova, le cui vicende sono per noi di grande interesse, poiché ad essa, come ve¬ dremo, appartenne, il nucleo principale della collezione universitaria. Il museo di via Porcilia (3) non era dissimile dagli altri Musei contemporanei, nei quali ad imitazione dei Cabinets francesi, badandosi ordinariamente a fini estetici e decorativi e (1) La collezione dei Ramasi passò poi in pro¬ prietà dei Contarini a Villa Contarena e più tardi fu regalata dal Co. Haugwitz al Museo Atestino dove tuttora si conserva. Cfr. GHIR.A.RDINI, Il Museo Nazionale Atestino p. 36 nota IV'*. (2) Cfr. Valsecchi, Elogio di Marco Mantova Benavides p. 51 e 52 ; Riccoboni, De Gymn. Patav. II cap. VII p. 570; Vedova, Biografie degli scrittori padovani voi. I p. 569 (ediz. 1832) ; Ursati Sert., Moniim. patav. I p. 157 ; Ghe- LiNi, Teatro d’uomini letterati voi. I p. 161. (3) Cfr. le notizie che danno intorno alla rac¬ colta Mantova il Rossetti {Descrizione delle pitture, sculture ed architetture in Padova pag. 160 (ediz. 1780)] ed il Brandolese {Pitture, scili- tnre ed architetture ed altre cose notevoli di Pa¬ dova p. 219 (ediz. 179.5)]. talora a soddisfare più o meno dotte curiosità si accoglievano quiscpiilie e minutaglie archeo¬ logiche, reli(|uie d’antichità e d’arte di cpialsiasi provenienza. v^pigolando il catalogo parziale del mnseo che ci offre il Morelli nella sua « Notizia d’o¬ pere e di disegni illustrati » (i) ricaviamo come le più importanti collezioni erano quelle dei bronzi e dei marmi. Copioso era ])ure il materiale ceramico, ma sojrrattutto celebrato il me¬ dagliere » contenente tutta la serie completa dei Cesari ». Questo materiale archeologico era conser\-ato in mezzo a preziose sculture del ,Sansovino, del Vellano, del Riccio, di Tiziano Aspetti. deirAmmanati ed a dipinti d’insigni maestri di tempi e scuole diverse, fra cui [)rimeg- giavano un S. Cirolamo del Raffaello, un ritratto di M. Mantova del Tiziano ed una testa ad olio di Maddalena opera di Bartolomeo ^Montagna (2). Nè mancavano fra tanti monu¬ menti cospicui, a dimostrare il carattere eclettico della collezione, alcuni strumenti rari di fisica e di astronomia (3). 11 ùlorelli riporta inoltre l’estratto di un catalogo del Mrrseo, che un Andrea Mantova, nipote di Marco, compilò verso il 1605, daH'esame del quale possiamo desumere quali fos¬ sero le ])iù preziose rarità della collezione antiquaria (4). oltre ad una testa in Irronzo di vSatiro e ad un’altra pure in bronzo di efelro di «per¬ fetto autore >. erano registrate nel predetto catalogo mia testa marmorea battezzata per Bruto, di mirabile lavoro, ed « una testa antica di à’itellio » alla quale è legato il nome di Iacopo Rolrusti, avendo più volte servito di modello al grande artista. Onesti sarebbero i monumenti registrati nel catalogo, come ci dice il Morelli, «con lodi singolari». Sono ricordate inoltre alcune figurine in bronzo fra cui Oiove sedente, e tra i marmi « una figuretta dai due piedi di donna, con tre panni uno sopra l’altro, senza la testa e le mani, trovata nelle fosse delle mura di Padova» e una « Pomona mutilata con el seno ])ieno di frutti ritrovata ut supra » (5). Tale era in origine la collezione di ùlarco Mantova. Custodita gelosamente nelle sale del sontuoso palazzo di via Porcilia, essa rimase intatta per tutto il seicento, arricchita anzi dai discendenti che sentivano, per mdrile tradizione di famiglia, il sacro dovere di con¬ servarla e di accrescerla (6). Cosi un altro Andrea Mantova, che esercitò per diletto la pit¬ tura e fu disce])olo di Buca da Reggio, ampliò e riordinò la raccolta. Ma dopo la morte di lui, i migliori bronzi passarono al ùluseo dei Canonici di ,S, Giovanni in \Tndara (7) e negli inizi del vSettecento per dono cospicuo di Gaspare Alantova, la parte più coirsiderevole della collezione antiquaria andò ad accrescere qrrella che il Vallisnieri aveva annessa al suo Museo di storia naturale. (1) Morelli Jacopo, Notizia, ecc., IP ediz. (4) Cfr. IMorelli, op. cit. pag. 70. riveduta e corretta per cura di Gustavo Friz- (5) Cfr. Morelli,, op. cit. pag. 68. zoni pag. 68-70. (6) Cfr. Ursati Sert., op. cit. 157. (2) Cfr. AIorelli, op. cit. pag. 70. (7) Cfr. Morelli, op. cit. p. 150; Valsfcchi, (3) Cfr. Rossetti, op. cit. pag. 346. op. cit. p. 52; Riccoboni, op. cit. p. 579. — 157 - Ma quando nel 1783 fu soppresso per decreto del Senato veneto il monastero di vS. (Gio¬ vanni in Verdara, mentre la parte eletta della collezione Mantova già entrata in quel Museo passava nella Biblioteca di S. Marco (i), il rimanente entrava nel Gabinetto antiquario del- rUniversità, riunendosi così alla vecchia collezione del Valli^nieri. Ba raccolta di Antonio Vallisnieri accresciuta per il dono di Gaspare Mantova divenne la più importante fra le collezioni private della città (2) . Intorno alla formazione del Museo Vallisnieri copiose notizie ricaviamo dalla biografia che di lui scrisse i! conte Giannartico di Porzia e che troviamo preposta alle sue opere fisico-mediche pubblicate dal figlio dopo la sua morte (3). Il conte di Porzia parlando diffusamente del Museo di storia naturale ricorda anche i principali cimeli della raccolta antiquaria. vSono enumerate « varie scanzie ricche d’una rara serie di idoli, di sic^illi, di chiodi di bronzo, di fibbie e simili anticaglie » che il Vallisnieri aveva ricevuto in dono da un gentiluomo veneto, il Correggio. Della serie dei marmi, dono di Gaspare Mantova, troviamo ricordati « molti idoli egiziani, fra i quali cospicuo quello del sole illustrato da Gerolamo Aleandro il giovarle ». Da collezione era pure adorna di parecchi bassorilievi, di urne sepolcrali, di busti, di statue, tra le quali il biografo celebra due « vestali di mediocre grandezza, d’una delle quali la veste era uno sforzo dell’arte». Provenivano dalla raccolta Mantova, unitamente a molti rilievi in stucco e teste e busti in gesso di imperatori romani, numerose lucerne delle quali trattò in mia dotta dissertazione indirizzata al Vallisnieri, Giambattista Orsato (4). Interessante doveva essere pure il medagliere e la collezione dei vasi <> d’ogni sorta ed epoca fra cui mirabili dodici etruschi antichissimi d’insigne mole, e di una leggerissima terra fabbricati, rabescati tutti di geroglifici e di figure degne di osservazione delle quali volle dare un esatto disegno il giustamente rinomato marchese Scipione Maffei» (5). Insieme a tale copioso materiale archeologico v’era pure una serie di cose cinesi: tazze, idoli, monete e perfino radici di medicamenti. Ma quali fossero i cimeli della collezione antiquaria del Vallisnieri, ci viene riferito dal Brando-lese che raccolse un elenco ordinato, coiraggiunta di brevi notizie storiche, di tutte le opere antiche e moderne esistenti in Padova al suo tempo. Il Brandolese (6) enumera varie teste di marmo che egli asserisce provenienti dalla raccolta Mantova fra cui celebra « una testa del gladiatore Milone Crotoniate ed una rappresentante Marco Bruto, un satiro (lì Cfr. Morelli. 1. c. — Dalla Biblioteca di San Marco passò nel Museo archeologico del Pa¬ lazzo ducale dove si conserva nella sala cosi detta dei Bronzi insieme alla collezione Zulian, colle indicazioni ancora dei vecchi numeri di ca¬ talogo. (2) Cfr. Brandolese, op. cit. p. 238. (3) Cfr. Giannartico di Porzia, in prefaz. alle Opere fisico-mediche del cav. Antonio Val¬ li snieri, raccolte da suo figlio Antonio. Venezia 1733- tomo I pag. lvii e seguenti. (4) Cfr. G. B. Orsato, Dissertazione sopra le lucerne antiche sepolcrali Padova 1707. (5) Cfr. Giannartico di Porzia, in prefaz. op. cit. pag. lvii. — ■ Vedi Maffei, Museum Veronense p. ii tav. IX. (6) Cfr. Brandolese, op. cit, p. 238. Ausonia - Anno IV. 2Q e due torsetti, runo di uomo e l’altro di donna, fatti da inano egregia» ed inoltre «un pezzo di marmo Irianco sopra cui sta scol])ita una Baccante coronata d’edera» e fra i vari torsi » uno in marmo rappresentante una ninfa saltatrice in atto leggiadrissimo ». .Ma dove soprattutto si ferma rattenzione del Brandolese si è sopra 1’ « idolo del sole ricordato dal conte di Porzia e che egli cosi descrive: « un celeliratissimo torsetto simbolico cinto da dodici segni dello zodiaco e da altri allegorici fatti scolpito a liassorilievo, pezzo singolare che contiene bellissime mitologiche erudizioni e che meritò di essere illustrato da una dotta penna del secolo passato » (i). Morto nel 1730 Antonio \'allisnieri, il tiglio che gli succedette nella cattedra di ana¬ tomia, regalava il ricco museo ])aterno flutto di tante assidue e dispendiose cure alla Re- juibblica \Aneta, col patto che fosse conservato integro e collocato in più degna sede all’Università di Padova. Il procuratore del Consiglio dei Pregadi accettò, a nome della re])ubblica il muniUco dono e con lettera del 2 gennaio 1733 (2) incaricava i Riformatori dello vStudio di Padova, di porgere ad Antonio Vallisnieri juniore i più vivi ringraziamenti a nome del Senato \Aneto, etl in pari tempo dava l’ordine (3 a Nicolo Venier, capitano della città di sistemare i nuovi locali destinati al Museo. Così oltre alle collezioni zoologiche anche la serie dei marmi, dei Itronzi, dei vasi, passò coi vecchi armadi nei nuovi locali, e ciò avvenne verso la metà del 17,54 (4). Disgraziatamente le vicende della collezione nell’ultimo decennio del settecento e nei primordi deH'ottocento ci sono affatto ignote. Ma è certo che, do])0 la entrata di quella parte della collezione di vS. (Giovanni in \’erdara toccata all’Università, la raccolta non fu accresciuta da alcuna altra donazione od acquisto, che anzi se gettiamo uno sguardo in un catalogo manoscritto che si conserva nel vecchio archivio universitario (5) e Io confrontiamo con un altro catalogo compilato dal Gloria nel 1848 (6), appare evidente la scomparsa di una buona parte dei monumenti. Così decimata da ignoti ratàtori (7) e lasciata in completo abbandono in una oscura stanzaccia, essa rimase fino ai nostri giorni, (1) Cfr. Br.\noolese, O]!. cit. ]>. 239. (2) Cfr. Archivio antico universitario di Padova Mss. D. T. P. iP n. 506. (3) Cfr. Ardi. ant. fJniv. di Padova, Ms. cit. « D Polizza delle spese che occorseroper riporre il xMuseo Vallisnieri»; « Ih' Polizza del Capo- mistro Paolo Fintovi per formare il disegno di una scuola nella (piale deve esservi collocato il Museo ora esistente appo l’ 111 ino prof. An¬ tonio Vallisnieri, per coniando di Nicola Venier capitano di Padova ». (4) Cfr. Ardi. ant. Univ. di Padova, Ms. cit. n. 506: Lettera di Gerolamo Bolani jiodestàc di Giacomo Soranzo capit ino di Padova in data del 22 giugno 1734, diretta ai Riformatori dello studio di Padova, riguardante la sistemazione della collezione antiquaria nei nuovi locali del Musco. (5) Cfr. Archivio ant. Vniv. ci Padova, Ms. 2224 n. 12 p, 13Ó: I! Indire compentlioso delle serie (.lei Museo Vallisnieri ». (6) Cfr. Nuovo archivio del Gabinetto Archeo¬ logico dell' Università. (7) A testimoniare tale spogliazione riman¬ gono numerosi dadi di legno che servirono già di base a figurine in bronzo. — 159 — Alcuni anni or sono fui onorato dal prof. Ohirardini deH’incarico di assisterlo nella coinpila''',ione di un inventario della collezione per fine annninistrativo e cosi aprendo i vecchi armadi potei esaminare da vicino tutto il materiale rimasto. Della serie dei bronzi, che trova il complemento in (juella parte della raccolta di .S. Gio¬ vanni in Verdara che si conserva nel museo del Palazzo Ducale, restano ben pochi oggetti : alcune statuette virili ignude di stile legato, qualche figurina schemativa equestre, la mag¬ gior parte con la base da inserire o fissare sui piedistalli, varie fibule primitive, insieme con altre di età romana e finalmente degli arnesi curiosi a due anelli e a tre punte, il cui u=o non è ancora con sicurezza determinato. Accanto a questa varia suppellettile in bronzo si trovano degli idoletti egiziani a smalto ed a vernice bigia e verdognola. Anche del copioso materiale ceramico ben poco è rimasto. Alcuni vasi d’impisto gros¬ solano, di color nero, interi e frammentari, fra cui un ossuario ornato a borchiette di bronzo che ricorda quelli del II periodo atestino, provengono probabilmente dal territorio euganeo e la stessa origine devono avere le numerose fusaiuole ed i cilindri a doppia capocchia piatta e arrotondata. Di suppellettile ceramica greca non rimangono che pochi vasi (i) di vario tipo (crateri, idrie, oinochoai) a figure rosse su fondo nero, quasi tutte di disegno trascurato e delle fab¬ briche italiche più recenti, del III secolo av. Cristo. Di altri fittili di età romana (olle, orci, tazze di varietà e dimensioni diverse) non si conosce la provenienza nè è ben certo se ap¬ partenessero alle raccolte Mantova o Vallisnieri; non manca qualche anfora di svelta ed ele¬ gante struttura. La bella serie di lucerne illustrata dall’Orsato è ridotta a ben poca cosa ; quelle che riman¬ gono sono per lo più liscie, due sono figurate: l’una con due amorini, l’altra con un Hermes. Più interessante è la collezione dei marmi. Essa è formata in gran parte di teste e busti di età romana rappresentanti divinità, personaggi ignoti deU’impero, per lo più di mediocre lavoro. L’uso del trapano nel trattamento dei capelli e delle barbe indica un periodo inoltrato dell’arte romana. Lo stato di conservazione è però discreto ; i restauri sono per Io pi 1 fatti in cemento. La collezione annovera inoltre undici statue quasi tutte più o meno frammentarie ed a’cuni bassorilievi, Da questa breve rassegna del materiale archeologico, conservato nella collezione, dopo e posizione delle principali sue vicende, non possiamo che deplorare l’abbandono in cui essa giacque per tanto tempo. Che se nello stato presente ha perduto ii suo valore originario colla scomparsa di molti fra gli oggetti che la lomponevano, dobbiimo tuttavia riguardarne e scarse reliquie come interessante documento storico di un cospicuo museo del cinquecento. (i) I migliori vasi della collezione sono passati a Verona regalati dal Vallisnieri a Scipione Maffei (cfr. Maffei, Mttseum Veronense p. ii). II. — Frajimrnto di stei.K sepolcrale attica. l"na fra le più interessanti sculture che si conservano nella colle/àone è un frammento di bassorilievo che attrae l’attenzione dello studioso dell’arte per una certa quale rarità di stile e di fattura. Il jrregio della scultura è (piello di essere un originale greco, nel quale tra¬ spare, a prima vista, tutia la .spontaneità e la freschezza dell’arte attica dei migliori tempi. Non desterà certo meraviglia la presenza nella piccola collezione padovana di un’opera genuina d’arte greca per chi alibia conoscenza sulle origini della maggior parte delle colle¬ zioni pubbliche e private del à'eneto (i) in cui si ritrovano sovente preziosi avanzi delle N’ecchie raccolte che le famiglie patrizie veneziane adunarono a poco a poco ad ornamento dei loro palazzi durante il periodo glorioso dei traffici marittimi e che poi andarono misera¬ mente disperse nell ultimo secolo della republilica e dopo la sua caduta. Il rilievo è in marmo pentelico alto metri 0,55 largo 0.32. Vi è rappresentata una gio¬ vane donzella con la testa di profilo a destra ed il corpo cosi disposto insieme alle braccia da apparire a due terzi di jirospeirto. Veste un chitone di stoffa leggera, drappeggiato e for¬ nito di mezze maniche e porta sopra questo un mantello che le ricopre solo metà del tronco e la parte inferiore della persona, lasciando libera la spalla ed il braccio destro. Raccolto dal braccio sinistro che piegato al gomito ed aderente al petto ne rimane strettamente av¬ volto, il manto lascia scorgere al disopra di questo la sporgenza ben delineata della mam¬ mella sinistra. I^a testa è leggermente inchinata ed il braccio destro piegato al gomito poggia sopra il dorso della mano sinistra ed è portato sotto a mento. La figura è manchevole di tutta la parte inferiore, di una porzione della spalla e del braccio destro e presenta jiure qualche rottura sotto all’occhio ed al mento; mancano alcune dita delle mani e si notano varie corrosioni nelle pieghe del chitone e del manto. Questa immagine idealizzata di donzella, a cui l’espressione sentimentale del volto rat- tris. ato dà un singolare accento di nobiltà, non offre difficoltà alcuna per rinterpretazione : figure consimili ricorrono sovente nelle stele funerarie. Per lo stato però di manchevole conservazione riesce alquanto difficile ricostruirla poiché la rottura corre tutto all’intorno. Ad ogni modo la situazione, in cui l’artista ha rappresen¬ tato la giovinetta, mi fa escludere recisamente che la figura fosse concepita così isolata in una stele. L’attitudine meditativa del capo inclinato e sorretto dalla mano, lo sguardo, la dispo¬ sizione delle labbra, la conformazione del mento, la compostezza generale della persona espri¬ mono con una grazia mirabile, il profondo dolore della donzella. Ma non si tratta di un dolore chiuso, concentrato, come sembrerebbe a prima vista ; lo sguardo ha una direzione (1) Numerosi sono i rilievi funerari greci sparsi come appare sfogliando il Duetschke, Antike nei musei e nelle collezioni private del Veneto Biklw. in Oheritalien voi. IV e V. — i6i — determinata e si riposa sopra qualche cosa che doI)lhamo immaginare li appresso. Non già il defunto, ma un personaggio vivente che sta per contemplare rinmiagine di qualche per¬ sona cara, scorgerei in questa figura di giovinetta. Nelle stele, in cui sono rappresentati due personaggi, il defunto ed un altro accessorio, questo, quando si tratta di un’ancella o di un servo, è concepito nell’atto di prestare qualche servigio al defunto, mentre i congiunti sono rappresentati per lo più nell’atto di stringere la mano alla persona cara. Non mancano però esemplari in cui l’artista ritrasse questi perso¬ naggi secondari in mesto atteggiamento dinanzi alla persona defunta che sta seduta di fronte. In una stele scoperta ad Atene e che si conserva in quel museo nazionale (i) a destra di una figura muliebre sedente è scolpita una giovane donna vestita di chitone e ricoperta dal manto, che, nella medesima attitudine meditativa, resa evidente dal gesto della mano destra por¬ tata sotto il mento e dalla testa inclinata, come nel rilievo di Padova, contempla con espres¬ sione di dolore rinmiagine della defunta. Analoghe figure di donzella ricorrono in altri esemplari di stele (2) a forma di edicola, in cui la donna defunta è rappresentata seduta soiira una sedia a spalliera ricurva. Ma la mano anziché ripiegata sotto il mento è accostata alla guancia determinando una più spic¬ cata inclinazione del capo verso destra che arreca maggiore grazia alla figura. Il motivo differisce di poco dal precedente ma rende più efficace l’espressione sentimentale del volto. Fin qui abbiamo limitato i nostri riscontri a quei rilievi in cui la composizione è ristretta alla semplice immagine del morto con un solo personaggio accessorio, ma nulla ci vieta di pensare, date le condizioni del rilievo, che la figura facesse parte di una più larga compo¬ sizione. In numerose stele che rappresentano dei veri quadri di famiglia, fra i personaggi aggruppati attorno al defunto ritroviamo sovente questo medesimo tipo di donzella in un atteggiamento affine al nostro, la quale ora serve quasi di sfondo nel centro della compo¬ sizione (3) 01 a è allogata in un posto laterale della scena (4). Nell’ipotesi che la nostra figura appartenesse ad una di queste composizioni più com¬ plesse le converrebbe il posto laterale a sinistra del rilievo, soprattutto perchè, se fosse stata nel centro, la parte inferiore sarebbe rimasta nascosta dietro alle altre, mentre qui la parte che si conserva non è interrotta inferiormente, mala.scia scorgere la continuazione del manto in basso. (1) Cfr. Gonze, Die attischen Grabveliefs I taf. XXXVIII 0.97; Stais, Marbres et bronzee du Musée national, voi. I, pag. 113 n. 820. (2) Gonze, op. cit. I taf. XXXVIII n. 96, n. 98, n. Toi, n. 102. — Il medesimo tipo ricorre anche in qualche lekythos funeraria cfr. in parti- colar modo il Gonze taf. XXXVIII n. 99. (3) Gome figura centrale di profilo cfr. Gonze, op. cit. taf. GVIII n. 354 e LXIX n. 293 ; Stais, op. cit. n. 729 e n. 716 (stele del Museo di Atene) . — Gome figura centrale di prospetto cfr. Gonze, op. cit. taf. XGVI n. 410 ; Stais, op. cit. n. 743 (stele del Museo di Atene). (4) Gome figura laterale di profilo cfr. Gonze, op. cit. taf. LXVI n. 284. — Gome figura late¬ rale di prospetto, ovvero a due terzi cfr. Gonze, op. cit. taf. LXXVIII n. 320 e I.XXXV n. 337. 102 — Lo stilf e la fattura d 1 rilievo ci riclóaniano tuttar ia un irò più in su di questo periodo Fì^r. I — Stele sepolcrale del Museo na/ìonale di Atene. in cui la scultura sepolcrale trascinata dalle nuove tendenze dell’arte aveva iinniaginato rap¬ presentanze più larghe e complesse ed intensilìcata l’espressione del pathos. Nella nostra figuro — i63 — invece il dolore, reso evidente ilairattitudine meditativa, serba una impronta serena e soave. Fig:. 2 — Stelli sepolcrale del Museo nazionale di Atene. Quantunque la maggior parte delle stele attiche della fine del v e della prima metà del IV secolo, sieno opere d’industria, talune rivelano un carattere di vere opere d’arte offrendjsi allo studioso come moiiuinenti originali. In alcune di esse ritroviamo infatti il riflesso dello stile dei grandi maestri ai cui insegnamenti questi umili scalpellini non pote¬ vano rimanere estranei. Cosi la nostra figura nella mediocrità del lavoro risen'.e ancora di quella purezza plastica di forme, di quella perspicuità di disegno che la mente di Fidia incarnò e perpetuò nei suoi tipi ideali del fregio del Partenone. A me sembra particolarmente di riscontrare un’intima parentela di concepimento, di stile e di fattura fra la donzella del rilievo di Padova e l’ancella rappresentata dinanzi alla padrona seduta in un rilievo funerario scoperto al Pireo e che si conserva nel museo di Atene (i). Quell’ancella appare bensi in diverso atteggiamento, giacché, aperta la scatola delle gioie, sta per porgere alla defunta signora un vezzo d’ornamento. Ma ad ogni modo in ambedue le figure il volto rivela la medesima espressione di dolore contenuto e mite; lieve¬ mente mosse e gonfie le gote; gli sguardi intenti in una fissità melanconica. L’ima e l’altra testa dal nobile profilo attico, con le laltbra un pò turgide, con gli occhi penetranti, sono piene di severa dignità ed insieme di dolcezza. La corta capigliatura dà ad entrambe un carattere pressoché virile : le ciocche simme¬ tricamente ondulate costituiscono nel loro insieme come una specie di parrucca, sotto alla quale appare l’estremità inferiore dell’orecchio. Ahjuanto più grossolano che non nella donzella della stele del Pireo é il drappeggio del chitone e del manto nella nostra figura, quantumpie nell’insieme lasci intravvedere quella facilità che avevano anche questi modesti ed oscuri artefici di rendere con naturalezza ed insieme con eleganza le stoffe e quanto studio ponessero nell’adattamento dei più complicati drappeggi alle forme corporee. Agli ultimi anni del v od al primo decennio del iv é riferita la stele sopra ricor¬ data del àluseo di Atene (2). Doveva esser infaDi questo un tipo famigliare alla scultura fu¬ neraria di tale periodo. Pur ricordando, in quanto alla larghezza ed alla purezza delle forme, lo stile delle figure del Partenone, la donzella della stele di Padova, come quella del museo di Atene, serlra la grazia delicata di sentimento e di forme che è caratteristica delle figure funerarie del primo terzo del secolo successivo. A questo periodo ci richiama inoltre la configurazione dell’occhio già di pieno profilo, il sopracciglio posto as=ai vicino alla pal¬ pebra superiore e l’attenuazione di quella inferiore. La persistenza dello stile di Fidia nelle sculture sepolcrali della fine del v e degli inizi del IV secolo riconosciuta prima dal Inirtwàngler (3), è stata posta in maggiore evidenza ])iù recentemente dal Waldstein (4) e dal Gardner (5). Numerosi scultori di queste opere (1) Cfr. Gonze, op cit. taf. XXXI n. 6q ; Sr.iis, op. cit. p. 92 n. 726. (2) Cfr. Gonze, op. cit. (taf. XXXI n. 69), testo I p. 22 e St.\is, op. cit. pag. 92, n. 726. Vedi pure W.vldstein. Essays on thè art of Pheidias p. 291 c 30T ; Percy G.\rdner, Sculp- turcd toììibs of Hellas cap. X e Handhook of Gveck sculptuvc p. 393-394. (3) Cfr. Furiwaengler, Sauiniliiiig Sabouroff I, Introduz. p. 40 e seguenti. (4) Cfr. W.ii.DSTEiN, op. cit. 291. (5) Cfr. G.irdner, Handbook p. 393. d’arte industriale dovettero eser itarsi nei grandi cantieri dell’ acropoli e formare alla loro \'olta degli allievi che custodirono gelosamente le gloriose tradizioni dell’età aurea. III. — Singolare torsetto muliebre con cintura istoriata. Tra le rarità della raccolta inerita particolare menzione un torsetto marmoreo di statua muliebre sedente indicato nei vecchi cataloghi del Museo Vallisnieri col nome di « idolo del sole ». Questo tronco di statua fu scoperto in Roma nel primo decennio del seicento (i) e deve il suo pregio ad una zona istoriata con ligure a bassorilievo. Il primo possessore fu un dotto prelato vicentino, mons. Paolo Gualdo (2), nipote di quel Gerolamo Gualdo (3) fondatore di una tra le più preziose collezioni antiquarie del cinquecento, che costituisce tuttora il nucleo principale del museo civico di Vicenza. Mons. Gualdo, come ci riferisce un dotto antiquario quasi contemporaneo, Sertorio Or- sato (4) aveva ereditato dallo zio tutto il fervore nella ricerca e conservazione degli antichi monumenti, e, passando il periodo più bello della sua carriera ecclesiastica alla corte pon¬ tifìcia, dapprima come segretario del card. Castagna (1582-96) e poi segretario dei Memo¬ riali, durante il breve pontificato di Urbano VII”, ebbe Topportunità di raccogliere una grande quantità di anticaglie parte ricevute in donazione parte acquistate, che gli diedero occasione continua di favorire i dotti ed inesauribile materia di carteggio con essi (5). Creato dal vescovo di Padova mons. Cornaro, arciprete della Cattedrale e vicario ge¬ nerale di quella diocesi, mons. Gualdo, stabilendosi in Padova vi trasportava da Roma la sua già celebre raccolta e finché visse col fratello Giuseppe, pure canonico della cattedrale. (1) Cfr. Hier. Aleandro auctore — « Expo- sitio ar gumentorum in zona exciilptorum antiqiiae statuae ex albo marmore » in « Aniiquae Tabulae marmoreae. solis effigie symbolisque exculptae ac¬ curata explicatio », Roniae 1616, p. 77. (2) Per notizie biografiche intorno a Paolo Gualdo cfr. Dondi dai, l’Orologio (Franc. Sci¬ pione), Serie dei Canonici di Padova p. 98-100; I<. Allatii, Apes urbanae sive de viris illustr. (Hamburgi 1711) p. 54; Tommasini (Giacomo) Illustr. virorimt elogia (Patavii 1630) Voi. I p. 326. (3) Gerolamo Gualdo (1492-1566) protono- tario apostolico, visse in Roma, ai servigi del Card. Pompeo Colonna, durante i pontificati di Leone X e di Clemente VII ed in Roma inco¬ minciò a formare la sua raccolta antiquaria ar¬ ricchita poi da un’altra collezione celebre di Vicenza, quella di Valerio Belli (1476-151^6) fa¬ moso incisore e coniatore di medaglie. Cfr. IMagrini, Notizie di Gerolamo Gualdo fon¬ datore del Museo Gualdo (Vicenza, 1856: Mor- SOLIN (Bern.ardo) Gerolamo Gualdo protonotario apostolico, in « Arte e Storia », Firenze, anno Vili, n. 36 ed in « Rivista italiana di Numis¬ matica » (anno III (1890), p. 142, 557. (4) Cfr. Sertorii Ursati, Monum. patavina, lib. I sect. VII p. 276. (5) Epistolario del Gualdo in « I.ettere di uo¬ mini illustri ». Fra gli eruditi del secolo che arano legati in amicizia al Gualdo ricorderò il Pignoria ed il Pei- resch. Ausonia - Anno IV. 21 continuò ad accrescerla formando nn ricco museo che l’Orsato celel)ra con lodi singolari (i) Ma, dopo la morte del fratello ritornato nella nativa Vicenza, trasportava nel museo della sua famiglia la maggior parte della collezione (2). Il piccolo torsetto, che formava parte della raccolta, diremo così, romana del ('.ualdo, prima che la collezione di Padova migrasse a Vicenza, non si sa in quali circostanze, era pas¬ sato in mano di un pittore fiammingo, Davide Hoyer. il quale nel 1696 ne fece dono ad Andrea Mantova (3); e perciò lo troviamo ricordato fra quei marmi che Gaspare Mantova regalò al Vallisnieri (4). Appena entrato nella collezione del Gualdo, il piccolo monumento non tardò a dive¬ nire oggetto di discussione fra gli eruditi del temilo ed argomento a sonetti ed epigrammi (5). Gerolamo Aleandro juniore ne illustrò la cintura istoriata in una dotta dissertazione dedicata al Gualdo e |)uhlìlicata in Roma nel 1616, come appendice alla sua « Heliaca >). Di questa comparve una seconda edizione « aucta et recognita », ranno seguente a Parigi e più tardi, la troviamo pubblicata nel «Thesaurus Antiquitatum romanarum » del Grevio (6). Ancora prima però che l'Aleandro pubblicasse la sua dissertazione, Lorenzo Pignoria, in una lettera di risposta al (Tualdo (7), che lo aveva informato intorno « alla bella anti¬ caglia ». aveva promesso di fare delle ricerche suH’idoletto. IÌd infatti nella seconda edi¬ zione da lui curata delle « Imagini degli Dei degli Antichi » di Vincenzo Cartari (8) troviamo nelle « Aggiunte » illustrato il torsetto con copiose notizie storiche ed alcune incisioni in rame (rt). Dal momentt) in cui uscì dalla collezione del Gualdo si perdette ogni traccia del mo¬ numento. Iv Quirino \hsconti, illustrando il rilievo di un sarcofago con rappresentazione del ratto di Proserpina nel « Museo Pio dementino » (io) ne parla incidentalmente, ma mostra di conoscerlo per il lavoro dell’Aleandro e parimenti, senza comjscerlo, ne fanno par- (1) L’()rs.\to in " Mo:i. Pai. ■< p. 2j() chiama il Museo ilei Gualdo « nobilissiinum et ornalissi- nuim in quo monumenta e variis cie'itatis ac- d-bus, singulari studio et industria comportavit ». (2) Cfr. liRS.^Ti, 1. c., p. 276. (3) Cfr. Br.andolese, Pitture, sculture, archi¬ tetture ed altre cose notabili di Padova, 210 (ed. 1793). (3) Cfr. PoRZi.\ in prefazione alle ti Opere f- sico-niediche del cav. Antonio Vallisnieri raccolte da suo figlio Antonio », Venezia 1733. tomo l. pag. I.VII e seguenti. (5) Vedi Querenghi i'Mons. Antonio). Poesie volgari, Roma 1617, pag. 69 e 70. (6) Nella dissertazione trovasi una tavola in rame con una cattiva riproiluzionc della cintura sviluppata. (7) Cfr. Lettere di uomini illustri, pag. 117, 179 e 1S3: la prima lettera porta la data del 28 novembre 1614. (8) Tale edizione usci in Padova pei tipi del Torzi nel 1626. ^9) Cfr. Pignori.^,, op. cit. (ed. 1626) pp.533, 534 e 535. Il Pignoria presenta il torsetto in piti tavole che lo riproducono da vari lati. Queste tavole sono interessantissime perchè ci mostrano lo stato di conservazione del monumento poco dnjio la scoperta. La riproduzione è però inver¬ tita nelle parti come spesso accade nelle vecchie incisioni in rame ed in legno. (10) Cfr. E. Q. Visconti Miisée Pie-Clénien- tin (.Milano 1820) tomo V jiag. 45. — 167 ~ ticolar menzione il Welcker (i) ed il Gerhard (2). Il l'oerster poi nella sua nota monografia sul ratto di Per^efone discute a lungo intorno alla rappresentazione della cintura illustrata dall’Aleandro (3). Esposte cosi le principali vicende di questo singolare monumento e seguite le sue varie peregrinazioni di collezione in collezione, veniamo ad esaminarlo direttamente. Il piccolo torso alto metri 0,15, scolpito in marmo pario, del quale si scorgono nelle rotture i cristalli grossi e risplendenti, ci si presenta come l’avanzo di una statuetta muliebre sedente. Mancano; la parte superiore del corpo fino a metà del petto, la gamba sinistra pie¬ gata, dalla metà della coscia in giù, e la parte inferiore della gamba destra dal malleolo. Inoltre sono corrose le estremità del ginocchio destro, alcune sporgenze del panneggiamento e dei bassorilievi decorativi della cintura. Nella parte superiore la rottura è netta e sembra che la superficie sia stata lisciata a bella posta. Non ostante lo stato frammentario della statuetta la sua composizione è evidente. Ea figura è seduta colle gambe largamente aperte, delle quali però tiene alquanto più sol¬ levata la destra, come appare daU’andamento delle pieghe della sopravveste sull’uno e sul¬ l’altro fianco e dalla superficie di attacco della gamba sinistra. È ricoperta da un chitone talare di stoffa pesante e sopra questo indossa una singo¬ lare sopravveste aperta sul davanti che le giunge a metà delle coscie. Una larga cintura avvolge strettamente i fianchi, l’addome e parte del petto. Il chitone fortemente teso sulla gamba destra ricade nello spazio intermedio fra questa e 1’ altra gamba con abbondanti pieghe che s’incontrano nel mezzo formando profonde insenature ad angolo acuto. Ee pieghe ricompaiono poi sul fianco meno ricche e vanno mano a mano digradando verso la parte posteriore. Ea ricchezza del panneggiamento nella parte anteriore e soprattutto sul grembo e fra le due gambe è in forte contrasto col trattamento del chitone nella parte posteriore. Il torso da questo lato è spianato ; superiormente la sopravveste è liscia e la sua presenza è resa solo manifesta dalla linea terminale ; al di sotto di questa, nel mezzo, esce una larga falda del chitone verticale, rozzamente eseguita; senza alcun dettaglio. Ma ciò che costituisce la singolarità del piccolo monumento è la cintura che larghis¬ sima e rigida chiude la persona in modo da formare, a chi la esamini di prospetto, un tronco di cono che non permette di seguire gli andamenti delle forme. Abbiamo qui rappresentato nel marmo un vera e propria cintura che serra il chitone sopra il fianco e che rassomiglia, visto anteriormente, alle antiche corazze. Possiamo infatti distinguervi nettamente due parti; una superiore e l’altra inferiore, (1) Cfr. Welcker, Zeistchrift fùr Geschichte Akad. (1864) J.l, pag. 410, n. 41. und Auslegung der alten kiinst, pag. 63 n. 91. (3) Cìt.Vo'etì.stv.tì., Der Raub tind die Riickkeh (2) Cfr. Gerhard, Akad. Abhandl. in Bevi. der Persepìione, pag. 121. i68 — corri^potulcnti rispettivamente al y'j/).c,v e. cit., p. 67. — 170 — Ho già osservato, come per lo spazio ristretto concesso all’artista la riproduzione dei vari segni sia rozza e trascurata, ed inoltre, per la forte corrosione del rilievo, sia reso dif¬ fìcile uno studio comparativo dei singoli tipi. Del resto alcune rappresentazioni mostrano una conformazione abbastanza antica ed assai notevole per la tradizione stilistica ferma e chiara che in esse si scorge. Nel descrivere il torsetto, notando le parti mancanti, accennai alla forma del tutto sin¬ golare che esso presenta nella parte superiore dove la cintura chiude rigidamente la per¬ sona lino a metà del petto (i). Nella parte superiore non vi è traccia alcuna del chitone sopra la linea terminale della cintura ; solo anteriormente si scorgono due rialzi nel marmo equidistanti fra loro. Questo tenuissimo dislivello di superficie fa pensare subito alla linea estrema della sopravveste, che, come abbiamo notato, è aperta in basso sul davanti. Ma non essendo ciò ben chiaro non, si può affermarlo con sicurezza. Ora il cattivo stato di conservazione della statuetta nella parte superiore ci pone nel¬ l’assoluta impo.'^sibilità di tentarne una ricostruzione. Da ciò consegue pure la difficoltà nella determinazione del soggetto, sicché siamo costretti a rimanere nel campo delle ipotesi. Ennio Quirino Visconti (2) parlando di questa piccola statuirla senza però averla mai veduta e studiata, pensava che essa rappresentasse una sacerdote' sa od una iniziata ai sacri misteri, ma non espose i motivi che lo indussero ad una tale opinione.. A me sembra piuttosto che ci troviamo dinanzi ad una piccola statuetta di divinità sedente, la quale, in quanto al tipo, ricorderebbe specialmente le immagini di Cibele. In quanto al soggetto poi, siccome l’unico elemento, da cui si può trarre una deduzione, sta appunto nella rappresentazione della cintura, si penserà spontaneamente ad una immagine di Kora, il personaggio principale del mito espresso. Altri potrebbero pensare anche ad una Df^meter, tanto più che la leggenda del ratto è stata sempre quella che ha riunito il culto delle due dee. Ma quell’intreccio di fiori, che divide in due parti la cintura, richiama il mio pensiero alle ivjs-r.pop-.x (3) ; alle feste dei fiori che si celebravano in principio della primavera parti¬ colarmente in onore di Kora, durante le quali, le donzelle cercavano i fiori novelli e tesse¬ vano ghirlande. In un noto rilievo, che si conserva al museo Dateranense (4) e che è .stato recentemente illu.strato in modo tanto geniale dal Pettazzoni (5), unitamente ad Hades, De- (1) In questo restringimento del busto sopra il fianco senza alcun accenno alle forme del torace, ritrovo una somiglianza fra la no¬ stra statuetta e le immagini di Artemide Efe¬ sina. Vedi soprattutto quella della Galleria degli Uffizi (Reinach, Répertoire I p. 298). Cfr. per i vari tipi Denkschriften der philos. histov: Classe der kais. Akademie der Wissen- schdjten zu Wien XIX taf. VI. (2) Cfr. Visconti, Miisée Pie-Clémeniin. V. p. 45 (nota). (3) Cfr. Foerster, op. cit. p. 24 e 28 (vedi PoLLUx, I, 37: Strabo VI, 256). (4) Cfr. Benndorf und Schoene, Die anti- ken Bildwerke des lateranensischen Miiseimis p. 236 n. 359; Overbeck, Kimstmyth, Alias XIV, 15. (5) Pettazzoni in « Ausonia » ITI (1909) p. 79. i8o — meter ed Hermes è rappresentata Kora, adorna di una ghirlanda di fiori che le pende dalla spalla destra sul petto e con frutta neH’insenatura del chitone. L’esecuzione poi della parte posteriore, dove il torso come abbiamo notato è spianato, mi condurrebbe ad un’altra ipotesi; che cioè la nostra statuetta, fosse collocata entro una piccola edicola. Un monumento sepolcrale che si trova nel museo del I,ouvre (i) offre un bellissimo esempio che viene ad avvalorare questa mia ipotesi. Il monumento è in forma di edicola con due colonnette ioniche sostenenti un jastigiwn, adorno di due maschere negli aeroteri; nella parte inferiore dell’edicola è posta l’iscrizione col nome della persona de¬ funta (Salila Daphne) e neH’altra metà superiore, entro una nicchia, è collocata una sta¬ tuetta di Persefone, delle medesime proporzioni della nostra, con la face nella sinistra e maggiormente caratterizzata dal kalathos che adorna il timpano deH’aetoma. Non è improbabile che anche la nostra statuetta possa aver appartenuto ad un monu¬ mento sepolcrale consimile. Converrebbe in tal caso benissimo alla dea il carattere sepol¬ crale della rappresentazione della cintura: rappresentazione che non solamente ritroviamo nei rilievi dei sarcofaghi, in affreschi e mosaici di celle sepolcrali, ma anche in oggetti d’or¬ namento deposti nelle tombe come sopra un diadema d’oro scoperto a Koul-Oba (Kertsch) (2). Non escludo da ultimo, accostandomi in parte all’ipotesi del Visconti che la defunta ono¬ rata di tale monumento potesse essere stata una sacerdotessa od una iniziata ai sacri misteri. IVI ora rimane a fare qualche considerazione a proposito dello stile. Per quanto la scultura sia trattata con molta copia di particolari, che, attesa la pic¬ colezza del monumento, richiedevano una certa finezza di lavoro, tuttavia la modellazione delle singole forme è trascurata. Già altrove, pailando dei rilievi della cintura, ho richia¬ mata rattenzione sopra la decorazione toreutica delle corazze. Ld infatti il modo in cui sono scolpite le figure rivela la routine di un artista avvezzo al lavoro del cesello, che ha cercato di ottenere nel marmo un effetto analogo, come se il rilievo fosse trattato au re- poussé sopra una lamina di bronzo. Ma la durezza del marmo non si prestava certo ad un lavoro cosi minuzioso. Le figure hanno le teste appena sbozzate, gli occhi e la bocca accennati da semplici forellini, malamente disegnati i contorni, àleno percettibili ancora sono i tratti delle figure minuscole, che adornano le TrTsi^ysc;. Le pieghe del chitone nella statuetta sono trattate in modo meccanico, con solchi rigidi e monotoni, e dalla tecnica di queste falde del chitone mi ])are risulti chiaramente che la scultura non può essere ante¬ riore al IP secolo dell’èra cristiana. A. MINTO. (i) Cfr. Fkoehnhr, Nof/ce de la sciilpture an¬ tique dii Louvre I n. 203: Reinach, Répertoire de la statuaire grecque et roinaiìu',l, 122. (2) Cfr. lÌEiN\CH. Aììtiquités du Bosphore Cim- niévien tav. VI p. 46; B.vumeister, Denkindler f. 136 ; OvERBECK, Kitnsiìuytìi III p. 648 n. 351; Foerster, op. cit. pag. [18). IL TIPO DI II ATM OR STORIA DI UN TIPO FIGURATO * I. lyE ORIGINI. lya volta azzurra del cielo, iniinanente sopra il fluire perenne delle acque del Nilo, immensa fino alle lontananze del deserto, ebbe suiranima del popolo Egizio un fascino che si tradusse in una vibrazione sentimentale e si condensò nella figura di una dt-a. E come il cielo è la dimora del sole, cosi la dea del cielo (Het-Hert « la dimora suprema ») fu anche la casa di Hor (Het-Heru, Hathor) (i), o'^y-oc, '/.órs^uoi;, come dice Plutarco (2). Onde, anche, Hathor fu madre del sole : fu la vacca allattante Horus fanciullo, e il suo rappre¬ sentante in terra, il Faraone. Ma la concezione teriomorfa di Hathor si radica certo in più antichi e più profondi strati delia credenza religiosa e della creazione mitica, in quei fenomeni religiosi primitivi che sono, per così dire, preetnici, in quanto sono spesso anteriori al formarsi dei grandi nuclei nazionali. Proprie dei singoli nuclei sono poi le diverse fisonomie che presso ciascuno assu¬ mono le concezioni fondamentali primitive, e le forme estrinseche sotto le quali esse si tramandano attraverso le generazioni, rimanendo saldamente connesse all’ambiente ove nacquero. Così l’ imagine bovina di una dea è comune a molti popoli. Gli Egizi imagi- narono come vacca Hathor, la dea del cielo. Presso i greci Hera si chiama flo.oTu;, e Io si tramuta in giovenca: forse un’eco lontana del primitivo teriomorfismo. Ma nell’Egitto ogni tradizione è più tenace, ogni prodotto religioso ha in se maggior forza di conservazione. Attraverso i secoli e le dinastie lentamente compaiono le figure antropomorfe della divinità : ma senza cancellare mai del tutto il teriomorfismo originario. In quel cumulo di sopravvivenze zoolatriche, se non totemiche (3), che sono immanenti allo svolgersi del pantheon egiziano, il tipo bovino di Hathor presiede a tutte le rappre- * Il materiale inedito che qui si pubblica, io lo debbo alla cortesia dei sigg. A. H. Smith del British Museum, R. C. Bosanqiiet dell’Univer¬ sità di Liverpool, V. Stais, Direttore del Museo Nazionale di Atene; ai quali amo esprimere qui i miei ringraziamenti. (1) Budge, The gods of thè Egyptians, I 428 sg. ; Panzone, Dizionario di mitologia egizia, I 862 sgg. (2) De Iside et Osiride, 56, 374. (3) Contro resistenza di un totemismo vero e proprio nella religione egizia si pronuncia il Budge op. cit. I, 29 sg. — Altri invece danno sempre maggior valore agli emblemi animali fi¬ gurati su le insegne delle prime tribù conquista¬ trici dell’Egitto: A. T.oret, L’Égypte axi temps dn totémisme (Conférences du Musée Guimet, 1906); cfr. P. E. Newberry in Transactions of thè III interrì. Congress for thè History of Re¬ li gions (Oxford, 1908), I, p. 21 1. Ausonia - Anno IV. 23 sentazioni figurate della dea. Le più antiche risalgono ai tempi predinastici (i) : la dea sembra \-i compaia come una vera e proj^ria giovenca. Ma la rappresentazione interamente bordila non è la più frerpiente (2) ; ed è ])oi comune anche ad altre dee (3). Di gran lunga più frequenti e caratteristiche sono le rappresentazioni in cui si vede 1’ originario zoomor- lismo di Hathor limitarsi via via sempre iiiù per Tinvadenza deH’elemento antropomorfo : un processo che è comune alle altre figure del pantheon egiziano. C’è adunque un tipo più antico di Hathor in cui ranimalismo predomina con tratti numerosi e accentuati. K c’è un tipo più recente in cui Tattenuazione è proceduta oltre, e rantropomorfismo è in prevalenza. 11 primo tipo risale ai periodi più antichi dell’arte egizia. Compare infatti già su una tavoletta a rilievi che pare risalga alla I dinastia (4) : ripetuta quattro volte in alto nella forma riprodotta dalla nostra fig. i, la testa di Hathor ritorna anche come motivo ornamentale sulla cintura del Re rappresentato nella tavoletta. Essa ri¬ corre anche su avori protodinastici provenienti dalle tombe dei Re ad Ab3Mos (5) : fig. 2. Qui la figura di Hathor è limitata alla testa e a una forte larga cervice allargantesi ancora all’in giù. La figura è di pieno prospetto. Agli elementi interni della faccia, puramente umani, si accop¬ piano — elementi, per cosi dire, esterni — le orecchie bovine e le am])ie corna ricurve all’indentro secondo una linea tipica. Confrontiamo ora con questo il tipo riprodotto, per quanto schematicamente, nella figura 3. Le lunghe corna caratteristiche sono scomparse. Un solo elemento persiste del¬ l’antica figura zoomorfa : le orecchie. Anche, emana una tal quale impressione animalesca Fig. I — Tipo protodinastico di Hathor : da Bissing. Di'tìkifilil. Skn/ptii) t 2. (]) Buugic, 'File ^ods of thv EgyFtiaìis, I, jia- gina 428, cfr. p. 24 sg. Per il periodo delle prime dinastie si può ricordare la vacca accovacciata con penna fra le corna nella tavoletta in avorio Flixders Petrie, Rovai Toiiihs of thv varliest dynasties H [Egypt Exploratiou Fund 21) t. 5, I, p. 22. (2) Pare sia connessa con un aspetto speciale d,i Hathor come protettrice dei ilelunti (la dea del cielo oscurato) : un suo santuario a Deir el Bahari (xviii din.) aveva la forma insolita di una galleria a volta scavata nei fianchi del monte, in mezzo alla quale si ergeva nella pe¬ nombra una superba statua di vacca reggente ilinnanzi la figura di un re: Navii.le The XRh dynasty tempie at Deir eì-Bahari I [EgyptExplo- vatioìi Fund. 28) t. I, p. 63. Per la rappre¬ sentazione dello stesso concetto, cfr. Bissino Deìikmdlcy dgypiischer Skiilptiir, t. 73 a, b = Capart, L’Art Égyptien, t. 88; Maspero, Histoìve ancienne des pcupìes de ì’Orient, I p. 187. (3) Specialmente Nut, un’altra dea del cielo: Budge op. cit. I, f. a p. 424: cfr. f. a p. 422. (4) Bissino, Denknidlev dgy ptischcr Sculptur, t. 2. (5) Flinders Petrie, The royal tonibs of thè pvst Dyuasty T {Egypt Exploratiou Fund, 18), t. Il, 13, t. 27, 71; )). 25. Cfr. il frammento di vaso in avorio con testa taurina in rilievo Fl. Petrie, The royal tonibs of thè earlicst dy¬ nasties H [Egypt Exploratiou Fund, 21) t. 6,22, e propriamente bovina da questa larga faccia dalle labbra tumide e dalle narici quasi dila¬ tate. Ma fuor di questo dato impressionistico generale i lineamenti sono tutti umani ad ecce¬ zione delle orecchie ; e il tipo come tale è poi profondamente diverso dal precedente, anche per la mancanza del collo. Una cosa sola è comune ; la rappresentazione della forma limitata alla faccia, la quale è resa di pieno prospetto. Questo è il tipo di cui io mi propongo di seguire le migrazioni attraverso i tempi e attraverso i luoghi, presso genti diverse. Occorre dunque: i) determinarne le caratteristiche più spiccate ; 2) vederne l’origine e l’età. Oltre alla rappresentazione di prospetto, che il tipo a fig. 3 ha comune col tipo più antico, la sua caratteristica principale è quella grossa fascia sinuosa che segue come pesante cornice i contorni del viso, e passando dietro le orecchie si prolunga sotto il mento e si Fig. 2 — Tipo protodinastico di Hathor : da Flinders Petrie, The Rovai tombs of thè first dy7iasty at Abydos \ {Ftrypt Exploi-ation Fand, i8) t. XXVII 71. termina in due volute spiraliformi. Si tratta evidentemente di una enorme massa di capelli che, a partire dall’alto e dal mezzo della fronte, si distribuisce in due masse sostanzialmente simmetriche, ciascuna con la sua singolare terminazione a spirale. La terminazione spiraliforme è una stilizzazione non infrequente nel trattamento dei capelli per opera dell’arte egizia. Numerose teste, dipinte o rese a rilievo, di profilo, ap¬ paiono solcate pel mezzo da una treccia che termina incurvandosi a spirale (i). Onde poi una analoga stilizzazione appare applicata sia alle barbe degli stessi Egiziani (2) sia alla chioma dei «Libi», che spesso ricorrono su monumenti egizi (3). Particolarmente essa è (i) Lf.psius, Denkmàler ans Aegypten und Aethiopien V 18, VI 120, VII 175, 206, Vili 297 (56), 298 (62), IX 6 a, 16 b, 25, X 34, ecc.; Rosellini, Monumenti dell’ Egitto e delia Nu- hia I 18, II 57, 64 ecc. ecc. Eccezionale è la figura del rilievo I.epsius Vili 2593, che ha la voluta della treccia girante in senso opposto al dorso. (2) Lepsius vii 219 a, Vili 250 a, b, 257 a, ecc. (3) Lepsius VII 204; Rosellini I 156, 31- 36, cfr. 158-161. — 184 — pro])ria e caratteristica della chioma dei fanciulli, in quanto questa era raccolta tutta in una sola treccia, scendente generalmente a destra, e ripiegantesi sulla spalla a voluta o ad uncino. Onde poi il « ricciolo fanciullesco », cosi stilizzato (i), si apjdica a figure divine concepite come fanciulli, quali il dio Chons (2), (piali talvolta i Pateki (3), ed è poi tipico di (piel dio che è il dio-fanciullo per eccel¬ lenza, Horus, specie nella classe delle stele o « cippi » amuletici, numerosissimi all’e¬ poca saitica (4), che raffigurano Horus come signore delle fiere (coccodrilli sotto i piedi e serpenti in mano), cioè come do¬ minatore delle forze malefiche della natura Ha rpiesto, delle volute terminali, non è che un particolare nel tipo di Hathor. Del (piale sono caratteristiche le due grosse trecce simmetriche dipendenti dalla veduta di prospetto che nessuno dei tipi su ricordati presenta, sia per la diversità della veduta, sia per ragioni speciali ine¬ renti al soggetto della rappresentazione. Iv nello sua interezza tipica che noi dob¬ biamo considerare la testa di Hathor. Non tarderemo ad avere l’ impressione che la massa pesante dei capelli è puramente posticcia, è una jiarrucca di quelle che costumavano portare gli Egizi (3), e la cui accon¬ ciatura doveva variare secondo la moda. Due sono le mode principali. Di solito le masse laterali della capigliatura cadono in linea retta lungo le guance, e scendono sulle spalle con terminazioni squadrate (b). Ma qualche volta la linea procede ^ — Faccia di Hathor su uno dei capitelli del tempio di Hu- bastis : Da Naville, J-inhas/iò t. IX. (1) Cfr. Eruan, Aegyptcu 117. 314. (2) Bissino, t. 57. (3) Erman, Acgyptische Rcli gioii, 78 f. 64 ; I.EEMANS, Aegyptischo Moiunneiiteii vati hot iic- derlandsche Musoitm vati Oiidhedeiì te Leydeii I, t. 188 a, 190; cfr. t. 890, 902 sg., 911, 929, 1025. (4) Vedi la 'stele Metternich’ in Budge, The gods of thè Egyptians, H 267 sg. ; cfr. Bis¬ sino t. 68 a, Erman Aegypt. Rei/g. 161 f. 96. Lo stesso tipo di Horus anche in altro genere di monumenti (statuette) : Maspero, Hist. auc. des peitples de VOrieut, I, 107, E. A. Gardner Nancvatis II (Egypt E.vptoi atioii Fiiiid 6) t. 15, 13. Ì3) Pare che 1’ uso delle grandi parrucche fosse indipendente dal taglio dei capelli, e che, come quello delle barbe fìnte, si radicasse nel conscrvativismc religioso, come sopravvivenza dal tempo in cui gli Egizi si lasciavano crescere barba e capelli : Maspero, Guide dii visiteur au Miisée dìi Coire (1902) p. 283. (6) Un curioso caso di combinazione asim¬ metrica dei due sistemi è esemplificato dalla figurina Leemans I t. 891. sinuosa proprio come nel nostro tipo di Hathor. Infatti l’acconciatura di Hathor compare tale e quale in una statua seduta in granito nero della Regina Nofret, moglie di ,Seso- stris IT (XII dinastia) (i), nella quale una piccola ciocca della capigliatura vera sopra l’orecchio sfugge di sotto alla parrucca. Prima di cadere in disuso, questa acconciatura (2) fu applicata alla rappresentazione di una figura divina. E, una volta applicata, si fissò e aderì durevolmente al tipo di Hathor, pers'stendo attraverso i lunghi secoli della storia egiziana, e diffondendosi, come vedremo, b n oltre l’Egitto. Come avvenisse tale applicazione facilmente si comprende, se si pensa al fatto che Hathor dai Greci fu assimilata, in certo modo, alla loro Aphrodite (3). Infatti, se il carattere uranico persisteva così trasparente nel nome della dea, nella coscienza del popolo tuttavia altri lati della sua figura vennero a prevalere come più praticamente importanti e più diret¬ tamente sensibili. TTn tratto fondamentale, non ultima causa della diffusione che il culto hathorico ebbe in tutto l’Egitto, fu il carattere eminentemente femmineo di Hathor come protettrice particolare delle Regine, e quindi di tutte le donne, onde poi anche come dea della gioia e dell’amore : Aphrodite. Naturale era dunque che qualche lineamento venisse alla figura di Hathor da questo suo carattere femmineo, quasi che a lei si estendesse alcun poco di quella frivolezza che era nelle sue fedeli, e che nella figura di lei si riflettesse la moda con le sue volubilità e le sue variazioni. Così ad Hathor si applicò l’uso della par¬ rucca, anzi dei due tipi principali della parrucca femminile. Ea genesi del tipo di Hathor è intimamante connessa con una sua special funzione decorativa e con una speciale classe di monumenti; i noti capitelli hathorici. Quanto all’origine di questi, è naturale pensare che abbiano cominciato ad essere effigiati della faccia di Hathor i pilastri e le colonne di templi sacri al culto della dea. Ma, forse, più che ragioni d’indole religiosa sono qui in gioco ragioni artistiche. Un artista vide ed espresse l’armonia del rotondo viso di Hathor, con la linea sinuosa disegnata dalle sue chiome, inscritto in un capitello quadrato ; mentre in generale una figura di prospetto si presta meglio che una di profilo a siffatta funzione decorativa (4). (1) Cap.\rt L’art égyptien t. 38 = Bissino, t. 21, 22. (2) Certo perdurò fino al Nuovo Impero. Della XVIII din. è la sfinge della regiiia Hat- scepsut Capart t. 62 Bissino t. 37 CoUection Barracco t. VII sg. : della quale regina, però, è noto, come amasse essere raffigurata preci¬ samente sotto la forma della dea Hathor (Na- VILLE, Tempie of Deir el-Bahari IV [Egypt Ex- ploration Fimd 19] p. i sg.), così come le ma¬ trone romane delle case imperiali amavano essere effigiate in sembianze di Giunone o di Cerere. Tdacconciatura hathorica compare anche nella porzione superiore della statua di una regina della XIX din. conservata nel British Museum (Collez. Egizia n. 601). (3) Herod. II 41. (4) Delle altre figure, solo Bes forni con la sua larga faccia un’applicazione architetionica analo¬ ga, anzi forse una semplice variante del capitello hathorico; tempio a Philae Lepsius,II, 108. — La combinazione dei due concetti è offerta da co¬ lonne formate di un Bes sormontato da capitello hathorico: tempio a Ben-Naga Lepsius II, 139 I cai)itelli hathorici furono in massima voga iieirarchitettnra del Nuovo Impero, specie all’epoca della XVIII dinastia, i cui Principi pare siano stati particolarmente dediti a un fervente culto di Hathor; teiipno a Deir el-Bahari, tempio a E1 Kab (Tdilitli5da) , tempio a Sedeinga (i). j\[a in questo periodo ci si presentano già numerose varianti, sia del capi¬ tello hathorico, secondo il modo onde il viso di Hathor è distribuito sulle sue faccie, sia del \dso stesso di Hathor, nel ipiale si alternano le due forme tipiche di ])arrucca cui già accen¬ nammo. Tale varietà di forme dimostra di per sè che il capitello hathorico al tempo della X\'HI dinastia doveva aver avuto già una storia. Da par¬ rucca a volute terminali ha un esempio, vedemmo, al¬ l’epoca della XII dinastia (2). li all’epoca del Medio Impero è molto probabile che già esistesse anche il capitello ha¬ thorico, per quanto dei monumenti fmora noti nessuno si possa con sicurezza assoluta riportare a tale età. Mono stati invero riferiti alla XII dinastia i capitelli hathorici di Bubastis, dal Naville; ma non tanto in base a dati intrinseci, che a suo stesso dire fanno difetto, quanto in base a ragioni dedotte dai rapjrorti di questi capitelli con l’insieme architettonico al quale ap])aiono connessi (3). In realtà le rovine del gran tempio di Bubastis, sacro sin da tempi remoti alla dea Hathor, con la ({naie Bast (onde Ba-Bast, Pi-Beset, anche oggi Teli el Basta) fu presto identificata (4), hanno dato due gruppi di capitelli hathorici attualmente dispersi pei musei di liuropa e d’America (5): gli uni (A) più grandi e più adorni (6), da uno dei quali appunto è pre.sa la nostra figura 3, gli altri (B) ])iù semplici e di minori proporzioni (7). vSe anche non sia in tutto e per tutto sicura la datazione del Naville, i capitelli di Bubastis stanno per noi a rappresentare lo stadio più antico sia del cajritello hathorico che del tipo architettonico di Hathor. II capitello di Bubastis reca il viso hahtorico su due faccie opposte, e la faccia hathorica vi è semplicemente sormontata da un piccolo cornicione, adorno (nel gruppo A) di una serie di urei con il disco solare. Dei capitelli hathorici della XVHII dinastia alcuni soltanto recano la faccia hathorica su due faccie opposte : valga come esemjrio il capitello hathorico trovato a Fis:. 4 — Vaso deila XVIII dinastia con sistro hathorico: da Randall-Maciver and Mace, Kl Ann ali ami Abyiìas. t. 38. (1) Naviile Bìtba&iìs {Egypt Expìoratiou FìihcI 8) p. 13. (2) V. s. p. 185. (3) N.-wille Bubastis, p. 13 sgg. (4) Budge, The gO(/s of thè Egy ptiaus I. 444 sg. (5) Ogni gruppo consta di quattro capitelli: i quattro maggiori ci trovano ora a Londra, a Parigi, a Berlino (Atisf. Verzeichniss d. àgypt. Altertiìììicr , 10834 p. 1 16, t. 23) e a Boston. (6) N.wille Bubastis, t. 9, t. 23 a, t. 24 b. (7) N.\vii.lf. Bidìustis, t. 23 b. — 187 Sedeiuga (dinastia XVIII) (i). Il tipo bubastico di Hathor ricorre poi su i pilastri de' tempio minore di Abu Simbel (XIX dinastia^ (2), per quanto qni non si possa parlare di veri ci- pitelli, ma semplicemente di pilastri decorati e istoriati, coni’è pure il caso ad E1 Kab e alla tomba di Nefer-Hotep. Ma nel tempio di E1 Kab (3)- come nella tomba di Nefer-Ho- tep (4). come in altri monumenti delle dinastie XVTI-XIX (tempio a Deir el-Medinet (5), tempio a Deir el-Bahari (6), ecc.), compare già Hathor con la parrucca a terminazioni non spirali, secondo la moda che diceuimo più recente ; mentre va diventando caratteri¬ stica l’aggiunta di una specie di pilone a forma di naiskos sormontante la testa, fiancheg¬ giato da due braccia a volute a guisa di un istro e mo¬ strante a traverso la sua piccola porta uno o due uyet discofori. Questa alterazione del tipo hathorico venne poi a pre¬ valere nelle applicazioni architettoniche delle epoche più tarde, quando, inoltre, diventò tipico il capitello hathorico a quadruplice faccia di Hathor (7), quale si riscontra nel tempio di Philae dell’età di Nektanebo (XXX dinastia) (8) ; e nel vestibolo del grandioso tempio di Denderah, il celeber¬ rimo e magnifico santuario, quale fu ricostruito al tempo greco-romano (g). Ma accanto al tipo alterato persisteva il più antico, e, pure adattandosi a nuove combinazioni, e ri¬ cevendo aneli’ esso il naiskos o pilone sul capo, conser¬ vava l’antico tratto caratteristico fondamentale delle due volute terminali della parrucca. Così, mentre Hathor modellava sul tipo di una dea affine, Isis, la sua espressione sta¬ tuaria perfettamente antropomorfa, non conservando dell’originario teriomorfismo che le corna di vacca sul capo abbraccianti il disco solare (io), l’antico tipo, comparso una volta su le colonne e i pilastri del templi della Dea, attraversava i secoli sino alle età più tarde, e specie in queste appunto appariva suscettibile di una moltitudine di applicazioni nuove per opera dell’arte industriale. Pare quasi che l’antica applicazione decorativa su i mo¬ numenti dell’architettura abbia dato rimpulso al rinnovarsi e al moltiplicarsi di altre ap- Fig. 5 — Faccia hathorica in oro ; da Frìsse d’Avennes, Histoire de Vari égyptieìi H. (1) Naville Bubastis p. 12. Cfr. anche i capitelli della sala nel tempio di Deir el Bahari Naville, The tempie of Deir el-Bahari (Egypt Exploration Fund 16) t. 68. (2) Lepsius vii, 192 c: Perrot -Chipiez, Histoire de V Art, I, 419 f. 244, 546 f. 324. (3) Pilastri poligonali: Perrot-Chipiez, 1,552 f- 3.30’ 5Ù3 f- 342 ; Lepsius, TI, t. 100. (4) Perrot-Chipiez, I, 563 f, 343, (^) Lepsius, H, t. 88. (6) N.aville, Tempie of Deir el-Bahari III, [Egypt Exploratioyi Fund 16) t. 68, cfr. IV (Eg. Expl Fund. 19) t. 103. (7) Perrot-Chipiez, I, p. 560 sgg. (8) Lepsius Vili 285 a, Perrot-Chipiez, I, 571 f. 349. (9) Cap.vrt, L’Art Égyptien, t. 95, Lepsius, I, 66. (10) Budge, o/i. cit. I, fig. a p. 434 ; Lanzon^ dizionario, II, 314 sgg, — i88 — plicazioiii analoghe e nello stesso tempo svariate, nelle quali naturalmente non è da far piccola parte al valore magico della llgura, assurta quasi alla lunzione di amuleto. I^e prime applicazioni si ])Ossono rintracciare già nel Nuovo Impero: una barca in gra¬ nito nero con statua di regina seduta nel mezzo, da Karnak, ora al Britisli Museum (n. 380), lisalente alla XVIII dinastia, ha lo sperone di prora doppiamente adorno della faccia di Hather del tipo che noi studiamo, sormontato dal naisJws. ho stesso tipo ricorre fra Torna- mentazione di un vaso della XVIII dinastia da Abydos, fig. 4 (i). Ma specialmente nei tempi po¬ steriori, all’ epoca saitica, pensiana e greco-romana, il viso hathorico divenne uno degli elementi decora¬ tivi più usuali, e si applicò, magari senza alcun valore ainuletico, agli oggetti più vari della suppellettile familiare e religiosa. Il nostro tipo hathorico ricorre; nelle oreficerie, come il pendaglio d’oro della nostra iig. 5 (2) ; sulle nacchere, di legno e d’avorio, in forma d’avambraccio, alcune delle quali presentano una faccia hathorica sul polso (3); su castoni di anelli (4) ; sopratutto su manici di specchi e di sistri in bronzo, e delle loro imi¬ tazioni in maiolica (delle quali fornisce un’idea la nostra llg. 6 : una forma per sistri la fig. 7), che si deponevano nelle tombe (5), e su amuleti di ogni genere (6). 6 — Faccia hathorica su un sistro : da Flinders Petrie, Donirrrìì t. XXlll, 4. Fijj. 7 — Forma da fondere sistri a taccia hatliorica : da Flinders l^etrie, {Kigypt l\.vpl. 75. (5) Ih.. Petrie, Deudeveh (Eg. Explor. Fund 17) t. 23, 4 e 3. Una forma per fondere sistri Fl. Petrie. Nebesheh {Eg. Explovation Fund. 4) t. 7, i. Tra le numerose rappresentazioni di si- stri hathorici su monumenti, anche la testa di Hathor siil’a sitala di bronzo decorata a, zone Bissino {Catalogue généval des aniiquités égyp- tiennes du Musée du Caire) Metalìgefàsse n. 3547 t. i, p. 58. (6j Forme per modellare piccole testine ha- thoriche, anche da Teli el Amarna: Flinders Petrie, Teli el Amayna t. xvii, 280, 281. iS(, -- II. IvE MIGRAZIONI. Non pare manchi del tutto nell’arte assiro-babilonese il tipo di Hathor, per quanto scarse ne siano le tracce. Tralascio quel simbolo in forma di tl, che compare su monu¬ menti assiri, come il caillou Micìiaux [i). Tralascio anche alcune teste o maschere maschili rappresentate di prospetto e con le chiome stilizzate ad un¬ cino terminale, così da richiamare lontanamente Hathor (2) . Ma su un cilindro assiro pubblicato dal Laiard (3), si vede una faccia di prospetto (fig. 8) la cui somiglianza con Hathor è innegabile, e la cui derivazione egiziana è convalidata dalla presenza del noto segno egizio della croce ansata sullo stesso cilindro. L’acconciatura dei capelli a volute terminali, che noi chiameremo oramai acconciatura hathorica, ricorre nelle sfingi di Euyuk, che sono raffi¬ gurate su quei monoliti che facevano da stipiti alla porta monumentale del palazzo del principe hittita situato a poca distanza da Boghaz-Keui, neU’odierno villaggio di Kuyuk, presso il limite nordico del vasto impero dei Cheta. La nostra fig. g rappresenta ap¬ punto la parte superiore di una di queste sfingi, ed è tolta da una notizia dei nuovi scavi eseguiti a Euyuk per conto dell’Imperiale Museo Ottomano (4). In una nota speciale su The arrangement of liàir on thè sphinxes of Éuynk (5) A. C. Merriam giungeva a questa conclusione, che le sfingi di Euyuk si connettano pel tratto tipico della capigliatura a una classe di monumenti che sarebbe rap¬ presentata non solo in Egitto, ma anche, e più, nell’Asia anteriore, dove forse andrebbe localizzato il centro d’ori¬ gine del tipo stesso. Invece, il tipo di Hathor si è formato sicuramente in Egitto. Nel palazzo di Euyuk, come in altri monumenti hetei dove alcun che di analogo per avventura Fig. 9 — Una delle sfingi monumentali di Euyuk: da Mitteilungeìi dervoìdera- siatischen Gesellschaft, XIII 1908, 3 fig. I. Fig. 8 — Piccola faccia di origine hathorica su un cilindro assiro : da Lajard, Ciilte de Milìììa t. 37, 6. (i) Perrot-Chipiez, Histoire de Vari, II, 6io f. 301 ; Milani, Studi e materiali di archeologia e numismatica, III, 8, f. 310 a. {2) Lajard, Introduction à l’étude du culle pv.blic et des mystères de Mithra, t. 27, 8. (3) Introduction, etc. t. 37, 6. Cfr. Roschers Lexicon, III^, 27 s. v. Ramman. (4) Th. Macridy-Bey, La porte des sphinxes à Euyuk, Mitteilungen der Vorderasiatischen Gesellschaft , XIII 1908, 3. Cfr. Perrot, Explo- ration archéologique de la Galatie, II, t. 54 sg. , 65, 67; Perrot-Chipiez, Histoire de Vari, IV, 661 f. 323; Annals of Archaeology andAnthro- pology [University of Liverpool) I 1908 t. 2, 3. (5) American Journal of Archaeology I 1885, 159 sg. Ausonia - Anno IV. 24 IQO — ricorra (i), esso sta a rappresentare - e non esso solo - quella corrente di inllnssi egizi che agi fortemente su tutta l’Asia Minore, e che insieme con la corrente Isabilonese-assira co- stitui la fonte onde attinse l’arte dei Cheta, secondo un processo generale che nel palazzo stesso di Kuyuk ci è esemplificato e dalla sua pianta topografica e dalla sua decorazione, la quale associa elementi schiettamente assiro-babilonesi con elementi di origine egizia, quali sono appunto le sfingi (2). Se l’artista heteo operante, verosimilmente nel sec. XIII a. Cr. (3), sotto rinllusso di reminiscenze egizie, ma pur tuttavia secondo uno spirito tutto proprio e indipendente, si sia ispirato ad Ha- thor direttamente, opjmre solo in¬ direttamente, attraverso una figura di sfinge (4), è questione, per noi, secondaria. In un altro caso noi vediamo la capigliatura hathorica applicata a una dea vera e propria dei Cheta. Il Nuovo Impero è per l’Egitto l’epoca dei contatti frequenti con questa nazione straniera che si era stabilita in regno possente neU’Asia IMinore e lungo le coste della Siria, e che, pur ricevendo dall’Egitto una somma certo superiore di elementi culturali, pare tuttavia che abbia avuto alla sua volta un qualche infiusso reattivo sul grande impero vicino. Tra gli dei stranieri che vediamo penetrare nel- r Egitto e trovarvi seguaci all’epoca fiorentissima del Nuovo Impero, è appunto la dea della città di Oades su l’ Oronte, la dea Oetesh, che infatti ricorre su certi monumenti egizi in forma di stele inscritte — come quello onde è presa la no.stra fig. io — , risalenti probabilmente al XIII sec. (5). Ea dea, rappresentata di jnospetto, ritta sopra un leone, tenendo nelle mani delle serpi e dei fiori, simboli trasparenti del suo aspetto fondamentale di dea della natura, signora delle forze animali e delle energie procreative, dea deH’amore rijj. IO — La dea Qetesh, di tipo hatliorico, fra due divinità maschili ; da Olinetaisch-Richter, h'vpìoi. dir Bihtl n. Homrr t. 122, i. (1) Vedi Pekrot-Chipikz, IV, 737 c n. i. (2) A. H. S.wcE, Les Hétécns (Aiuialcs dii Musée Gìtimei) 89 sgg. (3) S.rvcE, /. c. (4) Hathor era anche rappresentata come sfinge : Budge, The gods of thè Egyptians E, 430. Cfr. la 'sfinge della regina Hatscepsut’ nella collezione Barracco citata sopra a pag. 185 n. 2. (5) Budge, The gods of thè Egyptians II, 276 sgg : Erman, Aegypt. Relig. 76: Ohnefalsch- Richter, Kypros, t. 122, i, p. 79 f. 100. Cfr. Ed. ME;YERÌn Roschers Lexicon, I, 652 sg. — igi — e della bellezza, una specie di Astarte-Aphroditc, molto naturalmente dovè assumere un tratto proprio dell’Aphrodite egizia, di Hathor ; il tratto caratteristico deiracconciatura dei capelli (i). lyC sfingi di Kuyuk ci rappresentano una creazione dell’arte egizia trapiantata in suolo straniero, tradotta nella concezione e nello spirito d’ un’altra gente (2) ; la dea di Qades, al pari degli altri dei che con sembianze prettamente egizie raccompagnano su le stele, sono figure di un’altra credenza e di un’altra religione, che assumono in Egitto le orme e i tipi tradizionali egiziani. Reciprocamente : figure e culti della religione egizia si diffondevano presso i popoli asiatici. All’egizio Set forse risale il Sutekh heteo (3), la civica divinità degli stati dei Cheta, corrispondente al Baal delle città fenicie. Corrispondentemente, una dea egizia tra¬ piantava il suo culto presso le genti semitiche della Siria; e questa era Hathor. I/identificazione di Hathor con la dea di Byblos (Baalat Gebal) pare fosse già un fatto compiuto al tempo della XIX dinastìa (4). E a Byblos il culto di Hathor perdurò per molti secoli ; ed anche nei tempi più tardi vi appare attestato da monumenti con rap¬ presentazioni della dea. Ma la figura di Hathor che noi troviamo sia nella nota stele del re di Byblos lehav- meleq (5), sia in altri documenti fenici, come la pietra incisa Perrot-Chipiez Histoire de V Art III, 647 f. 451, ci si presenta già secondo un tipo alterato, che riflette 1’ avvenuta assi¬ milazione con Isis, mentre poi non è che una forma rappresentativa della dea locale. Invano cercheremmo in questi monumenti il tipo hathorico genuino, con i tratti caratteri¬ stici che apprendemmo a conoscere sui capitelli egiziani. Nei passaggi delle forme artistiche da un popolo a un altro, i monumenti nei quali più facilmente si altera il tipo originario e van perduti i tratti caratteristici, sono i monumenti del culto o quelli che hanno, comunque, una destinazione religiosa ; perchè in essi importa il contenuto più della forma, e predomina la significazione ideale su l’ aspetto formale. Invece : l’arte decorativa, come quella che non ha, in sostanza, valore rappresentativo, o almeno astrae da questo, è per la natura sua e dei compiti cui è destinata, la più atta a conservare i tipi nella loro originaria integrità e a tramandarli nel tempo e a diffonderli nello spazio così come da prima li ricevette. Cosi, il tipo di Hathor, noi lo vedremo diffon¬ dersi specialmente in una funzione decorativa, in quella funzione precisamente che esso ebbe del resto sin dalle origini nell’arte egiziana. I Fenici non per i monumenti della loro (1) Si confronti la dea del rilievo rupestre di Djerablus Perrot-Chipiez, Histoire de V Art, IV, 808, f. 390. (2) S.WCE, l. C. (3) Budge, op. cit. II, 283: Erman, Aegypt. Relig. 76. (4) Maspéro in Recueil de travaux retati fsà la pìiil. et à l'avcìi- égypt. et assyr. II, 1880, p. 120. (5) Comptes rendiis de l’Académie des Inscvip- tions et Belles Lettres, 1875, p. 24: Corpus Ins- criptionum Semiti carum, I i t. T. Si notino le corna d i vacca abbraccianti il disco solare. arte religiosa divennero propagatori del tipo di Hathor, ma per quei prodotti dell’ arte industriale che furono un articolo importantissimo del loro commercio, e che essi riversa¬ rono in grande quantità su tutto il l)acino del Mediterraneo. L,a Siria e l’Asia anteriore erano già per la loro posizione geografica destinate ad acco¬ gliere le correnti di civiltà che \enivano dai grandi imperi dell’est e del sud, da Babilonia e dall’Kgitto, e quindi ad assorbirle, a fonderle, a mescolarle nei loro prodotti. A tale opera di assimilazione avevano atteso gli Hetei ; ad essa attesero le genti semitiche della vSiria. K invero noi dobbiamo ritenere che già nei secoli anteriori al looo a. Cr. (i) siano esi¬ stiti presso i vSemiti occidentali le condizioni onde ebbe ori¬ gine e vita quello stile misto di cui è caratteristico Tesser privo di elementi caratteristici propri. Una classe di pro¬ dotti industriali improntati appunto a (presto stile, e dove forse meglio che altrove si pucr studiare l’opera di tale sin¬ cretismo artistico, è (iuella delle tazze metalliche ornate a sbalzo e rifinite a bulino, che conta parecchie decine di esemjrlari rinvenuti in punti geograficamente assai lontani gli uni dagli altri. Anche qui è l’Egitto che fornisce prima i prototipi e poi gli elementi. I prototipi egizi (2) risalgono alla xviii dinastia, circa al sec. xv-xiv (3) Delle tazze metalliche di stile egizio-assiro le più antiche che si conoscano sembrano risalire al ix-vni sec. ; e sono quelle rinvenute in Assiria dal Eajaid tra le rovine del palazzo di Nimrnd (4), ora al British Museum. Una di queste (5) presenta nel fondo centrale stellato (una reminiscenza della volta celeste di Hathor ?) quattro testine femminili di prospetto simmetricamente disposte (fig. ii), derivate certo da un tipo egizio assai vicino a cpicllo di Hathor, per quanto privo delle caratteristiche trecce a spirali (6). Sempre da Nimrud uscirono alcuni oggetti in avorio variamente decorati, alcuni dei quali mostrano una testa femminile risalente indubbiamente al tipo di Hathor. La larga e tonda faccia di donna con diadema e collana, e con capelli a trecce simmetricamente l'i^. ti — HonJ » di L\7.-/.\ m:tallica da Nimrtid : da Perrot-Chipie/, Histtm-r dr l'alt II p. 742 f. 405. (1) W. voN Bissino, in falirhitch drs Dciif- schen Archdnlogischcn Instituts, XIII, i8g8, ji. 50. (2) Tali sono : la tazza del musco del Cairo Jahyhiich XIH rgo8 t. II, (Bissino \Catalogue généyat des aiiiiquités égypticuiìcs dii Aliisée dii Cairi’ I Metatt gc fosse , di) c ipiclla del Musco di Berlino Cesnol.\- Stern Kypros, t. 19. (3) Bissino, Jatirbiidi, l. c (4) I..\v.\Rn, Mo'/ìumcnis nf Niiievcti. Secoiid series, It. 57-67. Du.viont-Chapl.mn, Lcs Céra- mi ques de ta Grece j->roprc T p. 112, sgg. Perkot- Chii’ikz, Histoire de t'art, li, 735, sgg, (5) Perrot-Chipiez, II, ]). 742 f. 406 = P.AV.ARn, op. cit. t. 61 b. (6) Si confronti la dea nuda sulla tazza Perrot-Chipiez III p. 7S3 f. 550 (cfr. Olympia : IV, Die Bronzen t. 52) con iscrizione fenicia e con numerose reminiscenze egizie. — 193 — scendenti sul collo e terminanti in voluta, che è pubblicata in Excavaiiom at Ephesus (Lon¬ dra iqo8) t. 29, 8 (i), è pure una derivazione della faccia hathorica. Sopra un altro avorio di Nimrud (2) è data la capigliatura hathorica a una dea nello schema della Troxv.a jrjpójv. In queste e in altre rappresentazioni — come la figura femmi¬ nile sull’avorio Excavations at Ephesus t. 28, 2 — è evidente l’influsso egizio. Ma i motivi sono trattati nello spirito e nelle forinole di un’altra arte, che ha fatto pensare alla Ionia e a Rodi (3). Fig. 12 — Dea fenicia di tipo hathorico su una tazza d’argento di Palestrina : dal¬ l’originale nel Museo Preistorico di Roma. Certo non ionico, nè altrimenti greco, è lo spirito in cui è concepita la rappresenta¬ zione di un'altra delle tazze fenicie, nella quale ricorre, corrispondentemente, un’altra applicazione evidente e sicura del nostro tipo hathorico. È la famosa tazza di Palestrina del Museo Preistorico di Roma, sulla quale sono rappresentate le scene variamente avven¬ turose onde si compone la giornata di caccia di un principe orientale (4). Quivi la dea che accorre dal cielo in aiuto e protezione del signore pio, minacciato da un mostro, è figu¬ rata di prospetto, e tutta la figura è ridotta alla sola faccia (si notino le orecchie bovine), fornita di braccia e di ali (fig.12): un rendimento e una riduzione della forma in cui già è da vedere l’influsso del prototipo hathorico; mentre poi la faccia stessa ad evidenza se ne dimostra derivata pel trattamento della chioma, che, partendosi dal mezzo della fronte, come nel citato avorio di Nimrud Excavations at Ephesus t. 29, 6, racchiude quasi in un triangolo il viso, e termina in due estremità simili a volute. Qualunque sia la dea che l’artista pensò sotto questa forma di Hathor, o la Tanit di Cartagine come vuole il Clermont-Ganneau o la Baalat di una città della P'enicia, certo è che presso la colonia fenicia di Cartagine noi troviamo poi un’eco del tipo hathorico, che molto da vicino ricorda i prototipi dell’Egitto. Alludo alle stele — per quanto tarde — di Hadrumetum fig. 13 (5) e di Cartagine fig. 14 (6); le quali, pur risalendo ad epoche di¬ verse (la prima ancora rutta sotto l’influsso egizio, la seconda già toccata dal soffio dell’ispi¬ razione greca), recano ambedue la rappresentazione di una colonna o terminantesi in alto — lontana reminiscenza dell’ originario capitello hathorico — in un busto di donna, in cui sarà da riconoscere col Berger la Tanit di Cartagine, ma che ad ogni modo pre- (1) Cfr, 29, 4, p. 183. (2) Excavations at Ephesus, t. 30, 6 e p, 183. (3) Cecil Smith in Excavations at Ephesus, p. 184. (4) Clermont-G.vnneau, La coupé pliénicienne de Palestrina [La mythologie iconologique des Grecs, i). (5) Perrot-Chipiez, Hisioire de Vari, III, 4G1 f. 337; Gazette Archéologiquc , IX, 1884, t. VII. (6) Perrot-Chipiez, Histoire de Fari, III, 54 f. 16 = Ohnefalsch-Richter, Kypros die Bibel und Homer t. 85, 4, p, 426; Corpus Inscriptio- niim Semiticarum , I, 2, t. xxix n. 1571. — 194 - senta la capigliatura tipica di Hathor a volute simmetriche (stcle di Hadrumetum), oppure addirittura sormontata (la colonna) da una faccia isolata che anche più immediatamente dipende dalla faccia egizia di Hathor (stele di Cartagine). E qui viene a proposito di ricordare anche una lampada cartaginese in terra cotta (Moore Carlliage oj thè Phoenicians fig. a p. 32), ove il concetto di Hathor sembra rintracciabile non solo nella testa femminile 13 — Stele dì Hadrumetum con colonne a faccia di origine hathorica: da l*errot-Chipiez, //isfoirp de Vari IH p. 461 f. 3^7. Mg. 14 — Stele di Cartagine con faccia di origine hathorica : da Perrot- Chipiez, Histoire de Vait IH p. 54 f. 16. di prospetto die adorna la lampada, ma anche nella protonie bovina che le è immediata¬ mente sottoposta, forse non senza rapporto col concetto primitivo della dea-vacca (i). Un’altra tazza metallica della tomlia Bernardini di Palestrina reca un’iscrizione fenicia (2) E’Italia centrale è infatti uno dei principali centri di rinvenimento di queste patere « fe¬ nicie » ; nè solo il Bazio, ma anche l’Etruria. Oltre che da Preneste, uscirono esemplari in- (r) lina reminiscenza analoga è nelle corna bovine che si vedono lungo i sistri hathorici giganteschi che fanno da pilastri ai lati della porta d'ingresso del santuario di Hathor a Deir el-Bahari : Navii.le, The icnipìc of Deir cl-Bahari IV (Egypt Ex ploration Fintd iq) t. 103, pag. 5. (2) Corpus Inserì pHoninu Seuìiticaritm, I, i, t. XXXVI, n. 164. — 195 — teri da Caere (tomba Regulini-Galassi) (i), e un frammento da Vetulonia (tomba del Duce) (2). Pure a Vetulonia, in una tomba a circolo del Poggio alla Guardia, è stato trovato il disco in lamina di bronzo decorato a sbalzo (3) che qui riproduciamo alla fig. 15. De due sfingi affrontate che occupano la parte superiore di questo disco presentano un corpo di perfetto profilo che si continua, quasi per giustapposizione, senza alcuna transi¬ zione di scorcio, in una protome di perfetto prospetto. Della faccia è andato perduto ogni ^5 — Disco in bronzo da Vetulonia con sfingi a faccia hathorica : da Montelius. Civil, piim en Italie, H, 179. 2. lineamento sì nell’una che nell’altra sfinge. Ma resta il contorno disegnato dalla massa striata dei capelli, i quali incorniciano il viso, reso di prospetto, secondo una linea che riproduce quella del tipo hathorico, specie pel tratto caratteristico delle volute o uncini terminali simmetrici. Sempre a Vetulonia, dalle tombe a circolo e dalle tombe a tumulo, è venuta fuori la magnifica suppellettile d’oro che forma uno dei più importanti gruppi di oreficerie di tutta l’antichità. Caratteristico di alcuni pezzi è un ornamento lavorato a sbalzo, che consiste in (1) Montelius, La civiL primit., II, 338; Museo Gregoriano Etrusco (A), I, t. 22 sg. (2) Notizie degli Scavi, 1887, t. xvi, i Fal¬ chi, Vetulonia, t. x, 3; Martha L’Art Etrus- que, p. 115 f. 107; Montelius, II, 187, io. (3) Notizie degli scavi, 1900, p. 479 f. ii: Bullettino di Paletnologia Italiana, XXVII, 1901, t. XIII ; Montelius, II, 179, 2. una piccola faccia di tipo feiuiiiiiiile, rappresentata di pieno prospetto. Esso compare spe¬ cialmente sulle targhette terminali dei braccialetti trinati : a. (tìg. i6) tre volte sul braccialetto dal Tumulo delle Migliarine Montelius La ci- vilisatión primitive en Italie ii 203, 3 --= Studi e Materiali di Archeologia e Numismatica II, 106 f. 60; b. (hg. 17) cinque volte sul braccialetto dal Tumulo della Pietrera Studi e Materiali ir, 107, f. 65; c. (lìg. 18) (juattro volte sul braccialetto dal Tumulo della Pietrera Montelius ir, 202, 6 ==-■ Studi e Materiali ii, 107 f. 63: d. (fìg. ig) quattro volte sul braccialetto dal Tumulo della Pietrera ^ MafemE II, t. I, 2. Oltre che sui braccialetti, lo stesso tijio ricorre su i pendagli di alcune collane in oro: e. (fig. 20) una volta su ciascuno dei 36 pendagli della collana dal Tumulo della Pie- t;era Studi e Materiali it, t. i, 4, p. 126 f. 108, cfr. Montelius ii 2or, 2; /. (fig. 21) una volta su ciascuno dei pendagli (a) della collana dal Tumulo della Pietrera Studi c Materiali ii, t. i, 3 p. 107 f. 109 ; g. due volte in ciascuno dei pendagli (b) della medesima collana menzionata sotto /. 197 -- L,e varianti oliente da ciascuna di (queste f;icce [jassauo in seconda linea di fronte alla evidente fondamentale somiglianza del tipo, del (piale la principale caratteristica sta nel trattamento dei capelli. Onesti, lisciati generalmente e spesso spartiti sul cranio, scendono lungo le gote in massa trecciate, le (piali sia che si svolgano naturalmente o che abliiano [c, d) l’aspetto di appendici posticce, sia che si arrestino all’altezza del mento o che (g) scendano a toccarsi sotto il mento, incorniciano il viso simmetricamente e si termi¬ nano in volute più o meno accentuate, ma secondo un an¬ damento che riproduce quello del tipo di Hathor, che tutte le nostre testine qual più qual meno fedelmente rispecchiano, e più fedelmente di tutte la testa a. L,a collana, stilizzata a guisa di palnietta (i), onde sono adorne le facce h-e, noi la incontrammo già sulla rappresentazione di Hathor in un pendaglio d’oro egiziano (fìg 5). G. Karo, nello studio fondamentale che ha dedicato alle oreficerie di Vetulonia negli Studi e, Materiali di Archeologia e Numismatica (2), ritiene che le facce femminili dei braccialetti e delle collane di Vetulonia sian da connettere pel tipo e per la fisonomia con le statue di nenfro arcaicissime rinvenute neH’Etruria, connessione che costituirebbe anzi l’argomento sicuro e decisivo a sostenere la fabbrica locale e l’origine indigena delle oreficerie di Vetulonia. Ma le testine delle oreficerie vetuloniesi non sono iso¬ late. Non localmente: che, a parte gli ori di Narce, i quali sembrano più che altro importazioni da Vetulonia (3), vanno a loro associate la piccola faccia — incorniciata da chiome ad ampia voluta congiungentisi sotto il mento e reggenti una specie di collana — su l’attacco del manico di una cista cilindrica d’argento da Palestrina fig. 22 (4). Nè tipicamente. Po stesso tipo fondamentale, ma già trasformato, ricorre suU’ornamento in oro da Caere (Tomba Regulini-Galassi) fig. 23 (5) : una specie di maschera con bacino sottoposto e a cipigliatara hathorica resa linearmente. Ma qui persiste ancora la limita¬ zione della figura alla sola faccia. Ra più importante trasformazione del tipo è quella in Fig-. 23 — Ornamento in oro da Caere : Montelius, op, cit. II t. 331, io. Fig. 22 — • Da una cista d’argento di Pa- iestrina : Montelius, La civilisalion primitive en Italie II t. 365, 13 a. (1) Studi e materiali di Archeologia e Nu¬ mismatica, II, p. 108, sg. (2) I e II. (3) G. K.A.RO, Le oreficerie di Narce in Studi e Materiali, III, t. i, p. 143 sgg. Per una « de¬ generazione » felsinea del tipo vetuloniec-e, vedi le placchette in argento dorato delle più antiche tombe etnische in Bologna Duc.ai'i, Contributo allo studio della civiltà etnisca in Felsina, Ren¬ diconti della R. Accademia dei Lincei XVII, 1909, f. 3, p. 200, sg. (4) G.\rrucci in Ar cime elogia, XLI, 1867, t. X Montelius, La civilis. primit. en Italie. II, 365 13, a. Cfr rornamento in oro Museo Gregoriano Etrusco (B) I, t. 70, [= (A) I, t ii8|. (5) ÙIOXTELIUS, II, 341. IO, Aiisciiia - Anno IV' 25 cui esso si applica ad una figura intera di tipo feniininile, rappresentata però sempre di prospetto, e sempre con le volute caratteristiche alle chiome. La troviamo già sugli ori stessi di \*etulonia: a. (lìg. 24) ripetuta tre volte sulla targhetta del braccialetto da’ Tumulo della Pie- trera Moiitelius ii 201, i = Studi e Materiali ii, t. i, 2 e p. 107 f. 62; h. (fig. 25) ripetuta molte volte a stampo sulla fascia del cinturone di elettro dal Tumulo della Pietrera Montelius ii 201 5 = Studi c Materiali I vu i; Fuori di \’etulonia la medesima figurina ricorre ripetutamente: c. (fig. 26) su i vari registri del braccialetto d’oro da Caere (tomba Regulini-Gal issi) àlontelius II, 341, 4 Studi e Materiali ii 114 f. 73 Museo Gregoriano Etrusco (A) i, t. 30 (i) Fitrurine con testa di tipo hathorico su ori etruschi ; Da Studi e Matrìiali 1. II. Dalla funzione puramente decorativa (ripetizione e giustapposizione) senza un signi¬ ficato preciso, per un passaggio analogo a quello che constatammo già per la maschera su l’oro di Corneto, la nostra figurina viene assumendo un preciso valore rappresentativo in certe imagini mitico-religiose cui è applicata la testa di prospetto di origine hathorica, come vedemmo già su l’avorio di Ximrud £'.van’u//o«s at Epìiesiis t. 29, 6 conia -ó-iw. (2)- Tali sono : la dea combinata araldicamente con due sfingi affrontate su l’oro di Corneto fig. 27 (3) ; la dea tipologicamente ancor più vicina alla -idTvry. sul pendaglio d’oro sempre da Vetulonia fig. 28 (4) ; la sirena che decora il singolare braccialetto da Corneto Studi e Materiali II f. 74, sg. ùlontelius II 294,10 : vedi fig. 29. E nella stessa serie vanno incluse le due protomi di sfingi di prospetto sul disco in bronzo da Vetulonia, che citammo per prime (fig. 14), e che ritornano imbarbarite, ma conservando le tipiche volute ai ca¬ pelli, nel vaso di bronzo da Castelletto Ticino fig. 30 a, b (5). (1) Si noti come la figura, che è tutta di (4) Studi e Materiali. II, 128, I. 112 a, Mon- prospetto, abbia i piedi di profilo telius, II, 17S. 16. (2) v. s. p. 193. (3) Montelius, I 45, iS. (3) ÌMontelius, II, 203, 3. — 199 — In Etruria e fuori (i) si rinvengono numerose figurine femminili in plastica, di buc¬ chero (2), con r atteggiamento tipico degli avambracci portati innanzi sul petto (3) a stringere con ambo le mani le estremità delle lunghe chiome terminanti in volute (4) . Ab¬ biamo qui ancora un riflesso della acconciatura hathorica ? Ea risposta non può esser data se non con qualche riserva. Quando si limitano le osservazioni ai dettagli, astraendoli dal complesso cui appartengono, si giunge facilmente a delle generalizzazioni senza valore. E nel nostro caso, come in molti altri, occorre tener conto delle possibili stilizzazioni di origine Figg. 27-29 — Figure con testa di tipo hathorico su ori etruschi : da Montelius, La civilisation primilive en Italie II. indipendendente (5), per quanto di effetto convergente (6). Ciò non di meno, io connetterei con la serie di origine hathorica le due terrecotte in figura di donna da Caere (tomba (1) Studi e materiali II, 126, f. in (Etruria Meridionale). Cfr. Montelius II, 262, 6 (Cor- neto) ; 309, 24 (Falerii) ; Micali, Monumenti per servire alla storia, t. 21, 5. (2) In oro sono le figurine simili da Narce. Studi e materiali, ITI, t. I, 6. (3) Questo motivo ritorna negli avorii di Ephesos: Excavations at Ephesiis, t. 21, 2. Altri riscontri istituisce C. Smith (ibid. p. 174 sg.) tra Ephesos e Polledrara. Di Ephesos sono noti gli stretti rapporti con la Lydia. (4) Cfr. il gesto del braccio che accompagna ciascuna delle due testine della nostra fig. 21. (5) Cfr. le figure di animali Museo Gregoriano Etrusco (.'^), I, t. 4, 3 a ; 17, 2; 19, ii. Analoga sti¬ lizzazione su teste di grifi in bronzo fuse da Olympia: Bronzen t. 47. — Il busto in pietra fetida da Vetulonia Montelius, II, 199, 5 Studi e Materiali, I, 275, f. 43 — uno dei più antichi tentativi della plastica — ha le trecce piegate a voluta, ma in senso inverso. (6) Cfr. la stilizzazione dei capelli a triplici volute simmetriche sovrapposte lungo le gote nel tipo di Gilgames-Izdubar : Perrot-Chipiez. Histoire de Vari, II, 86 f. 17, 502 f. 225, 681 f- 337- 200 Slingi con protomi di tip i liatliorico su bacile in bronzo da Castelletto Ticino (t'oto;4ratie dalTorij^incdc* nel Museo di Torino) 201 ReguHni-Galassi) fig. 31, 32 (i): tanto è tipica in esse la disposizione dei capei i ad uncino. Per la quale poi ci è dato perseguire la traccia del tipo hathorico anche nella grande scultura, particolarmente in una testa di sfinge pro¬ veniente dal terri<^orio falisco, con le chio¬ me a volute scendenti ai lati del collo, che è adorno di col'ana (2) ; cui va associala una figura (busto maschiie?) in nenfro, da Vulcj nel Museo di Berlino, fig. 33 (3). A persona indubbiamente maschile troviamo pure ap¬ plicato il trattamento della capigliatura ha- thorica nelle due figure d’angolo — ignude, del tipo arcaico degli Apolìines — nel carro in bronzo di Monteleone (4): fig. 34 a, b. Del resto la persistenza del tipo indub¬ biamente hathorico anche nell’Etruria propria è documentata nel modo più evidente da una testina di prospetto che adorna il collo di un anfora di bucchero da Chiusi con figure a ri¬ lievo : fig. 35(5). Di qualche secolo — forse - anteriori sono i più antichi documenti del tipo hathorico in Italia, che sono forniti dalle oreficerie vetuloniesi. Queste ci rappre¬ sentano l’elaborazione del tipo hathorico, la sua traduzione nelle formule di un’arte diversa, il suo adattamento a quel tipo femminile il cui carattere indigeno è un argo¬ mento decisivo in favore della origine locale della sup¬ pellettile aurea di Vetulonia (6). Dal di fuori vennero solo le cognizioni tecniche per la lavorazione dell’oro, sia la granulazione a pulviscolo sia forse anche la trina- tura a filigrana (7). Ma in queste varie tecniche, una volta apprese, si trattarono poi motivi liberi, desunti sia dall’antico stile geometrico che doveva Fig-. 31, 32. — Terrecotte da Caere : Montelius, La civi- lisaiion pnìììifnie en Italie !1 337, 3, 4. 33- — Busto in nenfro nel Museo dì Berlino: ]’ei zeiclniss der aniiken Skulptìtreu n. 1251. (1) Montelius, II, 337, 304; Museo Grego¬ riano Etrusco (A) I t. IH, 5, 6. (2) Ora a Roma, nel Museo di Villa Giulia, n.° d’ inv. 793. (3) Kònigliche Museen zu Berlin : Verzeicli- r.iss der aniiken Skulpiuren (1885) n. 1251. Per il gesto e per tutta la figura (ma senza chiome a volute), confronta Montelius, II 199, 6. (4) Brunn-Bruckmann, Denkmàler. 586 sg.; Petersen, in Rómische Miilheihmgen des Deiit- scìi. Ardi. Insiit. XIX, 1904, p. 155; Offord in Revue Archéologique, III, 1904; t. vii-ix, pa¬ gina 305 sgg ; Chase in American Journal of Archaeology , XII, 1908, p. 311 sgg.; Ducati, in J ahreshefien des ósterreichischen archàolo gische.n Institutes, XII, 1909, 74 sgg. (3) Dennis, Ciiies and Cemeteries of Etviiria I, p. cvii n. 4 ÌMicali Monumenti per servire alla storia degli antichi popoli italiani, t. xxv, 2. Cfr. Micali, Monumenti inediti, t. 31, 1:29. 3. (6) Karo, in Studi e Materiali , II, p. 143 sg. (7) Raro, ibid. I,p. 237, 238 sg., 2 8osg., II, 143 sg. 202 avere già una tradizione ncirarte locale (i), sia da oggetti stranieri importati. Con questi ultimi potè bene penetrare in Italia il tipo di Hathor, cioè con quella suppellettile di og¬ getti minuti che è diffusa a Cipro come in Crocia, in Italia come in vSardegna (2), con quegli scarabei che si tro\-ano cosi a V'etidonia (3) e a Corneto (4) come nelle tombe laziali (5), Hig. :^4 0. b — Fig;ure maschili sulla biga di Monteleime; da Jaliri'sìifftrii drs Hsft’i it'ii Ìiìsrìit'ìi cuiJ/aulogi- st hrìì XII IQ09 p. 76 sg., f. 47, sg. F'g- 35* — Anfora in bucchero a rilievi con testina di tipo hathorico: da Dennis, Cities and Cernei eries of Etruria I p. CVII. con le collane di pendagli in pasta vitrea (6), con le fiaschette piatte a geroglifici sulla co- stola {7). che ebbero un’imitazione locale nei balsamari (8), con vasi di porcellana come (1) A mio giudizio, la tecnica a filigrana, che era fatta jrcr la decorazione lineare, trovò copia di motivi confacenti alla sua natura nello stile geometrico italico, senza che avesse bisogno di ricorrere alla stilizzazione di tiià desunti dai cilindri orientali (cf. Raro in Studi c Materiali, I, p. 280 seg.). (2) Perkot-Cuipiez, Histoire de Vari 111, p. 534, bògurc di Hathor i^) fra i fiondagli di una collana da 'riiarros: Ferrot-Chipiez, III, p. 854. Cfr. lo scarabeo A. Della Marmora, Sopra alcune antichità sarde ricavate da un ma¬ noscritto del XV secolo (l'orino 1833) t. A 53. — l’na dea in figura di Isis-llathor (l'anit?) in ri¬ lievo sotto edicola : Kbers, Antichità sarde, cec. in Annali dell’ Instituto, 1883, t E, i p. 100. (3) I'alchi, TV/»/oih'(7. passim ; montati inanelli d’argento: Studi c Materiali, II. ]). 129. f. 114 (4) Pure da Corneto, uno scarabeo con Horus sul fioro di loto e Hathor (?) a testa di vacca: liullettino dell' Instituto, 1881. p. 91 sg., 95 sg. (5) D. Mallet, Les premiers étahlissements des Grecs cn Ègypte, p. 334. (6) Cfr. la collana con pendagli a figurine di Bes: Micali, Monumenti per servire alla storia ecc., t. 4Ò, 9. (7) Montelius, II, 268, I, 2 (Polledrara, Tomba d’Isidc) : Micali, Monumenti inediti, t. VII, 4, 3. (8) Studi c Materiali, II, p, 135. — 203 — quello di Bocchoris da Corueto (i). Se questi articoli di commercio siano stati il primo e il solo tramite di divulgazione del tipo hathorico nell’Italia centrale, è questione che trascende le presenti nostre cognizioni archeologiche (2). Certo Vetulonia, ove manca il pe¬ riodo del grande influsso greco esplicantesi in ispecie con la massa dei prodotti ceramici (VI-V sec.) (3), Vetulonia così per il carattere complesso della sua civiltà come per la speciale ornamentazione delle sue oreficerie, ci riporta a quel primo stadio in cui l’arte etnisca ha ancora un carattere più orientale che greco, e all’Oriente ancora si sente con¬ nessa per mille fili — le tazze metalliche come le oreficerie, gli avori come i bronzi — , a un Oriente che non è un’espressione geografica, ma piuttosto una complessa espressione cultu¬ rale, che si compone di elementi micenei e di proto-greci, come di assiri e di egizi. Nel mondo greco in vari purrti si trovarono tazze metalliche come quelle di Nimrud e dell’Ita’ìa Centrale: a Olimpia (4), a Creta, a Cipro. A Creta si rinvennero nell’antro fa¬ moso di Zeus Ideo (5). Strettamente connessi con le tazze, sia tecnicamente, sia stilisti¬ camente, quasi elaborazioni locali di elenrenti propri di quelle, sono in Creta quegli scudi votivi in lamina di bronzo decorati in stile orientalizzarrte, che vanno messi tra i iDrimi prodotti del Rinascimento Cretese, dopo le oscure vicende dei secoli che avevano visto la rovina della civiltà mirroica e micenea. Esemplari di tali scudi, più o meno completi, sono usciti dall’antro di Zeus Ideo (5), dal tempio di Zeus Dikteo scoperto a Falaikastro, da Phaestos (6). Su un frarnmerrto appunto da Falaikastro, venuto alla luce per gli scavi della Missione Archeologica Inglese (7), finora inedito, conservato al Museo di Candia, si vede una figurina che a me sembra conservare un riflesso, per quanto affievolito, del tipo di Hathor. Essa compare nella zona esteriore del frammento, come si vede nello schizzo a fig. 36. La rappresentazione è di prospetto. Ea forma è limitata alla faccia, di tipo fem¬ minile, di contorno triangolare, che posa sopra un torace relativamente esile, senza braccia: una limitazione che difficilmente si potrà meglio spiegare che riconducendola al tipo della Hathor egizia. Della quale poi ricorre il tratto caratteristico fondamentale della chioma a volute, solo alterato, qui, ed attenuato, negli uncini ricurvi con cui terminano i capelli della figurina. Una faccia hathorica in un vaso egizio di bronzo (8), di epoca assai più (1) Monumenti antichi della R. Accademia dei Lincei Vili, t. ii-iv Montelius, II 295, 14. (2) A questo proposito si tenga presente il tipo delia sfinge con capigliatura hathorica, che ebbe un’applicazione italica nella sfinge del ter¬ ritorio falisco citata sopra apag.201 n.2; un tipo, che ha dei riscontri non solo nell’Egitto (v. sop. a p. 185 n. 2), ma anche nell’arte hittita (sfingi di Euyuk : v. sop. a p. 190 n. 4). (3) Karo in Studi e Materiali, I, p. 237. (4) IV {Bronzen) t. 52, 883. (5) Halbherr e Orsi, Antichità dell'antro di Zeus Ideo in Creta {Museo Italiano di Anti¬ chità classica, II, 1888) Atl. t. vi, i, 2. (6) Pernier, Memorie del culto diRhea a Phae¬ stos (nel volume in onore di J. Beloch). (7) Annual Report of thè British School at Athens, XI, 1904-05 p. 306. (8) Bissino {Catalogne général des antiquités égyptiennes du Musée du Caire) Melali gefàsse , I. 3547 P- 58. Frammento di scudo in bronzo inedito da Palaikastro: disegno dall onginaie. — 205 — tarda, è stata già ricordata (i). Ma il confronto più stringente e convincente, a parer mio, è offerto da un bronzo di Cipro. A Tamassos si rinvennero dei frammenti di lamina in bronzo, i quali presentano come motivo ornamentale, più volte ripetuto, una faccia femminile di prospetto di origine indul)- biamente hatliorica fra due leoni alati affrontati, in una zona che pare appartenere a un sistema concentrico: fig. 37 (2). Molto probabilmente si tratta dei frammenti di uno scudo o del rivestimento eneo di uno scudo. Dal cauto suo la figurina del bronzo cretese si al- — Frammenti di lamina in bronzo con faccia hathorica da Cipro : da Ohnefalsch Richter, Kypros. die Bibel u. Homeì t. 70, 12. terna come elemento decorativo con animali pascenti in un sistema di zone concentriche appartenenti certo a uno scudo votivo. Se si pensa, inoltre, a tutti gli altri elementi egittiz- zauti che figurano tra rornanientazione degli altri scudi cretesi, se si aggiunge che nel¬ l’antro Ideo si rinvennero figurine (di sfingi e di Bes) in terra smaltata; non sarà illegit¬ timo trovare nel nostro piccolo busto di prospetto una derivazione dal tipo egizio di Hathor, ma assai alterata secondo una concezione originale improntata a uno spirito che non è quello dei genuini prodotti fenici, ma è piuttosto lo spirito di un’arte locale, indigena, in altri termini ellenica. Anche per Cipro un primo mezzo di divulgazione dell’ imagine hathorica dovettero essere quei prodotti industriali e quegli oggetti minuti (amuleti, scarabei, ecc.) che spesso (i) v. s. p. 188 n. 5. (2) Ohnefalsch-Kichtek, Kypros die Bibel imd Homer, t. 70, 12, p. 420,214. /insania - Anno IV. 2Ù — 2o6 — ser\’ivano a formare collane (si pensi a quella magnifica da Enkomi Excavations in Cy- pnis t. V p. 41). Infatti un frammento di collana da Cipro, formato di (piattro pendagli, ne ha uno che reca clfigiata la testina liathorica di tipo egizio: fig. 38 (i). IMa di Cipro è caratteristico ed esclusivo un gruppo di monumenti, i quali mostrano come ivi più che in altro luogo la figura hathorica, fedelmente imitata dai più genuini pro¬ totipi egizi, fosse entrata intimamente e durevolmente nel patrimonio dell’arte e forse anche delle credenze locali. In questi monumenti il ti])o hathorico appare quasi ancora aderente al suo originario complesso architettonico, ciualche cosa di analogo a ciò che avviene nelle stele cartaginesi sopra citate (2). Si tratta di grosse lastre di pietra, che presen¬ tano (lue tipi fondamentali. Ce ime hanno il contorno caratteristico del capitello cipriota (3), e nel mezzo ])resentano la maschera hathorica in rilievo, isolata, con le oreechie liovine e la chioma a volute. Tali sono: (I. (fig. 39) la stele di New-York Dcsci'ip/ive Ailas of thè Cesnola Collection of Cyprioie Antiqiiities I, t. xxii, 51 = Perrot-Chipiez Histoii'c de F Ari III, 535, f. 361; h. la stele da Golgoi Descriptive Alias I, t. xviii, 27. Alle quali figure si collega, per quanto alterata nel tipo e con le chiome fornite solo di tenui uncini in luogo delle volute terminali, la maschera su c. la stele Descriptive Ailas I, t. xviii, 26. Dissociato dal suo fondo architettonico, ma ancora fedelmente conservato, è il tipo hathorico nella faccia che figura come ornamento del vestito (una specie di silenti) di una statua d. (fig. 40) in stile egittizzante da Cipro nel Museo di New-York Descriptive Alias I, t. XXII, 50 Perrot-Chipiez, Histoire de V Art III, 534, f. 360 = OhnefalscliRichter, op. cit., t. 140, 5. La linea curva sotto la faccia é forse da spiegarsi, in base alla faccia c, come una col¬ lana; della quale non mancherebbero reminiscenze nelle facce a e b, e nemmeno in quella della stele di Cartagine fig. 14 (4); e che sembra derivare dalla collana onde è piovvista la maschera hathorica già in alcuni monumenti egizi come il pendaglio d’oro fig. 5. Negli esemplari dell’altro tipo il contorno delle lastre segue precisamente la linea della grande maschera hathorica con amplissima chioma a volute, poggiante sopra un fiore di (1) Ohnefalsch-Richter, op. cit. t. 25, 7 = (3) Cfr. Ohxf.f.alsch-Kichter, op. cit. t. 26. fig. 170 a p. 2 12. (4) Altri vi vede il corno lunare : Corpus In- (2) V. s. p. 207 sg. scriptiomnn Scmiticarum, 1, 2,11. 1571. Fì.m. 48. — Frammenta di collana con un pendaglio decorato di una testina liathi>rica; da Ohnefalscli - Riclìter. Kvpro.\. rie. i. 25. 7. — 207 Fie- 39- — Stele cipriota con faccia di tipo hathorico ; da Perrot Chipìez, Histoire de l'art III p. 535 f. 361. Fig. 40. — Particolare della veste di una statua maschile cipriota : da Perrot-Chipiez, Histoire de Vart III p. 534 f. 360. — 2o8 — loto c reggente sul capo un alto ornamento, che riproduce il tipico pilone o naiskos di Ilathor egizia o una sua deri\'azione in senso decorativo. Di questo tipo sono: e. (lìg. 41), /. le due stole Ohnefalsch-Richter, /vA'/)ros die Bihel und Homer i. 200, 3, 4; (lìg. 42) la stele ihid. t. 200, 1-2, che ha due facce simili ma non identiche (i), in una delle quali ((jnella che noi riproduciamo) il naiskos sormontante il viso hathorico ha 41, 42. — l)ue steie cipriote con faccia di tipo hathorico: da Ohnefalscli-Richter, A'y/)>o,\ efc. t. 200. la porta fiancheggiata da due a.ste — o pilastrini o colonnette votive che siano (2) — sor¬ montate ciascuna da un’altia piccola testa di Hathor. Una caratteristica comune a questo gruppo di stele è l’alterazione che subisce il tipo egizio perdendo rultimo suo tratto teriomorfo per assumere orecchie perfettamente umane, lì probabile che questo modificarsi della forma sia l’indice di un’altra mutazione, avvenuta nel contenuto. A mio avviso, il tipo dell’Hathor egizia fu a Cipro applicato e quindi adat¬ tato a una figura della credenza religiosa indigena, forse alla grande Dea cipriota in alcuno (t) Una delle vedute è riprodotta anche (2) Cfr. i sistri hathorici ai fianchi della da S. Kein.\ch, Chroniqucs d' Orieut (1885) porta del tempio di Deir el-Bahari citati sopra p. T78, a pag. 194 n. i. — 209 — dei suoi aspetti (i). Se si tratti precisamente dell’aspetto funerario (2), rispettivamente — quindi — di stele sepolcrali, non è possibile dire (3). Certo è che intorno alle lastre di pietra cipriote dovettero aver luogo degli atti di culto veri e propri. K infatti una delle nostre stele a fior di loto, con faccia di tipo liatliorico (ma con orec¬ chie umane), quella che si vede rappresentata in una pittura vascolare riprodotta irella nostra fig. 43 ; ed è una scena di offerta o di sacrificio quella cui partecipano i personaggi che le stanno dintorno; si noti la base floreale della stele (fiore di loto), si notino le rosette del coronamento, che sembrano prese addirittura dalla stele g. Tale pittura adorna un vaso frammentario {a) della collezione Van Branteghem ora al L,ouvre (4). Un altro fram¬ mento {b) della stessa collezione (lyouvre A 237), fig. 44, presenta una grossa maschera iso¬ lata che deriva certe dal medesimo tipo. Questi frammenti, pubblicati dal Collignon 5), furono da lui, e poi dal Pottier (6) e da altri, assegnati a Cipro in base e alla qualità della terra e ad altri indizi. A Cipro il Collignon assegnò ancora il vaso (c) del British Museum C 268 (fig. 45), che il Ramsay pubblicò per primo (7) come di fabbrica asiatica (8). In esso infatti ritorna la stessa maschera di prospetto, di origine indubbiamente hathorica, chiusa nella stessa grossa cornice che tien luogo di chioma (l’antica parrucca egizia) con l’identico andamento sinuoso del contorno, la terminazione a volute, e i vari gruppi di strie trasversali come nelle stele ci¬ priote e nei prototipi egizi. Quanto fosse giusta l’attribuzione a Cipro di questi vasi, è confermato in primo luogo dalle stele cipriote, e poi da un, altro vaso frammentario {d) uscito da Amathus (g) e ripro¬ dotto nella nostra fig. 46. Questo vaso, che è l’unico di cui sia sicura la provenienza, basta per assegnare defi¬ nitivamente a Cipro tutti i vasi suddetti ed altri ancora. Vediamo in esso la maschera (1) Anche in Egitto un capitello hathorico è usato talora come rappresentazione della stessa Hathor: vedi la fig. 12 in Budge The gods of thè Egyptians, II, a p. loi, da noi riprodotta più sotto a p. 212. (2) Hathor è anche in Egitto una dea dei de¬ funti: Budge, The gods of thè Egyptians, I, 435. sg. (3) Una imagine della Dea di Cipro avremmo anche in una terracotta cipriota del Louvre; che rappresenta una figura femminile con fior di loto in mano e con le ampie tipiche volute alle chiome, applicate a una specie di fondo o tavoletta cui la figura aderisce : Pottier, Diphilos et les niodeleurs des terres cuites grecques. [Les grands avtistes) t. II 65 p. 32. (4) Pottier, Vases antiques du Louvre, A 236 sg. (5) La tète d’Hathor sur des vases chypriotes in Revue des Étiides Grecques, VI, 1893, 33‘39- (6) op. cit. (7) Journal of Hellenic Studies, II, 1881, p. 305. II Ramsay non pensò ad Hathor : ma istituì il raffronto con le sfingi di Euyuk (v. s. p. 9). (8) Il Ramsay pensava a Focea : altri (Ra- YET-CoLLiGNON, Hìstoìre de la Céramique grecque p. 45; Radet La Lydie et le monde grec, p. 290) alla Lydia. Cfr. Pottier-Reinach La nécropole de Myrina, I, p. 503, n. i ; Cec. Smith in Jour¬ nal of hellenic St. VI, 1885, p. 182. (9) Excavations in Cypvus, p. 106 n. 3. 210 Fig. 43. — Frammento di vaso cipriota con stele hathorica : da Reime des td/ides VI 1893 p. 36 f. 2. Fig. 44. — Frammento di vaso cipriota con faccia di tipo hatliorico : da AV7'/o’ (ff’S èiìoirs iirnqìif's VI 1893 p. 39 f. 3 211 TTCT C) ( ) C) ( ^ Fig. 45- — Faccia di tipo hathorico su vaso trovato nell'Asia Minore : da /otti Hai of hellcnic Studies II 1881 p. 305. Fig;. 46. — Vaso cipriota con faccia di tipo hathorico da Excavations in Cvptus p. 106, n. 3. 212 hathorica nella tipica concezione cipriota con le chiome a volute, fiancheggiata da due albe¬ relli, di cui v’ha traccia anche nel vaso c, e pei quali posso citare anche un riscontro egi¬ ziano: la rappresentazione di Hathor irradiata dal sole creato da Nut, fìg. 47 (i). Si noti la corrispondenza della zona superiore del vaso d con le tre zone superiori del vaso c: tutte a macchie più 0 meno peduncolate di aspetto lloreale (cipressi?), e che rÌLornano su un vaso pure cipriota della collezione Barre, fig. 48 (2). I-ig, 47 — La dea Nut die genera il sole i cui raggi cadono all'orizzonte su Hathor : da Budge, 7 he ,(iods of thè Ri^yptiaìiii li p. loi. Anche il fondamentale principio distril)utivo della decorazione a metopi - un quadro centrale fra due spazi meto]jiformi riempiti a reticolato — è comune, oltre che al citato vaso Barre, al vaso d e al vaso c, nè è certo estraneo del tutto al frammento h (3) Abbiamo dumpie un gruppo ceramico ben delineato e definito nei suoi caratteri e nelle sue origini; il (piale meglio si data, secondo me, ponendolo nel secolo vi a. Cr. Presi poi (1) Budge, The gods of thè Egyptiaiis, II, fig. a p. loi. (2) Fròhner La coUectioìì de M. A. B\arye] n. 79 p. IO sg. Si aggiunga che la decorazione di questo vaso è identica su ambo le facce, come sul vaso c. Questi due vasi furono già messi a confronto da C. Smith in Journal of HcHcric Stiidies VI 1885. p. 182, Il motivo del grosso pesce del vaso Barre ritorna poi sul vaso ci¬ priota Excavations in Cypriis, p, 107, f. 154, i. (3) Per le metopi reticolate e le zone supe¬ riori alberate, cfr. i vasi da Amathus Excava¬ tions in Cypriis, p. 107, f. 154, 1-4. — Per il principio della distribuzione a metopi, anche : il vaso cipriota Perrot-Chipiez, Histoive de Vari, III, t. Ili; il vaso XII 1887 1. vi — 2T3 — insieme i vasi di questo grui)po e le stele sopra citate, essi rappresentano una tale inten¬ sità di penetrazione hathorica iir Cipro, che è davvero un fatto unico nella storia della dif¬ fusione di questo tipo. Onde esso deve dipendere, secondo noi, da una ragioixe speciale, oltre la causa generica delie relazioni commerciali che sparsero in tutto il Mediterraneo i motivi e i concetti dell’arte egizia. I^a ragione di questo fatto speciale noi la vediamo in 48. — Pittura su un vaso cipriota: da Fròhner, Collection Bai re p. |o. circostanze speciali della storia di Cipro, cioè nella sua dipendenza politica dall’Egitto al¬ l’epoca della dinastia Saitica. Ma nel .secolo vii a. Cr. anche altre parti del mondo greco erano in rapporti diretti e continui con l’Egitto. Difficili, prima, e intermittenti, piene di pericoli e di avventure che fecero tra l’altro favoleggiare di Busiride (i), le relazioni dei Greci asiatici ed insulari con la terra del Nilo ricevono un assetto sicuro dalla politica di Psammetico, che cerca un appoggio nelle milizie ausiliarie di Ionia e di Karia per la sua opera di restaurazione. Allora sorgono Daphnae e Naukratis (2). A Naukratis sono rappresentati parecchi stati greci (1) Furtvvaengler-Reichhold Griechischc Va- senmalerei , Serie I, p. 257. (2) Mallet, Les premiers établissements des Grecs eri Égypte (Ménioires de la Mission ar- chéologique frangaise aii Calve XII) p. 35 sgg., M5 sgg- Ausonia - Anno IV. 27 314 — d’Asia e delle Isole: mentre i Milesii e i Samii si tengono in disparte, stretti intorno ai rispettivi santuari, molte altre città aderiscono al patto federale del ranliellenion. Tra esse Focea, Klazomeiie, Chios. Tra esse anche Rodi. A Kamiros si sono rinvenute alcune placchette in osso e in avorio, la cui ornamenta¬ zione consiste tutta in una faccia bgtliorica con »nfs7v0s sovrap])osto, fedelmente copiata !m^. 4q. — Vaso di Rodi nel British Museuin con testa di orìgine hathorica (fotografia dall 'originale). da un originale egiziano; Excavations ai Ephesns t. 30, 4, 6, 18. Sempre da Kamiros pro¬ viene un vaso del British àluseum (A, 1184) (i)> pubblichiamo a fig. 49. Fra una minuta ricchissima decorazione incisa, che si svolge sia in senso longitudinale lungo una (i) Di questo, credo, fa cenno il Drexler in Roschcrs Lexicon. II, 1868, — 215 — serie di costole di varia larghezza, sia in senso trasversale in un sistema di zone (i) at¬ torno al collo, che è profilato superiormente a calice e fiancheggiato da duo figurino scim¬ miesche, spicca nel mezzo un’ampia faccia, il cui tipo, per quanto alterato e degenerato, deriva evidentemente da Hathor egizia; le stesse orecchie bovine, la stessa chioma spartita nel mezzo della fronte, striata longitudinalmente e stretta con e da bende trasversali; lo stesso oggetto sovrapposto che sembra un grande kalathos, mentre è una trasformazione del tipico sistro a naiskos dei modelli egiziani. Caratte¬ ristiche della nostra rappresentazione sono le due appeir- dici squamose ai lati della faccia, dalle quali si svolgono simmetricamente due lunghe sinuose protoini di serpi er¬ genti in alto le teste, mentre da una specie di basamento isodomo, su cui la faccia sembra poggiare, spuntano a ciascun lato di essa forse due tronchi ramificati, e poi •due alti steli, in cima ai quali pare fiorisca quello strano fiore che è la corona dei Faraoni. Per quanto singolare sia questo complesso esso trova riscontro e spiegazione nei prototipi egizii, che dovettero essere presenti alla mente del decoratore: basti ricordare il gioiello d’oro (fig. 5) in forma di maschera hathorica con ricca collana e con due serpenti che si ergono ai lati della testa; e gli alberi che spuntano ai lati di una figura di Hathor nella pittura citata sopra (fig. 45). Ma lo spirito in cui è concepita la testa sul nostro vaso è tutt’altro che egizio. I,a pura forma egiziana è degenerata nel senso della bruttezza in una maschera poco men che deforme. È vero che il vaso è di terra smaltata, una tecnica di cui è culla l’Egitto, ove essa risale ad un’alta antichità. Ma dagli Egizi la presero, insieme con molte altre cose, i Greci, e precisamente quelli che erano stabiliti nel campo fortificato di Naukratis. A Naukratis infatti, presso il tempio di Aphrodite, è stato trovato (2) un deposito di «scarabei», amuleti, cocci di vasi, che accenna ad un’antica officina locale di prodotti a smalto di carattere pseudoegizio, perchè appunto fabbricati dai coloni greci. A Naukratis è stata rinvenuta precisamente anche una maschera di Hathor a smalto bleii del tipo solito con naiskos in testa (fig. 50) (3), ma d’ impronta caratteristica, che Fig. 50. — Testa dì Hathor in terra smal¬ tata da Naukratis : da Flinders Petrie, Naiicratis II t. X!X 15. (1) L’ultima di esse, cioè la più distante dal collo, non ricorda con la sua serie di punte le zone « a cipressi » dei vasi ciprioti di cui è parola a p. 226 ? (2) Mallet op. cH. p. 219, seg. (3) E. A. Gardner, Naìikraiis II {Egypi Exploration Fiind 6), t. 19, 15; Cfr. Flinders Petrie Dendereh (Egypt Exploration Eitnd, 17) t. 23, 465. — 2i6 — si alloiiiana dai tipi genuini egizi (i), mentre assomiglia notevolmente alla testa del va'o di Kamiros (2). Da Xaukratis pel tramite dei coloni Rodii ])ervennero forse a Kamiros le jdacchette a testa di Plathor già ricordate (3), insieme con le figurine in porcellana egittizzanti (4) e le terre smaltate {5) e le mnuerose jayences, se pure per (juestc, data la copia grande in cui si rinvengono nelle necropoli rodie, e particolarmente a Kamiros, non è da credere piuttosto (6) a una fabbricazione locale per opera di artefici addestratisi a Naukratis. Natural¬ mente ne nacquero delle forme composite; e specie nel campo della ceramica. vSi ebbero a Rodi (Kamiros) (7), come in Ktruria, delle imitazioni delle fiaschette piatte egiziane (8). hi come a Dapluiae si fabbricarono i vasi singolarissimi che a una forma originaria dell’K- gitto a]iplicano una ornamentazione e una tecnica puramente greca (g), cosi non è inve¬ rosimile che a Rodi, in una tecnica d’origine egiziana e con motivi ornamentali egizi, si sia lavorata la forma indigena deirm'y/>(///cs (io). H infatti una forma di tipo aryballico quella del nostro vaso fig. 49. Ild ora, nella (Irecia propr’a. Una piccola pisside da Corinto nel Museo Nazionale di Atene (ii), che noi pubbli¬ chiamo a lìg. 51, ha il tondo del coperchio decorato di un’anqiia faccia entro una cor¬ nice di circoli concentrici. Ua faccia, rappresentata di prospetto, si presenta incompleta per mancanza del naso. Quanto aUa bocca essa sarà da vedere in quelle due linee (12) a denti alternati che chiudono il viso airestreinità inferiore. Presa isolatamente, sarebbe forse dif¬ ficile riscontrare in questa figura il tipo di Hathor ; ma inserendola nella serie delle trasfor¬ mazioni graduali del tipo, e confrontandola coi vasi citrriotti e col vaso fig. 45, risulta chiaro il nesso che la collega alle altre traduzioni del tipo hathorico egizio in forma greca. Tale nesso ci dà la chiave per comprendere questa larga faccia di pieno prospetto, il cui contorno, disegnato anche qui dai capelli, rientra nella fondamentale linea tipica con la (i) p. es. Flin'ders Petrie, Nehesheh (Egypi Ex ploration Fumi, 4) t. vii, ii. \2) Da Daphnae, una testa hathorica sul castone di un anello : Flixders Petrie Defenneh (Egvpt Exploration Fumi, 4) t. xi.i, 41 p. 75. (3) C. Smith in Excavatious al Ephesiis (Lon¬ don 1908) p. 18 1. — Di fabbrica naukratiota paresiaanche la placca di avorio rinvenuta ad Fphesoscon rappresentazione di Hathor in jiieno zoomorfisino: Excavat. ai Ephesus. t. 40, 22 p. 195. (4) S.VLZM.VNN, Nécvopole de Camivos, t. iv. (5) Ibid. t. VI, VII. (6) M.ri.LET, Les pieutievs étahlissements des Gyecs eu Égypte. p. 227. (7) Salzm.vnn. Nécropole de Caiuiros. t. v. (8) Cfr. cpiella da à^ulci àloNTELius, II, 168 i, 2. Vedi s. p. 202. (9) W.\LTERS, History of greek pottery, I, P- 350 (10) Cfr. Bissino [Catalogne géuér al des anti- quités égyplieuìies du Miisée dii Caive) Fayen- cege fosse (Finleitnng) p. xxvi, sg. (11) CoLLiGNON-CouvE, Catulogue des vases peints du Musée National d’Athènes, n. 586, pa¬ gina 154. (12) ITna strana somiglianza è offerta dalle curiose figure su vasi di Melos Excavations al Phylakopi (London 1904) t. xiv 6 a, b, c, 9. — 217 — caratteristica depressione frontale che è come rultinia derivazione della scriminatura della parrucca hathorica, mentre le originarie volute ancora persistono, per (pianto affievolite, nei tenui uncini terminali inferiori. Abbiamo disegnato, per quanto fu in noi (i), la storia di un tipo figurato dalla sua formazione alle sue emigrazioni più lontane. K una storia che abbraccia certamente pjg. 51. — Coparchio di pisside corinzia nel Museo Nazionale di Atene : fotografia daH’originale. più di un millennio, che si svolge in Oriente e in Occidente ; in Asia fino a Nimrud, in Grecia fino a Corinto, in Italia fino al Ticino, in Africa fino a Cartagine. Due sono le cor¬ renti propagatoci, varie nella portata, distinte cronologicamente. D’una è la grande corrente che per secoli e secoli pone a contatto le antiche civiltà orientali fra di loro e col bacino (i) La nostra raccolta di materiali non sarà certo completa: altri documenti sono senza dub¬ bio inediti. — 2I8 — del Mediterraneo. Su l’orizzonte mediterraneo pare che il tipo egizio di Hathor non si affacci prima del looo a. Cr. T^a civiltà micenea, se anche lo conobbe, non lo applicò. I^a seconda corrente è ben più ristretta nei suoi limiti di tempo e di spazio. Non risale oltre il scc. vii e non sembra uscire dal mondo greco. I^a iirima corrente non adibisce il tipo hathorico alla decorazione della ceramica: la seconda alla ceramica sembra applicarlo di preferenza. Ciò non è senza relazione con i destini futuri del tipo di Hathor. Dei quali sarà appunto autore e fautore il popolo greco. Dopo aver conosciuto il tipo hathorico nei due momenti della sua espansione, da prima indirettamente, poi per contatto diretto, ai Greci era serbato di trasformarlo secondo una concezione tutta speciale. Nè frattanto veniva meno il tipo di Hathor nella sua patria d’origine. Nel sacro suolo d’Hgitto, che le aveva dato la vita, che da una protome cornuta di giovenca l’aveva trasformato in piacente viso di donna, esso perdura ed assiste ai triontì e alle decadenze del popolo suo. Nei più tardi tempi, quando fiorisce (lueU’ultimo, quasi ])ostumo fiore della civiltà egiziana che è l’arte copta, pur cosi tenacemente avvinta al ceppo vetusto, pur cosi saldamente materiata di elementi tradizionali e di formule avite, ancora forse velatamente ci parla lo spirito della dea da una figura di santa o di defunta che dispiega le volute della sua chioma sotto il mistico nembo cristiano (i). Raffaele Pettazzoni. (154) W. E. Crum (Catalogne général des an- fiquìtés égyplicnries dii Mnsée dn Caire) Copile JMoiiiiiìieiìtst. 31, S687 (stele da Karnek o laiqsor) Si confronti la figurina bizantina in gesso A. Gayet, L’exploraiion des nécropoles de la mon¬ tagne d’Antinoè (A nnalcs dii Mnsée Giiimet XXX, 3, P- ”5 sgg.) t. vili. ()R[GINI CRETESI 1. — La popolazione preellenica. Preudiatno le mosse, com’è di rito, dai noti versi dell’Odissea (t 172 scgg.) : 172 Kp^T'/l l'.C, yxT’ £vl o’.’vOTTt -TTO'/TjJ XxXv] xxl TT'Stpa, TtSpippUTO;' èv 0 i'vJpi-OTTOi tcsXÀo!, à7rs'.p£rÌLna della fine del \’II od il principio del secolo. K non liasta. Chi guardi attentamente questi versi, si accorgerà facilmente, che le i)arole 3’ C/i Kv-.i^ro; usva'/e/-, -xi mq (v. 178) non hanno nulla che vedere coi tre versi che immediatamente precedono, ma si congiungono direttamente al \‘. 175: ì'iir[y.om -3Xy,£;.Il poeta ha voluto dire; Creta ha novanta città, fra le (piali la grande Cnosos, e non già: a Creta si parlano varie lingue e fra queste vi è Cnosos, città grande, ci(J che sarchile assurdo. «Sembra pertanto, che i tre versi 175-177 costituiscano un’aggiunta ])osteriore, inserita da qualche rapsodo che voleva far sfoggio delle sue conoscenze etnogra- lic'iie. «Se ciò (ì vero, cpiesti versi non possono essere più antichi del VI secolo; e che in tutti i modi essi sieno aliliastanza recenti, è confermato anche dalla menzione dei Doii, che com'è noto non sono ricordati in nessun altro passo delle due grandi epopee omeriche. Ad ogni modo, anche se i nostri versi apjiartenessero alla forma originari. 1 del canto di cui fan parte, non potrelibero mai essere anteriori aH’VAII secolo, poiché l’Odissea presuppone le grandi scoperte marittime, che nella seconda metà di quel secolo condussero alla colonizza¬ zione della .Sicilia, e nella prima del secolo seguente a quella delle coste della Tracia e della Propontide. Ora è chiaro che un rapsodo del \T o anche deH’VIII secolo nulla poteva più sapere delle condizioni di t'rela all’età minoica. Egli doveva partire dalle condizioni del tempo suo; ancora nel \T secolo, perfino nel V e nel IV le par(.)le aXAz, 3' àXX.ov -iXw'^rjy. erano vere, in quanto che a Creta, accanto al dialetto dorico dei coloni greci si parlava la lingua eteocretese, coin’è dimostrato dalle iscrizioni sco])erte a Praesos (v. più giù p. 222); dob- l)iamo anzi su])porre che (|uest’ullima lingua, almeno fino al VI secolo, venisse ancora par¬ lata da buona parte della popolazione rustica, ridotta allo stato di servi ascritti alla gleba, nei territori delle città greche. A (jueste due lingue il poeta, volendo descrivere le condi¬ zioni (lell’isola ({uali egli immaginava che fossero state al tempo della guerra troiana, ag- giuii'^e i dialetti dei popoli di cui aveva conoscenza dalla leggenda; gli Achei, stirpe alla (piale appartenevano, secondo l’Iliade, i due eroi cretesi, che presero parte alla guerra di Troia; i Cidoni, menzionati in un passo dell’Odissea (y 2()2) ed i Pelasgi, dei quali, è vero, come abitanti di Creta non si fa menzione altrove nelle due grandi epopee omeriche, ma che potevano essere ricordati in (|uelle del ciclo, oppure nella poesia genealogica ascritta ad Esiodo. Oui non ci riguardano che i jiopoli iireellenici, e lasciamo quindi da parte, per ora, i Dori e gli Achei, dei (piali ci occuperemo in seguito. Nè intendo ingolfarmi nella cpiestione pelasgica, e mi limito a dire brevemente ropinione che mi sono formato intorno ad essa. Pelasgi, in tempi storici, si trovano soltanto in Tessaglia, nella regione detta da loro Pe- lasgiotide, e (presti Pela.sgioti o Pelasgi — che il suffisso diverso non fa caso, tanto vero che Euripide chiama I bX-y.xYnoxai i Pelasgi della leggenda — erano Greci. E sareblie cosa coir- traria a (pialunque analogia storica supporre che essi abbiano preso il nome della popola- 221 zione preellenica da loro vinta e distrutta. Credo pertanto, che l’elasgi fosse il nome dei Greci, o di una parte di essi, quando immigrarono nella penisola balcanica, nome rimasto poi agli abitanti delle prime regioni stabilmente occupate, la Tessaglia occidentale e, in una forma leggermente modificata (IIsIz^yo! = *IlìX7.Y-7zot,P'ick, Ortsnamen p. 19), la Pela- gonia. Che questi Pelasgi dalla Tessaglia fossero andati a stabilirsi a Creta, è cosa in sè stessa assai poco probabile, benché non sia mancato in tempi antichi (Andron, FHG II 349) e moderni chi abbia voluto sostenerlo. Ma non v’ha alcuna prova di ciò, all’infuori del passo dell’Odissea del quale ci occupiamo. Invece, essendo Larisa capitale della Pelasgiotide in Tessaglia, è avvenuto che dovunque vi fosse una località detta Larisa nei paesi bagnati dal Mare Egeo, si volessero ravvisare i Pelasgi. Ora in Creta si trovava appunto una città di Larisa ed un A7.p'.-r7.Tov Ttsolov nelle vicinanze di Hierapytna (Strab. IX 440, Steph. Byz. s. V.), e Larisa sarebbe stato anche il nome antico di Cortina (.Steph. Byz. rdpx'jv), presso la quale città scorreva inoltre il fiume Ar, jxì'o;, che ricordava Lethos figlio di Pelasgo, eroe menzionato presso Omero (B 843 P 228) ; e ciò era più che sufficiente per trasportare i Pelasgi a Creta. Veramente non ci è nessun bisogno di incomodare i Pelasgi per cosi poco ; perchè il nome Larisa può essere stato portato nell’isola dai coloni Argivi, ed un fiume Ar,5xt5? si trova anche in Caria e nella Cirenaica (Strab. XIV 647). Che se poi realmente i Pelasgi fossero venuti dalla Tessaglia a stabilirsi a Creta, essi avrebbero fatto parte della cor¬ rente deH’imniigrazione greca, dalla quale l’isola fu occupata a partire dal XIII secolo, e si sarebbero poi fusi cogli elementi dorici, che formavano la grande massa di quella corrente. Dei Cidoni molto si è favoleggiato dagli antichi come dai moderni. Strabene (X 475) li considera come autoctoni;, il loro eponimo Kydon sarebbe stato figlio di Ermete o di Apollo da una figliuola di Minos (Paus. Vili 53, 4, Steph. Byz. K’jStovfx), secondo Diodoro Cidonia sarebbe stata fondata da Minos medesimo (V 78, 2). Altri invece narravano che Cidone ed il di lui fratello Gortys fossero immigrati da Tegea, ed avessero fondata nell’isola le città che portavano il loro nome (Paus. 1. c.). Questi racconti contradittori dimostrano che non c’era una tradizione fissa. Qualche moderno, ai tempi della fenicomania, voleva vedere nei Cidoni niente meno che i Fenici stessi, ipotesi che aveva per unico fondamento il nome del fiume lardanos (7292 ■4/'. KuLovc? In'.o-t 'ì-j.oi'ho'j àyPi p££,jp7,) che si voleva derivare da quello del Giordano in Palestina. Ma un fiume ’blpò^voc; ricorre anche nell’Elide (H. 135) e nella Lidia (Steph. Byz. s. v.) un ’laoòzvou \zvj.ù>-i presso Samikon nella Trifilia (Strab. VHI, 377), e lardanos si chiamava il padre di Omphale. Non v’ha quindi alcun motivo per ritenere quel nome di origine semitica, e quest’opinione, per altro, è ora generalmente abbandonata. Argomento più valido per sostenere la nazionalità non greca dei Cidoni sarebbero alcuni nomi di persone, dal suono barbaro, che ricorrono nelle iscrizioni di questa parte di Creta, a Hyrtakina e Polyrrhenia, come Taby-O!;, Tarrx.awylSa;, ’Ocou7.c;(Dfn/.-/«sf/;/. Ili 5053, 5117-19 cf. p. 422) ; va notato tuttavia che il nome Taskos ricorre anche nella Laconia (nffi/.-7nsr/n'. 4437-4515), e che Polyrrhenia e Hyrtakina sono senza dubbio città di fondazione ellenica. Ausonia - Anno IV. Quei nomi singolari pertanto potreblrero dimostrare tutto al più che ai coloni greci è pre- cednto uno strato di popolazione indigena, il che era chiaro a priori. vSarebbe molto im¬ probabile ripotesi, che questa popolazione si fosse mantenuta indipendente più a lungo che altrove proprio nella parte dell’isola più vicina al continente greco, tanto più poi che in questa parte nomi locali di origine greca Sono più frequenti che nel rimanente di Creta (v. più giù p. 249). lùl appunto il nome di Cidonia ricorre ad Epidauro neH'Argolide come nome di una fratria (7;/sn'. Argo!. 925, v. 58),’A.j/,j-/ K’jc.odv. era venerata a Ehrixa pi'esso Olimpia (Paus. VI 21, 6), il nome K’Jò ovcc; poi è formato collo stesso suffisso come Aaxcivj;. Tutto ciò ci in¬ duce a credere, che i Cidoiii fossero gente di stirpe greca, venuti a stal)ilirsi in Creta, uè varrebbe l’obiezione, che la radice K’E non si può spiegare dal greco, perchè lo stesso è il caso con molte radici di nomi propri greci. Restano gli Eteocretesi. Il nome stesso di « Cretesi genuini » dimostra, che i Greci li consideravano come po])olazione indigena dell’isola, con altre parole, che essi vi abitavano già all’arrivo dei primi coloni greci. Nei tempi storici li troviamo ristretti aU’estremità orien¬ tale, ove Praesos era la loro principale città (vStaphylos pre-so vStrab. X 475) ; ivi si sono trovate alcune iscrizioni in caratteri greci, ma in lingua non greca (Halbherr Museo Ital. di Ani. class. II 673, Conway Anmtal Br. Scìwoì Athcns \TII 125, X 115) che per conse¬ guenza debbono appartenere agli Eteocretesi. Inoltre vi si sono scoperte iscrizioni in scrit¬ tura lineare, prealfabetica (classe A), simili a quelle scoperte a Cnosos, a Phaestos ed in altri luoghi della parte centrale dell’isola. (Queste iscrizioni, è vero, non sono state ancora inter])retate ; ma l'identità dei segni rende probalrile che esse appartengano tutte alla stessa lingua, con altre parole, che la lingua eteocretese venisse parlata un giorno in tutta la metà orientale di Creta, dal monte Ida al promontorio vSahnonio. Nella metà occidentale iscrizioni di questcr genere non si sono trovate, ma ciò non dimostra nulla, perchè finora non vi furono fatti scavi sistematici. Re iscrizioni in (jnestione appartengono al periodo medio minoico, e al principrio del tardo minoico; in seguito si è sviluppato da questo sistema di scrittura un altro (classe B), che ha molti segni in comune col primo, anzi tahmlta ritor¬ nano gli stessi grupp)i di segni, di guisa che si deve concludere che la lingua fosse sempre la stessa (Plvans Scripta Minoa I 35). Iscrizioni apipartenenti a questa seconda classe, prer altro, si sono trovate finora soltanto nel secondo pr. lazzo di Cnosos, in strati del secondo p)eriodo tardo-minoico. Da tutto ciò diventa sommamente p)robabile che i signori dei p)a- lazzi di Cnosos e Phaestos fossero di nazionalità eteocretese. E che la civiltà, di cui furono centri questi pialazzi, non fosse greca, è chiaro da molti indizi: il modo di costruire, la foggia del vestire, lo stile decorativo etc. Da grande maggioranza dei compretenti oramai ne è convinta. La piosizione etnografica degli Eteocretesi è tuttora completamente oscura. vSi pienserebbe a pii'ima vista che piotessero essere affini agli alritanti delle coste vicine della Caria e della Licia. — 223 — La religione cretese infatti mostra molte analogie con quella deH’Asia Minore. Ma la lingua delle iscrizioni eteocretesi in caratteri greci, le sole per ora decifrabili, a quanto sembra non è affine a quelle delle iscrizioni licie o carie. Mancano sopratutto, nelle iscrizioni cretesi, i numerosi segni complementari all’alfabeto greco, cosi caratteristici per l’alfabeto lido, e più ancora per quello cario, dalla quale cosa si deve inferire che all’eteocretese mancassero i suoni espressi da quei segni complementari. Forse per questa considerazione il Conway (1. c.) è stato indotto a pensare che l’eteocretese potesse essere una lingua indogermanica . Ma egli è riuscito a dimostrare, tutt’al più, la possibilità della cosa, senza portare però alcuna prova veramente convincente. Eppure ci vorrebbero tali prove, e forti, per farci accettare una teoria che porterebbe con sè conseguenze storiche della più alta im¬ portanza, la presenza cioè di una popolazione ariana a Creta fin dal 2000 almeno prima dell’era volgare, ed il carattere indogermanico della civiltà minoica. Per altro, anche i caratteri somatici degli Eteocretesi pare che non siano favore¬ voli all’ipotesi di un origine indogermanica. Gli affreschi infatti, tanto quelli dei palazzi cre¬ tesi, quanto quelli egiziani, mostrano che i Cretesi [Keftiu) avessero capelli neri: l’unica eccezione, che ho notato nel museo di Candia, è il così detto cup-bearer (coppiere, olvo/ o'o?) che ha capelli castagni, i quali forse in origine, quando il quadro era ancora fresco, erano biondi. Inoltre gli Eteocretesi erano di statura piuttosto bassa (Duckworth Annual IX 353, Mosso Escursioni nel M editerraneo p. 275). S’aggiunga che nè il vestito, leggeris¬ simo, nè il modo di costruire le case senza alcun riguardo al riscaldamento s’addicono ad un popolo venuto di recente dal settentrione. Perciò lo Evans {Journ. Hell. Stud. XVII 362 segg.) ed il Mackenzie {Annua! XII 212 segg.) hanno emesso l’ipotesi, che gli Eteo¬ cretesi siano venuti dal lato opposto, dalla Cirenaica. Ma questo, nello stato presente delle nostre conoscenze, vuol dire spiegare un’incognita con un’altra; e visi oppone il fatto, che i Libi della Cirenaica erano biondi, come attesta Callimaco {Inno ad Apollo S()), che. essendo nato in quella regione doveva saperlo. Di guisa che non resterebbe altro che mettere in relazione gli Eteocretesi coi Lelegi, pojjolo che nei tempi preistorici avrebbe abitato la costa occidentale dell’Asia Minore, le Cicladi, e parte della penisola greca, ma cirenei tempi sto¬ rici era completamente scomparso, meno che nella Caria, ove si dice che formasse, ancora nel III secolo prima dell’era volgare, la popolazione rustica, in qualità di servi ascritti alla gleba (Filippo da Syangela FHG. IV 475, e Plut. Quaest. gr. 46 p. 302). Ma è chiaro, che di una tale parentela non si potrebbe dare nessuna prova, visto il carattere leggendario o semileggendario delle nostre notizie intorno ai Lelegi. Sarà prudente sospendere il nostro giudizio, finché non ci vengano in aiuto nuove scoperte epigrafiche, che probabilmente non mancheranno. Recentemente, insieme a frammenti di vasi della fine del periodo medio minoico, in un ambiente annesso al palazzo primitivo di Phaestos, fu trovato un documento finora unico nel suo genere, un disco cioè di argilla, contenente, dai due lati, iscrizioni gerogli- — 224 — fiche in una scrittura affatto diversa da qualunque altra scrittura geroglifica scoperta a Creta, e anche fuori (Pernier Ausoìiia III 233 scgg.). Insieme al disco si trovò una tavo¬ letta con segni nella solita scrittura lineare classe A. P'ra i segni geroglifici del disco poi è particolarmente caratteristica una testa d’uomo, coperta di un elmetto ornato di piume, che non ricorre in nessun altro monumento cretese, ma è affatto simile a quelli raffigurati nei monumenti egiziani ra])presentanti i Punsta c Zakkari che invasero la valle del Nilo ai tempi di Ramsete III. K noto poi, che i Pici, ancora ai tempi d’Erodoto (VII 02) si/pt Ty,A’. /.£ rA'Ko’jz, zzrszoìn'. usc'.c'jT £ v/v ou; vo’jc. vSembra, da tutto (juesto, che al)hia ragione lo Irvans sostenendo che il disco non sia di origine cretese, ma che ap- ])artenga invece alla parte sud ovest dell’Asia Alinore {Scripla fi/ò/on I 22 segg,, 273 segg.) . Pi con ciò cadrebbe l’ipotesi di Ivi. IMeyer che vorrebbe vedere nel disco una prova della provenienza dei l'ilistei da Creta (SB. Beri. Akad. iqoq ]). 1022 segg.). E, per finire, diciamo una ])arola dei Penici. E vero che la cosa ora potrebbe parere su])erfiua, visto che i monumenti dell’età minoica scoperti a Creta non hanno dato projjrio india che si potesse considerare come fenicio, mentre invece, sulle coste della Siria, si vanno scoprendo monumenti dell’industria minoica. Ed anche nelle fonti letterarie non c’è il mi¬ nimo accenno ad una colonizzazione fenicia in Creta. che presso vStefano di Bi- zanzio è detto padre deH’eponimo della città di Itanos, non ha nulla che fare coi Fenici, ma è il dio greco, ricordato nel trattato fra Cnosos e Dreros (Dittenb. Syll."" 463, Dial.- Inschr. 4052 v. 30). O c’è qualcuno che voglia sostenere che i Cretesi abbiano prestato giu¬ ramento sul nome dell’eroe eponimo dei Imnici? lid anche il rapsodo, che compose i versi riportati in principio di questo capitolo, non sa]ieva nulla della presenza di PAnici a Creta. I Fenici hanno incominciato a trafficare nel mare Egeo verso il ix secolo, ma è chiaro che in quel tempo non vi potevano ]riù fondare colonie. E rimando, su tutto ciò, ad un mio lavoro puljblicato molto ])rinia della scoperta della civiltà minoica a Creta, in un tempo, in cui perfino storici accreditati parlavano ancora di colonie fenicie sul mare Egeo {Die Pìioeniker am aegaeircìicn Meer, RJi. Miis. 49, 1894, p. iii). Quello che dissi allora è stato confermato da qualumpie scavo di antichità preistoriche, eseguito da quel tempo sia nella regione ligea che in Sicilia. 11. — Lo STATO MINOICO. Nel piano inferiore di tutti i jìalazzi cretesi si trovano vasti magazzini, pieni di an¬ fore di dimensioni colossali, che servivano a conservare l’olio, il vino, ed altre derrate agri¬ cole. In quello di Cnosos poi esiste perfino un torchio, che dimostra che l’olio si estraeva nel palazzo mede.simo. f^i vede da ciò la importanza fondamentale che l’agricoltura aveva neH’economia dell’isola. Accanto ad essa fioriva l’industria; la metallurgia, la ceramica, e dobbiamo supporre anche l’arte tessile, ben; hè dei suoi prodotti nulla sia conservato a noi — 225 — I prodotti industriali furono esportati nel continente greco, a Cipro, in vSiria ed in Egitto , ed è probabile, che i vasi fittili cretesi di cui si trovano rottami cosi numerosi nella valle del Nilo, non vi fossero portati vuoti, ma pieni di olio o di vino. In cambio, si importava rame da Cipro, oro ed avorio daU’Kgitto. Prodotti industriali invece non si importavano, o soltanto in misura molto limitata ; sono rari infatti gli oggetti di provenienza egiziana trovati nei palazzi e nelle tombe di Creta. Del rimanente non dobbiamo formarci una opinione esagerata deH’importanza di questo commercio; si tratta, in massima parte, di oggetti di lusso, e quindi di quantità di merci molto limitate. Tanto vero, che le città cretesi, ed appunto le principali, stanno quasi tutte a qualche distanza dal mare ; indizio che esse non debbano il loro sviluppo al commercio marittimo, ma all’industria ed al commercio interno. De floride condizioni economiche ebbero per conseguenza, che l’isola ben presto raggiun¬ gesse una densità di popolazione abbastanza rilevante. Da fertile pianura a mezzoggiorno della parte centrale dell’isola, già fin dall’età protominoica, era coperta da numerosi villaggi, posti a breve distanza l’uno dall’altro come è stato dimostrato, sopra tutto, dagli scavi del Xanthudides a Kumasa ed in altre località di quelle vicinanze. Nel periodo medio minoico poi cominciarono a svilupparsi, nell’isola, città importanti, come Phaestos nella Mesarà, e Cnosos presso la costa settentrionale, detta ~ó\iq da Omero (t 178) e che fu già tale nei tempi minoici, in un’età cioè, in cui sul continente greco, e in tutto il resto d’Europa, non esistevano che rocche fortificate e villaggi. A quanto sembra, l’isola in questo tempo si trovava, almeno nel complesso, in condi¬ zioni pacifiche. I principi del continente greco credevano necessario circondare i loro palazzi di mura potenti, le città cretesi del periodo m’noico invece erano aperte, senza alcuna opera di difesa. Si è voluto arguire da ciò che Creta abbia formato allora uno stato unitario, il regno di Minos del quale parla la leggenda. Ma la leggenda non prova nulla, e i risultati degli scavi ci portano a conclusioni ben diverse. I palazzi di Cnosos e di Phaestos infatti sono costruiti con uguale magnificenza, e appartengono al medesimo tempo; e quando, verso la fine del periodo medio minoico o il principio del periodo seguente furono distrutti da in¬ cendi, l’uno e l’altro furono riedificati con magnificenza maggiore di prima. Ciò non si spie¬ gherebbe se i due palazzi non avessero servito di residenza a due famiglie reali ; la parte centrale dell’isola, per conseguenza, doveva esser divisa almeno in due stati, i quali, a giu¬ dicare appunto dallo splendore di questi palazzi, dovevano essere abbastanza estesi. Gor- t'na, che nei tempi ellenici diventò la prima città della Mesarà, non esisteva ancora o tut- t’al più come borgata insignificante; è probabile quindi che tutta questa pianura fosse do¬ minata da Phae.stos. Nel medesimo modo il dominio di Cnosos si sarà esteso, dall’altro lato dell’isola, per tutto il tratto che dall’Ida si stende fino ai monti di Eassithi; l’alti¬ piano centrale sul quale son poste Prinià e Haghia Varvara, formava il confine fra i due stati. E vista la forma lunga e stretta dell’isola, oltre a questi due, altri stati debbono essere — 226 — esistiti nelle parti occidentali ed orientali. È probabile tuttavia, che il frazionamento politico allora fosse molto minore di quello che fu più tardi nel periodo greco. E ciò spiegherebbe perchè si sentisse meno il bisogno di fortificazioni. Per altro, anche nel periodo greco, in un’età cioè di guerre quasi continue. Cortina, nonostante l’epiteto di tso/Ccc;':-/ che le dà il ca¬ talogo omerico, è rimasta sempre città aperta (vStrab. X 478). Il palazzo di Cnosos occupa una sui)erficie di circa 2 ettari, quello di Phaestos di 12-13000 metri quadrati; l’uno e l’altro si elevavano all’altezza di almeno due ])iani. K chiaro che pa¬ lazzi di tale grandezza presuppongono l’esistenza di un governo monarchico non solo, ma di una monarchia forte e potente. C’era posto per centinaia di persone, e gli affreschi scoperti a Cnosos permettono anche a noi di farci un’idea della \-ita brillante che si svolgeva in quei palazzi : vediamo le dame dell’harem reale in gran numero, forse una cinquantina, riunite dinanzi alla facciata della reggia, oppure insieme ai cortigiani, a ]3asseggio sotto gli alberi del giardino. Accanto ai re c’era una numerosa aristocrazia, bissa in parte aveva i suoi palazzi nelle città; tali sono, a Cnosos, la «casa dei feticci » e la cosi detta « villa reale». Ala una gran parte viveva in campagna, sulle projjrie terre. Ad un’oretta di cammino da Phaestos presso la chiesa rustica dedicata alla S. Trinità (blaghia Triada), furono scavati dall’Halbherr gli avanzi di un edifizio, della fine del periodo medio minoico, che imita in piccolo la costru¬ zione dei grandi palazzi. Altre case sorgevano all’intorno, di maniera che il palazzetto formava il centro di mi villaggio. Nella stessa guisi la cittadina scavata a Guniià da Miss Boyd (ora Mrs. Hawes) è sormontata da un piccolo palazzo, che occupa la sommità della collina sulla quale sorge quella Ixirgata. Un palazzo simile fu scoperto, nella scorsa estate, dal l’Hatzidakis a Tylissos. Quest’ultima città all’età greca era autonoma, e potrebb’esserlo stata quindi anche all'età minoica, benché, per le ragioni esposte di sopra, ciò sia poco proba- l)ile ; ma Gurnià ben difficilmente potrà essere stata centro di uno stato indipendente, e quanto ad Haghia Triada, ciò è escluso assolutamente dalla sua vicinanza a Phaestos. Ab- biamo da fare, ])er tanto, colla residenza di un nobile, vassallo del re di quella città. Per altro la tomba a cupola (.'zrólo'), dell’età protominoica, scoperta a pochi minuti di di¬ stanza dal palazzo di Haghia Triada dimostra, che il sito fu sede di una famiglia principesca già da (piel tem])0 rimoto ; e altre tombe simili, dello stesso tempo protoniinoico, scoperte qualche ora ad oriente di Phaestos, a Knmasa ed in quelle vicinanze, dimostrano che la ùle- sarà era piena di questi signorotti, che, forse indipendenti in princii)io, dovettero poi piegarsi al dominio dei re di Phaestos. Sembra pertanto che gli stati cretesi dell'età media e tarda minoica abbiano avuto la forma di mia specie di monarchia feudale. Tanto i re, quanto i loro vassalli dovevano possedere vaMe proprietà fondiarie; lo di¬ mostrano i magazzini che non mancano in nessuno dei palazzi cretesi, b, ciò fa sorgere spon¬ taneamente l’idea, che la condizione della popolazione rustica, di servi gìehae adscripti, quale la troviamo in Creta nell’età greca, non sia un effetto della comiuista, ma risalga già all età — 227 — niiiioica. Iv ciò spiegherebbe come i (rreci si potessero iinpadrouire deU’isola, iiouostaiite la sua civiltà superiore, e la sua popolazione densissima. ÌC un caso analogo alla conquista del- rimpero Romano d’occidente da parte dei i)opoli germanici. Ra grande massa degli abi¬ tanti cambiava soltanto di padrone e non veniva a perder nulla. Quanto alle relazioni di Creta coll’estero all’età minoica, va notato il fatto che non si è trovato finora, neH’isola, il benché minimo indizio di un dominio, o anche soltanto di una supremazia egiziana. ,Si è voluto inferire l’esistenza di un legame di questo genere dagli af- fre,5chi egiziani del tempo della XVIII dinastia, in cui si vedono i Keftiu, ossia i Cretesi dell’età minoica, nel loro costume caratteristico nazionale, offrire al faraone oggetti preziosi, prodotti della loro industria. Ma nulla ci autorizza a vedere, in queste offerte, un tributo vero e proprio. È noto infatti il costume che avevano i negozianti stranieri di offrir doni ai re negli stati dei quali \'olevano esercitare il loro commercio ; cosi presso Omero mercanti fenici offrono a Toante re di Renino un cratere d’argento ('l'7q5). Da quest’uso, nel corso del tempo si sono sviluppati i diritti doganali. K credo che i doni offerti dai Keftiu al faraone sieno da interpretarsi in questo medo. Altri hanno voluto sostenere l’esistenza di un dominio cretese sul Peloponneso, o almeno su parti di essso, e perfino della Grecia centrale. Ma se le rocche di Tirinto e di Micene fos¬ sero state residenze di principi cretesi, è evidente che questi principi avrebbero costruiti i loro palazzi aH’immagine di quelli della madre patria, magari più piccoli e meno splendidi, ma sullo stesso disegno. All’incontro i palazzi del continente son costruiti in modo del tutto diverso; manca la corte centrale, manca l’unione organica fra i vari ambienti, mancano le numerose finestre; ed invece la parte principale di questi palazzi è formata da un me- garon di forma bislunga, col focolare nel centro, illuminato soltanto dalla porta e da una apertura nel tetto, per la quale usciva il fumo, »Sono, in una parola, i osyapa ijZ'.osvt-/. delle epopee omeriche. Ro stesso modo di costruire il megaron si incontra già nella città più an¬ tica che sorgeva sul sito di Troia, e nei villaggi dell’età neolitica in Tessaglia, laddove in Creta ricorre per la prima volta nel così detto « periodo di rioccupazione » verso la fine dell’età minoica, nè alcuno dubita che vi sia stato allora importato dal continente. Resta pertanto escluso che i palazzi del Peloponneso siano opera di architetti cretesi, e costruiti per principi di gente minoica. Ra stessa cosa, per altro, si può inferire dall’epopea. Questa, così come è tramandata a noi, non è più antica deH’viii, in parte anzi del vii secolo; ma si basa sopra canti più antichi, dai quali essa ha conservato numerose forinole ed epiteti sta¬ bili. Ciò ha avuto per conseguenza che nell’epopea si rispecchino in parte la vita e gli usi dell’età in cui queste forinole ebbero origine, cioè dell’età micenea; gli eroi infatti portano in parte l’armatura propria a quella età, e le loro armi di offesa sono quasi sempre di bronzo. Re origini dell’epopea greca risalgono, per conseguenza, almeno fino all’età tarda minoica, che è appunto quella in cui fioriva Micene, la quale, per questo, viene assegnata dai poeti come residenza ad Agamennone, ed è chiaro da ciò che i principi, alla corte dei quali i — 228 — poeti cantavano, erano principi greci. vSareljì)e facile svolgere con maggiore ampiezza que¬ st’argomento, ma la cosa mi sembra cosi evidente, che ogni parola di più sarebbe su¬ perflua. Si comprende poi facilmente che i principi greci del continente cercassero di circon¬ darsi, per quanto potevano, di prodotti dell’arte minoica tanto superiore a quella dei Greci di qrresto tempo, e che facessero anche veitire artisti da Creta, o li portassero di là come prigiorrieri di guerra, per ornare di affreschi le pareti delle loro magioni. È lo stesso, che fecero più tardi i re persiarri, rispetto all’arte balrilonese, e i Romani, qrrairdo vennero a corrtatto colla civiltà ellenica. Ed è degno di nota un altro fatto : che cioè lo splendore di Alicene ha durato ancora per qualche tempo, quando quello di Creta già era cominciato ad oscurarsi. Avrebbe dovuto avvenire l’opposto, o\’e la civiltà micenea, al pari di quella mi¬ noica, fosse stata abbattuta dalla conquista ellenica. A c[uesto modo di vedere le cose sembra opporsi una leggenda, che da molti è consi¬ derata ancora come se fosse vera e propria tradizione storica, la leggenda cioè della ta- lattocrazia di Minos. I moderni, a questa talattocrazia di ùlinos sogliono sostituire quella cretese, ritenendo Minos un « rappresentante mitico » della sua isola. Ma questa teoria dei rappresentanti mitici che ha generato tanta confusione nella preistoria greca, e aggiungiamo anche italiana, non è che un parto della fantasia di gente che ignora che cosa sia il mito. Il mito si forma intorno a singoli eroi, che non rappresentano che sè medesimi; i soli « rappre¬ sentanti mitici » che esistono, sono gli eroi eponimi, i quali però non sono creazioni del mito popolare, ma della poesia genealogica, dalla quale si è sviluppata poi la storiografia. Ora, che Minos non sia un eroe eponimo è chiaro; Minoa significa «città di Minos »,ed è quindi derivato dal nome dell’eroe, non viceversa. Pertanto la figura di Minos appartiene al mito vero e po polare. Pè che egli in origine sia un dio, è ugualmente chiaro; basta ricordare che è figlio di Europe, sposo di Pasiphae, padre di Ariadue e Phaedra, tutte ipostasi della dea lunare. Ed il mito del ùlinotauro dimostra che questo dio era immaginato in forma di toro ; non diverso da quel toro, sotto le sembianze del quale Zeus aveva portato Europe dalla terra della luce ('l'o;- v!zr,) a Creta. Ivd il regno di un dio non è di questo mondo. Oliando poi Minos, al pari di tante figure divine, venne degradato ad eroe, che sarebbe vissuto in (piesta terra, e precisamente a Creta, ove era il centro del suo culto, bisognava fissare il suo regno sulla carta geografica ; ed il mezzo per fare ciò offrivano le città denominate in suo onore àb.vcr/. Ve ne era una nell’isola di Amorgo, un’altra a vSifno, una terza presso Xisea nella Megaride; e sono precisamente le Cicladi e Megara che ci vengono indicate come soggette allo scettro di Minos. Vi si ag¬ giunse Atene, a causa del mito di Teseo. Ora, chi possiede Creta e le Cicladi, è padrone della parte meridionale del mar Egeo, ed ecco l’origiue della talattocrazia di Minos, che, come si vede, è puramente mitologica, e non ha maggiore fondamento storico del grande regno di Agamennone, il quale, da re dei morti che era stato in origine, -/v-y.; svEitov, è diven- — 229 — tato poi re dei vivi, xv/; ivoiiov ov. Ma chi è padrone del mare, ha il dovere di tenere in freno la pirateria, tanto più poi, se egli è legislatore, come lo era ùlinos. Cosi almeno si ragionava nel v secolo (Time. I 4), e si ascriveva quindi a Minos anche questo merito. Per parte mia ritengo, che i Cretesi, pur troppo, avranno esercitato la pirateria in tempi preistorici come più tardi nei tempi storici, finché non furono domati dai Romani, e ne vedo una prova nei ritrovamenti fatti dal vSeager snll’isoletta di Psyra nel golfo di Mira- belo. Vi si scavarono numerosi oggetti d’oro, vasi dipinti, e specialmente splendidi vasi di pietra, appartenenti al periodo dalla fine dell’età protominoica [Early Minoan HI) al prin¬ cipio della tarda minoica [Late Minoan /). Gli abitanti dunque dovevano godere di grande agiatezza. Eppure l’isola è sterilissima, uè a causa della sua posizione poteva mai essere un centro commerciale. Ma era fatta per essere un nido di pirati ; nè io dubito che questa fosse la fonte della ricchezza dell’isola. B lo stesso valga della vicina Mochlos, che anch’essa na data una quantità di oggetti d’oro, appartenenti al periodo protominoico. 111. — La conquista greca. La colonizzazione greca di Creta non può essere posteriore al 1000 prima dell’èra vol¬ gare. È chiaro infatti che Creta dovesse essere occupata, almeno in parte, dai Greci prima che essi si spingessero fino alla lontana Cipro. Ma Cipro dovè essere colonizzata prima che la scrittura alfabetica si fosse diffusa in Grecia; altrimenti i coloni greci dell’isola non avreb¬ bero adottata quella scrittura sillabica, così poco adatta a rendere i suoni greci, che tro¬ viamo in uso a Cipro fino al tempo di Alessandro Magno e dei suoi primi successori. E la scrittura alfabetica in Grecia fu adottata non più tardi del secolo ix ; perchè le colonie fon¬ date durante la seconda metà del secolo vili, in Sicilia e nell’Italia meridionale, usavano alfabeti fra loro diversi, ciascuna quello della propria metropoli, il che dimostra, che già allora l’alfabeto greco primitivo si era differenziato in varie forme. E perchè ciò potesse avvenire è condizione necessaria che l’alfabeto stesso fosse già in uso, in Grecia, da un tempo non troppo breve. Altre considerazioni conducono, ad un dipresso, al medesimo risultato. Già l’Iliade ri¬ corda, fra i seguaci di Agamennone, gli eroi cretesi Idomeneo e Merione e considerava quindi Creta come paese greco fin dai tempi della guerra di Troia. Ora è vero che anche i canti più arcaici dell’Iliade (e Idomeneo è menzionato già nel primo canto , A 145) non risalgono, probabilmente, oltre il secolo vili; ma i miti che si rispecchiano in quei canti sono più antichi, e si sono formati, quindi, al più tardi, nel secolo ix. E alla stessa conclusione ci porta l’alfabeto cretese, il più arcaico fra tutti gli alfabeti greci, essenzialmente diverso da quello in uso nelle regioni della Grecia, dalle quali Creta è stata colonizzata. Per con¬ seguenza la colonizzazione di Creta deve risalire ad un tempo, in cui non era ancora avve¬ nuto il differenziamento dei vari alfabeti greci, cioè almeno al secolo ix. Ben inteso che Ausonia - Anno IV. 29 230 tutti questi (lati non sono clic tenìiiiii pos! qitos, che possono essere posteriori, e di molto, al tempo iu cui la colonizzazione è realmente avvenuta. K chiaro, a prima vista, che nessuna tradizione storica, degna di fede, può essersi con¬ servata di un tempo cosi remoto. Tanto vero, che non abbiamo una tale tradizione nep¬ pure sulla fondazione delle più antiche colonie in f^icilia e uellTtalia meridionale, che pure è avvenuta in tempi molto più recenti. Ter conseguenza, tutto ciò che gli autori antichi raccontano intorno alla fonelazione di città cretesi, è priva di qualunf|ue valore storico ; si tratta di combinazioni in base ad omonimie locali, alla comunanza di culli, ^i istituzioni e cose simili. Tali combinazioni possono anche cogliere nel segno, ma ciò è un mero caso, tanto vero che esse spesso si contradicono, e queste contradizioni sarebbero molto più fre- (pienti, se la nostra tradizione fosse meno povera. Cosi Cortina da alcuni era considerata colonia di Cortina in Arcadia (Fiat. Leggi III 708 a) a causa dell’omonimia ; secondo altri sarebbe stata fondata da un eroe eponimo, Cortys di Tegea, figlio di Tegeates e fratello di Kydon (Paus. YHI 53, 4), oppure da Achei venuti da Aniyklae nella imeonia (Con. Narr. 36. 47). Ouest’uldma versione eljbe origine dal fatto, che Apollo Amicleo occupava un posto cospicuo nel culto della città {Leggi di Goìiiìia III 8). e che, nelle vicinanze, esisteva una città di nome Amicle {Cr. Dial. Lnscìir. 5025). Phaestos si credeva fondata da un eroe omonimo, figlio o nipote di Brade, che sarebbe venuto da vdicione, perchè figurava nelle leggende di questa città (Steph. P>yz. Paus. II b, 7; IO, io); secondo altri invece Phaestos sarebbe fondata da Minos (Strab. X 429; Diod. V 78). Pappa si credeva fondata da Agamennone (.Steph. Byz. A -fu-/, ), evidentemente lierchè questo eroe vi aveva un culto. Po stesso Agamennone avrebbe fondato in Creta anche Micene, Tegea e Pergamo, duas a patriae twiiiiiie, miaiii a victoriae inenioria, come dice Velleio, che ci ha conservato questa notizia (I i, 2): secondo altri invece Tegea di Creta, il sito della quale, al pari di quella di Micene cretese ci è sconosciuto, sarebbe fon¬ data da Taltibio (Steph. Byz. 'yi-ri-j.), il noto araldo ('zZ|'yA) del re di Micene. PjTtos era considerata colonia spartana, a causa della rassomiglianza delle sue istituzioni a quelle laco¬ niche (Piphor. presso .Strab. X 481; Aristot. FoUt. II 1271 b) ; secondo altri sarebbe fon¬ data da Pyktos figlio di Picaone (Steph. Byz. I moderni sono andati avanti per questa via, ed in base a semplici onioniinie, non sorrette da altre prove, hanno derivati i coloni greci di Creta chi dalla Paconia, chi dall’Arcadia, chi dalla Tessaglia, e chi più ne ha più ne metta. È chiaro che con un metodo simile — se si vuol chiamare metodo un modo di procedere cosi contrario ai primi principi del metodo storico — qualunque cosa può essere dimostrata. Ma lasciamo queste fantasie e passiamo sopra un terreno più solido. Com’è noto nei tempi storici la popolazione greca di Creta parlava un dialetto dorico, strettamente affine a quelli che si parlavano sulle coste vicine del Peloponneso. Inoltre troviamo le tribù doriche: i Dimani a Gortyn e Hierapytna, gli Ilici a Pato e Kydonia, i Panfili a Cnosos — 231 — e Hierapytiia (le testimonianze presso Busolt Gr Gesch. 1“ 347) ; non v’ha dunque alcun dubbio che i Cretesi, o almeno gran parte di essi, fossero della stessa stirpe degli abitanti dell’Argolide. Capo di questi Argivi, che vennero a stabilirsi in Creta, secondo la leggenda sarebbe stato Aitemene, figlio di Keisos e quindi nipote del padre di quest’ultimo, Temenos (Strab. X 479, 481; XIV 653; Con. Narr. 47). vSi può dubitare tuttavia se questa genea¬ logia sia molto antica, perchè secondo un’altra leggenda Aitemene sarebbe stato figlio di Catreo e nipote di Minos; da Creta egli sarebbe emigrato a Rodi, ove più tardi ebbe un culto eroico (Diod. V, 59, [Apollod.] Bibl. Ili 2, i) ; ivi, a Rindos, esisteva una phyle detta dal suo nome ’AÀjxtjjisv!; [Inscr. Ins. I 695). Qui però sorge la questione, se la gente di stirpe dorica fosse lo strato più antico di popolazione greca nell’isola. Chi ritiene colla leggenda, che i Dori si sieno stabiliti nel Pe¬ loponneso soltanto qualche generazione dopo la guerra troiana, è forzato ad ammettere che già prima di questa guerra Creta sia stata occupata da altri Greci, visto che nell’esercito di Agamennone vi erano anche eroi cretesi. Se non che è chiaro, che la cronologia sia della guerra Troiana che della migrazione dorica è puramente convenzionale, creata da coloro che nel vi e v secolo ridussero le leggende in un sistema ; la saga vera e genuina infatti non ha cronologia. B questa cronologia convenzionale dipende dall’epopea, secondo la quale l’Argolide e la Laconia al tempo della guerra troiana erano abitate non da Dori, ma da Achei; i Dori quindi dovevano essere immigrati dopo quel tempo. Si comprende che ra¬ gionassero in questo modo Ecateo e i suoi contemporanei e seguaci, quando la scienza sto¬ rica era nella sua infanzia ; ma che vi sia al tempo nostro chi accetti ingenuamente tale sistema è cosa meno facile a comprendersi. Colla stessa argomentazione infatti si potrebbe sostenere che i Greci fossero immigrati nel paese al quale hanno dato il nome soltanto dopo la guerra troiana, poiché l’epopea com’è noto non conosce il nome di "EXX-/,'/£;. Può darsi quindi benissimo che gli Achei dell’epopea fossero il medesimo popolo, che, col nome di Dori, troviamo nell’Argolide e nella Laconia nei tempi storici; la cosa è anzi molto probabile, ove poniamo mente al fatto, che gli Achei dei tempi storici, tanto nel Pelopon¬ neso, quanto nell’ Acaia Ftiotide, quanto nell’ Italia meridionale parlavano un dialetto dorico. Rimando il lettore a quel che ho scritto sulla questione nella Historische Ztitschrijt 43 p. 207 segg. Si potrebbe però far valere un altro argomento, più scientifico, per sostenere l’esistenza a Creta, di uno strato di popolazione greca predorica. Nell’isola di Cipro infatti si parlava un dialetto strettamente affine, quasi identico anzi a quello parlato nell’Arcadia ; e come è certo che la colonizzazione di quest’isola non può essere partita da una regione qual’è l’Ar¬ cadia, lontana dal mare, ne segue che al tempo di tale colonizzazione una popolazione parlante il dialetto arcade doveva abitare sulle coste del Peloponneso. Si potrebbe inferire da ciò che questa stessa popolazione, prima di spingersi fino a Cipro, avesse occupate anzi tutto le isole più vicine alla Grecia, cioè Creta e Rodi, dalle quali sarebbe stata poi scac- — 232 — ciata dai Dori. Si potrebbero addurre, in appoggio a questa ipotesi le omonimie di città cretesi con città arcadi (Gorttm, Tegea, ’ Aj-z-aòs;;) ; si è voluto perfino scorgere, nel dialetto cretese, forme derivate dal dialetto dell’Arcadia (Hoffmami, De inixtis lingìtae graecae diàìe- ctis, Gdttingen 1888, p. 39). vSoltanto non si dovrelibe applicare a questo primo strato di jxipolazione greca in Creta il nome di Achei, come j^nr tropjro da taluni si è fatto, ])erchc gli Arcadi neH’antichità non furono mai compresi fra gli Achei, e parlavano un dialetto completamente diverso. Tali denominazioni arlritrarie, fatte per conciliare i risultati della dialettologia colle comljina- zioni fatte dai logografi del secolo v avanti l’era nostra in base al e leggende, non possono che produrre confusione. Do studio dei dialetti deve procedere pe la sua propria strada, senza lasciarsi deviare da idee preconcette. Gravi difficoltà tuttavia si oppongono a questa ipotesi. vSe una popolazione di stirpe arcade avesse un giorno occupato le isole nella ])artc meridionale del Mar Kgeo, non si comp render eblie come essa avesse potuto sparire completamente, quando jierfino la popo¬ lazione preellenica si è mantenuta, fino al iv secolo, sulla punta orientale di Creta. Da cosa sarebbe così singolare, che soltanto le prove più stringenti ci potrebbero indurre ad ammetterla. Certo, chi si attiene alla cronologia tradizionale della immigrazione dei Dori nel Peloponneso (ca. 1100-1050 a. Cr.) non ha altra via d’uscita. Ma questa cronologia è otte¬ nuta per mezzo di un calcolo di generazioni istituito in base ad alfieri genealogici in gran pa le leggendari, e non ha, quindi, in sè stessa nessun valore storico. Riconosciuto futile que.sto argomento, si è tentato portarne un altro, dicendo che la decadenza della civiltà Micenea fosse effetto della invasione di tribù greche ancora semiliarbare nel Peloponneso, cioè appunto dei Dori, ùla non si è riflettuto, che la civiltà ùlicenea è scomparsa anche in regioni, ove i Dori non sono mai penetrati, come l’Attica e la Beozia. Adesso poi che si è riconosciuto che centro della cosi detta civiltà Micenea fu non l’Argolide, ma Creta, tutta quest’argomentazione ha perduto perfino il fondamento. Non v’è dunque nessun motivo per ritenere che i Dori sieno immigrati nel Peloponneso piuttosto verso il 1000, che verso il 2000 prima dell’era volgare, e nulla impedisce di credere di razza dorica, ossia, ciò che vuol dire, in questo caso, lo stesso, achea i principi che risiedevano sulle rocche di Micene e di Tirinto ; e con ciò ci troveremmo in pieno accordo con quanto è attestato dall’epopea. lùnancipati in questo modo dall’antico pregiudizio della migrazione dorica avvenuta verso il 1000, possiamo dare una spiegazione facilissima della colonizzazione greca delle isole da Creta a Cipro. Creta, Rodi e le isole vicine furono colonizzate dall’Argolide in un tempo, in cui la I, aconia era ancora abitata da una po])olazi(3ne di razza arcade ; poi anche questa popolazione cominciò a prender parte al movimento colonizzatore, ma trovando già occupate Creta e Rodi, si vide costretta ad andar più in là e si spinse fino a Cipro. Non è escluso, naturai mente, che anche ([uei della Daconia facessero qualche tentativo per met¬ tere piede nella vicina Creta; ma di fronte alla popolazione dorica già stabilita nell’isola. — 233 — tali tentativi dovettero rimanere senza successo, e ad ogni modo i coloni venuti dalla La- conia si videro assorbiti daU’elemento dorico. Comunque ciò sia, per la questione che ci interessa in questo momento, è indifferente quale delle due ipotesi si voglia seguire, ss si vogliano ammettere cioè due colonizzazioni greche successive, oppure una sola colonizzazione, partita dall’Argolide con un’infiltrazione di elementi predorici dalla Laconia. Imperocché si tratta della conquista greca e noia già delle vicende di Creta dopo la colonizzazione ellenica. Ed ora è tempo di tornare alla questione dalla quale abbiamo preso le mosse, e di vedere, in quale tempo sia avvenuta la conquista greca di Creta. Abbiamo già stabilito un terminus ante quem ; vediamo se non sia possibile venire ad un risultato preciso. Mancando qualunque tradizione diretta, dovremo prendere per guida esclusivamente considerazioni archeologiche. Il palazzo reale di Cnosos fu distrutto da un incendio verso la fine del periodo medio minoico. Una catastrofe simile toccò al palazzo di Phaestos non molto dopo, verso il prin¬ cipio del periodo tardo minoico [Late Minoan /). I due palazzi furono ricostruiti, a quanto pare senza indugio, con maggior splendore, conservandosi l’antico orientamento, e facen¬ dosi uso, per quanto era possibile, delle costruzioni antiche. Sembra pertanto, che questa prima distruzione dei palazzi sia da ascriversi a cause fortuite. L’uso molto esteso del legname in queste costruzioni, infatti, doveva rendere assai facile lo svilupparsi di incendi, che a causa della mancanza di acqua in quei siti elevati difficilmente potevano essere do¬ mati. Ma anche ove si volesse ascrivere questa prima distruzione dei palazzi a guerre, o a rivolgimenti interni, il fatto della riedificazione mostrerebbe sempre che non si potrebbe trattare che di un fatto di importanza passeggera, tale da non modificare sostanzialmente le condizioni dell’isola. Ma la seconda distruzione degli stessi palazzi, avvenuta verso la fine del secondo periodo tardo-minoico, o al principio del terzo ebbe conseguenze ben più gravi. I palazzi non furono riedificati, se non in piccola parte, e alla catastrofe tenne dietro una decadenza generale della civiltà. E ciò che importa ancora di più è il fatto, che le nuove costruzioni, tanto a Cnosos che a Haghia Triada, sono eseguite secondo un sistema architettonico essenzialmente diverso ; è scomparsa l’antica disposizione degli ambienti, e troviamo invece il Megaron come nei palazzi del continente greco, a Tirinto ed a Micene. Si aggiunga che, se a Cnosos in queste costruzioni di « rioccupazione » si è conservata la orientazione del palazzo minoico, ad Haghia Triada invece non si è avuto alcun riguardo alle costruzioni preesistenti. vSembra evidente, da tutto ciò. che le nuove costruzioni debbano essere opera di gente venuta dal continente ellenico ; ed abbiamo quindi ogni ragione per ritenere, che i distruttori dei palazzi fossero Greci. La catastrofe del secondo palazzo di Cnosos è avvenuta verso la fine del secondo periodo dell’età tarda minoica [Late Minoan //),cioè secondo la cronologia data dall’Evans nell’ul- — 234 — timo suo lavoro [Scripta Mima I p. 52), « non più tardi della prima metà del secolo xtv ». Questa data si fonda sul fatto, che nel ])alazzo di Amenopliis IV a Tell-el- Amarna furono trovati a centinaia frammenti di vasi del cosi detto palace-stvle, che mostrano questo stile già in decadenza, di fronte ai vasi dello stesso stile trovati nel palazzo di Cnosos, ed appar¬ tenenti airultimo periodo di questo ]ialazzo. hlsso, per conseguenza, dovrcbb’essere stato distrutto prima della fine del regno di Anienophis, e siccome (juesti è salito sul trono verso il rjbo, la distruzione dovrebb’essere avvenuta prima del 1350 in circa. Non so fino a quale punto quest'argomentazione sia concludente, perchè una cronologia basata esclusivamente su criteri stilistici ha sem])re una certa elasticità, tanto più poi, che nulla ci autorizza a rite¬ nere i vasi di Tell-el-Amarna inq^ortati pro]''rio da Cnosos. vSi potrebbe adunque discendere forse fino alla fine del secolo xiv ; ma di ciò poco importa, trattandosi di un’età per la (juale determinazioni cronologiche esatte sono tuttora impossibili, e forse lo saranno per sempre. La distruzione del secondo palazzo di l’haestos sembra avvenuta qualche tempo dopo {[nella del palazzo di Cnosos, [)erchè vi si sono trormti frammenti di vasi appartenenti al terzo periodo dell’età tarda minoica. Non prima del principio di questo periodo dev’es¬ sere avvenuta anche la distruzione del palazzo di Haghia Triada, a giudicare dallo stile degli affreschi che ne decoravano le [pareti, e si trovano riprodotte sul celebre sarcofago scoperto nella vicina necropoli. Li ([ui possiamo, [)er la prima volta, stabilire un ienninus post qitciii indi])endente da criteri stilistici. In ([uesta necropoli infatti, che senza alcun dubbio è in [varie anteriore e in [)arte contemporanea al [:)alazzo, venne scoperto uno sca¬ rabeo egiziano col nome della regina Ti, moglie di Amencìphis III, che regnò all’ incirca del 1415-1380 (Paribeni, Mail. A ut. XIV, IQ04, p. 735; XIX, iqoq, p. ii segg.) ; la distru¬ zione del palazzo ([uindi è certamente posteriore al 1400, benché probabilmente di non molto. La cittarlina di Gurnià, secondo l’opinione di Miss Boyd, che diresse quegli scavi, sarebbe stata distrutta alla fine del primo periodo tardo minoico. Ma il ioion-style dei vasi di Gurnià corrisponde, in gran parte almeno, al palace-style dei va.si di Cnosos (v. ad es. i vasi raffigu¬ rati a tav. IX dell’opera su Gurnià), e la stessa Miss P)Oyd ne conviene; la maggiore sem¬ plicità {lei vasi di Gurnià è cosa naturalissima, trattandosi {li una città piccola. vSi aggiunga che a Gurnià si incontra la Biigelkaìine (vaso a staffa), rara [mima del terzo periodo tar{Io minoico. Non v’è ([uindi alcuna ragione per credere avvenuta la distruzione {li Gurnià in un tenqio anteriore alla fine del secondo periodo tardo miiunco. Le scorrerie vittoriose dei Greci a Creta pertanto sono avvenute verso la fine del secondo ed al principio del terzo periodo taT{lo minoico, ossia aH’incirca nel secolo xiv avanti l’era volgare. L) naturale poi che fosscr{) es[)uguate [)rima le città piccole, come Haghia Triarla e Gurnià, e soltanto ])iù tardi le [)iazze importanti come Cnosos e Phaestos. Quest’ultima città, a causa della sua posizione forte, sembra aver resistito più a lungo. La colonizzazione greca tuttavia non è seguita immediatamente alla {listruzione {lei pa¬ lazzi. Non si distrugge infatti quello che si viu)! [)osse{lere. Al perio{lo della colonizzazione pertanto è preceduto un periodo di s2)edizioni marittime intraprese allo scopo di far bottino, sul genere di quella descritta neiriliade, e l’isola opulenta di Creta, colla sua antica civiltà, così vicina al continente greco, doveva essere una mèta favorita di tali spedizioni. Proba¬ bilmente molti degli oggetti preziosi di origine cretese, scoperti nelle tombe d’età micenea in Grecia, app rtengono al bottino fatto in scorrerie di questo genere; ad esempio le coppe di Vaphio. Ciò trova la sua piena conferma negli scavi, che dimostrano esser trascorso un periodo più o meno lungo fra la distruzione dei palazzi e la « rioccupazioiie », periodo molto considerevole ad Haghia Triada, ove il dislivello fra le antiche costruzioni e le nuove è di qualche metro, meno lungo a Cnosos, ove lo strato che separa le due costruzioni non è che di 25 centimetri. È chiaro che la colonizzazione di un’isola così estesa doveva richiedere un tempo con¬ siderevole, un secolo e fors’anche di più. Prima ad essere occupata fu senza dubbio la parte occidentale, quella più vicina al continente greco. Molte delle principali città in questa parte dell’isola hanno nomi greci: Polyrrhenia, Polichna, Hyrtakina, Pampa (nel dialetto cretese Pappa), Eleutherna; anche il nome di Kydonia, del quale non si può dare una eti¬ mologia greca, è portato in Creta dal continente (v. sopra p. 236). Il che dimostra, che queste città, e parecchie altre minori, o sono fondate addirittura dai g:eci, o riedificate dopo la distruzione di città minoiche che per avventura fossero esistite nei medesimi siti, quando già gli antichi nomi erano caduti in dimenticanza, o quasi. Giunti che furono ad Eleutherna, il monte Ida oppose un ostacolo ad un’ulteriore espansione verso oriente; i Greci pertanto girarono il monte dalla parte di mezzogiorno, allettati dalla fertilità della pianura solcata dal fiume Elektra, la Mesarà come questa pianura oggi si chiama. Qui fon¬ darono Gortina, città dal nome greco, in un sito a quanto sembra disabitato, od occupato tutt’al più da un villaggio uell’età minoica. Greci sono anche i nomi delle vicine città di Amyklae e Arcadia o’Aizaos;, e quello di Pyttos (to' yxp iv.o -/.%<. 'J |^7,Xov Xutto'v '.pm, i Cretesi, cioè, Steph. Byz., s. v.). Po stesso nomedi Phaestos ricorre anche in Tessaglia, nell’Acaia e nella Trifilia. Nella pianura di Cnosos invece i nomi greci son rari, e quelli che vi si ro- vano sono di origine recente, come Apollonia, Herakleion e, forse, Chersonasos, e lo stesso vale dell’oriente dell’isola, ove la sola città d’importanza che abbia un nome greco è Hiera- pytna (cf. Fick, Vorgriechische Ortsnamen, Gòttingen 1905, p. 8 segg.) Sembra pertanto che queste parti dell’isola fossero le ultime ad essere occupate dai Greci; tanto vero che l’estrema punta orientale non lo fu mai. Pa conquista greca seminò di rovine l’isola, ma non vi portò una civiltà nuova. I nuovi padroni infatti venivano dalle coste orientali e meridionali del Peloponneso, da una regione cioè che da secoli si trovava sotto l’infiuenza della civiltà cretese. D’altronde i conquistatori greci non formavano che una piccola minoranza di fronte alla massa della popolazione indigena, che continuava a vivere come servi ascritti alla gleba, su per giù come era vissuta sotto i re e nobili dell’età minoica, E i vincitori pon curando altro che le arti della guerra, quelle della pace rimasero aljbaiidonate agli abitanti preellenici. K chiaro tuttavia che la distruzione degli antichi centri della civiltà minoica doveva produrre una decadenza generale di innesta civiltà, quella decadenza appunto che si nota nel corso del terzo periodo tardo minoico in confronto ai periodi precedenti. K mi processo, si parva licci coiiipoììcrc lììiìgnis. analogo a cpiello che si elibe neU’impero romano d’occidente, in se¬ guito alla conquista germanica. I primi sintomi di tale decadenza del resto si erano mani¬ festati già lìn dal jirincipio deH’età tarda minoica, molto prima cioè che i Ckeci comincias¬ sero a metter piede neU’isoia. Kd è chiaro che ([uesta decadenza della civiltà nella sua antica sede principale doveva avere il suo controcolpo sul continente greco, ove la civiltà minoica, o micenea come la sogliamo chiamare parlando del Peloponneso e della tP'ecia cen¬ trale, era rimasta come una pianta esotica, che non aveva iiotutofare in'ofonde radici. Non più alimentata dall’importazione cretese, al)bandonata a sè l’arte micenea cominciò rapida¬ mente a declinare, e prese nuovo vigore l’antico stile nazionale, il geometrico, che per tanto tempo era stato soi)rafatto dal miceneo. E alla fine lo stile miceneo cadde in disuso, e fu rimpiazzato dal geometrico. Allora <|uesto stile fu importato anche a Creta, senza per altro pt)tersi sostituire completamente allo stile minoico, che in (piesta sua antica patria si man¬ tenne vivo con grande tenacia. Gli scavi di Prinià infatti hanno dimostrato, che motivi mi¬ noici, come la spirale, erano in uso ancora nel secolo vi (Pernier Bolleiliìw dell’Arte II, n. li, 190S), E’importazione dello stile geometrico a Creta quindi non ha nulla che fare colla conquista greca, tanto vero che lo troviamo anche a Praesos, in quella parte del¬ l’isola cioè che continuò ad essere abitata dalla popolazione precllenica. Anche l’antica scrit¬ tura lineare sopravisse alla conquista, àia i Greci, che nelle antiche sedi sul continente forse non avevano conosciuto la .scrittura, o se la conoscevano ne avevano fatto un uso molto ristretto, non mutarono le loro abitudini a Creta, e per conseguenza i documenti scritti ora diventano rarissimi, finché l’antica scrittura si estinse coll’introduzione dell’alfabeto, vSarebbe pertanto poco avveduto, chi \'olesse ritenere effetto della colonizzazione greca l’introduzione deU’uso del ferro e della fibula, oppure la sostituzione del rito della crema¬ zione a quello deU’inumazione. Tutto ciò avvenne sul continente greco senza alcun muta¬ mento nelle condizioni etnografiche — e serva d’csenqiio tipico l’Attica; non abbiamo quindi nessun motivo per ritenere che le cose si sieno svolte in modo diverso a Creta. Gli archeologi, è vero, sono in generale proclivi a vedere in qualunque mutamento delle forme esterne della civiltà l’effetto dell’immigrazione di un nuovo popolo; senza riflettere che tutti i popoli che aliitano attualmente l’Europa hanno attraversato successivamente tutti gli stadi della civiltà, dall’età paleolitica fino all’età del vapore e dell’elettricità. Sup¬ poniamo per un momento che fossero perduti tutti i documenti scritti relativi alla storia d’Italia, e che non avessimo altro che i documenti muti. Quale concetto ci faremmo noi, in base a tali documenti, di questa storia ? Vedendo l’arte ellenica sostituirsi a quella indi¬ gena durante gli ultimi secoli della repubblica, dovremmo ritenere che l’Italia fosse con- — 237 -- quistata, e magari colonizzata dai Greci proprio nel tempo in cui i Romani conquistavano la Grecia. R’arte cristiana poi, coi suoi nuovi simboli religiosi, colle sue basiliche cosi diverse dai tempU antichi, tutto ciò accompagnato da un nuovo rito sepolcrale, ci farebbe credere all’immigrazione di un nuovo popolo, laddove non ci accorgeremmo neppure della conquista germanica, che non ha lasciato quasi traccia alcuna nella tradizione monumentale. Dall’in¬ troduzione dello stile gotico invece, si inferirebbe la venuta di un nuovo popolo dal setten¬ trione. Ed il rinascimento infine ci farebbe credere ad un risveglio deU’antica razza dei tempi precristiani, che finalmente si sarebbe sovrimposta ai suoi conquistatori. Temo che molte ricostruzioni che si son fatte della storia di tempi preistorici abbiano lo stesso valore che avrebbe questa ricostruzione della storia d’Italia. Roma. Giuralo Belocii. Ausonia - Anno IV. UN « Hiaao; » A CRETA CONTRIBUTO Al, LO STUDIO DELLE CORPORAZIONI CRETESI Dal libro debo Ziebartli (i) a quello recente, e molto più largamente comprensivo, se non più felicemente sintetico, del Poland(2), la storia delle corporazioni nell’isola di Creta non appare d’aver guadagnato gran che, nè dal nuovo materiale epigrafico scavato, nè da un’indagine più accurata dell’antico. A Creta il Poland non annovera che due corpora¬ zioni: una familiare a lerapitna di A-pó (3), l’altra professionale dei rruvsuv.utouTai intesa, secondo la spiegazione del De .Sanctis (4) come associazione di jiastori, a Polirrenia. Del¬ l’impero la prima, e con un formulario che tradisce l’ influenza del comune sistema d’as¬ sociazione che Roma vigila e controlla; più antica la seconda, ma senz’altro che il nome collettivo degli associati in una dedica a Pan: o'i nDvsu joiJAUjryÀ | II7.V1. Oneste due sole testimonianze offrivano, ciascuna di per sè, difficoltà di diversa natura ; mentre da una parte rimjiortante fondazione testamentaria di ’A-pó lasciava nel vecchio testo ancora non rivisto del Montfaucon (5), gravi dulibi sull’esattezza della coiiia e sulle proba- bili congetture con cui risanarla e integrarla, la denominazione d’altra parte nuova e non troppo perspicua del secondo collegio, meritava più di una semplice congettura da chi vo¬ lesse definitivamente porla tra le molte varie denominazioni di collegi (6). Ora E'jvoyJ.y. (7) j)uò valere anche «pastura buona» e stare accanto a Pan che licorre ad Astipalea e in Arcadia (8), e, se si vuole, accanto ad Apollon vo'pto:, il cui culto (i) ZiRBAKTU, Das Grieclìische Vevcinswesen , Leipzig, [896. [i] PoLANO, Geschicìitf des Gviechischeìi Pr- reinsiveseìis, Leipzig, 1909. (3) C. I. G. 2562: soltanto il prescritto in Cagn-VT. I. G. a. r. rom. f^ert. 1, n. 1019. (4) Mon. A. d. Line. XI. 475 sg. (3) La copia è nel Boeck (juella che nel Dia- nmn italicum p. y p Con la dispersione del museo Trevisan, dove il .Montfaucon la vide e copiò, l’epigrafe è scomparsa da Venezia, e non è or¬ mai cosa facile il rintracciarla. Giace probabil¬ mente nei magazzini eli c|ualchc palazzo impe¬ riale della casa d’.Austria, insieme con il mate- liale di altre ricche collezioni private venete. (6) La foiTnazione più comune dal nome della divinità è in - nx'iÀ come llctvicujr xé ccc. e non in - tal; cf. PoL.AND, op. c. p. 37, sgg. In juvsu- vop'.ojTxé si ha soltanto il cambiamento della vocale radicale, frequente in derivati sostan¬ tivati (cf. Bri.tgmann, Griìììdì'. TI, 211, 244). Ol¬ tre a ciò i composti con atv - nelle denomina¬ zioni dei collegi sono rarissimi. 11 Pol.\nd op. c. p. 61 cf. nota, ne annovera uno di liluva- vo'jJi'.ot^Ta! ; ma anche in questo caso il compo¬ sto è dal nome personale della divdnità e non (.la un epiteto (£Ùv'j[j.io;).Accentucròquindic!-JV£'j- vo;j.'.Gtxi da c'jvo j A : v. appresso. (7) V. una mia nota: « EAoaA a Creta », in Rcììd. R. Ac. d. Line. Gennaio 1910. (8) I. G. Iiìs. HI, 199; Paus. 8, 38, ir. Sui NiiJ.10'. ssM'. dell’i. 3964 del C. I. G. {= Kaibel, /. G. S. /., 1013) V. Roscher, Lexicon a. v. c Bruchmann, E[)iih. deor., p. 188. — 239 - ha creduto il Maass di riconoscere a Thera (i), ma si diranno essi i pastori « i buon pastori » secondo il valore che può avere l’epiteto attribuito alla divinità, e di più ffuvitjvo;v.iòjTai con il dio? Nè è da confondere il fatto dell’usurpare un’associazione di devoti l’attributo della propria divinità protettrice, con l'altro diversamente spiegabile, della denominazione divina del defunto eroizzato. Nuovo, di più, è l’epiteto sùvo'uio? per Pan; nuovo, e almeno non in tutto chiaro, il suo derivato suveuvojjaojxa? riferito a pastori devoti a Pan. Eùv3;y.ta invece non è, in tutt’altro senso, parola nuova a Creta. Ho cercato altrove (2) di dimostrare come nelle poche iscrizioni in cui essa ricorre, stia a significare un collegio di funzionari dello Stato con attribuzioni sue peculiari, diverse da quelle dei cosmi e diverse da quelle dei Sizama!. Ha denominazione individuale pertinente ad un funzionario del- l’Eùvoatz, non è, secondo un’ovvia congettura sul testo d’un’i. frammentaria di Aptara, che £ I ffuvs'jvouiòjxzi (meglio che 'j’jv£uvo;j.ioJxaf) non sarebbero che la z nùv xH òsTvt Eùvo- y-ix, ricorrente nel prescritto di due decreti. He due espressioni si equivalgono pienamente, e i fTuvc'jvojjuùJxa; non ostante la dedica facciano a Pan (3), non sono un sodalizio di pa¬ stori, ma semplicemente i funzionari pubblici deH’Eùvoaia. A Creta dunque, mentre un’associazione come quella di dell’età romana, ci lascia presupporre uno svolgimento delle forme corporative di più lunga data, il materiale epi¬ grafico ci s’offre d’un’eccessiva magrezza. K il fatto parrebbe offrire di per sè una spiega¬ zione. Anche a Sparta le corporazioni sono tarde e scarse (4). I due stati che almeno nel¬ l’ideale politico dell’antichità appaiono congiunti, avrebbero offerto con la loro più vigo¬ rosa organizzazione, una resistenza più tenace al movimento delle associazioni religiose prima, delle corporazioni professionali dopo; le une e le altre fondate sopra una più larga concessione di diritti di libertà politiche. Ma unità di tipo non porta con sè unità di sviluppo. A Creta abbiamo la corrente ellenistica più precoce e profonda che non in Eaconia. I porti e le città nell’interno dell’isola, dove dalle coste dell’Asia Minore e dall'Egitto affluiscono mercanti, srcootot e mercenari, hanno qua e là vestigia di culti stranieri più tardi, e proprio di quei culti con cui più comunemente si connette lo spirito della vita corporativa (5). L’isola insomma, se non da un proprio sviluppo religioso, nato in seno (1) In Hermes 25, 1890, p. 402. (2) V. nota citata. (3) Per il culto di Pan a Creta oltre l’epi¬ gramma del Brunck in Anal. 3,204 n. 263 ci¬ tato dal Roscher, Lexicon, a. v. col. 1372, vorrei aggiungere il sacello che un mercante cretese avrebbe eretto presso Apollinopolis a Pan EuoSoc; Dittenberger O. G. I. n. 71 e l’altro in K.\ibel Epigr. n. 826, se non fosse dubbio in quest’ul¬ timo che la dedica si riferisse più che a Pan EìioSì? apollinopolitano (cf. Dittenberger, O. G. I. a. V.), ad una qualsiasi altra divinità via- trice. Cf. UsENER, Gòtternamen, p. 259. (4) CoLLiTZ S.G.D. I. n. 4440-4446. (5) Basta ricordare qui, riservandomi altrove lo studio di alcuni culti nell’ isola, la tavoletta orfica di Eleutherna (4949- a). — 240 — airorganizzazione gentilizia dello stato, non può non avere inteso l’influenza della grande corrente tracio-asiatica dalla fine del III secolo in poi (i). Ho detto, ina non vorrei escludere uno sviluppo locale. Noi abbiamo a vSparta e a Creta un istituto corporativo già bello e formato e vigo¬ roso di vita; l’efebico. Dell’efebia cretese poco altro sapjiiamo al di là del suo pieno incor¬ poramento nello stato, e della sua suddivisione in ayA-yt. (2). Ma (juanta luce dovremmo aspettarci da ulteriori scoperte, si rileva dal noto passo di Ffloro in vStrabone (X, 4,20). Accanto al -a'.Sovóy.ot abitiamo; xài; ò’àysÀa? 01 xAv ""yfòwv xv.t Suva- Tióx-yToi sz'/xxoi; órjO'J(; -Xstxxouc; oio? x£ irixiv • sy.y.nTf^s oè i'[é\y.c, "yp/ojv ixxlv (.ó:; xò iroXù 6 7i7,TV)p toÌj xuvyyyyovxo;, xupio; lòv stti xn! òpó'j.c'jc,, xov 5’ àTteiJouvxa xoXalÌ£iv. Qui iusomma il collegio efebico funziona autonomo in tante piccole corporazioni gentilizie, e, diciamo pure, in tante associazioni a sé. bl che a Creta si avesse originariamente una prevalenza delle forme gentilizie in seno aU’efebia di stato, si può dedurre anche da alcune norme del costume efebico. Come si sa a proposito della singolare istituzione dell’amore efebico (3), il giovane iptótj.-voi dopo il contubernio di due mesi, riceveva dall’spaxx'/i? i doni di rito; una xx^X’/j TToXsutxrJ, un bue, una coppa. Ma a volte i doni erano tanto ricchi, ólxxs x ’j v s 0 a v 1 ’C e i v xoù; olXou; ò'.y. x5 -xX’/J.Jxt; xiov àvaX(ofy.'/x(ov. Qual valore ha x’jv? pavA^siv ? Non certo quello di raccogliere a banchetto, percliè il banchetto efebico era prescritto che si facesse con il dono di rito, con il bue cioè da sacrificare a Zeus; do})o di che l’etebo doveva render conto dei rapporti avuti con il rapitore. Il xuvspavfileiv dell’efebo diventato con i doni dell’ èpaxx/c, ètti- 'p *y V ex X a X 0 1; x 7. ì ò u v 7.x lóx x xoi; , non può valere altro che à^podleiv ó'xou; -Xsfxxou; olóp xe’ èxx'.v; creare infine un circolo efebico di cui fosse egli 1' iyal-jp/y.:. (4). Lo vStato era forte, ma il timore di veder scemata la sua onnipotenza appare assai presto a Creta come altrove. Nel giuramento civico di Drero e di Itane, la x'jv(.ofy,xx(x, il giuramento cioè che vincola gli adepti ad un culto all’interesse mutuo degli associati, era severamente proibito. Obbiettare che in quei passi xuvtojy.oxix e xuXXoyo; si riferiscano esclu¬ sivamente a fatti di natura politica, non sarebbe esatto ; ognun sa su quale terreno di malcontento politico, fiorirono ad Atene le associazioni religiose entro lo .Stato. Ciò posto giova prendere in esame un passo malauguratamente frammentario del noto (i) SuH’influcnze che questa corrente h.a pro¬ mosso rispetto allo svoluppo storico delle asso¬ ciazioni, V. PoL.\ND, o. c. p. 527. I2} Un’iscrizione che dà qualche luce sull’or- dinamento dcH’efcbia cretese è in Amey. Joiiyìì. 1896, p. 587. Sul valore di àpyó; v. le note e i richiami deH’II.^LBHEKR. ih. p. 588. (Nella lista degli rpr,L-',x‘//n del Poi..-\nd, accanto all’àycXa /.la di Akalissos., vorremmo jiorre questo di xyeXxtai di Creta; cf. Polano, o. c. p. qosgg.) (h SiUramorc efebico recentemente il Bethe Doì'ische Knabenlicbe in Rheiu. Mus. 1907, 438. {4) I x'jv£->avixia' in Attica sono senz’altro as¬ sociati dionisiasti, ed èpavlC''^ vale a Rodi {S.G. D. I. 3838), l’azione stessa di associare; cosi anche altrove; cf. Poi.and, o. c. p. 32. — 241 — trattato tra Lato e Giunte (Blass. 5075), sfuggito allo Ziebarth, all’Oehler (i) e al Poland. In un Gap. del trattato relativo alla libera e mutua partecipazione dei cittadini delle due città alle feste di ciascuna, si ha con la revisione e le integrazioni del Deiters (2) — ÉpTcovTjJv] 8È È? tÌi; £opTx;'oi i/,sv Ay.zioi kc, 'OXó'n'j. le, ts tcÌ HtooatfTt'y. xv]; | ii Bp'.T^p.apTsry, (to^'yuTco!; Ss xat 01 ’O)Xo'v(Ttoi) [si; AaxojJv s; t£ tx Btoò-y.ima, x/];- - | X7.t jb.irov àYdv[Ttov ...... EIAL . . . AIAN . . . oy[v x'y.t jJ’jdvToyy [ x7i xàXXx xxxò vo'y.t]^d|y.£vov. Le congetture non sono tutte attendibili ; sicuro ad ogni modo, come anche dalla foto¬ grafia appare, [5]udvxu)v. Da una mia parziale collazione del testo del Blass sull’esemplare marmoreo del Palazzo ducale a Venezia, ho qualche elemento per completare di più. Indipendentemente dalla lettura del Deiters, ho letto sulla pietra a distanza di circa undici lettere dal principio della lacuna APOM; seguono tracce, appena visibili per un tenue strato di materia calcarea depositatosi nei solchi scomparsi delle lettere, di EA2; quindi 3[po;y.£]-y.t; ed è lettura che in parte concorda con quella del Deiters. Seguono nella lacuna segnata dal Deiters A N ; io ho letto piuttosto Alle integrerei S^popiEja.? aTr[avx7(; . . .]. La presenza dei 2po;y.£Tq e la loro diretta partecipazione alle feste di ciascuna delle città, ci viene confortata dal trattato assai più frammentario tra Cnosso e lerapitna Bl. 5073 1- 8 Sg.: X7.1 S'Ujixt ÈpuTEX^o ò Kvcómoi; -xe - - “ Spop.Ea? È; ’lepaTiruxvx; Kvo'Jo[v5£ - -]. Così a Malia per le feste annuali 5101, 1. 40 sg.: aysv Sè x-y.t e'jdaEpov xò; xonuot; — xal SpóijLO/ xxt xoq Exaipvfa; ... (3). Nella nostra abbiamo qualcosa di più: .jExuov àYo[''xcov - Che cosa varrà 5iy.noc;ì (4) Il xxl che precede par debba escludere del tutto la probabile scomparsa d’una denomina¬ zione del stesso da un nome di divinità ; quel che segue ci riporta al rito ufficiale della pompa religiosa, al Spo'jyo; e ai SpoiyEi?. Il quindi è usato qui assolutamente. Può indicarci un’associazione cultuale indipendente dallo Stato? Il Poland l’avrebbe escluso senz’altro come in casi analoghi ha fatto; il Sfacroc, secondo il valore più generalmente poetico della parola, non significherebbe altro che quel che annota Esichio: Jtaffo? /.o, ou 'lufrxa'Ttc;, Ma qui non è il caso. L/’ y.yzy .SEoerov (5) indica raccogliersi (1) Air Oehler, nella sua classificazione in ordine geografico delle associazioni nel mondo greco: Zum gyiecJnschenVereinswesen.Wien 1905. (2) E, come nella trascrizione del Deiters, De Cretens. titulis publicis qiiaest. epigraph., p. 29, le lettere racchiuse in parentesi curve, indicano i supplementi dovuti alla copia del Mattaire, condotta sopra un esemplare diverso da quello del Comparetti. (3) Anche nell’i. 502.4.33 alla lettura data dal Bergmann, Festschift des Gymn. zìi Bvandenburg 1860, p. 9. ENOIASON, credo di poter aggiun¬ gere un r prima dell’E e leggere così : ’e,'^]“£v ìExcjov, là dove il Bl.ass legge --['ylivoi à; ò-- Darò presto^altrove una revisione dell’iscrizione. (4) Sull’uso peculiare del collettivo in¬ vece di siaatoxat, nelle isole, sulla costa dell’Asia Minore, nella Propontide e ad Egira, v. le liste accurate dal Poland, o. c. p. 25. Che 'àtxao? senza una denominazione specifica non valga di per sè, come anche nel passo di Demostene XVIII, 260, un’associazione cultuale, non credo; v, appresso. (5) L’aY^i'' del resto nel senso in cui lo tro¬ viamo usato comunemente in Attica, I. G. II, 1,573-b, l. 3 sg., appare a Creta anche nel ci¬ tato decreto di Malia. — 242 — di adepti per la celebrazione d’un rito, per una pompa. In qual rapporto dunque sarà questa cerimonia con il 0 i in una parola, con l’efebia di Stato? (i). Non v’ ha dubbio panni che noi abbiamo a Creta lo stesso fatto singolare che appare in alcune città della costa asiatica e sovratutto a Teo, e in un altro punto più lontano da Creta, ad ligina; il vige come associazione cultuale ma rientra, incorporandosi con refelna, nel culto dello vStato (2). vSi hanno cosi formule come queste nei decreti di Teo C. I. G. ^112 (cf. ih. 3101); 01 £44^01 X7,l 01 vsoi I ò 0'7yy.o\ I 4 '^z^ouo'iv. | o'i .Ji'/noi ■K'i.-'ns.c, — ; e come ad Hgina | 4’ | '/.%\ Ò | ol èiy.'ioi. Una conferma che a Creta si al)bia lo stesso valore della parola, quale a Teo e a Rgina, mi viene da un’i. frammentaria di Uebena, che fa parte di un singolare gruppo di iscrizioni inedite relative alle cure del santuario di Asklepios ; la comunicazione debbo alla cortesia liberale del Prof. Halbherr. Un tal ITpxJno;, infermo, sarchile venuto al tempio per cura, -sSà itio 10'/ (,J£OV--]. Anche qui par usato assolutamente, e l’espressioue — tteò-ì .S-ta-roj si rife-' risce aiipunto ad una delle sacre pompe dei òTt.' di Cortina. É un fatto abituale di fede nei pellegrinaggi deU’antichità il raccogliersi dei malati delle città e delle campagne nel corteo religioso di un Jiarro;. Ma non doldnamo alloiiLanarci da Cortina i)er trovare il vero come associazione cultuale e professionale insieme, secondo quella che n’è più propria manifestazione tipica nei tempi deU’ellenismo più tardo. K l’iscrizione scolpita su di un lungo blocco rettangolare di pietra calcare, trovata a Cortina a circa ico metri al nord dell’heroon del Pythion, dal sovrastante ai lavori della Missione italiana Elia Eliaki nell’aprile 1909, comunicatami in nitida fotografia dal Prof. Halbherr. Trovasi ora al ùluseo di Cortina. Misura cm. 0.94 di lunghezza per 0.14 di al¬ tezza e 0.19 di spessore; altera media delle lettere 0.03 (v. ]). seg.). t) bi’j.noc, Tiov IJ&t'/Tn'jTav A~7AA('JV17v ìòpy.'.y. 1(0 i];oT‘/Ò7. 'Oiky.^y.j'’.y.c, svìzsv y.C, TTcTtOCAiTAt ì’.; lò'/ .1iiy.'70'/. He A:. Tanto la forma delle lettere, singolari per la gros.sezza degli apici e insieme per la loro corretta eleganza, quanto il nome dell’onorato, trovano a Cortina una larga serie di raf¬ fronti. Come la città ha dato con lo scavo della cliiesa bizantina al M avropapa, la più larga messe di iscrizioni d’età romana, in cui la scrittura apicata, prima e dopo l’era vol¬ gare, offre un tipo paleografico ])rcssochè identico, basta ragguagliare la nostra ai numerosi (3) La questione più generale dei rapporti per la mancanza da questa parte di più espli- dclle corporazioni con lo stato, fu discussa in- cito testimonianze epigrafiche; v. p. 337 nota, sufficientemente dallo Zieb.\rth, o. c. p. 166, (4) Cf. Pol.-xno, o. c. 52Ù. ma non ]iiù compiutamente ora dal Por..\Nu. — 243 — facsiniili dati dall’ Ilalbherr in Az/ier. Joiirn. oj Ardi. i8g0, ]). 568, 11. 47 (grandi rassomiglianze della forma dell’ E); e ibid., 1897, p. 178-183, n. 8-14; ibid., i8g8, p. 83 segg. n. 5-6, 14-15; e coirle copie dei Mon. A. d. Lincei, 1907, coll. 326-331. Manca peraltro in tutto questo gruppo un sicuro criterio di datazione (i). Im scrittura a larghi apici appare precocemente a Cortina, e un esempio singolare se ne ha nel frammento pubbli- ^ cato dal De Sanctis (1. c. col. 331, n. 33). La nostra non può discendere oLre il I sec. a. C. I nomi, per quanto comuni, hannò un ricco riscontro nella regione cen¬ trale dell’isola. Dal II sec. in poi, ricorrono a Cortina i nomi di ’j\TtoAAoj/tot; e di 'Epixrz;, e affatto locali sembrano le due forme LcoxaSai; e Scoxa; accanto agli altri composti con Lji-. Oltre che a Cortina {Mon. Ant. 1907, 339, n. 41; ibid., 11. 43; Amer. Journ. oj Ardi, 1896, 550, 11. 12; ibid., 574, 11.58 ; ibid., 1898, p. 74 n. 8)., ricorre a lerapitna (5050) il primo, a lerapitna e a Giunte (5046^; 5104-63J il terzo; un ’AtoXXoIvio; isolalo si ha ad Itanos (5062). Un tal 'EJppiai; ’A7toXXi.oa'o[u] nelle dediche del tempio di Ar¬ temide a Sulia è forse un discendente del nostro. L’uso non frequente di aggiungere al patronimico il nome dell’avo, ritorna a Creta in 5056, Ilay.ov IDSpovo; xò! e, come mi avverte l’Halbherr, anche in 5106 --ctSrj; ’AYxyXJxoJ yXWj B’JIJ/OJ. Comune il formulario con quello dei decreti di onorificenza (2), non resta che indagare la natura dell’associazione. Nuovo anzitutto il nome del jrzxo?. Benché il dio si sapesse già venerato da una società di cruvvxù’xxi di Kallipolis e a Parion {3), un collegio di Priapisti ci era ignoto sino ad ora, e ignoto pure il culto di Priapos a Creta. Quando dunque e sotto qual forma si estese nell’isola? (1) Su ciò v. Halbherr in Amer. Journ. 1896. p. 178; cf. De S.\NCTis in Mon. An. d. Line., 1907. col. 329 sg. (2) La forma ellittica nelle iscrizioni dedicatorie (cf. Rev. Ardi. 1850 p. 207) non è meno comune in questo tempo a Creta che altrove; esempi in Amer. Journ. 1896, p. 531 sgg., n. 7-9, 12-13; Blass, 5082, 5094, ecc. (3) Cagnat, I. G. ad res roni. peri. I, 817; Miith. d. A. Inst. IX 1884, 63. — ^44 Per quanto si voglia riconoscere con il Kaibel (i) la comunità del culto priapèo con quello dei Dattili Idei, non crediamo che si possa risalire oltre l’età ellenistica per deter¬ minare il suo allargarsi dal luogo di origine, da Dampsaco, alle isole doriche del M. Egeo. Di un siffatto sviluppo abbiamo una sicura testimonianza nel noto epigramma fatto incidere da Artemidoro di Perge sopra un’ara da lui dedicata al dio a Thera (/. G. Ins. Ili, 421 c). In queirepigramma Priapos appare come divinità nuova nell’isola, ed il poeta fa dire al dio la sua provenienza e la sua benevolenza per gli abitanti della nuova sede del suo culto; '4x0 lIAars; Tq'.òì ("l/joaioy. ttoAiv, 6 oepcov. vSembra di più che a Thera, come a Creta, il culto priapèo si sia sviluppato sotto le forme di associazione religiosa. Credo infatti, con il Boeck (2), che non altro che un collegio di priapisti siano i o'.lo’. d’un’i. funebre di Thera, dove insieme appare il segno itifallico K vano invocare con il Ross (3) il ricorrere frequente del segno itifallico su tornire in Italia e altrove. Il toD AXou; che ad esso si accompagna, non può avere eufemisticamente, un signi¬ ficato apotropaico, come il Ross ha avuto la stranezza di pensare; è troppo largo l’uso tra il materiale epigrafico greco di 41X01 per associati (4), perchè si debba ricorrere ad altro. Come culto importato da stranieri della costa più vicina dell’Asia e probabilmente da mercanti, Priapos a Thera e a Creta sarà apparso quel che era per i oje/xuT7.i di Kallipolis e di Parion, divinità sovratutto marinaresca, protettrice della navigazione e della pesca (5). fiancando nel decreto gli àvScójv òvo'^axa, non possiam dire di quanti elementi stranieri e indigeni fosse composta l’associazione, se il culto stesso cioè fos'^e semplicemente ricono¬ sciuto o accettato, t^olo tenendo presente la data approssimativa dell’ara di Artemidoro a Thera (al tempo dei primi tre Tolomei la riporta lo Hiller), questo jixtì; a Creta dovrebbe segnare un periodo di maggiore sviluppo, in cui il culto da una comunità chiusa di mercanti stranieri, si sarà ])iù o meno esteso a comunità mista di stranieri e di indigeni. E un fatto singolare che si coglie nei decreti delle corporazioni deH’elIenismo più tardo: il ricorrere nelle liste delle corporazioni, di nomi stranieri, che saranno in massima parte di è'e.iropot (6). Anche a Creta in questo stesso tempro, dal II sec. in poi, si hanno i molti decreti di prossenia di Aptara, di Cortina, di Giunte e nel maggior numero, per asiatici. Della stessa Lampsaco, centro del culto di Priapos, è un tal Aaa.'ko.xv'ivE, prosseno di Aptara (Bl. 4941 a). Potremmo forse segnare con più sicurezza a Creta il tenqro in cui l’associazione reli¬ giosa e professionale insieme di mercanti stranieri, si forma, e determinare anche meglio i (i) In Gótting. Geìclivle Anzcigen, Phiìos. phi- lol. hi. loor, 03. (.') C. /. G. add. 2476-b, cf. Abh.à. Beri. Ah. 1836, lor (= Ges. Kleine Schriften, VI, 66). (3) In Ann. dell’Ist. XIII, 1842, iq; cf. l\Io- num. deirist. Ili, tav. XXVI, 8. (4) V. Pot ano, o. c. p. 53 sg. (5) Di Priapos divinità dei naviganti c dei pescatori, v. le numerose testimonianze in Ro- SCHER, l.exicon, ad. v. col. 2974. In Anth. Pai. VII, 295 si ha un a'jvspyxTlvrjc ì/puIóXcov sC.j'jc, anch’esso forse con Priapos qual divinità pro¬ tettrice. (6) PoLAND, o. c. p. 303 sgg. — 243 — rapporti suoi con lo stato e con il culto pubblico, se si riconoscesse in niodcj definitivo nell’ i. 5054 di Cortina, in cui dopo il nome dei cosmi e dello h.co'j^'[óc,, segue sotto il titolo di -/.vòpJiv òvo'ijLaTx una lunga serie frammentaria di nomi egiziani, la lista di una corporazione reli¬ giosa. Essa sarebbe esclusivamente formata di stranieri, se non a dirittura si voglia jien- sare con il Blass a un collegio di sacerdoti di Iside (i). Che si tratti di un decreto sacro e non soltanto ad es. di una lista di mercenari, indica appunto la presenza dello ixpo'jcvc-'; che trovasi come nel decreto precedente 5029, al 2" posto, secondo un’osservazione del Blass. Ma il dubbio è che, stante le relazioni che la città ha avuto con i Tolomei, non possiam dire se qui si tratti d’una cerimonia sacra straordinaria, o della sanzione data ad un culto nuovo. Ad ogni modo anche dalle scarse testimonianze epigrafiche relative alle associazioni, è possibile seguire nelle sue linee fondamentali lo sviluppo storico delle varie forme corpora¬ tive a Creta e di fissarne in qualche modo i momenti principali. Dal .Jtx'io; efebico di Dato e di Giunte con carattere ufficiale di associazione per un culto pubblico, al .Jia-ro; autonomo dei Priapisti a Cortina, al zotvov familiare di lerapitna, abbiamo tre tipi e tre fasi diverse di sviluppo. Ci richiamano le prime due all’ influenza asiatica con l’organizzazione del efebico quale si riscontra a Teo, e con il culto di Priapo, quale si diramò da Lampsaco; ci richiama la terza ad una istituzione peculiare al gruppo delle isole doriche, quale si ha a Cos e a Thera non senza anche qui comunanza con forme asiatiche, con la fondazione cioè di Poseidonio ad Alicarnasso. Volendo anche ricordare, ma solo come una forma estranea allo sviluppo locale della vita corporativa nell’isola, un zotvov di mercenari cretesi nelle armate tolemaiche (2), non può andare inosservato, oltre ai pochi documenti epigrafici che ci soccorrono, un passo sin¬ golare di Plutarco, Quaest. gy. 21 p. 296 b, relativo ai xxTxxxuTa'. a Creta (3). In seguito alla loro istituzione leggendaria da parte del lemnio Pollis, non sarebbero stati altro che TXicti; tJ3v T£TsX£UTr|X.5T-ov. Ma la loro istituzione appare già una corporazione. Il leggen¬ dario fondatore avrebbe loro concesso : TtsXtTsueTjxt ;x£v xùtoù; xa.j’ aùtoJ?, £/4'-v Sè iy.£Tà xtHv xXXcov cptXxv^pujTtjjv K%\ àSeixv io i x x x to v, oi? xXXoi Kov^xe? sÌojjx'T' /p'^'j.jx'. uiò; xXX'/JXo’j? — èxcivou? Yxp 0 à 0 £ V X ò i X £ t V , oùù è xX s u x £ '. v 0 à 5 £ v , 0 ù 5’ X Ci X i £ £ ì' x.J X '. . Sembra in verità questo di Plutarco un capitolo d’una legge funeraria relativo ai xxxxxxGxx'., spiegato o para¬ frasato. Il 7roXtx£U£i5.J7.i xùtoÙ; xxj’ XÙX5U? che cosa può valere se non la libertà di un reggi¬ mento corporativo? E I’xSe'.x xS'.x/,,rxx!xcov oc; xXXoc Kp-^x£; £'.(35x71 /p^^jx'., se non I’xx'jXcx? Una vera corporazione professionale dunque, con privilegi dallo »Stato. (i) Escluderei ad ogni modo che KsXir^ats sia un nome egiziano; un KEXÉr;; S;capxif|Xri; si ha in Herod. V. 46. — La lista in Amer. Journ. 1897, 234, n. 38. si completerebbe con quella del frammento dei Mon. A. d. L. I. 59, n. 4, se meno frammentaria fosse in quest’ultimo. (2) In Jonvn. of Hell. studies XII, p. 191. n. 45. (3) Cfr. W. Aly Dey Kretische Apollonkult, Leipzig 1908 p. 24 sgg. Ausonia - Anno IV. Di'^graziatainente nessuna legge funeraria a Creta ci può aiutare a restituire nel suo pieno valore questa testinionianza di Plutarco (i). Soltanto Eaichio, ci dà questa notizia preziosa: 3; Koti'tiv ’llcyiTcjvs; ■ ol ètti x'/j’? tJjv Te,jvy,/.oT^ov xsxay'xs voi ; erano degli addetti alla custodia o al seppellimento dei morti. KaT7.-/.7.’jxa.'. ed ’Epy'ixcovsc; ci appaiono cosi strettamente connessi e la loro associazione in collegio professionale è una delle forme più irotevoli della storia delle corporazioni a Creta. Roma, 22 Novembre 1909. A. MAJURI. (1) Non abbiamo altro che il frammento arcaico di Cortina, Bl. 4973, MARMI RAVENNATI ERRATICI I. — Straordinario il numero delle antiche chiese di Ravenna o cadute o demolite e rase al suolo o perchè pericolassero o per far posto a nuove costruzioni o strade o piazze, o per ragioni militari, ingombrando esse da presso mura o rocche ! Non meno di quaranta nell’ambito delle mura cittadine, ed altrettante certo nel suburbio: in Classe, in Cesarea e nel Borgo Settentrionale. Per molto, chiese minori; ma in parte importanti, e alcune mirabili per isplendore o precipue per la storia dell’arte, come la Basilica Petriana, S. Andrea dei Goti, S. Lorenzo di Cesarea e la Basilica Ursiana. Da tante mine o distruzioni derivò naturalmente un infinito materiale di disfacimento sì che Ravenna potè parere in qualche tempo una « cava di mattoni e di marmi lavorati ». I mattoni valsero per le case dei cittadini o dei vicini ; i marmi, più nobili e più ricercati, e le tessere musive esularono, per ornare altri monumenti, anche lontanissimi. Il trasporto marittimo, — essendo Ravenna sull’Adriatico — agevolò l’esodo. Noi ve¬ dremo infatti i dettiti delle sue chiese sparsi da Venezia a Bari, da Rimini ad Otranto. Parrebbe che simile, minuto e singolare, commercio dei Ravennati dovesse sfuggire alle storie ed esser definito solo dal riconoscimento artistico dei frammenti pieni di carattere sì da non potere sfuggire all’occhio esperto ! Invece fu tale per qualità e tanto per abbon¬ danza da esser talora registrato nelle storie e nei documenti, e da sollevar proteste, da chi, pur nei secoli passati, dolorava di vederne spogliata la città. Cominciano i cronisti carolingi a notare che Carlo Magno, per la sua chiesa d’ Aqui- sgrana, trassei marmi da Roma e da Ravenna (i); e la notizia vien confermata dalla epi¬ stola con la quale Adriano I dona (784-787) a quell’imperatore musaici e marmi del Palazzo di Teodorico: « Prcefulgidos atque nectareos regalis potentiee vestrce per Arvinum Ducem susce- pimus apices, in quihus referehatur , quod Palatii Ravennatis Civitatis musiva atque marmora cceteraque exempla tam in strato, quamque in parietibus sita, vobis tribueremus ; Nos quippe libenti animo, et puro corde, cum nimio amore Vestrce Excellentioe, tribuimus effectuni et tam marmora, quamque musivum cceteraque exempla de eodem Palatio vobis concedimus auferenda. (i) Vita Karoli M . di Einhardo, nei Mon. 164, come la Chronica di Sigeberto e I’Anna- Germ. Script, del Pertz, II, 457, Chronicon uni- lista Saxo, VI, 569. Cfr. Girolamo Rossi, Hist. versale ài Ekkehardo, nella stessa raccolta, VI, Rav. (Venezia, 1589) p. 234. — 24S — quia per vestra laboriosa regalia certamiua multis bonis fauforis veslri Beati Petri clavi¬ geri regni ccelorinn Ecclesia cotidie fruitur, quatenus merces vestra copiosa adscribatur in cadisi) (i). Taluni hanno creduto che Carlo Magno trasferisse ad Aquisgrana i musaici mantenen¬ doli uniti, sia pure suddivisi in molti pe/.zi, nel lonj as])etto artistico. Ahimè, l’ idea che si ixac^sero staccare e ])ortare in altro luogo venne troppi secoli dojio, e dopo troppe altre mine ! Essa è cosa relativamente moderna, e a cpu i tempi non si pensava certo che a stac¬ care e a insaccare le tessere disgiunte ])er comporre altrove musaici diversi, a seconda del gusto del tempo. È certo, infatti, che tra il secolo vr e il secolo ix e forse i! x, erano scomparse in Italia molte fabbriche di tessere a smalto. Dopo, risorsero a Roma e a \’enezia, ma non più a Ravenna che sin dal sec. vii si era prevalsa di materiale antico raccogliticcio oppure aveva siie/.zettato marmi colorati, come si vede in quelli tra i musaici di .S. Apollinare in Classe che furono eseguiti al tempo dell’arcivescovo Reparato ossia fra il 671 e il 677 (2). Cosi si spiega perchè Carlo Magno, in deficienza di fabbriche di tessere a smalto o vi¬ tree, cercas.=e di spogliare i vecchi monumenti ottenendone il pei messo! II. — Andrea Agnello racconta che anche Lotario levò marmi preziosi da Ravenna, anzi soggiunge che nell’ 820, invitato a sorvegliare certo lavoro «d’imballaggio», egli si rifiutò, ed accorato se ne andò in tutt 'altra parte. Cosi, infatti, ne parla dopo aver detto che la salma dell'arcivescovo Mauro fu chiusa in una magnifica sepoltura nel pronao di ,8. A])ollinare in Classe; « Ibi hiit lapis pirfireticus ante prcedictani arcani, preciosissinms et valle Incidissinuis in rnodìtni vitri. Et apertis ianiiis, quce respicinnt ad ecclesiam beati Severi, intnisset qiiis illinn lapideni, sicut in speculuni tam honiines quaniqiie animalia sive volatilia vel qnaliscnnqite res inde transissent enigma quasi in speculmn videri potnisset. Sed pene annos 12. tempore Petrnnacis pontificis Lotharins augnstus tollere iiissit, et in capsam ligneam super Umani inclaiisit et Eranciam deportavit et super altariimi Sancii Sebastiani, mensaniut esset, posuii. Prceceptuni mihi a pontifice fuit, ut ego illue issem, ne ciementarii incaute agerent, frali geretur; sed corde dolore pieno in partem aliam secessi » (3). (f) M,\rco Faxtuzzi, Monumenti ravennati. \ (Veni'zia, 1803), p. 233; Epistola merowingici et karolini avi noi Mon. Germ. lUst. — Epistola (Berlino 1892) 1. 614. ('fr. Tkseo Fr.^nc, D.al Corno, Ravenna Dominante (H.avenna, 1713) p. 280, e Axt. Zir.ardixi, Antichi edipei profani di Ravenna (Faenza; 1762) p)), 140-142. (2) 4 quel temjio, nella stessa chiesa, furono restaurate parti cadute del musaico anteriore e furon ristaiiratc con tessere di marmo anziché di smalto si che i rapjiezzi ajìpaiono di diversa tinta ed opachi. Naturalmente, data la loro im¬ portanza storica, decidemmo chetali antichissimi risfcauri fossero rispettati ; ma vi fu uno stra¬ niero che. durante il nostro lavoro, li credette ristauri odierni e disse che si sbagliava sino nello tinte e si adoperava marmo spezzettato, proprio come se oggi mancassero le tessere vi¬ tree e mancasse il modo di uguagliar colori sino al più perfetto inganno! Avvisato deU’equivoco, mugliò che in tal caso i brutti ristauri, anche .se antichi, erano da abbattersi!!! ( 3) Liher Pontipealis Ecclesia Ravennatis (Han¬ nover, 1878), p. 352. — 240 — Intorno allo stesso tempo Teodoro III vescovo di Bologna e che teneva casa in Ravenna per abitarvi quando vi si portava pei vSinodi, trasportò a Bologna un sarcofago che si crede quello conservato nella chiesa di S. Stefano, su cui furono, tardi, scolpite le armi della famiglia Orsi (i), III. — Non crediamo vi sia occhio poco esperto d’ arte che non sappia riconoscere nella costruzione della parte esterna inferiore di San Marco a Venezia tutti i marmi hi- zanhni, levati a monumenti anteriori, in ispecie dei secoli vi e vii. Non crediamo però che molti sappiano distinguere quali sono quelli levati dall’Oriente, quali da Ravenna, quali da altre parti. In una vecchia cronaca veneziana si legge: «812. Fo batudo per tera la giexia de San Marche et quela de S. Todaro, quali erano una apreso l’altra; et poi fo prinzipiado una magnifica et honorevol giexia ad honor de messer San Marchio. Et molti zentilomeni et populari mandono a tuor marmori in Aquilegia et a Ravenna et molti man- dono a Costantinopoli » (2). Riferendoci alle tavole pubblicate a illustrazione dell’opera La basilica di S. Marco in Venezia illustrata nei riguardi dell’arte e della storia (3) indicheremo, come marmi levati da Ravenna, i capitelli II, 72 e 80; IV, 105 e 112 e VII, 148, nonché i plutei III, A, 3; M, 16 — a sinistra — N" 23 e 25 — a destra — e i plutei con ornamenti a rombo Vili, Z, 37. Altri frammenti ravennati un esame diretto e comodo — aiutato cioè da ponti — consentirebbe di scoprire. E non è improbabile che da Ravenna derivino pure le spalle marmoree delle scale degli amboni, usate in S. Marco a rivestir pareti dentro e fuori, spalle che oggi appunto mancano ai cinque amboni rimasti in Ravenna. IV. — Ed anche in Ravenna erano alcuni puttini romani in altorilievo, che oggi si tro¬ vano nei Musei di Venezia, di Parigi, di Milano e di Firenze, appartenuti certo al fregio d’ un monumento pagano ravennate, fregio disperso sin dal medio-evo. Opera di mani diverse e quindi di diverso valore, non è stata ancora, dal lato archeo¬ logico ed artistico, studiata nel suo complesso. Solo il Padre Jacopo Belgrano tentò, nel 1766, d’illustrare la parte che rappresenta il Trono di Nettuno (4) ma, quantunque mostrasse a’ suoi tempi buon fardello d’erudi¬ zione, tutto oggi nelle sue pagine appare invecchiato, dalle parole ai criteri estetici. Di tale (1) Giuseppe di G. B. Guidicini, C ose nota¬ bili della città di Bologna, V (Bologna, 1873), p. 56. (2) Doctime nti per la storia dell’aiigusta ducale basilica di S. Marco in Venezia dal nono se¬ colo sino alla fine del decimo ottavo. Dall’ Archi¬ vio di Stato e dalla Biblioteca Marciana, in Ve¬ nezia (Venezia, 1886). La cronaca citata è d’a¬ nonimo, trascritta in un codice del sec. xv, della Bibl. Marc. Gl. 7, n. 324. (3) Dettagli di altari, monumenti , sculture, ecc. della Basilica di S. Marco in Venezia (Venezia, Ongania ed. 1881-1886). (4) Il trono di Nettuno (Cesena. 1766). Fu ri¬ stampato cinque anni dopo nei Saggi della So¬ cietà letteraria ravennate, II (Cesena, 1771) pagine 44-194. Cfr. Louis DE Rouchaud, La Tapisserie dans r antiquité, les péplos d’Athéné, la decora- tion intérieure du Parthénon (Parigi, t88|) pa¬ gine 89 e 123. 250 Trono di Nettuno - Ravenna, S. Vitale. 25t Trono di Nettuno - Ravenna, San V'itale. fregio oggi rimangono in Ravenna, quattro pezzi : due nella chiesa di S. \htale (fig. i e 2) e due nella Sala lapidaria del Palazzo Arcivescovile. Rappresentano: i. due puttini, un maschietto erma femminuccia, che levano frutti da un alto vaso (lìg. 3) ; 2, un pattino che cade indietro spaventato (tìg. 4) — forse in origine ne esisteva un altro che l’ intimidiva mettendosi la maschera al volto. ^ Avanzo del Trono di Cerere (?) - Ravenna, Sala lapidaria dell’ Arcivescovado. In tali frammenti troviamo un ìiiotivo costante, ricorrente; si tratta di Troni di divi¬ nità fiancheggiati da puttini che di (juelle divinità portano i segni simbolici. Il Padre Bei- grano esaminando e illustrando le sole due parti rimaste in San \utale a Ravenna credette che avessero anticamente a])partenuto a un tempio di Nettuno (i) che si sa esistito in Ravenna per la notissima iscrizione, dedicata da B. Pnblicio Italico alla moglie Flavia e (i) Oj?. di., p. 26. Flavia e riferita da inoltissinii storici (i). Ma i Troni, pure appartenenti allo stesso fregio od ornamento, non sono tutti consacrati a Nettuno, e quindi l’ipotesi del Belgrano cade. Fissi Troni erano sempre ripetuti due volte, senza varietà, forse in corrispondenza di due parti simmetriche del monumento in cui si trovano, e, scorgendo nell’esecuzione mani diverse, è ben consentito supporre che l’esecuzione delle ripetizioni fosse dall’artista prin¬ cipale affidata agli aiuti. Ma dell’ esame archeologico e stilistico e tecnico altri si occuin : ciò che qui vogliamo fare è unicamente la storia esteriore degl’interessanti frammenti. Le due parti raccolte nella Sala lapidaria ricordata (di cui le prime memorie non sono rij::. 4 — hramn^ntD di u.i « ì.otd/» - Rav-'n.in, S’la''_^lapidaria doli’ Arcivescovado. che del sec. xviii), pur appartenendo al ciclo, variano di soggetto; il puttino cadente non saopiamo a che Trono riferire; gli altri due puttini coglienti frutta, fiancheggiarono invece u 1 Trono dedicato forse a Vertunno o Poniona o Cerere, e a sinistra in alto si vede proprio un resto del Trono stesso con 1’ ultima spirale della cimasa e i baccelli, come nel marmo ora custodito nel Louvre a Parigi (2). Quest’ultimo rappresenta il Trono di vSaturno, sotto al quale sta un globo stellato, (fig. 5). Due putti a sinistra recano sulle spalle una pesante falce, due a destra si con¬ tendono un altro attributo, di cui resta la vetta e un frammento presso la mano del putto (1) Cfr. Corpus Inscriptioniim latinamm, vo¬ lume XI, part. I (Berlino,' 1888), pp, 28-29, num, 126, (2) W. Fròhner, Notice sur la Sculptiire an¬ tique au Louvre, p, 319; E, Q, Visconti, Opere varie italiane e francesi a cura di Giov. Labus, IV (àlilano, 1831), Notizia del Museo Napoleone, pag. 351- Aitsoilia - Anno IV. 32 Trono di Saturno - Parigi. Museo del Louvre. - 255 — reclinato. Ma nei due pezzi del'a replica dello stesso Trono esposti nel Museo Archeologico di Venezia (fig. 6 e 7), di tale oggetto rimane intatta la parte bassa in un’asta rotonda, con la sua base a cuore, terminante in una pallottola (i). Come e quando il frammento di Parigi sia approdato là^è ignoto. Prima che nel L,ouvre pare che si vedesse nelle raccolte reali di Fontainebleau. Comunque, la prova che in ori- Fig 6 — Frammento dei Trono di Saturno - Venezia, Museo Archeologico. gine fu in Ravenna sta nella storia del Trono uguale, ossia di quello di Venezia, al quale già si allude nel 1335 nei Ricordi del trevigiano Oliviero Forzetta con le parole « Item qucBras de quatuor pueris de Ravenna lapideis qui sunt taglati Ravenne in S aneto Vitale (2). (1) Forse uno scettro. Jacopo Morelli a pa¬ gina XXXII della prefazione della Notizia d’opere di disegno di Marc’ Antonio Michiel (Bolo¬ gna, 1884) dice che i quattro pattini sono « forniti dello scettro di Giove e della spada di Marte ». (2) Domenico Maria Federici, Memorie tre¬ vigiane sulle opere di disegno (Venezia, 1803), Part. II, p. 184. Estratto di alcune particolarità riguardanti le belle arti e la letteratura che si ritrovano in una nota originale di Oliviero For¬ zetta trevigiano all’ anno 1335 esistente in Qua¬ terna rationiim B in Archivio Magni Zenodochii Tarvisii, p. 151; Giuseppe Valentinelli. Marmi scolpiti del Museo archeologico della Marciana di Venezia (Prato, 1866), pp. 124-127 e ta¬ vola XXXVI ; Museo archeologico della R Bi¬ blioteca Marciana, (Venezia, 1872), p. 14; Gonze, Die Familie des Axigustus, pag. 5; Pietro Pao- letti d’Osvaldo, L’ architettura e la scultura del Rinascimento in Venezia (Venezia, 1893) Part. I, pag. 38; Part. II, tav. 14. Sin d'allora dunque il Forzetta cercava in Venezia quel marmo, separato in due pezzi nel 1532, che poi pa'^sò in vS. Maria dei IMiracoli e di là nel 1811 al Museo Archeologico, l'rancesco Sansovino lo descrive nel 1581 ripetendo la pomposa attribuzione a Prassitele e lo riconferma derivato da Ravenna (i) come da ultimo Marco Fantuzzi riproducendolo in istampa nel frontespizio del V volume dei Momiineìili Ravennati , edito nel 1803, quando ancora era nei ÌMiracoli. I due marmi rimasti nella chiesa di vS. \dtalc a Ravenna, ossia i più celebrati, rappre- 7 — Framment:> ^el Trono di Saturno - Vene^iv . Muse » A 'cheolo^dfìco. sentano il Trono di Nel timo, sotto cui si torce un mostro marino. I due putti di sinistra recano sulle spalle una grande bucina ; quello a destra il tridente, ma da questa parte_ in ambedue le ripetizioni, i marmi furono mozzati (forse per essere adattati a qualche motivo architettonico relativamente tardo) e quindi un secondo puttino fu soppresso. Del¬ fini allacciati, conchiglie, tridenti costituiscono la cornice superiore. Il più antico ricordo di essi risale a poco oltre la metà del sec. xv, ossia al passo della storia ravennate di Desiderio vSpreU', il quale, parlando di S. \’itale, scrive: Adsnnt etiam candidissimo mannore ires injantiiim iinagines, opus, nec immento, ut fertili-, Poly- {13) ì'cticzia città i.o'iiliss/ina et s/ìigo!ai-r (Venezia, 1S81) c. (>}. - 257 — Cleti, qnce omnes certe alias pulcritiidine, arte et optirna membrorurn proportione jacillinìe sìiperant (i). Nel 1515 Marco Dente ne levò la stampa, ripetuta poi con la data del 151Q e ripro¬ dotta nel 1771 con la errata attiihu- Ir /.ione a un Silvestro Ravennate (2) ! In seguito, i due marmi sono stati " mentovati da cpianti hanno descritta la chiesa. Al Trono di Giove appartenne infine 'i il pezzo conservato ora nella Galleria degli Uffizi (fig. 8), con un putto che reca un fascio di fulmini (3). Al ciclo da taluiai si uniscono altri tre rilievi. Il primo fu donato nel 1866 al Museo Archeologico di Milano dal conte Ginn Giacomo Bolognini che lo diceva derivato da Ravenna (fig. g). 11 putto con la faretra e l’arco, e l’avanzo di trono similissimo ai troni di Nettuno fanno fede ch’esso dipende dalle scul¬ ture ravennati: ma il modo diverso ond’è lavorata la figura del putto, con sentimento che si direbbe cinquecente¬ sco, inducono a dubitare che si tratti di una copia fatta a ristauro del fregio, se pure, — ciò che è tutt’altro che im¬ probabile — non si tratta del marmo originale sopralavorato durante il Ri- ll.iSCimentO. Comunque, a che trono si fìsj. S — Frammsnto dai Trono di Giove - Firenze, Galleria degli Uffizi, debba riferire è difficile stabilire. Al Trono d’ Amore ? Meglio forse al Trono di Diana quando si voglia vedere il volto di (1) De origine et amplitudine urbis Ravenncc (Ravenna. 1793) p. 9. (2) P. Zani, Materiali per servire alla storia dell’ incisione (Parma, 1802) ; Adam Bartsch, Le peintre graveur, XIV (Vienna, 1813), p. 194, n. 242; I. D. Pass.avant, Le peintre-graveìir , VI (Lipsia, 1864) pp. 67-70. Della memoria del Belgi-ano sul Trono di Nettuno si trovano al¬ cuni esemplari con una stampa in rame grande come la pagina, e altri esemplari con una ta¬ vola assai maggiore, ripiegata a mezzo, con sotto inciso: « Tabiilam hanc a Silvestro Raven¬ nati sculptam anno 1519 demio Benedictus Eredi Ravennas incidit anno 1771 ». (3) Hans Dutschke, Die antiken Mavmor- bildn^erke der Uffizien in Florenz (Lipsia, 1878), pag. 230, num, 523. lei nel medaglioncino messo in testa al braccio del trono e considerare che la faretra, re¬ cata dal pattino, è conveniente alla Dea cacciatrice. Il secondo frammento che vorrebbe riferirsi al Trono d’Apollo si conserva nel IMuseo Dndovisi, ma qui oltre che la lavorazione appare diverso lo stile (i). Da escludere poi senz’altro ci sembra il pezzo, dal palazzo la Favorita passato al Museo della R. Accademia di Mantova, dove composi¬ zione, proporzioni e lavoro sono di¬ versi : cosi nel seggio drappeggiato come neH’aquila e nelle parti superstiti delle piccole figure (2). Ci pare all’ incontro che allo stesso monumento, cui in origine appartenne il fregio dei troni possano aver apparte¬ nuto due altri frammenti esposti ora nella fiala lapidaria dell’Arcivescovado di Ra¬ venna : r uno con una figura femminile che alza la sinistra in atto di sorpresa (fig. io), r altro con tre figure del pari femminili incedenti solennemente verso destra, quella di mezzo recante un’ of¬ ferta di frutta (fig. ii). Non può sfuggire una certa affinità di lavoro e, nel fondo, lo stesso motivo architettonico. Poiché si tratta di figure adulte, do¬ vendosi adattare ad una stessa altezza del nrarmo, cosi sono di proporzioni minori dei putti; ma se anche non appartennero al fregio, poterono bene appartenere allo stesso tempio dov’esso si trovava. E Fig. g — Avanzo del Trono di Diana - Milano, Museo Archeologico. anche potè appartenervi la COsidetta Apoteosi d’ Augusto. Dove si trovavano nel medio-evo i marmi ricordati? Sulle testimonianze citate dello fipreti e del l'orzetta e sopra un Irrano inedito di Giovanni Pietro Ferretti (3) noi possiamo (1) Hans TyvrscwKV., Antike Bildwcrke in Tu- rin , Brescia, Verona iiììd Mantova, (Lipsia, 1880) n. 850, p. 370; Th. Schreibf.r, Die antikcn Bild- werke der Villa Lìidovisi 155, p. 177, dove si trovano già riuniti alcuni dei rilievi suddetti. (2) Dlìtschre, op. et loc. cit.; Giov. Labus, Musco della R. A ccademia di Mantova (Mantova. 183-) I, p. 69 e tav. XX. (3) JoHANNis Petrt Ferretti R.w., rfc constriictione aurecr Aedis Divi Vitalis Martiris in Civitate RavenncF, Bibl. Vatic. 5836. Copia nella Classense di Ravenna àlob. 3. 2. N“,4. — 259 — affermare: in S. Vitale. Anzi dalle sue parole scritte intorno al 1525, sembrerebbe che molti d’essi fossero messi anche tra le colonne superiori a servir da plutei o da tran¬ senne. « Porro cernere est et intus et extra strinctas columnas, seu canuliculatas, miroque quodam stata lithoglypha nudi gemi, T elamones qiie et Atlantes, aliaque suavissinii aspectus unico quodam refovente afflata simulacra ostreas et marmorea conchilia orbiculatis trocleis et i-rac- toriis machinis, quce intercapedini olumnarcum blandiuntiir , non est facile discernere, ubique hic occurrit personata varietas et modo hinc cele¬ berrima statuaria galastite lapide ex Armenia vedo, infantium Gerulortim coclecB unius memora- bilis elegantissima gracilitate, Narsetis Eunichi opus aeternitate consecratiim. Antiquaria modo qiiae delusa vetustas Deorum Idola venerabatur , modo potentium virorum monumenta, carie et ve- lustate offensa et elogia graeca pariter et latina, modo romanorum et Consularium, modo nostra- tium. Admirabile quidem visu, idem opus eandem materiam, tam dextrum latas habet, quam leviim. Nullus est locus qui non auro sit aut marmore aliove precioso lapide conspicuus, ut nihil ìicec tota cedes ìiabeat in tanta opulen'.ia, prceter quam ambitionis, cuiusvis admirationis ». Cosi S. Vitale era divenuto come un museo; nè è da trascurar qui che i marmorari e mu- saicisti di S. Vitale si prevalsero nell’opera loro d’alcuni motivi d’essi marmi. Pel rivestimento marmoreo dell’abside con lo zoccolo e i pilastrelli scanalati fu seguito il motivo architettonico do¬ minante che si vede dietro ai Troni ; nel mu¬ saico, sotto le immagini clipeate degli Apostoli è ripetuto il motivo dei due delfini allacciati per le code e curvi sulla conchiglia a pettine. V. — Pio II (Enea Silvio Piccolomini) fra le mille accuse, raccolte nella sua terri¬ bile invettiva contro Sigismondo Pandolfo Malatesta signore di Rimini, mette quella che costui avesse spogliato di marmi una chiesa di Ravenna, portati via per ben cento carrate. Girolamo Mancini nella sua Vita di Leon Battista Alberti dubita di quella come d’altre Fig. IO — Frammento di fregio. Ravenna, Sala lapidaria delTArcivescovado. — 2Go — accuse: « U peraltnj notorio come in tali sentenze i c iriali accumulassero imputazioni vere ad imaginarie, probaljili e fittizie, laonde il furto de’ marmi potrebbe esser falso, quanto è mendace la tradizione deiratterrameiito degli antichi avanzi riminesi » (i). Che le carr:!te fos-^ero cento non possiamo dire; che vSigismondo anziché rullare, spo- rp.:. II — I-ramm^iito di f.egi;) - Siila l.ipid.tria d^ll’ Arcivescov ado gliasse il monumento d’accordo coi monaci, per certe allusioni dei documenti è supponibile; ad ogni modo è certo che ySigismoivlo fece levare un grande cumulo di marmi da S. Apol¬ linare in Classe, a cinque chilometri da Ravenna, e porterie) a Rimini per rornamentazione (i) (Idrcuze, iS,Si) p. 339. — 201 — del suo San Francesco, dove infatti vediamo abbondanti lastre di greco, di serpentino e di porfido. Ravenna era passata dal dominio dei papi a quello di Venezia nel 1441. I lavori jic San Francesco di Rimini cominciarono neH’autunno del 1446 e il jurio dei marmi successe prima del maggio 1449. Perciò la Comunità Ravennate mandò Giovan P'ranceseo Bracci e Antonio Cal\d a muovere lagnanze alla vSerenissima ; e questa, a mezzo del suo Doge, il 15 di quel mese diede ordine a vStefano Trivisano podestà e eapitano di Ravenna d’adope¬ rarsi perchè le cose asportate fossero restituite o pagate a prezzo conveniente (i). (.i Fnmcisciis Fuscari dei gratia diix Venecianim etc. Nubilibus eie. sapientibus Vivis Stef^MO tvivisano de suo mandato potestati et Capiianeo Ravenne et successoribus suis fidelibus dilectis salutem et dilectionis affectum. Fuenint ad presentiam nostrani prestantes legum doctores Domini lohannes Francisciis de braciis et Antonius de Calbis Oratores illius nostre fidelissime Coniunitatis Ravenne et porrexerunt nohis parte diete Cnmunitatis Infrascripta decem capitiila ad que fecimus responsiones sicut post unumquodque eorum videbitis contineri. Mandamus itaque vobis, ut responsiones ipsas nostras ad literam prout jacent observetis, et observare inviolabiliter faciatis. Et ìias nostras litteras in actis vestri regiminis ad fiiturorum memo- riarn registrari faciatis. Tener capilulorum talis est. Videlicet. Quarto, iarn rectroatis temporibus jiiit expositum prelibate Serenitati Vestre ex parte eiusdem Coniunitatis Vestre quod AI agnificus dominus Sigismundus sacratissimum templum Sancti A polinaris in classe de extra Ravenne nonnullis rebus sacris spoliavit Dinetur Serenitas Vestì' a de Indemnitate diete ecclesie prout promissimus extitit providere ne dieta ecclesia in ruinatn deveniat. Ad quartum respondeatiir. Quod totis viribus providebimus quod queque ablata restituantur , aut pretio convenienti solvatur. Datum in nostro ducali palacio die .YF mensis Alaij Indictione XI F' M CCCCXLV 1 1 1° ». Furono fatte presso Sigismondo le pratiche perchè restituisse i marmi o almeno li pa¬ gasse ? Nulla, finora, si è trovato negli archivi di Rimini, di Ravenna e di Venezia che metta in caso di rispondere. Forse Sigismondo fece notare che i marmi erano già a posto nel suo San Francesco, e che quanto a pagarli, egli li aveva... già pagati ai monaci di S. Apollinare in Classe. VI. — Vedremo come costoro, incorreggibili, continuassero poi nei tentativi di vendere (i) Archivio Comunale Ravennate, Voi. VII, Cancelleria, Num. 6, cat. 4 r., 5 r., e 6 r. - Cfr. Girolamo Rossi, Histor. Rav. (Venezia, 1589) pp. 632-633 ; P. D. Pasolini, Delle antiche rela¬ zioni fra Venezia e Ravenna (Firenze, 1874), pp. zzq-zz?) ; Luigi Tonini, Rimini nella Signo¬ ria dei Malatesti (Rimini, 1880), II, 215 ; C.^RLO Yriarte, Un condottiere au XV^ siede - Rimini (Parigi, 1882) pag. 194 ecc. Ausonia - Anno IV. 33 202 — tutto ciò che potevano. Intanto sorprendianiu in llagrante anche la Serenissinia, quella Serenissima che aveva cominciato a levar marmi da Ravenna sin dal sec. IX. A sud della città, prima di arrivare alla basilica di S. Apollinare in Classe, si trovava la chiesa di vS. Severo costrutta nel sec. \'I. Divenuta pel lungo abbandono rovinosa, a metà del sec. X\" si i)ensn di demolirla e di ricostruirla; e si cominciò infatti a demolirla mettendo in disparte i marmi. Iv, i)oichè a ricostruirla si tardava e i marmi giacevano come abbandonati, la .Serenissima credette bene di farne trasferire diversi a Venezia. E già v'aveva portato alcune colonne e ordinava di portare il resto col prete.sto che non erano al coperto dalla mania vendereccia dell’Abate di Classe; quando insorse la Comunità Ravennate veramente mirabile nel fare, tanti secoli indietro, quello che alcuni Municipi non fanno nemmeno oggi ! Allora il doge Cristoforo l\Ioro scrive (13 novembre 1463) a (Giacomo Zorzi podestà e caintano di Ravenna che, avendo detta Comunità deciso di ricostruire .S. Severo usando pure « le pietre e i marmi » che ancora si trovano sul posto e le colonne già portate a \'enezia, egli consente che i ])rimi siano lasciati dove sono mentre provvederà che le colonne siano rimandate. l'urono portate a Venezia — dice il documento — non per intenzione di ritenerle, ma al solo scopo che non andassero disperse essendo stata presentata denunzia contro l’Abate Classe di aver venduto o di star per vendere tali colonne ai frati dei .Santi Giovanni e Paolo di Venezia, e d’essersi anzi impegnato di mandar loro altri marmi. " C'hristo/ììionis Maiinis Dei gè. Dux eie. Iacopo Georgio Poi. et Cap. Rav. Isia fulehssiiìia Coimmitas noslra Raveiiìie per eins oratoi'cs niiperrime nobis e.xponi fecit, qiiod terminavit refici piccre Ecclesia et Monasteriiiiii S. Severi, jamque acciumdati siint Due. 600 vel circa, et lieti procurai, per eìeuiosiiiam , et aìiter de aliis recuperare, et lapides, inannores q. isthic reperiunt, quod scripsiinus Iute initfi, ac et columne ìiic existentes, que fiierunt diete ecclesie conferire ìiaheant d. Fahrichc. Suplicavit prolùdere per lìtos, ut illas ìiaheant. Quare dicir.ius q. si de lapid. niannoreis reqilicatuin Ime inittendis, hoc processit q. ad ea que scripsimus non dederatis responsitin et si coluinnas huc deferri fussiinus non tainen /uit nostre inientionis eas retinere, sed ne dispenderentur potissiinuin quia nobis facta fiiit instantia quod abbas Classis colonnas vendiderat seu vendere volebat fratribus Ss. Io.' et Pauli liuius Civitatis et lapides etiain crai venditurus. Et ut satisfìat intentioni d. Coininiinitatis, optantes non niinus, quani ipsa Comunitas ut ipsa Ecclesia restaurctur. Voìjìs mandamus ut provideatis q. lapides niannoreos q. illic reperiuntur in aliquo loco luto reponantur, fiatque de iis inventariuni, et tales adhibeatis provisiones q. per pred. Abatein vel aliquein aliuni nullatenus vendi vel accipi possint, sed omnia preserventur prò Eabrica predicta, et dato ipsi fabricce initio parati sumus Jias etiam Coluninas expensis nostris sive proc. Ecclesie nostre Sancti Marci Ravennani mittere etc. » (i). (r) Fantuz.zi, Monumenti ravennati , IV (Venezia, 1802) pp. 495 qgò. È chiaro che la dichiarazione del Doge (che le colonne erano state portate a Venezia e si era già ordinato di portarvi i rimanenti marmi di vS. vSevero, perchè le une e gli altri non fossero venduti dall’Abate di Classe) non fu che un pretesto. Da vSerenissima aveva ben modo di far sorvegliare o metter tutto in luogo sicuro, in Ravenna stessa, sin dal primo mo¬ mento. Invece tentò, nella speranza che la cosa passasse tacitamente. Ma restitui le co¬ lonne? Da nulla risulta, si che crediamo che rimanessero e rimangano là. Al postutto, cosa fatta, capo ha. D’inventario dei marmi giacenti in vS. Severo e di quelli già portati al fiume per esser caricati sulla nave e portati a Venezia fu, comunque, fatto il 4 del seguente dicembre (i). Injrascripta sunt marmora ad rifiisiim, q. repcriimtur in presentiarnm de ratione Ecclesie S. Severi, et extant in ipsa Ecclesia. Staffili cnni suis soppedis de una petia . num. 24 Colonne longe circa decem pedibus de una petia . » 3 Item pecie colonanim jractanmi nigr. varieg. et alb . » 20 Item capitelli . » 20 Item cimas . » 20 Frngmenta ad rejusiim pecie ... . » 25 Item palestrade in petiis . » 2 Injrascripta vero marmora etiam de jure d. Ecclesie erant conducta supra flumen. Palestrade due magne, et due parve . . num. 4 Una columna rubea variegata in duabus petiis . , . » i Item columne alie albe aliquantiilum rupte in capite . » Item columnarum pecie tres, quarum una erat nigra, alie due erant albe .... » Item unum capitellum . » Da Serenissima da pochi anni Signora di Ravenna, bramosa d’averla fedele, corrispose così in qualche parte ai desideri dei Ravennati ; ma i frati e i monaci tirarono diritto nello spogliare le chiese e vendere quanto potevano, vizio che non hanno perduto del tutto e che hanno anzi comunicato a preti e a .suore." Perciò Cristoforo Moro il 31 agosto 1468 scrisse a Niccolò Giustiniani podestà e capitano di Ravenna ordinando che il menno e le scolture atterrate e rimosse, oppure anche esistenti neH’edifìcio, non potessero in modo al¬ cuno essere portate via di Ravenna. « Christophorus Mauro dei gratia dux Venetiarum etc. Nohilibus Sapientibus Viris Ni- colao lustiniano de suo mandato potestati et capitaneo Ravenne et successoribus suis fidelihus dilectis salutem et dilectionis aff ectimi. Alias iussimus quod marmor et marmorea opera que (i) Fantuzzi, op. et loc. cit. 264 — sire prostata et ahiecia, sive in edificio reperirentiir sub vestro regimine, non possent alio modo extrahi de Ravenna, sìt nunc ciim inteìligamus dictum marmor esse venditum et specialiter per quosdam tra'res aiit monacos ac alias personas extrahitur quod qiiidem vaìde desplicet nostro Fig;. 12. — Transenna bizantina - Mosca, Museo. Dominio. Qitare vnlnmus, et efjìcaciter iithemiis vohis, quod deheatis diligentissime advertere, ne marmor predictum ani aliqiwd marmoreiim opus, etiam abiectum possint ulta ratione vel causa de Ravenna traili, asque speciali mandato nostri domini]. Adliibendo super hoc marmore et ope- ribus marmoreis tales ordincs et talia mandata omnibus et singiilis, quod ìiuiitsmodi mandatum — 205 — — 266 — nostrum fcnitus excqnatnv sicnt est nos'ra firma deliberatio. Data in nostro ducali palatio die ultima Anglisti Indictione prima MCCCCLXVIII )) (i). VII. — T ommaso Tomai racconta; «Vicino al tempio [di S. Vitale] vi è una piccola chiesa [se])olcro di Galla Tlacidia] dedicata a vSanto Gervasio et Protasio martiri et figliuoli di vSaiito \htale, che è tutta lavorata alla musaica di ligure bellissime, le quali misteriosa¬ mente si guardano l’una e l’altra accennando con le mani dove già era sepolto un gran the- soro, che da uno, che conversava iii detto monasterio "di S. Vitale] fu tro\'ato, e levato di quel luogo, ])ortato via, ove non fu più mai veduto d’alcuuo; vero è che nel partire ch’egli fece non trovando conimodità di levar tutto il thesoro, gli venne lasciato alcune piastre d’oro di valore di quatti o scudi l’uua, che furono poi tutte ritrovate da Monaci di detto Monastero, quali parimenti ritrovarono nello istesso luogo un’arca di marmo, chiusa, et di assai Iniona grandezza, la quale jier bavere il coperchio molto grave, colui che haveva tolto il thesoro, da .sè stesso non puotè scoprire; onde essi poi, chiamati alcuni hortolani et cir¬ convicini la fecero aprire et la ritrovarono piena di molte cassette d’alabastro et altre di argento, con di loro coperchi, alcune intagliate, et altre semplici, alcune di lunghezza di un {2f>) Ardi. Coni. Kav. C.incGlcria voi. 7, c.irt. Ducali Vcuclc, e in riassunto nel Fantuzzi, 29, r. l.a stessa lettera si trova ;il n. 531 delle ]\lou. Rav. IV, .{97. - 267 -- braccio, altre di mezzo, et alcuni di due palmi, che furono tutte aperte et ritrovate piene di santissime reliquie, accompagnate con molte pietre preziose et gioie di non pcjco valore; et di queste cassette, se ne ritrovano anco hoggidi nel Monastero di *S. Vhtale in diversi luoghi come anco l'arca grande con queste lettere H. M. E. L. S, H, N. vS. che non vo’ gliono altro significare, se non questo. Hoc monumentuìn ei locum sepulchri hered: non se mmUtr, Questa con juolte altre cose degne, mi furono mostrate dal Reverendo Padre Fig. 15 — Capitello della Basilica Ursiaiia ora in S. Apollinare in Classe presso Ravenna- Don Vitale Ferrari da Verona professo di questo Monastero huomo di varie et belle lettere et molto intendente dell’ antiche et moderne historie. Simigliantemente si trovano molte delle suddette Reliquie nel prefato Monastero, per causa delle quali il giorno degli Innocenti si fa una solennissima festa dove concorre tutta la nostra città. Ma per ritornare al ragiona¬ mento nostro, dico, che quando si scopersero dette cassette, quelli che videro tanto splendore, di tante preziose pietre restando ammirati cominciarono a gridare thesoro, tìiesoro, dove in mo¬ mento si sparse la fama, velocissima più d’ogni altra cosa, per tutta la città ed inoltre questa gran nova portata alli Magnifici et signori Rettori di essa, quali venuti senza punto — 268 — indugiare a questo luoco secondo il solito costume et modo de Principi posero le mani sopra detto thesoro, et trattene fuori tutte le pietre preciose, le manda rno aH’illustrissima Signoria a Wmctia, delle quali, secondo ch’hanno detto alcuni, quelli Signori ornarono di quelle pietre la Pala di vS. Marco, et anco buona parte di quelle più belle et rare riposero nel loro thesoro, che sogliono mostrare al Popolo la vigilia deH’Ascensione del Signor nostro et anco il giorno di t>an Marco, havendo però lasciato (jnelli Signori alla Rer’ereiida Abatia Fig. i6 — Capitelli in S. Apollinare in Classe presso Ravenna. di vSan Vitale, come patrona del detto oratorio, tutte quelle Reliquie de’ .'^anti che vi ri- trovarno, insieme con alcuni vasetti d’argento et anco alquante pietre belle, delle quali, que’ Reverendi monaci fecero fare una bella Mitra, nella quale posero tutte quelle pietre ])reciose per ornamento, la quale anco hoggidì è tenuta delle Irelle et rare cose che sia nella nostra città » (i). Questa notizia preziosa — a ])arte l’allusione agli sguardi misteriosi delle figure del (i) Histovia di Ravenna (Ravenna, 15S0) pp. 23-26. 269 Fig. 17. ^ Colonna e capitello ciborio - Otranto, Cripta del Duomg. Aitsotiia ~ Aìiho II', 34 — 270 — “ musaico — c sfuggita allo storiografo rlel tesoro di Marco a Venezia (i), dove noi ab¬ biamo \-eduto \-asi di alabastro o d’altri i)reziosi marmi, senza ornamento di sorta, che possono benissimo aver appartenuto al tesoro rinr'cnuto nel sepolcro di Galla Placidia. Fi^. 18. — Capitello del ciborio, di prete Mercurio - Roma, S. Clemente. Di quanto vide il Tomai nel Monastero, nulla più si sa, e nemmeno deirornamento della mitra. VII. — Il Fiandrini ne’ Aùromwrfff scrive, al 1632 : «Avendo li monaci di Classe vendute le 4 bellissime colonne di bianco e nero orientale, che sostentano la cupola e formano (i) Antonio Pasini, // /(isoro c/i S. Marco in Vciiezin (V’cnezia. 1886). 271 Fig, 19 — Otranto, Cripta del Duomo la trilmna cleU’altar maggiore del tempio di S. Apollinare in Classe Fuori, e già a tale effetto imbarcate nel Porto Candiano, fu dal nostro Pubblico e da’ Ravennati fatto sollecito ricorso a Roma, da cui venne ordine che fossero restituite al suo pristino luogo, ove si vedono anche al presente » (i). Di tale fatto al 1632 non si rinvenne traccia nelle carte dell’Archivio ravennate; all’in¬ contro dai docLunenti ne risulta uno identico al 1677, sì che è da ritenere che il Fiandrini equi¬ vocasse nella data, «Die 6 martij 1677. Convocato, ìegitinieqne coaditìiafo generali Consilio antiquoe Civitatis Ravennce ad Cani- pance sonimi ut inoris est in sala parva Palatii coniunitatis per baniini publicuni liesterna die in forma etc. In quo interfuere Periti ustris et Rev.mus L). Giihernator , Perilliistres Domini Sa- pientes ad numerimi perjectimi et Domini Consi- liarij ad numeriini 51 faciente in totimi 58 Reci- tataq.ie oratione solita, fuerunt iilico extraeli tres Consiliarij in executione Constitutionis Caetana' ad contradicendum et quorum nomina sunt licec videi i ce t : 1). Comes Prosper Ginanus, D. Eques Augustinus Pigliata, D Laurcntiiis Ravullus I. U. D. « àlolto Illustri vSignori, « (lià hanno sentito tutti li Congregati Signori interesse e gelosia di questa Città, e desiderio ch’ha dell’arresto delle quattro colonne di marmo finissimo levate dalla Chiesa di Classe Fuori, et imbarcate per condurle altrove, e perchè porta il pericolo un’inq)rot'isa levata non ostante forse i buoni ordini dati da Signori Padroni, si stima prudente provisione l’assicurarsi da’ pericoli, che sovrastano, et il Magistrato delle SS.rie\’V. pro¬ pone nel presente Consiglio con la presenza del Molto Illustre et Ecc.mo Sig- Vice Governatore. « Che vada parte che si faccia ellettione di sei deputati del numero de’ Consiglieri con pienissima facoltà assieme con i molti Illnstri vSignori .Savi a spese di questo Pubblico di provvedere alla sicurezza di dette quattro colonne sino a nuovo ordine degli E. mi SS. ri (i) Ms. nella Biblioteca Classense di Ravenna, voi. II, pag 65 Fig. 21. — Capitello bizantino in S. Nicola a Bari (il pulvino e il collarino della colonna sono posteriori), — 274 — Fig, 22 Capitelln in S, Apollinare Nuovo di Ravenna- — 275 — Padroni di Roma, et ogu’altro miglior modo etc. » Revista — Gio. Battista Maretti coii- traditore. Io Bartolomeo Abinosi contraditore. Sic 52 Non 3 « In executione partis siiprascripUie jactum juit scruttiniiim causa eligendi sex deputatos super provisione nianiitentionis supradicia parte etc. inter quos noniinalos ac hatotatos in for- mam obtinuerunt D. Capitanens Ferdinandus Rasponits D. egues Augnstinns Pignatta 1). Franciscus M angionus D. Comes Prosper Ginaniis et D. Capitaneus lulius Kasponus. lacobus Cuccìiius Notarius, Cancellariiis etc. ». In seguito a tale azione risoluta e sollecita del Magistrato, le colonne furono levate dalle barche e riportate in S. Apollinare in Classe, dove nel 1723 furono messe a sostenere, sull’altar maggiore, uno sconcio e macchinoso baldacchino che pareva fatto apposta per coprire tutto il musaico dell’abside. Perciò appunto il baldacchino fu levato del tutto nel igo8, e le colonne furono alzate, airinterno e ai fianchi delle due porte della facciata rispondenti alle navate laterali. X. — D’altre minori dispersioni non è possibile seguire la storia e la sorte. Comunque diremo che intorno al 1870 il dottor Priamo Cerchiari vendette al conte Ouvaroff una tran¬ senna a circoli (fìg. 12) che si diceva derivata da S. Vitale (ora nel Museo di Mosca) e che poco più d’un decennio dopo l’architetto Raffaele Faccioli, restaurando in Bologna il gruppo delle chiese di S. Stefano, metteva nella porta minore dei Ss. Pietro e Paolo, detta di Ne¬ rone e prospiciente in Via Gerusalemme, due piccoli capitelli uniti a parte di colonnette, da lui comprati a Ravenna. Non sappiamo invece dove sia andata a finire la fronte d’altare già nella chiesa soppressa di ,S. Sebastiano, poi nella villa dei conti Rovatelli dal Corno in cui più non si trova (fig. 13). Ma se finora abbiamo radunati o riassunti i documenti, che ricordano oggetti d’arte ravennati o portati via o fermati nell’atto che si levavano a Ravenna, e i provvedimenti presi o le concessioni date dai vari governi, e le proteste elevate, non sempre indarno, dal Magistrato, ora indicheremo invece altre cose che solo per ragione di stile possiamo rite¬ nere tolte all’antica città. Infatti, delle infinite dispersioni avvenute nei tardi secoli medioevali, chi può aver Capta 76 Fig-. 23. Partidlare del i’rotiro di S. Nicola a Bari, — 277 - Fìg. 24. — Capitello bizantino nel Duomo di Bari. tenuto conto ? Dove sono andati tutti i marini delle più che ottanta chiese rovinate o di¬ strutte in Ravenna e nel suo suburbio ? AniiOìiia - Anno li'. f-ig. 25, Base di una coionna nel pf>rtico laterale del Duomo di Bari. — 279 — Fig 26. — Base dì una colonna nel portico laterale del Duomo di Bari Rea ]iiù (li (]uanto ahl)iamo vista sinora dovctt’cssero quella città, nel medio-evo, una cava di marini lavorati! Rii mezzo di trasporto, agexole allora come oggi, le navi, dovette ben favorire i trasporti lungo tutto il litorale ! Kcco infatti i marmi di Ravenna a \'enezia e a Rimini, e giù giù sino"^ a Bari e a 27. — llase di colonna in S. Apollinare in Classe presso Ravenna. Otranto, a preferenza che nelle vicine città di Bologna, di Porli, di ImiTara, alle quali bi¬ sognava giungere coi carri ossia con viaggi più faticosi e malsicuri. Troviamo nullameno a Mantova un capitello dell antica Basilica L-rsiana (fig. 14); ma oltre che il trasporto non può essere avvenuto che, relativamente, di recente, si tratta di cosa non macchiimsa. Ognun sa che la cospicua chiesa a cimpre navate, del sec. iv, fu abbattuta nel 1733, (laU’architetto Oian Prancesco Buonamici, il cui nome vorremmo infa¬ mato nei secoli per (pranto di rovinoso compi in quello e in altri monumenti ravennati ; — 28i — ognun sa ch’ei si prevalse (oltreché delle transenne, dei plutei, di pezzi d’ambone ceed delle vecchie colonne e de’ capitelli per fare il pavimento della nuova chiesa, tagliando le une e gli altri a fette come si taglia il .salame! ben poco si salvò allora dalla bestiale strage, e dei capitelli delle navate, che noi sappiamo, solo due: uno ora in vS. Apollinare in Classe Fig. 28. — Base di colonna in S. Apollinare in Classe presso Ravenna. (fig. 15 e 16) e l’altro in S. Andrea di Mantova. Girolamo Fabri scriveva nel sec. xvii : (( Cinque ampie navi compongono questo nobile edifìcio e quarant’otto colonne di marmo greco lo sostengono compartite in quattro ordini, tra le quali le più grandi e belle sono le ventisei che reggono la nave di mezzo con i suoi capitelli variamente figurati, in alcuni dei quali vedendosi effigiata l’aquila e il capo d’ Ariete di mano di buon artefice congetturasi essere avanzi del Campidoglio ossia del tempo di Giove Capitolino che, come si legge — 282 — Fig'. 2Q. — Capitelli puglie-si del sec. XI o XII imitanti i bi/antini - Bari, S. Nicola. nella vita di S. Apollinare, i (dentili avevano in Ravenna» (i). Archeologia da seicento, per la quale ogni bestia si riferiva «al tempo degli Dei falsi e bugiardi»! Ma già il settecento, Fig;. 30. — Capitello pugliese del sec. XI o XII imitante i capitelli bizantini - Bari. il secolo del Muratori, metteva in quarantena la vecchia opinione si che Diligi Ainadesi (i) Haveìwa ricercata (Bologna, 1678), p. 51 (Venezia, 7664) p. 2,ei l-nstri Ravennati clxS^- Vedi anche le sue Sagre Memorie di Rav. antica,' rapino Pasolini. Part. I, (Bologna, 1678), p. 73. - 284 - scriveva clubitaiuld ; " Perchè alcuni scolpita portavano Ihujuila e l’ariete, indussero molti a cretlere che le colonne e i capitelli reliquie fossero del Campidoglic^ o del tenqrio di Giove che in Ravenna gentile fal)bricato aveva l’idolatria! » (i). Che i costruttori della chiesa di S. Nicola a Bari e della cattedrale d 'Otranto si gio¬ vassero di materiale anteriore molti hanno agevolmente veduto (2). Noi aggiungeremo che Pig- 31* — Pluteo pugliese del sec. XI o Xll imitante i plutei bi^iantini - Bari. Museo. diversi marmi sono di derimizione ravennate, e presentano ({nei caratteri hcah che li dif- feren/dano dalle sincrone produzioni scultorie d’altri paesi. D’altra parte, non solo da Ra¬ venna dovettero i costruttori pugli('si derivare quanto potevano jjer giovarsene nei nuovi edifici; certo anche dal territorio soggetto a Roma non riuscendo a trovarsi ch’essi aves¬ sero nel loro paese monumenti sorti tra il secolo v e x, da trasformare o da spogliare. (i) M l'tyopolitaìni di /dnvanm (Bologna 174S). (2) Cfr. Emilio Bektaux, Z-Virt daiis ì’Italie Meridionale (Parigi, 1904). — 285 — Fig. 32. - Capitelli del ciborio di S. Apollinare Nuovo in Ravenna. Ausonia - Anno IV. 36 — 286 — Non sono ra\'euiuiti i piccoli capitelli bizantini con le rispettive colonne ora della cripta del Duomo d 'Otranto, che sostennero certo in origine due cibori. Tre capitellini col paniere 33* — Capitelli del ciborio di S. Apollinare Nuovo in Ravenna. traforato e agli angoli quattro aquilette (fig. 17) =0110 da riferirsi al tipo di (luelli del ciborio di prete Mercurio in S- Clemente di Roma (514-52’,) (ilg. 18). Nè ravennati ■i)aiono gli altri tre pur del secolo vi, a forma di cubo, con dischi, '"aquile e croci non rispondenti al senti- mento dei iiiannorai di Ravenna; ina ben di là dev’esser derivato il gruppo dei capitelli ad una serie o due di foglie d’acanto curvaiitesi sotto una voluta schiacciata e unenlisi sotto il rosene (lìg. 19, 21, 23 e 24). Fig-, 34. — Capitello del Museo Vaticano in Roma. Tali capitelli, dove si vede il motivo ramano divenuto rozzo e'greve in medo tutto speciale; dove le volute si deformano sino a restare una semplice striscia a contorno delle foglie superiori, così da perdere il significato originario, dove il bottone o la rosa interposta agli — 2 ss angoli deH’abaco si deforma in un rozzo obugno» grossolano a sostegno del pulvino, sono caratteristici in Ravenna e si possono vedere in S. Apollinare Nuovo, in S. Maria Maggiore, in S. Agata, nel Battistero (fig. 2o) ecc. Ma una somma ben più notevole di marmi raven¬ nati si trova iiivS. Nicola da Bari, forse tratta da un solo monumenco. Troviamo là una diecina di capitelli del tipo di quelli ricordati (fig. 2i), e in ispecie di vS. Apollinare Nuovo (fig. 22), messi in oi)era nella parete interna rispondente alla facciata, lungo il muro perimetrale della navata sinistra e sopra alcune delle colonne isolate della navata maggiore pur dal lato manco; troviamo altri capitelli, pur ravennati nella facciata, sulle colonne che reggono le lesene e uno anche sulla colonnetta sinistra del protiro (fig. 23) di minori proporzioni ed uguale ad altri che si vanno scoprendo nella cattedrale di Bari (fig. 24), e specialmente negli archi del matroneo. E due frammenti marmorei di carattere schiettamente ravennate sono le basi (fig. 25 e 2ò) sottoposte alle due colonne del portico laterale della Cattedrale (i), basi identiche a quelle delle colonne di vS. ApoU’nare in Classe ornate di rombi includenti un fogliame, e di triangoli (fig. 27 e 28). E inutile aggiungere che tutti questi lavori bizantini, usati nella costruzione di monu¬ menti pugliesi, svariano da quelli lavorati appositamente anche nella materia, perchè sono in genere di marmo greco, come si dice usualmente, o di prozoiiuesio se si vuol specificare il marmo usato più abbondantemente in Ravenna. Il Bertaux indica materiale bizantino, anche per la chi. setta d’Ognissanti a Traili (2), ma non sappiamo se presenti caratteri ravennati; i quali sono cosi definiti da far fede che fossero lavorati da artefici della città romagnola allora popolosa e. come capitale, di primaria importanza. DaU'Oriente non crediamo che vi fossero portati più che i blocchi del marmo e le colonne. Solo in cpieste difatti si veggono le lettere o marche greche che, secondo alcuni, designano le cave 0 i cantieri di lavoro ; non mai su capitelli o transenne o plutei, tutte cose che se fossero state eseguite in Oriente e di là senz’altro trasportate a Taranto, a Roma, a Ravenna, a Barenzo, ad Aquileja dovrelibero presentare, non affi¬ nità, ma identità di lavoro tanto con ciò che rimane in Oriente (presunto luogo d’origine) come con ciò che si vede nelle città ricordate. Invece per ognuno dei luoghi ricordati, mentre riscontriamo un sentimento generale e uno stile concorde, vediamo, nel modo d’in- terpretarlo artisticamente e d’eseguirlo tecnicamente, varietà evidenti che assicurano trat¬ tarsi di lavorazione indigena. Gli stessi ornamenti marmorei delle chiese bizantine di Sa¬ lonicco, che più somigliano a quelli di Ravenna neU’insieme, mentre svariano nel partico¬ lare, più minnto e fine, e nelle proporzioni più svelte e gentili (3), presentano alcuni disegni assolutamente mancanti neH’ornamentazione ravennate (4). (1) Sono derivate da blocchi romani e lavo- (3) G. l. Yìivo\r.\, Le origini delta Avchiteiiura a te (la tre soli lati, il che prova che in origine I.ombarda, Voi. i (Roma, 1901), fig. 29,30, 35, il quarto lato aderiva al muro. (.)) Oji. cit. fig. 24, 26, 32, 33, 34. 102. Il (2) Op. cit., p. 358. Rivoir.v suppone che i ca}ntelli di S. Apolli- — 289 — Nè di poca importanza è considerare come i marmi bizantini messi in opera nella costruzione primitiva dei monumenti delle Puglie, servissero spesso d’esempio ai niarmorai di quel paese per eseguire quanto ancora era da fare, e come costoro, tanto per la mag¬ gior dolcezza della pietra quanto per ideale artistico, ottenessero maggior precisione e sot¬ tigliezza e profondità di solco (fig. 29, 30 e 31), cose che, arricchite da nuove fonti e nuove scoperte di motivi ornamentali, finirono per creare il tipo pugliese, il quale, pur essendo ben distinto, ha però le sue radici nelle zolle bizantine. XI. — Nella Cappella detta delle Reliquie in S. Apollinare Nuovo di Ravenna si tro¬ vano confinate le quattro colonne di porfido e i quattro capitelli che in origine sostennero il ciborio sull’altar maggiore. Due capitelli cubici a traforo inghirlandati di rami d’olivo sono de’ soliti ravennati, ma gli altri due diversificano completamente per composizione e per esecuzione (fig. 32 e 33). Consistono essi di una serie di foglie diritte su cui, in tre fascie sovrapposte, ricorrono listelli, frutta e serpi stilizzati {tiraci). Negli angoli si svolgono le volute. Finora abbiamo trattato di oggetti d’arte estratti da Ravenna : quei capitelli invece debbono essere stati trasferiti a Ravenna da Roma. Sono infatti capitelli provenienti da un tempio consacrato al culto egiziano nel sec. ii. Uuvaeiis, serpente sacro, era venerato dagli Egizi come simbolo della regalità e della divinità. Do si riscontra frequentemente nei templi isiaci e anche in alcuni monumenti della Fenicia (i). Ai due capitelli da colonna ora in Ravenna corrisponde perfettamente un capitello da pilastro ora nel Museo Vaticano, proveniente da uno scavo di Roma (fig. 34). È da ritenere quindi che quelli pure derivassero in antico dallo stesso tempio. Corrado Ricci. nare in Classe « perchè non si adattano tutti convenientemente ai rispettivi fusti » non fossero eseguiti sopra luogo Ora simile mancanza di precisione, in quella chiesa come nelle altre ra¬ vennati, si riscontra anche nella parte mura¬ ria che non può esser fatta se non sopra - juogo Oltracciò quei capitelli sono identici ad altri fatti in Ravenna un buon terzo di secolo prima, per S Andrea dei Goti e recanti il mo¬ nogramma di Teodorico. (i) E. Renan, Mfssfew.pl g; Perrot et Chi- PiEZ. Hìsfoire de Vari dans Vanti quité, toni iir, fig 61; Pierre Gusman, L’/Jrf decoi'flff/ Rewic (Parigi, 1908) fase. II. tav. 30. Aiisoflia - /nno )V. 37 VARIETÀ * NOTIZIARIO RECENSIONI \ i ■'Ti VARIETÀ IL BOSCO SACRO DELLA NINFA FURRINA E IL SANTUARIO DEGLI DEI SIRI SUI. GlANlC(JLO L’attenzione degli studiosi sui bosco sacro della Ninfa Furrina, tristamente celebre nella storia per la morte ivi avvenuta nel 121 a. C. del tribuno C. Gracco, fu destata nel 1916 e resa intensa per merito specialmente dal signor Paolo Gauckler, che Illustrava in quell’anno con un accurato studio i rinvenimenti avutisi di recente nella villa Wurts, già Sciarra, al Gianicolo. Quivi in occasione di lavori per la costruzione di un padiglione di guar¬ dia, a poca distanza dal l 'iale Glorioso, eran venute alla luce diverse iscrizioni greche e latine menzio¬ nanti insieme con le ninfe Furrine, alcune divinità siriache, come Adados, Adados Libaneotes, Adados Acroreltes, ìupiter Maleciabrudes, Zeus Keraii- nios (1). Le conclusioni cui era venuto il Gauckler in base all’esame dei nuovi testi epigrafici, compa¬ rati con altri di uguale provenienza, e studiati in rap¬ porto coi luoghi dove detti testi furono scoperti, erano state da una parte il riconoscimento del Lu- cus Furrinae nel declivio a fortissima pendenza della villa Sciarra, e l’identificazione della dea Furrina arcaica con le ninfe Furrine delle iscrizioni dell’e¬ poca imperiale (2), dall’altra la convinzione dell'esi¬ stenza di una sorgente nel fondo del bosco sacro, sorgente che alla fine del secondo secolo dell’era nostra dovette fornire l’acqua lustrale necessaria ai bisogni di un tempio degli dei siri, da poco stabi¬ liti nel Incus, non lungi dal ninfeo primitivo (■). (i) Le iscrizioni furono a più riprese, e brevemente, pubbli¬ cate dal Gatti in Bull. coni. 1906, p. 332, e in Notizie degli Scavi, 1Q06, p. 248 e seg. (cfr. p. 433), e da Vaglieri, in Nat. Scavi, 1907, p. 88 e seg. Il Gauckler ne fece oggetto di una comunicazione aH'Accademia delle iscrizioni e belle lettere fConi- ptes rendìis des séances de V Acadèniie des Insci iptions et BelleS'Lettres, 1907, p. 135-159), e ne^trattò poi ampiamente in Bull, coni., 1907, p. 45-81. Dopo di lui il sig. Clermont-Ganneau le illustrò nuovamente e diffusamente in Comptes rendus, 1907. p. 250-258, e in Recueil d'arch. orientale. Vili, 1907, pa¬ gina 51-59. Furono quindi pubblicate e studiate di nuovo dal- Simili conclusioni vennero poste seriamente in dubbio dall’Huelsen, che in una conferenza tenuta nell’Imperiale Istituto Archeologico di Roma il 19 aprile 1907, e poi in una memoria inserita nelle Mit- teUungen di detto Istituto, 19 »7, p. 225-254, non solo combatteva alcune delle congetture del Gauc¬ kler, ma le definiva addirittura concezioni poeti¬ che (4). Il Gauckler rispondeva con uno studio pieno di limpidezza e di acume (La source du lucus Furrinae au Janicule) inserito in Mélanges de l’Ec. franf. de Rome, 1908, p. 283-336, in cui mostrava anzitutto la logicità delle sue induzioni in base al¬ l’esame della stratificazione geologica del colle Gia- nicolense, e alla configurazione speciale della località in questione; e aggiungeva poi varie constatazioni sull’analisi dell’acqua da lui creduta proveniente da sorgente locale, e sul grado costante di temperatura dell’acqua stessa, e sulla sua varia abbondanza a se¬ conda delle stagioni, che davano già una piena con¬ ferma a queste sue induzioni, quando un fatto ina¬ spettato, l’improvviso impoverimento d’acqua di un serbatoio, e la conseguente assoluta necessità in cui si era trovata la « Società del Gianicolo » pro¬ prietaria del bacino, di porre riparo al grave incon¬ veniente, avevan messo lui, Gauckler, in condizione di risolvere definitivamente, il problema, ricono¬ scendo, con l’esplorazione di un antico pozzo esi¬ stente nella proprietà Wurts, tutto un sapiente si- I’Huelsen in Alittcil. des kaiseil. deutschen ai eh. Inst., rorn. Abt., XXII, 1907, p. 225-254. Cfr. del resto Gauckler, Bull, coni., 1QO7. p. 45, n. I ; Comptes rendus, 1908, p. 510, n. 2; JMèlanges de V llcole francaise de Rome, XXVIII, 1908, p. 283, num. I. {2) C, I. L. VI, 422 — Gauckler, Bull. coni. 1907, p. 71: Comptes rendus, 1907, p. 153 e seg. ; cfr. HUELSEN, RÒm. Mitteil., 1907, p. 250 e seg. (3) Gauckler, Comptes rendus, 1907, p. 135- 159; Bullett. coni,, 1907, p. 45-81 ; cfr. Mélanges citate, 1908. p. 285-286. (4) HuelsEN, Rum. I^Iitteil., 1907, p. 253. 19 20 sterna romano di allacciamento delie acque Furriiie. Frano infatti queste le stesse acque che, dando (in dai tempi preistorici un rigoglio di vegetazione selvaggia al declivio Gianicolense, avevano ai pri¬ mitivi abitatori del colle ispirato il sacro orrore della presenza di un nume, e avevan localizzato in quel punto il culto della ninfa Furrina, continuatosi poi tra l’esuberanza di una flora vigorosa, aU’ombra di un Incus disposto a boschetti e piantagioni di grandi alberi, mentre le acque incanalate furono aH’nscir del terreno raccolte in un bacino e con¬ dotte a far bella mostra di sè (5). ratiere di semplici ricerche di sorgive acquifere, e continuarono poi apertamente come esplorazioni di carattere unicamente archeologico. Le indagini furono accuratamente condotte e dapprima generosa¬ mente sovvenzionate e dirette dai signori Georges Nicole e Gaston Darier di Ginevra, che le compi¬ rono in due campagne successive, svoltesi dal 28 maggio al 30 giugno 1908, e dal 9 novembre 1908 alla line di aprile 19li9; quando poi. 1’ ausilio dei suddetti Nicole e Darier venne a mancare, la Società Immobiliare del Gianicolo con fondi propri con¬ dusse una terza campagna di scavo, dal maggio Pianta del Santuario dalle notizie deg:)i scavi, igoq, tav. a p. 410. Restava da assodare resistenza del tempio de¬ dicato alle divinità siriache, e a questo scopo si provvide con scavi che rivestiron dapprima il ca- al 20 giugno I90t), giorno in cui i lavovi furono completamente sospesi (6). I resultati di questi scavi sono di tanto interesse e cosi nuovi che mette conto parlarne per esteso. Le costruzimii messe allo scoperto ci rivelano con ogni evidenza non meno di tre sovrapposi¬ zioni di edilìzi, distinguentisi perfettamente fra loro (5) A questo g:randioso ninfeo apparteneva forse la iTiag:nificr vasca monolitica in marmo di Caristos (m. 2,09 X 2,50 X 0,65), di cui e parola in Gauckler, de rJù olr frauraise de Rome, igo8, p. 532 e seg:. (6) Su questi scavi cfr. Gauckler, /.es /(unlles dn « Lìichs Fuììinae » ù Rome in Compiei. ieìidiii> de IWcùdèmie des iìiscìif)lioìiì> et belles-lettres, 1908, p. 510 e seg. ; La òanrei' du Ì.ULìts Fìat lìiae aa Janìaile, in Mèlaa^^e^, de VEeole fianc. de Rome, 1900. p. 283 e seg^gf. i Nuvole et Darier, J.e sa)ìc~ tìtaìt e des dieux ot letitan.v aa Jann ule, ibid., 1909, p. i e segg.: CìAUCKLER, dernieti. fésultats des fonìlleì: an Jatiiciile, in Cotuptei, teudus, etc., 1909. p. 225-227; Le compie hèliopoli- tatti et la Triade ì.olaite (hais le ^.atK tuaìre syrieti da faìens l'urrinae a Rome, in Mèlatti^es, etc.. 1909, p. 239 e seg:^. ; I.a nativitè de la dèe^se Syrietaie « Alai v^ali:^ », in Comptes tendus, 1909, p. 424 e segg:.; Les det tiieres t echerches datis le sanetìiah e SVI ieti du Liicus Furriuae a Rottie, ibid., p. 490- 492 ; Les trois temples supetpoi,ès du « Lueus Fut riuae », ibid.. p. 617 e seg;g:.; Gatti, Not. detylì Seaid, 1908, p. 262-263; Bullctt. iomuìiale di Rottia, XXXVdl (1909), p. 97-106, 298-302; PaSQUI, Xot . deyli Scavi, 1909, p. 389 e segfg;. Vennero date altresì più o meno notevoli notizie dei trovamenti gianicolensi in giornali, rivi¬ ste di varietà, ecc.; ma per esse rimando alle notizie date qua e là dagli autori nella bibliografia innanzi citata. F^icorderò solo che il GaUc:k1-ER promette (cfr. Comptes t etidus, 1909, p. 619, n. 2), una nuova monografìa da inserire nelle Mèmoircs prèsetifés par divei s saiuiuts a rAcadèmiedes Itisct iptious et belles'lettres. Si occupano altresì degli scavi nel « Lucus Furrinae»; G. Per- ROT in Comptes t etidus, etc., 1908, p. 116-119, e in Journal des Savaiits, 1909, p. 136-137; CSERAtELYI, Tetnpel des Hadad und dei Atarteiatis am Janiculus in Kìizlony Egrctemes Pliilologiai (= Zeitschr. f. die gesamte Philolog.) XXXIII (1909), p. 311-312; Revìo' Aìiheoloy^ique, 1909, p. 141-143; G. WlSSOWA, in lietlaier philol. M'ochenscla ift, 1909, sp. 1538-1541; Journal ()f Ilellenu Studies, XXX, (1910), p, 171-172; PERICLE DU¬ CATI, in Atene e Roma, 1910, p. 38-39. 22 2l per la diversa orientazione e pei generi vari di costruzione. 11 nucleo più antico di rovine, che è insieme quello che per essere il più profondamente sotto¬ stante al piano attuale di campagna, fu l’ultimo ad essere scoperto, è un intreccio complicato di muri, che pareva non rivelassero ancora, quando il Ni¬ cole dirigeva i lavori, una funzione ben definita, e che furono perciò da lui vagamente attribuiti al se¬ condo secolo a. C , senza una determinazione più ionas, e sorto, a giudicare dall'apparecchio struttivo del muro a sistema di mattoni triangolari applicati contro una muratura piena, in quel breve periodo di tempo in cui l’ imperatore Nerone accordò il suo favore al culto della dea Atargatis (9). La quale opinione è certo quella che si presenta con la maggiore parvenza di vero: una costruzione gran¬ diosa quale la suppone il Pasqui diviene infatti alquanto inverisimile se si pensa che è sproporzio¬ nata allo scopo di raccogliere una vena d’acqua Fig. I. — Allineamento di anfore vinarie in direzione est-ovest. (da Pasqui, Aot. degli scavi, 1909, p. 405, fìg. ii). precisa (7). Pel Pasqui invece essi sono un’opera grandiosa del primo secolo dell’impero, una piscina vera e propria intesa a raccogliere e a distribuire una parte delle acque Furrine, essa stessa continua¬ zione di un muro repubblicano a parallelepipedi di tufo, destinato a contenere le acque di filtra¬ zione a monte; quando poi per la prima costru¬ zione del santuario, il livello delle acque venne a rialzarsi, la piscina venne utilizzata come smalti¬ toio delle acque (8). Pel Gauckler infine essi sono i resti di un vero e proprio primo tempio delle divinità siriache, tempio anteriore a quello di Ga- (7) Nicole et DarIER, Le sanctuairc, etc., in Mèlanges 1909, p. 27-28. (8) Pasqui, in Noi. degli Sca7>i, 1909, p. 407 e seg. assai povera, e difficilmente d’altronde essa po¬ trebbe dare una spiegazione logica alle affinità esistenti tra i resti più antichi, e il temenos e il tempio successivo, detto di Gaionas, e in ispecie all’esistenza sotto il terrapieno di anfore del mede¬ simo tempio di Gaionas, di un analog'o ordine di giarre verticali, poste evidentemente per una ragione rituaie simile a quella del temenos superiore (10). Assai più notevoli dei resti più antichi sono gli avanzi del tempio di quel Gaionas, cistiber Angustomm che ci è ricordato, — specialmente quale veneratore delle divinità siriache, — in pa- (9) Sueton., Xero, c. 56 ; cfr. GauCKLER, Comptes ren^ dus, etc., 1909, p. 645. (10) Gauckler, Qompies reudus, etc., 1909, pag. 643 e fìg. 4. •23 24 recchic iscrizioni (11). Il santuario di Gaionas, orien¬ tato nello stesso senso clic i muri del più antico edilìzio, ed in parte ad esso sovrapposto, ha la¬ sciato di sè poco più che alcuni muri superiormente screstati e due piccoli vani pavimentali a mosaico lungo cui corre un canale. Ma quello che costi- deirallineamento di anfore correnti da est ad ovest, si scavò un fossato profondo, il cui terreno fu ri¬ gettato verso il temcnos rialzandone così il livello; e la scarpata dcH'aggere cosi cr.ato fu allora con¬ solidata mediante tre ordini di anfore panciute per olio coricate per un sol verso, e collocate nel me- F'ig:, 2. — Anfore oleari nella scarpata dell’ a^gere. (da PasQUI, AW. SCIITI, 1909, p. 494, tìg. 9). tuisce la più notevole sua peculiarità è il suo teme- nos, che oltre ad essere perfettamente orientato da nord a sud, e ad aver le arterie mediane corrispon¬ denti esattamente al cardo e al decumanus della delimitazione augurale (12), ci presenta degli allinea¬ menti di anfore assolutamente nuovi finora nelle cerimonie rituali. Alla limitazione del tempio do¬ vette invero servire, secondo l’opinione del Gau- ckler (13), runica fda di anfore vinarie, iniìsse per la punta nel suolo, con la pancia tangente, iir di¬ rezione est-ovest (lìg. 1 ), mentre ad indicare il de¬ cumanus dovette servire l'altro ordine di anfore che, in direzione nord-sud, si fece correr normale alla prima fila di anfore anzidetta. Ma al di qua (II) C. I. L., VI. 420 -- :5()764; ^2316 = Kaibhl, C. 1.(1. 1. 1512 - Insci'. (ìraec. ad res rom. pertin., p. 89, n. 23^ C. I. L., XIV, 24 Cfr. CìAUC^KLKl^, Cdinph's ìohìhs, 1907, p. 139; Jiìilì. coni,, 1907. p. 55 e segg.; HuhlskN, Mittril. kai\. desimo senso di una delle pareti lunghe dell’ edi¬ lìzio (lìg. 2), onde all’aggere si dette consistenza e un’altezza adeguata, venendosi in pari tempo a costituire con esso, insieme con le difese della prima lìla d’anfore, e del terreno della trirìcea in¬ termediaria, una barriera inaccessibile che assicu¬ rava il tempio da qualsiasi profanazione. Che le an¬ fore fosser destinate infatti a rappresentare, quale favissa, delle cerimonie rituali compiute, è cosa che si deve assolutamente escludere, perchè è chia¬ rissimo che esse furon deposte nel terreno in una sola volta, e non in moltissime occasioni successive, come, viceversa, sarebbe dovuto accadere (14). La favissa vera e propria fu invece costituita in clig. sèiiiitigncs, p. 445. n- 8; Hu- GUES Vincent, Cnnaan d'npii's l'rxployalion yiccntc., p. 191 e seg, 29 30 dicato (29). La presenza di questo cranio umano nel tempio ci si presenta, certo, come uno dei tanti enigmi che ci offre il culto degli dei siri sul Gianicolo; e alquanto misteriose sono altresì le povere tombe disseminate qua e là nel sacro recinto, — e perfino in uno dei vani fiancheggianti la cella del sacello occidentale, — scavate nella terra e coperte soltanto di grossi tegoloni. Le dette tombe sono sepolte nel terreno ad un livello inferiore a quello del pavimento dei vani, non presentano orientazione costante, e si trovano solo, per lo più, parallele all’andamento delle pareti, lungo le quali furono in genere disposte. Incerta è i’epoca della loro deposizione. 11 Pa- squi inclinerebbe a credere che le inuma¬ zioni avessero luogo già nei tempi del pieno fiorire del santuario, dal tempo anzi dell’esi¬ stenza del santuario di Gaionas (,30). Nè egli sarebbe alieno dall’ ammettere che avesse qualche relazione con queste tombe il cranio umano scoperto in quella specie di scatola che era scavata nel fondo della nicchia cen¬ trale del santuario occidentale. 1 cadaveri de¬ posti nelle tombe potrebbero essere per tanto di personaggi o di sacerdoti addetti al sa¬ crario. Ma il Nicole al contrario (31), e col Nicole il Wissowa (32), sarebbero dell’ opi¬ nione — e ci par cosa maggiormente proba¬ bile — che le inumazioni avessero avuto luogo solo quando il santuario non era più adibito a scopo di culto. Certo, Tesser una gran parte dei bolli laterizi pertinenti al l’età di Commodo e di Settimio Severo potrebbe testimoniare a favore della opinione del Pa- squi, ed è cosa altresì notevole che i fram¬ menti della statua di Faraone in basalte siano stati rinvenuti in uno strato più superficiale di quello delle tombe; ma non si deve di¬ menticare che, oltre alTessersi rinvenuti an¬ che non rari bolli di officine contemporanee e posteriori a Diocleziano (33), altre diffi¬ coltà non lievi si oppongono all’ ammettere che le tombe fossero contemporanee del fiorire de! culto nei santuari. Quanto tempo durasse il culto delle divi¬ nità siriache nel luogo recentemente esplo¬ rato, e a quale età le diverse costruzioni succedutesi debbano effettivamente asse¬ gnarsi, è anch’essa questione moltocontroversa. Noi abbiamo già visto che le costruzioni di epoca più Fig. 4. — Statua di Dionysos. i : io. (da Pasqui, Not. degli scavi, 1909, p. 396, fig. 3). (29) Gauckler, Comptes rendus, 1908» p. 529. Anche que¬ st’opinione del Gauckler non può non lasciar però alquanto diffi¬ denti. Cfr. The Joìirnal of hellenic Studies, XXX {1910), p. 172. (30) Notizie degli Scavi, 1909, p. 409. (31) Nicole et Darier, 0. e., p. 85. {32) Berliner philotog. ÌTochenchrift, 1909, sp. 1540. (33) Pasqui, Notizie degli scavi, 1909, p. 409. 32 31 remota — indubbiamente del primo secolo deH’ini- pero — si vogliono dal Gauckler creder pertinenti a un santuario primitivo stabilito Un dai tempi di Nerone, mentre pel Pasqui esse non sono die gli avanzi di un’opera intesa a disciplinare il regime delle acque del colle Gianicolense. Indubbia è in¬ vece l’età del santuario di Gaionas, il quale si ri¬ porta sicuramente al tempo dell’ impero comune di Marco Aurelio e di Commodo; poiché certo, al 176 d. C. è da riferire la lapide dedicatoria di Gaionas (34), e al tempo intercorso tra il 175 e il 185 d. C. altre iscrizioni dedicate da Gaionas o (34) Gauckler, Comptcs rcndus, 1908, p. 525; 1909, p. 622; J^h'dangcs, 1908, p. 323 : Nicole et Darier, o. c., p. 63 e seg., 82. Suireditizio di Gaionas e sul dedicante cfr. GauCKLER, Com- ptes rcndus, 1909, p. 622, n. i. da altri devoti. Anche i frequenti bolli di matton dei tempi di Settimio Severo, come tutto l’aspetto esterno del cosiddetto edificio di Gaionas ci ven¬ gono a richiamare agli ultimi anni del secolo se¬ condo dopo Cristo. Molto controversa invece è la questione sull’età del santuario più recente. Il Nicole penserebbe che esso dovesse appartenere ai pri. mordi del quarto secolo dopo Cri¬ sto, e che in ogni modo dovesse esser posteriore ai tempi di Ela- gabalo, poiché se fosse anteriore o contemporaneo ai tempi di questo imperatore, gli scrittoti ce ne avreb¬ bero serbata indubbiamente noti zia (35). Ma egli non osserva — nota giustamente il Wissowa(3)) — che pel tempio gianicolense, trattan¬ dosi di un edifizio costruito da pri¬ vati, e non dedicato precisamente agli dei di Ernesa, l’argomento del silenzio degli scrittori ha poco va¬ lore; onde, pur durando l’impero di Elagabalo — che per introdurre a Roma il culto degli dei di Emesa costruì loro due templi — potè be¬ nissimo sorgere quest’altro santua¬ rio. E il rinvenirsi di sepolcri nel l’ambito del tempio, sepolcri che sono da riportare, sempre secondo il Wissowa, ad età posteriore al fio¬ rire del culto nel sacro recinto, fa¬ rebbe logicamente supporre che si dovesse riferir questo ad un’età al¬ quanto più remota, la quale starebbe bene certamente entro i confini del secolo terzo dopo Cristo. Senonchè ad età ancora posteriore a quella assegnata dal Nicole crede¬ rebbe necessario doversi richiamare il Gauckler, il quale suppone la co struzione delfultimo tempio contemporanea alla ri¬ fioritura di paganesimo tentata, e in parte compiuta da Giuliano l’Apostata (37). Ma quest’opinione in¬ corre in non piccole difficoltà, già in parte esposte, per le quali noi non sapremmo non diffidarne gran¬ demente. E cosi il numero dei problemi che il santuario (35) Nicole et D.arier, 0. c., p. 84. (36) BeìUiicy phihdog;. ÌVocheuscìnift, 1909, sp. 1540. (37) Gauckler, Mèìaìig^es, 1909, p. 245, 261; Comptcs reudus 1909, p. 618, 645 e segg. Fig- 5 — Idolo di Atargatis (?). i : 6. da Pasqui, Noi. drgli scavi, 1909, p. 403, fig. 8). 33 34 gianicolense ci pone si complica sempre più. Tra i quali problemi dobbiamo, fra l’altro, aggiungere quello che fu da alcuni proposto, se la divinità ve¬ nerata nei tre templi succedutisi fosse sempre la stessa (38), e, se, pur ammesso che oggetto princi¬ pale del culto fosser sempre gli dei siri, le statue di Dionysos, di Faraone egiziano, ecc , dovessero ri¬ tenersi oggetto di un vero e proprio culto gemello, 0 non piuttosto testimonio di semplici offerte de¬ vote. 11 Nicole crede infatti che gli dei siri apris¬ sero le porte del loro tempio anche ad altre divinità, e che non escludessero i culti del mondo classico; per tal modo le divinità greco-romane sarebbero state venerate come dèi cróvvaoi o (39); ma questa opinione non è del tutto convincente, e foise è piu verisimile l’altra che pone le statue rinvenute tra quelle costituenti degli « ornamenta aedium » e non fra i « sinml.xra deorum » (40). Noi dobbiamo esser in ogni modo assai grati ai signori Gauckler e Nicole, oltreché per aver saputo (58) Di ciò, peres., dubita il Pasqui, A^. S , igog, p. 403. (39) Nicole et Darier, o. c., p. 83 e seg. (40) WiSSOWA, Berline! plìilolog. If'ochenscln i/ t, s'p. 1540. Nè il Gauckler nè il Pasqui trattano della questione, e il Gauckler con le loro scoperte rivelarci dei fatti cosi nuovi, e per aver posto alla scienza dei problemi di tanta importanza : fatti e problemi che essi han cercato di illustrare con prontezza e con multiforme attività che fa loro veramente onore. Tutta la ricca e com¬ plessa vita delle religioni orientali acquista con i nuovi rinvenimenti, in ispecie con quello dell’idolo sacro di Atargatis, un lato di luce nuova c inspe¬ rata , c cosa di non lieve interesse è pure quel ri¬ mescolamento di elementi orientali e greco-romani, cristiani e pagani che nell’aspetto cultuale e in quello architettonico ci hanno offerto i nuovi ritrovamenti- 1 quali, nei loro resultati, come nei dubbi che han sollevato, sono pegno di ulteriori e ugualmente no¬ tevoli scoperte, che noi auguriamo sollecite pel bene della scienza, in una ripresa degli scavi, in un modo 0 in un altro, prossima, nella quale i problemi pre¬ sentarci possano trovare una più larga e piu sicura soluzione. Salvatore Aurigemma. forse si riserva di discuterne ampiamente nella monografia che pro¬ mette di inserire in Mèmoires prèsentès par divers sava/iti à V Académie des inscriptions et belles lettres (cfr. Comptes ren- dus, 1909, p. 619, n. 2. 35 36 NOTIZIARIO S('AV1 nrjJ.A MISSIONI'. ri'AlJANA IN CKI'TA Candia, 5 giugno 1910. La Missione archeologica italiana in Creta ha continuato quest’anno lo scavo di Haghia Triada, estendendo le sue ricerche a Nord del cosi detto costituiscono un portico cstcndentesi innanzi a un muro nel quale si aprono, in corrispondenza con gli spazi daH'uno all'altro pilastro, otto grandi am¬ bienti rettangolari (m. 5.25 X 3.95 circa : tali am¬ bienti, per la la loro posizione e per il materiale bastione {Meni. Ist. Lonib. XXI, p. 245) e ad Est del « magazzino dei sacelli (ibid., p. 242). Nella prima di queste località fu messa in luce un’am¬ pia strada, della lunghezza di c. 45 m. e di una larghezza che varia da m. 4.75 a m. 8, orientata da Nord a Sud e fiancheggiata ad Est da otto grandi pilastri quadrati (d. c. 85 cm di lato), che in essi rinvenuto (in massima parte frammenti di grandi pithoi), non possono essere se non botte¬ ghe pubbliche, di modo che è lecito supporre che ci troviamo qui nell’agorà di H. Triada. Tale tro- vamento non è privo d’importanza, non essendosi finora rinvenuto nulla di simile nelle altre antiche città cretesi venute in luce (Palaekastro, Gournià, 37 38 Zakro). 11 lato Ovest della strada è fiancheggiato da un fitto gruppo di case, nelle quali si possono distinguere vari periodi di costruzione. 11 portico e le botteghe appartengono al periodo del secondo palazzo, e servono perciò a fissare la cronologia della scala che mette al « bastione » e zione isolata dal palazzo, che venne interamente scoperta e che risultò costituita, nelle sue parti principali, di un cortile centrale, sul cui lato Est sono allineati quattro ambienti, due dei quali con ingresso a due colonne. Una scala porta a un piano superiore o a una terrazza. che è con essi in relazione strettissima. 11 carat¬ tere dijfortifìcazione del « bastione », già dubbio {Mem. !st. Lemb. XXI, p 246), appare sempre più improbabile: il Prof. De Sanctis ha emesso l’ipo¬ tesi che si possa trattare di un locale, forse pos¬ sesso, destinato ad uso di tribunale. I trovamenti mobili non sono stati molto nume¬ rosi: degni di nota sono, oltre gli avanzi ceramici già ricordati, una bella lampada bilicne di pietra e alcuni frammenti di stucco dipinto facenti parte della decorazione del portico e recanti un ornato di rosette e di fasce parallele variopinte, in tutto analogo a quello del sarcofago dipinto. Gli scavi a Est del « magazzino dei sacelli » hanno dimostrato che esso fa parte di una abita- A Lebena, continuando gli scavi iniziati nel 19 0, si è isolato il tempio con la sua terrazza e la stoa, si sono scoperte le istallazioni dei bagni e degli stabilimenti termali deH’età romana e si è scavata per intiere la chiesa bizantina fabbricata con mate¬ riale antico sul colle di Haghios loannis UscroyoXo:. Notevole in quella chiesa a tre navate è la vasca battesimale perfettamente conservata. La missione ha scavato inoltre, nella località detta ’c ras TtXa-ociaic o su presso il villaggio di Siva (a tre quarti d’ora a Sud di Fiesto), due tholoi del periodo Medio Minoico I. Di tale scavo verrà dato conto al più presto negli Atti dell’Islituto Veneto. A. LEV! DELLA ViDA. 39 40 A N I C II I r A E (x E E * ( 1 908- 1 909) Grecia. Leii/ciìS. — 1 l;!vori del prof. Doerpfeld per ri- iiicftcre in luce redillzio in cui egli riconosce il irakizzo di Ulisse, sono contirnuiti nel 1908 e ne 11, nino scoperte le fondamenta che sole si conser¬ vano. Ma vicino a queste egli ha rinvenuto cin¬ que sepolcri fatti a circoli di pietre (variabili in iliamctro da m. 5 a m. 9) entro i quali si aprono lo fosse funerarie. In uno v’era una tomba a pithos- Questi sepolcri con circolo di pietre rassomigliano alle tombe a fossa di Micene, che pure erano co¬ perte da un tumulo contenuto entro un muro cir¬ colare e il Doerpfeld crede che siano i sepolcri reali di Ithaka, appartenenti al palazzo. Da uno di essi provengono tre pugnali di bronzo. Fu scoperto anche un altro tumulo cinto da muro circolare (diam m. 12) entro il quale si osservarono circa dicci seppellimenti coi cadaveri contrari 1 v^asi e gli oggetti enei sono simili a quelli delle tombe dell’età del bronzo di Sesklo e Dimini. fW. Doerpfeld, Fiinfter Bnef iiber Leiikas — Ithaka: Scavi del 1908. Atene, 1909). A k'efallenia vicino alle tombe del villaggio di Mazarakata che furono scavate nel 1899, il pro¬ fessor Kavvadias nel 1908 ha rimesso in luce una necropoli di tarda epoca micenea, che consta di una dozzina di tombe scavate nella roccia e acces¬ sibili per mezzo di corridoi. In ogni tomba si sono constatati da uno a quin¬ dici seppellimenti, e i cadaveri non si trovano stesi ma posti sul fianco, coi ginocchi contro il petto, nella posizione rannicchiata comune nelle più pri¬ mitive tombe cicladiche. L’esistenza di una tale necropoli prova non solo l’importazione di oggetti micenei, ma la presenza di una popolazione micenea in quel luogo, presenza tanto pili notevole quanto più il luogo è ad occi¬ dente rispetto al mondo miceneo. (Kavvadias, ’Avo(a-/.ocia'i èv Iv£'fa)ArjVÌa). Nel redigere questo notiziario per la Grecia mi sono state di molta utilità, oltre le pubblicazioni speciali, le ampie note favo¬ ritemi dal dottor Karo e le notizie raccolte dal signor Daw¬ kins nei suoi articoli, .h c/nteolngy in Greeie, del Journal nf Per la questione dell’Ithaka di Omero interessa di ricordare che il sig. A. E. H. Goekoop, facendo un minuzioso studio topografico di Kefallenia, in¬ coraggiato dalle scoperte micenee ivi fatte per opera del Kavvadias, ha creduto di poter concludere che « l’acropole et la necropole de Mazarakata ne peu- vent ètre autres que celles d’Ulysse ». (A. E. H. Goekoop, ìlhaqne, la grande, Athènes, 19L)8). .y.jf Ad Olimpia gli scavi del 1908 hanno defi¬ nitivamente provato che colà esistono strati molto più antichi che non si credesse. Fra l'Heraion, il Pelopion e il Metroon si sono scoperti infatti gli avanzi di varie case preistoriche, quattro delle quali sono conservate in modo da lasciar scorgere la loro forma originaria. Sono fatte a vano rettangolare terminante da una parte con un’abside semicircolare c la loro costruzione ras¬ somiglia a quella dei muri di Leukas e di Kakó- vatos (Ithaka e Pylos secondo il Doerpfeld). Dalle case absidat. provengono utensili di pietra, coltel¬ lini di ossidiana, e vasellame fatto a mano, mono- cromo, talvolta con incisioni riempite di bianco, vasellame del genere trovato pure nelle altre due località sopramenzionate. Nessun oggetto di metallo è finora comparso. L’angolo nord-est del Pelopion sta appunto al disopra dell’abside di una casa preistorica e ivi ben si distingue la stratificazione più antica; sotto al muro del Pelopion di epoca ellenica classica si stende lo strato geometrico ; più in basso è la casa preistorica, e sotto a questa, la tomba di un fanciullo con vasi preistorici donde si vede che l’antico pe¬ riodo ebbe lunga durata. Cocci preistorici si sono trovati pure sul monte Kronos e sopra l’altura a un chilometro ad est di Olimpia, ove si crede fosse l’antica Pisa. Un’ulteriore esplorazione nella primavera del 1909 ha permesso al Doerpfeld di affermare che lo strato preistorico, cui appartengono le case absidate, si ?{,-Ucnic Studi’-s XXVII! (1908) e XXIX (igog). Per Creta mi sono procurato informazioni dirette dei singoli scavi con l’aiuto cortese di quelli che U hanno eseguiti e ai quali rendo vive grazie. 4 42 stende dal Metroon verso est, sotto la terrazzo dei tesori, terrazza che così apparisce di formazione artificiale. 11 cosi detto altare di Giove non sarebbe in realtcà altro che l’assieme di due di tali case. 11 villaggio preistorico è coperto da uno strato di sabbia e ciò indica ch’esso fu distrutto e sepolta da un’alluvione, ma nulla si può stabilire circa la durata del periodo intercedente fra la distruzione di questo villaggio e il sorgere del santuario po¬ steriore. {Athenische Mitteilimgen XXXlll (1908), p. 185 e segg.). Nella primavera del 1908 l'istituto germanico di Atene ha finito di esplorare le tombe a cupola di Kakóvatos, nel sito che il Doerpfeld ha identi¬ ficato con la Pylos omerica (cf. Ausonia, II, 1907- p. 108 e segg.). Gli avanzi di vasi, di ornamenti di bronzo oro argento, ecc. ivi trovati ci confermano che tutte q'.ieste tombe sono contemporanee delle grandi tombe a fossa di Micene. Nel 1909 Io Skias, vuotando un’altra grande tomba a cupola di Pylos, ha trovato frammenti di vasi dipinti del tutto simili a quelli bellissimi di Kakó¬ vatos pubblicati dal Muller. {Ath. Miti. XXXIV (1909) p. 269 e segg.). A nord di Kakóvatos, fra Samikon e la costa, l’istituto germanico di Atene, nell’estate del 1908, ha pure scavato un castello con bei muri ciclopie, e resti di case, che il Doerpfeld attribuisce all’ome¬ rica Arene. Vi si sono trovati cocci preistorici mo¬ nocromi e qualche frammento miceneo. (Archaeoi. Anzeiger 1909, c. 120). A Sparta nel temenos di Artemis Orthia negli strati più bassi si sono trovate ceneri e fram menti di vasellame geometrico, i quali provano che in quel luogo il culto di Orthia fu più antico di qualsiasi costruzione ivi esistente. Ma, quel che più interessa, dentro e vicino allo edifizio detto Menelaion si sono scoperti avanzi micenei. Sulla china, un poco più in basso di detto edificio, è venuto alla luce un ricco strato della fine del sec. Vii a. C. contenente vasellame e or¬ namenti di bronzo e sotto frammenti geometrici. Vicino restavano i ruderi di una casa micenea con muri dipinti e in varii luoghi all’intorno i campi erano seminati di cocci micenei. Poiché in nessun altro luogo della città classica si sono trovati avanzi di questa epoca, dice il Dawkins, i suddetti fram¬ menti micenei sembrano indicarci il sito della Sparta micenea nel luogo ove più tardi sorse l’heroon di Menelao. {Journal of Hellenic Studies XXIX (1909), p. 358 e seg.). A Tirinto gli scavi sono stati ripresi nella primavera del 1909 per esplorare gli strati più an¬ tichi e in questi si sono trovati edifizi con muri curvi che richiamano quelli di Olympia, e vasellame nero lucido di epoca premicenea. Sei grandi pithoi di questo primitivo periodo erano sotto il vano che porta il n. XXX sulla pianta del Doerpfeld {Tiryns, Tav. II). Ripuliti con ogni cura i pavimenti in stucco dei due megara, ne sono state rimesse in luce le de¬ corazioni dipinte. Quella del grande megaron e del suo vestibolo consiste di motivi convenzionali e di una rappresentanza di octopi e di delfini che nuo¬ tano nell’acqua azzurra. Si è accertata resistenza di una città bassa tut- t’intorno alla rocca; il quartiere settentrionale data dall’epoca tardo-micenea, mentre a sud, proprio sotto alla cittadella, si è trovato anche uno strato primi¬ tivo con vasellame lucido. Interessante è pure la scoperta di alcune tombe geometriche (non conosciamo per ora il relativo abitato), sia perchè in esse non si osserva il rito della cremazione, sia perchè i numerosi vasi che ne provengono ci fanno per la prima volta cono¬ scere il vasellame geometrico dell’Argolide. I cada¬ veri stavano talora rannicchiati in una cista di pietra, tal’altra deposti in un pithos. (Journal of Hellenic Studies XXIX (1909), p. 364). A Micene nt\ 1908 il prof. Tsountas ha sgombe¬ rata e rafforzata la cosiddetta tomba di Clitennestra. A Koronta nell’Acarnania meridionale l’eforo Dr. Sotiriadis, ha scavato alcune tombe micenee con resti di ornamenti di bronzo e terracotta. A Thermon, vicino al tempio di Apollo, egli stesso ha studiato due edifici ovali, i quali ricor¬ dano molto da vicino le costruzioni absidate prei¬ storiche ultimamente scoperte nei più antichi strati di Olimpia. Nel 1908 a Cheronea, presso la stazione fer¬ roviaria, il dott. Sotiriadis ha esplorato un impor¬ tante tumulo neolitico. La ceramica ivi rinvenuta è di tre specie: a) d’impasto bruno con ornamenti lineari in bianco, che il Sotiriadis mette a risccntro Ausatila - Anno IV. 39 43 44 con la ceramica di Kamares ; l>) dipinta in bruno opaco, somigliante ai vasi fatti a mano di lìgina d’epoca micenea primitiva; c) dipinta con decora¬ zioni in rosso su fondo bianco. Questa ceramica è la più bella; si trova pure in altre località della Grecia settentrionale ; a Zerelia e insiti preistorici vicino a Lamia e Parsalo ed è contemporanea col vasellame dipinto trovato a Sesklo e Dimini. Ulteriori scavi del dott. Sotiriadis nel tumulo suddetto hanno messo in luce frammenti di vasi, idoli, utensili c resti di costruzioni, e si è accer¬ tato che in quel luogo non vi fu un abitato ma solo una specie di ustrino. Qualcosa di simile il Sotiriadis ha scoperio a Drachmani nella Locride. ( ' lvyr,[J :p'ts c/p/a'.okoyix./i, 1908, p. 65 e SCgg.) A Tebe Ftiotide, sull'acropoli, il dott. Arva- nitopullos ha trovato vasi preistorici con ornamenti geometrici incisi (la spirale non con.parisce) e riem¬ piti di una sostanza bianca. [Joiinial of Hellcnic Stndìes XIX (19(4)), p. 356). Zerelia, presso Almirò, nella Ftiotide è stata esplorata nel 1908 dai sigg. Wace e Droop della Scuola Inglese di Atene. Pare che il sito non sia da identificare con l'antica Itotios perchè vi si sono trovati pochissimi ruderi ellenici e nessuno più antico deU’ultima parte del quarto secolo. Ma sotto a tali ruderi è comparso un ricco deposito neolitico spesso da sei a otto metri, nel quale otto sedimenti successivi ben si distinguono l’uno dall’altro per la presenza di strati di mattoni con cui erano fatte le capanne dei successivi villaggi. Il vasellame è quasi tutto lavorato a mano. Nei sedimenti più primitivi ha la superlìce rossa levi¬ gata o è dipinto con motivi ornamentali in rosso su fondo bianco come i surricordati vasi di Che- ronea. Negli strati posteriori il vasellame è a su- perlìce nera o rossa levigata e alla sommità del¬ l’ottavo 0 ultimo sedimento neolitico erano alcune tombe a cista della primitiva epoca del bronzo. L’ultimo villaggio, sebbene neolitico, data all’incirca dal sec. XII a. C. poiché vi si sono trovati frammenti di vasi tardo-micenei, e d’altra parte il sedimento più antico, secondo il calcolo degli esploratori, può risalire alla prima metà del terzo millennio a. C. Il sig. Dawkins osserva che in seguito a questi scavi l’età del bronzo sembra esser cominciata nella Grecia del nord molto più tardi che nelle regioni egee. {.loiinial of Hellenic Stiidies XXVIII (1908), p. 3‘23 e segg.). Molto interessanti sono pure gli scavi fatti nel 1909 dai sigg. Wace, Thompson e Pect nella Grecia setteulrioiiale. Un tumulo a Paleomylos nella valle dello Sperchio, presso Lianokladi ha dato abbon dante materiale che si distingue secondo tre strati. Nel più basso, ceramica a fondo chiaro con orna¬ menti dipinti in rosso che ricoprono quasi tutta la superlìce del vaso, con una tecnica tutta speciale, indigena .Accanto appariscono vasi importati dalla Tessaglia e alla sommità dello strato prevalgono rozzi vasi mouocromi. Nel secondo strato vasi ben cotti con un rivestimento a mò di vernice nera. Nel terzo, i vasi fatti pur sempre a mano, recano sul tondo rossiccio della terracotta ornam nti geome¬ trici di color bruno In quest’ultimo strato si con¬ serva una casa con tre camere, idi cui due originarie ed una aggiunta dopo) contenenti dei /;////o/ ancora al loro posto. Nessun oggetto di metallo si è finora rinvenuto in questo scavo, ma pare che la parte meno antica del sedimento arrivi fino alla prima età del rame. Nel tumulo di Tsani, presso Sophades, Wace e Thompson hanno distinto otto strati e le più an¬ tiche tracce di questa cultura sembrano risalire alla metà del terzo millennio a. C. (Cfr. Wace e Thompson in Annals of ar- c/iaeology and anthropology II (19 9), p, 149 e ss.). ,,,L, In Tìidiea, il sig. Papavasiliu ha rinvenuto una tomba di costruzione micenea con suppellettile e resti di cadaveri cremati: e a Calcide ha conti¬ nuato gli scavi delle tombe preistoriche. Nell’isola di Naxos, a Komiaki, si sono sco¬ perte varie tombe cicladiche. Più recentemente il dott. Klon Stefanos ha scavato un piccolo gruppo di tombe premicenee presso Melanes e sulla costa occidentale dell’isola, a Kastraki, ha rinvenuto una acropoli del medesimo tempo con avanzi di forti- lìcazioni e di un edificio con due vani ed un cor¬ tile, da cui provengono vasi di pietra e di terra cotta, idoli, e pochi bronzi. Asia Minore. A Mileto il Dr. Wiegand ha potuto scoprire le più antiche parti della città che datano già dal pe¬ riodo tardo miceneo. Nelle vicinanze del tempio di Atena si è sco¬ perto uno strato anteriore al più antico tempio e caratterizzato da vasellame geometrico; sotto vi è uno strato cui appartengono case micenee e che 4'5 46 può essere identificato col ttoiotov /Tiapa Kpr,T:ixóv di Eforo. (Sec/ister vorldiifiger Bericlit iiber die voti deni A'. Mtiseiini in Mi! et und Di¬ dima antergenommeii Aiisgrabiingen, Berlin 1908). A Didyma nello scoprire il tempio di Apollo e le vicinanze si è incontrato un grande muro curvo preellenico che formava la divisione fra le due ter¬ razze ad est del tempio. Rodi. Il Dr. Kincii, continuando l’esplorazione di Liti- dos, ne ha scoperta la necropoli micenea. Creta A'iiossos. — Nel 1908 un’altra grande campagna di scavi è stata fatta a Knossos dal Sig. A. J. Evans coll’assistenza del Dr. D. Mackenzie. L’esplorazione si è svolta in due distinte località : a) nei piccolo palazzo situato ad ovest del palazzo grande e connesso con questo per mezzo della lunga strada minoica; b) nello stesso grande palazzo. a) Il piccolo palazzo nel quale verso la fine del¬ l’età minoica fu adattato il c. d. santuario dei fe¬ ticci, già prima mostrava un aspetto imponente con la sua grande sala ad est e col suo peristilio, ma ora apparisce ben più importante e grandioso. Ri¬ mosso uno strato contenente i resti di case gieco- romane, l’edificio è tornato completamente in luce; la sua facciata ha un’estensione di m. 35 circa, e neU’interno si conservano non meno di quattro se¬ parate scale, una delle quali accenna all'esistenza di almeno due piani. Gli oggetti trovati nello scavo indicano che l’e¬ dificio fu costruito alla fine del medio 0 al principio del tardo periodo minoico (xvii sec. a. C. circa). I più importanti di essi sono : sigillo in pietra, fo¬ rato, con iscrizione della classe lineare A su due facce; vaso dipinto con fasci di papiro in rilievo e pesci tra essi; frammenti di un rhyton {iUWe. di¬ pinto, foggiato a testa di toro. Quest’oggetto di carattere sacro indusse l’Evans a supporre in quel luogo la presenza di un altro santuario più antico che quello dei feticci e infatti potè presto scoprire una stanza con due di quei pilastri di pietra cui non si può disconoscere un qualche significato re¬ ligioso, e, vicino alla stanza, due notevoli oggetti provenienti a quanto pare da un vano a quella so¬ vrapposto. L’un di essi è una base a piramide gra¬ duata in steatite, di quelle che servivano per so¬ stenere il fusto della sacra doppia ascia; l’altro è uno splendido rhyton in steatite fatto, come l’esem¬ plare fittile sopra ricordato, a testa taurina, ma di squisita fattura. La modeliatura della testa e il pe¬ lame sulla fronte sono eseguiti con perfetta natu¬ ralezza; i bulbi degli occhi, dei quali uno si con¬ serva, erano in cristallo di rocca ed avevano la pupilla e l’iride espressi per mezzo di colori appli¬ cati sulla faccia interna del cristallo (tecnica del tutto nuova) ; le corna, forse di legno, recavano un rivestimento di lamina d’oro. È notevole che l’ar¬ tista il quale produsse un tal capolavoro incise sul collo taurino, forse a titolo di lìrma 0 di ricordo personale, una piccola testa di bue di prospetto. b) Gli scavi del 1908 nell’area del grande pa¬ lazzo hanno mostrato che il cryptoportico, già in parte scoperto lungo la sua facciata meridionale, alla fine del primitivo periodo di esistenza del pa¬ lazzo fu tagliato per dar posto ad alcuni vani ag¬ giunti a un edificio che si stende sopra un ripiano più basso della china a sud della reggia. Tale edificio, ora rimesso in luce, sembra essere stato un annesso di quella. Nello spazio intercedente fra la facciata meridionale del palazzo e il limite settentrionale del nuovo edificio, si sono ricuperati molti oggetti evi¬ dentemente rovinati in basso dalla reggia insieme coi materiali della sua costruzione. Pure di tali oggetti alcuni si riferiscono al culto minoico : una figura votiva in bronzo e una serie digiarre fram¬ mentarie con su dipinte sacre bipenni e corna di consacrazione. V’erano pure vasi dipinti nello stile del palazzo e pezzi di affreschi, sopra uno dei quali sembra di veder ripetuta una scena di processione del genere dell’altra dipinta nel corridoio d’ingresso a sud-ovest; v’era persino qualche preziosa reliquia sfuggita al saccheggio del palazzo : un intaglio in lapislazuli (uomo dietro un leone) montato in oro; una lastretta di cristallo con tracce di un disegno in miniatura figurante un edificio di costruzione isodoma; una rozza cassetta di pietra contenente alcuni tasselli per opera musiva in cristallo, ame lista, berillo, lapislazuli, rame ed oro; una lastretta frammentaria di avorio ornata di un rilievo rappre¬ sentante la parte anteriore di un grifone che afferra un toro, lavoro squisito che reca l’impronta di un grande artista. L’edificio a sud delia reggia, costruito dunque alla line del periodo medio-minoico, può essere stato una residenza ufficiale. Nei vani a terreno, uno dei quali aveva una fila di tre pilastri di pie¬ tra, si osserva che le fiancate delle porte, anziché di legno, come nel palazzo, erano di pietra, indi¬ cando forse che il legno cominciava a scarseggiare 47 48 in Creta. Pare che questo edilìcio, al pari di altre case, sia stato meno depredato del palazzo stesso; infatti vi si sono trovati parecchi oggetti di metallo: sotto una scala, erano alcune tazze e un bel boccale in ar¬ gento; in un magazzino, armi e strumenti di bronzo. Due altri edifici scoperti il primo ad est del prece¬ dente, il secondo sul limite nord del palazzo, conte¬ nevano veri tesori di bronzi ( bacini, lebeti tripodati, strumenti ed armi) perfettamente conservati. Un terzo edilìcio per residenza ufficiale è ap¬ parso infine all’angolo sud-ovest del palazzo. Ma purtroppo non si è potuto esplorare comple¬ tamente il fondo della grotta a cupola scavata nella roccia sotto al portico sud della reggia. Raggiun¬ tone il fondo alla profondità di m. 17.15 per mezzo di un piccolo taglio, s’è dovuto abbandonare il la¬ voro pel pericolo che presentava. Tuttavia resta ac¬ certata la grande antichità della grotta in quanto le fondazioni del piìi antico palazzo penetrano in essa e tra i materiali di colmatura i piti recenti arrivano appena al principio dell’età medio-minoica. Per fortuna un’altra scoperta è venuta a portar luce intorno alla fase priruitiva della grande cultura minoica: in un’area vicina alla facciata meridionale del palazzo il Sig. Evans ha rintracciato il pavi¬ mento di una casa sottostante ad altra di epoca medio¬ minoica e contenente un ricco deposito di vasel¬ lame minoico-primitivo, al quale forse andava unito il frammento di una coppa egiziana in diorite, si¬ mile ad una coppa dello stesso materiale, trovata in Egitto nella tomba del re Sneferu (2840 a. C., secondo E. Meyer). Coll’aiuto dell’architetto Th. Eyfe, il Sig. Evans ha potuto inoltre determinare e distinguere chiara¬ mente le varie stratificazioni architettoniche appor¬ tando così alla pianta generale del palazzo note¬ voli modificazioni ed aggiunte. Parecchi nuovi det¬ tagli di costruzione sono apparsi, e nella sala delle doppie asce si sono notate le tracce di un trono in legno ad alta spalliera, fiancheggiato da piccole colonne, per cui in quel vano, che è il pili impor¬ tante del quartiere privato, ben si può riconoscere la sala dei ricevimenti reali. Assai degni di nota, (per quanto se ne possa talora discutere la convenienza), sono infine i gran¬ diosi lavori che il Sig. Evans ha fatto eseguire dal- l’architelto C. Doli per conservare al posto le tracce dei piani superiori e delle scale e preservare dalla totale rovina il c. d. quartiere della regina. Questo è stato completamente ricoperto con tetto; rialzati i muri e le colonne, ristabilito l’antico sistema di illuminazione, imitate sulle pareti le antiche de¬ corazioni, ora la parte più intima del palazzo ha riacquistato qualcosa del suo aspetto originario e servirà come piccolo museo locale. {The Times, 27 agosto 1908). Nel 1909 non furono fatte ulteriori esplorazioni nell area del palazzo di Knossos, ma i Sigg. Evans e Mackenzie poterono scoprire in contrada Isopata, un poco a nord-ovest della tomba reale già illu¬ strata dall’Evans ( The prehisloric tombs of Knossos, p. 136 e segg. ), altre due tombe minoiche assai in¬ teressanti. Sono ambedue a camera quadrangolare, preceduta da un corridoio. L’una, con accesso da nord, ha le pareti interne rivestite di blocchi squa¬ drati, disposti su quattro file orizzontali, e la volta a sesto acuto fatta pure con blocchi a somiglianza della c. d. tomba d’idomeneo. Nel pavimento è sca¬ vata una grande fossa che corre lungo i lati est e sud ed era chiusa superiormente con lastroni di calcare. Ne rimaneva uno soltanto, sul quale si raccolse un anello d’oro di epoca minoica con castone inciso I quattro donne danzanti e sopra una scena religiosa). La seconda tomba che sembra di epoca alquanto posteiiore alla prima, è normale a questa ed ha l’in¬ gresso da est per mezzo di un corridoio che taglia l’altro ad angolo retto presso la sua estremità set¬ tentrionale; la camera sepolcrale, scavata semplice- mente nella roccia, conteneva soltanto tre cuspidi di freccia in bronzo, alcuni bottoni d’oro, una pietra incisa e un vaso dipinto di stile tardo minoico. (Journal of Hellenic Stndies XXIX (1909), p. 360 e seg.). Phaestos. — 1 lavori della Missione archeo¬ logica italiana in Creta nel 1908 sono consistiti in: a) scavi complementari nell’interno del secondo pa¬ lazzo; h) ricerche per chiarire gli avanzi del primo palazzo, specialmente nella regione nord-est, e per studiare ancor meglio gli strati a quello sottoposti; c) sterri e parziale scoprimento di una grande co¬ struzione a nord -est del palazzo. a) 11 limite meridionale del li palazzo non era del tutto accertato. Nella porzione occidentale esso era costituito dal grande muro a blocchi squadrati che corre prima da ovest ad est, si piega ad an¬ golo retto e scende da nord a sud sopra alla china meridionale, lasciando a sud-ovest quell’area in cui sorse poi il noto tempietto ellenico (cfr. Rendic. Acc. dei Lincei, XVI (1907), p. 262, fig. A). Ma nell’estrema porzione orientale sul ciglio meri¬ dionale del colle si vedeva appena comparire un muro minoico al disotto di tre sottili muri ellenici addossati l’uno all’altro, e a sud di questi v’erano avanzi di un pavimento a lastroni di gesso. Lo 49 50 scavo ha messo in completa evidenza il suddetto muro minoico, liberandolo in parte dalle sovrappo¬ sizioni posteriori ed ha scoperto un altro muro mi¬ noico, che corre da ovest a est, parallelo al primo, alla distanza di m. 2.20 circa più a sud e più in basso, sulla china. Questo secondo muro, spesso m. 1.80-1.90, fatto con enormi macigni rozzi, so¬ miglia del tutto al muraglione che chiude a nord il corridoio 73 (cfr. pianta del palazzo in Mon. una grande quantità di frammenti di vasi dipinti (specialmente di coppe emisferiche biansate) di ar¬ gilla finissima, giallognola, dipinte completamente in bruno o in rosso aU’interno, e ornate aU’esterno con motivi di stile tardo-minoico o miceneo (tardo- minoico Il-IIl). Sono questi bei saggi della ceramica degli ultimi tempi del secondo palazzo. Essendoci accorti di una porta murata nella pa¬ rete occidentale del vano 88, abbiamo fatto un tasto Fig. I. — PHAESTOS. — Costruzioni di varie epoche nel vano 22 del palazzo. — A. Deposito minoico-primitivo. — B. Muri pe¬ rimetrali, porta e pilastri di un vano del primo palazzo. — C. Soglie di porte e muro del secondo palazzo. — D. Pilastro e muro costruiti posteriormente nel secondo palazzo. — E. Avanzi della parete occidentale del vano B sulla quale posava un muro ellenico, Ant., XIV, tav. XXVII) e che rappresenta la sostru¬ zione della facciata settentrionale del palazzo. Senza dubbio il nuovo muro scoperto corrisponde invece alle sostruzioni della facciata meridionale e le lastre di gesso, rii : si conservano tra i due muri in pa¬ rola, appartengono al pavimento di un corridoio il quale introduceva nel palazzo salendo da ovest ad est e riuscendo nel grande cortile centrale. Scavando nei vano 59 del li palazzo (ad est del¬ l’ingresso da sud del corridoio 41) si sono ritro¬ vate le antiche pareti nord e ovest che erano an¬ cora coperte da un ammasso di terra e fra questa ad ovest ed abbiamo scoperto un angustissimo vano scavato in parte nella roccia e rivestito di muri a piccoli sassi squadrati, il quale era ripieno di ossa d’animali, di carboni e di vasellame così rustico come dipinto nello stile policromo di Kamares. L’assenza totale di vasellame tardo minoico ivi riscontrata, c’induce ad attribuire al primo palazzo tale vano non solo, ma pure l’adiacente (88) col quale stava in co¬ municazione, Quando sorse il II palazzo la porta di comunicazione fu chiusa; il vano piccolo rimase in¬ terrato mentre l’altro seguitò ad essere in uso. b) Ma più importanti vestigia del primo pa- 51 52 lazzo si sono scoperte in altri due punti. Avendo demolito il muro ellenico che andava da ovest ad est a poca distanza verso sud dal pilastro meridionale del vano 22, scavato il terreno sottostante al piano di posa di detto muro, si son potuti distinguere chiaramente cinque dilTerenti strati archeologici. 1" 11 più antico di tutti si è rintracciato per mezzo di due pozzi di saggio aperti rimo sotto il portico occidentale del grande cortile a sud-ovest della cisterna, l’altro all’angolo nord-est del vano 22 (lìg. 1, A). In ambedue questi pozzi, alla pro¬ fondità di circa m. 2 sotto il livello dell’epoca tardo- minoica, si è incontrato un pavimento fatto con uno spesso strato di argilla ricoperto da un into¬ naco di calce dipinta in rosso, e levigata, proba¬ bilmente con un lisciatoio di pietra il quale si è raccolto nella fossa, ancora imbrattato di color rosso. Su tale pavimento riposano muri di sostruzione appartenenti, alcuni al primo, altri al secondo pa¬ lazzo e si è trovato un materiale, il quale, sebbene rimescolato all'epoca di tali fondazioni, tuttavia contiene in predominanza vasellame rozzo fatto a mano, a superlìcie ruvida o levigata (con qualche frammentino dipinto in stile geometrico primitivo), vasellame riferibile ad epoca non più tarda della sub-neolitica o minoico primitiva. 2" A 111. 1.70 più in alto nell’area del vano 22 si è scoperto un altro pavimento, che certo appar¬ tiene ad un vano del primo palazzo. 11 vano è qua¬ drangolare; i muri sopratterra di cui si conserva appena la traccia (lig. 1 B) erano ricoperti di stucco di calce al pari del pavimento, fatto con lastre di gesso. Vi si accede jier una doppia porta avente le basi degli stipili in gesso e di faccia a questa tro¬ vasi un piccolo tramezzo (da ovest ad est) il quale termina a oliente con uno dei pilastri (lìg. 1 B) che avevamo segnati in pianta nel vano 22 ma come appartenenti al secondo palazzo. 11 tramezzo deli¬ mita a sud il recinto quadrato e del tutto riservato, in mezzo al quale sorge isolato l'altro pilastro. Al¬ l'angolo sud-est dell'intero vano è poi l'accesso ad uno stretto corridoio che prima va verso est e poi piega verso nord. La disposizione architettonica sopra descritta fa pensare ad uno tei piccoli santiiarii frequenti nei palazzi minoici: lo strato di terra (alto 0.15-0.35) compreso fra il pavimento a lastre di gesso e quello in terra battuta del secondo palazzo conteneva quasi esclusivamente vasi fittili grandi del genere detto Kamares rustico, dipinti con fasce cerchi e spirali ricorrenti in rosso o bruno opaco sul fondo naturale del vaso (predominanti le anfore biansate a corpo e bocca ovale dell’epoca M. M. 111). Non v’ha quindi dubbio che il vano, appartenente al primo palazzo, fu in uso sino alla line dell’epoca medio-minoica e che le sue rovine rimasero poscia nascoste. 3" Un terzo pavimento, pure a lastre di gesso si trova entro la stessa area 22, a ni. 0.50 circa più in alto rispetto a quello sopra descritto. In connes¬ sione con tale pavimento più recente che sta allo stesso livello degli altri pavimenti del secondo pa¬ lazzo in questa regione, c che senza dubbio appar¬ tiene al secondo palazzo, trovansi tre porte, di cui due hanno gli stipiti poggiati (ma in falso) sopra il muro meridionale del vano medio-minoico (fig. I, C). Lo stipite orientale di una terza porta riposa invece sopra il muro settentrionale del vano stesso, al livello delle altre due porte. 4" Quesfultima porta (aU’angolo nord-est del vano 22) ha ora dinnanzi, a brevissima distanza, il muro meridionale del vano 23 (lig. 1, D), ma un tempo doveva appunto introdurre in quest’area. Vuol dire dunque che detto muro e probabilmente tutta la sala 23 con banchi ornati di metope e tri¬ glifi, rappresenta una qualche ricostruzione fatta nel secondo palazzo negli ultimi tempi in cui era in uso. 5" 11 muro, per la demolizione del quale ab¬ biamo scoperto quanto sopra, apparteneva final¬ mente a quel gruppo di case elleniche di cui resta ancora qualche avanzo sovrapposto aH’estrema ala meridionale del palazzo. B) Altre scoperte notevoli si sono fatte nel pe¬ ristilio 74 la cui disposizione, all’epoca del secondo palazzo (dodici colonne, quattro su ciascun lato), già fu chiarita con gli scavi del 11)07 (cfr. Auso¬ nia Il (1908), c. 121). Grandi pozzi di saggio sono stati aperti nel 190S, l’uno in tutta la parte orientale della sala a nord del peristilio, l’altro di metri 5.20 x 5.60 nell’area centrale del peristilio stesso, e tali saggi ci hanno mostralo la disposizione originaria del colle in que¬ sta regione. La roccia quasi, superficiale a nord, scende con forte inclinazione verso sud ed appa¬ risce chiaro che la sopraelevazione del peristilio non è del tutto artificiale come la terrazza su cui sorge il grande propileo 69, ma è determinata dalla naturale sopraelevazione della roccia, la quale af¬ fiora anche oggi sul sommo ciglio del colle a nord- ovest. Una terrazza vera e propria, livellata con terra di riporto ivi si formò già all’epoca del primo palazzo, infatti risalgono a questa i muri che pure oggi sostengono la terrazza sul lato est (muri occi¬ dentali dei vani 47. 51. 76), ma è certo che al na¬ turale declivo si sovrapposero abitazioni in epoca anche più remota. 53 54 La grande fossa di saggio nell’area centrale del peristilio (lìg. 2) lascia vedere che alla profondità di m. 0.50-0,80 sotto il pavimento tardo-minoico, sono fondati avanzi di costruzioni aventi un orientamento loro proprio e nessun rapporto nè col primo nè col secondo palazzo. Tali costruzioni sono fondate, a nord, quasi immediatamente sulla roccia e a sud sopra un sottile strato di terra di riporto, in qualche punto divenuta rossa pel fuoco, ovunque, alla superficie, annerita da ceneri e car¬ boni (avanzi di focolare) e contenente solo pochi frammenti ceramici di epoca neolitica; esse, per lo Fìg. 2. — PHAESTOS. — Casa mìnoico-primitiva sotto a! peristilio. — _i-i2 basi delle colonne del peristilio strato cui appartengono, debbono porsi in rela¬ zione con i pavimenti più antichi scopeiti nell’a¬ rea 22 e coi muri venuti in luce nel pozzo C, ad ovest del vano 17, nella regione sud-ovest del pa¬ lazzo ; mentre per la loro pianta somigliano alla casa neolitica scoperta dalla Scuola Inglese a Ma- gasà, presso Paleokastro (cfr. Annual of thè Bri- tish School at Athens XI (1904-5), p. 263 fig. 2). Sono fatte con piccoli sassi rozzi, uniti con molta terra, disposti irregolarmente a formare le facce del muro che all’interno è riempito con altri sassi e terra. Nell’insieme i muri formano un trapezio, chiuso a sud, coi lati est e ovest alquanto conver¬ genti verso nord; dall’angolo sud-est verso est, e dall’angolo nord-ovest verso ovest si dipartono altri muri. Anche un poco più in alto rispetto al piano di posa della casa sopradescritta, si vedono nel taglio della fossa, in ispecie a nord, altri strati scuri di ceneri e carboni che rappresentano gli avanzi del focolare e dei rifiuti domestici rimasti sui pa¬ vimenti a terra battuta che man mano si anda¬ vano rialzando. I materiali di tali strati primitivi an¬ darono soggetti a rimescolamenti nell’epoca del primo e del secondo palazzo, ma 1 frammenti fittili trovati negli infimi strati appartengono esclu¬ sivamente a vasi di rozzo impasto a superficie ruvida o levigata, e a vasi dipinti nello stile geo¬ metrico antichissimo (sub-neolitico e minoico-pri- mitivo; cfr. alcuni frammenti pubblicati dal Mosso in Moti. Ant. XIX(1908). c. 211-212 fig. 47, 48), non comparendo che più in alto il vasellame policromo di Kamares e quello monocromo miceneo. Qua e là molte ossa di animali e gusci di conchiglie, schegge nuclei e coltellini di ossidiana. 56 55 La casa sotto il peristilio sembra dunque appar¬ tenere al periodo sub-neolitico o al principio del minoicoprimitivo. Altri tre pozzi di saggio hanno sempre meglio chiarito le varie principali stratificazioni già osser¬ vate: il primo sotto il pavimento del corridoio dei magazzini (26), aU’estremità ovest, ha dato prima un metro circa di strato medio-minoico e sotto, lino alla roccia, neolitico; il secondo pozzo sotto le lastre del pavimento del piazzale occidentale del primo palazzo (sulla linea del magazzino 33) ha scoperto, alla profondità di dicci centimetri ap¬ pena, i resti di un altro lastricato: fra rimo e l’al¬ tro, frammenti geometrici minoico-primitivi ; sotto lo strato eneolitico, contenente oltre a molto vasel¬ lame d’impasto rozzo, uno stilo in osso con punta di rame. 11 terzo pozzo sotto le lastre di gesso del vano 38 (angolo nord-est) ha fornito soltanto va¬ sellame deirultima specie ricordata, fra cui è note¬ vole un vaso a corpo ovoidale, collo verticale e due larghe anse impostate verticalmente, vaso che s’incontra in Italia e altrove negli strati neolitici ed eneolitici (Cfr. BnU. di fhdetn. italiana XXIX (1903) pag. 177, tìg. 22, 26’. 11 29 luglio 1908 si cominciò lo scavo di una nuova zona di terreno la quale si stende da oriente a occidente lungo il margine nord-est deH’acropoli di Phaestos, divisa dal palazzo per mezzo di roccie infrapposte. A pochissima profondità apparvero avanzi di muri c di suppellettili appartenenti alla città ellenistica di cui s’erano scoperte tante tracce su tutta la spianata deH’acropoli ; sotto allo strato ellenistico abbiamo ritrovato costruzioni più antiche fondate direttamente sulla roccia che scende con ripido pendio da sud a nord. Nell’assieme tali costruzioni, che con la campagna del 1908, terminata il 15 luglio, non si poteron del tutto mettere in luce, sembravano appartenere ad uno 0 più edifici allineati lungo il margine setten¬ trionale del colle, distinti si dal palazzo ma in re¬ lazione con esso in quanto la loro facciata si trova sul prolungamento di quella del palazzo stesso da est ad ovest. L’edifìcio più occidentale, composto di parecchi vani rettangolari accessibili da nord, termina, dalla parte del palazzo, con un recinto chiuso da forti muri entro i quali sono alli¬ neate sette piccole fosse rettangolari, divise Luna dall’altra per mezzo di grandi lastre di terra semi¬ cotta, intonacate d’argiUa e di stucco di calce. Con¬ tiguo alle fossette, a sud, si stende inoltre un vano, tutto chiuso all’intorno, il quale somiglia molto alla cosiddetta stanza del tesoro di LI. Triada, dove si trovarono i talenti di bronzo. Pel tipo e la maniera della sua costruzione il nuovo edificio festio trova riscontro piuttosto nel primo che nel secondo palazzo di Phaestos; un segno rozzamente inciso sopra un blocco da esso proveniente è lo stesso che vedesi più volte ripe¬ tuto sui blocchi di fondazione del muro il quale, all’epoca medio minoica, chiudeva a nord la scali¬ nata teatrale e la suppellettile raccolta nei diffe¬ renti vani corrisponde a quella che si trovò sui pavimenti del palazzo primitivo di Phaestos. Fra i vasi fittili dipinti predominano i boccali con becco prominente, i grandi vasi biansati a corpo e bocca ovati, quelli a cono tronco rovescio o quasi cilin¬ drici con becco a finestrella sporgente dal labbro e con tre anse di cui una opposta al becco, verti¬ cale, ornati gli uni con fasce orizzontali e spirali ricorrenti in bianco su fondo nero bruno o rosso, gli altri coi motivi suddetti in vernice bruna sul fondo chiaro dine della media epoca minoica). Nel vano somigliante alla stanza del tesoro del palazzetto di Haghia Triada si trovò — insieme a un frammento di tavoletta fittile scritta da ambedue le parti con segni della scrittura lineare cretese (classe A del Sig. Evans) — il famoso disco di terracotta coperto di segni geroglifici, intorno a cui sono già apparse numerose pubblicazioni. (Rendic. Acc. dei Lincei, XVII (1908), pag. 642 e segg. e XVIII (1909), p. 297 e segg.; Ausonia, III (1908), p. 255 e segg., tavv. Xl-XlII ; Sitznngsberichte del l'Acc. di Berlino, XLI (1909), p 1022 e segg.; Scripta Minoa, p. 22 e segg., p. 273 e segg.; Revne archéologique, 1910, p. 1 e segg.). Nel 1909 a Phaestos si sono compiuti i seguenti lavori: a) proseguimento del taglio del terrapieno srd lato ovest del grande piazzale occidentale del palazzo; b) completamento dello scavo degli edi¬ fici attigui all’edificio del disco sull’angolo nord- est dell’acropoli; c) studio e scavo delle fortifica¬ zioni della città ellenica di Phaestos. m Nel taglio del terrapieno a ovest del piaz¬ zale si sono trovati a poca profondità molti muri di case, associati con vasellame ellenistico e, sotto, frammenti di vasi di Kamares. Al livello del piazzale del primo palazzo sono venuti in luce una cisterna rettangolare e un pozzo circolare. La cisterna fatta con grossi blocchi e tutta intonacata di stucco bianco, misura 3.12 X 1-18; il pozzo cilindrico, tutto rivestito di muro a piccole pietre, somiglia del tutto ai pozzi scoperti a Knossos, l’uno nel piazzale occidentale, l’altro all’angolo nord-ovest dell’area teatrale. Cisterna e pozzo contenevano innumerevoli frammenti di vasi dipinti dell’epoca ■57 medio-minoica li e 111, mostrando all’evidenza che ambedue le costruzioni appartenevano al primo palazzo e non furono utilizzate nel secondo. b) Più fruttuoso fu lo scavo sulla china nord- est, dentro e presso redificio del disco. Esaminato di nuovo il vano dove il disco fu trovato e tolto via un muro posteriore che poggiava sopra la sua parete meridionale, immediatamente alla base di tal muro ellenistico si trovarono frammenti di vasi che vanno dal periodo ellenistico al medio-mi¬ noico, ma ciò, dato il rimescolamento dello strato, non contraddice l’idea che l’edificio del disco fosse lasciato in disuso alla fine dell’età medio-mi¬ noica. Attiguo all’edificio del disco, si stende verso est un’altra costruzione importante, al centro della quale sta un bel portico. Questo per la sua posizione rispetto a! palazzo e per la sua pianta presenta una notevole analogia coll’ingresso settentrionale del palazzo di Knossos. Il num.ero dei pilastri è minore, ma la struttura si presentava più complessa, più sontuosa ed armoniosa. Ha l’ingresso da nord, attraverso il muro che lo cinge da questa parte e, parallele a tale muro, tre file di colonne, con una colonna rotonda fra due pilastri quadrangolari (re¬ stano le sole basi) su ciascuna fila. Nella parete di fondo, a sud, si trova l’accesso ad una scalinata di diciotto scalini, la quale sale al cortile orientale del palazzo. Risulta così all’evidenza che il portico, rappresentando un ingresso monumentale del pa¬ lazzo, è un annesso di questo al pari degli edifici contigui. Gli oggetti trovati nel portico corrispon¬ dono perfettamente a quelli dell’ultimo periodo del palazzo primitivo, appartenendo alla fine del me¬ dio-minoico, ma alcuni vani hanno dato materiali appartenenti al principio del periodo tardo minoico (vasi e figura bovina in terracotta dipinta, simile ad altra trovata dal Sig. Seager a Pseira). Ad est de! portico trovasi ancora un complesso di vani nei quali si conservavano ricchi depositi di vasi medio-minoici (la loro decorazione è per lo più limitata a ornamenti in bianco crema sul fondo scuro) e due rhyta fittili in forma di testa bovina ben modellata e dipinta. In sull'estremo pendio a nord-est sembra poi di riconoscere gli avanzi di una strada, in parte lastri¬ cata, la quale sale verso sud-ovest alla spianata superiore. Riassumendo possiamo dire che queste ultime costruzioni ad est, il portico, l’edificio del disco e l’altro fra essi, furono costruiti al principio del pe¬ riodo medio-minoico, se non prima, e alla fine di tal periodo subirono una catastrofe in seguito alla 5« quale alcuni vani, come quello del disco e gli adia¬ centi pozzetti, rimasero sepolti e abbandonati, mentre gli altri servirono anche al principio dell’ultima età minoica. c) Durante i lavori al palazzo, il Doti. Minto si oc¬ cupò specialmente di studiare e mettere in luce gli avanzi di mura di fortificazione che a varie ri¬ prese avevamo notato sulla più eminente delle alture festie, detta Affendi Christos, a ovest del mona¬ stero di S. Giorgio a Falandra. Sulla china orien¬ tale sono stati rimessi in luce due notevoli avanzi appartenenti ad un unico muro il quale dalla vetta scendeva in direzione ovest-est verso il monastero suddetto. La sua costruzione è a doppio paramento esterno di blocchi squadrati con riempitura di sassi più piccoli nel mezzo. Sulla vetta tale muro si con¬ giungeva con un altro il quale fascia tutto il lato nord e il lato ovest di essa. La cinta superiore di cui si conserva poco più che le fondazioni, aveva una torre quadrata all’angolo nord-ovest e sul fianco occidentale presentava quelle stesse sporgenze ad angolo retto che si vedono nei muri esterni dei palazzi minoici; una seconda torre pare fosse a sud-ovest aU’estremità di un altro forte muro lungo più di ottanta metri il quale scendeva sulla china meridionale in direzione nord-est sud-ovest verso il villaggio di Kamilari. Numerose trincee aperte per vedere se tale cinta murale chiudesse l’altura di Affendi Christos anche sul lato meridionale sono riuscite vane ; invece un altro forte muro, simile a quelli che scendono da detta altura si è trovato sul pendio occidentale del colle che sovrasta al palazzo ad ovest (seconda acropoli), e tale muro, conservato per una lunghezza di m. 40, sale da ovest ad est continuando la linea della cinta set¬ tentrionale, la quale nel tratto intermedio, presso il monastero di S. Giorgio a Falandra, è ora comple¬ tamente distrutta. Probabilmente la cinta girava poi molto più a sud della base delle acropoli, cioè a sud del moderno villaggio di S. Giovanni, rac¬ chiudendo nel mezzo la città ellenica, la quale oc¬ cupava all’incirca il sito della città minoica. La gran massa dei frammenti ceramici rinvenuti nelle trincee con cui gli avanzi delle fortificazioni sono stati rimessi in luce, appartiene ad età ellenica avanzata ed ellenistica (mancano i vasi di¬ pinti a figure nere o rosse), ma nulla vieta di far risalire la costruzione delle mura ad epoca ellenica anche più remota (V sec. a. C.?). Certo è che in tutta l’area da esse compresa si stendeva l’abitato minoico. Avanzi di costruzioni (pare case) di epoca minoica, con frammenti che risalgono fino al me¬ dio-minoico sono comparsi sotto la cinta occiden- Ausonia - Anno IV, 40 59 6o tale di Affendi Cliristos; costruzioni minoiche occu¬ pavano le altre due alture fra il palazzo e S. Giorgio a Falandra; un poco a nord-est di questo si sono trovati alcuni lebeti tripodati di bronzo simili ad altri del villaggio minoico di H. Triada; alla base dell’altura di Affendi Christos, a sud-est, il ricchis¬ simo scarico di vasi frammentari minoici (con larga rappresentanza della ceramica policroma di Ka- mares), scarico scoperto dal prof. Taramelh ed ora esplorato a fondo dal dott. Minto. ' (Bolletlùio d' Arte del Ministero delta P. /. Roma, IV (1910), p. 165 e segg.). **.2. A'alatliiand. — Nell’estate del 1908 il prof. S. Xanthoudidis, continuando le sue fortunate ricerche relative alla primitiva etcì minoica per conto del- l’eforato cretese, ha scavato una tomba a tlio/os dell’epoca suddetta presso il villaggio di Kalathiancà, in luogo detto i troc/ìoli, a un’ora a nord-ovest di Gortina e non molto lontano da Kcurtes. Già cinquantacinque anni fa la tomba fu sco¬ perta casualmente dai contadini, i quali manomet¬ tendola, ne tolsero le numerose suppellettili d’oro e ne dispersero i rimanenti oggetti. ia tomba si conserva per la metà circa della sua circonferenza; ha un diametro di m. 9.50 e athial- mente un’altezza di circa m. 2.5i>. 11 muro perife¬ rico ha uno spessore di due metri. -La porta d’in¬ gresso non sussiste perchè secondo l’usanza del- r epoca si trovava dalla parte orientale che fu distrutta dai paesani. Sistema di costruzione e pianta sono perfetta¬ mente simili a quelle delle altre tholoi die il sig. Xanthoudidis ha scavato a Koumasa e dintorni (cfr. Ausonia II (1907) c. 123 e segg.). Moltissime ossa furono trovate nella terra, ma nessuna mostra tracce d’incinerazione. Gli oggetti sfuggiti alle ricerche dei contadini, oggetti che il sig. Xanthoudidis irovò vagliando la terra sono: varie piccole oreficerie, fra cui una sot¬ tile tenia per capelli, e due grossi grani di collana; dieci sigilli di avorio, di cui uno in forma di leone, un altro a tre facce intagliate, due altri conici, un altro a piramide, altri cilindrici e discoidali. Gli ornamenti incisi sopra mostrano motivi lineari a spirali e meandri e il sigillo a tre facce reca sulla faccia più grande una capra selvatica. Si raccolsero inoltre nella t/iotos cinque piccoli pugnali di bronzo triangolari e due grandi. 1 frammenti di vasi fittili trovati dentro la tomba mostrano che i seppelli¬ menti di essa avvennero all’ epoca minoica primi¬ tiva II, 111, ma una piccola tazza policroma appar¬ tiene al medio-minoico 1. Accanto alla tliolos si stende il relativo abitato, ma la maggior parte delle case sono interamente rovinate e delle pietre che da esse provengono constano i mucchi di sassi detti trocliali da cui prende nome la località. In base al numero di que¬ sti e all’estensione delle rovine il sig. Xanthou¬ didis calcola che il villaggio comprendesse cento 0 centocinquanta case. Egli ne ha scavate alcune tra le meglio conservate, e di queste due com.- prendevano parecchi vani. 1 pochi vasi fittili tro¬ vati interi in tali case e molti frainmeqti erano di epoca medio-minoica I, alcuni protominoici, ma nessuno tardo-minoico. Da ciò si conclude che il villaggio sorse nell’epoca minoica primitiva (e allora fu fabbricati anche la tliolos), continuò ad esistere nel primo stadio del periodo successivo e dopo questo fu distrutto. Nelle due case più grandi i principali muri esterni sono costruiti con grandi pietre squadrate disposte a file orizzontali alla maniera isodomica, e non corrono sopra una linea continua; ma presentano delle rien¬ tranze simili a quelle dei grandi muri a orthostate dei cortili occidentali dei primitivi palazzi diKnossos s di Phaestos. Da ciò si conclude che questo sistema architettonico non era proprio soltanto dei palazzi, ma anche delle case private ed è peculiare dell’ar¬ chitettura minoica già nella sua media fase. (llavaOr.vaia 1908, fase. 194, 195). Nel 1909 nessun altro scavo è stato eseguito in Creta dal prof. Xanthoudidis. • Nei riguardi della topografia minoica è impor¬ tante ricordare pure alcuni piccoli trovamenti fatti in altri due 'luoghi della Messarà. A Gortina, dove i numerosi scavi -e studi del- l’Halbherr, sia nel piano sia sull’acropoli dell’antica città, non avevano mai accertata l’esistenza di strati minoici, si sono trovati per caso alcuni oggetti preistorici. Secondo le informazioni di Marioli lliakis una grande ascia in pietra scura levigata (lunga circa cin. lò) si sarebbe trovata in mi campo a poca distanza dal villaggio a nord; di due altri oggetti, una bacinella in pietra e, un frammeiito di vaso lìttile, che sembra geometrico del genere di quelli di Prinià, s’ignora la provenienza. J Un poco a nord est del moderno villaggio di Vnrvnlitis (un’ora a nord-est di Gortina) sulla de¬ stra della strada verso Candia, l’eforo delle anti¬ chità, dott. Hazzidakis, ha scoperto nel 1908 i ruderi di alcune costruzioni minoiche. Si tratta delle fon- 6i 62 dazioni d’una casa appartenente a qualche piccolo villaggio minoico. Resta l’ intero perimetro df un vano rettangolare e parte di altri vani contigui, dai quali provengono molti frammenti di vasi dipinti nello stile di Kamares. *■*** Tylissos. — Notizie topografiche intorno a Tylissos sono date dal Mariani nei Alon. Ant. VI, c. 83 e seg. Nel 1908 alcuni contadini, togliendo pietre da antiche costruzioni quasi del tutto interrate presso l’ingresso orientale del moderno viHaggio di Ty¬ lissos, trovarono, a circa un metro di profondità dentro un vano antico, quattro enormi lebeti emi¬ sferici di bronzo, senza piedi, forniti ciascuno di tre anse attaccate presso l’orlo superiore. Il lebete più grande ha un diametro di circa-m. 1,4U. In se¬ guito a tale scoperta, il dott. Hazzidakis, eforo delle antichità di Candia, recatosi sul posto, vi esegui subito alcuni' saggi di scavo i quali dimostrarono esser esistito colà un abitato minoico. È notevole il fatto che a Tylissos, come a Knossos, il sito della città greco-romana non coincide xon quello della città minoica; la Tylissos ellenica sorgeva sul¬ l’altura settentrionale (detta ora Kartu TuXicto?) cui un’avvallatura profonda divide dal colle occupato dall’abitato preistorico e dal villaggio moderno. L’injportanza storica di Tylissos, oltreché dai suoi avanzi minoici e classici, era messa in evidenza dal . fatto ch’essa domina una delle grandi vie di antica co¬ municazione fra la costa settentrionale dell’isola e la pianura di Messarà, quindi il dott. Hazzidakis credette conveniente di eseguirvi un’ampia esplorazione. Una prima campagna di scavi, fatta nel luglio del 1909 per conto del Governo Cretese, ha subito chiarito che ad ’'Avo) TuXtcyo; esiste come ad Haghia Triada e a Gournià, un importante edificio centrale (il palazzo) con molte case private all’intorno per un raggio di circa m. 50). Ma la maggior parte di queste sono distrutte: il terreno vergine s’incontra quasi dovunque a pochi centimetri di profondità sotto il piano di campagna (un solo pozzo di sag- gk) è sceso alla prof, di m. 4,3o) e anche i pavi¬ menti dei magazzini del palazzo si trovano a m. 1,50-1,80 appena sotto il livello attuale, fondati direttamente sul sodo. Nel 1909 si sono rimessi completamente in luce quattro magazzini, disposti intorno ad una corte, che dà luce ai vani attigui per mezzo di due ampie finestre. La corte, circondata su due lati da portico, riproduce il ben noto tipo di cortile 0 pozzo di luce caratteristico dei palazzi minoici. Due scale condùcevano al piano superiore. In un magazzino si sono trovati dodici pithoi frammentari, di cui alcuni recanti il noto ornamento minoico a fasce serpentine in rilievo, altri a strie dipinte, ed altri a superfice liscia e non dipinta. In un angolo giaceva un talento di bronzo simile a quelli di Haghia Triada., 11 secondo magazzino con¬ teneva, oltre a pochi frammenti di pithoi, una specie di strigile di bronzo placcato d’oro, cinque cretule impresse e alcuni pezzi di tavolette di argilla scritte su ambedue le facce. Il dott. Hazzidakis ne ha po¬ tuta ricomporre quasi per intiero una di forma ret¬ tangolare (m. 0,09 X 0,12) ed un’altra assai più in¬ completa. 1 segni appartengono al sistema lineare A del sig. Evans e somigliano a quelli delle tavo¬ lette di'Phaestos e di H. Triada. Nel terzo magazzino v’era una grande e rozza pentola tripodata in terracotta, un pithos e un grande vaso in steatite. Il quarto magazzino era il più ricco di tutti; conteneva quindici pithoi, molti dei -quali ornati con strie di color bruno, uno a corpo sferico con testa bovina in rilievo sulTomero ; un’anfora di¬ pinta nello stile del palazzo (L. M. II); un Idoletto di bronzo, alto m. 0,20; un martello di pietra (cfr. H. Triada in Moti. Ant. XIV (1905) c. 56, fig. 2t>). Anche il dott. Hazzidakis ha notato in questo vano il fatto riscontrato ad H. Triada e 'a Pseira che nel medesimo strato si trovano vasi della fine del periodo medio-minoico insieme con vasi dipinti nello stde del palazzo della metà deU’ultimo periodo minoico. Un altro vano, contenente ,§olo frammenti di vasi fittili, ha il pavimento a m. 1.70 più in basso, ri¬ spetto al piano dei magazzini e una colonna qua¬ drangolare in blocchi (alt. m. 1,70) per cui somiglia ai vani chiamati generalmente bagni, ma creduti santuari dal dott. Hazzidakis. Dovunque fra le macerie si sono raccolti fram¬ menti di stucco dipinto. Come tutti gli altri palazzi minoici anche quello di Tylissos fu distrutto da un incendio, pare dopo l’invasione e il saccheggio. Tutti i vasi di terra¬ cotta furono trovati in frammenti, il talento di bronzo nascosto in un angolo dietro un pithos, sfuggì alle ricerche degli invasori, e così pure l’ idoletto di bronzo e solo fa meraviglia come non siano stati asportati i lebeti di bronzo rinvenuti nel 1908. Sul fianco orientale dei monti che s’innalzano ad ovest del villaggio di Tylissos, nella località detta Trapeza (TparrcCa), si apre una grotta che sembra essere stata un santuario contemporaneo del pa¬ lazzo di Tylissos, perchè vi erano dentro molti frammenti di vasi e tazzette del tipo comunissimo all’epoca tarda minoica. Un vecchio paesano degno 63 64 di fede assicurò al doti. 1 lazzidakis di aver trovato dentro la grotta un idoletto di bronzo simile a quello sopraricordato. (Debbo queste notizie alla cortesia del doti. Hazzidakis. Cfr. llz.va5f|Va’.a 1908, fase. 194-195)- A'Ioc/i!os. — Delle recenti esplorazioni nes¬ suna ha avuto per l’età ininoico-primitiva un’im¬ portanza così grande come quella proseguita dal sig. R. Seager a Moclilos nell' aprile-giugno 1908. Moclilos è un'isoletta che giace a 200 metri ap¬ pena dalla costa settentrionale di Creta di fronte ai villaggi di Trullotis, Sfakas e Lastros. È una massa di roccia calcarea avente una circonferenza di circa un miglio. La città antica giace sulla china meridionale dell’isola e altresi sull’opposto conti¬ nente, al quale l’isola fu forse congiunta ai tempi minoici. Tale città fu originariamente abitata nel periodo minoico-primitivo I e continuò ad esistere lino all'età medio-minoica I, in cui fu distrutta. Nel periodo medio-minoico 111 fu rifabbricata e subì la sua linale catastrofe al principio dell’età seguente nel medesimo tempo che i villaggi di Gournià e di Pseira ai quali strettamente somiglia. A cagione delle molte costruzioni che ivi sorsero nei tempi romani, le case minoiche si sono conservate assai male e hanno dato solo pochi oggetti di un qual¬ che valore. 1 migliori trovamenti consistono in un gruppo di bacini di bronzo, in alcune giarre dipinte del periodo tardo-minoico I e in un talento di bronzo simile a quelli trovati ad I laghia Triada e a Tylissos. Sul fianco occidentale dell’ isola venne in luce un ricco sepolcreto appartenente all’epoca niinoico- primitiva li, III e alla medio -minoica I. Le tombe sono di due specie: a) tombe costruite a camera; b) tombe a cassa del tipo cicladico. In tutto ne furono aperte ventiquattro, delle quali sei, grandi, contenevano un ricco assortimento di gioielli in oro (catene, spilloni, foglie e fiori artilìciali; fasce d’oro con occhi sbalzati e incisi le quali sembrano im’anticipazione delle maschere d’oro di Micene) e molti piccoli bellissimi vasi di marmo, di alaba¬ stro, di breccia e di altre rare pietre. Queste grandi tombe evidentemente appartenevano alle famiglie più ricche e forse dominanti in Mochlos nel pe¬ riodo minoico-primitivo li e III, e ciascuna conte¬ neva i resti di molti cadaveri. Anche le tombe più semplici possedevano in ab¬ bondanza bei vasi di pietra e ornamenti d’oro. Invece nelle tombe medio-minoiche si nota un’ac¬ centuata decadenza, essendo gli oggetti assai più poveri che nelle sepolture del periodo precedente. Sui fianchi dell’altura, a poca profondità, sovrap¬ posti alle tombe primitive, si sono trovati numerosi sepolcri di bambini appartenenti al medio minoico III e al tardo-minoico 1. Le ossa, di persone molto giovani e lìnanco di neonati, stavano in grandi giarre dipinte rovesciate, senza suppellettili di vasi o di altri piccoli oggetti. Una di tali giarre si trovò rotta e frammentaria a causa della denuda¬ zione del suolo e vicino ad essa, forse facente parte del suo contenuto, si trovò un magnilìco anello d’oro a castone ovale del genere di quelli prove¬ nienti dalle tombe di Micene, di Knossos e di Ka- lyvia presso Pliacstos. L’anello presenta una notevole scena di carattere religioso. 'Vi si vede una dea seduta in una barca foggiata a drago marino, del quale si distinguono bene la testa (prora) e la coda (poppa). Dentro la barca, accanto alla dea, s’erge l’albero sacro e sulla riva sta un piccolo santuario a pilastri, verso il quale la dea accenna. Nel campo vedesi una bi¬ penne e due altri simboli, il cui significato non è chiaro. Nel 1909 11 sig. Seager ha atteso in particolar modo allo studio dei suddetti notevoli trovamenti. (American Journal of Arcìiaeology, XIII ( 1909), p 273 e segg.) Luigt Pernier. 65 66 SCULTURA GRECA E ROMANA Sulla tecnica del bronzo. — 11 Pernice continua con molta competenza i suoi studi sulla tecnica degli antichi bronzi. Occupandosi delle statue, nota che i capelli a Ercolano erano generalmente fusi a parte (prescin¬ dendo naturalmente dai restauri); trova, studiandone il metallo, che la testa imberbe di giovane da Er¬ colano di scuola eginetica è arcaica veramente; un originale e non una copia romana; quanto a! pu- gillatore del Museo delle Terme, le gambe erano fatte a parte; ma i graffiti dei particolari sono una aggiunta dello scultore per aumentare l’efletto. Nell’altro articolo viene a parlare della patina sui bronzi e si pone la domanda se fosse fatta dall’artista o spontanea. 11 Pernice crede che gli autori volessero i bronzi nella piena lucentezza: la patina si trova special- mente su oggetti certamente puliti (specchi e spade). La patina dell’auriga di Delfi, cosi bella, è sul me¬ tallo lucido; inoltre si sa che una specie di policro¬ mia delle statue di bronzo esisteva: le labbra spesso eran di rame, d’argento le incisioni e i diademi, gli occhi di smalto; tutto ciò è compatibile solo con un bronzo splendente metallicamente e di tono chiaro. Anche la doratura delle statue non era per farle sembrar d’oro, cosa assurda, ma per conser¬ vare la lucentezza del bronzo. Plutarco poi si la¬ menta che già ai suoi tempi le statue avessero per¬ duto il loro primitivo splendore. Infine il Pernice riassume la storia della fusione e il sistema degli antichi. (Pernice in Jahreshefle des osterreichi- sclien archaologischen Instituts, XI, 19J8, p. 212-228). (Id. in Zeitsclirift far bildende Kunst, 1910, p. 219-229). Gli scultori greci. — E. A. Gardner ha pubblicato, con lusso di tipi e 81 tavole, una serie di mono¬ grafie sui i' p ii celebri scultori greci, Mirone, Eidia, Policleto, Prassitele, Scopa e Lisippo e sulla scul¬ tura ellenistica, seguendo il metodo e i risultati della sua storia della scultura greca. (E. Gardner - Six greek sculptors. London, Duckworth, 191'J). Il Museo di Costantinopoli . — Hamdy-bey, prima di terminare, tra l’universale compianto, la sua vita operosa, ha avuto la gioia di veder com¬ piuto il nuovo ampliamento del suo Museo; G. Mendel in un articolo ricco di belle illustrazioni, rileva tutta l’ importanza di un insieme che ormai costituisce uno dei più grandi Musei del mondo. Intorno allo Tscinili-Kiosk, divenuto adatta sede degli oggetti di arte mussulmana, si eleva ora un edifizio a tre ali con 135 m. di facciata e 8000 mq. di superficie. Oltre alle collezioni assira e caldea e all’etea ricchissima (sala IV) e alle serie celebri dei sarcofagi, c’è una sala (V) per i frammenti archi- tettonici di Priene e di Mileto. Nel mezzo, il grande sarcofago di Ambar-Arassy (lu. m. 3.68, la. m. 1,83, alt. m. 3,13) troneggia con la rappre¬ sentanza della famiglia del defunto e dei Dioscuri : la più bella opera del genere della prima metà del III secolo. Seguono le sculture del tempio di Apollo Didimeo, cogli strani capitelli, il fregio di Lagina e quello di Magnesia, le sculture di Assos (s. VI e VII); al primo piano le migliaia di figu¬ rine di terracotta, di cui il Mendel ha dato il ca¬ talogo. A sinistra infine la sala di Aphrodisias (XXI i, la splendida di Tralles con l’efebo e il sacrificio, il Marsia di Tarso e la Menade di Pergamo, che il M. crede ornamento di ara rotonda di Diony- sos (XXII). Infine la sala romana, dove si notano specialmente l’Ermafrodito di Pergamo e il Poseidon di Beirut, e la bizantina. (G. Mendel - Les nouvelles salles da Musée de Constantinople in Revue de t art anc. et mod. 1909, II, pp. 251-266). Il Museo di Brussa. — Fondato da pochi anni il Museo di Brussa si presenta già ricco non solo di iscrizioni e di frammenti architettonici del ter¬ ritorio; ma anche di pregevoli sculture. Un cata¬ logo assai diligente di questi monumenti è dato da G. Mendel. È naturalmente impossibile riassu¬ merlo; solo ricordo un rilievo arcaico, notevole per i raffronti con le arti orientali, della line del vi se¬ colo, rappresentante un personaggio sur un cocchio tirato da due cavalli; una testa di uomo o dio bar¬ bato, bel tipo della seconda metà del v secolo. (*) Esclusi gli articoli pubblicati nella presente rivista. 6? 68 forse un’erma; e poi una larga serie di stele sepol¬ crali e di sarcofagi di tempo posteriore. Accenno pure alla serie ceramica, ricca specialmente della colle¬ zione Scliliemann dagli scavi di Troia. (G. Mendel - Catalogne des nioniiments grecs-roiiiaiiis et byzantins da Miisée Inip. ott. de Broussc nel Biillet. de Corr. HelL, 19U9, p. 245-435|. lì Museo Fogg dell’Università di Harvard. — Questa collezione, fondata dalla Signora Elisabetta Fogg di New York in memoria del marito, aH’Uni- versità di Marvard, va diventando un museo ve¬ ramente importante. Tralasciando la ricca serie di quadri di pregio, specialmente di scuola italiana, esso riunisce alcune antichità, come una eccellente copia del Meleagro di Scopa, forse di scultore greco poco posteriore e paragonabile solo alla testa Medici (Reinach - R. S. 11, p. 555-6), un’Aphrodite di tipo del IV sec., un Asklepios, uno Zeus di tarda arcaicità e specialmente la bella testa già Ponsomby del iv secolo (Reinach - Tètes, Tav. 227), scoperta a Ostia. A questa collezione si aggiunge quella del si¬ gnor Loeb, depositata al Museo, notevole special¬ mente per una ricchissima serie di ceramica aretina, ivi trasportata in tempi assai recenti da Roma, e per molti bronzi, ad alcuni dei quali accenneremo in seguito, tra cui il prezioso Poseidon già Fejer- vary (= Rein. R. S. Il 28. 6), un Eros corrente di epoca romana, e bei gioielli. (Mnseum of Fine Arts Bnll. Boston, VII, n. 39. Giugno 19 9). .Scavi di DcRì- — P- Perdrizet nel congresso fi¬ lologico di Basilea del 1907, ha trattato in modo sommario degli scavi a Delfi ; ha ricordato come le scoperG di oggetti cretesi abbiano dato nuova luce alla leggenda della relazione tra gli abitanti di Creta e l'oracelo d’Apollo : anche nell' inno Ome¬ rico ad Apollo Pizio si nominavano Kpgrac àFo Kvùjaob àlivrkio-j. Anzi il P. pensa a relazioni tra il nome Xapji del noto eunuco, custode del tempio, e Aa,jóptv5o; e ka.lp'jc. Il santuario certo è assai antico, se pure non come altri greci ; resti di un culto ori¬ ginario aniconico sarebbero stati Voniplialos, la pietra di Kronos, il platano di Agamennone. Poi, parlato dell’importanza geografica di Delfi sulla via tra le Termopili e la Beozia e il Pelo¬ ponneso, tocca dei celebri monumenti del vi-v e IV secolo, accennando alla questione di Pausania. Il periegeta tanto bistrattato dopo la scoperta di Olimpia e accusato di aver fatto un sunto di fonti anteriori ellenistiche e in ispecie di Polemon, ha avuto bella conferma a Delfi. Egli certo la visitò nel 175 e. v. ; ma menzionò solo i monumenti che erano sulla Via Sacra che egli segui facendo un’ S: alcuni monumenti, come l’ex-voto per la battaglia di Himera, non sono da lui ricordati, perchè le statue erano sparite e le iscrizioni nascoste; nuova prova che egli non ricorreva alla fonte. Si hanno buone ragioni per credere che Polemon e Anaxan- drides ne parlassero, come avrebbe egli lasciato di menzionare un si glorioso monumento? Solo non si spiega la dimenticanza della sfinge dei Nassi. Infine il Perdrizet ricorda i tesori, le varie successive fasi del tempio di Apollo, e specialmente il tesoro degli Ateniesi, vera pietra angolare della scultura attica del principio del v secolo. (P. Perdrizet - Die Hanptergebnisse dcr Ansgrabnngen in Delphi in Nene Jahr- inicher fiir kl. Altertnin, 19: >8, p. 22-33, 1 tav.). Scavi americani a Corinto. — 11 Wilisch rias¬ sume nei Nene Jalirbiicher la benemerita opera deU’America con gli scavi di Corinto, dopo che nel periodo 1892-95 fu scavato lo fderaion di Ar- gos. Per opera del Richardson e del Woolsey, no¬ nostante molti impedimenti, l’opera della Missione fu notevolissima e anzitutto per la topografia e r architettura delle antiche città, la greca distrutta nel 146 a. C. e la romana fondata da Cesare. Di esse avanzavano solo le 7 colonne del tempio do¬ rico, allora attribuito a Hera Bunaia, o ad Athena Chalinitis, o ad altre divinità e il Dòrpfeld e lo Skias avevano scavato in quei pressi : gli Ameri¬ cani nel 1898, a N. delfingorfi ritrovata dallo Skias scoprirono la fonte Peirene, con le sue vecchie grotte, e la parte architettonica, in gran parte di restauro romano, con un' iscrizione confermante il nome già riconoscibile per la descrizione di Pau¬ sania — l'anno appresso a Ovest del tempio fu scoperta una nuova fontana, certo la Glauke di Pausania e nel 1900 una terza fontana notevole per i resti della decorazione del v secolo. — Con queste si ebbero capisaldi per la topografia della città greca; si identificarono le rovine del tempio dorico, col tempio di Apollo (Paus. II, 3, 6) ; si scopri a NE. il teatro, rimasto interrotto per la ca¬ tastrofe del 148; e poi resti dell’ngorà lungo la via del Lechaion. Più lontano la parte romana con belle terme. Accanto a tutti questi monumenti si rinven¬ nero numerose tombe, con vasi pre-micenei e — mancando sinora il periodo miceneo — geometrici; protocorinzi e corinzi stessi, ma in poca quantità: essi hanno gettato luce sulla questióne della cera- 69 70 mica corinzia dell’ Etruria; poi 350 nuovi resti dei pina/ces del vi secolo, ora a Berlino. Per la scul¬ tura del V secolo poca roba: una gamba di stile eginetico; teste di leone della line del secolo alla fontana Glauke, altri frammenti di cui parleremo ; più importante assai una base col nome di Lisippo, purtroppo essendosi però perduta la statua. Mum- mio dovette veramente distruggere o asportare ogni cosa; con l’epoca romana risorsero le arti, e molti frammenti decorativi sono stati trovati. Tra le iscri¬ zioni notevole una che ricorda Diogenes, scultore che è nominato da Plinio come lavorante al Pan¬ theon, e Hermolaos, che si rivelano padre e tìglio (Plinio N. H, XXXVl 38) e un’ altra che menziona la lirTrapyja di Aristone ricordata da Polibio (XXVIll, 6). (E. Wilisch - Zelili Jafire amerikanischer Aiisgrabiingen in Korinth in Nette Jahr- biicher, 1908, p. 414-439). Sui frammenti di scultura trovati a Corinto, ha rivolto l’attenzione la Signora Gardiner, notando specialmente tre importanti frammenti del periodo della vecchia Corinto, un rilievo con testa di pro¬ filo, ben modellata, opera attica del terzo quarto del V secolo; una testa di profilo, frammento di bella stele sepolcrale attica della metà del v secolo, e un rilievo, con un giovane in piedi, con la cla¬ mide e vicino il cane, opera non attica e pare di arte provinciale della line del v o del principio del IV sec. e che forse può darci indicazione di una scuola locale corinzia. Quanto ai frammenti di ri¬ lievo dal teatro, la G. vi riconosce Athena, Zeus, Herakles, Dionysos etc. e li spiega per una Giganto- machia, ma non di epoca romana, sì pre-perga- mena o almeno pergamena della prima scuola. Arte romana, della rfuova Corinto, trova invece in due statue di Artemis e in altri frammenti. (^Elizabeth M. Gardiner - Series of scitlp- tiires front Corinth in Amer. Joiirn. of Arch. 1909, p. 158-169; 305-20). La tomba Barberini. — Tra gli acquisti più no¬ tevoli ultimamente conclusi dal Governo Italiano è da annoverare quello delle Antichità prenestine, già Barberini, pel Museo di Villa Giulia. Parte im¬ portante di esse è la tomba detta appunto Barbe¬ rini che, come la Bernardini al Museo Kircheriano pure da Frenesie e la Regulini-Galassi del Vati¬ cano da Cerveteri, è notevole esempio di insieme di oggetti arcaici importati dall’Oriente. La tomba Barberini comprende degli ori, come una pettiera con leoni, fibule; argenti come una patera e una oinochoe e specialmente un gran lebete e un so¬ stegno di bronzo; e splendidi avori, quali un leone con due uomini, tre braccia linamente lavorate, due coppe a ligure femminili. A. Della Seta illustra di nuovo questo insieme, finora solo imperfettamente conosciuto, e, discutendone i motivi di origine egea o orientale, e lo stile, viene alla conclusione che il sito di origine sia un luogo dove c’era un in¬ crocio di influenze varie, dominate daU’ellenismo e, benché nei vari oggetti si noti un vario grado di abilità e perfezione, per tutti è evidente che si tratta non di prodotti di una civiltà etrusco laziale; ma importati o almeno lavorati da artisti stranieri, che non avrebbero, nel caso, perduto la loro indi¬ vidualità etnica; ma avrebbero seguito lo sviluppo dell’arte della loro madre patria, neppure adattan¬ dola alle diverse civiltà tra cui lavoravano. I vari caratteri stilistici indicano come punto di prove¬ nienza il bacino orientale del Mediterraneo e forse Fenici — secondo il Della Seta — ne furono i mediatori. E il paese è appunto l’isola di Cipro situata tra la Siria, l’Egitto e Creta: le forti influenze greche poi fanno porre cronologicamente i monu¬ menti con assai probabilità nella seconda metà del VII secolo. (A. Della Seta - Le collezioni Barberini di Antichità prenestinexn Bullettino d’arte, 1909, fase. V-VI, p. 290-310, 3 tav.). Statua arcaica di donna seduta. — Al Louvre, nè se ne sa la provenienza, è una statuetta seduta alta 0.20 m., di calcare, su cui porta l’attenzione il Picard. E un lavoro in pietra assai dura e ciò deve aver influito sulle forme, la testa è esageratamente grande, i capelli pesanti: sembra egiziana. Il Picard la confronta con un busto di Eleutherna e con i kouroi di Polymedes d’Argos e così pure con la statua di Nikandra e con quella da Auxerre. Per la grande capigliatura il Picard pensa a un velo; il vestito è peloponnesio e ornato di stelle, che egli studia come segno di influenza orientale, allora penetrata di fresco per Rodi. Egli pone la statua verso il 600 e la considera prova dell’influenza cretese nel Peloponneso. L’arte peloponnesia per lui avrebbe avuto infuenze cretesi nel vii e vi se¬ colo e ioniche dopo l’occupazione da parte dei Per¬ siani delle coste dell’Asia Minore. La dea rappre¬ sentata è, pel Picard, Demeter o Kybele. (Ch. Vìcatà. - Statue arclta'ique de feninie assise in Revite arckéolcgique, 1910, I p. 66-92). La dea di Prinià. — Una notevolissima e ormai celebre scoperta è quella fatta dal nostro dott. Per- nier sull’Acropoli di Prinià a Creta di un santuario 7 72 ellenico antichissimo. Si son trovati specialmente resti di un tempio con parte del fregio, dove, con arte assai ingenua, sono rappresentati dei cavalieri. Nel tempio si son trovati i frammenti di un simu¬ lacro di dea seduta in trono; tutto a grandezza metà dat vero. fìssa siede in posizione rigida, con le mani sulle ginocchia, il suo abito è adorno, sulle spalle un mantelletto. 11 trono ha un basamento con un fregio di animali sotto cui è una figura muliebre, in rilievo, di faccia. 11 Pernicr pensa a Rhea, come dea rap¬ presentata, e, ricordando l’arte Dedalica di Creta e il Dipoinos e lo Skyllis della tradizione, classifica la statua al principio del vi secolo. (L. Pernier - Di una citlù ellenica arcaica scoperta a Creta dalla Missione ita¬ liana in Bull, d'arte, 1908, p. 441-4(32). « Apollo » arcaico da Tliasos — 11 Sitte fra le altre statue della Coll. Wix da Thasos. ora a Vienna, pubblica una testa d’ « Apollo » importante come modello di un' opera d’arte ionica dell’isola della prima decade del vi secolo. La testa, pur danneg¬ giata, conserva tutta l’antica freschezza e severità ; a lei assai somigliante è la sfinge dell’Acropoli con cui il Sitte appunto la confronta. Il Deonna ha dimostrato che, provenendo da una necropoli, deve essere considerata come monumento sepolcrale. (H. Sitte - Ttiasische Antiken in Jalires- liefle, 19b8, p. 142-161. W. Deonna - Tliasos in Renne ardi., 1919, I, p. 1-14). Sugli « Apolli » arcaici. — La recensione che M. Collignon lia fatto dell’ opera di W. Deonna, già presentata l’anno scorso ai lettori di questa ri¬ vista, sul tipo maschile greco arcaico del vii e VI secolo, deve essere ricordata, perchè l’ illustre archeologo vi fa alcune interessanti affermazioni. Egli riconosce che il tipo in origine deve essere stato creato per rappresentare mortali e che in esso vi fu un’evoluzione; l’influenza egiziana gli pare certa; ma esercitata sur un tipo preesistente rudimen¬ tale, l’origine da di legno negata dal Deonna, secondo le idee del LCiwy e del Poulsen, è da lui ancora creduta necessaria jier spiegare le particola¬ rità di lavorazione; quanto alle scuole del vi secolo, non crede a ciò che dice il Deonna circa la scultura samia; ma si rallegra delle nuove conferme circa un’esistenza di una scuola nassia. )M. Collignon - ics « Apolloiis » arclia'i- (jiies in Journal des savants, vili, I, (1910), p. 1-16 con 2 tavole). « Typenwandernng ». — E. Lòwy inizia nell’ul¬ timo numero degli Jaliresliefte uno studio sull’ori¬ gine e suH’evoluzione dei tipi che primi apparvero nella scultura greca e che si riducono a pochi fonda- mentali. Del lavoro — data la sua grande impor¬ tanza — sarà riferito minutamente in questa rivi¬ sta, dopo che se ne avrà avuta la pubblicazione intera Intanto si può avvertire che in questa prima parte il Lowy rivolge la sua attenzione particolar¬ mente ai due tipi più antichi dell’arte greca; la figura femminile dalla grande capigliatura e 1’ « A- pollo » arcaico, venendo alla conclusione che per tutte le varietà di questi tipi sul suolo greco si può riconoscere un’origine comune, che, partendo da modelli egizi, si deve, con assai verisimiglianza ricercare nell’arte Dedalica di Creta di cui la tra¬ dizione ci ha lasciato ricordo. (E. Lòwy - Tvpenwandernng in Jalireshefte 19: 19, p. 243-304). Sul carro di Monteleone. — P. Ducati ha cer¬ cato di spiegare il significato mitico delle rappre¬ sentanze sul carro di Monteleone, esulato al Me¬ tropolitan Museum di New-York; nella scena cen¬ trale il Ducati vede la consegna da parte di Thetis ad Achille delle armi; mentre nella monomachia la¬ terale sarebbe un episodio della guerra troiana e precisamente il duello tra Achille e Meninone. Im¬ portante a questo riguardo è l’identità con la rap¬ presentazione della scena su un vaso coevo di Wiirz- burg (Gerhard - A. VB. tav. 205) corrispondente persino nei particolari delle armature. Nel lato destro poi, in cui si vede un eroe sul carro compire un viaggio aereo (sotto è la personificazione della Terra) il Ducati pensa a un episodio dell’Aithiopis, in cui Achille morto è rapito dalla madre e portato nell’isola di Leuke. Per la datazione stilistica i rilievi furono riconosciuti già dal Furtwàngler della metà del VI secolo, e forse opera italica da modelli greci. Il Ducati per la citata anfora che si connette coi vasi calcidesi, pensa ad un’arte calcidese del carro. (P. Ducati - Sul carro di Monteleone in Jaliresliefte, 1909, 1. p. 74-80). Tripodi di bronzo del VI secolo. — Trovati in Etruria, in una tomba presso Perugia, portati in frammenti a Roma, comprati ivi nel 1905 e restau¬ rati, dopo il loro esilio, in modo perfetto in Ame¬ rica, tre tripodi in bronzo della collezione Loeb offrono uno dei più notevoli esempi di opere di bronzo arcaiche. Le facce di ciascuno sono ornate di sfingi, chimere e rappresentanze mitologiche. Tra queste si nota Bellerofonte, Pegaso e la Chimera, in uno; Perseo e la Gorgone, Achille e Troilos in un altro ; Herakles e il leone Nemeo, Perseo e 73 74 Atliena nel HI, Peleus e Tlictis in questo e nel I. Inoltre sono adorni del gran bacile e di figurette. Si rivelano per opera ionica della seconda metà del VI secolo ed hanno notevoli riscontri con i ri¬ lievi del carro di Monteleone. (George H. Chase - Three bronze Iripods belonging to /. Loeb Esq. in Amer. Jour. of Ardi., 1908, p. 287-323). (George H. Chase - in Miiseiim of Fine Arts Bull. Boston, VII 39. Giugno 1909). La lupa Capitolina. — Il Petersen è recente¬ mente ritornato sulla questione dell’epoca e dello stile della lupa capitolina e anche con nuovi ar¬ gomenti giunge alla conclusione che abbiamo un prodotto ionico arcaico dello scorcio del vi secolo, ordinato dai Romani a un artista greco. Quanto al significato, crede si tratti di due eroi greci allattati da una lupa, anzi avanza l’ipotesi che questa opera d’arte abbia avuto essa stessa gran parte nello svol¬ gimento della leggenda della lupa romana. (E. Petersen - Lupa capitolina in Klio. 1908 p. 440-456, 1909, p. 29-47). II Soltau invece, trattando della leggenda di Ro¬ molo, arguisce che essa non è di origine popolare; ma originata dalla Tyro di Sofocle conosciuta a Roma attraverso V Alimonia Remi et Romiili, di Nevio: la statua sarebbe stata dapprima una lupa sola e i fanciulli sarebbero una tarda aggiunta. (W. Soltau in Arch. Rel.-Wiss., Xlì, 19u9, p. 101-125). Sullo stesso argomento discute infine anche il De Sanctis, trattando tutta la questione. Egli dice che non solo è probabile che la lupa sia entrata a Roma solo colla leggenda; ma che nulla ci dice che sia stata fatta per Roma, può esser preda di guerra dall’Etruria, dalla Campania, Magna Grecia o Si¬ cilia 0 dalla Grecia propria e Asia Minore: in Gre¬ cia si dedicavano animali agli dei, come l’orsa ad Artemis: Leto è ricordata sotto la forma di lupa, prima del parto. Inoltre la lupa del Campidoglio non può, pel D. S., avere avuto in antico i ge¬ melli; ella guarda avanti, come nella moneta di P. Satrieno (Babelon II, 423) in cui è sola; nel tipo quando allatta guarda invece i fanciulli. Dunque la lupa probabilmente non fu fabbricata per Roma; ma dedicata a Leto o ad Artemis. Venendo all’aneddoto del fulmine deir85 a. C., il De Sanctis legge in Cicerone che il simulacro cadde a terra, mentre sulla base restarono vestigia pedum, non orme, ma parti di essi; invece nella statua presente i piedi ante¬ riori sono intatti; se il segno è di fulmine, sarà stato un caso analogo, anche perchè la lupa di Ci¬ cerone, certo fu nascosta nelle favisse del tempio Capitolino; mentre la presente statua è nota dal primo medio evo e pare non fosse mai sepolta. Dunque la lupa non è quella nominata da Cice¬ rone, pur essendo opera arcaica greca o italica da modello greco. Infine il De Sanctis riesamina la leg¬ genda della lupa, che era sorta già nel 296 quando gli Ogulnii dedicarono un simulacro di essa coi ge¬ melli, presso il fico ruminale, cerio nel Comizio ; ma questa statua non ha niente a che fare con la Capitolina nè con un terzo simulacro che Dionisio vide presso il Lupercale. (G. De Sanctis - La leggenda della lupa e dei gemelli in Riv. di filologia, XXXVIII, (1910), p. 71-85). La donna col fuso di Thasos. — In occasione del¬ l’entrata al Louvre di questo rilievo, già Christidis, edito dal Mendel {B. C. H. XXIV, [1900] p. 554), il Collignon lo riesamina, riconoscendo nell’oggetto in mano alla donna in trono, non un fiore; ma un fuso (’ixp-r/.xo;). Quanto alla destinazione, rilevato il carattere funebre, è troppo piccolo (la. m. 0,175, alt. m. 0,25) per essere una vera stele, il C. col Klein {Gesch. gr. K. 1, p. 328) lo crede perciò un ex-voto a una morta eroizzata, una saggia oì-/. oosaTtoiva. Per lo stile, lo paragona al rilievo di Paros, pubblicato dal Lowy {Ardi, epigr. Miti, aiis Oesterr., XI, p. 154), ora Max Klinger a Lipsia e li crede imitazioni locali di opere ioniche, della prima metà del vi secolo. (M. Collignon - La dame au fuseau - Stòle funéraire de Thasos in Florilegiiim M. de Vogué, 1909, p. 129-136). Sul trono di Amyklae. — II Fichter, già architetto nei primi scavi a Amyklae, ebbe dalla Soc. Arch. Greca, dopo la morte del Furtwangler nell’ ot¬ tobre 1907, l’incarico di seguitarli. Nella seduta del 29-VI-1909 ha comunicato alV Archdologisclie Gesellschaft di Berlino i suoi risultati. Egli'anzitutto esclude che la base creduta del trono dallo Tsuntas e dal Furtwangler (sia tale; poi tenta una nuova ricostruzione del monumento con i numerosi fram¬ menti di architettura trovati, demolendo la chiesa della Hagia Kyriaki, che pare sorgesse proprio sulla base del trono. Di questa avanza '"solo un muro lungo 7 metri. Perciò conclude che il trono era di marmo e non di legno e cerca una ricostruzione in base alla descrizione di Pausania (HI 18,10-19-5). Il trono sarebbe stato un edifizio lungo rettangolare, coi lati esterni adorni con le figure di Horai, Cha- rites, etc.: come sostegno interno della volta eran Ausoni - Anno IV. 41 7S 76 colonne doriche, come in una cella, con carattere peripterale. Delle rapprcsetitanze nominate da Pan- sania, le prime 27 erano pel Ficliter all' esterno a fregio, altre all’ interno alle barriere e agli interco¬ lunni ; un terzo gruppo adornavui l’altare di 1 l_ya- kinthos che serviva di base alla statua di Apollo. Questo altare era c]uadrangolare e con la statua era avanti il trono. Le x.:z.Jiòpa' di Pausania erano sul soffitto della costruzione; lo spazio maggiore non era sul trono; ma davanti ad esso dove era la base della statua; la spalliera era di pietra; i bracciuoli, muri laterali. Le ligure "pò: roTc avw Tcipaaiv erano forse statue ad acroteri. 11 Fichter dà egli stesso solo come ipotesi questa ricostruzione che fu contestata nella stessa seduta specialmentedalTrendelenburg il quale esposeil dub¬ bio che le parti scoperte appartenessero al trono, che così sarebbe stato di una foggia affatto insolita. In ogni modo, come ripetè il Puchstein, pare siano sco¬ perti il vero sito e frammenti del monumento, che da un misto di dorico e di ionico testimoniereb¬ bero, secondo il Fichter, l’arte di Bathykles. [Wochenschrift fìir klass. Philol. 1910, n. 21, col. 586-89). Sul tesoro «degli Gnidi-» a Del/ì. — Nessun monumento è stato oggetto di tanto studio in questi ultimi due anni, quanto il tesoro che da molto tempo si era convenuto di chiamare degli Gnidi. 11 fine di questi studi è stato triplice : I. di determinare bene l’ubicazione e le diffe¬ renze tra il tesoro degli Gnidi e quello dei Sifni, lìnora confusi; II. di controllare il lavoro dell’Homolle, con¬ chiuso con la celebre ricostruzione in gesso del Tesoro al Museo di Delfi; III. di interpretate le varie rappresentanze. Ai primi due scopi hanno lavorato il Pomtow e 10 Heberdey. 11 primo afferma che le testimonianze parlano dei tesori degli Gnidi e dei Sifni come di monumenti distinti lungo la Via Sacra; f Homolle (B. C. H. 1896, p. 56) attribuì comunemente iresti meridionali agli Gnidi e i settentrionali ai Megaresi: 11 suo preteso tesoro dei Sifni ad occidente presso il preteso degli Gnidi, non era che una rampa di accesso a questo, come già conobbe il Lettermann. La questione è tra gli edilìzi a Nord e a Sud, i cui resti sono confusi; ma i blocchi sono di diverso spes¬ sore, 49 e 59 cm. La fondazione a Nord, è del te¬ soro degli Gnidi; e ad esso e non al gran tesoro a Sud appartiene la dedica in alfabeto Gnidio [o'i ScTvsc] ròv Ori^aupòv etc. Questa inscrizione pel Pomtow non era nè gradino (Homolle), nè epistilio (Keramopulos), ma architrave della porta. Il tesoro è precisamente dei Sifni e a esso appartenne la metà destra della porta con la menzione del rinno¬ vamento della proinanteia. Infatti il Pomtow resti¬ tuisce: [SsX'po'i aTtioujzav Nicsvtoi? xàv r.oo- [j.]avTr, [av ap/ov'oc ’ A p i 0- T 0 p. à ■/ 0 ( u ; etc. e nonlvviòloi; come dice l’Homolle. (11 Pomtow nota che l’arconte deve essere un Aristomachos figlio di Peithagoras tra il 337 e 344 e non quello del 252-1. (Vedi Alio VI, p. 123). 11 gran fregio scolpito é dunque, come credevano il Furtwiingler e il Belger, (Beri. Plìil. Wochen. 1894, c. 862-1276) Sifnio e non Gnidio e cosi pure le cariatidi ed il frontone col ratto del tripode, anche perchè un frontone largo m. 5,78 non può stare in un tesoro con m. 5,53 di facciata. Il tesoro degli Gnidi è del tempo di Greso e ri¬ mase incompleto per la catastrofe dell’impero Gnidio (dunque 546 al 541 circa) quello dei Sifni è più recente; di riscontro al precedente, fatto tra il 535 e 530 e finito nel 525 (assedio di Policrate dagli Spartani). Gosì pel Pomtow la ricostruzione di Delfi non è giusta, ed è formata di molti frammenti del tesoro dei Sifni con alcuni resti di quello degli Gnidi (parte della decorazione, dedica e pezzo della porta). (Pomtow - Delphica in Berliner PUH. Wo- chensclirift, 1909, col. 187-189). Gontemporaneamente a questo, si occupava del problema lo Heberdey, che conobbe il lavoro del Pomtow solo mentre stava stampando il suo e lo giudicò mancato. Lo H. si accorda nel riconoscere che i frammenti usati per la ricostruzione non pos¬ sono appartenere a un solo insieme e, specialmente per lo stile, riconosce che il frontone e gli acroteri sono assai più arcaici dei rilievi del fregio ; che il rilievo orientale non può essere, come si credeva, formato metà dalla assemblea degli dei e metà dal combattimento su un caduto; non si spiegherebbe la maniera di assistere voltando le spalle e poi un esame dell’insieme mostra resti di altre figure che aumentano il numero degli dei. Invece il combat¬ timento sta bene a sè e forma il lato anteriore del fregio del tesoro che misurava di faccia un 4 metri. Quanto agli altri rilievi lo stile fa distinguere due gruppi. -A) 1. gigantomachia — *2. lotta sul caduto — 3. riunione di dei. B) 1. Leucippidi — 2. « fregio occidentale » di Athena alata etc. ; caratterizzati da differenze di forma e di esecu¬ zione, di conservazione e di rinvenimento, che con 77 gli altri caratteri è di conferma (gruppo A trovato al Nord e all’Est del tesoro; B all’Ovest). Per il gruppo .4 si è visto ehe la parte 2“ era certo la anteriore; alle pareti laterali erano le parti 1“ e 3“ ora frammentarie; il 4“ lato non è determi¬ nabile dai frammenti. Il monumento aveva m. 3,50 di fregio anteriore e posteriore e 7,80 di laterale. Pel gruppo B pare si abbiano una parte laterale nella 1“, e frontale nella 2^ di 4 metri ; sull’inter¬ pretazione proposta per questa, vedremo poi. Quindi lo Heberdey conclude riassumendo: 1. una costruzione col fregio A\ 2. un’altra, più larga anteriormente, col B: que¬ ste due quasi contemporanee; 3. una più antica di cui resta il frontone col ratto (largo m. 5.78) e gli acroteri. Nel primo edilìzio riconosce il tesoro degli Gnidi, nel secondo quello dei Sifni, lascia il terzo inde¬ terminato. Quanto alle korai anzitutto bisogna pensarle non tra-, ma avanti alle antae ; i tesori eran troppo stretti per permettere la disposizione fin ora cre¬ duta: esse appartenevano due al tesoro degli Gnidi e due all’edifizio arcaico n. 3. (Heberdey - Das Schatzhaus der Knidier in Delphiin Atìien. Miti. 1909, p. 145-166)_ (Riferendomi a quanto ora si è ben dimostrato ; mi servo delle usuali divisioni, secondo il restauro di Delfi, per parlare dell’ interpretazione dei soggetti dei suddetti rilievi, (v. Reinach Rep. Rei. p. 127-133). I: fregio «occidentale». I rilievi erano interpretati come l’apoteosi di He- rakles, assai luce hanno portato le ricerche del Poulsen. Esposto lo stato della questione e la iden¬ tificazione in esso da parte deH’Homolle di Hermes e di Athena, tratta delle altre figure. L’uomo nudo a destra per lui non è Herakles, nè Hebe la donna opposta sul carro, anzitutto è inverosimile la di¬ stanza e poi la spiegazione è diversa; il primo ha in mano un martello, ed è Hephaistos (cf. vasi dipinti), nella seconda è una dea che sul carro si mette una collana: Aphrodite (Hom. Hynin., V, 10). Athena monta sul carro, Aphrodite ne discende. 11 Poulsen conviene che manchi parecchio in mezzo ; egli, considerata la divisione degli dei : Hermes, Hephai¬ stos, Athena (che egli crede su cavalli di Poseidon) da un lato; Aphrodite e due dei (Artemis e Apollo ?) dall’altro, riconosce ràpisTsta di Achille nel XX libro dell’Iliade (V. 160 segg., 428 segg.). (F. Poulsen - La frisa ouest da Trésor de Guide à Delphes in Bull, de Corr. Hell. 1908, p. 177-187). 78 La spiegazione è accettata con entusiasmo dal Lechat, che nota come Athena sia alata, con un tipo orientale del resto noto (Zahn - Ardi, .lalirb. XXllI 1908 p. 172) e che questo ha fatto dare le ali ai cavalli, senza bisogno di ricorrere a Po¬ seidon. (H. Lechat - La frisa etc. in Reviie des étiides anciennes XI, 1909, p. 129-133). Lo Heberdey da ultimo discorre del mito di questo rilievo, accetta e loda la identificazione di Aphrodite che si adorna; ma riconosce Artemis che mette una freccia all’arco, e resti di un gigante ucciso e infine la coronide sul timone del carro; pensa perciò alla rappresentazione dell’uccisione di Tityos da parte dei Letoidi, mito localizzato nei pressi di Delfi (Hom. 576 segg.) e rappresentato in un anathema degli Gnidi nel santuario (Paus. X. 11-1). La interpretazione del Poulsen gli pare meno probabilmente rappresentata. (Heberdey - art. cit.). II: fregio « orientale » A. - Riunione di dei. Gontemporaneamente allo Heberdey, il Karo pub¬ blica un’articolo in cui tratta pure del fregio « orien¬ tale »: egli riconosce che molto manca del rilievo e che ci sono tracce di altre figure, e le studia tutte. Anzitutto nella figura centrale del frammento sinistro riconosce non Zeus, come finora tutti, ma Dionysos, ciò sia per la Menade e il Satiro che adornano i bracciuoli del trono, sia perchè è im¬ possibile pensare a un fulmine; ma sì a un vi¬ ticcio e al tirso nelle due mani; per gli dei dietro a lui, accetta i nomi di Apollo, Artemis e Ares, la dea con Artemis gli pare più probabilmente Leto che Aphrodite. Nel li frammento adotta il nome di Athena ben caratterizzata; le altre due figure gli paiono femminili ambedue e propone i nomi di Demeter e Kora. Nella parte centrale perduta, re¬ stano alcune parti minime di trono e di piedi da¬ vanti a Dionysos; ma pel Karo sono sufficenti per far ritenere certo lì Hermes che paria col fratello; davanti a Athena sono resti della spalliera di un trono; lì era Zeus che non poteva mancare e di fronte a lui, in trono. Hera. Sono due metà che di¬ scorrono e alludono a qualche avvenimento: Tesser seduti gli dei che accompagnano questi eroi rende impossibile pensare al ritorno di Hephaistos; all’en¬ trata di Herakles nell’Olimpo, al ratto del Tripode e all’uccisione di Tityos o dei Niobidi. Il Karo propende per la lotta di Achilie e Memnone come si trova rappresentata nei vasi, per la scena centrale del rilievo. L’importante è la presenza degli dei. 79 8o in maniera quasi tradizionale in un monumento di un secolo anteriore al Partenone. (G. Karo - Gotterversammliuig and Gi- ga/itoinacliie am Knidier-schatzìiaiis in Delphi in Athen. Miti. 1909, p. 167- -178). B. Combattimento. Per la parte B della vecchia ricostruzione il Poulsen pensa che il guerriero morto sia non Eu- phorbos, ma Patroklos e pensa all'episodio del libro XV!! dell'Iliade. 1 Poulsen - rt/Y. citi). Su questa monomachia si è intrattenuto a lungo recentemente il Reisch. Accettando l'idea dello lle- berdey circa il suo collocamento, egli si occupa dell'interpretazione della rappresentanza. Egli af¬ ferma che la scena non è la .M^valào-j y.ry.'s-An. del XVII dell' Iliade, e, quanto al guerriero mo to, se la presenza di Enea si oppone a riconoscerci Eu- phorbos, l'essere egli ancora con tutta l’armatura è un impedimento decisivo per Patroklos. L’Ho- molle si basò molto sui resti delle iscrizioni, an¬ cora riconoscibili, nonostante la deplorevole idea di ripassare con il lapis le lettere, con la possi- bilitcà di falsi completamenti, tanto più che le iscri¬ zioni si danneggiarono assai al momento della sco¬ perta, per esser le lastre, come riferisce il Pomtow (art. cil. c. 382), restate a lungo esposte alle in¬ temperie. Il Reisch riconosce ciò; ma crede di aver dati per proporre altre letture. 11 nome di Achilie è accertato; e cosi pure quello di Enea; ma l’altro guerriero di cui resta la parte del nome ME non è Menelao. Il Reisch che esaminò le lastre nel 1903, lesse chiaramente il .ME; ma osservò che i nomi sono così scritti da cominciare presso te ligure che indicano (la prima lettera è presso la testa o il corpo di questa, le altre lettere vanno verso de¬ stra 0 verso sinistra, secondo lo spazio) e che perciò il guerriero indicato è dalla parte Troiana: completa perciò M;;j.va)v e il nome fu ancor meglio accertato da un esame che rifece il Pomtow per lui nel 1908. A destra poi si legge X(.»A;.iM, resto certo di AÙToiniòrov ; a destra pure il nome certo di Nestore e daH’altra parte forse era Priamo. Stabilito ciò, il soggetto del rilievo si rivela pel duello tra Achille e Memnone e il morto è il figlio di Nestore, Antilochos. Questa rappresentanza del duello era già nota principalmente da un fram¬ mento in Eirenze di anfora Calcidese (vedi: Milani - Moniini. scelti dei R. Museo Arclieol. di J'irenze I. 1) dove la scena è la stessa e l’interpretazione delle ligure è resa certa dalle iscrizioni. Fra i personaggi non manca Automedon, forse con resti di cavalli come nel rilievo. All’estremità del vaso eran le ma¬ dri. Il Reisch menziona pure vari altri vasi con la stessa scena da cui si vede che le linee generali della composizione del rilievo sono radicate in un’antica tradizione ligurata, che certo deriva dal- l’Aithiopis. La menzione poi della morte di Antilo¬ chos si trova in Pindaro {‘Pytli. VI 29) (cfr. Hom. 3 187) e in lui stesso {Nem. VI 50) si ricorda Achille. Tra i compagni è certo Enea, di Memnone ; di Achille fu forse, come nel gruppo di Lykios a Olim¬ pia, Diomede (Paus. V 22, 2). (E. Reisch - Zu dea Friesen der delplii- sclien Schatzlidiiser in Wiener Franos, p. 293-3UI I. * A tutto questo bisogna osservare che anche dallo Heberdey, come si è visto, si riconosce l’appar¬ tenenza delle due parti del fregio « orientale » a uno stesso monumento; perciò non si possono ac¬ cettare insieme le ipotesi del Karo e del Reisch che tutt’ e due concludono col riconoscere in cia¬ scuno dei due rilievi la rappresentanza del duello di Achille con Memnone. Ora, siccome il Reisch porta dati di fatto in favore alla sua ipotesi, mentre il Karo viene a quell’ipotesi, per esclusione di altre, bisognerà accettare la spiegazione del primo e pen¬ sare a qualche altro mito per la scena centrale per¬ duta del fregio A, a cui assistono gli dei. * 111 : Fregio « settentrionale » : gigantoniachia. — Per l’interpretazione di questo rilievo hanno di¬ scusso il Karo, il Lechat e il Romaios. Il primo ha iniziato la discussione, facendo un interessante pa¬ rallelo tra la rappresentanza e la nota cantica dello lon di Euripide (v. 190-218). La scena sarebbe a Dehi — le àyj'.aTioE; sono certamente ri¬ conosciute del Karo : non è una forma retorica per le facciate dal tempio; ma sono le Cariatidi dei Tesori che studiamo che, essendo li da tanto tempo, sor¬ prendono il buon Ateniese che credeva uniche al mondo quelle dell’Eretteo che allora si stava co¬ struendo (lo lon fu rappresentato tra il 421 e il 415): il monumento di Herakles e la Hydra è quello a Tisagoras (Paus. X 18, 6 1 — allora la Giganto- niachia è la nostra e con essa si riconoscono A- thena che combatte Enkelados, Zeus e Minias, Dio- nysos. 11 Karo perciò crede Dionysos, col Wolters (Baedeker - Grieclienland, V ed., p. 1.55) sul carro coi leoni e l’oplita con Telino col cimiero a forma di kantliaros, un gigante. (Karo - lon de Euripide et le. Trésor de Cnidc in Ball. Corr. Fieli. 1909, p.201- 237). Contemporaneamente il monumento fu studiato dal Lecliat che è venuto alle stesse conclusioni per la figura con l’elmo col kantharos. Trattando tutta la questione, anzitutto riconosce che Herakles e Ky- bele non sono insieme; ma vicini. Per Kybele egli conosce l’interpretazione per Dionysos come pro¬ posta solo dal Wolters e crede di doverla abban¬ donare nonostante la verisimiglianza, per la sco¬ perta del buco per un orecchino all’orecchio della figura. Egli riconosce due piani sul rilievo: al II, Herakles con un avversario, il leone a sinistra del carro di Kybele e il secondo avversario di lei che fugge; al I piano invece Kybele sul carro, il leone a dritta, il primo avversario di lei preso dal leone, Apollo e Artemis e Ephialtes. Nelle altre parti del rilievo riconosce Athena alata, Aiolos con l’otre ; Hera che pare occupasse il centro; Ares armato di corazza e non Zeus come dice il Wolters. (Cfr. ora pure S. Reinach Rép. Rei- p. 132) e infine Hermes che anticamente aveva il berretto conico da campagnolo (e non Hephaistos). Infine nell’ultimo frammento Poseidon che è nel carro guidato pure da Amphitrite; i Dioscuri e He¬ phaistos. Zeus deve essersi perduto, Dionysos forse mancava, nè la sua assenza è più strana della pre" senza di Kybele. (H. Lechat - La jrise du Trésor des Cni- diens à Delphesm Réviie étud. anc. 1909, p. 1-29). Il Romaios studia la figura alTestremità orientale del fregio e in essa riconosce non Aiolos con l’otre e con due Eolidi; ma Hephaistos che lavora sur una fornace da fabbro, su cui prepara i fulmini di me¬ tallo contro i giganti. È accompagnato da Thetis e da Eurynome. (K. A. Romaios, in ’Eij. àp/. 1908, col. 245- 254). L’idea pare assai giusta al Karo che è ritornato recentemente suH’argomento. Egli perciò l’accetta, mentre d’altra parte accetta le argomentazioni de! Lechat a proposito di Hermes e di Kybele. 11 rico¬ noscimento di Hephaistos gli permette un impor¬ tante raffronto con un kantharos dell’ Acropoli (pubbl. Hartwig in Bull. Corr. Nell. XX [1896] p. 394) un poco anteriore; da cui si rileva che il tipo del dio è creazione della pittura. In tutto il rilievo il Karo trova segni pittorici e conclude che esso e il vaso furono ispirati da un ca¬ polavoro della pittura ionica, forse in Knidos stesso. Karo - Art. cit. in Athen. Miti. 1909, p. 174- 178). Infine il Reisch, in una nota allo scritto citato, si oppone alle argomentazioni del Karo e del Le¬ chat, a proposito del guerriero con l’elmo col kan- tliaros, perchè dice che si legge sull’orlo l’iscri¬ zione che lo indica come Dionysos e questo nome gli pare sicuro, nonostante i dubbii già accennati per i! fatto che le lettere furono rifatte con la matita. (Reisch - Art. cit. p. 295 n. 2). Fregio « meridionale » - Il ratto delle Leucippidi. - Di esso si è pure occupato il Reisch che, accettando generalmente la ripartizione dello Heberdey, non re¬ sta persuaso a proposito delle lastre del fregio « me¬ ridionale», secondo il restauro antico. Egli è sem¬ pre dubbioso che i due frammenti con i « rapitori di donne » (c e d), il pezzo con il tiro a quattro a sinistra dell’altare (a) e le lastre con il cavaliere (b), appartengano a uno stesso insieme. Trova diver¬ sità di stile e non spiega il movimento dei cavalli mentre i Dioscuri sono smontati e stanno eseguendo il ratto. Egli crede che a e. b non abbiano nulla a che fare con c e d; ma rappresentino forse non un mito, ma una cavalcata festiva, come nel fregio del Partenone — Per stile lo pone con il fregio « occi¬ dentale ». Quanto alla rappresentazione del ratto, egli crede la composizione simmetrica e forse occupante il lato frontale di un piccolo edificio; nè osa decidere se debbano essere dello stesso insieme con la Gi- gantomachia, la riunione degli Dei e il duello tra Achille e Memnone o di altri edifizii, prima di un nuovo esame dei rilievi. (Reisch - Art. cit. p. 300-311). Scavi al Santuario di Athena Chalkioikos in Sparta. — Gli scavi del 1907 in questo santuario hanno dato risultati poco produttivi, ma interes¬ santi per la topografia di esso: tra le sculture è notevole una stele di calcare bigio con rappresen¬ tata in rilievo una figura femminile gradiente a si¬ nistra con un fiore nella mano destra e un oggetto rotondo nella sinistra. A sinistra è il nome del dedicante Anaxibios. Il lavoro si può paragonare alle Korai di Atene ma pare locale ed è della seconda metà del vi secolo. (G Dickins - The Hieron of Athena Chal¬ kioikos in Annual of Brìtish School at Athens XIV, 1907-8 p. 142-146). Le sculture arcaiche dell' Acropoli d' Atene. — In occasione del Congresso filologico di Graz, l’Isti¬ tuto arch. austr. ha pubblicato uno studio dello 83 84 Schrader die riferisce i risultati delle annose ri¬ cerche e della paziente opera di ricomposizione dei frammenti scavati sull’Acropoli di Atene e ap¬ partenenti, come è noto, al periodo pre-persiano. Quasi tutte le sculture hanno nuova luce, notevoli specialmente le ricomposizioni con nuovi frammenti di un giovine (n. dQtì), di un cane (r. 1-13), della parte anteriore di un cavallo (n. 70(i), di alcune ligure di xópai ; la testa di Gorgone (n. 701) è riconosciuta appartenente ad una figura alata corrente: acrote- rio centrale dell’antico tempio di Athena. Forse non mancherà qualche giudizio discorde su alcune ri¬ composizioni; ma certo l’opera è uno dei piti no¬ tevoli contributi ultimi alla conoscenza dell’arte at¬ tica della seconda metà del vi e del principio del \- secolo, e fa desiderare il grande catalogo illu¬ strato delìnitivo che lo Schrader prepara. (Hans Schrader - Archaische Mannorscii/- pturen ini A/cropolis-Miiseiun za Aliien. Wien, Hiilder, 1909). Grondaia figurata di Siracusa. — 1 recenti grandi lavori di fognatura della moderna Siracusa, nell’an¬ tica Ortygia, non dettero purtroppo nessun impor¬ tante risultato archeologico, pur giungendo spesso lino alla roccia. Se le speranze furon frustrate, si può segnalare un interessante frammento ritrovato, una grondaia di marmo pario a testa leonina lunga cm. 36, con relativo pezzo di cimasa. L’Orsi lo giu¬ dica un buon lavoro del principio del v secolo. (P. Orsi - Notizie degli Scavi, 1969, p. 343- 349). Statua virile del principio del V secolo. — Tra le sculture che adornano la Villa Borghese, il Della Seta ha portato l’attenzione su una statua virile nel Giardino dietro il Museo che porta una testa di Traiano antica; ma non appartenente. Nonostante il danno della secolare esposizione alle intemperie, la statua è notevole come rara copia romana di opera greca del principio del v secolo. Rappresenta una fi¬ gura virile; nuda, tranne un niantelletto (clilanis?) s iile spalle: le braccia che paiono antiche sono al¬ lontanate dal corpo; la destra è in alto, in atto di scagliare qualche oggetto (fulmine, tridente o lan¬ cia) e il movimento è certo, anche se si trattasse di un restauro. Lo schema della ligura, come nota il Della Seta, è quello della ligura gradiente e questa è il tipo greco più antico, tra quelli che possediamo, in cui sia stato tentato il problema del movimento nella rappresentazione di prospetto, tanto curato in seguito. L’imperizia nel risolvere l’arduo problema, il man- telletto che si ritrova nell’Oinomaos di Olimpia, nel piccolo Zeus pure di Olimpia e nell’Anacreonte Borghese, è caratteristico del principio del v secolo; la conformazione del corpo rivelano una statua di bronzo da collocarsi appunto tra il 490 e il 470: il solo fatto che fu copiata ne rileva la cele¬ brità. Mancando la testa, non si può parlare di identificazione del soggetto (pare però si tratti di un dio combattente) e tanto meno arrischiare uno dei nomi di capolavori dell’epoca, tramandatoci da antichi scrittori, tanto più che non si trovano ri¬ scontri nelle monete. (A. Della Seta - Una statua arcaica di Villa Borghese \n Ballettino della Comni. Archeol Coniun. di Roma, 1908, p. 1-20). Sull'ex-voto di Maratona e sul Cavallo degli Ar¬ givi a Delfi. — Il Pomtow tratta di questi ex-voto di cui resta parte della base. Le sue conclusioni sono che la base fosse di m. 14,50 x 16 e le statue di grandezza al naturale. Gli eponimi eran nel loro ordine ufficiale; il contratto dovette esser fatto nel 490 o 489, prima della condanna di Milziade e il monumento inaugurato verso il 488-87. Benché il Pomtow dichiari di credere, col Lòschcke, Fidia morto nel 438, pensa che il gruppo sia opera di Hagias e che Pausania abbia fatto una confusione. Infine egli discute la teoria che le statue di An¬ tigono. di Demetrio e di Tolomeo fossero antiche statue battezzate. Quanto al cavallo di legno, lo pone tra il voto di Maratona e i Septem e accetta la data del Brunn del 414. La base era di m. 5 X 1,7 e di essa resta la parola APiTHUI. (Pomtow - Stiidien za den Weihgeschen- ken and der Topograpliie von Delphi in Kho, 1908, p. 73-120). Sul tesoro degli Ateniesi. — Si annunzia che il Replat ha finito in maniera assai soddisfacente la ricostruzione del tesoro, a spese di Atene : le me- tope di gesso al posto danno bella impressione. Nelle parti architettoniche pare al Pomtow che al¬ cune parti non appartengano a quel tesoro, ma a quello degli Gnidi, mentre furono escluse parti im¬ portanti e certe. (Reinie archéol. 1908, I p. 90 - Pomtow - Beri. Ph. Woch., 1909 col. 189). Terracotte della Sicilia. — Il lavoro di bonifica del fiume 1 lipparis, nel territorio dell’antica Cama¬ rilla, ha aggiunto due interessanti pezzi alla già ricca serie delle terracotte siciliane: 1, un grosso frammento di una statua peplo- plìoros, del noto tipo della prima metà del v se- 85 86 colo, di arte peloponnesia, che ricorda specialmente quella di Inessa, illustrata del Rizzo; II, una testa fittile grande quasi al vero, dalla ricca capigliatura a ciocche davanti, unita di dietro e dai tratti severi. Aveva in testa un kalathos e alle orecchie i buchi per orecchini di metallo. E’ un tipo della fine del v secolo che ricorda assai da presso la testa di dea delle monete Siracusa/ie di Euaine- tos e che rappresentava Demeter o meglio Kora. Monumenti analoghi furon raccolti dal Deonna {Sta- tues de terreciùte datis l'antiquité, p 61-67). (P. Orsi - Not. degli Scavi, 1909, p. 379- 382). L’ Aiace di Popiilonia. - La piccola statuetta (alta mm. Ili) trovata a Populonia e pubblicata da L. A. Milani offre un tipo assai interessante del¬ l’arte greca. Già il Furtwangler aveva notato la poca differenza tra l’arte egineta e l’attica: ad Egina eran modelli ionici portati da Samo, gli stessi passati con Pitagora in Italia. Il motivo del suicidio di Aiace era conosciuto in pittura in un cratere a Caere, ora al Louvre, già dalla metà del secolo viii; questo è il primo esem¬ plare statuario e fa ricordare che Onatas Egineta l’aveva rappresentato a Olimpia (Paus. V. 26, 2)- La statua, importante anche per determinare le fonti della tragedia sofoclea, è un prodotto dell’arte greca subito dopo le guerre persiane. (A. Milani - L' Aiace di Populonia in bal¬ lettino d' arte, 1908, p. 360-68 - Cfr. S. Reinach, in Gazette de beaiix arts, Janv. 191u). La cronologia dell’Auriga di Delfi. — Il Keramo- pulos pubblica ntWz Athenische Mitteilimgen nuovi risultati di sue ricerche sulla vexata quaestio della lettura della prima linea, poi abrasa, dell’ inscri¬ zione dedicatoria del gruppo a cui appartenne l’au¬ riga di Delfi. Rifatta la storia di queste interpretazioni, dall’Ho- molle al Washburn, egli afferma di aver argomenti per proporre la seguente nuova lettura : Eù^àpsvó; p.e EéXov ho] EéXot; avfSsxj Favàajfov oppure : llu^tovtza EsXov ps] FàXa; avl^sy.: Favàcscj[ov Aitv.psvcu: h'Jtù? -]ov eÙÓvoij.”'A7ì’iXX[ov] e ciò perchè nella prima lettera del masso conser¬ vato legge un y quindi FiXac. Con questo si trova d’accordo l’epigrafia essendo I’e con 4 tratti a Gela comune; quanto al segno per lo ? è quello di Si¬ racusa. Quindi il dono votivo sarebbe stato fatto da Gelone; e già nel momento in cui anche Sira¬ cusa era sua. 1 doni di Gelone erano per le vitto¬ rie sui barbari di Occidente o per 1 gioclii vinti: a Olimpia il dono era opera di Glaukias di Egina; ora, come i Corciresi dedicarono due copie di uno stesso toro a Olimpia e a Delfi e forse gli stessi cavalli di Gelone vinsero in ambedue i santuari, come il celebre Plierenikos di lerone, è da avanzare l’ipo¬ tesi che anche le statue di Delfi siano opera di questo Glaukias di cui sappiamo pochissimo, tranne che fu l’autore delle statue di Theagenes di Thasos (Paus, VI. 11, 4-9) di Glaukos di KarystosjPaus. VI, 10, 3) e del pugillatore Philon (Paus. VI, 9, 9). 11 fatto poi che il monumento di Gelone a Delfi fu poi de¬ dicato da Polyzalos è di grande importanza: Po- lyzalos si occupò lui del donarlo come di cosa pri¬ vata, secondo le disposizioni di Gelone stesso (sco¬ lio a Pindaro 01. II 29). Ma con ciò si vede che l’opera non potè essere fatta dopo il 478, perchè l’iscrizione si mette da ultimo e non si potè no. minare Gelone che da vivo; poi la sua morte fece cambiare il nome, il che doveva avvenire o subito 0 mai. Del resto in ogni modo Polyzalos stesso morì prima del 467 e così l’opera è certamente da¬ tata alla fine del primo quarto del v secolo, epoca assai importante per la storia dell’arte. Essendo la nuova iscrizione messa solo per precisione e non per odio al morto questo dovette essere nominato e l’ iscrizione è da completarsi, pare, così: FéXcovo? tì;i3s Il]oXucpaXó; [j.’czvÉ5r|Z[E AeivO[J.Év;u; hutò? t]Òv euÓvjjj.’ ’'A;ioXX[rjv]. Il Keramopulos in fine al suo accurato studio in¬ daga anche le probabili ragioni perchè Pausania non nomina la statua: anzitutto questi non parla per Delfi di nessun dono agonistico tranne della statua di Phayllos e lo dice espressamente (Paus. X, 9 1-3, cfr. V, 21, 1, VI, 1, 1) e inoltre nel 356 sappiamo che ci fu un grande terremoto : allora il monumento dovette essere sepolto e anzi coperto dal nuovo muro di sostegno del Tempio; ciò è confermato dalla notizia di Pausania dei ritrovamenti di an¬ tiche statue nello scavo per l’acquedotto di Domi¬ ziano (Paus. V, 20, 8). La teoria dello Svoronos per il dono del Re Battos è ingegnosa, ma non regge : il luogo era diverso, non sappiamo di nessun dono di Arkesilaos, nessun Polyzalos è conosciuto per Cirene, il HO delle monete è Polianthes. (1. Keramopulos - Zim delphischen Wa- genlenker in Mitteilungen des K. Deut- schen Archaol. Inst. {Athenischc Abtei- lung] = Athen. Miti., 1909, p. 33-60). A queste argomentazioni ha risposto subito il Sundwall, dicendo che la lettura del Keramopulos gli pare molto ingegnosa e assai più di quella del 88 S7 Washburn; ma che egli non riesce in nessun modo a vedere sulle pietre di Dellì la lettera vista dal¬ l’altro, e che poi per la lettura di lui le lettere si troverebbero troppo vicine nella prima linea dalla iscrizione. Perciò considera la ciuestione ancora aperta. (I. Sundwall - Zar Basisinschrifl des del- piiìschen Wagenlenkers in Joiirn. inteni. d’arclìéologie miniismatique 1908, (usci¬ to 1909) p. 233-235). Anche il Pomtow ritiene la nuova lettura poco certa epigraficamente e storicamente, e preferisce quella del Washburn, pur rallegrandosi che la ipo¬ tesi di Arkesilaos o di Anaxilaos perda terreno. (Pomtow - Delpìiica, in Beri. Phil. \Vo- che sdir., 19 )9 col. 218). La fanciulla che prende lo slancio per la corsa, del Museo Vaticano. — La nota statua Vaticana, della prima metà del V secolo, non dovrebbe, se¬ condo B Schroder, intendersi come una corridrice elea al momento della partenza, come si pensa dal tempo del Visconti (Cfr. Pausania, V. 16, 3). Lo Schroder nota che il piede destro alzato doveva nell’originale di bronzo esser libero, senza toccar terra, che il vestito è diverso da quello ricordato da Pausania, che di più parla di sìxóvs?, che la palma è del copista, che l’espressione della statua, come notò LAmelung nel suo catalogo, sarebbe poco indicata per la tensione della partenza; che il moto non è della corsa, ma del passo ordinario. Con queste considerazioni lo Schroder non conclude come p. es. lo Studniczka, che la statua sia ein schnchterner Versuch della figura in corsa; ma che sia tutt’altro che una corridrice e invece una dan¬ zatrice A ciò lo conforta anche il movimento vero delle braccia (nel Museo Vaticano mal restaurate), il vestito che caratterizza una danzatrice dorica, vincitrice in qualche gara; un termine dunque di mezzo tra le antiche immagini di danza e le figure di Kallimachos e di Prassitele (B. Schroder - Die Vaticanische Wettlan- ferin in Bnllett. dell’Imp. Inst. Ardi. Genti. (= Rolli. Mitteil.) XXIV, 19U9, p 109-120). La stele attica Vaticana di un palestrita. — L’Amelung pubblica nello Jalirlnich un disegno italiano del Rinascimento contenuto in un codice di Windsor Gasile. — Vi è riprodotta la stele Va¬ ticana rit''Ovata nel 19Ù2 (catalogo 11, 666 n. 421) e pubblicata daH’Amelung stesso (Aldi. Jalirb. 1903, p. 109-112). Il disegno rappresenta la stele com¬ pleta con il fanciulletto con i piedi incrociati ap¬ poggiato a un pilastro (questo era forse espresso in pittura) e con uno strigile in mano. — Questo è riprodotto a parte e di forma certo antica, prova che il disegno, come quello di Pierre Jacques, rap¬ presenta non un antico restauro, ma il monumento ancora intero. (W. Ameiung - 7ji der Grabstele eines Paldstriten in Vatikanisdiein Miiseiini in Jalirhucli des Deutsdien Ardi. Insti- tiits, 1909, IV, p. 192-194). Rilievo sepolcrale attico. — Benché da tempo noto, solo ora è stato pubblicato un pregevole frammento di rilievo sepolcrale attico del Museo del Romitaggio di Pietroburgo; ma probabilmente proveniente dalla Grecia e anche da Atene stessa (n. 441, tav. XXXI). Il detto frammento appartiene alla prima metà del v secolo e rappresenta, con grande precisione anatomica, un bell’efebo, in espres¬ sione di triste raccoglimento. Ricorda assai la stele Vaticana di cui ora si è parlato e quella di Nisyros che è più antica. Nella stessa opera il Watzinger, servendosi in gran parte di materiale raccolto dal Kiesertzky, pub¬ blica più di 800 stele della Russia meridionale; nessuna di grande bellezza e di epoca general¬ mente assai tarda, interessanti per l’arte greca pro¬ vinciale. (Y von Kieseritzky e K- Watzinger - Grie- diisdie Grahreliefs aus Stidrussland, Berlin, 1909). Stele funebre da Tliasos a Costantinopoli. — L’isola di Thasos continua a fornire mirabili mo¬ numenti dell’arte greca, come quello che ora per la prima volta pubblica integralmente il Mendel. Trovato dal signor Baker— Penoyre nel 1908 nel- r isola e fatto portare al Museo di Costantinopoli, e già ricordato dal Reinach (Comptes-rendiis Acad. Inscript. 1908 p. 477) e dallo scopritore (,/. H. S. 1909, t. XXII), il monumento ora reso accessibile a tutti, è un rilievo che rientra nella serie dei se¬ polcrali. - Lungo m. 1,45 e alto m. 0,625, è intatto, di marmo leggermente macchiato e rappresenta, in un’inquadratura architettonica dorica, il solito ban¬ chetto funebre. Il defunto siede sur una bella /cline ; davanti ha la trapeza e beve; dietro a lui la gio¬ vane sposa, su alto e ben tornito trono, fila; da¬ vanti un efebo ignudo attinge con un oinodioe il vino a un gran vaso che appare di metallo. Un levriero sotto la tavola e una pernice sotto il trono animano la scena: appesi alle pareti un elmo, uno scudo lunato, uno specchio. La scena è comune e si ritrova in numerosi rilievi, è rappresentata la 89 90 line del pranzo e il principio del simposio; ma, nel nuovo rilievo, perfetti sono lo stile e l’esecuzione. Il Mendel non deve perder molte parole per far risal¬ tare i pregi del monumento che si rivela un’opera locale, con forti influssi ionici, del 460 circa a. C. 11 Mendel nota le figure slanciate e le finezze della modellatura e trova riscontri nelle placchette di terracotta di Locri pubblicate dal Quagliati in questo periodico, nel sarcofago del « Satrapo » di Costantinopoli e, per l’efebo, in quello di Stefano, che egli crede copia di un originale della prima metà del V secolo. Nel rilievo si notano anche, nella rappresentazione della trapeza, bei tentativi di scorcio. L’opera era, com’è naturale, dipinta, e il Mendel giustamente osserva, che, rievocando allo stato primiero il rilievo, possiamo farci un’idea chiara di quanto potesse l’arte nell’ambiente dove nacque Poiignoto. (G. Mendel - La stèle fiineraire de Thasos au Mitsée impérial cttoman in Reviie de tari ancien et moderne, XXVII, n. 159 {10 juin 1910) p. 401-41C. I tav.). Due statue di fanciullo celebrante i Misteri Eleu¬ sini. — La questione della statua efebica trovata nel 1900 pei lavori del tunnel del Quirinale, pub¬ blicata nel Bull. Comunale (1901 tav. X) come imi¬ tazione pasitelica da originale della prima scuola peloponnesia del V secolo, e considerata dall’A- melung {Museiims and ruins of Rome, I, p. 232) come copia di un bronzo originale posteriore di poco alla Hestia Giustiniani, è ripresa dalla si¬ gnorina Esdaile che vi riconosce per il vestito spe¬ ciale, per il praefericulum, un fanciullo addetto ai Misteri eleusini. Un’altra copia della statua esiste da tempo nella collezione dei Conservatori. — Ca¬ rattere principale è la presenza di un solo sandalo. Il fanciullo appartenente agli Eupatridi era deCo ó oppure f) Trai; àcp’ éattac e iniziato ogni anno in età tra gli 8 e i 14 anni. — L’Autrice, quanto allo stile, pei confronti specialmente con l’Apollo dall’oOT- phalos, esclude l’ipotesi pasitelica che era stata da principio emessa dal Mariani: ma pensa a un tipo forse di Kalamis. (Katherine Esdaile - ó àV larta?. Two statues of boy celeb rating thè Eleu- sinian Mysteries) , in Journal of Hellenic Studies, 19 J9, 1, p. 1-5. Un rilievo del Museo di Boston. — Si è diffusa la notizia che è entrato recentemente nel Museo di Boston un rilievo ancora inedito e di cui il bullettino di quel Museo pubblica una piccola in¬ cisione. In esso bisognerebbe riconoscere il pezzo di riscontro del rilievo Ludovisi della Nascila di Aphrodite (cosiddetto Trono Ludovisi) del Museo delle Terme. 11 nuovo monumento trovato — a quanto si dice — insieme con questo e da tempo esulato, rappresenta, sur una superfice quasi uguale, anteriormente un efebo alato che teneva, stando egli in piedi, in mano una bilancia di cui restano i piatti con una figurina in ciascuno; ai lati due donne sedute : una in apparenza lieta e l’ altra invece triste (psychostasia di Achille e Meninone, con Thetis ed Eos ?). Le parti laterali che nel « trono » Ludovisi hanno le figure della sposa e dell’etera, nel monumento di Boston presentano: a sinistra un efebo eompletamente nudo che suona la lira e a destra una vecchia ammantata di grande realismo; da questa parte il monumento è rotto: si deve completare con un altare. Inoltre agli an¬ goli inferiori, che al « trono » Ludovisi sono incom¬ pleti, a Boston si osservano ornamenti a spirale di grande finezza. I giornali americani notano la exceptional beauty di questo monumento che dicono superiore al suo gemello e sulla cui autenticità nessun dubbio è stato avanzato. Poco o nulla si può giudicare dalle fotografie; ma le affinità stilistiche sono forti, es¬ sendo poi notevole, per il tempo, il realismo della vecchia. Ricordevole pure è il fatto che la presunta Thetis sia del tipo della « Penelope », poiché sin dal 1892 il Petersen {ROm. Miti. VII, p. 72) notava la somiglianza di questo tipo con le figure del « trono » Ludovisi. È perciò vivamente attesa dal m.ondo archeologico la pubblicazione che di que¬ sto monumento farà prossimamente lo Studniczka; pare che con questo si riveli una delle più gravi perdite di oggetti d’arte fatte ultimamente dall’Ita- lia, tanto più che si aggiunge il dispiacere per il probabile smembramento di un insieme prezioso. ( The Nation, 1 nov. 1909. Museum of fine arts Bulletin Boston, VII, 48. Die. 1909. VII, 45, Giugno 1910. J. H. S. 1910, p. 72 : A. Fairbanks). U Aphrodite Ward. — La testa di Aphrodite già, pare. Borghese, acquistata nel 1892 a Firenze, per la Coll. Humphry-Ward e ora comprata dal Louvre, è stata, in questa occasione, ripubblicata dalla si¬ gnora Strong (vedi: J. H. S., XIV (1894) p. 198- 205) che con forti argomenti sostiene la sua età arcaica e la dice opera da collocarsi subito dopo il « trono » Ludovisi. Le somiglianze tra le teste di questo e l’Aphro- dite Ward sono assai notevoli. La Strong ricorda tutto il gruppo di opere affini a queste due: la Ausoiiia - Anno IV. 42 91 92 Penelope ■>, la Venere Esquilina, 1’ « Aspasia », la Hestia Giustiniani, e, tra le statue maschili, rA]iollo Choiseul-Gouflìer e l’Auriga del Museo dei Con¬ servatori, e, pur discordando da altri archeologi, sostiene che il ciclo è quello di Kalamis, fiorito nella prima metà del V secolo. La Niobide Sallu- stiana è detta da lei un monumento piti tardo, ma dello stesso indirizzo artistico. (E. Strong - La tòte Hiimpluy-Ward aii Miisée dii Loiivra in Gaiette des beaiix arts, 1909, I, p. 52-6 4. I tav.) L Athena di Mirane. — Il Museo di Erancoforte sul Meno, che si è da poco riorganizzato con la compra della collezione Eurtvvàngler di oggetti delle arti minori, con un bel torso femminile vestito, del sec., da Pesto, con importanti acquisti, anche di arte italiana del Rinascimento, come p. es. un altare di Andrea della Robbia ivedi E. Benkard — Die tiene stddtisc/ie Galerie in Frankfurt ani Main in Zeitschr. fiir bildende A'iinst febbr. 1910) ha acquistato un notevolissimo pregio con la statua di Athena trovata molti anni fa a Roma in via Gre¬ goriana n. 32, al posto già occupato dai giardini di Lucullo e recentemente emigrata. Alta ni. 1,73, di marmo pentelico, tranne la testa che è di pario, la statua manca solo deU’estremità delle braccia, ma è del resto, e specialmente nella testa, di per¬ fetta conservazione. Si rivela per copia romana da originale greco del V secolo. La dea è rappresentata di faccia, con la testa volta a sinistra, vestita di peplos e con elmo co¬ rinzio: nella destra (si è conservato un frammento della mano) aveva la lancia. Tutto l’aspetto indica che la statua faceva parte di un gruppo e tìn dal 1906 il Pollak vi riconobbe, con lini raffronti sti¬ listici e appoggiato dalle testimonianze pur incerte delle monete, una copia dell’Athena di Mirone del celebre gruppo con Marsia, già sull’Acropoli, finora solo conosciuto in parte per il Marsia del Laterano. Ma della dea esistono pure altre copie, una della testa a Dresda (pubblicata dal Treu, ma con altra attribuzione stilistica, nei Denkmaler di Anidt- Friickmann tav. 591) e altre del corpo al Louvre e, un po’ variate, a Tolosa e a Madrid. Queste copie sono state raccolte e pubblicate dal Sauer, che, benché la sua pubblicazione sia poste¬ riore alla scoperta del Pollak, sarebbe venuto in¬ dipendentemente da questo, alle stesse conclusioni. 11 Sieveking ha fatto eseguire in gesso bronzato un restauro del gruppo, molto notevole, benché veramente l’Athena paia un po’ piccola. La scoperta cosi probabile di una lìgura femminile di Mirone é di grande importanza e i! Pollak subito ne ha tratto alcune prime notevoli conseguenze: la so¬ miglianza infatti di questa statua con il rilievo di Atene della cosidetta « Athena dolente * e con l’Athena Giustiniani del Vaticano é evidente: tutte e tre hanno la stessa forma del viso e lo stesso elmo e costituiscono i primi esempi di rappresen¬ tazione della dea con l’elmo corinzio, col peplos e senza l’egida e lo scudo. Da notare é il fatto che 1’ « arrotino » degli Uf¬ fizi fu trovato nei pressi di via Gregoriana: forse Lucullo aveva nei suoi giardini, in copie di celebri gruppi, tutte le scene caratteristiche della vita di Marsia. I L. Pollak - Die Athena der Marsyasgrnppe Myrons in Jahreshefte, 19(39, p. 154- 165. — Sauer in Woclienscfiriftf. klass. Pilli. 1907, n. 6; in Ardi. Jahrb. 190S, p. 12."). — E. Michon - Biilletin de la So- ciété des Antiq. de France, 1908, p. 335- 343 — per la copia di Tolosa). Studi inironiani. — Contemporaneamente alla scoperta probabde dell’Athena di Mirone, G. Cul- trera publica uno scritto che é un minuto esame di molte opere attribuite a questo artista. Quanto al gruppo dell’Athena con Marsia, egli lo crede ora veramente riacquistato nella sua integrità, ma la scoperta della lìgura della dea pare non faccia che confermarlo nell’ ipotesi, già avanzata dal Sittl (Parerga zar alt. A'iinstgescli. 1893, p. 25) e soste¬ nuta dallo Svoronos [Atlien. Nationalinnseiiin, p. 147) che il gruppo non sia da attribuirsi a Mirone ; ma molto posteriore. Per il Cultrera le differenze stilistiche con il Discobolo sono tante da doversi ritenere impossibile che le due opere d’arte appar¬ tengano allo stesso artista, e tali da far porre il gruppo di Athena e di Marsia a una data molto posteriore. Quanto aU’affermazione esplicita di Plinio, egli pro¬ pende per crederla una delle tante antiche false attribuzioni. Poi i! Cultrera viene a discorrere di altre opere attribuite a Mirone da vari studiosi; scarta l’ipotesi del Furtwangler (Meisterwerke, p 392) circa il noto torso Valentin! come pure l’idea delfadribuzione a Mirone di un busto di Tarso e dell’ldolino, nel quale egli vede un carattere, nel corpo, piuttosto lisippeo e nella testa uno stile indeterminato. — Anche per l’Atteone la cui miglior copia è al Bri- tish Museum e per il Satiro di Pergamo, l’attribu¬ zione a Mirone gli sembra basata su nessuna prova veramente convincente ; riconosce invece molta maggior attendibilità nelle attribuzioni di un busto del palazzo Riccardi di Firenze (Amelung, Fiihrer 03 94 n. 210); dello Hermes Logios del Museo Boncom- pagni alle Terme e dello Herakles Altemps. Quanto a questo riconosce nella faccia grandi somiglianze col Discobolo e opina che, se non proprio a Mi- rone, debba attribuirsi a un artista assai vicino ; nel corpo invece vede tracce chiare di un più tardo rifacimento: per lo Hermes Logios invece, indagate le varie ipotesi del Kekulé (opera eclettica romana), del Graf (Fidia), del Furtwangler (Pitagora e poi Telefane), dello Helbig (creazione eclettica della metà del V secolo con caratteri mironiani), dell’Amelung e del Klein (fidiaco il corpo; mironiana la testa) viene alla conclusione che in esso non abbiamo nulla di diverso da Mirone; ma molto di simile. Infine quanto alla Corridrice Vaticana, l’idea del Klein (Gesch. Gr. Kunst, II, p. 21) di vedervi un’opera mironiana gli pare insostenibile, dopo un esame attento della statua; pur riconoscendo che l’opera è di epoca non lontana e di stile affine a quello stesso di Mirone. Discusse tutte queste opere, resta la statua di Ingenuo del Vaticano che dai più si ammette co¬ pia di un originale di Mirone, per la grande so¬ miglianza al Discobolo e allo Herakles Altemps; ma con aggiunte del copista: il tronco, la clamide e le ali alla testa. Il Cultrera parteggia per l’attribu¬ zione mironiana; ma, pur riconoscendo le modifi¬ cazioni del copista, tenta di dimostrare con larghi confronti che nulla impedisce di credere tanto la clamide che le alette del capo esistenti nell’origi¬ nale stesso. Dunque l’originale è mironiano, ma per l’A. non avrebbe in origine rappresentato Hermes, sì Perseo e ciò per le ali sulla testa, adattamento forse antico pel tipo dell’eroe. E questo tanto più in quanto gli antichi conosce¬ vano una statua di Perseo sull’Acropoli, opera di Mi¬ rone. (Paus. 1, 23, 7). Naturalmente il Cultrera esclude che si debbano ritenere Mironiane le teste di Perseo di cui un esemplare è nel Magazzino Archeologico di Roma (Bull. Com. 1890, p. 231) che è del tipo dell’Apollo di Cassel o tanto più che sia il suo Per¬ seo la statua Valentini, come pensò lo Studniczka. (G. Cultrera — Il Mercurio di Ingenuo e il Perseo di Mirone in Rendiconti del- l'Accad. dei Lincei, 1909, p. 368-397). Sempre a proposito del gruppo di Athena e Marsia. — Contemporaneamente al Cultrera , e spinto dal riconoscimento dell’Athena, lo Steinber- ger pubblica una nota sul gruppo. Egli conosceva solo l’articolo del Sauer; ma afferma che «benché debba esser doloroso rinunziare a un possibile ri¬ cupero di un’opera di Mirone » pure, dopo un pro¬ fondo esame deve considerare vano il tentativo ora fatto. Anzitutto egli dice che dalle parole di Plinio (N. H. XXXIV, 57), che nomina di Mirone il discobolo, un Perseo, un segantino, un Marsia « admirantem tibias », un’ Athena, non si rileva in alcun modo che le ultime due statue formassero gruppo, anche perchè allora Plinio avrebbe men¬ zionato dapprima la dea ; mentre poi Vet Miner- vam non può essere un secondo oggetto di admi- ra/rfem perchè, se Marsia guarda le tibie, non poteva insieme mirare la dea. Benché dunque si debba ri¬ cordare che il Marsia solo è impossibile e che egli è ricordato vicino ad Athena, lo S. crede che dalle parole di Plinio si abbia piuttosto un ostacolo al- r idea del gruppo, che resta ipotetica pel tempo di Mirone, perchè Pausania (1, 24, 1) non dà nè la data nè il nome dell’artista, cosa facile a sapere per un gran maestro. Le monete danno immagine assai incerta, la copia restata dovrebbe stilisticamente essere del tutto mironiana, una condizione che non pare allo Stelnberger effettuata. La relazione infine di Pausania con il gruppo delle monete pare a lui, per il rralojcja assai dubbia: Athena non è in azione; ma affatto calma. Certo il Marsia Lateranense non era solo, ma lo Stelnberger non crede giusta la rico¬ struzione, nè crede persuasivi i confronti e le con¬ clusioni del Sauer nel confermare a Mirone il gruppo, il Marsia ha per lui qualcosa di Mironiano; ma l’Athena — dice egli — « hat mit dem Stile Myrons, soweit wir ihn nach dem Diskobol beur- teilen kònnen, gar nichts za tiin ». (Julius Stelnberger - Die Marsyas Grappe des Myron in Neue Jahrbiicher, ly09, p. 38L-383). Opere di Lykios di Eleutherai. — Il Sauer in una comunicazione al Congresso Archeologico del Cairo ha tentato di determinare la personalità del figlio e discepolo di Mirone, attribuendo a lui opere di influsso mironiano, come le sculture del « Theseion » di Atene, l’Athena di Pergamo a Ber¬ lino, gli originali dei Niobidi di Ny-Carlsberg, a cui ora è venuta ad aggiungersi la Niobide sco¬ perta negli Orti Sallustiani. Erma di Gela. — Stante la grande rarità di bronzi greci in Sicilia, è assai notevole la scoperta a Gela, pare in una tomba, di una piccola erma di bronzo. Il tipo dello Hermes barbato è giudicato da P. Orsi come copiato da un prototipo attico della metà del V secolo. (P. Orsi - Antichità di Gela, in Monu¬ menti Antichi pubblicati dalla R. Accad. dei Lincei, XIX, 11, p. 118). 0, Pel frontone occidentale del Partenone. — Il Saiier sostiene che nella lìgiira di giovane semico¬ ricato che si trova nel Museo dell'Acropoli, debba riconoscersi una figura del frontone occidentale del Partenone, che nella parte sinistra occuperebbe il posto tra la nota ultima figura a sinistra e il gruppo di Cecrope e Pandrosos Lo stile, le dimensioni, il marmo si accordano con le altre figure del frontone. La figura a cui appartenne il torso era efebica e si presentava nell’aspetto di un giovane nudo seduto che tiene diritto il torace, poggiandosi sulla mano sinistra. (B. Sarrer — Pin attes Partfienonprobleni, in At/ien. Miti., 191(L 1, p. 65-80). A proposito della Parthenos. — 11 prof. Robin¬ son in una seduta della Scuola archeologica Ame¬ ricana di Atene ricorda una forma per terracotte trovata a Corinto e rappresentante il busto della Athena Parthenos. Il tipo è interessante per i par¬ ticolari dell'elmo e ricorda specialmente i meda¬ glioni di Kertsch — la forma è da attribuirsi ad età ellenistica. (The Glassical Review, XXIV, 1910, n. 3, p. 100). Un’ Athena di Fidia. — 11 celebre tentativo del Furtwangler di ritrovare l’Athena Lemnia di Lidia è combattuto dall’Amelung, che insiste, dopo aver rievocato gli anticlii motivi di dubbio, sulla conce¬ zione diversa della statua da tiuella di opere cer¬ tamente fidiache: la statua a lui pare invece pro¬ babilmente un prodotto peloponnesiaco e forse della scuola di Sicione. — D’altra parte l’Anielung stu¬ dia una serie di monumenti, come una testa di Athena già Carpegna e ora al Museo Nazionale delle Terme, di cui esistono altre copie al Vaticano, a Siviglia, a Vienna, al British Museum, mentre con la testa Vaticana furono trovati un braccio e un piede, e piedi uguali sono a Vienna: tutti pezzi la¬ vorati a parte e che fanno pensare la statua acro¬ litica. Ma anche del corpo esiste una buona copia ed è la celebre Athena Medici Fcole des L’eaiix Arts di Parigi, mentre a Siviglia abbiamo corpo e testa riuniti, come riconobbe lo Herrmann già da dieci anni. Con un rilievo di Ambelokipi ora per¬ duto, ma conosciuto da un disegno, si può restau¬ rare la dea, che aveva uno scudo nella sinistra, teneva una patera nella destra protesa ed era lìan- chcggiata da un serpente e da una civetta. Che la figura sia fidiaca è chiaro, che fosse ad Atene lo provano, per fAmelung, le monete del tempo di Adriano e un rilievo dell’Acropoli. q6 Quindi questa opera Fidiaca e Ateniese potrebbe essere la Lemnia; l’ipotesi pare aH’Amelung assai più probabile di quella del Furtwangler e confor¬ tata dalla civetta che è ricordata da Dione Criso¬ stomo. W. Amelung - Athena des Pheidias in Jahreshefte, 1898, p. 169-211, tav. V-VI). 11 De Ridder, menzionando questo tentativo, esita a creder possibile resistenza di una tale statua, pur non ammettendo neppure la ricostruzione del Furt- wàngler; questa invece è difesa dal Noack. (F. Noack, in Woch. Al. Phil., XXIX, 1 1909), col. 632-646. — De Ridder, in Revue d’étades grecqaes, XXII, (1909), p. 287). Di tutta la questione infine tratta il Kòpp. Egli riconosce dapprima l’ ingegnosità del tentativo del Furtwangler; ma, mentre crede caduto ogni dubbio contrario all’appartenenza della testa di Bologna al corpo di Dresda, resta assai incerto a riconoscervi una copia della Lemnia, sia per la poca conoscenza che abbiamo di questa, di cui solo ipoteticamente crediamo che fosse di bronzo e che avesse il capo scoperto, sia perchè, nei tratti del viso, col Gonze, con lo Jamot e con fAmelung non trova che grande differenza con quelli della Parthenos; ma somi¬ glianza col Discobolo, coll’efebo Jacobsen, con opere argive. L’ ipotesi del Furtwangler è pel Kopp non dimostrata: noi abbiamo solo un’ Athena a capo scoperto, del tempo di Fidia, celebre, e probabil¬ mente di bronzo; ma nessuna vera prova per la Lemnia, anzi si dovrebbe pensare a una grande evoluzione nell’ arte di Fidia, come del resto dovè riconoscere lo stesso Furtwangler. Quanto all’Ame- lung, gli pare che la sua ricostruzione sia ben di un’opera fidiaca e importante; ma che egli sia ri¬ masto alla periferia della personalità dell’ artista. Si fida assai poco del disegno del rilievo sparito di Ambelokipi e non gli pare accettabile f identifica¬ zione con la figura delle monete di Atene. Nè l’i¬ potesi che sia la Lemnia gli pare basi su salde ra¬ gioni; anzi crede assai poco probabile una statua acrolitica all’ aperto; egli pensa piuttosto aH'Athena Areia di Fidia o anche all’Athena che era nel tem¬ pio di Ares e che, mentre la statua di questo dio era di Alkatnenes, era, secondo Pausania (1, 8, 5) opera di un Lokros, pario, nome sostituito da al¬ cuni con quello di Agorakritos: sempre dunque nella cerchia fidiaca. (F. Kòpp - Drei Prohleme der griechi- schen Kiinstlergeschichte in Neue Jahr- biicher, 1909, pag. 465-486). 97 98 Sulle pitture di Panainos del trono di Zeus. — Rispondendo all’articolo dell’Evelyn-Wliite, C. H. Tylor torna e discorrere della questione della di¬ sposizione sugli Èpu(j.aTa del trono di Zeus ad Olimpia delle pitture di Panainos. Egli ritorna alla teoria del Gardner (J. H. S. XIV, p. 233 segg.) che in ciascun lato del trono le tre rappresentanze no¬ minate da Pausania occupassero tutti e due gli spazi formati dalle traverse (-/.avóva;); se non che, mentre il Gardner mette superiormente le prime due rappresentanze di ogni serie e sotto la terza con le due figure a guisa di cariatidi, il Tylor mette sola la prima scena di ogni serie, in cui è rappresentato il mito di Herakles e che avrebbe occupato lo spazio sotto le traverse, mentre gli altri due quadri si sarebbero divisi lo spazio su¬ periore. (C. H. Tylor - The paintings of Panainiis at Olympia, in J. H. S., 1910, p. 82-84). Del Doriforo e del Diadumenos di Policleto. — Lo Hauser ritorna ancora sulla sua idea che nelle statue celebri di Policleto si debbano riconoscere non due figure generiche; ma due determinati sog¬ getti. Replicando, con l’aggiunta di nuove proi^e, l’affermazione, che il Diadumenos è un Apollo, come è indicato a suo parere dalla copia di Deio, affronta lo studio del Doriforo in cui propone di riconoscere Achille. Anzitutto studia Taggruppamento dell’ori¬ ginale con un cavallo come sul rilievo di Argo e in una lampada da Corinto e d’altra parte connette con questa statua la notizia di Plinio (N. H. XXXIV, 18) di statue atletiche tipiche dette Achillee (la co¬ pia di Napoli del Doriforo fu trovata certamente nella Palestra di Pompei) che devono esser derivate dal Doriforo: pensando a Achille si spiega anche rag¬ gruppamento con l’Amazzone nelle erme di Erco- lano. Policleto dunque avrebbe dato il canone della figura virile atletica in una statua del più grande eroe greco. Infine lo Hauser studia la questione del nudiis tato incessens di Plinio ; in cui il Benndorf tro¬ vava la traduzione di KarpayaXw £7ir/.si[j.svo; e il F'urtwangler e altri correggevano tato in telo. Ma nudus talo incessens indica uno nudo che combatte con il tallone. Questo significato anatomico di ta- lus si trova. E una immagine piccola della figura è trovata dallo Hauser in una statuetta da Autun nel Louvre (Reinach, Rép. St. II, 543, 4) in cui l’uomo è caratterizzato come atleta dairinfibulazione. Dun¬ que questa statua di Policleto era un pancratiaste, tanto più che Plinio insiste sul fatto che la statua si appoggiava su una gamba sola, come nella sta¬ tuetta studiata. Dato il motivo, è difficile pensare a copie di marmo. (F. Hauser - Goti, Heros and Pankra- tiast von Polyklet in Jahres/iefte, i9 >9, p. 100-117). Lo Herakles di Policleto. — S. Reinach torna a studiare la questione dello Herakles di Policleto: per lui resistenza di una tale statua portata a Roma al tempo di Cicerone è possibile. Il passo di Ci¬ cerone (de Orat., II, 16-70) è spiegato da lui per mezzo dei versi di Seneca [Nere, far., 45 segg.) dove bisogna leggere domuit invece di timiiit. Quindi il Reinach si oppone a ciò che sostenne il Lippold (Hrc/r. Jw/rz-ft. XXIII- 1908) che i tipi di He¬ rakles di Policleto siano varianti di copisti da due tipi atletici di lui, il « riposante » della Galleria delle statue Vaticana e la statuetta Barracco; ma proclama copia della statua perduta una statuetta già della collezione Rome in Londra. (S. Reinach - L' Herakles de Polyclète in Reviie desétudes anciennes, XII, (1910), p. 1 e segg). Lo Hermes di Policleto. — ■ Il Sieveking Invece ri¬ cordando e ammettendo l’ipotesi del Lippold a pro¬ posito dello Herakles, afferma di poter con un tipo atletico di Policleto lumeggiare una statua di dio dello stesso maestro e precisamente il suo Her¬ mes. Egli trae occasione per ciò da una testa di giovane di grande bellezza del Museo di Boston, che ora egli pubblica per la prima volta. Essa passa per replica del Doriforo (Mahler - Polyklet p. 27 n. 34): e certo ha assai punti di contatto, ma il Sieveking vi riconosce una replica dello Hermes Bo- boli, opera molto fiacca, ma che ci conserva tutta la metà superiore del corpo. Essa fu riconosciuta policletea già dal Furtwangler (Meisterw. p. 424). Un’altra replica è al Museo del Romitaggio di Pie¬ troburgo, una quarta nella Coilez. Torlonia. Nelle copie di Boboli e di Pietroburgo la testa aveva ali, a Boston c’era invece un petasos: tutt’ e due pel Sieveking sono aggiunte di copisti, perchè i capelli sono uguali in tutte le copie, di cui quella di Bo¬ ston è di gran lunga la migliore. L’originale era di Policleto e rappresentava Hermes ed era di bronzo, le cui caratteristiche sono benissimo riprodotte nella testa di Boston. In esso si ha la conferma del giudizio di Quintiliano sugli dei di Policleto: egli sacrificava l’idea alla forma. Il corpo ha nella co¬ pia Boboli le aggiunte (certe) della clamide e del Dionysos: l’unica fedele copia della statuetta, assai ridotta, è il bronzetto di Annecy passato con la Coll. Dutuit al Petit Palais di Parigi : la sinistra 09 100 aveva il kerykeion, la destra era alzata. Del resto lo stile policleteo per la statua di Annecy fu rico¬ nosciuto già dal Michaelis, dal Colligiion e dal l‘'urt\vangler. Ora possederemmo dunque una splen¬ dida copia della testa. (Sieveking - Hermes des Polyklet, in Ardi. .la/irb., 1909. 1, p. 1-7). A proposito di un « piigillatore » di Policleto. — A. Furtwàngler, nei suoi Meisterwerke (p. 447) volle riconoscere in una statua di pugillatore di Cassel, assai afiine al Diadiimenos, una copia di una nuova opera di Policleto: ora la Signorina Bieber, da un attento esame della statua è indotta a negare recisamente questa possibilità. La parte antica della statua è un torso, copia impiccolita dal Diadume- nos stesso e fu comprata, restaurata, da Federico II d’Assia a Roma nel 1775 con altri marmi Jenkins. Nel 1806, portata a Parigi, subì un ulteriore re¬ stauro e ciò appunto spiega l’errore del Furtwàngler che pensò che le parti rifatte nel sec. XVIII fossero antiche, il che ora pare sia invece da escludersi. (Margarete Bieber - Der soge/iaiiiite Faiist- kàmpfer des Polyklet, in Athen. Miti., 1909, p. 374-75).' Statuetta del A^aseo di Budapest. — Pure a un tipo policleteo è ricondotta da A. Hckler una prege¬ vole statuetta di provenienza ignota (era della Coll. Kiss) di brrmzo, del Museo Nazionale di Budapest. Essa però è opera romana e rappresenta Hermes, di figura vigorosa, portante una testuggine nella de¬ stra e nella sinistra un rotolo da scrivere: attributi notevoli per l'identificazione, in epoca Alessandrina, di Hermes con Thoth (cfr. Hcrnus di Regensburg), (A. Hekler — Rómisclie flronzen aus Un- gara in .lahresìiefte, XI, 1908, p. 236- 241). Testa Policletea. — F. Marshall annunzia che il Brilish Museum ha acquistato una testa da Apol¬ lonia in Illyrium che è una copia contemporanea all’originale dell’opera di Policleto di cui la statua Westmacott è copia tarda e inferiore. (F. Marshall - Some recent acquisitions of thè Uritisli Museum in J. H. S., 1909, p. 151-153). L’Aplirodite di Alkamenes. — Il Trendelenburg sostiene che l’Afrodite èv zr|-oic di Alkamenes era un’erma, così come era il suo Hermes. A noi il tipo sarebbe sconosciuto e non certo la Veniis ge- nitri.x, come la copia del Fréjus, che comunemente si crede riprodurre la statua. {Ardì. Anzeiger, 19u8, col. 514-520). Tipo divino del U secolo. — Nel 1903 fu tro¬ vato presso la biblioteca di Celsus a Efeso, in frammenti, un gran monumento di vittoria in onore di Marco Aurelio: tra le figure l’Amelung ne nota una muliebre (Derneter) con un cerchio in testa (pubbl. in Ausstellungvon Fundstiicken ausEphesos, 1905, p. 8, II. 8) e la confronta con le figure dell’/;_y- poskenion del teatro di Dionysos ad Atene. L’importanza della figura di Efeso sono le grandi relazioni di somiglianza col tipo di Athena del v secolo in cui il Reisch (Jaltresh., 1898 p. 53) e il Sauer {Das sogen. Tlieseion p. 231) vollero ricono¬ scere una copia impiccolita del simulacro di Alka¬ menes per VHepliaistieion di Atene. — Pur non entrando nell’attribuzione, FAmelung nota il tipo per l’evoluzione del panneggiamento del peplos in cui esso viene ad occupare un posto di mezzo tra l’Artemis Nelson di Liverpool (S. Reinach, R. S III 282, 9) e l’Eirene di Kephisodotos ed altre statue, collocandosi alla line del v secolo il prototipo. (W. Amelung- Zffi'e/ epliesische Fragmente in Jahresliefte, 1909, p. 172-182). La colonna delle danzatrici a Delfi. — Su essa è tornato il suo scopritore Homolle che si è occu¬ pato principalmente della ricomposizione del mo¬ numento, che va diviso in 5 tamburi; per il re¬ stauro delle foglie alla base, l’Homolle si serve di alcune colonne del tipo stesso esistenti nella chiesa di Santa Prassede a Roma. Egli raccoglie poi una numerosa serie di monumenti dove è rappresentata una tal colonna sormontata da un tripode, come il vaso a rilievo di Xenophantos della Russia Meri¬ dionale, ora al Romitaggio di Pietroburgo (Reinach: R. V. I, 23) ; così in altri vasi e in un rilievo. (A//t. Denkmaler, 11, p. Ili, tav. ’V). — Questo e forse altri, essendo le scene in Delfi, rappresentano probabil¬ mente lo stesso monumento ora ritrovato. La parte più importante dello studio dell’H. è circa il collocamento del gruppo delle danzatrici, dimostrando che in nessun modo potevano portare un tripode superiormente, a cui avrebbero fatto da cariatidi; invece il gruppo era il sostegno centrale del tripode, come il serpente di Platea. Ciò spiega la larghezza del capitello, il fatto che la superficie superiore del gruppo è concava e perchè nelle ri- produzioni probabili su indicate apparisce il tripode soltanto e non il gruppo. (H. Homolle - Monuments figurés de Del- plies in Bull, de Corr. Nell., 19L)8, p. 205-235). 11 Keramopulos si è occupato dello stesso mo¬ numento, sostenendo un’audace ipotesi. Per lui la U)I 102 colonna di acanto non si spiega, è rappresentato invece uno stelo di silphiiiin. Questo stesso rivele¬ rebbe l’origine cirenaica del monumento che sa¬ rebbe stato eretto infatti dagli abitanti di Am- pelos verso il 400 a. C. Il Keramopulos si basa sur uno scolio ad Aristofane {Plat. v. 925) e con molti confronti di monete, riconosce delle ninfe Hesperides e non delle Cariatidi nelle tre figure danzanti. (A. D. Keramopulos -'Avà^rjij-a ’ Aij.ttsXioj- Ttov Kupr|VG(l i)V èv AslffiX;, xauXòc in Jottrn. internat. d’ archéol. nianisma- tique, 1907, p. 295-310 e 368, tav. XV). La necropoli di Atene. — Dopo lunghi anni di sosta furono, nel 1907, dallo Stuck e dal Brtick- ner ripresi gli scavi nel Cemetero dell’Atene del IV secolo, fuori della Sacra porta, al Dipylon. L’im¬ portanza di queste ricerche è stata grande, special- mente per la parte architettonica dei monumenti. Si raggiunse a notevole profondità il livello antico e le stele e le edicole apparvero su alte sostru¬ zioni, che ne aumentano grandemente l’effetto; così quella di Pythagoras e degli ambasciatori cor- ciresi appaiono su basi a gradini; così si è com¬ preso lo stato primiero del monumento di Dexi- leos e della sua famiglia, a cui pare appartenessero pure le notevoli Sirene del Museo (Ath. National- museum, 775) ; pure, di famiglia apparve il sepolcreto di Hegeso e di Koroibos; così gli Herakleoti ave¬ vano un sepolcreto con 7 monumenti, tra cui due lekythoi alle estremità. Anche la nota tomba di Dionysios di Kollytos acquista nuova venustà con l’alta base che era adorna alle estremità di leoni ruggenti e sormontata dal toro. E così via : il pre¬ gio più notevole è, come ho detto, di poter avere dati per conoscere il vero punto da cui, nell’inten¬ zione dell’artista, ciascuna di queste notevoli opere d’arte va guardata e che solo può dare tutto l’ef¬ fetto voluto. (A. Briickner - Der Friedhof am Eridanos bei der Magia Triada za Athen. Reimer, 1909. Cfr. pure Id. Id. in Nette Jahr- bucherfur das klass. Altertum e.iz.ì’èlO I, p. 26-39, con 2 tav.) Rilievi attici di Cassel. — All’assedio Veneto di Atene, del 1687, erano truppe assiane, da esse sarebbero stati portati a Cassel dei rilievi attici : la Sig.na Bieber ne pubblica due inediti, uno dell’A- sklepieìon, rappresentante una famiglia che fa vi¬ sitare un ammalato (questo è perduto) dal dio che siede sul trono; opera della prima metà del IV secolo; l’altro, più antico, che presenta due orec¬ chie, uno dei tanti monumenti che dal sec. VII al tempo tardo esprimevano la riconoscenza al dio. Le orecchie sono del caratteristico tipo largo e tondo del tempo pericleo tv. Furtwangler-Afm^^ra. pag. 31). Inoltre la Bieber discorre di un altro rilievo di Cassel pure da .Mene, con la rara rappresentanza di una caccia di Artemis, opera della scuola di Fidia, da porsi verso il 430 a. C.: il rilievo non è che una metopa (0,43 X 0,29) e per la sua pic¬ colezza fece parte di un monumento coragico o heroon e forse di quello i cui resti si vedono ai piedi dell’Acropoli. (M. Bieber - Attisclie Reliefs in Cassel in Athen. Mitt., 1910, p. 1-16). Stele sepolcrali con la bambola. — P. Kastriotes discute su una piccola serie di monumenti sepol¬ crali attici, di cui due inediti {i più pubblicati in Conze - Att. Grabrel. n. 773, 814, 815, 880, 882) in cui è rappresentata in mano alla defunta una bam¬ bola. Il significato di essa per lui non è la rappre¬ sentazione dell’anima; ma molto più usuale, solo dell’oggetto più caro della morta. Ciò è dimostrato dal fatto che spesso si notano le articolazioni della bambola stessa, che le figure rappresentate sono sempre di fanciullette e che le bambole sono spesso porte a loro da una compagna e tirate fuori dalla scatola delle cose preziose. (P. Kastriotes - ’Avàykujia è-tTÌp[iii0! pati Tikayy'.vo? in ’E-.p. àp/., 1909, col. 121- 132). Un importante rilievo votivo attico dal Palerò. Lo Stais illustra un rilievo scoperto con altri mo¬ numenti epigrafici presso il Falere e ora al Museo Nazionale di Atene (n. 2756): vi sono rappresentate parecchie figure tra cui si notano Apollo Pythios e vicino ì’omphalos, Leto e Artemis vicino alla Pythia che parla con un uomo, tra loro un bambino, poi sei figure: Hermes, poi Ninfe e infine Acheloo. Lo Stais confronta lo lon di Euripide (v. 661) e in¬ terpreta l’uomo per Xuthos. — Il rilievo molto ben conservato, della fine del V secolo, ha assai punti di contatto con le sculture del Partenone. (B. Stais - ’AvaS-ripotTLxòv àviyk'j'pov Èx r,n!oCi v.'A ’iVvoo'ax.oc in ■E,.‘ ap, 1909, col. 133-178). ‘ Ritratto greco. — A. Hekler pubblica una testa della Collezione Estense già al Cataio e ora a Vienna che considera un capolavoro della ritratti¬ stica greca. Il monumento, pur conosciuto da alcuni archeologi, non era stato ancora pubblicato. È di pentelico e si rivela un’eccellente copia da un bronzo e precisamente parte di una statua. Lo stile è assai vicino a quello del Demostene di Polyeuktos e ha quella personalità di espressione che si rivela solo nei ritratti post-lisippei. Lm’altra copia è nel Museo delle Terme (Helbig- Fiihrer'^ li, 1054) ma di tempo romano e molto poco accurata. Era dunque un celebre originale ed è solo spia¬ cevole di non poter proporre per esso il nome di un illustre personaggio. (A. Hekler - Griechischer Portrat/copf in Jahreshefte, 1909, p. 198-206, tav. Vili). Testa di satiro del IH secolo. — Molto interes¬ sante è stata la scoperta fatta a Sparta di una testa di Satiro o Pane con tracce di policromia, di lavoro line e in discreto stato di conservazione. Alta 26 cm., di marmo locale, essa si rivela per un ori¬ ginale fatto a Sparta; ma appartenente ada cosid¬ detta scuola pergamena, dell’ultimo quarto del 111 secolo. La relazione con le teste dei Galli attalidi e del¬ l’Arrotino è notevole. Il Wace che la pubblica af¬ ferma che è la prima opera di questa scuola di cui è certa la fabbricazione nella Grecia continentale. (A. S. Wace - A tliird centiiry marble head in Anniial of British School at Athen, XIV, (1907-8), p. 147-148). Gna statuetta di satiro seduto. — 11 sig. Etienne Michon porta l’attenzione su una statuetta acefala e monca della collezione Picard rappresentante un satiro seduto, non per il valore suo intrinseco, ma perchè porta luce sul significato del celebre Torso del Belvedere al Vaticano. La statuetta Picard ha una lunga coda che risale il dorso e la caratterizza per un satiro: ora il Torso del Belvedere ha po¬ steriormente un foro per un perno e forse resti della coda stessa sul dorso. 11 confronto rende probabile che si tratti di un essere caudato e rinforzano l’ipotesi dello Hadaczek (in Oesterr. Jaliresh. 1907, p. 313-17) che si tratti di un Marsia, appoggiata anche al fatto, che, come osservò il Sauer, CSautx, Der Torso voni Belv. Gies- sen, 1894), la pelle su cui la figura siede non è di leone; ma di pantera. (E. Michon - Torse d'une statuette de sa- tvre assis'm Reviie des études grecqiies, f909, p. 140-144). Statuetta di Gallo combattente. — Proveniente, a quanto pare, da Roma, è entrata nel 1909 nel Museo di Berlino, una statuetta di guerriero, alta m. 0,135, di cui tratta il Kekule. Inginocchiato sulla gamba desti a, il guerriero, completamente nudo, combatte con lo scudo (ora mancante) che tiene nella sinistra e con la fionda. L’elmo cornuto, il torques. la cinghia della spada lo rivelano per un Gallo. 11 Kekule esamina rapidamente tutto il pro¬ blema della rappresentazione dei Galli nell’ arte greca: le statue pergamene di Aitalo 1 che ispira¬ rono opere d’arte posteriori, la statua di Delos in cui si vuol riconoscere un’ opera di Nikeratos del tempo di Eumene II ; ma in esse non trova i raf¬ fronti col nostro monumento. Ma in Grecia si conosce un altro terribile episodio delle incursioni Galliche: la presa di Delfi nel 279. Nel restauro del Santuario ci furon certo opere d’arte; da nessuno però segnalate. Eppure in una tazza Ga¬ lena (Pagenstecher, Calen, Reliefker. p. 44 segg.) in un’urna etnisca e nelle terracotte di Civita Alba a Bologna sono delle rappresentazioni di Galli, che, certo la prima, probabilmente le altre, si riportano alle guerre di Dellì. Nella tazza della seconda metà del 111 secolo, il Gallo è inginocchiato sull’altare e prende un thyniiaterion. Anche dopo la battaglia di Telamon e di Clastidium (sul campo di battaglia della prima impresa si son trovate armi celtiche e una statuetta di Gallo), a Roma pure fu con mo¬ delli greci dedicato un ex-voto nel tempio di Giove Capitolino (225-222 a. C.). La statuetta di Berlino non si unisce certamente col gruppo pergameno, è certo assai più antica : 122 il Gallo non è caratterizzalo dalle forme etniche; ma dalle armi e dal torqiies e ha assai somiglianze con i monumenti delfici. — Il Kekule conclude che forse fu dunque qualche grande insieme artistico a Delfo di cui abbiamo gli echi : la statuetta è con questa corrente e del secondo terzo del 111 secolo. {R. Kekule von Stradonitz - Bronzesta- tuette eines kampfenden (jalliers in den K. Museen. — 69 Winckelmannrs Pro- gramtn 1909). Apollo vincitore dei Galati. — La liberazione della Grecia dalle orde Galliche ha inspirato pure un’ opera trovata in molti frammenti e in tempi di¬ versi a Deio e ora pubblicata degnamente dal Le- roux. In marmo diafano, di Paros, è rappresentato Apollo in attitudine tranquilla e fiera, del noto tipo derivato deil’Apollo Licio di Atene, col braccio destro alzato sulla statua. La statua di Delos però è concepita con un altro ideale e assai carezzata nel nudo : un adattamento libero e tardivo. Uno scudo su cui posa un piede, della caratteristica forma galata, dimostra che il dio è rappresentato dispersore delle bande dei Galli che in Grecia e in Asia Minore tanto commossero l’ animo dei Greci. (G. Leroux - Apollon vainqueiir des Ga- lates in Reviie de tari anc. et mod. XXVI (1909) li p. 98-100, con 1 fo¬ totipia). Oggetti prenestini del III secolo. — Con la tomba del VII secolo, sono entrati, in una assai ricca serie, nel Museo di Villa Giulia, molti oggetti della Col¬ lezione Barberini provenienti dalle necropoli del III e II secolo. Anche di essi, in gran parte poco e mal noti, il Della Seta dà un’accurata illustrazione. La serie consta di bronzi: di caratteristiche ciste, di specchi e di ornamenti di astucci per specchi ; e, se per i più è probabile la fabbricazione locale, ciò avvenne per opera di artisti greci o, anche se in¬ digeni, perfettamente sotto l’influenza ellenica. Anzi molti soggetti delle ciste fanno pensare anche a buoni modelli anteriori del V o IV secolo. Note¬ voli specialmente due rilievi di bronzo, di lamina, avanzi di teche: il primo rappresenta la lotta tra un guerriero e un’Amazzone, l’altro Herakles in riposo; ambedue di bellezza e finezza grandissime. Con gli opportuni raffronti con oggetti analoghi quali una Aphrodite con Eros di Corneto; Aphrodite e An- chise da Paramythia nell’Epiro, Amazzone di Siri al Britannico, e l’Athena combattente un gigante dell’antico Museo Kjrcheriano, sono tra i più fini prodotti dell’epoca ellenistica e dell’arte neo-attica del ni o li secolo; certo originali greci importati e probabilmente dall’Asia minore (nota le somi¬ glianze con la scultura pergamena). Tra le molte ciste è notevole specialmente quella già pubblicata nei Monumenti dell’Istituto di Corr. Ardi. (Vili 29), la più bella che possediamo, dopo la Ficoroni, con la rappresentanza del Giudizio di Paride, di un Re (Edipo?) davanti ad Apollo a Delfi e del ratto di Crisippo ; il cui prototipo è della prima metà del IV secolo. Infine alcune belle terre¬ cotte, tra cui una testa di cane. (A. Della Seta. - La collez. Barberini di Antichità prenestine in Bull, d'arte, 1909, p. 161-211). Coperchio di specchio a rilievo. — Il Deonna nell’articolo citato sulle antichità del Museo di Gi¬ nevra, ripubblica pure un coperchio di specchio di bronzo, finora mal conosciuto, portante a rilievo tre figure. Eros, Dionysos e una Menade. Il lavoro è del III o II sec a. C. e non è privo d’interesse tipologico. (W. Deonna - art. cit. in Revue ArchéoL, 1909, I, p. 233-249 fig. IV). Rilievo ellenistico di bronzo. — A Deio, alla fon¬ tana Minoe, è stato ora scoperto un bel rilievo elle¬ nistico di bronzo, che rappresenta Hekate che con una torcia in mano comunica il fuoco sacro allo altare, mentre un giovane Sileno soffia per attivare la fiamma e un altro segue la dea portando una vittima sulla testa. (M. Holleaux in Coniptes-rendiis de l'Aca- dém. des Inscript. 1909, p. 415). Frammento pergameno. — In occasione della entrata nel Museo Metropolitano di New York (1908) del frammento di scultura pergamena, trovato 8 anni fa a Cervetri, il Marshall ne discorre, ricordando che rappresenta la parte inferiore di un Gallo com¬ battente. Era parte di un gruppo e ricorda il guer¬ riero di Delos a Atene, probabilmente opera di Nikeratos: lo stile è certo lo stesso. (I, Marshall, in Bulletin of Metropolitan Museurn, IV, 1909, p. 45-47). Sculture a Philadelphia e a New York. — Il Museo Universitario di Philadelphia ha acquistato il torso di Venere e la maschera di marmo di un dio fluviale, recentemente scoperti a Teano (e pubbli¬ cati in Not. Scavi, 1908, p. 405-409). Il Metropolitan Museurn di New York ha acqui¬ stato, tra le altre antichità, la statua di vecchia che va al mercato che fu scoperta tempo fa a Roma Ausonia ~ Anno IV. 44 123 124 presso il Campidoglio (pubblicata dal Mariani - La vecchia del Mercato nel Balle tt. d. Couim. Ardi, coni. 1907, p. 257, tav. VII) e che in America con¬ siderano un originale. La scultura pergamena. — La pubblicazione av¬ venuta due anni fa del voi. VII degli Alterliinier non Perganion (Winter-Schrammen) contenente le sculture li trovate, tranne l’altare, che ha occupato testé un altro volume, segna una data per l’archeo¬ logia, con la rivelazione di molte opere minori, fi¬ nora passate cjuasi inosservate e pur interessanti per la storia dell’arte di c]uel periodo. Il Kopp ne ri¬ leva tutta l’importanza nei Neiie Jalirbiicher. Spe¬ cialmente al tempo di Eumene II, Pergamo fu quel noto Museo di scultura greca. Molte le opere ori¬ ginali conosciute dalle basi: di alcune si son ri¬ trovati frammenti; grande il numero delle opere imitate. Tra esse il Kopp dissente dai più circa la Parthenos per cui dice di non potersi parlare neppure lontanamente di una copia: solo al più è un’ispira¬ zione dall’opera Fidiaca; nè la base egli crede possa mai rappresentare il rilievo della nascita di Pan¬ dora. Invece in due statue, conservate in parte, ci sono due buoni tipi attici del v secolo (Winter 22 e 2:i). In un ritratto che per le aggiunte antiche poste¬ riori di una corona di riccioli era divenuto un tipo ideale ricordante quello di « Alessandro », tolte que¬ ste, è apparsa una potente e veristica testa carat¬ terizzata dalla benda reale. Si propone di ricono¬ scere in essa un ritratto di Aitalo I. (Fr. Kopp - Perganienische Skulptiiren in Mene Jalirbuclierfiir klass. Alt. XIII, (1910), p. 254-266, 2 tav.). Rilievi ellenistici di argento. — Il Museo di Berlino ha recentemente arricchito la sua numerosa serie di argenterie artistiche, di due medaglioni, fondi di coppa, notevoli per il pregio del lavoro e perchè, provenendo da Miletopolis, nel centro dello antico regno di Pergamo, gettano luce sull’origine di queste argenterie, tra cui quelle di Hildesheim, per le quali l’importazione nel luogo di ritrova¬ mento è naturalmente certa. 11 primo di questi embleniata (84 mm. di diametro) presenta una testa barbuta, coronata di uva, con cornette : un tipo tra il Sileno e il Centauro, per il quale le somiglianze con i giganti dell’altare di Pergamo sono tali da accertare la stessa scucia artistica, a cui per il Winnefeld che pubblica questi oggetti, apparterrebbe anche l’Athena di Hildesheim. L’altro eniblenia presenta il ritratto di Demostene, del tipo tradizio¬ nale, derivato dalla statua di Polyeuktos, del 280 in Atene: il Winnefeld ha buoni argomenti per so¬ stenere che anche per esso non si tratta di opera romana; ma certamente ellenistica, il che ne au¬ menta singolarmente il pregio. L’A. coglie l’occa¬ sione per ricordare i ritratti che si trovano in me¬ daglioni di metallo o più specialmente di terra (ceramica calena o aretina) generalmente di epoca romana; ma derivati da originali greci. Tra i ritratti sono notevoli quelli di Euripide e d’Eschine. (H. Winnefeld - Hellenistisclie Silberre- liefs ini Antiquariuni der K. Miiseen. — 68. Programni ziini Winckelniannsfeste, 1908). Rilievo ellenistico. — Lo Schreiber ritorna su una piccola serie di monumenti che egli in parte già aveva pubblicato nei suoi Hellenistisclie Relief- bilder. Sono sei rilievi, che evidentemente rimon¬ tano, con insignificanti varianti, a un originale co¬ mune; due capitolini, (tav. XLVl e XLVIII) uno a Napoli (tav. XLVII) e, inediti, 2 deH’Università di Bologna e uno Bausch. In essi la scena si svolge in due ordini sovrapposti, limitati a sinistra da un platano. Inferiormente è un’erma itifallica e tre gio¬ vani satiri, uno danzante e due spettatori; superior¬ mente una donna mezzo ignuda, seduta, che osserva una maschera di Sileno; di fronte a lei una gran cassa per arredi, dietro alla quale sta un giovane col doppio flauto; dall’altra parte, dietro un rilievo votivo, una coppia si bacia. Gli utensili del culto e l’erma portano al genere bacchico, il primo Satiro per lo Schreiber, si volge verso qualcosa ora per¬ duta, a sinistra, e ferma improvvisamente la sua danza. Superiormente, lo Schreiber riconosce nella donna la Musa del dramma Satiresco con vicino la cassa da cui ha tratto la maschera : il satiretto coi flauti è un rrcù’; à/.7Xo'j5oc. D’altra parte, considerando come normale nei ri¬ lievi ellenistici che gli alberi esprimano il paesaggio non nel mezzo, ma a un’estremità di esso, ricono¬ sce nella parte inferiore della scena l’espressione di una sacra grotta o almeno i piedi di una roccia; dunque le due scene formano un’unità di spazio in 4 piani; la scena inferiore è un dramma sati¬ resco ; la parte mancante a sinistra è piccolissima, forse c’era un Bacco fanciullo giacente sul suolo. Air interpretazione serve molto un rilievo della stessa epoca e genere : ma pur diverso, di Ince- Blundell-Hall (Michaelis-AHC. Marbl.,\~). 394, n.29J) in cui si vede sotto un albero Orfeo seduto, che suonala lira e tre satiri che lo ascoltano , a destra tre altri satiri, in alto tra le nubi tre divinità; in esso non è nessun contenuto mistico, neppure una scena drammatica ; ma un’eco di un quadro mitico della Scena. Questi rilievi, come alcuni vasi e un quadro pompeiano, furono fatti per uno speciale scopo, conclude lo S.: sono doni votivi di autori, in occasione di qualche loro opera celebre, per ri¬ cordo e per ringraziare la divinità. Quanto alla cro¬ nologia, lo Schreiber trova analogie con la celebre « Apoteosi di Omero » di Archelaos e pensa piut¬ tosto all’epoca Alessandrina che aH’Augustea. * * * A queste conclusioni si è opposto il Petersen. Egli anzitutto trova proprio sul rilievo di Ince-Blundell- Hall con un albero all’estremità sinistra e un altro nel mezzo, ostacolo alla teoria dello Schreiber del- ralbero-limite; poi ricorda di avere egli stesso nel 1896 segnalato all’Istituto Germanico i rapporti tra il rilievo Ince-Blundel e ABC della serie dello Schreiber; anzi oltre alle corrispondenze dei due piani, della ninfa nella parte superiore (chi cono¬ sce una « Musa del dramma satiresco »? si domanda) dei tre satiri, ecc., trova a sinistra, in C special- mente, i resti del satiro spettatore a destra nel ri¬ lievo I. B. H. In questo è Orfeo che suona tra i monti al chiaro di luna, senza nulla di tragico, tra divi¬ nità montane e ninfe superiormente e satiri nel piano inferiore. L’originale per tutti era uno; e il Petersen in un frammento già Hartwig, che crede ancora inedito, dice di aver ritrovato l’Orfeo dei rilievi dello Schreiber, con dimensioni corrispon¬ denti, e vicino a lui un sileno, forse pur seduto un frammento della figura pare restato solo in F. La luna di 1. B. H. tradisce un quadro come originale, che in esso è più fedelmente riprodotto, liberamente negli altri: questi mutilati tutti a sinistra, forse per qualcosa di scandaloso, ben possibile nella leggenda di Orfeo. Il pensiero a un dramma satiresco è impossibile: sarebbe di un genere troppo diverso da quanto sappiamo. (Th. Schreiber - Griechische Satyrspielre- liefs, in Abhandliingen der Phil.-hist. Klasse der K. Sachsischeti Geseltschaft der Wissensch., XXVII, (191 9), n. 22). — E. Petersen, in Beri. Phil. Wochenschr., XXX (1910), n. 2\ col. 784-788). Statuetta ellenistica di bronzo. — Trovato, a quanto pare, a Perugia, è entrato recentemente al British Museum un graziosissimo bronzo alto 20 centimetri, di conservazione perfetta, rappresentante un negro : era il sostegno di una coppa. 11 Mars- shall ricorda una statuetta di S.Germain iS. Reinach Musée de St. Germain, p. 212) e una di Myrina (Pottier-Reinach Myrina. tav. XLVI). Il tipo è Ales¬ sandrino dell’epoca tolomaica e ricorda un uso men¬ zionato dagli antichi ( Hor. 5r?L, II, 813. Gioven. V, 52); il bronzo del I sec. av. o dopo Cristo. (A. Marshall - Art. cil. in J. H. S. 1909, p. 163). Testa di Libio ellenistica della Collezione von Bissing. — Nella collezione v. Bissing esiste una bella testa comprata al Cairo, che ora il padrone ha pubblicato. E’ un lavoro accurato, certo di pro¬ venienza egiziana e di marmo; rappresenta chia¬ ramente un tipo non greco, ma neppure egizio ; forse è un Libio come si può vedere confrontan¬ dola col noto bronzo dal British Museum. e con una testa di Berlino. Anzi il nuovo monumento segna stilisticamente il punto di mezzo tra i due ed è da collocare tra il 50 avanti e il 50 dopo Cristo. (Fr. W. von Bissing - Mitteilungen aus meiner Sammlung in Allieti. Miti., 190.), I-II, p. 29). L’invito alla danza. — Il Klein dà una ricostru¬ zione di un grazioso gruppo ellenistico: il Satiro che suona Io scabellum, di cui esistono molte copie, tra cui una buona negli Uffizi, e la fanciulla se¬ duta che si toglie il sandalo, conosciuta special- mente per una copia di Bruxelles, si trovano riu- niniti in una moneta di Kyzikos, notata dall’ Im- hoof-Blumner. 11 Klein presenta una ricostruzione del Museo di Gessi di Praga con i corpi delle copie di Firenze e di Bruxelles e le teste di Parigi e di Dresda e spiega il gruppo come l’invito di un satiro a una menade di prender parte a una danza. L’ori¬ ginale forse era in Kyzikos. (W Klein - Die Aufforderimg zum Tanze. Bine wiedergewonnene Grappe des an- tiken Bokoko in Zeitschrift fiir bildendc Kiinst, XX, (1909). p. 101-108). Frammento di sarcofago. — Il Sitte pubblica un frammento di sarcofago proveniente da Roma (fuori porta S. Giovanni), ora in una collezione di Vienna. Vi è rappresentato un fanciullo ignudo che tiene sopra la sua spalla destra una ghirlanda di fiori e frutta. La parte interessante è una scena nella parte più alta: due satiri seduti si chinano in avanti verso un bambino. Questo sta sur una base e protende la destra a uno dei satiri, mentre a si¬ nistra è una ninfa spettatrice. Il Sitte riconosce che la scena si trova su un sarcofago capitolino (Helbig - Fiihrerf I, n. 451 pag. 295) e in un altro di Mo¬ naco e rappresenta il fanciulletto Dionysos che im- para a camminare. La graziosa scenetta certo ri¬ monta a un originale ellenistico e forse Alessandrino. (II. Sitte - Fraginent eiiies Sarlcopliagre- lii’fs in JaìiìTsheftè ItlOU, p. 215-233, tav. IX). L'edificio portato in testa datl’Arteniis Efesia. — L’Amelung. studiando un frammento di Efeso ora a Vienna pubblicato dal Benndorf {Jahresli. V, p. 180, fig. 51), portante delle facciate di tempio con 4 co¬ lonnette e creduto un modello tenuto in mano da una figura, analogo a un altro in Villa Albani, vi ha riconosciuto fedilìzio die porta in capo, in una delle varianti, l'Artemis di Efeso, come si può ve¬ dere nella copia conservata al Museo Capitolino, nella stanza delle Colombe, ove però vi fu inter¬ calata una corona di restauro. La scoperta è importante perchè conferma l’au¬ tenticità di questo strano attributo (che fu copiato anche dagli scolari di Raffaello nelle Logge Vati¬ cane) che forse per l'A. indicava con i 4 punti car¬ dinali, tutto il mondo, di cui Efeso sarebbe stato considerato il centro. (W. Amelung — Zwei ephesische Frag- mente, in Jaliresliefte, 1909, p. 172-182). Busto repubblicano romano. — Tra le varie opere d’arte entrate ultimamente al Museo Nazionale delle Terme, R. Paribeni pubblica un notevolissimo busto marmoreo di personaggio romano deiia line della Repubblica o del principio deli’lmpero. li lavoro è nobilissimo e chiaramente espressa è L individua¬ lità del tipo: grandi sono le somiglianze con Giulio Cesare, ma a riconoscervi un suo ritraPo si oppone i’abbondante capigliatura e l’età avanzata. Siccome però il busto proviene dagli horti Caesaris di Tra¬ stevere, che furono donati da Giulio Cesare al po¬ polo romano, il Paribeni formula la verisimile ipo¬ tesi che il rappresentato sia un membro della fa¬ miglia Giulia. (R. Paribeni - Incrementi del Museo Nazio¬ nale Romano in Bull, d'arte, 1999, p. 288-306). Arco di Orange. — Si sa che la dedica deil’arco di Orange fu a Tiberio neiranno 25 e. v (C. 1. L. XII, 1230). Ma dei dubbi suila data della costru¬ zione sussistono ancora. Recentemente S. Reinach ha comunicato di aver rinvenuto un’ affermazione di un prete gallico, forse un Vincentius della fine del V secolo, che dice formalmente che l’arco com¬ memora una vittoria di Giulio Cesare sui Marsi¬ gliesi : Araiisicae in arca triiimphali Massiliensi bellnm sciilptum liabetiir ob signu/n victoriae Cae¬ saris (Migne, Patr. tal., XXI, p. 676). E, legato di Cesare, sarebbe stato ii padre di Tiberio, che dive¬ nuto imperatore avrebbe scritto nei 25 il suo nome sull’arco. Sarebbe bello trovare l’origine deli’ inte¬ ressante notizia. (S. Reinach - Comptes-rendns de l'Acad. 30 luglio 1909 in Rev. Ardì., 1909, li, p. 272. Cfr. Rép. Rei , p. 209). SuU’Ara Pacis. F. Studniczka ritorna sull’appar¬ tenenza o no dei frammenti esistenti al monumento: si eliminarono infatti d’accordo aicuni rilievi Medici ; c il frammento del Museo delle Terme con Augusto e i littori è da tutti ammesso come essenziale. Quanto alla figura di vecchio di un rilievo delia Gaileria degli Uffizi, invece di Augusto, Lepido o Agrippa potrebbe essere Messala. Su un rilievo Medici la testa con V apex è Claudio e probabil¬ mente appartiene a un’ Ara Pietatis Augustae eretta tra il 43 e il 44 e. v. (F. Studniczka. - Zar Ara Pacis in Ab- band!, der Sdclis Gesells. XXVII). Una nuova statua di Augusto. — Interessante è la scoperta recentemente fatta a Roma, in via Rabicana, nelia costruzione di una casa del si¬ gnor Partini, di una statua togata, di Augusto di grandezza naturale, depositata, in attesa di fu¬ ture deliberazioni, per ordine della Dir. Gener. delle B. A., nel Museo Naz. Rom. Di essa si è parlato nelle gazzette quotidiane; giova però aspet¬ tarne la pubblicazione. Intanto si può dire che, benché fossero fatti insieme, una grande differenza di esecuzione e di bellezza distingue ii corpo e la testa. Rozzamente scolpito il primo; pregevole la seconda, lavorata a parte. Essa presenta una dei più bei ritratti di Augusto, dal volto caratteristico, emaciato daila malattia. Anche la conservazione della testa è eccellente. Bronzi del lago di Nenii. — S. Reinach pubblica una serie di bronzi, una statua aita circa un metro e sette statuette alte pochi centimetri, tutte, secondo la sua osservazione, indubbiamente autentiche, che, secondo ie affermazioni dell’ antiquario Spink, che dice di possedere documenti inconfutabili su ciò, sarebbero state trovate in una deile navi di Nemi. Certo, comprate ail’ estero, erano nel 1908 presso il detto mercante a Londra. La statua maggiore, severamente ma elegantemente vestita, con le braccia in avanti, il diadema e braccialetti; è di stile del primo impero e fusa in 9 pezzi : sembra un ritratto di donna divinizzata, ma, per il Reinach, non c’ è ragione per chiamarla Driisilla ; neppure gli sembra probabile sia un’ immagine della Diana nemurensis di cui si trovarono statuette; forse fu una pretessa delia dea (Antonia?). Le figure minori, 3 maschili e 4 femminili,’ tengono una patera in mano, gli uomini con corona radiata (Lari o Genii) le donne con diadema (pretesse). Il raggruppamento di queste statuette con la più grande, pare però, al più, accertato riguardo solo alla provenienza. (S. Reinach - Bronzes da Lac de Netni in Revue archéolog. 1909, II, p. 177-188, tav. Xl-XII). Scavi di Ostia. — Nelle campagne di scavo del 1908-09, Ostia Ira dato alcuni interessanti frammenti scultori, insieme col tesoro delle Iscrizioni della città ora rinvenute. Tra le sculture sono notevoli specialmente : I. Una statua femminile al naturale, trovata quasi intatta che, sotto il noto tipo ellenico della figura ammantata, e con gli attributi di Cerere, rappresenta Sabina. IL Un sarcofago ben conservato con la faccia an¬ teriore decorata con tre scene del mito di Meleagro : Tuccisione degli zii, la morte di lui alla presenza della madre maledicente, mentre la sorella gli chiude gli occhi 0 gli pone l’obolo tra le labbra; la tomba dell’eroe col padre e la sorella piangenti. (D. Vaglieri - Nat. Scavi, 19C9, p. 86 e p. 181). La testa del tipo di « Scipione ». — F. Hauser ritorna sull’ipotesi che W. Dennison avanzò nel- V American Journal of Archceology dt\ 1905 (p. 11-43) che cioè le teste, pretesi ritratti di Scipione, non siano che sacerdoti di Iside, come manifestano il capo completamente rasato, il tipo non romano e la cicatrice a croce sulla fronte. Al momento mancavano le prove sicure di questa audace affermazione, anzi in alcuni monumenti di sacerdoti di Iside, il segno sulla fronte mancava. Ora è stata trovata a Roma ed è en¬ trata recentemente nella Gliptoteca di Monaco (Furt- wangler-Wolters, Beschr. der Glypt. (1910) n. 423 a), la parte superiore di una figura tale; di più, oltre la tonsura e la cicatrice, presenta il corpo nudo dal capezzolo in su: il vestito è stretto liscio ed è in¬ crociato per la larghezza di una mano alla sommità. Questo strano costume si trova nella pittura di Ercolano con scena isiaca, riprodotta dal Dennison a p. 31 del suo scritto. Così l’ipotesi è — nota lo Hauser — luminosamente provata. (F. Hauser - The heads of thè « Scipio » type in Amer. Jotir. of Ardi. 19J8, p. 56 57. Bassorilievo marmoreo rappresentante soldati romani, trovato a Pozzuoli. — Nel recinto della antica città, il Sig. D’Elia, di Pozzuoli, trovò, tra altre antichità, una gran lastra di marmo, alta m. 1,60 e divisa in due riquadri: nel primo sono rappre¬ sentati due soldati romani gradienti, armati, il primo con la landa, il secondo, di rilievo più basso, con lo scudo; in quello a destra, un soldato di fronte, vestito di tunica. Il rilievo è di lavorazione buona : non può però essere anteriore al II secolo e, v., e probabilmente è parte della decorazione di qualche monumento pubblico. (E Qàbxìci- Not. degli Scavi, 1909, p. 212). La statua di Marco Aurelio del Campidoglio. — Nuovi particolari sulle parti antiche della statua di Marco Aurelio di Piazza del Campidoglio sono dati da un disegno regalato con altri all’Ambro¬ siana da Luca Beltrami e rimontante alla metà circa del sec. xv. Noi sappiamo che nel 1466 furono pagati a Cristoforo de’ Geremei fiorini 300 d’oro per restauri alla statua, che era allora davanti a S. Giovanni in Laterano (fu portata infatti in Cam¬ pidoglio solo nel 1538). Ora il disegno ce la pre¬ senta proprio^nello stato primiero di conservazione: mancano cioè lo zoccolo posteriore destro e la parte inferiore della gamba^'anteriore sinistra. Sono aggiunte anche le 2 frange inferiori della gual¬ drappa e la cavezza del cavallo. Alcuni di questi restauri non erano ancora ben accertati ; mentre il confronto con gli altri disegni della serie (special- mente di sarcofagi in parte ancora esistenti) mostra la scrupolosa esattezza dell’arlista nel ritrarre gli an¬ tichi monumenti. (C. Vincenzi - Di tre fogli di disegni quattrocenteschi dall' antico in Rassegna d' Arte, 1910, n. I, p. 6-9). I medaglioni dell’Arco di Costantino. — In occa¬ sione della riproduzione delle teste del gessi fatti fare da Napoleone III nel 1863 dei rilievi di quest’arco, al Museo di S. Germain, S. Reinach ha riesaminato la questione del periodo artistico e del nome dei personaggi rappresentati, provocando due comuni¬ cazioni del Seymour de’ Ricci e dello Studniczka. II Reinach ha dato un numero progressivo alle persone di questi 8 rilievi: indicazione che sarà certo adottata per comodità da tutti. Le opinioni correnti sono: lo che i medaglioni siano dell’epoca di Traiano ; 2o che siano le facce imberbi state fatte sotto Adriano, per la presenza di giovani del tipo di An- tinoo, ma si riferiscano alla gloria di Traiano; che siano stati fatti al tempo di Adriano e riportino ax’venimenti di questo imperatore — An- tinoo sarebbe rappresentato; 4'-' che siano del tempo di Domiziano e restau¬ rati da Claudio il Gotico e da Costantino, con cam¬ biamento di teste; 5° che siano da dividersi in due classi; quelli alla faccia settentrionale sarebbero Flaviani, gli altri Adrianei; questi restaurati da Costantino (Sieveking). Contro ognuna delle quali ipotesi si possono por¬ tare serie obbiezioni. Il Reinach parteggia per la III, credendo la presenza di Antinoo certa: sarebbero state poi sostituite le teste. Quanto a queste, dagli studi fatti sui nuovi gessi, nelle teste 5 e 15 si è voluto vedere un ritratto di Claudio il Gotico; la somiglianza però con le mo¬ nete non c’è: la moda della barba restringe l’epoca nella seconda metcà del ni secolo; il Seymour de’ Ricci propone di vedervi Caro e Carino, impera¬ tori dal 28? al '284, e le teste sarebbero state so¬ stituite alle antiche per le rispettive vittorie sui Sar¬ mati e sui Germani 11 Reinach trova acuta l’ipotesi; ma oppone la brevità del regno, la poca differenza d’età nelle due teste, la damnatio memoriae Ca¬ nno che fece sparire le sue immagini Nella testa 17 riconosce invece certamente Antinoo. Nelle scene poi vede episodi di Adriano che fu cacciatore infati¬ cabile e precisamente: fo caccia al cinghiale (la testa di lui è rimpiazzata da quella di Costantino); 2r' sacrificio ad Apollo (testa nuova di Caro); 3o riu¬ nione di caccia dopo l’uccisione del leone; sa¬ crificio a Ercole (testa d’imperatore del ni secolo); 5" partenza per la caccia (tra i personaggi Antinoo) ; 6" offerta a Silvano; 7" caccia all’orso (Antinoo - A- driano celebrò in un epigramma una sua caccia al¬ l’orsa); 8" sacrldcio a Diana. Lo Studniczka scrive al Reinach che, avendo stu¬ diato attentamente i monumenti, si è persuaso ve¬ ramente delle differenze tra quelli settentrionali e i meridionali, che i primi hanno veramente relazioni colle sculture dell’Arco di Tito, gli altri con quelle della colonna Traiana o Adrianea. Crede le ligure 1 e 9 Costantino; e accetta pel N. 5 l’interpretazione di Caro, del de’ Ricci ; per il 15 pensa non a Carino ma a Costanzo Cloro ; l’Antinoo non gli pare accertato sia un ritratto; ma un tipo ideale; quindi probabilmente l’epoca è la Traianea, e Adriano accompagnava l’imperatore. Ma conclude che ogni affermazione sicura è ancora prematura. (S. Reinach - Are de Costantin in Rép. Rei. p. 238-239 - Id. Les tetes des mé- daillons de Pare de Costantin ù Rome in Réviie ardi. 191 ), 1, p. 118-131 Ta¬ vole I-XVII). A proposito delle statue delle Vestali. — La Sig.ra von Deman studia le statue delle Vestali tro¬ vate in gran parte nell’atrio del loro antico con¬ vento, negli anni 1882-83 e che sono 13 più 4 bu¬ sti: le teste naturalmente sono dell’epoca imperiale e generalmente ritratti: ma per il corpo gli artisti non fecero che copiare modelli greci, particolar¬ mente del ix secolo a. C. ; LA. riesce con molto acume e verisimiglianza a determinare in molti casi, i prototipi, a noi conservati in copie fedeli degli originali. (Esther Boise von Deman - The vaine of tlie Vestal statnes as originai in Amer.- Journ. of Ardì. 1903 p. 324-342). Sarcofagi ravennati. — Il Dùtschke ha recen¬ temente raccolto e studiato ben 83 sarcofagi di Ra¬ venna, rilevandone la grande importanza per l’arte della line dell’Impero. Poi parla delle dipendenze dell’arte cristiana dalla pagana e propone alcune spiegazioni nuove assai ardite, come di riconoscere la Pace nel Paradiso nella figura generalmente considerata come Orante. (H. Dùtschke - Ravennatische Stndien, Leipzig: Engclmann, 1909). Un rilievo pseudo-romano. — Il Erothingham ritorna sul rilievo degli Uffizi \ Pinzelaiifn. 1, n, 236) con scena di sacrifizio che riconosce non antico; ma opera eseguita prima del 1500 da un artista del Rinascimento. A questa conclusione era indipen¬ dentemente giunto il Rizzo {Róm. Aditi. XXI, pa¬ gine 2 9-306) ma, mentre questi la considerava copia di un frammento antico, il F. nega ciò e ci vede, non il matrimonio tra Enea e Lavinia, come il Rizzo, ma un pseudo sacrificio imperiale, crea, zione dell’artista del Rinascimento che dall’antico non ha preso che qualche motivo. (T. Frothingham - A psendo-roman relief in Amer. J Olirli, of Ardi. 1909, p. 39-44). L'obelisco di Teodosio. — Nel 390 Teodosio elevò neH'ippodromo di Costantinopoli, in ricordo della sua splendida vittoria su Massimo, un obelisco portato dall’Egitto. Il monumento ancora si ammira sid posto. Recentemente il Wace, valendosi anche dell’aiuto dell’architetto Tranquair, ha attribuito i rilievi della base a Costantino, riconoscendovi lui e i suoi figli. Dall’iscrizione stessa si rileva che era stato inutilmente tentato di innalzare l’obelisco qualche anno prima. La base che rappresenta scene neH’ippodromo, a cui l’imperatore e la famiglia assistono dal pidviiiar, deve essere stata fatta per *33 il primo tentativo di innalzamento, che il Wace pensa sia per parte di Costantino. Infatti lo stile è della sua epoca e la famiglia imperiale non è Teodosio, Galla, Arcadio ed Onorio; ma Costantino con i tre figli Costante, Costanzo e Costantino. L’opera sarebbe stata fatta ne! 332 quando anche il terzo figlio fu Cesare o nel 336 per il XXX an¬ niversario del regno di Costantino. Il Wace però 134 confessa di non saper spiegare perchè Costantino abbandonò l’idea di alzare il monumento. (Wace e Tranquair - The base of thè obe- lisk of Theodosius in J. H. S. 1909 p. 64-69). Roma, 30 giugno 1910. Giulio 0- Giglioli 136 ns C II R A MICA C R RCA Il 6. fascicolo della serie II della Griecìiische Va- seumalerei si inizia con un'anfora di Andocide del Louc’re a figure rosse (t. iii). Anche in questa opera la orij^inalità del ceramista si palesa non nel- rassieme e negli schemi delle figure, ma nelle loro particolarità: che su di un lato v’è un’ovvia mo¬ nomachia con l’assistenza di Hermes e di Athena, sull'altro lato è un citaredo (figura di meschine pro¬ porzioni) su in atto di suonare alla presenza di due efebi elegantissimi. La tav. II2 contiene la pittura di anfora del Louvre, opera che lo H.iuser fondatamente riven¬ dica a Phintias; le figure dei ginnasti, quelle di Tityos, di Leto rapita e dei suoi due tìgli bene pa¬ lesano come per Phintias l’accurato disegno fosse fine dell’arte e non mezzo idoneo alla espressione vivace degli affetti e dei sentimenti. Una terza anfora pure del Lou\ re è nella tavola 113; essa è assai nota, è quella esibente su di un lato la morte volontaria di Creso sul rogo e sul¬ l’altro lato il rapimento di Antiope per parte di Teseo aiutato da Piritoo. Nota lo Hauser che la scena del rogo esclude ciò che poi viene cantato da Bacchilidee narrato da Erodoto, cioè l’intervento divino a favore del re infelice. Per lo stile lo Hau¬ ser accentua le somiglianze delle figure con quelle del pennellc) di Duride. Seguono nella tav. i 14 due preziose tazze a ver¬ nice bianca ; una assai nota di Monaco con la fi¬ gura di Europa nel toro, l’altra pure a Monaco con Demofoonte che, nella notte dell’incendio di Ilio, trae seco la nonna Etra. Un cratere, attribuito circa al 4706 sinora ignoto, adorna la tav. 115: da un lato v’è Attenne che soggiace ai morsi dei suoi cani e alle treccie di Ar¬ temide ; sull’altro lato, con efficace contrasto, ve¬ diamo una scena burlesca ed impudica. Un giovane pastorello nella deserta campagna, in cui app.are una rozza, lignea erma priapica, è sorpreso da Pane e fugge esterrefatto ; ed il dio mostruoso dal volto di capro (aìyonpócjco-oc) lo insegue e già lo raggiunge. L’ultima tavola di questi.) fascicolo (t. 120) con¬ tiene una oinochoe gentile attica con Efesto con¬ dotto all’Olimpo su asino da Dioniso; è una di quelle oinochoai di cui già è cenno in questo bul- lettino {Ausonia, III, p. 73). In questa tavola v’è anche un cratere italiano di Pietroburgo con la burlesca scena di Dioniso su asino che va alla ven¬ demmia. Finalmente nella stessa tavola è il noto cratere italiano del Louvre con la purificazione di Oreste ; il dipinto, impregnato da si profondo ed angoscioso sentimento, si può annoverare, come egregiamente ha messo in luce lo Hauser, tra i migliori e primi prodotti della ceramica apula fi¬ gurata. Ma il precipuo pregio di questo fascicolo è dato da due insigni vasi polignotei, da un’anfora a vo¬ lute (t. 116-117) e da un cratere a calice (t. 118- 1 19). Questi due insigni campioni dell’arte ceramica del periodo glorioso della megalografia polignotea, sono esulati dall’Italia al di là dell’Oceano nel Mu¬ seo Metropolitano di New-York. Qui è uno dei temi favoriti in questo periodo polignoteo ; cioè l’ama- zonomachia di Teseo; si aggiungano per la zona del collo dell’anfora una centauromachia ed una in¬ significante scena amorosa. Motivi arditi e nuovi rendono preziosi assai que¬ sti due vasi che l’ Hauser crede di dover attribuire a mano femminile, come altri di analogo contenuto tra cui primeggia l’anfora a volute di Ruvo (t. 26- 28). Ma la base su cui poggia questa ipotesi ardita non mi pare solida. Infatti nell’idria Caputi [An¬ nali dell' Istituto, 1876. t. D-E), in cui lo Hauser vede la prova della esistenza di un spyaj'-Qiov cera¬ mico diretto da una donna, di un spyaaTfipiov con la specialità delle anfore a volute, noi vediamo che la presunta ceramista non è pittrice. Accanto al giovane (il vero -/.soaij-có; fabbricante e pittore) ed ai due ragazzi che lo aiutano sono piccoli recipienti pieni di vernice 0 di colore che non appariscono invece accanto alla donna; questa è poi intenta, a mio avviso, ad un ufficio più umile, a quello cioè di pulire accuratamente la mercanzia vasaria. E ben con ragiiine Athena spyàvri si avvicina al giovane, figura di proporzioni maggiori della pretesa cera¬ mista. Lo Hauser ha ripreso la questione della dipen¬ denza di queste e simili Amazonomachie dall’ 0- pera di Micone nel Pecile .ateniese (Pausania, I. 15, 2), e dall’esame dei vasi deduce varie particola- 37 138 rità di composizione, di motivi, di disegno, di tec¬ nica di questo insigne affresco, concludendo che nei vasi abbiamo una fresca parafrasi dell’opera di Micone. Così pure si esprime per le centauromachie ri¬ salenti alla centauromachia del Theseion, opera forse di Poiignoto. E piìi volte accentua la stretta connessione di motivi e di forme tra questi vasi e le sculture dei frontoni di Olimpia. Queste sculture, conclude in modo convincente lo Hauser, debbono essere ascritte alla cerchia po- lignotea, all’arte che si esplica in Atene all’epoca di Cimone. Forse sotto il nome di Paionios tra¬ mandato da Pausania come autore di uno dei fron¬ toni, si nasconderebbe il nome di Panainos, pittore polignoteo, fratello di Fidia. (Hauser e Reichhold, Griechische Vasenmalerei, li Serie, Lieferung. VI, t. III-I20, pp. 267-334). Vasi da Rhitsona in Beozia. — Sono conside¬ rati gli abbondantissimi corredi, essenzialmente ce¬ ramici, di quattro tombe della necropoli di Rhitsona e sono illustrati un vaso a calice tipo-Naucratide con decorazione di lotte di galli su fondo chiaro ed un kantharos policromo con quadriga forse di arti¬ sta attico. Il materiale ceramico delle tombe comprende carat¬ teristiche kylikes beozie. skyphoi proto-corinzii, leky- thoi attiche a figure nere, una lekythos a fondo bianco ed altri vasi. Per la datazione dei tipi principali si veda Animai of British School at Athens, XiV, pp. 305-318: qui ne viene dicussa la varia prove¬ nienza (Burrows e Ure, Excavations at Rhitsona in Boeotia nel Journal of Hellenic Studies, 1909, t. XXIII-XXVI, pp. 308-353). Vasi da Gela. — Nuovi monumenti che proven¬ gono dall’inesauribile suolo di Gela pubblica l’Orsi. Tra di essi devonsi notare alcuni vasi. Unakelebe corinzia costituisce un esemplare rarissimo per quel che riguarda la necropoli della Sicilia e della Magna Grecia. Due coppe attiche a figure nere hanno una correlazione con le fabbriche corinzie e ioniche; in una di queste coppe non vedrei una rappresenta¬ zione alterata della fuga di Ulisse e dei compagni dall’antro di Polifemo, sibbene un’allusione al mito della sfinge tebana. Una lekythos a figure rosse di stile severo ci offre un nome nuovo di ceramista, FàXr,? ; nella lekythos è una figura di lirista con accanto il nome di Anacreonte e perciò identificata dall’Orsi col celebre poeta; compiono la scena due cornasti. Un’altra lekythos con figura di Nike vo¬ lante ci palesa un nuovo Lieblingsname cioè Hj- OaTo; (Orsi, Nuove antichità di Gela in Monu¬ menti antichi dei Lincei, XIX, pp. 89-140, t. I-V). Vasi dalle Puglie. — Da una tomba di Ruvo, oltre ad altri oggetti, armi ed utensili di bronzo, sono usciti tre vasi dipinti, cioè due tazze ad oc¬ chioni di stile decadente del sec. V, una kelehe a figure rosse con scena di armamento. Questa ke- lebe del ciclo cosiddetto di Eufronio viene posta dallo Jatta a confronto con le anfore di Eutimide di Monaco (Furtwiingler e Reichhold, Griechische Vasenmalerei, t. 14 e t. 81). Da una tomba di Ceglie è uscita, tra gli altri oggetti, una kelebe a figure rosse con scena di ko- mos, interessante perchè opera di passaggio dallo stile severo allo stile più evoluto della metà del sec. V. Da Ceglie proviene pure una situla dipinta di fabbrica apula (già dei sec. IH) con donna vestita all’orientale che danza l’oklasma al suono di una flautista; è presente un citaredo. (Jatta M., Tombe greche in Puglia nelle Romische Mitteilungen, 1908, pp. 330-348). Sarcofago di Clazomene. — Lo Zahn accompa¬ gna con un testo esplicativo la bella riproduzione di un sarcofago clazomenio àtW Antiquarium di Berlino che è edito negli Antike Denkmdler, II, t. 58. Questo insigne esemplare ceramico ha di comune con l’altro, pure berlinese {Antike Denkmdler, II, t. 15) la tecnica a figure chiare su fondo scuro, riservata alla sua parte superiore, mentre tale tec¬ nica appare nella parte inferiore su di un terzo esemplare a Dresda (Archdologischer Anzeiger, 1898, p. 130). Nella zona superiore sono esibite le figure di A- thena alata e di due guerrieri presso i loro cavalli preceduti da cagne ; forse i guerrieri sono i Dio¬ scuri. Alle estremità superiori delle fascie laterali del sarcofago sono due centauri, alle estremità in¬ feriori sono due stambecchi ; la zona in basso ha due leoni in atto di combattere. Opportuni sono i confronti con quello che ci è of¬ ferto da altri esemplari clazomenii : sono poi accen¬ tuate le particolarità greco-orientali delle ali presso Athena, delle forme dei centauri, le particolarità di stile cosiddetto rodio per le figure degli stam¬ becchi e dei leoni. (Zahn, Klazomenischer Tonsarg in Antiquarium der Koniglichen Museen zìi Ber¬ lin neìì’/ahrbuch des Institiits, 1908, pp. 169-180). Due tazze «cirenaiche». — Il Droop pubblica due tazze « cirenaiche » di semplice decorazione : Ausonia - Anno IV. 45 139 140 la prima del museo Fitzwilliam appartiene, secondo il suo illustratore, alla classe quarta del Dugas iReuiie archcologiqiie, 1907, IX, p. 406). E così la seconda con volto di uomo nell’interno, pur essendo di disegno migliore, appartiene alla stessa quarta classe. (Droop, Two cy renale Aylikes in Journal of Hellenic Stiuiies, 1908, pp. 175-179). Ceramica cosiddetta cirenaica. — I recenti scavi della scuola britannica nel sacrario di Artemis Orthia a Sparta, hanno provato che la patria della cera¬ micadetta cirenaica è la l.aconia {Annnal of British Sc/ioot ai Afliens, .XIV, p. 44). Ora questa cera¬ mica, che si può senz’altro dire laconica, può es¬ sere dic'isa in sei periodi comprendenti la età dal 700 al 350 a. C. Il Droop traccia la storia di questi periodi esaminando lo sviluppo delle forme e degli stili. Nei periodi 111" e IV" (abhraccianti il secolo VI) avremmo il massimo culmine della esportazione coi prodotti ben noti usciti dalle necropoli dell’Etruria e di Samo. Durante il periodo V" si avrebbe una imitazione della cer.imica laconica da parte degli àpYC(jTf,ptx attici e di tale imitazione parecchi esem¬ plari sono citati ed editi dal [Droop. Cosi da questo di.itto S(.)no accentuati i rapporti tra lo stile laco¬ nico e quello dell’attico Nicostene. Conclude il Droop con uno specchietto cronologico dei piìi noti vasi di fabbrica laconica (Droop, The date of thè vases called ‘ cyrenaic ' nel Journal of Jfellenic Studies, 1910, pp. 1-36). Franunento di vaso da Naiicratide. — Su due frammenti di vaso, forse di origine clazomenia, sono i residui di una scena riferibile alle ''Ez.Topoc Xugic ; è visibile parte del corpo di Ettore e così parte della kline su cui si deve supporre che sia sdraiato A- chille. (Lorimer, A vase frag/nent front Naiikratis, nel Journal of Jiellenic Studies, 1910, pp. 35-37). La figura della civetta nella ceramica. — 11 Pottier pubblica un graziosissimo vasetto del Lou¬ vre appartenente a fabbrica corinzia del sec. VI e un vasetto configurato a forma di civetta. Accanto a questo esemplare altri quattro ne enumera il Pot¬ tier di Corinto, di Monaco, di Siracusa, della bi¬ blioteca di Parigi. Il gentile vasetto porge occasione al Pottier per ricercare la origine della connessione dell’uccello notturno con la dea della guerra e della sapienza. Tale origine non è molto remota in base ai monu- numenti ed ai testi omerici; il simbolo della civetta diventa proprio di Athena solo nel corso del se¬ colo VI. E dapprima la civetta doveva essere at¬ tributo di Athena Èpyàvr, non di un’ Athena lloóp.a- 70S, di un’Athena protettrice dei lavori femminili e pacifei, frutto di religione popolare, non di una Athena armata e combattente, prodotto di credenze aristocratiche e poetiche. Al tempo di Solone l’A- thena polias avrebbe concentrato in un solo aspetto le due forme contrarie della divinità e così all’Athena guerriera sarebbe stata attribuita la pacifea civetta. (Pottier, La chouette d' Athena in Bulletin de cor- respond. hellen., 1908, pp. 529-548, t. Vll-Vlll). Vasi greci con soggetti omerici. — 11 primo di questi vasi editi dal Pottier è una tazza corinzia della biblioteca reale di Bruxelles (t. Xlll). Tre episodi distinti vi sono riuniti: le monomachie di Aiace e di Enea, di Achille e di Ettore, la fgura di Dolone. Il secondo vaso è un cratere pure co¬ rinzio del Louvre: l’episodio rappresentato è la morte di Troilo. Ma, mentre la tazza di Bruxelles esibisce alcuni vieti e monotoni tipi fgurativi che assumono speciale determinatezza solo mediante la ingenua aggiunta dei nomi, nel cratere si appalesa già un progresso nella composizione variata e vi¬ vace ed egregiamente adatta all’episodio rappre¬ sentato. Questi due vasi offrono occasione al Pottier di manifestare alcune considerazioni sui rapporti tra i prodotti ceramici ed i poemi omerici e ciclici : i vasi sarebbero testimonianze della fase cui erano per¬ venuti detti poemi nel tempo in cui essi vasi fu¬ rono fabbricati. La AoLróvsia e la l!otw-;ia (il ILj- del Cratere è menzionato nella Iliade II, V. 848) rimonterebbero perciò più in sudi Pisistrato, ai tempi di Dracone e di Solone. L’episodio di Troilo forma pure l’oggetto delle tre scene di una tazza frammentata del Louvre ; l’influsso non è più epico, ma drammatico. Il ni- 5oc immediatamente anteriore al polignoteo anima la fgura di Achille neirinseguimento, di Troilo nella fuga, di Polissena atterrita (lato A), dei Troiani accorrenti (lato B), di Priamo accasciato (Interno). Il Pottier accentua la stretta relazione stilistica di questa tazza con quella della lliupersis di Brigo (Louvre, G, 152), con la tazza di Troilo firmata da Eufronio (Museo di Perugia). Unico, secondo lui, sarebbe il pittore di questi tre insigni vasi, cioè [Onesjimo che avrebbe lavorato negli èpyaarf,- P'.z di Brigo e di Eufronio. (Pottier, Vases peints grecs à snjets homériques nei Momunents et Me- moires Piot, XVI, t. XIII-XVll, pp. 99-136). Cleofrade. — Trentacinque vasi sono raccolti dal BeazIey e, esaminati stilisticamente, formano, a suo 141 42 giudizio, un complesso di pitture denotanti una me¬ desima mano, quella del ceramista Cleofrade. Que¬ sto nome appare con 5r:otr;crev accanto su di una coppa del Cabinet des médailles insieme col nome A;j.aaie e SU di una coppa di Berlino (n. 2783) in¬ sieme con Aópt? lypafflaev. Perciò l’Hartwig aveva attribuito ad un Amaside 11° la prima delle due coppe e nove vasi non firmati. 11 Beazley allarga di assai e forse un po’ troppo, la cerchia di vasi riferibili non più ad Amaside 11°, ma a Cleofrade, sia egli il capo di lov 0 ne sia egli il pittore. Nella serie di vasi attribuiti a Cleofrade noto alcuni già editi nella Griechische Vasenmalerei di Furtwàngler e Reichhold (t. 34 [idria Vivenzio, lliuperside], t. 44-45 [anfora con thiasos di Monaco], t. 52, t. 103, t. 104), noto al¬ cuni frammenti dell’Acropoli, un vaso arcaico come il n. I (t. IV, apoteosi di Brade), un lutroforo con prothesis di giovane (Moniiments Piot, I, t. V-Vll). (Beazley, Kteophrades, nel Journal of Hellenic Studies, 1910, pp. 38-68, t. I-IX. Hischylos. — Questo ceramista è oggetto di un breve studio del Walters. Tredici sono i vasi che portano la firma di Hischylos ; di essi due appar¬ tengono alla tecnica a figure nere, sei alla tecnica mista, cinque a quella a figure rosse. Hischylos, autore esclusivo di kylikes, rientra adunque nel gruppo di transizione che prende nome da Epitteto. Ed in realtà Epitteto ha dipinto ben quattro vasi di Hischylos, il quale, più che pittore, si palesa fabbricante sotto la cui direzione, oltre ad Epitteto, dipinsero Sakonides, Pheidippos e forse altri. In tal modo si spiega la varietà di stili sui vasi che portano la marca di fabbrica di Hischylos. (Wal¬ ters, Hischylos ne! Journal of Hellenic Studies XXIX, 1909, t. vili, pp. 103-119). Dimanda di oracolo su vaso. — Da Milo pro¬ viene una idria attica a figure nere con scena cu¬ riosa ; ai lati di un tumulo ad omphalos con uc¬ cello da rapina al di sopra, con cerbiatta al din¬ nanzi, sono due Sileni con vivace gesticolazione. È qui verosimilmente rappresentata una dimanda di oracolo da parte dei due Sileni. (Roese, Bine attische hydria aus Melos neW Archdologischer Anzeiger, 1909, pp. 30-33). Vasi del Museo Ashtnolean ad Oxford. — Tre nuovi vasi hanno arricchito il Museo Ashmolean. 11 primo è una pelike a figure nere: da un lato è una scena in una bottega di calzolaio (si cf. l’anfora di Boston, Monumenti dell’Instituto, XI, t. 29) ; dall’altro lato è un Sileno seduto su roccia con scrigno sulle ginocchia con altro Sileno di dietro e con una figura di Hermes di fronte. Il Beazley con¬ nette la scena con l’episodio dell’inno omerico a Pane (v. 27-36) : il Sileno seduto sarebbe Driope che patteggia pel matrimonio di una figlia con Hermes. V’è poi una kelebe a figure rosse di stile severo esibente da un lato un discobolo, dall’altro un pu- gilista con disciolto e pendente dalla mano destra. Rara è una kelebe a due sole figure; si cf. Annali dell' Instituto, 1877, t. W. e Masner, t. 6. Da ultimo v’è un cratere a campana di stile tardo ; su di un lato è rappresentato un soyacjTqpiov ceramico per cui si cf. la idria Caputi, Annali del- r instituto, 1876, t. D. E. (Beazley, Three new vases in thè Ashmolean Museum, nel Journal of Hellenic Studies, 1908, t. XXX-XXXII, pp. 313-318). Lekythos da Eretria. — Il Rhomaios pubblica una lekythos da Eretria a figure rosse. La rappre¬ sentazione di questo vasetto, pur essendo della prima metà de! secolo V, ci offre la lignea erma rozza ed agreste di un Priapo. A questa erma si avvicina un cacciatore che ha ucciso una lepre e che a Priapo porge come offerta un ramoscello. 11 Rhomaios crede di dover ascrivere questo dipinto alla mano de! maestro «dalla testa calva» dell’Hart- wig. (Rhomaios, 1% ’Hpsrpta; nella lTpr,[j.Epic, àpy aioXoyr/.fi 1908, pp. 151-158, "Iva? 8). Aspetti della vita privata ateniese desunti da rappresentazioni ceramiche. Di parecchi usi e co¬ stumi, di parecchi caratteri peculiari della vita pri¬ vata ateniese nei secoli V e IV possiamo noi at¬ tingere la conoscenza dall’attento esame dei monu¬ menti figurati ed in special modo dei vasi dipinti. Lo Hauser pubblica alcuni vasi in cui ravvisa al¬ cune costumanze talora non chiaramente accennate dal comico Aristofane. In un fondo di tazza di Ber¬ lino (t. I) di stile di Duride, in una pisside di Bo¬ ston vede lo Hauser espressa l’azione di una ?«!- vo-jcra quale è accennata in un discorso di Aristo¬ fane (Ecclesiazuse, v. 88 e segg.); cioè lo sfregare sul polpaccio la lana scardassata per agevolare l’a¬ zione successiva del filare. 1 primi versi delle stesse Ecclesiazuse (v. 12 e segg.) riceverebbero luce da una curiosissima e pic¬ cante figura di donna nuda adornante l’interno di tazza col llavai-io? zaXó; (fig. 51). Il “po7,ó? 0 tornio dei ceramisti ci sarebbe esibito da una graziosa pelike del Museo Britannico (fig. 52) : ivi due Si¬ leni stanno giuocando sul Tpo7_ó; come su di un piccolo carrosello. 144 143 La serie di quelle pitture vasculari. in cui si volle riconoscere la rappresentazione della raccolta del¬ l'incenso, è ora dallo Hauser con acutezza convin¬ cente giudicata di nuovo come allusiva alle feste di Adone e precisamente alla festa ateniese cele¬ brata dalle donne sui tetti delle loro case (Aristo¬ fane, Lysistrata. v. 389) e, secondo la espressione deH'uc’a su uno dei vasi, nel mese di settembre. In questa serie di pitture rientrerebbe anche il noto epinetron di Eretria ('E-frjij.Eplc ap/oooloytxf,, 1897? L. 10). lutine lo Hauser crede che all’Aristofane cerami¬ sta alluda nelle Ecclesiazuse l’ Aristofane comico. (Hauser, Aristophaìies luid Vasetihilder negli Ja- hreshefte des osterreicìiischen Archdologischen Institides, 1909, pp. 8o-ioo). // mito di Oreste. — 11 Macchioro pubblica un cratere di fabbrica cumana del Museo ci\aco di Pavia esibente una scena relativa al mito di Ore¬ ste. Secondo il Macchioro questa scena sarebbe unica nel campo della ceramica perchè alluderebbe ad un momenti.) del mito finora non mai ricono¬ sciuto nella tradizione monumentale, cioè all’istante in cui Ifigenia, come è nei versi di Euripide (Iti- genia in Tauride, v. 469 e segg.), ordina che si sciolgano i prigionieri. (Macchioro, Nuova rappre¬ sentanza vascolare del mito di Oreste, negli Jah- reshefte des osterreicìiischen ardi. Institiites, 1909, pp. 318-326). Vasi detti di Gnatliia. — Il Pagenstecher pub¬ blica cinquantaquattro vasi della classe cosiddetta di Gnathia della collezione Reimer di Amburgo. Egli ne fa un’accurata descrizione ed aggiunge alcune osservazioni sullo stile e sulla cronologia e sulla estensione di tal genere di ceramica. I vasi deH’acropoli di Atene (Watzinger, Athe- nisc/ie Mitteiliingen, 1901, p. yoesegg,), le broc¬ che ellenistische raccolte dallo Zahn (Jahrbiich des Institiits, 1908, p. 68, n. 25), i vasi di Hadra ser¬ vono come di confronto coi vasi di Gnathia e ser¬ vono a datarli nel III ed anche nel II secolo avanti Cristo. Tali vasi di Gnathia poterono essere trasportati sia in Creta (esemplari del Museo di Atene) che in Egitto e poterono essere imitati in vari luoghi del¬ l’Italia centrale (i pociila latini). (Pagenstecher, Gnathiavasen der Sammliing Reimers in Hamburg m\V Arcliiiologisclier Anzeiger, 1909, pp. 1-18). Pericle Ducati. 145 14^) ETRUSCOLOGIA (ANNI 1908-1909)* A) — Generalità. Bibliografia etrusca per gli anni 1894-1907. — Berichte iiber di Fortschritte der Eiruskologie fùr die Jahre 1894-1907 nel Jahresbericht fiir Alter- tumswissenschaft, voi. CXL (1908 HI) pp. 79-145. — ■ L’ultimo resoconto del genere fu quello del Dee- cke, morto il 2 gennaio 1897. A continuare l’opera sua per gli anni posteriori era stato chiamato il Paul! ; ma egli aveva appena cominciato il suo la¬ voro, quando soggiacque al destino comune (7 ago¬ sto 1901) ; per cui toccò al dott. Herbig (uno dei continuatori, col prof. Danìelsson, del CIE.) il com¬ pito di riprendere e condurre a termine il lavoro per gii anni 1894-1907. Questi separò il resoconto che riguarda l’etrusco da quello che si riferisce ai dialetti paleoitalici, e allargò il resoconto dell’etru- scologia dallo stretto campo della linguistica e della filologia a quello dell’ archeologia e della storia. Il resoconto pertanto si divide in due parti, l’una contiene la bibliografìa ordinata per materia, l’altra la critica, la quale riguarda non le singole pubbli¬ cazioni, ma i problemi che alle pubblicazioni si connettono. La parte comparsa in questo volume del Jahres¬ bericht è la prima, e si divide in dodici capitoli : 1. Biografie. - li. Resoconti, bibliografìe, cataloghi, enciclopedie. - III. La questione etrusca in gene¬ rale. - IV. Origine del popolo e della lingua. Que¬ sto capitolo si suddivide: i. Ipotesi Tirreno-Pelasga. Euroasiatici ; 2. Homo mediterraneus. Euroafricani ; 3. Homo europaeus flavus e homo alpinus; 4. Gii Etruschi fra le popolazioni dell’Italia penlnsolare - V. Le tombe e la craniologia. - VI. Antichità, iscrizioni, relazioni storiche in ordine geografico: I. Etruria; 2. Località particolari dell’ Etruria ; 3. Territorio falisco; 4. Lazio e Roma; 5. Cam¬ pania; 6. L’Italia Merid., le isole e Cartagine; 7. Gli Etruschi a Nord dell’ Apennino, nella pia¬ nura del Po e fra le Alpi ; 8. Le fascie della Mummia di Agram ; 9. Iscrizioni di Lenno. - VII. Musei e collezioni. - Vili. Epigrafìa e lingui¬ stica: 1. Corpus Inscriptionum Etruscarum ; 2. Al¬ tre raccolte epigrafiche e interpretazione di parecchie iscrizioni; 3. Grammatica: a) Nozioni generali e varie, b) Alfabeto, c) Fonologia, dì Morfologia, e) Voci numerali (nomi dei mesi), f) Nomi propri di persona, g) Nomi geografici, h) Interpretazioni speciali. - ÌX. Religione: i. Considerazioni gene¬ rali; 2. Etrusca disciplina; 3. 1 fegati babilonesi e il fegato etrusco di Piacenza; 4. Altre relazioni fra la religione etr. e le religioni orientali; 5. Mi¬ tologia. - X. Arti e mestieri: 1. Nozioni generali e varie; 2. Architettura; 3. Scultura; 4. Ceramica ; 5. Toreutica; 6. Pittura. - XI. Stato, città, con¬ dizioni (guerrieri, sacerdoti, scrittori, artisti, giuri¬ sprudenza, medicina, industria e commercio, pesi e monete). - XII. La famiglia (rapporti di paren¬ tela, donne, liberti), le vesti e le suppellettili. Completano l’elenco bibliografico osservazioni particolari sparse qua e là sul contenuto delle pub¬ blicazioni, dalle quali sono talvolta riportate le pro¬ posizioni più importanti. Notevoli a pag. 94 e seg. sono i giudizi! ivi riferiti del Deecke (già del 1896) e recentemente del prof. E. Lattes intorno ai rap¬ porti della lingua et. colie lingue italiche ed indo- germaniche. Arte ed architettura etrusca. — Ne discorre in forma sintetica il prof. Karo in un articolo Art and Architecture (Etruscan and Early Italie estratto da un’Enciclopedia inglese, pp. 863-866), articolo del quale diamo qui un breve sunto. Appena giunti in Italia (verso il IX sec., per mare) ed occupato il paese (pag. 364), gli Etruschi sostituirono le città fortificate ai villaggi di povere capanne. Al secolo VII-VIII a. C. appartengono le mura potenti di Cere, Cosa, Vetulonia, Volterra, Perugia, le quali furono più volte riparate e in età Vedi per gli anni precedenti Ausonia, I, pag. 121 e 129, II, pag. 129. 147 48 più tarda pro\’\àste di porte a volta con figure di di\’inità tutelari scolpite nei massi che ne forma¬ vano Parco e gli stipiti. Dentro le mura le case dovevano essere per lo pili di legno: perciò anda¬ rono interamente distrutte, e per farcene un’idea dobbiamo ricorrere alle tombe. Queste nei primi due secoli, come le « tombe alveari » micenee, sono camere rotonde a cupola o rettangolari con volta di pietra, nelle quali i cadaveri cremati o inumati ve¬ nivano deposti col corredo necessario per l’altra vita. Si tnn-ano esempi del primo genere a Vetulonia, Volterra, Quinto Fiorentino, del secondo a Cere nella famosa tomba Regolini-Galassi. Queste tombe in genere non hanno ornamenti scolpiti nell’interno: solo all’esterno la porta può essere decorata da qualche bassorilievo, e da figure di orsi o leoni posti come guardia dell’entrata. Le pareti interne sono spesso dipinte, e le pitture rimaste ci dimostrano lo svolgersi dell’arte etnisca dal VI al II sec. a. C. : esse, insieme coi sarco- fagi e coi cinerari scolpiti, provano l’influenza pre¬ ponderante dell’arte greca. Le pitture della più an¬ tica tomba arcaica di Velo rappresentanti strane mescolanze di animali favolosi e di uomini risal¬ gono al VII sec. Quelle di Corneto e di Cere del VI sec. mostrano banchetti o cacce con qualche mostro marino, e una volta una scena mitologica nello stile dell’arte ionica. Alla fine di questo se¬ colo, in luogo dei banchetti, appariscono talvolta, come per es. a Chiusi, le scene di riti funebri, di danze, di coinplornfio, di giuochi e di combattenti in costume etrusco sulla falsariga greca. Nel V se¬ colo, in cui all’arte ionica e corinzia subentra l’at¬ tica dei vasi a figure nisse, continuano scene di banchetti e di funerali. Nel IV sec., ancora sotto l’influenza attica, prevalgono argomenti religiosi: dei ed eroi sono greci e greco interamente è lo stile: il carattere speciale etrusco appare soltanto in certi particolari rituali, nei genii alati (Lase) che accom¬ pagnano il morto all’Ade, nella figura mostruosa di Caronte, ecc. La stessa corrispondenza si riscontra pure nei sarcofagi (pag. 865). Sul coperchio di alcuni sar- cofagi di terracotta di Cere del VI sec. si vedono il marito con la moglie egualmente coricati sul letto conviv.'ile secondo il costume ionico; un secolo più tardi (come in un sarcofago di Chiusi nel Museo di Firenze) l’uomo rimane coricato, ma la donna secondo il costume attico è seduta ai suoi piedi. Quando l’antico costume umbro della cremazione colla fine del IV sec. diventa generale e i lunghi sarcofagi sono sostituiti da corti cinerarii, si nota il contrasto tra le rozze figure scolpite sul coper¬ chio, che sono opera locale, e i bassorilievi che adornano il prospetto, in cui si possono ricono¬ scere copie di pitture attiche, le quali potevano esser note e diffuse in Etruria per mezzo di piccoli di¬ segni. Nell’ultimo periodo le tombe dipinte diven¬ tano rare; si mantengono però la forma e la dispo¬ sizione delle camere : esempi splendidi ne sono la tomba dei Volumnii di Perugia e quella dei bas¬ sorilievi di Cere. Per formarci un’idea dell’architettura templare ci soccorrono le tombe scavate nelle rocce, alcune delle quali, come a Castel d’Asso e a Nocchia presso Vi¬ terbo, mostrano artistiche facciate con colonne co¬ ronate da frontoni ornati di sculture; più ancora le numerose figure e i rilievi di terracotta che de¬ coravano le costruzioni tutte di legno. Le terrecotte più antiche, provenienti da Cere, Faleri e Conca, non sono più tarde del VI sec.: antefisse rappresen¬ tanti teste di ninfe e di satiri, coppie danzanti di satiri e menadi, e lastre con rilievi di guerrieri, di carri, di mostri ecc. che servivano a coprire e di¬ fendere travi e tavole di legno. Esse nel loro svi¬ luppo seguono quello della pittura dal VI al 111 sec. Nella seconda metà di questo periodo si aggiunsero alle antefisse e ai fregi frontoni con sculture di ter¬ racotta, alcune delle quali, come certe figure di gio¬ vani e fanciulle del IV sec. provenienti dal terri¬ torio falL'co (ora nel museo di Villa Giulia), mostrano un’. irte molto progredita. Lo stesso si osserva ne¬ gli avanzi dei frontoni di Telamone e di Luni, ora nel Museo di Firenze, che appartengono al 111 sec. e sono le più perfette opere d’arte che 1’ Etruria abbia saputo produrre. Non conosciamo i templi etruschi in ogni dettaglio, ma possiamo dire con sicurezza che erano per lo più di modeste propor¬ zioni e di decorazione semplice, a forma oblunga di case di legno, con uno 0 due locali e portico aperto sostenuto da colonne di legno, come, benché in stile differente, il tempio greco in antis. Le pa¬ reti saranno state dipinte, e le terrecotte, così bril¬ lantemente colorate, dovevano produrre un’impres¬ sione piuttosto gradita: ma i materiali per una ricostruzione nella forma originale sono ancora troppo scarsi. Anche nelle arti minori l’influsso greco è predo¬ minante. Tra le numerose statuette di bronzo è dif¬ ficile distinguere ciò che è importazione da ciò che è imitazione locale: lo stesso dubbio tocca le sta¬ tue di bronzo, come la lupa capitolina. Ma sarebbe esagerazione attribuire ad artisti etruschi soltanto le opere inferiori, perchè, per quanto dipendenti dai greci per l’ispirazione, la loro abilità era ricono¬ sciuta in Atene stessa, dove i bronzi etruschi ador- 149 150 navano le case dei signori più amanti delle arti. E la fama dei bronzi etruschi possiamo dire che era pienamente giustificata rispetto al numero dei lavori davvero eccellenti o di un realismo maggiore di quello che si trova fra i greci. Anche qui lo stile ionico prevale nei lavori più anticlii (statuette, vasi) del VII e del VI sec. La presenza di oggetti siri e fenici va pure spiegata col commercio delle colonie ioniche dell’Asia minore e non con relazioni dirette tra Etruria e Fenicia. Nel periodo seguente prevale r influenza attica, come si vede chiaramente negli specchi e nelle ciste circolari di bronzo, che mo¬ strano in alcuni esemplari una vera bellezza. L’oreficeria etrusca (pag. 866), almeno nella fase più antica, è molto più indipendente. Infatti la Grecia non offre nulla che si possa per talento tec¬ nico e delicatezza paragonare coi meravigliosi or¬ namenti e monili d’oro che si trovano nelle più antiche tombe etrusche. Le più recenti rivelano in¬ fluenza greca e sono di lavorazione meno perfetta. L’arte ceramica è sempre più o meno dipendente da quella dei vasi di metallo. Così le forme dei vasi etruschi di terracotta riproducono esemplari di bronzo, e come questi erano più o meno copiati da origi¬ nali greci, la stessa impronta si ritrova nei vasi di terracotta che ne sono derivati. Solo la tecnica di questi vasi è più indipendente: essi erano foggiati in terracotta nera detta bucchero, ornata con figure incise 0 a rilievo, e benché questa tecnica non sia infrequente nella Grecia, più specialmente nelle co¬ lonie ioniche dell’Asia M., la loro preponderanza in Etruria è tale che l’influenza greca a stento si rico¬ nosce al disopra della tecnica locale. Vasi dipinti si trovano di rado e soltanto d’imitazione : l’arte cera¬ mica etrusca si spiega principalmente nel bucchero. Nei primi secoli della storia Romana 1’ arte e la scienza etrusca dominano su tutto il Lazio e pari- menti a sud sulla Campania. Coll’estendersi delle colonie della Magna Grecia e colla cacciata degli Etr. dalla Campania verso la fine del v sec. a. C. il dominio intellettuale degli Etr. su Roma andò scemando di continuo. E poiché la lega delle città etrusche fu soggiogata da Roma, la loro civiltà così caratteristica scomparve rapidamente, e sarebbe dif¬ ficile trovare un esempio di opera artistica vera¬ mente etrusca più tarda del i sec. a. C. Stato presente della questione etnisca. A. Kan- NENGiEssER In KHo (Beitri'tge zur alten Geschichte, voi. Vili, fase. 2°, Leipzig 1908) pp. 252-262: Ueber den gegenwàrtigen Stand der Etruskischen Frage). — Rilevata l’importanza della questione, e premesso che la soluzione spetta di preferenza all’antropo¬ logia e alla linguistica, l’a. osserva subito che le conclusioni a cui giungono i cultori delle due di¬ scipline sono affatto diverse, e mentre i linguisti si accordano, almeno nella parte negativa, nell’as- serire che la lingua etr. non appartiene al ceppo indogermanico, gli antropologi si sono affermati più volte ancora sul carattere indogermanico degli Etru¬ schi. E qui egli cita gli scritti di L. Wilser e L. Woltmann nella Poi. Anthrop. Revue i quali stanno per l’indogermanità degli Etr., il primo anche con argomenti (d’altra parte poco attendibili) linguistici, il secondo soltanto con ragioni antropologiche rias¬ sunte in questa proposizione : « Per me é fuor di dubbio, sulla base di studi iconografici fatti nei Mu¬ sei e nelle necropoli italiche, che gli Etr. hanno posseduto il tipo dell’/zomo flavus europaeus » ; quindi il Woltmann si associa all’opinione di Mon- telius che gli Etr. siano 1 Pelasgi cacciati dall’in¬ vasione dorica fuori della Grecia. Ma gli opposi¬ tori (tra essi il dott. Herbig, vedi anche Ausonia, anno II igoy Etruscologia, pag. 147 e seg.), senza negare in modo assoluto le constataziani degli an¬ tropologi, domandano che le conclusioni sulle qualità fisiche degli Etr. ricavate dalle necropoli siano sotto¬ poste ad una ricerca sistematica; e intanto il Kan- nengiesser preferisce l’ipotesi annunciata già da v. Luschan (Petersen u. Luschan, Reisen in Lykien, Wien, 1899 p. 198 e segg. ; e C. F. Lehmann, Zeitschr. f. Ethnologie, 1899 p. 282) e seguita poi da L. Sofer [Poi. Anthrop. Revue 1907 pag. 493 e seg.), che i fondamenti antropologici di una parentela degli Etr. si debbono cercare non nell’homo flavus Europ., ma in una razza che dall’Armenia e dalle regioni del Caucaso, attraverso la Russia meridionale e le regioni Danubiane, si spinse fino alle Alpi e ai Pirenei. Passando poi al lato linguistico della questione, nel quale si combattono due tesi opposte, quella degl’indogermanisti e quella dei non-indogermanisti, il Kannengiesser nota che la prima, sostenuta spe¬ cialmente dai dotti italiani e sopratutto dafprofes- sore Lattes (del quale riconosce le grandi beneme¬ renze per l’etruscologia particolarmente sotto il ri¬ spetto paleografico e per la padronanza « wie kaum anderer » del materiale epigrafico), va sempre più perdendo terreno, tanto che, dopo la scoperta del¬ l’iscrizione di S. Maria di Capua, il Lattes stesso ha abbandonato lo « Standpunkt der Indogerma- nisten » ; mentre d’altra parte la seconda ha acqui¬ stato sempre più credito, e ricorda in proposito gli studi di Pauii, Hommel, Kretschmer, d’Arbois de Jubainville, De Cara, Wirth, Sten Konovvs, Grier- son, Thomsen, Modestov, il quale ultimo riteneva 52 ■ 51 (pag. 257) la questioLie oramai risolta nel senso dell’origine degli Etr. dall’Asia Minore, a cui però rtlerbig rispose già (Beri. Pliilol. Wocìi., 1905, col. 1088 e segg.), che siamo ancora ben lont.ini da ogni sicurezza in proposito, e che occorre ancora molto la\a>ro, perchè la tesi dell’origine dall’Asia Minore dh-enga più che un’ipotesi. Ma la credenza nella parentela degli Etr. cui popoli dell’Asia occi¬ dentale è seriamente scossa dall’opera del Fick : Die \'orgrieclt. Ortsiiaineii als Quelle f. di Vor- gescli. Grieclienlands. Ivi, secondo il relatore, è solidamente provato che la Grecia e l’Asia Minore nell'età preellenica ebbero una popolazione comune pelasgica 0 h ittita. Sostiene il Fick (p. loo e segg.) che, soltanto per la somiglianza del suono del nome, qLiando i Greci verso il 600 a. C. cominciarono a ct>noscere gli Etru¬ schi, chiamarono questi egualmente Tirseni e riten¬ nero 1 due popoli come una diramazione di una primitiva popolazione pelasgica; e che se una certa parentela sussiste fra le lingue dei Pelasgi-Pelagoni e degli Etr., questa si spiega facilmente con ciò che entrambi 1 popoli appartengono alla razza Alpina, 1 cui membri furono separati dall’irruzione indogei - manica degl’lllirii. 11 Kannengiesser non comprende la negazione del Eick di un più stretto rapporto fra questi popoli di egual nome (Turscha-Tursenoi-Tirreni), perchè i nomi, riconosciuti pure da lui come preellenici, ritor¬ nano in gran parte fra i Cretesi e complessivamente in Etruria o almeno in suolo italico sottoposto alla influenza etnisca; e qui cita il fatto del suffisso - v'i - caratteristico per le popolazioni preellenico- pelasgiche 0 hittite, che si trova egualmente nei nomi propri Etruschi, ecc. Osserva pure che gli studi sul culto e sulla disciplina sacrale etrusca, specialmente del Thulin e del Jastrow {vedi per il primo Ausonia 11, 1907, Etniscologia pag. 129 e in questo fascicolo stesso pag. 18, per il secondo Deut¬ sche Literaturzeit. 22 giugno 1907 p. 1565), mostrano tali corrispondenze colla dottrina caldaica, che non si potrebbero spiegare solamente coi rapporti com¬ merciali, ma presuppongono una « frùhere relativ grrissere Nachbarschaft » degli Etr. e dei Caldei. Altri argomenti in favore di un’origine degli Etr. dall’Asia occidentale sono dati da ricerche archeo¬ logiche più recenti. Fu rilevata una certa corrispon¬ denza fra l’arte dei Caldei intorno al lago di Van e quella degli Etr. (C. F. Lehmann-Haupt, Male- rialien zur altea Gescli. Anuenieus u. Mesop. p. 95, 88, ecc.), tanto più che i Caldei invasero l’Armenia dall’Occidente e mostrano moltij'apporti di coltura e di civiltà coi popoli dell’Asia Occidentale e col¬ l’elemento Cario (ibid. p. 68, 120 e Sitzungsber. der Berliuer Arcliaeolog. Gesell. Novembre 1907: cf. anche KUo, aus u. uni Kreta, IV p. 387 e segg.). Ad eguali risultati era venuto il Furtvvàngler nel¬ l’opera sulle gemme (111 p. 173 e seg. e p. 25, nota 3), e per ciò che riguarda l’arte, la tecnica e l’origine anche il Kiirte; ma questi si allontana da lui nel porre la data deirimmigrazione Etrusca, non nel secolo XI, ma nel secolo Vili; mentre invece il Kannengiesser fisserebbe nell’undecimo 0 al pili tardi verso il 1000 la prima costituzione di uno stato etrusco in Italia. Al gruppo, se cosi si può chiamare, dell’Asia Minore Occidentale cioè degli Hittiti, il Kannen¬ giesser contrappone un altro gruppo di Etruscologi meno numeroso che egli chiamerebbe uralo-altaico, capitanato da Carra de Vaux, il quale sostiene che tutta la popolazione preellenica della Grecia e dell’Asia Minore, e cosi anche gli Etr., appartiene a popoli di razza tartara : e qui nota il relatore che l’ipotesi Liralo-altaica non è da escludere senz’altro, perchè anche qui entrano in campo i così detti pro¬ blemi sumeriani (C. F. Lehmann-Haupt, Die Exi- stenz der sumer. Spraclien; Weisbach, Die Sunie- risclte Spraclie ; E. Meyer, Sumerier u. Seniiten in Babylonien e Nachtrdge zur Aegypt. Clironologie). Già J. Taylor nel 1874 aveva tentato dimostrare l’appartenenza degli Etr. agli uralo-altaici : segue le sue orme il Carra de Vaux, e per lui propendono anche il Martha {Mclauges Perrot pp. 233-237) e il Conder (The Hittites and tlieir langiiage). Os¬ serva però (p. 260 e seg.) che da una certa qual somiglianza linguistica fra due popoli non si può inferire senz’altro una originaria parentela. « Per ammettere la parentela di due lingue bisogna anzi¬ tutto che vi corrisponda la loro generale struttura; ma anche questa proposizione va sottoposta a certe restrizioni ». Per la decifrazione dell’etrusco sarebbe desidera¬ bile che vi fossero lavoratori in maggior copia, men¬ tre anche in Germania i professori d’Università si volgono ad altri argomenti che promettono risultati pili sicuri, e fra i professori di Ginnasio gli Etru¬ scologi Sono scomparsi. Fra i pochi che negli ultimi anni abbiano fatto qualche passo sul terreno infido dell’etruscologia, oltre il Lattes e il Thulin, 11 Kan¬ nengiesser ricorda soltanto il Torp e W. Schulze; quegli per 1 suol lavori d’interpretazione, che, quan¬ tunque soltanto parzialmente abbiano recato risul¬ tati sicuri, hanno però il merito di aver dato una nuova spinta all’etruscologia ; questi per l’opera Im¬ portante Zur Geschichte der lateiu. Eigeimatnen: è perciò da augurarsi che l’esempio dello Schulze ■55 154 invogli altri ad estendere con egoal metodo le sue ricerche alle lingue anati)lico-pelasgiche. Ma il mo¬ mento giusto per una trattazione dell’etrusco in tono maggiore (« in grosserem Stil») sarà solamente quando si avranno dinanzi tutti i risultati degli scavi di Roghazkoi, e le nostre cognizioni sulla lingua degli Hittiti si saranno essenzialmente al¬ largate. Gli Etruschi e la loro lingua. — È un volu¬ metto edito dal Barbèra (pp. XII-166 in-8, Fi¬ renze, 1909), il quale contiene tradotti dal tedesco gli articoli pubblicati nella « Real-Encyclopàdie Pau- l3/-Wisso\va » sull’Etruria, gli Etruschi e la loro lin¬ gua e la loro disciplina, dei quali si è fatto già un largo resoconto nell’/l«so«/fl, anno II (1907) pag. 130 e segg. La presente traduzione, scritta dal prof. Ga¬ spare Portrandolfi, ha lo scopo (prefazione p. Vili) « di offrire agli studiosi di cose etrusche una guida scientifica, non troppo grande di mole, ma ricca di soda dottrina », e la parte che riguarda la lìngua etru- sca ha acquistato un valore tutto nuovo e indipen¬ dente dall’originale, perchè il prof. Skutsch volle rifondere e completare, appositamente per la tra¬ duzione italiana, il suo saggio. L' indogernianismo e V etniscologia. — In un ar¬ ticolo pubblicato nelle Indogermanische Forschtm- gen {Zeitschrift f. indog. Sprach- und Altertums- kunde, voi. 26, anno 1909 pp. 360-381). • « Indoger- manische Sprachwissenschaft und Etriiskologie », il dott. Herbig dopo aver rilevato che le ultime grandi scoperte, come le iscrizioni della Mummia e del tegolo di S. Maria di Capua e l’opera dello Schuize sui nomi proprii personali latini, hanno persuaso i migliori campioni dell’indoger- manismo dell’etrusco, W. Deeke ed E. Lattes — il primo temporeggiando, il secondo apertamente e senza riserve (i) — a riconoscere che la ragione sta dalla parte avversaria, e dopo aver notato che per molti l’abbandono della teoria indogerma¬ nica fu determinato più che altro dalla seducente ipotesi Pelasgica inaugurata dal Bauli stesso; di¬ chiara illusoria la speranza che il vecchio fantasma dell’originaria parentela dell’etrusco colle lingue in¬ dogermaniche sia finalmente svanito nell’ombra, e (i) Va notato però che la concessione fatta dal I attes agli avversari! è intera e senza riserve per ciò che riguarda il me¬ todo delio studio e della ricerca, non per ciò che riguarda il risultato finale dello studio e della ricerca stessa. Egli ha rico¬ nosciuto soltanto questo : « essere illecito nello stato delle nostre cognizioni trattar l’etrusco al modo che il latino l’umbro e l’osco cita a prova di questo ritorno del fantasma due fatti : primieramente l’annunzio comparso nei gior¬ nali sulla fine del 1908 che il prof. G. Hempl del¬ l’università di Standfort in California in una co¬ municazione fatta nella Società Americana di Filo¬ logia in Toronto aveva dimostrato che l’etrusco e il latino hanno un’eguale radice; in secondo luogo una comunicazione del prof. Trombetti « Sulla pa¬ rentela della lingua etrusca » nelle Memorie della R. Accademia di Scienze deli Istituto di Bologna, Serie 1", tomo II, 1909 pp. 167-221), nella quale, premesso che l’etrusco non è assolutamente una lingua indoeuropea, si afferma poi che « l’Etrusco, pur prescindendo da ciò che ha preso a prestito, può essere affine all’indoeuropeo senza rientrare in questo gruppo »... e che « quando l’Etr. concorda con l’Indoeuropeo, in generale concorda anche, e meglio, col Caucasico; e ciò perchè Indoeuropeo e Caucasico sono connessi tradì loro, come con altri gruppi linguistici », ecc. Ciò premesso, il dott. Herbig determina più chia¬ ramente l’argomento del suo articolo con questa domanda (pag. 365) ; Posto che fra lingue indoger¬ maniche ed etrusco non vi sia parentela alcuna, fin dove s’incontrano la materia e il metodo della lin¬ guistica indog. e dell’etruscologia? Dichiara quindi la necessità preliminare, anche per lo studio del materiale onomastico etrusco-latino-umbro-osco (pa¬ gina 367', di ripartire le iscrizioni etrusche, quanto è possibile, secondo i caratteri paleografici ed archeo¬ logici e secondo la distribuzione geografica; e, a mo’ d’esempio del metodo da seguire, prende a con¬ frontare fra loro, secondo le diverse loro termina¬ zioni in -na, -a, -u, -e, -ie, -i, i nomi gentilizi che ritornano più spesso nelle iscrizioni orvietane (che abbracciano un periodo di circa trecento anni dal 600 al 300 a. C.) con quelli delle iscrizioni chiusine in generale molto più tarde (dal 300 al 100 a. C.). Senza ripetere qui le sottili analisi e le acute considerazioni del Herbig, noterò le principali con¬ clusioni a cui egli arriva. I gentilizi! colla termi- nazione -na, ritenuta concordemente come la più caratteristica dell’Etruria, appaiono in Orvieto in numero maggiore che non tutti gli altri insieme, e quelli in -/ con pochissimi esempi (4 su 170 esempi) ; mentre in Chiusi i gentilizi! in -na sono poco più della terza parte (39 contro 92), e quelli in -/ sono ed illecito tentar l’interpretazione dei suoi monumenti letterari col metodo etimologico attingendo liberamente alla supellettile lessi¬ cale e grammvTticale indoeuropea ». Vedi Bericht ùbcr die Fortschritte der Etmskol. 189,4-1907, pag. 94, nel voi. CXL òa\ Jahresbericht fiir AUeititmswiss» (igo8, HI) <0 Rendiconti del R. Isf, Lombardo, 1910, pag. 157 e segg, Ausonia - Anno IV. 46 155 156 trentalrè : il che \’uol dire (paj;. 370), che kIÌ an¬ tichi tipi etruschi di Orvieto sono in Chiusi ricac¬ ciati fortemente indietro dall’influsso delle forma¬ zioni latine. Le variazioni, sostituziserva il Thuiin che la loro forma di « gegliederte Prosa » mo¬ stra g:rande parentela col testo dell’iscrizione delle fasce della Mummia di Ag^ram, e ciò conferma l’ipotesi che anclie questa iscrizione contenga una parte dei libri sacri. Egli rimanda poi al suo precedente lavoro Ilalist lir sakia/r Porsir totd Prosa (Ber- possano accoppiarsi; e che aspettino so¬ pratutto dagli scavi sistematici e stratigrafie! di Sardi, capitale della Lidia, la loro soluzione ». La disciplina etnisca. — Tutto il complesso ar¬ gomento dell.a disciplina Etrusco fu riassunto dal dott. C. O. Thuiin nel IV volume della Real-En- epìdopàdie Pauly-Wissowa, coll. 725-730 (cf. Au¬ sonia, 11. 1907, col. 129 e seg.), secondo la ripar¬ tizione fattane da Cicerone in libri liariispicini, fiilgiirales, rilnales. Ma intorno al medesimo ra- gomento egli avev.a pubblic.ato già due monografie intitolate — corrispondentemente alla classificazione ciceroniana — I. Blitzlehre e //. Harnspicin (Gil- teborg, Wettergren et Kerber, 1906): è comparsa da ultimo, dopo l’articolo inserito nel Pauly-Wis¬ sowa, la terza monografia Ritiialbiictier a. zar Geschiclite u. Organisation der Hanispices (ibid. Wald. Zachrissons Boktryckeri, 1909, pp. 1-158). 11 dott. Thuiin riferisce prima (pp. 3—46) intorno alle prescrizioni rituali osservate nella fondazione delle città, nella divisione dei terreni, nell’erezione e nella dedicazione dei templi; passa poi (pp. 47— 56) a quelle proprie dell’organizzazione dello stato ; discorre in seguito (pp. 57-75) dei libri fatales e Acherimtici; quindi pili a lungo (pp. 76-150) si trattiene sulla dottrina degli ostenta, cioè a dire di tutti insieme i segnali emessi dalle divinità, oltre 1 fulgura e gli exta, raccolti negli ostentaria, i quali formarono una parte considerevole della disciplina etnisca che venne sempre aumentando per l’aggiunta di nuovi casi via via osservati. Fondamento per lo studio di questa dottrin.i sono per noi gli scarsi frammenti dei libri sacri etrusch.i (ostentaria) che re¬ gistravano questa materia conservati in Servio, Ma¬ crobio (1), Ammi.ano Marcellino, e d’.altra parte 1 responsi degli aruspici interrogati in occasione di prodigi e riferiti da scrittimi greci e nrmani, con questa avvertenza che il prodigiiim dei Romani ha un significato assai pili ristretto àtW ostentum etrusco (pag. 77); perchè il prodigiiim riguarda soltanto le manifestazioni dell’ira degli dei, mentre Vostentiim riguarda tutti i segnali coi quali gli dei possono comunicare cogli uomini. Egli p.assa in rassegna le varie specie di ostenta: quelli cosmici (pag. 86 e segg.) — terremoti e ru¬ mori sotterranei, tempeste e pioggie di sangue, di lin, Weidmann igo6 pa^. 7 e segg;.. 71 e segg.). Cf. in propo¬ sito gli Sfitdi mrhici infonto all'ì\cr, della Mummia di E. Lattes (Memorie del R. Ist. Lombardo, Serie HI. voi. XI, pp. 1-12) e recentemente l 'icmidr foiudwìie dtdl'aljabi'to etrusco (ibid. Se rie III, vcl. XII, pag. 353, nota 66). latte ecc., stelle, stelle cadenti e comete — quelli degli alberi (pag. 94 e segg.), degli animali (pag. 98 e segg) — animali buoni e malvagi, auspicii, mon- stra (p. es. il parto di una mula, la nascita di bam¬ bini 0 di animali deformi 0 mostruosi ecc.)- Enu¬ mera poi i riti espiatorii prescritti per i divers' ostenta (pag. 117 e segg.', come la rimozione de: segnali paurosi, quindi i sacrificii, i doni, le oblazioni di denaro, le processioni di vergini, \d supplicatio, i giuochi, l’erezione di templi e di are e gli scon¬ giuri. Da ultimo (pag. 13 1 e segg.) il dott. Thulin tratta della storia e della organizzazione degli aru¬ spici nell’età dei re, della repubblica e deH'impero, dà l’elenco delle iscrizioni (pag. 150 e segg.) che si riferiscono agli aruspici, ai collegi e agii ordines formati da essi, e l’indice alfabetico degli aruspici di cui i testi letterarii e le iscrizioni ci hanno con¬ servato il nome. Le tre monografie del dott. Thulin formano un trattato di disciplina etnisca, e saranno accolte con gratitudine da quanti si occupano di un argomento così interessante in se stesso ed anche per i suoi rapporti, così coll’oriente come indubbiamente colla religione dei Romani, e con tutta quella parte di cerimonie e di riti che dal paganesimo è penetrata nella liturgia cristiana. Indizio dell’interesse destato da questi studi sono le recensioni comparse intorno alle precedenti monografie del Thulin. Vedi p. es. quelle di A. Backstrom in Literar. Centralbl., 10 agosto 1907 (pag. 1029), di G. Blecher, in Beri. Philol. Wochenschr 27 aprile 1907 (pp, 527- 532) e di P. Wessner ibid 7 settembre pag. (1134 e segg.), di W. F. Otto in Deutsche Literaturzeit, 24 aprile 1909, pp. 1035-1043. Scienza fulgurale etrusca e caldaica. — A. Bois- sier in Orientalische Literaturzeitimg (1910, n. 2 col. 73 e segg.) recensendo l’opera di Ch. Virol- leaud (L’ Astrologie Chaldéenne), ferma la sua at¬ tenzione su quella parte dei testi pubblicati che si intitola « Adad » ed ha rapporto coll’ astrologia e quindi colla meteorologia. Come nei libri etruschi secondo Plipio {Nat. hist. II, 53) nove divinità hanno 11 potere di lanciare la folgore, nella Caldea Adad è associato agli dei Gir e Bilgi. E come a Roma gli antichi re deponevano avanti il trionfo la relazione delle loro spedizioni nel tempio di Giove Feretrio, il re T. Pileser I, che era specialmente iniziato nei riti di Adad, deponeva nel tempio di Anu e Adad un resoconto delle sue imprese. Ora, in una di que¬ ste T. Pileser narra di aver, sulle rovine di una città distrutta, eretto un edificio di mattoni in cui pose una folgore di rame con una iscrizione che vot;iva la città ad eterna rovina ; e il Boissier si domanda: « Non avremmo noi in questo bitii sa a-gur-ri eretto da T. Pileser una specie di tempio della folgore, l’equivalente del bidental etrusco, di cui fu trovato un esemplare a Vulci? » Quindi, ri¬ chiamando i lavori del Thulin sulla disciplina etru¬ sca, osserva che bidens, traduzione probabile del termine etrusco che designa la folgore a due punte, è anche simbolo di Adad ed è rappresentato spesso sulle pietre sacre conosciute col nome di kudiirnis; e conclude che la « scienza fulgurale è venuta dal¬ l’Oriente e che al loro arrivo in Italia gli Etruschi la svilupparono e la perfezionarono ». Gli Etruschi e la religione romana. — Nell’adu¬ nanza del 22 aprile del corrente anno dell’Istituto Archeologico Germanico il prof. J. B. Carter, Di¬ rettore della Scuola Archeologica Americana di Roma, lesse una sua comunicazione sui rapporti della reli¬ gione romana coli’etrusca, che sarà pubblicata pros¬ simamente nelle Romische Mitteilungen. L’argo¬ mento svolto nella sua interessante comunicazione si riassume nei cenni seguenti. Al tempo della conquista etrusca, la religione ro¬ mana si trovava nello stato dell’animismo (l’ani¬ mismo progredito, nel quale la divinità non pos¬ siede ancora nè una personalità nè un nome). La così detta religione di Numa si è sviluppata in un’età nella quale le popolazioni vivevano ancora in villaggi e non si conosceva ancora una città vera e propria (urbs in contrapposto ad oppidum). Gli Etr. hanno costruito la vera città di Roma, cioè la così detta Roma delle quattro regioni (die vierregione Stadt), perchè questa Roma di quattro regioni è propriamente la Roma di Servio, ossia la Roma etrusca. Soltanto dopo l’incendio gallico si costruirono le mura (con inclusione dell’ Aventino) che impropriamente si dicono serviane. Cogli Etruschi nacque tra i Romani il senti¬ mento nazionale e insieme si formò una religione di stato, quale ci è dimostrata dalle testimonianze degli scrittori e dei monumenti. La morte e l’oltretomba nell'arte etrusca. — In un opuscolo di questo titolo estratto dal Rinnova¬ mento (anno II, Milano 1908, di pp. 74 con tav. I- VIII) il dott. A. Frova, prendendo le mosse dalle diverse concezioni intorno alla morte e all’oltretomba nell’arte antica, passa a rilevare che gli Etruschi differiscono in ciò profondamente dai Greci, men¬ tre s’avvicinano all’Oriente e al Medio Evo. Nel¬ l’arte greca l’idea della morte non offre alcunché di angoscioso, ed è rappresentata per lo più sotto al 185 184 forma del commiato, e la personificazione piti fre¬ quente della morte è quella del Sonno ("ì'-vo;). Anche le pene infernali non hanno carattere bru¬ tale e si compiono senza l’interx'ento di ministri odiosi, e Finferno non è un luop:o di tormenti, ma di tedio. Cosi pure le figure mitiche associate nella Creda all'idea della morte si differenziano profon- fond, mielite da quelle dell’arte etnisca. La figura di Caronte è alle colte quella di un vecchio rude ed incolto Con espressione aspra e burbera, ma piti spesso ha un aspetto umano come potrebbe essere un barcaiuolo comune e nelFesercizio del suo ufficio si mostra non di rado molto cortese. Più mite an¬ cora è la figura di Hrniete Psicoponipo. Cerbero poi è un cane spesso bello di forme ed elegante, la cui principale anomalia sta nelFaver pili d’una testa, raramente con serpi intorno al collo. Un.i prima differenza fra Greci ed Etruschi per citi che riguarda il culto dei morti sta nella gran¬ diosità dei sepolcri e nelhi ricchezza dei corredi fu¬ nebri che avvicinano le tombe etnische a quelle di Micene, dell’Asia Minore e dell’Egitto. Negl’ipogei etruschi la morte si presenta come una misteriosa continuazione dell.i vita or lieta e rallegrata di con- c'iti, danze e giochi, ed ora, specialmente nel pe¬ riodo più tardo, con fosche allusioni ed immagini spaventose di un mondo pieno di terrori. La morte è personificata nelle Lase o Parche che afferrano il morente e col loro tocco gelato gli strappano la vit.i. Alle Lase si riconnettono i demoni infernali : Chariin raffigurato per lo piìi con una mazza, col naso adunco, colla bocca atteggiata ad un sogghigno, alle N'olte con ali, serpenti e cormi sulla fronte; Aita (Hades), Phersipnei (Persefone), Kelaa ((de¬ rione) Tachalc/ia ancor più mostruoso di Chara/i. Appena uscita dal corpo, l’anima c.idein balia dei demoni, che sono talora di due specie, buoni e cat¬ tivi che se ne contendono il possesso. Tali demoni si presentano nelle scene di morte violenta, ma non mancano di solito neppure in quelle di commiato. Uscita dal corpo, l’anima s’avvia agl’inferi accom¬ pagnata da uno o pili demoni, a piedi, a cavallo, sul carro. Alle volte il pauroso viaggio è compiuto da parecchi defunti insieme come in processione, fiochi esempi si hanno di scene d’.irrivo agl’inferi. Ivi pare che le anime siano sottoposte a tormenti, cii'i che sarebbe confermato dalle reminiscenze let¬ terarie di Virgilio (Aeiieid. VI. 739) e di Claudiano (/a Puf inani 11, 483-493). L’A. confronta infine le rappresentazioni infernali Etrusche con quelle Assiro-Babilonesi, quindi con quelle del Medio Evo e specialmente col Trionfo della Morte del Camposanto di Pisa. Trova spic¬ cate analogie fra i demoni etruschi e i diavoli e gli angeli cristiani, e posta la domanda se « le somi¬ glianze e le analogie formali e sostanziali fra le concezioni infernali etrusche e le medievali siano casuali e fra loro indipendenti, oppure dovute a imi¬ tazione o almeno ad ispirazione », conclude (p. 70) che « se non si può affermare in modo assoluto trattarsi sempre d’imitazione diretta, non si può però negare un’ispirazione indiretta dovuta a un substrato di elementi locali che creano una relazione di continuità fra tempi diversi in uno stesso paese » ; e cita in ultimo a conferma le credenze e le leg¬ gende popolari toscane raccolte dal Leland (litrnscan- Ronian Reniainsin popnlartradition, London 1891), nelle quali si vedono .adombrati miti etruschi, e so¬ pravvivono sotto forma di vaghi spiriti e di fate, spesso collo stesso nome antico, divinità etrusche. F) — Storia e monumenti. Intorno all’origine lidia degli Etnischi — Nel¬ l’articolo Xanto e gli Etnischi-Lidi pubblicato in questo volume dell’ztiwo/i/i? (anno IV pp. 89-97) il prof. V. Costanza ritorna sull’argomento già discusso in un articolo precedente [Ausonia, Il pp. 186-196), circa l’origine e la contenenza della nota leggenda erodotea che fa derivare gli Etruschi dalla ladia. l.a questione anche qui è pili storiografica che storica, e ognuno può esaminarla da sè nel testo e nelle note presentate dal Costanza. In questo notiziario riporterò soltanto la conclu¬ sione Con cui egli chiude la sua discussione: «ri¬ tengo che la questione dell’origine orientale degli Etruschi deve essere assolutamente separata da quella conservataci nell’incidentale notizia erodotea intorno alla divisione del popolo Lidio tra i tìgli di Ati » ; ciò che riconferma il voto espresso già prima dallo stesso Costanzi (Ausonia, Il pag. 196): «che quindi innanzi nella trattazione del problema etru¬ sco l’osservazione si concentri tutta sui risultati dell’esplorazione archeologica, e — quando sarà concesso — linguistica; si desista dal trattare l’a¬ neddoto erodoteo come un frammento di tradizione storica; e tanto meno s’invochi la pluralità delle testimonianze antiche sull’origine lidia degli Etr., che provano soltanto la fortuna del racconto d’Ero- doto, al quale risalgono tutte in ultima istanza ». Gli Etnischi e la civiltà Etnisca a Felsina. — Intorno a questo argomento il dott. P. iJuc.ati ha pubblicato due studi. — Il primo è intitolato : Os¬ servazioni archeologiche sulla permanenza degli Etnischi in Felsina. — (Estratto dagli Alti e Me- i85 i86 morie della R. Deputazione di Storia Patria per la Romagna. Terza serie, voi. XXVI, Bologna 1908). In esso, distaccandosi dalle opinioni più recenti de! De Sanctis e del Pellegrini, P. Ducati sostiene che (p. 5) « non interamente ai Galli spetta il tri¬ ste compito di aver spezzato il diretto commercio tra Felsina ed Atene, ma questa sparizione di pro¬ dotti ceramici attici, più che alla vita di lenta de¬ cadenza che l’arte ceramica ateniese condusse du¬ rante tutto il IV secolo, si deve alle cambiate vie percorse dai prodotti di questa arte indirizzati, non più all’Etruria, ma al Chersoneso Taurico, alla Ci¬ renaica e più tardi ad Alessandria. Tanto meno ai Galli dobbiamo un improvviso arresto nel rigoglioso sviluppo della civiltà etrusca ed una notte lunga di barbarie sino alla colonizzazione romana : questo è smentito dai ritrovamenti archeologici». A prova di tale asserto 11 Ducati esamina prima (pag. 6) i vasi trovati negli scavi del giardino Margherita e della necropoli Arnovaldi, posteriori al 390 a. C., e perciò deposti nelle tombe non prima del IV se¬ colo; quindi (p. 13) le stele sepolcrali felsinee col¬ l’ornato della spirale ad onda per cornice, che egli attribuisce ad un’età piuttosto tarda, alla prima metà del IV secolo piuttostochè al V ; da ultimo (p. 20) i bronzi delle necropoli felsinee prettamente etrusche, i quali corrispondono a quelli che nell’Etruria vera e propria, rimontano non solo al secolo V, ma pure al IV. In correlazione coi materiali archeologici il Ducati studia brevemente (p. 34) i dati della tra¬ dizione scritta per concludere (p. 40), che le forme della civiltà etrusca, e per la sua indiscussa supe¬ riorità e per la sua gloriosa tradizione, si manten¬ gono pure attraverso il secolo 111 e s’impongono non solo ai rozzi ed errabondi Celti, ma anche ai bellicoso Romano. Il secondo studio che ha per titolo : Contributo allo studio della Civiltà Etrusca in Felsina (Estratto dei Rendiconti della R. Accademia dei Lincei, voi. XVI II, fase. 3”, Roma 1909), discute la data dell’invasione e della sede degli Etruschi nel territorio bolognese. Coll’esame dei corredi funebri delle tombe etru¬ sche felsinee, che vennero mantenuti distinti, il Ducati intende dimostrare che ben poche di esse possono risalire al principio del sec. V a. C., ma che tuttavia la discesa degli Etruschi nel territorio bolognese avvenne nei primi decenni della seconda metà del sec. VI. Questo fatto sarebbe dimostrato dal¬ li) Che ì due riti delia cremazione e deli’ inumazione non possano costituire un carattere etnografico differenziale fu am¬ piamente dimostrato fin dai 1893 da E. Lattes : Se la diversità l’esame del corredo di un dolio, trovato in un ter¬ reno già Aureli fuori Porta S. Isaia scoperto con tre altri spogliati anteriormente nel 1896, il qual corredo (p. 13) «denota una spiccata ed assoluta anteriorità a quello stadio di civiltà detto della Cer¬ tosa: nel tempo stesso, sia nelle forme che nell’ar¬ gilla depurata dei fittili, sia pel dolio, solito a rin¬ venirsi nelle più tarde tombe villanoviane, tutto denota perfetta contemporaneità con le tombe tipo Villanova, Arnoaldi e Meienzani (scavi del 1893) tuttora inediti ». Prosegue il Ducati osservando che la mescolanza del materiale della tomba Aureli, con prevalenza della produzione indigena, potrebbe far credere alla sua italicità e non all’etruschicità, se non vi si opponessero ragioni d’indole puramente topografica. Infatti i tre doli Aureli furono sepolti (p. 18) non solamente separati, ma allontanati di centinaia di metri dalle tombe più recenti villano¬ viane di cui sono coevi, e appaiono come un piccolo gruppo di tombe dei primi Etruschi, discesi nella pianura renana. Nega in proposito il Ducati — contro le diverse opinioni di v. Duhn, Brizio, Mo- destov — che il rito della inumazione possa rite¬ nersi indizio di Etruschicità (1). Ammessa la discesa degli Etruschi alla metà del VI secolo, il Ducati sostiene che il loro commercio colla Grecia siasi effettuato per mezzo di Adria, e che essi convivessero cogl’italici soggiogati, e len¬ tamente nel sec. V si fondessero in un’unica po¬ polazione (p. 27 e seg.). Il Ducati passa in fine a stabilire la posizione occupata dalla città chiamata dagli Etruschi Felsina e pone in rilievo le diffe¬ renze caratteristiche fra Marzabotto e Felsina, Mar- zabotto centro di popolazione esclusivamente etrusca e regolato secondo le più rigide norme di fondazione, Felsina invece sorta da Etruschi insieme e da Ita¬ lici con mescolanze e sovrapposizioni che dovettero impedire una regolare disposizione della città. Egli ritiene che la parte più antica della città etrusca non fosse dove ora è Bologna, ma nelle prime pen¬ dici fra la porta Saragozza e il torrente Aposa, mentre su una collinetta più alta, dove ora è la villa Baruzzi, doveva sorgere l’acropoli. / nomi dei re di Roma sono d’origine etrusca. — Il prof. W. Soltau jn Wochenschrift f. Klass. Philologie (1908, n. 8 col. 220 e segg.), prendendo le mosse da un piccolo lavoro del Jordan e facendo tesoro del ricchi materiali e delle conclusioni of- del rito funebre possafdoperaì sifome criterio etnografico in Rendiconti della R. Accad. dei Lincei, Serie Quinta (a. 1893) voi. II, p. 1044 e segg. Ausonia - Anno IV. 48 i87 188 ferte dallo Schulze nell’opera Zar Geschichie la- teinischev Eigennamen, viene a dimostrare che l’o¬ rigine di tutti i nomi dei re di Roma è etnisca. Atentre erroneamente il Jordan aveva preso per punto di partenza i gentilizii, il Sidtau porta la sua attenzione sui prenomi, i quali, come in generale tutti i prenomi etruschi, ad eccezione di Servius, più tardi in Roma sono scomparsi. Tali, cioè nonT indh iduali 0 prenomi — non gentilizi — , sono : Roma (con desinenza latina Roniiis) da cui Romi- liiis (cf. etr. nimenas sethres 2171); Ninna, che si trova phi volte nelle iscrizioni etnische, donde il gentilizio dei Niimenii, Niimisii, Namitorii: TtiUiis ed Anciis, donde TiiUenus, TnHiiis, Tiilloniiis, all¬ eami, anchareiius, AnciUi : Servius, rimasto pre¬ nome anche tra i latini (cf. etr. Serve, Servi, Ser- veni). L’origine etnisca di questi nomi prova che essi rimontano ad un’età molto antica, nella quale perdurava fra il popolo il ricordo di principi derivati da schiatte etnische. L’opposto si deve dire dei nomi gentilizii, i quali, in generale, sono d’origine re¬ cente, come i gentilizii plebei che appaiono, nella storia soltanto più tardi : quando cioè alcune fa¬ miglie, di data molto recente, cercarono dimostrare la loro parentela colle famiglie albane e troiane, al¬ lora quei gentilizii s’introdussero e furono accettati. La pittura etnisca e le pitture sepolcrali osche. — Accenna ai rapporti che passano fra le pitture sepolcrali osche e quelle etnische il dott. F. VVeege nella sua dissertazione Oskisclie Grabinalerei pub¬ blicata nel Jalirbiich d. Rais. Deut. Arcliaeol. In- stit. (voi. XXIV, anno 1909, pp. 09-162). Dopo aver esaminati uno ad uno gli esemplari che ancora ci rimangono, circa 49, delle pitture sepolcrali osche, il dott. Weege presenta in capi¬ toli separati le conclusioni del suo lavoro sulla tecnica (pag. 126), sull’età (pag. 129), sullo stile (pag. 131), sul contenuto delle rappresentazioni (pag. 132), suH’origine della pittura (pag. 140), sulle armi e sul vestire degli Oschi (pag. 142 e segg.). Delle somiglianze colla pittura etrusco si tocca nel capitolo della tecnica a pag. 127 e segg. Quanto allo stile, ivi si nota che la pittura osca, come l’etnisca, comincia con una stretta concor¬ danza cogli esemplari greci : mentre però la pittura etnisca non riuscì mai ad eliminare interamente l’influenza greca, l’osca, nel IV secolo, solo in al¬ cuni motivi mostra la sua dipendenza dalla greca e nel resto presenta un’impronta nazionale (pag. 13 1 e seg.). Nel capitolo che riguarda il contenuto delle pit¬ ture sono interessanti e giustamente fondate le osservazioni circa la frequenza dei combattiment- gl.idiatorii nella Campania, per cut di qui e non dall’Etruria, contro una vecchia opinione, sarebbe passato il triste costume in Roma (pag. 134). Si¬ milmente (pag. 161) circa l’uso del clavus purpu- reus che la tradizione asserisce aver preso i Ro¬ mani dagli Etruschi, si ricorda il fatto che mentre il davo in Etruria compare senza eccezione doppio, nella C.ampania e nell’Italia meridionale si ha di regola il davo semplice. Per ciò che riguarda l’origine del costume di dipingere le tombe, costume assai raro nella Grecia e ignoto affatto nelle colonie greche dell’Italia me¬ ridionale, il dott. Weege afferma (pag. 141) che « secondo ogni c-erosimiglianza gli Oschi della Campania lo presero dagli Etruschi, che lo prati¬ carono presumibilmente cosi in Campania come nel Sud dell’Etruria : e che dopo la cacciata degli E' truschi continuarono ad usarne, ed emancipandosi sempre più da influenze straniere, nel corso del IV secolo, lo svilupparono in forme interamente nazionali tino alla conquista romana del III secolo ». Il carro da corsa etrusco. — Ne tratta distesa- mente il dott. Hans Nachod nella sua pubblicazione Der Rennwagen bei den Itali /ceni and iliren Nacli- barn (Leipzig, 1909, un volumetti) di 100 pagine con 3 tav.). Con questa pubblicazione si chiude una serie di quattro monografie promossa dal pro¬ fessor Studniczka, la quale doveva formare nell’in¬ sieme la storia dei tipi diversi di carri da corsa nell’antichità. Fanno parte della serie quattro dis¬ sertazioni: la D del dott. O. Nuoffer (1904) sui tipi dell’ Egitto, della Assiria e della Persia, la 2* del prof. Studniczka (1907) sui tipi siri-fenici, la 3’* del dott. E. von Mercklin (1909) sul tipi greci. Seguendo il metodo rigoroso delle monografie precedenti, il dott. Nachod passa in rassegnaQipo per tipo, discutendone l’origine e l’appartenenza, gli scarsi avanzi dei carri che si conservano tuttora nei Musei, quindi le rappresentazioni che si’trovano su ceramiche, avori, bronzi ecc. concludendo l’esame degli esemplari d’ogni tipo con osservazioni d’or¬ dine generale. La dissertazione si divide in dieci capitoli. 1. A- vanzi di carri nelle tombe dell’ Italia Centrale. II. Tipo egizio greco con parapetti ad arco termi¬ nati in volute. A-. esempli etruschi, B ■. dell’Italia settentrionale. 111. Altri tipi ed esempli dell’Italia settentr. IV. Tipi greci in monumenti italici arcaici. A: Tipi ed esempi della madrepatria, B : Tipi ed esempi ionici (tra questi il carro di bronzo del Museo Gregoriano, pag. 37 e seg.L V. Tipo etru- iSg SCO. A : originali, B rappresentazioni. VI. Ele¬ menti proprii dell’ Italia media nelle rappresentazioni del tipo etrusco. VII. Altri tipi dell’Italia inedia. A: tipi che si accostano agli ionici, B: tipi elladici seriori. Vili. Tipi verosimilmente gallici. IX. Tipi ellenistici d’influsso ionico. X. Carri dell’età ro¬ mana. A: carri nelle rappresentazioni mitologiche, B: carri trionfali, C: carri circensi. Col nome di tipo etrusco (pag. 43 e seg.) il Na- chod non Intende indicare una forma speciale degli Etruschi 0 che si osservi soltanto entro i confini dell’ Etruria, ma soltanto che questo tipo ne’ suoi caratteri generali non compare in regioni estranee alla coltura etrusca. Gli originali attribuiti a questo tipo, e particolarmente studiati, sono il carro di Monteleone (ora nel Metropolitan Museum di New- York) e i rivestimenti di bronzo di un carro di Capua della collezione Peytel a Parigi. Le rappre¬ sentazioni analoghe sono più di cinquanta (dal nu¬ mero 27 al n. 77) distinte in sei gruppi: nel i° (pag. 49 e segg.) sono riuniti gli esemplari dei carri aventi il parapetto formato da sponde ad arco aperte; nel 2° (pag. 51 e segg.) i carri colle sponde inte¬ ramente chiuse; nel 3° (pag. 53 e segg.) quelli con sponde aperte sui fianchi; nel 4°, 50 e 6® (pa¬ gina 57 e segg.) quelli che mostrano una influenza ionica od elladica. A pag. 65 e segg. è studiato l’incrociarsi di elementi italici e greci nelle rappre¬ sentazioni esaminate. Giova riferire le conclusioni riportate a pag. 71 : « La serie dei monumenti 25-77 insegna, che nel¬ l’Italia media circa dopo il 600 a. C. era diffusa una particolar forma di carro, il cui parapetto con¬ stava di tre archi che si congiungevano ad angolo retto. Ne derivarono diverse varianti, secondo che gli archi erano in tutto 0 in parte aperti 0 varia¬ mente ricoperti. Alcuni degli esempii... risalgono ai primo terzo del VI sec. : altri devono collocarsi avanti al 550 a. C. Le are e le urne funerarie chiusine e certi rilievi più tardi di terracotta, pei rapporti stilistici colla pittura vascolare a figure rosse, non sono anteriori all’ultimo terzo del sec. VI, mentre le pitture sepolcrali possono attribuirsi al- l’incirca al 500 ». E nello « Schlusswort » in fine (pag. 99); « Colla scomparsa delle forme proprie etrusche e dell’Italia media, verso il principio del V sec., ritornano con diverse forme, i tipi ionici, i quali erano sopravissuti accanto agli etruschi du¬ rante il VI sec. Nel 111 sec. penetra nell’Etruria una forma di carro, il cui parapetto consta di lastre incor¬ niciate e congiunte fra loro ad angoli ottusi ; questa forma dovette essere adottate dai Galli Cisalpini e si riscontra poi in rappresentazioni etrusche ». 190 Pesi etnischi di Marzabotto. — In Hermes (voi. 45, 1908, pp. 441-455, Die Steingewichte voti Marzabotto) P. Graffunder pubblica uno studio molto interessante sui pesi di pietra e sui segni che li accompagnano, trovati a Marzabotto, in quella, com’egli giustamente la chiama, Pompeii etrusca, ed ivi conservati nel Museo della villa del Conte Aria. Constatato il fatto che in Marzabotto non furono rinvenute nè iscrizioni, nè tombe, nè altre tracce romane, che la città dovette perciò es¬ sere abbandonata alla fine del sec. Ili a. C. quando cominciò in quella regione la dominazione romana, e che d’altro lato 1 precedenti dominatori, 1 Galli, avranno lasciato le industrie e il commercio nelle mani dei primitivi abitatori, egli trova assai vero¬ simile (pag. 442) che pesi, misure e monete, anche dopo la conquista gallica, siano rimasti etruschi, e che quindi i pesi di pietra trovati nelle rovine do¬ vranno appartenere ad un periodo di tempo che va dal VI al II! sec. a. C. In seguito il Graffunder passa in rassegna, gruppo per gruppo i pesi scoperti in Marzabotto, stabilendo per ognuno di essi le unità di misura in confronto colle unità di misura che furono in vigore nella Grecia, nell’Asia Minore, in Cipro, nella Fenicia, nell’Egitto ed in Babilonia, per concludere (pag. 450 e seg.) che i pesi di pietra di Marzabotto riflettono fedelmente il fatto storico già riconosciuto, che le grandi arterie commerciali dei popoli italici, le quali hanno la loro prima origine in Babilonia, nel corso dei secoli furono due: l’una per mezzo dell’Asia Minore e della Grecia, l’altra per mezzo dei Fenici e di Cartagine. Il distacco che si nota fra i gruppi di pesi del VI e V secolo e quello che appartiene al principio del III (pag. 452) trova la sua naturale spiegazione nella conquista gallica. Da ultimo (pag. 452 e segg.) il Graffunder studia i segni numerali che s’incontrano sui pesi, gii uni dei quali corrispondono ai segni numerali greci, e gli altri — e sono i più antichi — sono indipen¬ denti da questi ; ne mostra i vicendevoli rapporti, e ne trae conclusione favorevole (pag: 455) alla teoria dello Zangemeister (Berichte d. Beri. Akad. 1887, pag. 1013) sull’origine dei segni numerali italici. La tomba dei Vohimnii presso Perugia. — Tra le Abhandliingen della K. Gesellschaft d. Wissen- schafteii z. Gottingen (philol.-histor. Piasse, tiene Bolge voi. XI! n. i) il prof. Gust. Korte ha pub¬ blicato testé (Berlino, 1909) una nuova monografia dal titolo Das Volutnniergrab bei Perugia, ein 192 igi Beitrag zar Cliroaologie der etr. Knnst, niit eitieai Exkurs ab. das Kotfabos-Spiel. — Ricordate le prime fondamentali pubblicazioni del Vermiglioli, del Conestabile e del iJennis, il professor Kdrte se ne propone una nuow'i radicale valutazione, e specialmente la ricerca e la determinazione dell’età della tomba e de’ suoi monumenti, con tutti i mezzi che sono a nostra disposizione. Rifa quindi (pag. 3 e segg.) la descrizione particolareggiata del sepolcro, e lasciando da parte ie urne scoperte poco sotto il li\'ello del terreno, certamente posteriori, che con¬ dussero alla scoperta assai piìi importante di tutto il rimanente, ferma ia sua attenzione sui monumenti rinvenuti neila camera principale, l’unica fra quelle sotterranee die sia stata in uso come luogo di sepol¬ tura. Sette sono le urne, allineate in giro sulle pan¬ chine, che \’i furono trovate: sei di queste, che sono di trax'ertino e sembrano lax'oro d’un medesimo arti- st.i, formano un gruppo a se ed appartengono ad individui della stessa famiglia, come è dimostrato dall’esame dei nomi inscritti sul copercliio delle urne. Fra gli oggetti rinx'enuti nella tomba si notano poi (p. 21 e seg.) frammenti di annidi bronzo e parti separate degli utensili destinati al giuoco del cottabo : tre frammenti del cottabo \'ero e propri(}, una le- kane e due oinoclioe. Per stabilire la data della tomba e dei monu¬ menti che la Compongono egli osserva (p. aqesg.) la forma singolare delle urne, la bontà del lavoro artistico, la tecnica nella lavorazione del travertino, la paleografìa delle iscrizioni, i sostegni delle urne rassomiglianti a cassoni di legno, argomenti tutti che ci fanno risalire al IV sec., o al più tardi aliatine del IV e ;il principio dellll. A quest.i datazione corrisponde anche il costume deirunic.i donna r.iftì- gurata sulle urne, che appare seduta in trono, e non coricata sulla cline come gli uomini, e quello degli uomini senza barba : nè si oppongono i tipi delle Meduse, le forme degli elmi e delle spade ecc. Come Congettura in fine, il Kiirte espone l’idea (pag. 30) che il fondatore della tomba Arai Veliniaas' fosse non soltanto un uomo di buon gusto, ma anche un guerriero che prese parte alle lotte sanguinose soste¬ nute dagli Etr. contro i Romani sulla fine del IV s., non escluse quelle che si chiusero colla batt.iglia del lago Vadimonio (283 a. C.), e che forse ne rimase vittima. Certo è che dopo la sua deposi¬ zione nell’urna principale, per ragioni che ci sfug¬ gono, la tomba rimase lungo tempo cifiusa, e si apri un’altra volta, assai pili tardi, per accogliervi un’urna di marmo, a forma di piccolo tempio con iscrizione bilingue e con ornamentazione propria dell’età d’ Augusto. Quanto agli artisti che lavora¬ rono per 1,1 tomba (pag. 34 e segg.), l’autore in¬ clina a credere che colui il quale scolpi e decorò le urne (n. 1-6) fosse uno straniero, forse campano, di passaggio a Perugia 0 fatto venire appositamente dal fondatore della tomba, e die fossero invece operai nativi del luogo quelli che scavarono la tomha e ne curarono gli ornati arcliitettonici. Chiude la monografìa (pag. 37 e segg.) un ex- cn/'i'/is intorno al giuoco del cottabo, alle sue forme [■/.y-y.y.x'ot ■/.èrrz.fioc e èv Isxi'/ri o òi’ agli esemplari interi o frammentarii die ne rimangono in Etruria, al modo con cui gli Etr. ne usarono, all’antichità e alla persistenza del giuoco stesso, che Compare in Etruria nel V secolo e giunge fino al 111, come ne fanno fede gli avanzi del cottabo trox’ati nel sepolcro dei Volumnii. Tomba Barberini di Palestrina. — Or’ sono due anni, il Ministero della pubblica istruzione .acqui¬ stava la Collezione Barberini di antichità Prene- stine, che veniva destin.ata al Museo di Villa Giulia. Mentre si stavano restaurando i materiali più guasti e se ne preparava l’esposizione al pubblico nella prima sala a pian terreno a destra di chi entra, il prof. Della Seta pubblicò nel Bollettino d'Arte (anno ili, 1909, pp. 1-51) uno studio accur.ato sul valore storico ed archeologico della collezione, i cui materiali, come ognuno sa, si dividono in due parti distinte. I.a prima è formata dal corredo fu¬ nebre di una tomba arcaica del VII seclo a. C. scoperta nel 1855, la seconda dai corredi funebri molto pili tardi di tombe diverse del lll-ll secolo. Palestrina non appartiene storicamente alla re¬ gione etnisca; ma i materiali rivelati dalla tomba Barberini del VII secolo e da quella Bernardini del Museo Kircheriano mostrano parentela strettissima coi materiali di altre tombe coeve che dall’estremo limite meridionale di Cuma risale a settentrione tino a Vetulonia; cosi die è giusto considerarli come la piu splendida manifestazione di una grande civiltà che aveva per focolare l’Etruria marittima. SuH’origine prima di questa civiltà e sulla propor¬ zione relativa degli elementi d’importazione che la compongono gli archeologi non si accordano fra loro e non è qui il luogo di discutere la difficile questione: bene lia fatto intanto il Della Seta colla sua pubblicazione, la quale non si restringe alla parte puramente descrittiva degli oggetti, ma tocca anche quella pili incerta e quindi pili interessante delle origini. Nell’arte, quale si rivela dai materiali della tomba del VII secolo, egli vede (pag. 28) la « risultante della contaminazione di quattro elementi diversi : 193 94 egizio, assiro, miceneo, greco », i quali si sareb¬ bero sviluppati insieme, prim i di varcare il Tir¬ reno, nell’isola di Cipro: « Cipro, stretta da tre fuochi, la Siria, l’Egitto, Creta, Cipro che subì di buon’ora l’influenza della nuova civiltà greca, era appunto il terreno più adatto per il sorgere di un’arte composita ». Conchiudendo invece io studio dei corredi più tardi del Ill-ll secolo egli nota (pag. 51): « Le tombe sono divenute più povere e all’oro sfolgorante si è sostituita la vile argilla: ma di mezzo è passato il genio creatore di tutto un popolo. La figura di animale da motivo deco¬ rativo è divenuta soggetto per l’arte stessa; le forme convenzionali, che permettevano d’associare ai leoni e alle anatre i tipi fantastici della chi¬ mera e della sfinge, hanno ceduto a! modellato vivo e sicuro. L’arte ha alla fine raggiunto la sua meta, ha ottenuto che forma sia realmente espres¬ sione ». Tre tripodi etruschi del VI secolo in America e il carro di Monteleone. — George H. Chase del- V Harvard University, pubblica in American Journal of Archeology (voi. X!I, 1908, pp. 287-323, tav. VIII-XVIII) tre tripodi di bronzo che furono compe¬ rati in Roma nel 1905 e si dissero scoperti in una tomba etrusca presso Perugia. Essi erano ridotti in minuti frammenti, ma furono abilmente ristaurati dal signori P. Hoffman del Museo of Fine Arts di Boston : due di essi sono esposti nel Metropolitan Museum di New- York, e il terzo sta ora nel Museo di Boston (vedi Museum of Fine Arts, Bulletin, VII, 1909, pag. 32 e seg.). Il signor Chase descrive accuratamente le figure e le scene rappresentate sulle facce dai tripodi, le quali riproducono motivi frequenti nell’arte arcaica, anche qui più volte ripetuti e che trovano molte analogie nei vasi a figure nere. Stìngi, Chimere, Belierofonte con Pegaso, Perseo inseguito dalle Gorgoni, Achille e Troilo, scontro di guerrieri a cavallo, Ercole coi leone Nemeo, Peleo e Teti, Apollo che saetta Tizio, ecc. Passa poi a discutere (pag. 310 e segg.) col confronto della biga di Mon¬ teleone (Furtwangler in Brunn-Bruckmann, Denk- maler, tav. 586-587) l’età a cui risalgono i tripodi e l’arte a cui appartengono; quindi è indotto a cre¬ dere (pag. 317) che i tripodi siano opera di uno 0 più artisti greci, mentre il carro sarebbe un pro¬ dotto di arte etrusca (i), e lo stesso egli pensa dei rilievi del carro di bronzo di Perugia illustrato già dal Petersen {Róm. Mitt. IX, 1894, pp. 253-319) e dal Furtwangler (Brunn-Bruckmann, Denkmaler testo relativo alle tav. 588, 589). Concludendo il signor Chase scrive (pag. 322 e seg.); «1 miei argomenti per l’origine etr. del carro di Monteleone e dei rilievi di Perugia pos¬ sono non essere accettati e può esser questione, se, nella nostra presente ignoranza sulle condizioni dell’ Etruria nel VI sec., sia possibile distinguere fra opera greca ed etrusca davanti a monumenti d’origine cosi incerta. Per ii momento forse dob¬ biamo accontentarci di raggrupparli insieme come opera Jonico-Etrusca. Ma io spero aimeno di aver messo in chiaro che, tra siffatti monumenti, i tri¬ podi possono a buon diritto considerarsi come greci e che essi sono ancora i migliori esempli di quel¬ l’arte Jonica che ha esercitato tanta influenza sul¬ l’arte Etrusca nel periodo arcaico ». Specchi etruschi in America. — John C. Rolfe in American Journal of Archeology {voi. XII, 1909, pag. 4 e segg. Two etruscan Mirrors) pubblica due specchi acquistati in Roma nel 1907 e passati ad arricchire le collezioni antiquarie degli Stati Uniti d’America. L’uno di essi, che il venditore disse di aver trovato in una tomba della necropoli di Monte Tuffello (presso l’antica Fidene), rappre¬ senta Peleo che insegue Teti e la trattiene nel braccio sin. e fa parte ora delta Collection of thè latin Dcpartement of thè University of Pennsyl¬ vania. Sopra le teste dei due personaggi sono graf¬ fiti i loro nomi: Sie^is da sinistra a des., e pele da destra a sin. — L’altro, secondo il venditore me¬ desimo, sarebbe stato trovato da un contadino a Calesto, presso Civita Castellana, e fu acquistato per la medesima collezione, nella persuasione che lo specchio sia antico. Non vi è l’eguale certezza circa la rappresentazione gr.affita, ispirata da una leggenda dei Cabiri, secondo la quale due di essi uccidono il fratello minore, che di poi viene risu¬ scitato e deificato. Statuette etnische di piombo trovate a Sava¬ na ed ora nel Museo di Firenze. — In questo ar¬ ticolo {Ausonia, IV [1909] pagine 31-47) i professori B. Nogara e L. Mariani illustrano due statuette di piombo trovate nell’autunno 1908 in una tomba di Sovana, e ravvisano in esse due esempii di deji- xiones. Sul fianco destro delle statuette si trovarono graffite due iscrizioni contenenti nomi proprii : (i) Per P. Ducati il carro di Monteleone è di origine ellenica. Vedi Jaìiveshefte des Oesteiyeicìi . Archaeol. Institutes in ìì'ien, voi. XII, 1909, Sul carro di Monteleoìie, pp. 74-80. Zerltyir (i) Cecnas sulla statuetta virile, e Velia Satnea sulla femminile. Nuova iscrizione ceretana trovata a S. Mari¬ nella. — NeH'adunanza 22 aprile del corrente anno dell’Istituto Archeolojiico Germanico il dott. Nogara diede comunicazione di una iscrizione etnisca ap¬ partenente al territorio di Cere trovata sullo scor¬ cio del iqog a S. Marinella ed ora nel Museo d' Villa Giulia. Il primo annuncio fu dato dall’ av- \'ocato Fabrizi, propriet.irio del terreno in cui av- \’enne la scoperta, nel giornale La Tribuna del 12 gennaio seguente, e dallo stesso avvocato Fa¬ brizi il dott. Nogara ebbe cortesemente un calco ed una fotografi, i dell’iscrizione. Questa era incisa sopra una pietra tufacea (probabilmente nenfro) di centi- metri 40 X is, la quale sembra tagliata da una l.istra maggiore appartenente a qualche monumento pubblico, che in età barbarica cadde in ro\’ina e fornì materia di costruzione per muri, argini, ecc. Fortunat. unente la parte inscritta, eccettuata qual¬ che abrasione, fu abbastanza rispettata e dagli uo¬ mini e d.il tempo; cosicché anche col solo calcoli Nogara potè stabilire la lettura del prezioso cimelio. Lìimostrò prima trattarsi di un testo etrusco, poi ne fssò l’età approssimativa attribuendolo al IV se¬ colo, quindi ne .analizzò le parole cercando di con¬ frontarle 0 per la radice o per i suffssi con altri materiali etr. già noti. L’iscrizione è di sette linee: sei quasi intere (manca loro soltanto l’estrema parte a sinistra, dove la pietra fu spezz.ata), della settima si distinguono soltanto alcune lettere. Nuove tombe etnische scoperte a Cortona e a Chiusi. — Nel fondo detto Melone del Sodo, di proprietà della Contessa Giulia Baldelli ved. Tom- masi, nella primavera 1900 fu scavato ,a spese dello Stato un giaippo di Camere sepolcrali. Queste, già depredate in età remota, hanno volta artifciale di pietroni ; ma la cosa più interessante venuta in luce è l’iscrizione di più linee sull’architrave di una delle camere. L’.architrave poi è di una qu.alità di tufo che non si ritrova nel paese. Un’altra tomba fu scoperta a Chiusi nell’autunno 1909 press(.) il poggio di S. Caterina in un terreno del Conte Claudio Paolozzi. Vi era qualche ossario inscritto. Così di questa come della tomba precedente si attende la pubblicazione nelle Notizie degli scavi. (1) Vedi Aìi},ohia, IV pag;. 123. (2) Avverto die negli appunti tratti dalle Xotir.ir S( avi, si tien contf) soltanto di quelle scoperte che hanno messo in luce A l'aiano, connine di Castiglione del Lago (territorio Chiusino) . — Nel gennaio 1908 fu sco¬ perta una tomba formata da una piccola camera sepolcrale di circa due metri per lato, con pareti a volta .a botte formata di pietre squadrate. Sopra la panchina delia parete di fondo erano posti due ossari con coperchio liscio a due spioventi. Nel lembo anteriore dei due coperchi! si leggevano le iscrizioni relative al defunto dipinte in rosso. Vedi Notizie degli Scavi, 1908 pag. 317 e segg. (2) A L’ian di Mola presso Toscanella. — Nell’ e- state 1908 fu scoperta una tomba con un sarcofago che venne acquistato nel gennaio seguente dal Mu¬ seo di N’illa Giulia. L’iscrizione è incisa (ed origi¬ nariamente anche era dipinta in rosso) sul lembo superiore del prospetto : comincia colla voce eca e termina col nome Marces'la. A Grotte S. Stefano. — Di là proviene una pic¬ cola lekythos di bucchero con brev'e iscrizione graf- fta sul collo da sinistra a destra, terminante colla voce zr/u/e. Fu acquistata nel gennaio 1909 dal dottor Pollak e sarà pubblicata dal dottor Fr. Weege. A Cometa Tarquinia. — Nell’ eseguire i lavori per l’.impliamento del cimitero, il 18 marzo 1909 fu trovato un sarrofago con coperchio, senza al¬ cuna decorazione. Il coperchio soltanto mostra sul lembo anteriore un’iscrizione di due linee dipinta in r(.)SSo, la quale, oltre l’indicazione dell’età, con¬ tiene, a quanto pare, anche quella delle cariche so¬ stenute d.al defunto. Ad Orvieto. — Nell’aprile scorso il prof. Ferali, a cui debbo la notizia, trovò in un cellaio di via del Duomo, nelle vicinanze del tempio etr. che stava sotto l’antica chiesa di S. Salvatore, un fram¬ mento di basalte di grana fina, con iscrizione pure frammentaria, della quale rimangono otto lettere. La stele arcaica del Museo Civico di Bologna con bassorilievo rappresentante una lupa che al¬ latta un bambino (cf. Ausonia, Il [1907] p. 159) fu studiata di nuovo in rapporto al gruppo in bronzo della lupa capitolina da F. Petersen in Klio - Bei- trdge zur alten Geschichte, Vili (1908) p. 443 e IX (1909) p. 35 e seg. iscrizioni nuove. Non si parl,r qu' dell'iscri/ione iella leliythos pro¬ tocorinzia pubblicata dal (jabrici .S't . iSqiV p. ti5 e seg.), la quale non contiene nulla che possa riferirsi agli Etr. 97 igS Il Museo Civico di Chiusi è ampiamente descritto nella Guida di Chiusi con Notizie raccolte da Luigi Giometti e dal Canonico Giovanni di Cocco { Pog- gibonsi, 1910), pp. 51-89. A questa Gw/rfa va unita anche un’accurata descrizione delle tombe etrusche Chiusine : del Granduca, dei Colle, di Vignagrande, della Scimia, di Gaiella, di Poggio Muro a Val d’acqua, pp. 1 15-129. Il Museo Etrusco- Romano di Perugia (cf. Au¬ sonia, Il [1907] p. 159 e seg.) possiede ora un’ot¬ tima Guida per opera del prof. Giuseppe Bellucci {Guida alle collezioni del Museo Etrusco- Fiomano in Perugia. Perugia, 1910). Specialmente commen¬ devole è la cura che vi ha posto il eh. autore per mettere in luce le diverse provenienze dei monu¬ menti descritti. È ad augurarsi che presto possa essere riordinata anche la pregevolissima raccolta Guardabassi, e che in altra edizione una descrizione anche di questa venga aggiunta alla Guida pre¬ sente. B. NOGARA. Roma, 31 maggio 1910. RECENSIONI Michele Lazzaroni e An tonio Munoz — Filarete scultore e architetto del sec. xv. — Roma W. Mo- des editore, 1908. Un voi. di p. VlII-291, con 130 incisioni e 2L tavole, (prezzo, lire 31). Antonio Averiino detto il Filarete, quantunque non appartenga alla schiera dei grandi artisti, è però degnissimo di studio. Ed uno studio coscien¬ zioso e diligente gli han dedicato il Lazzaroni e il Munoz in questo volume edito con lusso di ca¬ ratteri, di incisioni e di tavole dalla casa editrice W. Modes. Si può dire anzi che i due egregi cultori di storia ^dell’arte abbiano quasi esaurito l’argo- mento preso a svolgere. Cominciano essi col trat¬ tare nel I capo del libro le questioni che si rife¬ riscono alla nascita, al cognome dell’artista ed in genere alla sua vita giovanile in Firenze prima che papa Eugenio IV lo chiamasse a Roma per eseguirvi le porte di bronzo della basilica Vaticana. A queste porte, che restano sempre la maggiore opera del- l’Averlino, è interamente consacrato il li cap. E di esse i due eh. ri autori fissano l’inizio nell’anno stesso della xenuta in Roma del Filarete, 1433, discor¬ dando in ciò dal Milanesi, dal Miintz e dal Rey- mond, che tale inizio rimandano a dopo il 1439. Segue una lunga e minuta descrizione delle porte, nella quale i due chiari autori si attengono quasi sempre — specialmente in ciò che si riferisce al fregio che incornicia i due battenti — a quella di¬ ligentissima del Sauer, che essi però controllano col diretto esame delle porte stesse. Quest’attento esame li ha messi in condizione di leggere qua e là alcune iscrizioni sin due battenti, sinora sfuggite ad altri, di identificare con piìi o meno probabilità qualcuno dei ritratti scolpiti sui medaglioni del fregio e dare una più giusta interpetrazione di alcune delle scene rappresentate sui bassorilievi. Cosi p. es. a proposito del bassorilievo riferibile alla venuta in Roma dell’ imperatore Sigismondo notano che la scena non rappresenta già — come fu erroneamente (i) A questo proposito osserviamo che veramente quando fu incoronato Sig;ismondo/nel 31 maggio 1433, castellano di Castel S. Angelo era Giacomo Badoer, e non A. Rido, il quale ottenne queirufticìo solo nel 14;U. L’Averlino, dunque, per far cosa grata creduto — la cavalcata del papa e dell’imperatore attraverso la città, cavalcata che non ebbe luogo, ma bensì il momento in cui i due augusti perso¬ naggi si trovano dinanzi alla porta di Castel San¬ t’Angelo, ricevuti da quel castellano Antonio Rido, il cui nome, segnato al di sotto del suo cavallo, e sinora sfuggito agli altri, è stato letto dal Lazza¬ roni e dal Munoz (1 ). Del resto la descrizione che essi danno delle varie scene rappresentate sulle porte è quasi sempre esattissima, eccezion fatta di qualche, punto di se¬ condaria importanza, in cui pare non abbiano colto nel segno. Così p. es. ben pochi saranno disposti a riconoscre la testa della famosa statua vaticana in bronzo di S. Pietro in quella testa che si scorge al di là della porta per la quale deve passare l’a¬ bate Andrea nel bassorilievo che rappresenta l’in¬ gresso di quel dignitario della chiesa Etiopica in Roma; mentre pur riuscirebbe così naturale il ve¬ dere in quella testa uno dei tanti che stanno ad osservare quell’ingresso Noterò inoltre che nel bas¬ sorilievo riproducente una sessione del concilio di Firenze i tre seduti nel mezzo della sala accanto ai monaci greci e che portano un cappello di forma speciale con segnatavi nel mezzo una croce (questo particolare è visibile nei disegni che accompagnano la vecchia opera del Valentini sulla basilica Vati¬ cana) anziché gl’inviati russi sono forse i preti della chiesa di Costantinopoli, dei quali parla il cronista del concilio Andrea di S. Croce: « . erant sex presbyteronun habitum gerentes nietropolitanae ecclesiae Costantinopolitanae, cruciferi appellati, ex eo qiiod criicem sopra pilentn, ultra commiuiem presbyterorum habitum gestabant, et monachorum venerabilis comitiva suo ordine seqaebatnr ». Descritte cosi le porte i due eh. ri autori si ad¬ dentrano in un minuto esame stilistico delle me¬ desime, confrontandone le varie parti che le com¬ pongono, e facendo rilevare come il lavoro ese¬ guito dall’Averlino corrisponda quasi sempre alle al Rido, che evidentemente già era castellano quando egli ese¬ gui il bassorilievo, non si peritò di commettere un anacronismo. V. Pio PagliucCHI. I Castdlaui di Castri S. Angelo di Roma, Roma, tip. I^olizzi e Valentini, voi. 1. parte i, pp. 87-88. 201 202 teorie da lui esposte nel suo Trattato di archi¬ tettura. 11 p. Marchese ritenne che il Filarete avesse imi¬ tato le porte di legno eseguite per la basilica Va¬ ticana dal Domenicano fra Antonio da Viterbo, nelle quali pure sembra fossero rappresentate scene del concilio di Firenze. Questa opinione però è re¬ spinta, specialmente per ragioni cronologiche, dal Lazzaroni e dal Munoz, i quali ritengono che l’A- verlino non abbia avuto una fonte diretta d’ispira¬ zione, ma abbia invece attinto a diverse fonti, ispi¬ randosi a modelli dell’arte cristiana per le grandi figure del Redentore, della Vergine e degli Apo¬ stoli (che — secondo essi — ricordano le analoghe ligure delle basiliche romane), a modelli classici per tutto il resto, interpetrati però da lui con una certa larghezza. L’imitazione classica, evidentissima nel fregio e nei piccoli bassorilievi, finisce coll’as- sorbire il Filarete, che quanto più va innanzi col lavoro, tanto più si stacca dalle forme medievali, ingentilendo e migliorando l’arte sua, nella quale tuttavia « regna sovrano lo spirito decorativo, a detrimento della parte figurata e contro i princi¬ pi! estetici più comuni » (pag. 91). Di tale suc¬ cessivo perfezionamento artistico i due eh. ri autori credono veder la prova nel progresso che nelle stesse porte di bronzo si nota dalle figure grandi alle piccole, le quali ultime, senza dubbio, sono este¬ ticamente assai più pregevoli delle prime. Ma se tutti potranno convenire nell’apprezzamento estetico che delle varie sculture dei due battenti fanno il Laz¬ zaroni e il Munoz, non tutti li seguiranno quando essi da tale apprezzamento vogliano dedurre un criterio per stabilire l’ordine di tempo con cui fu¬ rono eseguite le varie parti dell’opera, e per distin¬ guere quelle eseguite personalmente dall’ Averiino da quelle dovute ai suoi discepoli. I! diverso valore estetico delle singole parti può infatti, anziché il diverso tempo e la diversa mano, indicare soltanto la maggiore o minor diligenza usatavi dal Filarete, al quale rimarrebbe a ogni modo la colpa di non aver saputo guidar bene i suoi allievi. E del resto la maggior perfezione dei piccoli bassorilievi di fronte ai grandi si può — senza ricorrere a criteri cronologici — spiegare con la tendenza del Fila- rete all’arte minuta dell’orafo per cui egli riusciva assai meglio nel modellare le piccole anziché le grandi figure. Studiate le porte di bronzo, i due eh. ri autori si occupano nel cap. Ili delle opere minori eseguite dall’Averlino durante la sua permanenza in Roma. Esse sono: La statua in bronzo di M. Aurelio — riproduzione della celebre statua romana — esi¬ stente nel museo di Dresda, e della quale lo stesso Averiino dichiarasi autore in una iscrizione incisa sul plinto della statua, e fedelmente riprodotta in questo libro; un busto di G. Cesare nella collezione Lazzaroni a Parigi; un bassorilievo di marmo, in una collezione privata di Roma; una placchetta in bronzo rappresentante il trionfo di G. Cesare, nel museo del Louvre ; un’altra placchetta rappresen¬ tante la lotta di Ulisse ed Iros nel museo di Vienna ; una portella di ciborio nello stesso museo. Di queste attribuzioni basterà dire che si fondano tutte, all’infuori di quella che riguarda la statua di M. Aurelio, firmata dall’Averlino, unicamente su ragioni stilistiche, e non possono quindi avere un carattere di assoluta certezza, ma solo di maggiore 0 minore probabilità. Probabilità invece di cui forse manca l’attribuzione all’Averlino di un busto del- l’ imperatore’Giovanni Paleologo, esistente a Roma nel museo di Propaganda Fide, e che sembra piut¬ tosto una riproduzione della famosa medaglia del Pisanello. Dopo quindici anni Mi permanenza in Roma, il Filarete dovette abbandonare questa città, sotto la grave accusa dUaver tentato di rapire una insigne reliquia. Si rifugiò a Firenze, dove però non si fermò a lungo. Lasciata^Firenze, visitò 'parecchie città di Italia, specialmente^della'regione Veneta, dove ese¬ guì per Bassano una croce processionale in argento Finalmente nel 1451 lo si trova a Milano, ai servigi del duca Francesco Sforza, che lo impiegò nei la¬ vori del castello di Porta Giovia, incominciatosi a costruire l’anno prima. La dimora dell’Averlino a Milano è studiata dal Lazzaroni e dal Munoz nel cap. IV dell’opera, in^base a documenti che essi o pubblicano ora per la prima volta, o ripubblicano in forma più cor¬ retta. Da questi documenti essi credono poter de¬ durre che l’Averlino — quasi sempre in lotta con gli altri architetti ed ingegneri preposti al lavoro, i quali, a torto o a ragione, da lui in molte cose dis¬ sentivano — dovette limitare quasi esclusivamente l’opera sua alla parte decorativa, ed ebbe quindi una parie minima nella costruzione della torre, che sarebbe perciò impropriamente chiamata torre del Filarete. Ma le due opere maggiori cui l’Averlino attese nel tempo della sua dimora a Milano sono l’Ospe¬ dale Maggiore di questa città, e ii duomo di Ber¬ gamo. Del primo i due chiari autori parlano nel cap. V, cercando, in base a documenti e alla lunga descrizione che dell’Ospedale fa l’Averlino stesso nel Trattato di architettura, di stabilire quanto an¬ cora rimanga in quell’edificio che si possa attri- Ausonia - Anno IV. 49 203 204 buire all’opera diretta di lui, e di ricostruire il di¬ segno originario dell’ospedale, del quale disegno — cui del resto più o meno si attennero gli architetti posteriori nei successivi ampliamenti della fabbrica — fanno rilevare i molti e vari pregi. Dell’opera dell’Averlino nel Duomo di Bergamo ormai più nulla rimane dopo il radicale rifacimento di quel duom.o nel sec. xvii. Tuttavia le scarse no¬ tizie riferibili alla parte che ebbe il Filarete in quel lavoro si trovano raccolte nel cap. VI del libro. Da esse apparisce che egli riuscì con grande accortezza a superare le difficoltà derivanti dai poco spazio e dalla ineguaglianza del suolo su cui fedilìcio dovea sorgere. Nel 1465 r.Vverlino rinunziò alla direzione dei lavori dell’Ospedale Maggiore, nè in seguito si ha più notizia della sua presenza a Milano. Ignorasi del pari dove egli abbia passato gli ultimi anni della sua vita e dove e quando sia morto. L’Averlino raccolse le sue teorie architettoniche in un Trattato, del quale i due eh. ri autori si oc¬ cupano nel cap. VII. Questo trattato è degno di studio non tanto per la parte teorica, quanto per le notizie storiche che si possono da esso ricavare. Il Lazzaroni e il Mu oz danno perciò notizia dei prin¬ cipali codici che lo contengono, ed il sommario dei venticinque capitoli in cui è divisa l’opera, della quale promettono — e speriamo mantengano presto la promessa — una completa e critica edizione. Of¬ frono intanto in sedici tavole la riproduzione di una parte dei disegni che nel codice Magliabecchiano accompagnano il testo del Trattato. NeH’ultimo capitolo del libro i due eh. ri autori, quasi a trarre le opportune conclusioni dal lungo e diligentissimo studio compiuto, cercano di deli¬ neare, collocandola nella sua vera luce, la lìgura artistica del Filarete, il quale — ci sia qui permesso citare le loro stesse parole — « non fu un artista rappresentativo, non gettò il seme di nessun fecondo movimento; ma vissuto al tempo in cui fiorivano i grandi genii del rinascimento scrisse nel gran libro d’oro dell’arte nostra una pagina non ingloriosa ». Dalla nostra sommaria esposizione speriamo si possa avere un’idea abbastanza chiara del contenuto del libro esaminato, nel quale forse qualcuno noterà una certa tendenza degli autori ad esagerare al¬ quanto i meriti artistici dell’Avertino. Ma non o- stante ciò e non ostante le poche osservazioni che quà e là ci è sembrato dover fare, lo studio com¬ piuto dal Lazzaroni e dal MuiToz costituisce un’o¬ pera fondamentale per la storia dell’arte italiana di quel periodo. Giorgio St.vra-Tedde. P. Sisto [Sc.aglia] O. C. R. — Notioiies arclieolo- giae christìanae disciplinis tlieologicis coordi- ìiatae. Voi. I, par. 1. (pp. 464); voi. II, par. 1. (pp. 398), par. 2. (pp. 382). Roma, Desclce e C.i, 1908-1910. (Prezzo: il primo voi., L. 4, gli altri due, L. 6 ciascuno). In questi ultimi tempi bau visto la luce parecchi manuali di archeologia cristiana : ricordiamo, oltre quello notissimo del Marucchi, quello del Leclercq, e quello del Kaufmann, di cui esiste pure una ver¬ sione italiana, sebbene, a dir vero, non troppo lo¬ devole. Ultimo, per ordine di tempo, non di me¬ rito, viene questo del P. Sisto, al quale la lunga dimora nell’Abbazia dei Cistercensi Riformati presso le catacombe di Calisto ha fatto acquistare una fa¬ miliarità non comune col materiale archeologico e con la topografia degli antichi cimiteri urbani. Questo manuale, com’è indicato anche dal titolo, ha uno scopo didattico non solo, ma si rivolge ad una classe speciale di scuole, alle scuole teologiche. Ciò però non toglie che debba essere utile a chiunque voglia coltivare l’archeologia cristiana, avendo il P. Sisto saputo limitare la parte teologica a quel tanto che è necessario a chi voglia seriamente stu¬ diare le cristiane antichità. Come infatti compren¬ der bene, p. es., il simbolismo delle pitture cimi¬ teriali se non si conoscono i domini in quei sim¬ boli adombrati? Tutto sta nel conservare la giusta misura alla parte teologica in un manuale di ar¬ cheologia. E questa misura è stata egregiamente osservata dal P. Sisto, il quale ha saputo guar¬ darsi dalle esagerazioni di chi vorrebbe trovare nelle cat:icombe tutti, per così dire, i dommi e tutta la disciplina cattolica. 11 fine speciale del libro dà anche ragione del¬ l’essere scritto in lingua latina, ciò che, del resto, gioverà a diffonderlo tra gli studiosi, i quali non troveranno gran difficoltà ad intendere il latino fa¬ cile — in alcuni punti anche troppo facile — del P. Scaglia. Di questo manuale, che si distingue dagli altri anche per l'estensione che l’autore intende dare alle varie parti dell’opera, sono finora usciti tre tomi, e cioè la 1® parte del I volume, la D e la 2“ parte del li volume. Eccone in breve il contenuto ; La f“ parte del I volume contiene le nozioni fon¬ damentali di archeologia cristiana, così distribuite: cap. 1" Fonti per tale studio, a cominciare dai docu¬ menti più antichi (atti dei martiri, calendari eccle¬ siastici, sillogi epigrafiche, itinerari delle cata¬ combe ecc.) e terminando con le opere che trattano espressamente di archeologia crist. pubblicate dai 205 2o6 tempi di Onofrio Panvinio ad oggi; cap. 2“, perse¬ cuzioni contro i cristiani e loro fondamento giuri¬ dico, numero dei martiri, supplizi loro inflitti, istru- menti di martirio, editto di Milano ed effetti che ne derivarono; cap. 3°, dei sepolcri in genere e spe¬ cialmente presso i Romani, natura del suolo di Roma, origine e nomenclatura delle catacombe, que¬ stioni circa il loro carattere giuridico ecc. ; cap. 4°, riti funebri cristiani e loro analogia coi riti funebri pagani, sepolcri dei martiri e loro segni caratteri¬ stici, culto dei martiri e traslazioni dei loro corpi, santuari innalzati sulle tombe dei martiri ecc. Il vo¬ lume si chiude con un’appendice assai utile, che in varie colonne pone sotto gli occhi del lettore, che li potrà così facilmente confrontare, i vari itinerari dei cimiteri urbani, ed il famoso indice degli olii racccolti nelle catacombe e nei santuari di Roma dal prete Giovanni di Monza. La la parte del voi. II è interamente consacrata alla epigraOa, materia questa poco trattata negli altri manuali, per cui il P. Sisto avrà certo dovuto su¬ perare non poche difficoltà a ridurre alle giuste pro¬ porzioni la vasta materia, da lui divisa nel seguente modo: Premesse nei Prolegomena le notizie di carattere generale, parla nel cap. 1° degli epitaffi recanti palesi e certe indicazioni cronologiche; nel 20 di quelli privi di tali indicazioni, e dei criteri coi quali si può giungere a datarli; nel 3° delle for¬ mule usate ad esprimere alcuni dommi come p. es. la divinità di Cristo, i sacramenti del battesimo e dell’eucaristia, il destino delie anime dopo la morte ecc.; nel 4° della gerarchia ecclesiastica in relazione con la epigrafia, dei titoli cioè che nelle antiche iscrizioni vengono dati ai papi, ai vescovi ed agli altri ecclesiastici, nel 5° delle formule usate per designare i semplici fedeli, la loro condizione so¬ ciale, il loro grado di parentela coi sopravvissuti che pongono l’iscrizione, e di alcune epigrafi con dicitura singolare, che le distingue dalle comuni; nel 6° delle iscrizioni sacre, votive o commemora¬ tive; nel 7° delle iscrizioni damasiane, delle quali dà una classificazione per ordine topografica , nel- rS® delle iscrizioni graffite; nel 9° infine dei sigilli doliari cristiani. 11 volume termina con una tavola cronologica dei consoli, dei papi e degli imperatori dal 67 d. Cr. al 546. La 2^ parte del voi. II tratta dei simboli e delle pitture cimiteriali nell’ordine seguente: cap. 1° no¬ zioni generali ; cap. 2°, tecnica delle pitture cristiane e loro analogia con l’arte classica, criteri per sta¬ bilirne l’età ; cap. 3°, varie opinioni intorno al ca¬ rattere delle pitture cimiteriali, e mezzi per inter¬ pretarle. Nei rimanenti cinque capitoli si studiano le pitture raggruppandole secondo i soggetti da esse rappresentati, o che cioè si riferiscano a Cristo e Maria, o che simboleggino i sacramenti, o che siano adombrate in esse le credenze dei cristiani nel de¬ stino delle anime dopo la morte, o che riguardino gli offici esercitati in vita dai defunti, o che rap¬ presentino la passione di questo o di quel martire, o che siano infine d’incerto significato. All’ultimo capitolo tien dietro una brevissima spiegazione delle tavole fuori testo, ed un’appendice sulla tanto di¬ scussa pittura del cubiculo di Pretestato, conosciuta sotto il nome di Coronazione di spine. Da questa sommaria esposizione chiunque può farsi un’idea chiara e del contenuto dei tre volumi, e del modo come vi è stistribuita la materia, modo in verità assai commendevole perchè il P. Sisto è riuscito a coordinare le varie nozioni in modo da condurre lo studioso dalie cose più facili alle più difficili. Niuno poi si meraviglierà di trovare in quest’o¬ pera ripetute e compendiate molte pagine del De Rossi, del Wilpert e di altri. In un manuale non po¬ teva essere diversamente. E del resto il P. Scaglia non solo cita sempre onestamente gli autori dei quali si è servito, ma, ciò ch’è più, controlla quasi sempre le loro affermazioni sulle fonti originali. Non che non abbia talvolta ceduto un pò troppo all’autorità di qualche insigne studioso. Ma ciò gli accade raramente, essendo quasi sempre riuscito a conservare la propria indipendenza di giudizio. Che anzi gli va data una lode speciale per avere nelle questioni controverse riportate le varie opinioni, limitandosi al più a dire quale fra le tante a lui pare da seguirsi. Venendo ora a qualche osservazione, dirò che forse le relazioni fra la società cristiana e la pa¬ gana andavano meglio lumeggiate, e più frequenti e numerosi potevano essere gli utilissimi confronti fra le istituzioni cristiane e le classiche. Al quale proposito aggiungerò che forse a taluno recherà meraviglia il non trovare ricordato nel volume sul¬ l’epigrafia nessun manuale di epigrafia classica, nep¬ pure quello notissimo del Cagnat. Cosi pure si poteva forse concedere uno spazio maggiore alle antichità cristiane non romane. Vero è che il P. Sisto, quasi a prevenire eventuali ob¬ biezioni, protesta nella prefazione di voler sopra¬ tutto occuparsi delle antichità cristiane di Roma che, e per importanza e per la maggiore antichità, di gran lunga superano le altre. Ma anche le altre hanno pure la loro importanza, e meritavano qual¬ che cenno di più. La classificazione delle pitture cimiteriali secondo i soggetti rappresentati è certo 207 2o8 utilissima ed anzi necessaria, ma non basta a dare un’idea compiuta dello svolgimento progressivo dell’arte cristiana e del suo progressivo differen¬ ziarsi dall’arte classica. Era quindi forse necessario trattare quest'argomento magari in un capitolo spe¬ ciale. Due parole iniìne su le illustrazioni che accom¬ pagnano il testo, e sulla bibliografia. E quanto alle prime diremo che sono abbondanti, in parte nuove e quasi sempre bene scelte. Sarebbe stato però de¬ siderabile che il P. Scaglia avesse ricorso anche meno di quanto ha fatto a disegni invece che ad altri mezzi piìi perfetti di riproduzione: e sopratutto che avesse tralasciato qualche monumento di dubbia autenticità, cerne p. es. la pietra incisa riprodotta a pag. 185 del voi. 1. Di altri monumenti poi si po levano dare riproduzioni più recenti ed esatte. Così della famosa pittura del cubiculo cagliaritano an¬ ziché ripetere la riproduzione che il De Rossi ne diede nel 1891 servendosi di un disegno del quale egli stesso intuì le inesattezze, si doveva ripetere quella più recente e molto più esatta pubblicata dal Pinza nel N. Bull, di ardi, crisi, del 1901, La bibliografia, se non completa (ciò che del resto non è da pretendersi in un manualel, è certo copiosa e scelta quasi sempre con giudizio. Tuttavia qualche opera importante è sfuggita al eh. autore. Così, per dirne una a caso, non tro¬ viamo citato il grosso volume su Le iscrizioni an¬ tiche Vercellesi del P. Luigi Bruzza, dove pure ha larga parte l’epigrafia cristiana di quella regione. Nè andavano trascurate le Notizie degli scavi pub¬ blicate dalla R. Accademia dei Lincei, dove pure si travano di tanto in tanto notizie di scoperte che possono interessare farcii, crist. Queste le nostre modeste osservazioni, le quali ben poco tolgono al valore di questo manuale, che rivela grande competenza nel suo autore, e che riu¬ scirà molto utile agli studiosi deile cristiane an¬ tichità. Giorgio Stara-Tedde. Orazio Marucchi. — il grande mosaico Prene- ■ stino della inondazione del Nilo, pubblicato per la prima volta in grande tavola fotografica. (E- stratto dal tomo X degli Atti della Pont. Accad. Rom. d’ Archeologia). Roma, tip. "Vaticana. 191U. Il eh. prof. Marucchi riassume in questa memoria studii precedenti, aggiungendovi qualche nuova os¬ servazione. La memoria si puf) dividere in tre parti: Nella D il Marucchi tratta brevemente la questione topografica sugli edifici che componevano il san¬ tuario della Fortuna in Preneste, insistendo nella opinione da lui più volte sostenuta, e cioè che quegli edifici si dividevano in due gruppi princi¬ pali : uno inferiore — il più antico — corrispon¬ dente all’attuale seminario vescovile e cattedrale di S. Agapito, l’altro superiore — dei tempi di Siila — corrispondente aH'odierna piazza della Cortina e palazzo baronale dei Barberini, già dei Colonna. Nella 2“ parte il eh. autore dimostra erronea l’opi¬ nione degli antichi archeologi, i quali hanno iden- tilìcato col gran mosaico Barberiniano il pavimento « lithostroton », che Siila, secondo narra Plinio, fece eseguire nel tempio della Fortuna. Questo « lithostroton » si deve invece indentilìcare, se¬ condo il Marucchi, con un pavimento a pietruzze irregolari di colore rosso e verde, del quale egli ha scoperto un ragguardevole tratto nel santuario superiore, che appunto risale ai tempi di Siila. Nella 3“ parte il Marucchi fa una lunga descrizione del gran mosaico Barberiniano, di cui offre una bella ed esatta riproduzione in una grande tavola annessa alla memoria. In questo mosaico egli — avvicinandosi alla opinione del Barthélemy — vede una scenografia compendiosa o, come suol dirsi, a volo d’uccello dell’antico Egitto nel momento della inondazione del Nilo. Questa carta prospettica ap¬ parisce orientata col sud in alto, per cui verso l’alto del quadro si vedono i monti della Nubia, estremo limite dell’Egitto, e verso il basso la spiaggia me¬ diterranea dell’Egitto stesso col famoso canale del Canopo, situato vicino ad Alessandria. Il Marucchi fa quindi rilevare la corrispondenza che c’è tra il modo come nel mosaico sono rappresentati i nu¬ merosi animali che popolano la scena, e la descri¬ zione che di quegli stessi animali, proprii della fauna dell’Egitto, fa il celebre sofista Eliano nei suoi libri -£p'i E siccome Eliano era proprio na¬ tivo di Preneste e visse circa il tempo di Adriano, al quale periodo si deve per ragioni stilistiche ascri¬ vere il mosaico, non è ardita la congettura che lo stesso Eliano abbia diretto il lavoro, o quanto meno agli scritti di lui siasi ispirato chi fece quel lavoro eseguire. Descrive infine il eh. autore un secondo mosaico scoperto presso il luogo dove già era ve¬ nuto in luce il primo, col quale sembra intima¬ mente connesso. In questo secondo mosaico si ve¬ dono molti pesci in un tratto di mare limitato da una striscia di terra, nella quale sorge una torre che il Marucchi identifica col celebre faro di Ales¬ sandria. Anche qui pertanto sarebbe rappresentata, come nel gran mosaico Barberiniano, la spiaggia mediterranea dell’Egitto. La presenza poi di una veduta scenogralìca dell’Egitto nel tempio della 209 210 Fortuna si spiega facilmente pensando al concetto allora dominante che il culto della Fortuna fosse quello stesso di Iside e provenisse perciò dalla valle del Nilo. Egualmente bene si spiegano le nu¬ merose rappresentanze di animali e di pesci in un tempio dove si traevano le sorti e dove quindi non poteva essere trascurata la dottrina augurale, gran parte della quale si fondava appunto sulla osser¬ vazione dei movimenti degli animali (1). Le acute ed importanti osservazioni del prof. Ma- rucchi faranno certo progredire lo studio sul tempio della Fortuna e sul grande mosaico Barberiniano. Giorgio Stara-Tedde. Springer-Ricci, Manuale di Storia dell' Arte, i, Arte Antica, Bergamo, Istituto d’Arti Grafiche, 1910. Il pregevole manuale di storia dell’arte di An¬ tonio Springer che aveva avuto in Germania tanta fortuna da raggiungere l’8“ edizione dal 1879 al 1997, fu giustamenle fatto apprezzare agli Italiani, allorché Corrado Ricci, aiutato dal buon volere e dalla capacità d’un editore coraggioso e beneme¬ rito, vero buon gustalo nell’arte sua, qual’è il Ga- furi, intraprese l’edizione italiana dell’opera tede¬ sca. nel 1904. In poco tempo esaurita, se ne rese necessaria una nuova e questa volta si son poste maggiori cure al 1 volume, che, veramente, allora era riuscito inferiore ai volumi che trattano di arte medioevale. Corrado Ricci ha affidato la traduzione, il rinnovamente e l’ampliamento di questo volume, che tratta l’archeologia antica orientale e classica, ad uno specialista valentissimo della materia qual’è (1) Ricordiamo che le opinioni del eh, prof. Marucchi sulla topografia del tempio Prenestino, e suil’interpretazione dei mo¬ saico sono state ultimamente combattute da eh. prof. Vaglieri in il nostro caro amico e consocio Alessandro Della Seta, cui anche Ausonia è debitrice di tanto aiuto ne’ suoi primi passi. 11 diligentissimo traduttore ha così potuto presentare quest’ opera già ringiova¬ nita nella ultima edizione tedesca, assai miglio¬ rata, non soltanto per le aggiunte utili specialmente agli Italiani, e per la fresehezza delle notizie, ma anche per la parte originale che si rivela nelle brevi osservazioni tratte dalle più recenti scoperte. Adolfo Michaelis. che ha avuto il merito di tra¬ sformare cosi utilmente ed in modo più organico, l’opera dello Springer, ha favorito poi con tanta benevolenza la nuova edizione italiana, che ha fornito al Della Seta molti appunti e correzioni da lui raccolte dopo l’8® tedesca, ed ha riletto le bozze della traduzione. L’Istituto d’Arti Grafiche si mostra in questa pub¬ blicazione al livello massimo della sua rinomanza, per la cura posta nella stampa delle ^ numerose il¬ lustrazioni: sono 939 zincotlpie e 13 tavole colo¬ rate che adornano il libro, tra le quali notiamo anche monumenti inediti o poco noti e di recente scoperta. Specialmente le antichità Cretesi hanno arricchito il volume e quasi tutti i moderni tentativi di ricostruzione d’opere d’arte antica vi figurano, purché degni di essere accolti come verosimili. E nonostante tanto lusso d’illustrazioni, il volume è rimasto in commercio ad un prezzo così modico, (L. 15) che se ne può prevedere enorme la diffu¬ sione. Ausonia che ha per scopo principale la dif¬ fusione del culto dell’arte e della civiltà antica, sa¬ luta con simpatia questo ottimo missionario che è destinato ad influire notevolmente sulla cultura ar¬ tistica nazionale. L. M. un articolo del Bull. d. Comm. ai eh. com, di Roma, Fasci¬ colo lU-IV del 11)09, Libri ricevuti in dono, APVLIA - A’h’i.s/a di fìhì!oi;-ìa , sioria cd arte della regione - Anno i, fase. 1-2, Martina Franca, Casa edili'. Apitlia, 1910. ARVANITOPVLOS a. S. - llsoiypccirj rtov ypa-TiÒv i~rp.(u'i 1 layxjoiv Tou ’ASav/cja'/.EiO'j iMouciciou I!ó- Xo-j - Atene, Eieutherniidalcis, 1909. ARVANITOPVLOS A. S. - ’Av7a'/.:('poà ■/.ai É'ps'jvai iv Mscjaa'XA - Atene, Vlastns, 1910. ARVANITOPVLOS A. S. - ’Avaaxaipcà xAi spsuvai 2'/ Hr,X'j(ovi xai FfcaaaXix - estl'. dai I Ipaxrixà, 1908. Campi L. - II culto di Mitra nella Nannia - (dal- V Are/ìiz'io Trentino, X.XIV, 1909). Costa - Tasti Consolai'i. DVSSAUD RLNL - Les civitisations préhetléniqnes dans te tuissin de la mer Egèe. Etudes de prn- tohistoire iirientale - Paris, (deutliner, 1910. HEKLER A. - ^intih ,Szo/>roA' Jindapesten • (statue anticlie in Budapest, 1910). Journal des Saz'ants - 8'^ année, n. 3 e 5. MACCHIORO V. - A’noz'a l'appiesentanza z'aseo- tare del mito di i Ireste - {ò,z\ Jahresliefte des ósterr. ariti. Inst., XII, 1909), MACCHIORO V. - Artemis Soteira di Cefisudoto - (da Jalìì-esliefte, XII, 1909), MICALELLA M. A. - Pigi in, 'J'hiiriae e Sybaris - Lecce, 1909. MICALELLA M, A. - Polemiea messapiea - Lecce, 1909, MOSCHETTINI C, - Tna polemica messapiea - Ostimi, 1909, REINACH a. J, - Telphcs et Ics lìastarncs - (dal Bntl. de eorr. tiellèn., XXXIV), REINACH a, J, - La /rise dn monnmenl de Paul Emil ù Telphcs - (dal Tntt. de coir, hcltèn., XXXIV). REINACH A. J. - Le disqiie de Thaistos et les penples de la mer - (da Rcvite archéologiqiie 1910, I). Wilhelm a. - JJcitrdge znr grieih. Insehriftcn- knnde- {Sonderehrip'ten des osi. ardi. Inst., VII). WiLLERS H. - (dese/ì. der rdm. Kupferpraegnng vom Hiindesgcnossenkr. bis and A'aiser Klandiiis - Lpz. Berlin, 1909 Teubner. Cambi. lahresliefte des K. A. Oesferrh. Institnts. TapCì's of' thè lìritish .\hooI at Rome. Tntt. de eorr. hetlén. Li oli. d'arte. Mitteil. des Inst. (Ath. Abteil.). Tnll. of thè ari ti . Inst. of America. Archiz’io della Società romana di Storia Patria. A rchiv. fiìr Peligionszoissenschaft. Limporinm. N. B. Delle principali pubblica2i(»ni ricevute in dono, finora non recensite, sarà reso conto nel prossimo fascicolo. Errata-Corrige. /V/' inavz'cr lenza nel P fascicolo è incorso iiu errore di uunierazionc dette pagine. Gli atti delta Società Z'anno numerati da I a VII; e la tPrte II va numerata in colonna da 1 a 16. INDICE DEL VOLUME IV MCMIX ATTI DELLA SOCIETÀ ARTICOLI : TH. ASHBY - La Villa dei Quintilii . . » GIVLIO BELOCH - Le origini Cretesi . » ViNC. COSTANZI - Xanto e gli Etruschi lidi » V. MACCHIORO - Contributi alla storia della religione paleoitalica . » A. MAIVRI - Un -tìDaos- a Creta . . » LVClO Mariani - Osservazioni intorno alle statuette plumbee sovanesi .... » M. MADDAL. Michela - li sacrifizio d’ Ifi¬ genia . » ANT. Avo. Minto - Di due sculture con¬ servate nel Gabinetto archeologico dell’ U- niversità di Padova . » LVCIA MORPVRGO - La rappresentazione fi¬ gurata di Virbio . . : . » B. NOGARA - Due statuette etrusche di piombo trovate recentemente a Sovana » RAFF. PETTAZZONI - II Tipo di Hathor » Nicola PVTORTÌ - La collezione dei vasi antichi del poeta Diego Vitrioli ...» Corrado Ricci - Marmi ravennati erra¬ tici . . . » Nicola TERZAGHI - L’ombra d’Achille. » VARIETÀ : Salvatore AVRIGEMMA - il Bosco Sacro della Ninfa Furrina e il Santuario degli Dei Siri sul Gianicolo . » NOTIZIARIO: Pericle DVCATI - Ceramica greca . . » GiVLIO Q. GiGLIOLI — Scultura greca e ro¬ mana . » p. I-VII A. Levi della Vida - Scavi della missione italiana in Creta . p. 35 B. NOGARA - Etruscologia (anni 1908-9) » 146 LVIGI PERNIER - Antichità egee ...» 39 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO: LVIGI Cantarelli - Storia - Antichità ro¬ mane . » 3 Idem - Epigrafia romana . » 5 RECENSIONI : A. Della Seta - La collezione Barberini di antichità prenestine {Bull. d'Arfe, 1909) (G. PINZA) . » 7 MICHELE LAZZARONI e ANTONIO MVNOZ - Filarete scultore e architetto del secolo XV. Roma. W. Modes, 1908 (GIORGIO STARA- TEDDE) . » 199 Orazio MARVCCHI- li grande mosaico pre- nestino della inondazione del Nilo - Roma, Atti della Pont. Accad. Rom. d’Archeologia, tomo X, 1910 (G. STARA-TEDDE) . . » 207 P. Sisto (Scaglia) o. C. r. - Notiones archaeologiae christianae disciplinis theolo- gids coordinatae - Roma, Desclée e C., 1908-10 (Giorgio stara-Tedde) . » 204 SPRINGER-RicCI - Manuale di storia del¬ l’Arte - Bergamo, Istituto d’arti grafiche, 1910 (L. M.) . » 209 Prospero Varese - Cronologia romana - Roma, Loescher, 1908 (LVIGI CANTA¬ RELLI) . » 9 17 Wilhelm ADOLPH - Beitràge zur griechi- schen Inschriftenkunde - Wien, Holder, 1909 (R. P.) . » 9 136 Libri ricevuti in dono . » 211 Post-scriptum . » » 65 Errata-corrige . » » 48 219 89 3 238 59 98 155 109 31 181 247 27 V ’ .V, x:.' ■ : ■'] .. ; ■■■' C/ f rn ■“Ha \j .-.r ■04 TAV. V Fotot. Danesi - Roma TAV. Vi c ■' I MA. 1 A ERMA DI NHMl ERMA DEL MVSEO CAPITOLINO AVSOK'IA 1909. C Fot. Karaglia AVSONIA ' MCIVliX. II B AVSONIA 1909, Il TAV. VII DANESI INO. • ROMA FRAMMENTO DI STELE SEPOLCRALE NEL GABINETTO ARCHEOLOGICO DELL’ VNIVERSITÀ DI PADOVA INDICE DEL VOLUME IV MCMIX ATTI DELLA SOCIETÀ . p. 1-Vil ARTICOLI : TH. ASHBY - La Villa dei Quintilii . 48 GivliO BELOCH - Le origini Cretesi . » 219 VlNC. COSTANZI - Xanto e gli Etruschi lidi » 89 V. MACCHIORO - Contributi alla storia della religione paleoitalica . » 3 A. iVAlVRl - Un -00.(70? • a Creta . . » 238 LVCIO Mariani - Osservazioni intorno alle statuette plumbee sovanesi .... » 59 M. MADDAL. MICHELA - II sacrifizio d’ Ifi¬ genia . » 98 Ani. Avo. Minto - Di due sculture con¬ servate nel Gabinetto archeologico dell’ U- niversità di Padova . » 05 LVCIA MORPVRGO - La rappresentazione fi¬ gurata di Virbio . . : . » 109 B. NOGARA - Due statuette etnische di piombo trovate recentemente a Sovana » 31 Rape. PETTAZZONI - il Tipo di Hathor » 181 Nicola PVTORTÌ - La collezione dei vasi antichi de! poeta Diego Vitrioli ...» 128 Corrado ricci - Marmi ravennati erra¬ tici . . • "* 247 Nicola TERZAGHl - L’ombra d’Achille. » 27 VARIETÀ : Salvatore AURIGEMMA - Il Bosco Sacro della Ninfa Furrina e il Santuario degli Dei Siri sul Gianicolo . » 17 NOTIZIARIO: Pericle DVCATI - Ceramica greca . . » 136 GIVLIO Q. GiGLIOLI - Scultura greca e ro¬ mana . » 65 A. Levi della Vida - Scavi della m.issione italiana in Creta . p. 35 B. NOGARA - Etruscologia (anni 1908-9) » 146 LVIGI PERNIER - Antichità egee ...» 39 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO: LVIGI Cantarelli - storia - Antichità ro¬ mane . » 3 Idem - Epigrafia romana . » 5 RECENSIONI: A. Della Seta - La collezione Barberini di antichità prenestine {Bii//. cVArte, 1909) (G. PINZA) . » 7 AàlCHELE LAZZARONI e ANTONIO MVNOZ - Filarete scultore e architetto del secolo XV. Roma.. W. Modes, 1908 (GIORGIO STARA- TEDDE) . » 199 Orazio MARVCCHI— 11 grande mosaico pre- nestino della inondazione del Nilo - Roma, Atti della Pont. Accad. Rom. d’Archeologia, tomo X, 1910 (G. STARA-TEDDE) . . » 207 P. Sisto (Scaglia) O. C. r. - Notiones archaeologiae christianae disciplinis theolo- gicis coordinatae - Roma, Desclée e C., 1908-10 (Giorgio Stara-Tedde) . 204 SPRINGER-RICCI - Manuale di storia del¬ l’Arte - Bergamo, Istituto d’arti grafiche, 1910 (L. M.) . . » 209 PROSPERO Varese - Cronologia romana - Roma, Loescher, 1908 (LVIGL CANTA¬ RELLI) . » 9 Wilhelm ADOLPH - Beitràge zur griechi- schen Inschriftenkunde - Wien, Holder, 1909 (R. P.) . » 9 Libri ricevuti in dono . » 211 Post-scriptum . . . . » » Errata-corrige . » » ..V i 3 3125 00098 8200 iiiliiigliiiiiiiiiSiiig^ B?wJ T I' VrJ’SjiMiSf (fi liliiiiP Éii^MiiililijiÉiliiiii «'■iiiyiiiii»:';';':';'' mm Rii ' WB»MaHre:;i:.:!!!ft;!;;j!j!'&;:;;iife ili ili |iliii§iÌ|iÌÌÌÌP|l|ÌiiÌ|ÌÌ|§i|i|i|!|ÌÌ:'lil:#ÌlÌ